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giovedì 24 settembre 2015

Scambio di favori

Ilva, rifiuti smaltiti in una discarica interdetta per mafia

Un’inchiesta del Corriere della Sera svela un retroscena sullo smaltimento dei rifiuti da parte dell’Ilva. Finivano in una discarica siciliana interdetta per mafia.
Ad aprile la prefettura di Siracusa aveva interdetto la Cisma Ambiente, proprietaria di una discarica nel comune di Melilli. Motivo: pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata. Nella stessa discarica, una settimana dopo, arrivano 9 mila tonnellate di polverino d’altoforno, scarto di lavorazione non pericoloso. Provengono dall’Ilva di Taranto.
Come riporta il Corriere, oltre il 53% del gruppo Cisma è detenuto dalla Paratore Srl, che possiede quote fino al 63% del totale. Al timone, Antonino Paratore, amministratore unico della società e responsabile della Paradivi Servizi, che si occupa di trasporto e smaltimento rifiuti, ed è fornitore delle multinazionali del petrolio del polo industriale siracusano.
Il contratto con l’Ilva viene firmato il 26 marzo, quindi prima dell’interdizione. Un collaboratore di giustizia, Santo La Causa, parla di Nino Paratore come socio di Maurizio Zuccaro, boss all’ergastolo, nipote di Nitto Santapaola. Secondo La Causa, quando Paratore controllava la Tecnoservice, società amministrata dalla moglie, aveva pensato di cedere per dedicarsi con Zuccaro al settore delle discariche di rifiuti speciali. Tutto smentito dagli avvocati della Cisma. Ci sono dipendenti della Tecnoservice parenti del boss, questo è certo, ma il ruolo di Paratore non risulta chiaro, sebbene i suoi legali affermino che mai prove o intercettazioni lo legano al boss.
A fine giugno il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia sospende in via cautelare delle richieste delle informative prefettizie di Siracusa e Catania. Il Corriere riferisce le parole di Francesco Paolo Giordano, procuratore capo di Siracusa, che dichiara che al momento è in corso la verifica sul carico di polverino. Poteva essere trasportato a Melilli?
In particolare, alcune prescrizioni regionali impongono che, essendo l’aria ad alto rischio ambientale, la discarica avrebbe dovuto dare priorità ai rifiuti provenienti dai comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino. Tutte limitazioni che per la difesa sono antigiuridiche e non esistono, limitazioni che sono soltanto impegni, non norme.
Interpellato dagli ambientalisti, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva risposto alla Camera che il trasporto dei rifiuti in Sicilia era una soluzione temporanea in vista del completamento dell’impianto di smaltimento interno agli stabilimenti di Taranto.(Greenbiz)

sabato 1 agosto 2015

Taranto-Ilva: nessun dorma!

Per ora, solo per ora, è archiviato il processo “Ambiente Svenduto” , per il disastro ambientale causato da ’Ilva,  del quale  la prima udienza è stata fissata per  il 20 ottobre in Corte d’Assise. I rinvii a giudizio sono stati  44…ma nessuno dorme….
La Procura di Taranto procede nel suo stare attenta al siderurgico. Pare ci sia  un’inchiesta altra, una sorta di inchiesta-bis, che muove i passi , sempre nella direzione della ricerca affannosa e mai semplice di verità e giustizia. Ci sono esposti,  immagini, video, denunce e segnalazioni, mesi di lavoro che attendono riscontri  dall’ autorità giudiziaria. Sotto oggetto di attenzione   le gestioni commissariali a partire dal 2013. Sarebbe un nuovo filone quello di cui si sente parlare dopo  i giorni appena trascorsi , quando  sembrava chiusa per pausa estiva la questione Ilva, Altoforno 2 si, Altoforno 2 no.
Nessuno dimentica Patrizia Todisco, il gip simbolo della lotta contro l’inquinamento a cui le mamme di Taranto chiedevano di non spegnere i fari sull’Ilva ed i suoi fumi, la stessa donna   che così scriveva nell’ordinanza di sequestro preventivo degli impianti dell’area a caldo nel luglio 2013:
 “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire…”
“La grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive dell’Ilva, impone l’immediata adozione – a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana – del sequestro preventivo dei predetti impianti funzionale alla interruzione delle attività inquinanti. Ciò, affinché – considerate le inequivocabili e cogenti indicazioni affidate alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria dalle perizie espletate e dagli ulteriori accertamenti svolti nel corso delle indagini – non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’ILVA, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”
Nessuno dimentica, nessuno dorme.
Ci sarebbero, dunque,  segnalazioni e  denunce, che la  Magistratura accerterà con i suoi doverosi approfondimenti, in riferimento a slopping continui,  dispersione di amianto. Le associazioni ambientaliste non si fermano e continuano il duro lavoro del fotografare, filmare, anche sotto i 40 gradi, e molto di più, che attanagliano la città in una bolla di calore, esasperando chi non respira qui in città, per raccontare che Ilva continua ad inquinare attraverso denunce ed esposti ad Arpa Puglia, Asl, Custodi giudiziari Ilva, anche se  legge salva-ilva del  marzo 2015, però,  prevede per i commissari straordinari una sorta di scudo giudiziario, dunque si salverebbero da responsabilità eventuali nella fase di attuazione dell’AIA.
Nessun dormiva … nessun dorme adesso…e nessun dorma mai…
E la nostra città non dormirà mai in un letto di rovine, di degrado, non lo permetteranno le voci di chi protesta ancora e sempre, nonostante il sale gettato sulle ferite. E la sera si tinge di emozioni e colori che poche città e pochi mari sanno regalare…
Come le due barche che solitarie al tramonto sui pali delle cozze tarantine,  continuano la loro vita di barche, che pescano e che ci chiedono di non dormire, di restituire alla città che splendeva sul mare  i suoi raggi migliori. (Articolo21 - M. Santoiemma)

