venerdì 29 novembre 2013
martedì 12 febbraio 2013
Ilva: domani giornata decisiva
La notizia, è stata data anche da Repubblica.it con questo titolo che come al solito "confonde" il lettore.... "Ilva, pagati gli stipendi di gennaio- Bruxelles: "Taranto priorità europea" . In effetti Mario Diliberto inizia il suo articolo proprio con queste parole: "L'Ilva paga gli stipendi di gennaio, sino allo scorso mese a rischio per la crisi giudiziaria che ha investito l'acciaieria. Mentre domani la Consulta esaminerà il ricorso ..." Una scelta, quella del giornalista, di mettere in primo piano la notizia della falsa "bontà" dell'Ilva (che ha deciso di "pagare gli stipendi di gennaio a rischio per la crisi giudiziaria") - falsa perchè dietro questa decisione si cela il ricatto aziendale contro i suoi stessi dipendenti ed un'intera città.
Nello stesso articolo inoltre si legge un'altra notizia che è stata lanciata poche ore fa: "A Londra, invece, il 5 marzo si discuterà l'estradizione di Fabio Riva, il vice presidente della Riva Fire, sfuggito all'arresto lo scorso 26 novembre e bloccato in Inghilterra in forza del mandato di cattura europeo spiccato a suo carico".
Il termine "bloccato" ci appare un pò eccessivo! Fabio Riva infatti si trova là in libertà vigilata per una sua scelta dopo aver pagato una cauzione! avrebbe potuto presentarsi alla Giustizia Italiana, che contro di lui ha chiesto un mandato di arresto europeo per associazione per delinquere e disastro ambientale!
Insomma il giornalista ci fa capire dalle sue parole che stravolgono la realtà dei fatti, che la magistratura tarantina sarebbe sempre e comunque in difetto mentre l'Ilva sarebbe una vittima di una crisi giudiziaria!!!
Altra notizia che da Repubblica.it: "Sul caldissimo fronte Ilva, intanto, interviene anche il vicepresidente della commissione Ue Antonio Tajani che a Bruxelles ha presentato il piano d'azione per la siderurgia che l'esecutivo europeo varerà entro giugno". Nell'attesa di vedere questo piano d'azione realizzato... ops almeno varato (!), resta da chiesersi: dove sono i soldi necessari alla bonifica? sono un bluff come dichiarò il Presidente dei Verdi Bonelli? o sono soldi veri (usando il linguaggio della Marcegaglia)? oppure dobbiamo aspettare che siano i Riva - come ha chiesto il Ministro Clini - a finanziare la bonifica?
Allora stiamo freschi!
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giovedì 22 novembre 2012
Inchiodati!
lunedì 10 gennaio 2011
L'Italia riscopre Taranto (per poi dimenticarla presto...)

Salute-lavoro, baratto assurdo l'amara lezione di Taranto
A lungo tra le città più inquinate d'Europa per colpa della più estesa acciaieria del continente. L'emergenza diossina è finalmente sotto controllo. La conta dei danni però è ancora tutta da fare e resta l'allarme per il benzopirene. "Per anni hanno cercato di eludere il problema" dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO
TARANTO - Le chiamano "colline ecologiche" ma di ecologico hanno ben poco. Ingannano l'occhio, non il naso, non la pelle di chi vive a Tamburi, il quartiere assediato dalle ciminiere dell'Ilva, la più estesa acciaieria d'Europa. Per decenni nuvole di polvere carica di diossina hanno scavalcato questo esile diaframma di terra che separa la fabbrica dalle case seminando un tappeto rosso e nero sulle strade, sui giardini, sui balconi. Per decenni a Tamburi si sono stesi i panni solo quando non soffiava la tramontana, altrimenti bisognava rilavarli appena asciutti. Per decenni si è accettato di convivere con un vulcano artificiale che aveva preso in ostaggio Taranto dando 13 mila posti di lavoro in cambio della salute di tutti.
IL SONDAGGIO 1

Sembrava una battaglia persa quella contro la "testa del drago", la ciminiera da 220 metri che sputa gli inquinanti prodotti da una città d'acciaio più grande della città di pietra: 1.500 ettari di fabbrica che nel 1961 si sono fatti largo spazzando via antiche masserie e greggi, stravolgendo il profilo di questo angolo di Puglia e continuando a divorare terra, fino a fermarsi
proprio sul limite dell'acquedotto romano. Ma il Capodanno del 2011, quando arriviamo in città "inviati" dalle migliaia di lettori di Repubblica.it che attraverso il primo sondaggio mensile del sito ci hanno chiesto di occuparci di questa realtà poco conosciuta, scopriamo una sorpresa: l'attacco feroce della diossina si sta placando, le emissioni rientrano nei limiti e ora l'attenzione si sposta sulla necessità di saldare i conti con il passato. Bisogna misurare i danni prodotti in decenni di inquinamento selvaggio e bonificare le aree più contaminate.
GUARDA LA VIDEOINCHIESTA 3
"Oggi la situazione non è più da emergenza, ma quanta diossina abbiamo respirato in mezzo secolo di emissioni non lo sa nessuno perché mancavano i rilevamenti con i numeri esatti", spiega Gino D'Isabella, segretario della Cgil di Taranto. "Però era tanta. E per molti anni la nostra città è rimasta in cima alle classifiche sull'inquinamento perché per molti anni la direzione dell'azienda, nata come Italsider e acquisita nel 1995 dal gruppo Riva, ha cercato di eludere il problema. Un problema che sarebbe stato ben diverso se nel 1961 fosse stato accolto il parere della commissione tecnica che suggerì di costruire la fabbrica dieci chilometri più in là. Purtroppo le classi dirigenti dell'epoca scelsero in base alla proprietà dei terreni, non alla logica".
