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lunedì 16 marzo 2009

A Taranto lo stato chiude i rubinetti(di fondi), a Maglie li apre

...sarà un caso che il "ministro" Fitto sia di Maglie?


Grandi opere: la Puglia perde 720mln
di MASSIMILIANO SCAGLIARINI

Se quella delle infrastrutture è la cura che il governo mette in campo per l’economia italiana, allora alla Puglia spetta un blando sedativo: appena 274 milioni di euro su un totale di 10,6 miliardi che la scorsa settimana il Cipe ha messo a disposizione per aprire nuovi cantieri. Ma, e questo è più grave, rispetto agli accordi firmati un anno fa con il governo Prodi, ci sono 720 milioni di euro in meno: venerdì scorso, con un colpo di penna, lo Stato ha cancellato i finanziamenti a 24 progetti. Medio-piccoli dal punto di vista del valore economico, grandi sotto il profilo dell’importanza strategica.
IL CONFRONTO - La cifra (720,13 milioni) emerge dal confronto che la «Gazzetta» ha fatto tra il piano Cipe di venerdì 6 e l’accordo di programma Stato-Regione che la Puglia ha firmato nel 2007 (e poi rivisto nel 2008) con l’allora ministro Antonio Di Pietro. Un accordo da 1,389 miliardi che attingeva, sostanzialmente, agli stessi fondi cui ora ha attinto il Cipe: i Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) e le risorse della programmazione europea 2007-2013. Nel giro di un anno, però, i fondi Fas di competenza statale hanno subito una corposa quota dimagrante che ha quindi alleggerito la disponibilità per le Regioni. Vediamo perché.
LE CIFRE DEL PIANO - Il piano presentato venerdì dal Cipe, come ha fatto notare il «Sole-24 Ore», vale in realtà 10,8 miliardi e non 16,6, perché circa 6 miliardi arriveranno da investimenti privati. La quota di Fas destinata alle infrastrutture è di 8,7 miliardi: ai 12,3 di partenza bisogna infatti sottrarre i 3,6 miliardi che la legge ha destinato alle Fs (per pagare i treni dei pendolari) ed alla Tirrenia (i traghetti). Aggiungendo i 2,1 miliardi che l’ultima Finanziaria ha destinato alla legge Obiettivo, ecco i famosi 10,8 miliardi.
LE INCOGNITE - I 16,6 miliardi (10,8 più 5,8 che alcuni privati investiranno in autostrade) non sono stati assegnati a singole opere. Il Cipe ha definito soltanto un lungo elenco di progetti, suddivisi per tipologia, che rappresentano le priorità: per soddisfarle ci sono 2 miliardi per le strade, 2,75 per le ferrovie, 1,51 per le reti di trasporto, 150 milioni per gli schemi idrici, 1,3 miliardi per il Ponte sullo Stretto... Se ci si diverte a sommare il valore di progetto delle varie opere, si ottiene una cifra superiore ai 40 miliardi: 3-4 volte la disponibilità.
DUE OPERE - In questo elenco la Puglia compare due volte: il nodo ferroviario di Bari (apparentato con quello di Cagliari, che però è solo un’idea) e il raddoppio della statale Maglie-Leuca. La disponibilità finanziaria, come detto, non è stata ancora definita: avverrà in sede di sottoscrizione dei nuovi accordi di programma Stato- Regione. Ma, stando a quanto anticipato nei giorni scorsi dal ministro Raffaele Fitto, dovrebbero esserci 136 milioni per la Maglie- Leuca e 138 per il nodo di Bari: 274 milioni.
I «RESTI» - A quei 274 milioni ne vanno aggiunti altri 395 che sono stati assegnati al nodo di Bari con il Pon Trasporti: saliamo così a 669 milioni. Ci sarebbero pure i 111,55 milioni che la Regione investirà sulla Maglie-Leuca, soldi disponibili fin dal 2002 che quindi non rientrano in questa partita. Ma anche volendo considerarli (il che equivarrebbe a sommare pere con banane), il discorso resta pressoché uguale: oggi come oggi restano disponibili solo i 914 milioni che provengono dalla quota regionale dei Fas (la lista delle opere è nella pagina accanto).
IL VECCHIO ACCORDO - L’accordo del 2007-2008 con Di Pietro metteva in campo, come detto, 1,389 miliardi di fondi «nazionali»: sottraendo i 669 milioni disponibili oggi, si ottengono appunto 720 milioni di minori finanziamenti. Cosa significa, all’atto pratico? Significa che rimangono senza copertura finanziaria alcuni progetti strategici per lo sviluppo della regione. Per il turismo: niente soldi alle strade che portano a San Giovanni Rotondo. Per la sicurezza: tagliati i finanziamenti alla Casamassima- Putignano (una delle tante strade della morte) e alla vatiante Toritto-Modugno sulla statale 96. Per la mobilità urbana: a secco la terza mediana bis di Bari e la tangenziale Ovest di Foggia. E poi, niente soldi allo sviluppo del porto di Taranto: niente dragaggi, niente bretella ferroviaria, niente opere per la protezione dal moto ondoso, addio al nuovo centro servizi di San Cataldo.
LE CONSEGUENZE - Negli ultimi 10 anni, dicono gli esperti, la Puglia ha assistito più volte a questo tira e molla di progetti che compaiono e scompaiono dalla lista dei finanziamenti. Il fatto è che le opere non sono tutte uguali, perché alcune hanno un significato strategico fortemente legato al momento storico. Torniamo al caso di Taranto, che nel 2006 è diventato il secondo porto d’Italia dopo Genova: come potrà continuare a crescere, se i fondali restano a 14 metri e non consentono l’ingresso delle navi più grandi? Perché i cinesi di Hutchison, che hanno rilevato la Tct, dovrebbero scommettere sullo scalo pugliese se (oltre a non esserci l’acqua corrente) non è possibile sfruttare lo scambio intermodale nave-ferro? Sono solo due esempi. Ma ogni rigo di quella tabella racchiude una possibilità di crescita del territorio. Ogni rigo cancellato è un ostacolo che resta sulla strada dello sviluppo.
(La Gazzetta del Mezzogiorno)