venerdì 31 luglio 2015

Atto II

Veleni dell'Ilva, nuova inchiesta: "Ha continuato a inquinare"

Mentre trecento operai torneranno al lavoro da domani, e il ministero dovrà decidere nelle prossime ore se davvero l'azienda ha realizzato almeno l'80 per cento delle prescrizioni ambientali, il fronte giudiziario Ilva non sembra essersi interrotto. Il rinvio a giudizio nella maxi inchiesta "Ambiente svenduto" è solo un pezzo del lavoro dei pm tarantini. Il procuratore Franco Sebastio, l'aggiunto Piero Argentino e i sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile conducono da mesi un'inchiesta bis molto delicata con due obiettivi: il primo, capire se la nuova Ilva, quella post Riva, continui a inquinare.
L'altro filone mira invece ad accertare eventuali complicità del ministero dell'Ambiente, sin qui rimaste inesplorate. La prima parte della nuova indagine prende il via da alcuni esposti che nei mesi scorsi segnalavano nel cielo di Taranto le solite nuvole nere e fenomeni di slopping (fiammate improvvise) dall'area a caldo riaperta solo grazie all'intervento del governo. Le segnalazioni si fermano ad alcuni mesi fa: oggi le emissioni sono molto limitate perché assai limitata è la produzione. Il livello si dovrebbe alzare da domani, quando ritornerà a funzionare l'Altoforno 1 con un nuovo filtro anti-polveri. Gli esposti avrebbero già trovato riscontri in alcuni accertamenti effettuati dal Noe dei carabinieri nei mesi scorsi.
La seconda parte dell'inchiesta bis riguarda invece la questione discariche. Una vicenda molto complessa dal punto di vista tecnico e che può "valere" 500 milioni di euro. Il siderurgico ha necessità di stoccare rifiuti, pericolosi e non. E, per risparmiare, preferisce farlo in autonomia. Perché ciò accada sono necessarie, però, delle autorizzazioni speciali che la vecchia Aia (Autorizzazione integrata ambientale) non contempla. Interviene allora un'autorizzazione regionale che, però, è scaduta nel 2013 e non è stata rinnovata dall'allora governatore Vendola. A quel punto il governo ha autorizzato le discariche con un decreto legge. Tutto questo mentre l'ex commissario ambientale Edo Ronchi entrava in collisione con il comitato di esperti nominato da Palazzo Chigi per predisporre un piano sull'Ilva, che di fatto veniva stravolto. Risultato: Ilva stocca i rifiuti autonomamente, e la Procura ora vuole capire se tutto ciò è regolare. E soprattutto ricostruire l'iter che ha portato a quelle autorizzazioni.
E a proposito di permessi, sono in corso le ispezioni per valutare se sono state realizzate l'80 per cento delle prescrizioni ambientali con scadenza 31 luglio come prevede la legge. Infine, da segnalare una lettera di solidarietà firmata dal mondo scientifico, e rilanciata anche dalla Fiom, al professor Giorgio Assennato, direttore di Arpa Puglia, rinviato a giudizio con l'accusa di non aver ammesso di aver subito pressioni da Vendola: tra i firmatari c'è anche Francesco Forastiere, l'autore della perizia disposta dai giudici di Taranto che ha permesso di inchiodare Ilva. (RepBa)

martedì 28 luglio 2015

Vediamo un po'

Ilva, si stringe l’inchiesta sull’«Altoforno due»