Quando finalmente si è cominciato a misurare la diossina si è scoperto che le quantità in gioco erano decine di volte superiori ai valori di riferimento indicati dall'Unione Europea ed è cominciata una battaglia durissima che ha visto come protagonisti da una parte la Regione Puglia e i comitati dei cittadini, che chiedevano il limite più cautelativo (0,4 nanogrammi per metro cubo), dall'altra l'Ilva e il ministero dell'Ambiente che avanzavano dubbi sugli obiettivi proposti da Nichi Vendola.
"E' stato un confronto molto acceso", ricorda Giorgio Assennato, direttore dell'Arpa Puglia. "E per arrivare a produrre i dati che hanno messo fine alla questione abbiamo dovuto far ricorso alle casse pubbliche perché a differenza di altre grandi aziende siderurgiche, l'Ilva non ha voluto pagare i rilevamenti al di fuori della fabbrica: sono state analisi lunghe e costose condotte a spese dei contribuenti. Ma il risultato è stato raggiunto e oggi i limiti fissati dalla Regione Puglia sulla diossina vengono rispettati. Il problema riguarda piuttosto il benzopirene, un composto cancerogeno su cui c'è ancora molto lavoro da fare: da alcuni rilievi risulta che la concentrazione a Tamburi è 5 volte più alta che nel centro di Taranto, cioè nel punto in cui nelle altre città si registra il picco".
Dati ufficiali sull'aumento delle malattie collegabili a queste emissioni non esistono. L'assessore all'ambiente della città, Sebastiano Romeo, osserva però che nel suo studio di medico l'aumento dei tumori e delle malattie respiratorie è "drammatico e consistente". E la responsabile del circolo Legambiente di Taranto, Lunetta Franco, aggiunge: "I dati non saranno stati ancora accorpati ufficialmente, ma a Tamburi si calcola che un bambino fumi più di due sigarette al giorno dal momento in cui nasce. Una situazione del genere può essere considerata accettabile?".
"Negli ultimi due anni le emissioni di diossina sono state abbattute del 90 per cento e anche quelle delle polveri sono crollate", replica Adolfo Buffo, della direzione Ilva. "Abbiamo investito un miliardo di euro solo per l'innovazione in campo ambientale e un impegno del genere ha dato i suoi frutti".
Ma il decreto ferragostano con cui il governo ha rimandato al 31 dicembre 2012 la scadenza per il tetto più cautelativo per il benzopirene (1 nanogrammo per metro cubo) ha riacceso le polemiche nella città che si trova in prima linea sul fronte della lotta contro questo cancerogeno. E i Verdi hanno lanciato una class action chiedendo danni per 3 miliardi di euro per le vittime dell'inquinamento a Taranto: "Ormai la diossina è nel terreno, è entrata nella catena alimentare e continua a mietere vittime".
sabato 11 dicembre 2010
Facciamo sentire l'aria di Taranto alla Repubblica!
In questo mese c'è Taranto, è fondamentale che si parli della questione Taranto a livello nazionale.
Entra e vota.Grazie mille!!!!!!
venerdì 30 luglio 2010
Acqua sul fuoco dall'Arpa..
Bari, 28 luglio 2010 – Gentile dott. Costantini,
è comparsa nell’edizione odierna di La Repubblica Bari una mia dichiarazione virgolettata secondo cui avrei affermato che i bambini (del quartiere Tamburi di Taranto) “potrebbero contaminarsi semplicemente rotolando per terra”.
Vorrei precisare che non ho mai rilasciato una tale dichiarazione, dato che non corrisponde in nessun modo alla mia opinione scientifica.
Com’è noto, la Regione ha approvato l’analisi di rischio realizzata da tecnici nominati dal comune di Taranto nel corso di una conferenza di servizi in cui il Dipartimento Provinciale di Taranto di ARPA Puglia ha validato i risultati della caratterizzazione e ha espresso parere favorevole sulle conclusioni. La Direzione Generale di ARPA è intervenuta successivamente a seguito di una richiesta di parere formulata dall’associazione Altamarea, e l’indagine alla base dell’ordinanza sindacale è in questo momento oggetto di approfondimento da parte dei tecnici dell’Agenzia.
A parte alcuni rilievi di carattere metodologico, in particolare vorrei sapere se si è tenuto conto del fatto che le linee guida dell’Environmental Protection Agency statunitense per il berillio considerano che meno dell’1% del berillio ingerito viene poi effettivamente assorbito dall’organismo.
È evidente che, se tale aspetto non è stato preso in considerazione nello studio di Taranto, le conclusioni successive devono essere adeguatamente riconsiderate.
Cordiali saluti, Prof. Giorgio Assennato
Direttore Generale ARPA Puglia
martedì 13 aprile 2010
L'Italia ferita nell'ambiente dalle parole dei ragazzi
Brevi reportage sulle condizioni dei fiumi. Analitici racconti sulla distruzione delle sempre più rare isole di verde in città. Sondaggi sulle opinioni dei giovani effettuati nei centri commerciali. Testimonianze di amarissimi disvelamenti sulla condizione della propria città e accorate dichiarazioni d'amore nei confronti degli animali e degli spazi a rischio nel nostro territorio. Tantissimi gli articoli che sono arrivati dalle oltre seimila scuole che partecipano al progetto di Repubblica@Scuola in occasione del concorso indetto dal Festival internazionale di giornalismo di Perugia e dal nostro giornale.
A vincere il concorso è Clara Macor, studentessa del Liceo Classico Alessandro Volta di Como. Clara sarà così l'inviata di Repubblica.it al festival e, il 21 aprile a Perugia, potrà incontrare e intervistare Leo Hickman, "firma" del Guardian ed esperto mondiale di ambiente.