lunedì 14 aprile 2008

Come si fanno le grandi opere

Opere e territorio. Parte seconda
Dopo le istruzioni per la VIA facile, ecco un esempio di come si "tengono a bada" l'ambiente e le popolazioni locali per opere di "interesse nazionale". Non sempre tutto passa inosservato e quando viene fuori il trucco si capisce qualcosa di più di come vanno le cose.


Da Filippo Incorvaia, servizio di Domenico Guarino (controradio)

Tredici condanne e tre assoluzioni di cui due per prescrizione, sono state chieste per i danni provocati alle falde idriche e ai torrenti dai cantieri per l'Alta velocità tra Firenze e Bologna, nel territorio del Mugello. Le condanne e le tre assoluzioni sono state chieste dal pm Gianni Tei nei confronti di 16 fra dirigenti e dipendenti di Cavet, il consorzio di imprese che ha avuto in appalto i lavori. Sulla quantificazione della pena si dovrà attendere la fine della requisitoria che proseguirà con il pm Giulio Monferini per le accuse relative all'inquinamento provocato dai residui delle escavazioni per le gallerie. Il pm Tei, come già anticipato alla scorsa udienza, ha chiesto al tribunale la trasmissione degli atti del processo alla Corte dei Conti per valutare eventuali responsabilità per danno erariale a carico di Regione Toscana e ministero dell'Ambiente, per omesso controllo: secondo il pm, sulla realizzazione dell' Alta velocità, di fatto è mancato. E' vero che fu costituito a tal fine l'Osservatorio ambientale, ma ha finito per funzionare come "parafulmine", non impedendo che si realizzassero i danni ambientali.
L'azione dell'Osservatorio avrebbe dovuto rafforzare i controlli di Regione e ministero, non sostituirli. Il pm ha poi spiegato che Cavet, il consorzio di imprese che si aggiudicò i lavori, "ha fatto ciò che ha voluto e potuto fare", confutando i vari argomenti addotti per giustificare i problemi idrici verificatisi nel corso dei lavori: dalla colpa alla siccità, al fatto che non dipendeva dai cantieri, alla tesi che l'acqua sarebbe tornata o che tutto era previsto.
E' stato anche sottolineato come il geologo della Regione che, nel '95, segnalo' i rischi per le falde a causa della costruzione, "non ha fatto carriera: era al settimo livello e lì è rimasto". Infine il pm ha anche citato la teoria economica della "cattura", per evidenziare come nel caso della Tav "l'opera era tale che alla fine si è imposta, è passata avanti alle specifiche esigenze dei diversi portatori di interessi".
Il processo, che vede imputate oltre 50 persone, proseguirà il 17 aprile.