Quale è stata la causa dell’incidente costato la vita ad Alessandro Morricella, il 35enne operaio dell’Ilva deceduto il 12 giugno scorso dopo essere stato investito, quattro giorni prima, da un getto di ghisa incandescente mentre ne stava misurando la temperatura al piano di colata dell’Altoforno 2?Una risposta potrebbe arrivare dall’accertamento tecnico irripetibile disposto ieri mattina dal pubblico ministero Antonella De Luca, titolare dell’inchiesta per cooperazione in omicidio colposo e concorso omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro che vede indagate dieci persone: si tratta del direttore dello stabilimento Ilva Ruggero Cola, del capo area Salvatore Rizzo, del tecnico campo di colata Domenico Catucci, del tecnico di cabina Vincenzo Catucci, del capo turno Saverio Campidoglio, del direttore dell’area ghisa, Vito Vitale, e poi ancora del capo reparto altoforno 2, Giovanni Zingarelli, del responsabile aziendale per la sicurezza (sil) dello stabilimento Sergio Palmisano, di Pietro Bonfrate coordinatore sil dell’area ghisa e infine di Antonio Russo, tecnico sil dell’area altoforni.
Ieri mattina, il sostituto procuratore De Luca, alla presenza dei legali degli indagati e degli avvocati Gaetano Vitale e Gianfranco Lisi, che invece assistono la famiglia della vittima, ha conferito incarico all’ingegner Roberto Bonica per acquisire, se tecnicamente possibile, il contenuto del cellulare di Morricella, della sim e della memoria aggiuntiva; e di acquisire inoltre i parametri di esercizio relativi all’andamento dell’altoforno 2 ed i parametri degli impianti di servizio allo stesso, accessori e annessi dall’1 maggio alla data di accertamento. Il consulente dovrà inoltre svolgere ogni ulteriore accertamento, acquisendo ulteriori dati che si rendessero necessari all’esito dell’operazione. L’ingegner Bonica avrà 20 giorni di tempo, a partire da ieri, per depositare l’esito della sua consulenza. Nelle operazioni sarà coadiuvato dall’ing. Barbara Valenzano, custode giudiziario dell’altoforno 2, e dai funzionari dello Spesal.
Proprio i funzionari dello Spesal ieri si sono recati nel siderurgico per compiere delle verifiche all’altoforno 2 alla luce del piano di sicurezza presentato dai legali dell’Ilva lo scorso 23 luglio per ottenere la restituzione dell’impianto, posto sotto sequestro senza facoltà d’uso prima dal pm De Luca e poi, in sede di convalida, dal gip Martino Rosati. Il pm De Luca e il procuratore aggiunto Pietro Argentino attendono il parere dei propri consulenti per poter rispondere all’istanza degli avvocati dell’Ilva.
Sul punto, ieri ha preso posizione la Fiom Cgil, sollecitando al direttore dell’Ilva una copia della relazione tecnica che l’azienda ha depositato il 23 luglio scorso alla Procura e un incontro per analizzare e confrontarsi su questo argomento.
Sono, infine, rientrati ieri al lavoro circa 300 operai dell’Ilva (che erano stati sottoposti a contratti di solidarietà) per rimettere in marcia l’Acciaieria 1, fermata da diversi mesi per lavori Aia e di manutenzione ordinaria e straordinaria. Altri operai rientreranno a breve per il riavvio dell’altoforno 1, interessato dai lavori di adeguamento alle prescrizioni Aia. Il fermo dell’Acciaieria 1 era stato disposto nel marzo scorso dopo la sospensione dell’attività dell’altoforno 5. (GdM)

mercoledì 29 aprile 2015

Galletti, il ministro dei potenti

L'ambiente è scomparso


Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente in carica dal Renzi I, è tra i membri meno attivi dell’esecutivo. Pochi progetti di legge e almeno uno sponsor elettorale dubbio. Intervistato da Ae sui criteri di nomina della commissione VIA (guarda qui il video) annuncia imminenti riforme, che tardano a prendere forma. 