Le colpe dell'Italiano Medio. Nel suo articolo, dall'esplicativo titolo "L'Italiano Medio", la studentessa ha messo in evidenza le contraddizioni, in tema d'ambiente, tra le opinioni e i comportamenti di ciascuno di noi: "Si fuma l'ultima sigaretta, la finisce e butta il mozzicone a terra, l'Italiano Medio. L'Italiano Medio si lamenta riguardo il "problema rifiuti", eppure non contribuisce a risolverlo. L'Italiano Medio si sposta solo ed esclusivamente in macchina. L'Italiano Medio odia lo smog. Egli pensa: "Non va bene così", ma non muove un dito per cambiare la situazione. Dal nord, al sud. Nessuno si salva. Dal petrolio nel Po alla Napoli dei rifiuti. L'Italiano Medio sa che ci vogliono anni per smaltire la plastica, la carta e tutto il resto. L'Italiano Medio butta piattini e fazzoletti di carta nell'erba fresca. L'Italiano Medio è così pigro che, anche con il cestino a mezzo metro di distanza, preferisce far cadere i suoi rifiuti sul terreno. "Tanto da solo non posso cambiare il Mondo" dice: e non li raccoglie. Questa è l'Italia".
Diossina a Taranto
di alkor2a (Medie Inferiori ) scritto il 27.03.10
Sono nato e cresciuto in una città chiamata Taranto: per me è sempre stata una città meravigliosa e nessuna è come lei. Mi piace perché ha due mari, Mar Grande e Mar Piccolo che i cittadini sfruttano coltivando i mitili più buoni di tutto il bacino mediterraneo; mi piace perché ha una grande storia, capitale della Magna Grecia e acerrima nemica dell’Impero Romano; mi piace anche per via dei suoi bei colori sfumati sul rossastro.
Da quando sono nato c’è una enorme industria siderurgica chiamata inizialmente Italsider e poi Ilva, che emana fumi da alcune ciminiere che per me sono quasi parte integrante della cittadina e ne esaltano le caratteristiche. Mi hanno sempre affascinato anche quelle piccole polveri trasportate dal vento, che coprono strade, palazzi, muri, monumenti……. e li rendono di un colore rossastro che tanto mi piace.
Pensavo inizialmente che tutti questi fossero una caratteristica “speciale” di Taranto: ma invece no. Crescendo ho scoperto che in tutta Italia le città sono molto diverse dalla mia. Avendo la possibilità di viaggiare ho scoperto che alcune città italiane sono più pulite, senza quei nuvoloni rossi sulla città, ma soprattutto hanno un aria più leggera rispetto alla nostra. Infatti tornando a casa ho notato che molte volte non riuscivo proprio a respirare per via dell’aria pesante che c’è in città.
Guardandomi intorno per la città ho notato strane cose. Sui balconi dei palazzi ho letto vari slogan tra cui il più comune è “Ti svegli la mattina respirando la diossina”. Questi slogan li ho ritrovati anche in alcune manifestazioni cittadine contro l’Ilva per la diossina che emana nell'atmosfera. Io, però, prendendo parte a queste manifestazioni sentivo sempre e ovunque parlare di diossina e mi chiedevo: Cosa è la diossina?
Essendo un po’ più grande mi sono documentato leggendo libri a riguardo, leggendo quotidiani cittadini, ma soprattutto facendo ricerche su internet ed ho potuto dare tante risposte alla mie domande. Ho scoperto che la diossina è il problema principale della mia città perché si va ad accumulare nei grassi degli esseri viventi, e anche se ne respiriamo poca, ne mangiamo tanta.
Mi chiedevo: Come si mangia la diossina? Semplice, intorno allo stabilimento dell’Ilva ci sono grandi pascoli di ovini, bovini e suini che mangiano il foraggio lì coltivato: è come se gli animali mangino solo diossina che poi automaticamente si trasferisce sulle nostre tavole causandoci gravi danni alla salute. Ho anche letto che Taranto è la città che emana circa il 93% della diossina prodotta in Italia e circa l’8,8% di quella europea, pertanto ha il primato della città più inquinata al mondo. Ho scoperto anche che Taranto emana una quantità di diossina all’anno che è quasi il triplo dei limiti imposti dall’Unione Europea; inoltre a Taranto ci sono circa 1200 decessi l’anno per via dei tumori causati dall’inquinamento. Ma ancor più grave, il WWF e la Legambiente hanno denunciato il Comune, la Provincia e l’Ilva per aver firmato un accordo che ha concesso all’Ilva il permesso speciale per emanare più diossina di un inceneritore, ma a questi incontri ed in tribunale non si è mai presentato nessuno. Quindi è evidente che nessuno vuole risolvere il problema.
L’inquinamento di Taranto non è dovuto solo alla diossina ma anche alle polveri sottili prodotte dai parchi minerali lasciati all’aperto dall’Ilva: quando si alza il vento, le polveri volano per tutta la città andando a ricoprire tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Solo ora so cosa è quella polvere rossastra che tinge le nostre nuvole e ricopre la città, che mi sembrava tanto speciale. Ma ancor più grave è sapere che queste polveri causano tumori se respirate. La gente del luogo si chiede: Perché i parchi minerali devono essere all’aperto? Questo è quello che mi chiedo anch’io. A Taiwan, per esempio, sede di un’altra grossa industria siderurgica, le polveri minerali vengono messe al coperto evitando dunque questi problemi. Forse la copertura non si può realizzare perché costa troppo, ma almeno si eviterebbe di danneggiare la salute dei cittadini.
Costruendo l’Ilva si è tralasciato il problema della salute dei cittadini, infatti dal 1971 al 1996 il numero dei morti a causa dei tumori è quasi raddoppiato: si è pensato solamente all’arricchimento di alcune persone e della città, dando lavoro a migliaia di operai.
Penso che l’Ilva abbia dato molte opportunità di lavoro però abbattendola definitivamente si verrebbero a creare nuovi posti di lavoro, per esempio operai addetti allo smantellamento dell’area. Per me, chiudendo l’Ilva, Taranto potrebbe ridiventare una città pulita, bella e con una grande storia, e successivamente piena di turisti. Sicuramente togliendo l’Ilva verrebbero meno i posti di lavoro però la salute dei cittadini è certamente la cosa più importante per una città. Inoltre mi lamento di un’altra cosa: se l’Ilva deve essere presente sul nostro territorio perché non si controllano i livelli di inquinamento? Oppure perché, data questa situazione, non intervengono il Governo italiano e l’Unione Europea?
Spero che i miei desideri vengano esauditi perché nessuno in Italia e nel mondo sa come noi tarantini viviamo e spero che il territorio tarantino diventi una meta turistica grazie alla rivalutazione delle sue risorse naturali, storiche e culturali. Per ora sono solo desideri e chissà se verranno esauditi. Io sento di amare ancora la mia città ma vorrei che lei amasse di più me.
(clicca qui per andare al sito di Repubblica e votare questa lettera)
venerdì 26 marzo 2010
Sotto l'acciaio niente...
"Parafrasando Adriano Celentano, là dove c'era l'erba ora c'è una città, a Cornigliano dove c'era una cittadella industriale è il niente. Resta di tubi e capannoni e camini, rotaie una pressa, gigantesca, "almeno un gasometro potevano tenerlo, farne un museo d'arte contemporanea come è accaduto altrove", commenta Elisabeth Hölzl (Merano, 1962), che ha documentato le trasformazioni in una raccolta di fotografie Vakuum, il vuoto, ora allestite alla Galleria Il Vicolo"










domenica 4 ottobre 2009
Avvelenati e anche disoccupati...
Taranto, l'odissea di 500 operai: "Almeno non rubiamo"
Cassa integrazione senza sussidio. "Così torniamo a lavorare in nero"
TARANTO - "Finora non sono andato a rubare", dice Sandro Pignatale, quarantenne, operaio della Siderpower di Taranto, piccola azienda di appalto all'interno dell'enorme impianto siderurgico dell'Ilva. Da marzo è in cassa integrazione, ma da giugno non riceve più alcun sussidio: "Vivo alla giornata". Il suo datore di lavoro non è più in grado di anticipare la cassa integrazione (più o meno 800 euro mensili) perché ha finito i soldi e l'attività produttiva si è totalmente fermata. E l'Inps, che per legge in questi casi dovrebbe sostituirsi all'impresa, ancora non l'ha fatto. Lo farà, anche se soltanto alla fine del mese scorso ha fissato i criteri per selezionare le aziende che possono "abdicare" all'istituto previdenziale.
Ritardi burocratici, incertezze amministrative, debolezze di un sistema di ammortizzatori sociali impreparato ad affrontare la Grande Crisi del nuovo secolo. Vale in tutta Italia, ma soprattutto vale al sud; lì dove esistono ancora tracce di una industrializzazione incompiuta. Così il ripetuto "nessuno è stato lasciato senza sostegno" da parte del governo, suona - da queste, come da altre parti - un po' beffardo.
Taranto è l'unico comune italiano che è fallito, schiacciato nel 2007 da 900 milioni di debiti. E Taranto, città dell'Ilva, è forse il luogo più inquinato d'Europa, sicuramente d'Italia. Ora Taranto rischia un nuovo primato: quello, appunto, di avere più cassintegrati senza alcun sussidio. Solo nel settore metalmeccanico i sindacati stimano almeno 500 lavoratori in questa condizione.
La disoccupazione sta esplodendo: su 200 mila abitanti, 22 mila sono i senza lavoro. Da gennaio ad agosto - secondo gli ultimi dati dell'Inps - le domande per ricevere l'indennità di disoccupazione sono cresciute del 52 per cento. I metalmeccanici in cassa integrazione, compresi quelli dell'Ilva (quasi cinquemila) sono poco più di diecimila. Un terzo dell'industria metalmeccanica "è in ginocchio", sostiene Beppe Lazzaro, segretario generale della Fim-Cisl locale.
Il futuro, come il presente, dipende molto dall'Ilva di Emilio Riva, che ha riaperto da pochi giorni l'altoforno numero 2, che sta gradualmente recuperando gli ordini dopo una discesa della produzione fino al 30 per cento e un'impennata del ricorso alla cassa integrazione. Il mercato mondiale dell'acciaio sembra dare segni di risveglio, ma questa è una ripresa lenta, molto lenta.
E allora come si fa a vivere senza soldi, pur con lo status di cassintegrato? Pasquale Richella ha 44 anni, anche lui operaio, racconta che in casa ora entrano solo 600 euro, quelli che prende la moglie, addetta alla pulizie in una scuola. 600 euro al mese che servono per pagare il prestito che hanno con la banca. Poi? "Faccio dei lavoretti, quello che capita". La verità è che dietro la cassa integrazione che non arriva o che è insufficiente per sostenere tutte le spese, riemerge il nero.
Una sorta di "sommerso popolare", fatto nelle piccole, piccolissime imprese. Quello dei lavoretti, appunto. Che un tempo facevano, per fare esperienze, i ragazzi e che ora cercano gli over 40, già segnati dai ritmi e dai fumi della fabbrica. Li fanno quasi tutti i lavoretti. "Il nero? Hai voglia! Ora è consentito...", sostiene Carmelo Leggeri, 54 anni, dipendente della Eutectique, impresa metalmeccanica di ripristino delle attrezzature sempre all'Ilva, che ha chiesto la cassa integrazione per ristrutturazione. Il che comporterebbe anche qualche investimento, difficile, però, da immaginare quando si è prosciugata la liquidità.
Carmelo riceve un'indennità per un'invalidità permanente causata da un incidente sul lavoro: 500 euro. Spiega che ormai paga solo la bolletta della luce. Punto. Nonostante le banche gli chiedano di rientrare dal rosso. "Mi chiamano, ma io che posso fare?". Ha quattro figli (uno dei quali ha perso il lavoro) che lo aiutano.