Dov’è finito il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare?
Ripercorrendo le cronache di quest’anno e tre mesi di governo Renzi è una domanda spontanea. Soprattutto perché di “ambiente” questo esecutivo se ne è occupato -basti pensare alla legge “Sblocca-Italia” (cui abbiamo dedicato il libro “Rottama Italia”, 12 euro, 2015) e ai suoi effetti deleteri, o all’irrisolta questione dell’Ilva di Taranto-. 
Il titolare del dicastero si chiama Gian Luca Galletti, commercialista bolognese, già sottosegretario all’Istruzione durante il governo Letta e rappresentante, all’epoca della nomina, l’Unione di centro, divenuta poi Area Popolare. Su 102 progetti di legge di “iniziativa governativa” presentati dal 22 febbraio 2014 -data di nascita del “Renzi I”- ad oggi (Ae va in stampa il 20 aprile 2015), solo quattro -di cui uno peraltro tecnicamente “decaduto”- l’hanno visto in qualità di “primo firmatario”. Alla voce “Interventi su Disegni di legge”, invece, si conta una sola istanza, nel settembre 2014. Non che l’attivismo di un ministro debba ridursi all’iniziativa legislativa per decreto, anzi, ma che il ruolo ricoperto da Galletti sia attualmente condotto quanto meno sotto tono è pacifico. Chi ha provato a stimolarne una reazione è stata, insieme ad altri 14 colleghi parlamentari, l’onorevole Federica Daga (Movimento 5 Stelle) che l’8 aprile scorso ha depositato un esposto all’attenzione, tra gli altri, del procuratore capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, contenente  una serie di documentate segnalazioni riguardanti potenziali conflitti di interessi di alcuni componenti della Commissione nazionale valutazione d’impatto ambientale (VIA) in seno al ministero. Istituita nel 2007 e dal mandato triennale, la commisssione VIA è chiamata a valutare gli impatti di opere strategiche per il Paese e a monitorare l’effettiva “affidabilità” di chi le realizza alla luce delle prescrizioni (economiche o progettuali) impartite. Scorrendo le pagine dell’esposto si apprende però che -solo per il periodo compreso tra il 1989 e il 2000- “per 100 delle 175 opere realizzate e analizzate, il ministero (dell’Ambiente, ndr) ha ammesso di non conoscere l’esito delle prescrizioni ad oltre 13 anni di distanza dall’autorizzazione [...]. Complessivamente su 1.694 prescrizioni impartite, ne risultano ottemperate con certezza 539”. Tra i 50 “tecnici” che in questo momento stanno valutando con terzietà e competenza le 231 procedure “in corso” di VIA (5 pratiche relative ad aeroporti, 2 impianti chimici, 5 impianti eolici off-shore, 1 raffineria, 25 pozzi per la ricerca di idrocarburi, 1 rigassificatore e così via, dati del ministero dell’Ambiente al 20 aprile 2015, minambiente.it) ci sarebbero commissari che sono contemporaneamente soci di importanti società di progettazione, talvolta consorziate ad esempio con Anas, una società tra quelle sottoposte a procedure di VIA. L’esposto ha preso la forma di interpellanza parlamentare, il 16 aprile scorso, rivolta direttamente a Galletti.  Intervistato il giorno seguente e sullo stesso punto da Altreconomia, il ministro Galletti non ha di fatto smentito l’esistenza di un “problema” all’interno della Commissione VIA -peraltro scaduta da un anno-, annunciando infatti l’imminente pubblicazione del “bando per la selezione dei componenti della commissione per la valutazione d’impatto ambientale”. “Per la prima volta -ha detto il ministro- ci saranno una serie di incompatibilità e di requisiti richiesti per farne parte”.
Annunci a parte, quel che resta sul tavolo è interrogarsi sull’eredità di un sistema che fino ad oggi non ha evidentemente funzionato. O l’ha fatto secondo logiche diverse dal principio immaginato. È credibile una sospensione delle opere valutate precedentemente dai soggetti potenzialmente interessati da un conflitto di interesse?, abbiamo chiesto a Galletti. “No, non abbiamo neanche avuto richieste di tal genere, neanche dal dottor Cantone -ha risposto-. E comunque non avremmo lo strumento per poterlo fare”. Nessuna moratoria, dunque, nemmeno dopo le inchieste giudiziarie (una su tutte “Sistema”, che ha riguardato l’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza) che hanno dimostrato la fisiologica stortura della filiera delle “grandi opere”.


“Io non voglio mettere l’ambiente contro le grandi opere -ebbe a dire Galletti ospite a La7 nel novembre 2014-. Io sono disponibile a fare le grandi opere se queste non hanno un impatto sull’ambiente. E ho degli elementi per verificarlo: le valutazioni di impatto ambientali”. Ecco, a pochi mesi di distanza, i dati raccolti nell’esposto, che il ministro non ha smentito, l’hanno contraddetto. Ma decisioni conseguenti, anche retroattive, non sono in agenda. Tra i poteri del ministro ci sarebbe, ad esempio, la destituzione dei commissari più “compromessi”, come già accaduto quando in via Cristoforo Colombo era insediato Andrea Orlando, poi traslocato al ministero della Giustizia. Gualtiero Bellomo, già membro della commissione di VIA-VAS (valutazione ambientale strategica), venne infatti “sospeso” per sei mesi a seguito di una manifesta “inopportunità” sorta dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta sul Tav di Firenze. Questo strumento, però, sembra non interessare al momento al ministro Galletti.
Anche la struttura del ministero merita uno sguardo. L’ufficio legislativo, che tra le altre cose “coordina e definisce gli schemi dei provvedimenti normativi promossi dal ministro” ed “esprime parere sui problemi giuridici, sull’attività amministrativa di particolare rilevanza per il ministero e su ogni altro affare che il ministro ritenga di affidargli”, è coordinato -per decreto di Galletti del 15 aprile 2014-  dal magistrato amministrativo Alfredo Storto, già capo dell’identica struttura presso il ministero per la Pubblica amministrazione e la semplificazione. Storto anima ancora oggi il comitato scientifico della fondazione Magna Carta -che fa capo al senatore Gaetano Quagliariello (vedi Ae 141, settembre 2012)- in materia di “riforma della giustizia”. Tra i soci fondatori di Magna Carta, però, c’è il colosso Erg -attiva dall’eolico al termoelettrico-, i costruttori di Salcef Spa -che sul suo sito ha una sezione dedicata alle “grandi opere”-, e la Securfin Holdings Spa -di Letizia e Gianmarco Moratti-.

Il capitolo finale riguarda l’Ilva di Taranto e un dettaglio poco conosciuto che coinvolge personalmente anche il ministro dell’Ambiente. Nella “dichiarazione delle spese sostenute e delle obbligazioni assunte per la propaganda elettorale” pubblicata dall’allora parlamentare Gian Luca Galletti erano stati indicati due “contributi” di 30mila e 20mila euro da parte rispettivamente dalla Simbuleia spa e dalla S.E.C.I. spa, entrambe con sede a Bologna. 
La prima -che si occupa per statuto di “servizi amministrativi, contabili e finanziari”- è detenuta dalla una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati.
Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti,  che nell’estate 2014 verrà nominato dal governo Renzi “commissario straordinario per la Ilva Spa”. La seconda è la holding del Gruppo Industriale Maccaferri, gigante che spazia dall’ingegneria ambientale -Officine Maccaferri, che conta impianti dotati dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA) riconosciuta dal ministero dell’Ambiente- all’energia, dal tabacco -Manifatture Sigaro Toscano Spa- all’agroindustria e zuccherifici -Eridania-.
(Altreconomia)

giovedì 22 maggio 2014

Secondo round

Ilva, tumori e malattie: la procura di Taranto apre una nuova inchiesta





Alla vigilia della sentenza per i lavoratori dell'Ilva morti per l'esposizione all'amianto - sono 15 i casi al centro del processo e il verdetto è atteso per domani - la Procura della Repubblica di Taranto apre una nuova inchiesta sulle malattie che potrebbero essere state provocate dall'inquinamento del siderurgico.
A finire sotto la lente della Procura, che ha acquisito alcune relazioni dello Spesal, il servizio di prevenzione dell'Asl, è adesso il reparto di carpenteria dello stabilimento. Qui, secondo le segnalazioni fatte da lavoratori e dalla Fiom Cgil, si sarebbero verificati casi di malattie alla tiroide e di tumore con alcuni decessi.
L'ultimo dei quali è avvenuto nei giorni scorsi: si tratta di Nicola Darcante, operaio tarantino, che si era ammalato di tumore a novembre scorso. Per il reparto carpenteria dell'Ilva, al centro della nuova indagine, sono due le relazioni del Servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro (Spesal) dell'Asl consegnate al procuratore Franco Sebastio. La prima relazione risale a gennaio scorso, la seconda, invece, è di due giorni fa e conterrebbe nuovi elementi che hanno portato all'avvio di indagini della Procura. Si occupa dell'inchiesta sul reparto carpenteria il sostituto procuratore Antonella De Luca della sezione specializzata sugli infortuni sul lavoro. Dovranno essere fatti degli accertamenti medico-scientifici per capire se esista o meno un nesso tra i casi di tumore e di disfunzioni alla tiroide e il lavoro all'interno del reparto carpenteria Ilva.
Una situazione che è anche citata dal commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, nella relazione sull'andamento dell'azienda nel primo trimestre 2014 resa nota martedì scorso. Sul punto specifico Bondi afferma che relativamente alla "mansione di carpentiere e vetroresinatore ed il carcinoma tiroideo presso l'area carpenteria, si è immediatamente provveduto ad effettuare - con gli enti sociali competenti, con il Politecnico di Torino e con ditte terze specializzate - i monitoraggi ambientali presso l'area oggetto". Bondi dice che gli "esiti negativi in tal senso sono stati divulgati, da ultimo, anche dagli organismi di controllo (Arpa e Asl) intervenuti sempre su richiesta delle organizzazioni sindacali". Per il commissario dell'Ilva, quindi, "l'esito delle indagini, allo stato attuale, esclude un'esposizione dei lavoratori agli agenti inquinanti". (Rep)

lunedì 19 maggio 2014

Visti dagli altri

Ve lo ricordate l'articolo-inchiesta sull'Ilva, Taranto e i Tamburi pubblicato dal quotidiano spagnolo su El Pais il 10 maggio? (Lo trovate qui)
A distanza di pochi giorni la rivista italiana Internazionale che traduce lo ha tradotto nella sua sezione dedicata all'Italia "vista dagli altri" paesi.
Eccolo. Ora (per i non ispanofoni), finalmente, buona lettura!!!




giovedì 20 marzo 2014

Caso Ilva. Storia di uno stato che avvelena e di cittadini che si ribellano

Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, su cui la Procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio per concussione. I sindacati, simbolo della difesa dei lavoratori hanno fatto spallucce. Un Ministro dell’Ambiente, l’allora Stefania Prestigiacomo, che delle denunce fatte dai NOE nel 2011 ha preferito l’omertà. Ultimo anello di questo disastro ambientale è quello dei Riva che in nome del dio denaro hanno svenduto una città, falciandola con mortalità e malattie. Eppure Taranto non si arrende: «Le nostre paure sono intuibili però la paura si trasforma in coraggio. Taranto vuole cambiare e sta cambiando» ci dicono con speranza i cittadini.

domenica 23 febbraio 2014

Taranto: la miniera d'oro delle inchieste!