Lavoro nero, dunque. Giuseppe Liverano, 46 anni, dipendente della Dbl (montaggi industriali): "Non puoi che arrangiarti. Sei obbligato a lavorare in nero anche se sei a rischio". Lui aiuta qualche carrozziere, perché era quello il suo mestiere. Poi fa l'imbianchino, il muratore. Si va al mercato a scaricare la casse della frutta. Si vive alla giornata e si cercano aiuti tra i famigliari o tra gli amici non in difficoltà. Non si pagano più i debiti. E si vive in casa: il sabato non la pizza ma C'è posta per te con Maria De Filippi. E - per chi può - si ritorna in famiglia, almeno all'aiuto dei parenti. Chi non ce la fa, ricorre a nuovi debiti in una città piena (troppo piena) di agenzie finanziarie. Strozzinaggio.
In questo violento indietreggiare, torna anche la prospettiva dell'emigrazione. D'altra parte è lo Svimez che nell'ultimo rapporto parla di 300 mila giovani che ogni anno dal sud vanno al centro-nord a cercare lavoro e che circa 120 mila di quelli cambia definitivamente la residenza. Fabrice Polito ha 32 anni, è figlio di immigrati. È nato in Francia ed ha già lavorato in Germania e - come dice - "in alta Italia". "Certo che ci penso a emigrare". Ha tre figli e una moglie che non lavora. Aspetta la cassa integrazione, poi si vedrà.
Si torna indietro: dall'occupazione come quella di Valeria Scapati che lavorava alla Dogre, società appaltatrice di servizi comunali, alla disoccupazione. Il Comune - si sa - è fallito. Valeria sarebbe in "mobilità in deroga", ma ha ricevuto l'indennità a singhiozzo. Le avevano anche spiegato che sarebbe stata ricollocata: welfare to work, outplacement, formazione, li chiamano. Nulla. A Taranto - ma non solo - ora è di nuovo il tempo del lavoro nero, prodotto tutto italiano.
ROBERTO MANIA (La Repubblica)
martedì 20 gennaio 2009
Nigeriani, talpe, vampiri, disperati e predoni...
Tutto sommato non disturba neanche il paragone con l'animaletto laborioso e mansueto che scava nei campi...
Ma torme di disperati, vampiri, predoni, arraffoni il caro giornalista di Repubblica lo vada a dire a quelli che hanno disperatamente predato e arraffato senza rispetto per la nostra salute e la nostra dignità un territorio che è l'emblema dell'abbandono, alle porte della città!
E' vergognoso certo giornalismo che si fa paladino dei soliti poteri forti e sputa sentenze contro l'arte di arrangiarsi a cui molte persone sono state costrette da soprusi, ignoranza, connivenze mafiose e dal giro incredibile di soldi e ricchezze che passano, senza mai fermarsi sulla nostra terra, sulla nostra pelle!
Neanche una parola sul disastro ambientale di queste grandi industrie.
Con quale ignoranza poi si accusa questi "nigeriani" di inquinare un terreno che è giù la pattumiera industriale piena di sostanze tossiche come dimostrano i campionamenti dell'ARPA?
Con questo non vogliamo difendere chi ha organizzato la sottrazione di gasolio all'ENI, ma fare tutta 'sta moina nazionale per la pagliuzza e ignorare la trave...
Vergogna!
All'Eni i vampiri del gasolio. Rete di tubi clandestini dalla raffineria. Sospetti sui dipendenti
di Mario Diliberto per Repubblica
Succhiavano tonnellate di carburante dai serbatoi della grande raffineria di Taranto. L´assalto andava a segno grazie a una conduttura sotterranea. Le tubature sbucavano all´esterno dell´impianto e venivano utilizzate per mungere le imponenti cisterne dell´Eni. Un po´ come accade in Nigeria, con le torme di disperati che spesso ci rimettono la pelle nel tentativo di arraffare qualche barile del petrolio estratto dalle multinazionali. A Taranto, però, sono entrate in azione mani esperte e certamente con complicità all´interno della raffineria. Talpe che al momento giusto collegavano le tubature dei predoni ai bocchettoni dei serbatoi. In questa maniera la conduttura sotterranea avrebbe ingoiato milioni di euro di gasolio.
Quei tubi artigianali sono stati scovati dalla guardia di finanza nei terreni vicini all´impianto. Il nucleo di polizia tributaria da tempo dava la caccia ai ladri di gasolio. I grossi ammanchi di prodotto non erano passati inosservati ai controlli disposti dai dirigenti della raffineria. Dopo quella denuncia, le Fiamme gialle avevano battuto metro per metro le campagne della zona industriale, sino a quando avevano trovato una cisterna abusiva. Era a trecento metri dalla recinzione dell´Eni e dentro c´erano 220 tonnellate di carburante non raffinato, valore commerciale superiore a mezzo milione di euro. Nei guai era finito il proprietario del terreno, ma la caccia ai predoni non si era chiusa lì. Nei giorni scorsi i finanzieri hanno individuato la conduttura sotterranea utilizzata per il saccheggio. Viaggiava a meno di un metro sotto terra e sbucava in diversi appezzamenti, tutti finiti sotto sequestro. I sigilli sono scattati su quindici ettari di terra, purtroppo contaminata dalle perdite della conduttura abusiva.
Ma il danno ambientale provocato dai predoni non si ferma qui. Già, perché il gasolio rubato non era stato raffinato e certamente è finito sul mercato senza ulteriore lavorazione. Ciò vuol dire che in giro ci sono tonnellate di carburante con un contenuto di zolfo di gran lunga superiore a quello consentito dalla normativa vigente. Quel prodotto altamente inquinante mediante i canali del contrabbando potrebbe finire anche nelle colonnine di benzina. Peraltro, la conduttura abusiva per mesi ha rappresentato un pericolo per la città. L´estate scorsa un violento rogo si era sviluppato proprio nella zona, lambendo la cisterna zeppa di gasolio rubato, scovata solo pochi giorni prima dai finanzieri. La circostanza è emersa durante le indagini ed è stata la molla che ha spinto il pm Daniela Putignano a procedere con il sequestro d´urgenza eseguito dalla finanza.