A Lecce con il cuore e la mente a Taranto. La serata conclusiva del Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta – indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti – ha annullato le distanze tra realtà parallele che talvolta intrecciano le loro storie e i loro percorsi. Il tutto avviene proprio all’interno della Manifatture Knos, spazio originalmente destinato ad un esperimento culturale e sociale in continuo divenire. Nate dal progetto di riqualificazione di una vecchia scuola di formazione per operai metalmeccanici abbandonata da anni, le Manifatture Knos vedono il coinvolgimento spontaneo di cittadini, artisti e professionisti, che hanno assunto l’impegno di restituire alla città un bene comune.
Lo spazio è di proprietà della Provincia di Lecce che lo ha affidato all’associazione culturale Sud Est nel dicembre 2006, sulla base di un progetto culturale condiviso. Qui si è dato vita a un centro internazionale di ricerca, formazione e produzione culturale basato sull’autonomia artistica e organizzativa. Come non pensare, allora, alle Officine Tarantine e ai sogni (ad occhi aperti) dei ragazzi che hanno occupato gli ex Baraccamenti Cattolica, animati dalla stessa volontà di recuperare spazi abbandonati per dare respiro – in termini culturali e sociali – ad una realtà offuscata da fumi e veleni e dall’ottusità di un classe politica incapace di volgere lo sguardo oltre l’acciaio e gli interessi dei soliti noti?
E’ una serata dedicata alla riflessione. Si parla del ruolo del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta, ed inevitabilmente si finisce per parlare di una città martoriata dalla grande industria inquinante, finita improvvisamente sotto i riflettori dei media nazionali, dopo decenni di silenzio talvolta complice. Non è un caso, infatti, che molti dei lavori presentati al premio Michele Frascaro (animatore della rivista L’impaziente, scomparso prematuramente a 37 anni nel 2010) abbiano puntato sul contraddittorio rapporto tra Taranto e Ilva.

Tra gli over 35, la giuria ha valutato ex aequo come migliori inchieste quelle di Girolamo De Michele, autore di cinque articoli su Taranto e l’Ilva, e Ornella Bellucci, autrice del lavoro radiofonico trasmesso da Radio3 – Rai che indaga quanto e come la presenza dell’Ilva incide sull’ambiente, l’economia e la società tarantine. Non manca, però, l’eccezione alla regola. E’ il caso del premio dei lettori, attribuito in base al voto on line, andato a Gianmario Leone con la sua inchiesta su “Tempa Rossa”, un giacimento scoperto nel 1989 in Basilicata, il cui petrolio sarà trasportato tramite una condotta interrata fino a Taranto.
Ed è proprio Leone, giovane collega tarantino, collaboratore del TarantoOggi e del Manifesto, i cui articoli vengono pubblicati anche su InchiostroVerde, a spiegare la sua scelta controcorrente: «Io credo che l’inchiesta giornalistica debba arrivare sempre prima dell’intervento della magistratura. Taranto è una città profondamente disinformata. Paga un mondo giornalistico quasi del tutto assente. Soltanto dal 26 luglio 2012 (data del sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, disposto dal gip Patrizia Todisco), quando tutta Italia ha scoperto il problema, la stragrande maggioranza dei giornalisti tarantini si è svegliata. Dire che l’Ilva inquina e che Riva è un delinquente dopo che è intervenuta la magistratura è una cosa che sanno fare tutti. Dirlo prima, come abbiamo fatto noi col TarantoOggi, era molto più difficile”.
D’altronde, in una realtà come quella ionica, dove gli spot e le campagne pubblicitarie dell’Ilva garantivano a gran parte delle tv e dei giornali locali di “campare” o, comunque, di avere introiti preziosi per tirare avanti, era inevitabile che si mettessero in moto meccanismi perversi, a tutto vantaggio dei padroni dell’acciaio. E la cosa più grave, come sottolineato dal collega Leone, è che molti dei protagonisti del giornalismo “complice”, finiti anche nelle intercettazioni raccolte dalla Procura, sono rimasti al loro posto o sono riusciti a riciclarsi, facendosi forti di una ritrovata quanto miracolosa verginità (così come accaduto per politici e sindacalisti ritrovatisi nella medesima situazione). Il tutto, in attesa, che prima o poi l’Ordine dei Giornalisti si esprima sulla loro condotta.

La serata salentina si è conclusa con la la proiezione del video vincitore del premio in denaro: Maracash di Emiliano Carico e Giuseppe dell’Atti, un filmato di 40 minuti che ricostruisce la storia degli appartamenti di proprietà del travestito “Mara”, nel cuore del centro storico leccese, per anni affittati ai migranti. Un’inchiesta che mette a nudo le contraddizioni all’interno delle politiche sociali della città di Lecce. Perché è proprio tra le pieghe delle contraddizioni che il giornalismo d’inchiesta trova terreno fertile. Quando, davvero, le va a cercare.

Alessandra Congedo

venerdì 7 febbraio 2014

Maxi inchiesta sull'Ilva il processo si avvicina «Entro febbraio atti al gip»

Si avvicina a grandi passi un’altra tappa fondamentale dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dell’Ilva. 'Entro febbraio  trasmetteremo gli atti al gip” ha riferito oggi il procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, e quegli atti saranno accompagnati dalle richieste di rinvio a giudizio, o di archiviazione, nei confronti dei 53 indagati (50 persone fisiche e tre società).
'Abbiamo esaminato gli interrogatori resi dagli indagati – ha aggiunto Sebastio – e le memorie difensive presentate. Il lavoro è stato sostanzialmente completato quasi del tutto. Stiamo facendo le valutazioni finali”. Il procuratore ha ricordato che si tratta di “oltre 100 faldoni di carte” e che nel frattempo “ci sono elementi sopravvenuti sui quali sono in corso accertamenti”. L’occasione per riparlare della vicenda Ilva è stata, per il capo della Procura ionica, una conferenza stampa convocata per tracciare il bilancio dell’attività del suo ufficio nel 2013. Il 30 ottobre scorso la Procura ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari sull'inquinamento causato dall’Ilva.
Tra i 53 indagati, oltre ai vertici del gruppo Riva, ci sono anche il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (accusato di concussione), il sindaco e l’ex presidente della Provincia di Taranto, alcuni assessori regionali, parlamentari, funzionari e dirigenti dell’Ilva e della Regione Puglia.
Ma Sebastio non ha mancato di puntualizzare alcuni aspetti della battaglia che la città di Taranto affronta da anni contro l'inquinamento. Il problema dei reati ambientali a Taranto "è più qualitativo che quantitativo", ed è "ingiusto dire che ci  siamo improvvisamente svegliati" ha dichiarato il procuratore, ricordando di essere stato più volte ascoltato in questi anni da commissioni parlamentari e di aver consegnato nell’ultima occasione "pacchi di carte". Sebastio ha sottolineato che negli  anni "si è saliti di livello" nell’attenzione posta dall’autorità giudiziaria ai reati ambientali, e la spiegazione è che "mano a mano è cambiata la legislazione, sono venuti  fuori alcuni fatti, gli organi di controllo si sono perfezionati e sono aumentate le denunce".
Ma rispetto a tutto questo, c'è stata "una escalation di accuse ingiuste, che non significa che siamo stati perfetti. Anche noi avremo commesso errori, ma non si può dire che ci siamo svegliati all’improvviso. E’ ingiusto – ha aggiunto ancora il magistrato – anche nei confronti dei magistrati giudicanti le cui sentenze di condanna per reati ambientali sono passate in giudicato".
Non si attenua, nel frattempo, il 'botta e rispostà tra organi di controllo dei livelli di inquinamento e ambientalisti. Questi ultimi, con l’associazione Peacelink, avevano sostenuto nei giorni scorsi che a Taranto c'era stato un aumento della presenza di idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) in diverse zone della città. Affermazioni "prive di fondamento" le definisce oggi l’Arpa Puglia in una relazione pubblicata  sul sito dell’Agenzia, sostenendo che nell’area a ridosso del Siderurgico i livelli di Ipa sono diminuiti dal 2009 ad oggi. (GdM)

domenica 19 gennaio 2014

Oggi!

REPORT RAI TRE / Domenica 19 gennaio alle 22.40 su Rai3 nuova puntata Report

Domenica 19 gennaio, nuova puntata di Report su Rai Tre, ultime notizie - Sulla vicenda Ilva è necessario non far calare l'attenzione perché il commissario Bondi da sette mesi al timone dell'Ilva non ha ancora iniziato il risanamento, un decreto poco chiaro dovrebbe sbloccare i fondi ma forse a beneficio dei proprietari, infine due giorni fa c'è stata l'ultima udienza londinese del processo per estradizione di Fabio Riva, vicepresidente del Gruppo Riva, per il quale sarebbero "una minchiata i due tumori in più all'anno" causati dalle emissioni dell'acciaieria di Taranto che, grazie alla complicità dei poteri forti, ai blandi controlli, alle regole su misura, è una barca alla deriva con la cassaforte vuota (mentre, com'è stato scoperto dalla Guardia di Finanza di Milano, due miliardi di euro erano nei paradisi fiscali).

Report farà vedere dove sono finiti i generosi profitti intascati dai Riva grazie alla produzione d'acciaio a Taranto e che sarebbero dovuti essere investiti nel risanamento a tutela della salute pubblica e degli operai. L'inchiesta "Patto d'acciaio" è stata condotta da Sabrina Giannini


venerdì 29 novembre 2013

Una pagina intera di articoli

Ecco il sistema Riva, il capitalismo di relazioni che uccide l'Italia

Nessuno è innocente di fronte ai veleni dell'Ilva. Nel triangolo Taranto-Roma-Milano, tutto e tutti hanno avuto un prezzo. Non necessariamente economico. Tutto e tutti ne sono irrimediabilmente rimasti sporcati e dunque prigionieri. Nei 31 faldoni di atti e nelle 50mila intercettazioni telefoniche dell'inchiesta della Procura di Taranto depositati in questi giorni e di cui Repubblica è in possesso, c'è la prova documentale che il Sistema Riva e il capitalismo di relazioni di cui è stato espressione hanno appestato, insieme all'aria, all'acqua, al suolo di Taranto, il tessuto connettivo della politica, della pubblica  amministrazione, dei controlli a tutela dell'ambiente e della salute.