Ieri, la conduttura sotterranea è stata smontata pezzo per pezzo dai tecnici dell´Eni. Ora l´indagine procede per dare un volto alle menti e ai manovali del raggiro. Un aspetto che si intreccia con quanto sta accadendo all´interno della raffineria con i sindacati sul piede di guerra. Dopo la scoperta dei grossi furti di gasolio, infatti, l´Eni ha reagito con provvedimenti disciplinari per omessa vigilanza, distribuiti a pioggia sui dipendenti. In 56 sono finiti nel tritacarne della rappresaglia aziendale. A quella raffica di sanzioni hanno risposto i sindacati che già per tre volte hanno bloccato gli impianti ricorrendo allo sciopero. «Se c´è qualcuno che ha sbagliato è giusto che paghi'' spiega Isidoro Petrini della Cgil - Quelle contestazioni sono indiscriminate e gettano fango su tutti i lavoratori».
martedì 16 dicembre 2008
Riparazione?
(La Repubblica) Enzo Fornaro dice che lui e la sua famiglia su quel camion ci sono già saliti. «Ho trent' anni e ho già avuto un cancro. Un tumore ha ammazzato mia madre». Enzo Fornaro è un imprenditore agricolo di Taranto. Il camion invece è uno dei tre che ieri mattina ha caricato 1.150 pecore (600 circa erano di proprietà della famiglia Fornaro) e le ha trasportate in un macello di Conversano, dove oggi verranno ammazzate. Prima una scossa in testa, per stordirle. Poi - tramite un sistema meccanico - ammazzate per iugulazione, cioè con il taglio della giugulare. La loro carne non finirà però sulle tavole degli italiani. Ma in discarica: "rifiuto di tipo 1", dicono le carte bollate. Significa rifiuto tossico altamente pericoloso. I 1.150 capi deportati ieri e gli altri settecento che verranno trasportati stamattina sono infatti le italianissime bestie alla diossina. Si tratta di pecore e agnellini allevati a pochi passi dalla zona industriale di Taranto che analisi della Asl, ordinate dalla Procura, hanno dimostrato essere contaminati: condannati a morte dalla geografia, ammazzati per il solo fatto di essere nati a Taranto, la patria della diossina in Italia e probabilmente di Europa per colpa dello stabilimento siderurgico dell' Ilva («ma noi con c' entriamo con questa storia delle pecore» precisano dall' azienda) e di altre fabbriche.
Queste bestie erano destinate alla macellazione. Ma mai avrebbero potuto entrare nel ciclo alimentare: la loro carne sarebbe stata pericolosa per l' uomo. Dovevano essere abbattute. L' ordine sanitario è arrivato poco più di due mesi fa. Il trasporto soltanto ieri: si è dovuto attendere, come impone la legge, la nascita di un centinaio di agnelli visto che molte capre erano gravide. Saranno tutti uccisi. Agli otto allevatori colpiti la Regione ha riconosciuto un rimborso (poco più di centomila euro) ritenuto però assolutamente insufficiente. «Gli unici a pagare siamo stati noi che ci siamo ammalati e abbiamo perso il lavoro. E queste povere bestie - spiega Fornaro - Gli altri sono là, con le ciminiere che continuano ad avvelenarci».
«La storia degli agnelli di Taranto è un po' il paradigma dell' inquinamento di questa città: rimane la strage degli innocenti e quel senso di impunità» denunciano le associazioni ambientaliste. «Il fatto che ci sia una contaminazione nella catena alimentare - spiega il direttore regionale dell'Arpa, Giorgio Assennato - rende ancora più urgenti le misure di contenimento delle emissioni tossiche». Misure che il consiglio regionale della Puglia discuterà il 16 dicembre: proposta dal governatore Nichi Vendola (e passata in commissione con l' astensione dell' opposizione) la legge pugliese imporrebbe il dimezzamento delle emissioni a tutte le fabbriche (Ilva compresa) entro aprile prossimo e una riduzione di circa otto volte quelle attuali nel 2010. Poi, ci sono le pecore. Che potrebbero diventare il simbolo del futuro di Taranto: alcune analisi, disposte alla Procura, potrebbero dimostrare la matrice della diossina. Indicherebbero cioè per la prima volta in maniera scientifica (e giudiziaria) la correlazione tra l' inquinamento e l' inquinatore. Saranno le pecore a dare un nome e un cognome agli avvelenatori di Taranto.
lunedì 27 ottobre 2008
Parliamo due lingue...
La letteratura è piena di figure che attendono pazienti mentre si svolgono le trame della narrazione.
A Taranto non si può più attendere: gli allevamenti chiudono, la piccola impresa fallisce, dominano inettitudine e speculazione tinte di false necessità ed emergenze.
E mentre già aria, terra ed acqua erano tra le più inquinate d'Europa, ora anche il cibo "sa di morte" come ci racconta il destino di 1300 animali innocenti in attesa di un colpo fatale (più 200.000 uomini...).
E intanto il valzer della politica continua con vecchie facce e nuove chiacchiere!


lunedì 7 luglio 2008
martedì 27 maggio 2008
Le verità scientifiche sull'inceneritore....

Gli inceneritori uccidono. Rotto l’omertoso silenzio sulle verità scientifiche. Pubblicati i link
di Eleonora Gitto, 24/05/2008"435 ricerche scientifiche internazionali provano un aumento spaventoso di tumori e nascite malformi in prossimità dei termovalorizzatori”. La notizia, a sorpresa, è stata pubblicata dal quotidiano la Repubblica, venerdì 16 maggio, pagina 90. Un semplice trafiletto che ai più passa inosservato, ma che non sfugge agli attenti lettori che da sempre sostengono la tesi della nocività degli inceneritori.Certo, come ha fatto rilevare Jacopo Fo nel suo blog, è un fatto straordinario, che la Repubblica decida, se pure in sordina, di smentire sia quanto tutti affermano da tempo per rincorrere la strategia “dell’impiantistica” come panacea del male "rifiuti", sia l’oncologo Veronesi, che ha sostenuto che i termovalorizzatori non sono nocivi.
A nessuno è sfuggita la grande polemica fra Veronesi e Peppe Grillo. Così come a nessuno è sfuggito che, Grillo per affermare l’esatto contrario dell’oncologo, è stato messo alla gogna da media e stampa.
Ma, probabilmente, anche per il quotidiano nazionale era impossibile ignorare ben 435 ricerche scientifiche che provano la grande pericolosità di questi impianti.
L’ultimo dei 435 studi citati è quello pubblicato dall'Istituto Statale di Sorveglianza Sanitaria francese, sito http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/, citato anche dall’autorevole quotidiano, dal quale si evince che "nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento".
"La causa è da imputare all’emissioni di Diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a "inceppare" uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali”.L’allarme inceneritori è stato dato anche dai Medici Ambientalisti, oncologi, hanno inviato al Parlamento Europeo una lettera aperta indirizzata ai fratelli Prodi, per emendare il testo proposto dal Consiglio: Linee Guida Sui Rifiuti
Nella lettera si legge “Con questa lettera aperta vogliamo ribadire con forza che l’incenerimento è l’ultimo dei rimedi da adottare nella scala delle priorità per lo smaltimento dei rifiuti. E’ una pratica che inevitabilmente produce sostanze nocive e cancerogene e che non risolve il problema: almeno un terzo della quantità trattata si trasforma in ceneri ( una parte delle quali altamente tossica) che sono a loro volta da sistemare in discariche e finiranno per perdersi nell’ambiente.
La combustione provoca, sempre, non la eliminazione ma la trasformazione delle sostanze che si inceneriscono innescando un processo che determina la produzione e l’emissione di sostanze molto pericolose (cancerogene) una per tutte la Diossina ed i suoi congeneri che si accumulano in tutte le fasi del ciclo alimentare. I dati di letteratura scientifica sull’aumento di diossine nei pressi degli inceneritori sono numerosi e preoccupanti, tanto che nella gran parte dei Paesi Occidentali l’incenerimento dei rifiuti non viene più incentivato da tempo.
Solo l’Italia ha lasciato tuttora contributi (CIP6, certificati verdi) per la costruzione di tali impianti avendo equiparato impropriamente ed in contrasto con le direttive europee l’ energia che proviene dal bruciare rifiuti a fonte rinnovabile di energia. Senza tali contributi tutti questi impianti sarebbero in perdita dal punto di vista della produzione energetica e dei costi, e non si dimentichi che le emissioni nell’aria di CO2 e di fumi da combustione contrastano sia con le dichiarazioni del Trattato di Kyoto e soprattutto con il diritto dei cittadini alla salute e ad un futuro sano per le prossime generazioni”.
Qui di seguito sono elencati i link di siti scientifici che hanno pubblicato ricerche sulla pericolosità degli inceneritori:
- Chemosphere. 2008 Apr 26: Relationship between dynamic change of copper and dioxin generation in various fly ash.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1844284…Pubmed_RVDocSum
- Rev Environ Contam Toxicol. 2007;190:1-41. Dioxin formation from waste incineration. [Department of Environmental Toxicology, University of California, Davis, CA 95616, USA.]
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1743233…Pubmed_RVDocSum
- Environ Sci Technol. 2008 Mar 15;42(6):1904-9. Occurrence and profiles of chlorinated and brominated polycyclic aromatic hydrocarbons in waste incinerators.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1840961…Pubmed_RVDocSum
- Chemosphere. 2006 Mar;62(11):1899-906. Epub 2005 Oct 5. Formation of dioxins from combustion of polyvinylidene chloride in a well-controlled incinerator.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1621357…s&dbfrom=pubmed
- Environ Sci Technol. 2002 Mar 15;36(6):1320-4. Formation of PCDDs, PCDFs, and coplanar PCBs from polyvinyl chloride during combustion in an incinerator.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1194468…s&dbfrom=pubmed.
- Environ Health. 2007 Jul 16;6:19. Sarcoma risk and dioxin emissions from incinerators and industrial plants: a population-based case-control study (Italy).
Infine, uno studio condotto da Paola Zambon, dell’istituto oncologico veneto, registro dei tumori del Veneto: Environ Health. 2007 Jul 16;6:19. Sarcoma risk and dioxin emissions from incinerators and industrial plants: a population-based case-control study (Italy):http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/1763411…Pubmed_RVDocSum.
Lo studio si conclude con queste parole :
CONCLUSION: Our study supports the association between modelled dioxin exposure and sarcoma.
mercoledì 2 aprile 2008
Ilva: un altro caso di mobbing

Da La Repubblica - Bari, del 2 aprile 2008, pag. VIPer mostrare tutta la nostra solidarietà agli operi Ilva, all'Associazione 12 giugno, e a tutte le famiglie che hanno visto cadere in infortunio per alcuni mortale i loro figli, presenziamo all'udienza straordinaria l'11 Aprile 2008, ore 9.00, Tribunale di Taranto, Aula G.
lunedì 29 ottobre 2007
L'isola della spazzatura......
dal sito di La Repubblica
Si chiama Pacific Trash Vortex. Ha un diametro di 2500 chilometri
ed è profonda 30 metri. Il suo peso ha raggiunto 3,5 milioni di tonnellate
Nel Pacifico l'Isola della spazzatura per l'80 per cento formata di plastica
Come un deserto oceanico, dove la vita è ridotta
solamente a pochi grandi mammiferi o pesci
di LUIGI BIGNAMI
LO CHIAMANO Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. "E' come se fosse un'immensa isola nel mezzo dell'Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa "isola" di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate", spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.
Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all'esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L'area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.
Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l'area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.
In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.
Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all'anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.
La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina.
(29 ottobre 2007)
martedì 23 ottobre 2007
Quanto inquinano le grandi navi....
venerdì 5 ottobre 2007
Diossina a Taranto: la salute negata

Sta avendo ogni giorno più spazio tra i giornali locali e nazionali la notizia della diossina presente nel nostro territorio. A lanciare l'allarme non sono solo i "ficcanaso ambientalisti" ma anche gli stessi medici e ricercatori che in ambito scientifico lavorano.
Il problema diossina non è però un caso prettamente locale.... infatti vicino a noi, in un'altra regione del Sud, e per la precisione in Campania, i nostri connazionali stanno combattendo la stessa battaglia: là la diossina ha già fatto le sue vittime.
A pagarne le conseguenze Vincenzo Cannavacciuolo, "il pastore ucciso da un tumore sei mesi fa, dopo che centinaia di pecore del suo gregge, avvelenate dalla diossina accumulata in anni di pascolo sui terreni acerrani, sono morte o sono state abbattute. Nel sangue di Vincenzo , prelevato poco prima che morisse e pure inviato per le analisi a Porto Marghera ed in Canada, sono stati riscontrati valori di diossina pari a 255 picogrammi per grammo".
Un medico napoletano, Antonio Marfella, il quale lavora al Pascale, si è sottoposto, a sue spese, ai test che rilevano i livelli di diossina nel corpo umano. Si è dunque rivolto al Consorzio Interuniversitario Nazionale La Chimica per l’Ambiente, che ha sede a Porto Marghera, e, per le controanalisi, ai Pacific Rim Laboratories, in Canada. Gli strumenti hanno riscontrato 74 picogrammi di diossina per grammo, oltre 7 volte il livello base di riferimento in città industriali, che è di 10 picogrammi per grammo. (Per avere maggiori informazioni su questo articolo cliccare qui)
Chissà quali risultati avremo, se una parte di noi abitanti a Taranto, magari abitanti del rione Tamburi, si sottoponesse ai test per rilevare i livelli di diossina presenti nel corpo umano....
Dal Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2007, pag. 5.
venerdì 13 luglio 2007
Da La Repubblica: Taranto e la crisi idrica in prima pagina

Qui sotto riportiamo un articolo di Lello Parise pubblicato oggi sia sul sito della "La Repubblica" che sul quotidiano stesso, all'interno del quale lo stesso articolo veniva posto tra le principali notizie in prima pagina. Lo si riporta qui sotto in versione integrale.
Da una settimana la città pugliese è a secco. Inchiesta della Procura
La denuncia del sindaco: vogliono privatizzare l'Acquedotto
Taranto in fila davanti alle fontanelle: "È sabotaggio, marceremo su Bari"
di LELLO PARISE
TARANTO - È in piazza Ebalia, nel salotto buono della città, che si scopre l'esistenza di due tipi di acqua: quella da bere e quella da guardare, ma non toccare. Una colonna di "oro blu" si alza verso il cielo dalla Rosa dei Venti o il "fontanone", come lo conoscono tutti da queste parti. Fa da sfondo, irriverente quanto irritante con i tempi che corrono, al profilo di una delle otto autobotti destinate ad offrirla, l'acqua potabile, ai tarantini rimasti a secco. Tutti in fila armati di bottiglie o taniche di plastica, e con un diavolo per capello. "Dissestati, dopo il crac finanziario dell'amministrazione comunale, e adesso addirittura assetati" sibila a denti stretti, con al seguito un paio di bidoni da dieci litri, Francesco Bolognini. Quelli che gli stanno accanto sudati e assonnati, non aprono bocca: si limitano a fare di sì con la testa.
La metropoli dei Due Mari, secondo capoluogo pugliese per numero di abitanti, ha i nervi a fior di pelle. Da una settimana questo è il "fronte caldo" dell'emergenza idrica in Puglia. Tanto che il sindaco Ippazio Ezio Stefàno, eletto appena un paio di mesi fa, si spinge a dire che c'è "la possibilità che vi siano azioni di sabotaggio e magari lobby in azione che vogliano rilanciare in modo strumentale il problema della privatizzazione dell'Acquedotto pugliese".
Nei quartieri del centro come il Borgo, o in quelli della periferia, a San Vito ma pure nel rione Italia, aprire i rubinetti è come giocare con la ruota della fortuna: "Esce o non esce?". Questa dell'acqua che non c'è, è la prima grana del nuovo sindaco. In mattinata telefona ai tecnici di Aqp, la società incaricata di gestire la distribuzione da un capo all'altro del tacco d'Italia, che gli rispondono un po' trafelati e un po' seccati: "Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare". A quel punto Stefàno, uomo mite, perde le staffe: "Vorrà dire che se l'acqua non ritornerà immediatamente a scorrere regolarmente, io carico la gente sui pullman e la porto a protestare davanti alla sede di Aqp". Aspettando che si materializzi, già la ribattezzano la marcia su Bari.
Nel frattempo il primo cittadino, un medico, decide di chiudere alcuni uffici comunali: "Rischiavamo grattacapi seri di tipo igienico-sanitario". Ieri non c'era acqua neppure a palazzo di giustizia, dove il procuratore Aldo Petrucci apre un'inchiesta a proposito di questa "situazione vergognosa". Affida le indagini alla Digos, si procede per ora "contro ignoti" sulla base del reato che punisce l'interruzione di un servizio pubblico. Ma, avverte il capo dei requirenti, "a brevissimo" dovrebbero scattare gli avvisi di garanzia. Petrucci vuole capire chi avrebbe potuto evitare l'esplosione della crisi idrica. Quello che invece proprio non capisce è il perché solo nella capitale dell'acciaio rispetto al resto della regione si debba andare avanti come in un paese dell'Africa nera.
Taranto provincia d'Africa è appunto, la battuta tra l'indispettito e il rassegnato che circola con più insistenza ormai da 168 ore, tante quante sono quelle della siccità. Va per le spicce Luciano Mineo, diessino, vicepresidente del consiglio regionale: "Soltanto in questi giorni si stanno attivando i pozzi artesiani, per prelevare dalla falda l'acqua che manca, con colpevole ritardo da parte di Aqp". Che ecumenico, fa sapere: "Previsto per oggi un ulteriore miglioramento". Vietato sbagliare.
(13 luglio 2007)