mercoledì 13 novembre 2013

Il giocattolo Niki pezzo per pezzo

Ilva, la storia che Vendola non racconta

Abbiamo smontato il video di autodifesa del Presidente della Regione Puglia, ecco quello che non ha detto. Dal 1° gennaio 1999 nelle città con più di 150 mila abitanti le Regioni dovevano far rispettare il limite di un nanogrammo a metro cubo per il benzo(a)pirene, e Taranto era fra queste. Poi il 13 agosto 2010 il governo Berlusconi rimosse quel limite e le Regioni inadempienti tirarono un sospiro, non però i cittadini che rimasero asfissiati dalle inadempienze. Fino al 13 agosto 2010 la Regione guidata da Nichi Vendola aveva il compito di intervenire. Ma non lo fece. Incontrò invece i vertici dell’Ilva, come risulta dalle intercettazioni.
Nichi Vendola non ha così applicato la normativa nazionale per difendere i polmoni dei cittadini dal benzo(a)pirene, pur sapendo che vi era una forte spinta dei cittadini preoccupati di questa sostanza altamente cancerogena e genotossica che aveva superato nel 2009 e nel 2010 il limite di legge nel quartiere Tamburi. Quando il 15 luglio 2010 si diffusero come una bomba i dati del benzo(a)pirene schizzato alle stelle, Vendola, invece di andare a Taranto e incontrare i cittadini preoccupati, incontrò i vertici dell’Ilva, fortemente preoccupati per le ragioni opposte, dato lo scalpore che i dati dell’Arpa avevano suscitato nell’opinione pubblica.
Il Direttore Generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, da quanto si legge sulla stampa che ha diffuso informazioni sulle indagini, sarebbe addirittura stato ammonito dal dirigente all’Ambiente della Regione Puglia Antonello Antonicelli, su incarico di Vendola, a non utilizzare i dati tecnici “come bombe carta che poi si trasformano in bombe a mano”. Nichi Vendola, dopo aver appreso di essere indagato dalla magistratura, ha tenuto a Bari una conferenza stampa per raccontare la sua versione dei fatti ma si è ben guardato dall’incontrare i cittadini di Taranto. La storia si ripete: Nichi Vendola scansa il confronto con i cittadini. Lancia i suoi messaggi da un video: la comunicazione unidirezionale è quella che predilige. Che fare? Visto che ha affidato la autodifesa pubblica a un video e non a un dibattito, quel video lo abbiamo smontato e controllato punto per punto, evidenziando quello che non va, in attesa che Nichi Vendola si decida un giorno o l’altro di venire a Taranto per rispondere direttamente alle domande dei cittadini. (FQ)

domenica 3 novembre 2013

Aspettando i rinvii

Ilva, inchiesta nel vivo: pm ascolteranno indagati


   Arriveranno nei prossimi giorni alla Procura di Taranto le prime richieste con cui gli indagati nell'ambito dell'inchiesta sul disastro ambientale dell'Ilva chiedono di essere ascoltati dai pm e fornire così la loro versione dei fatti. Notificati il 30 ottobre 53 avvisi di conclusione delle indagini (50 a persone fisiche e 3 a persone giuridiche, ovvero alle società Riva Fire, capogruppo, Riva Forni Elettrici e Ilva), scattano i 20 giorni previsti dalle norme perchè i singoli indagati possano chiedere di essere ascoltati dall'autorità giudiziaria oppure consegnare a quest'ultima memorie difensive. Saranno poi i pm a calendarizzare gli interrogatori di coloro che chiederanno di essere ascoltati. Esaurita quindi questa fase a valle della notifica degli avvisi, se ne aprirà un'altra nella quale la Procura trarrà le sue conclusioni e formulerà al giudice delle udienze preliminari le richieste di rinvio a giudizio e di proscioglimento.
   Tre componenti di spicco della famiglia Riva, Emilio e i figli Nicola e Fabio, l'ex presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, gli ex direttori dello stabilimento Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, l'assessore all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, l'ex assessore regionale al Lavoro e oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni, il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva: ecco chi c'è, fra gli altri, nell'elenco dei 53 indagati dopo la chiusura delle indagini della Procura di Taranto sul disastro ambientale dell'Ilva (30 ottobre scorso).
   Diversi i capi di imputazione. Ai Riva, per esempio, così come a Capogrosso, è contestata l'associazione a delinquere finalizzata a commettere delitti contro la pubblica incolumità. A Buffo, fra l'altro, è contestata l'omissione di norme di sicurezza alla base di due incidenti mortali sul lavoro avvenuti in Ilva a ottobre e novembre 2012. All'ex presidente Florido la concussione per la vicenda delle discariche del siderurgico, mentre al governatore Vendola la concussione aggravata in concorso. In sostanza, secondo i pm, sarebbe intervenuto pesantemente sull'Arpa Puglia affinchè "ammorbidisse" le relazioni sull'inquinamento dell'Ilva. Di favoreggiamento verso Vendola è accusato Fratoianni, mentre il sindaco di Taranto risponde di omissione.
Secondo i pm, si è limitato a denunciare alla Procura la grave situazione ambientale della città conseguente l'inquinamento dell'Ilva ma non ha adottato quanto in suo potere adottare perchè sindaco.
   Sia Vendola sia Stefano hanno chiesto di essere ascoltati dalla Procura. Vendola, in particolare, attribuisce alla propria giunta il fatto di aver impresso una sterzata sulla vicenda Ilva, potenziando ruolo e strumenti dell'Arpa Puglia e varando due leggi: sulla riduzione delle emissioni di diossina e sulla valutazione del danno sanitario. Il sindaco di Taranto, invece, sottolinea di aver emesso anche un'ordinanza contro le emissioni del siderurgico che poi il Tar di Lecce ha bocciato su richiesta dell'azienda.
   C'è chi annuncia già che nel processo contro i reati ambientali dell'Ilva si costituirà parte civile - è la Uil Puglia - e chi, come la Cgil di Taranto, auspica invece "che si proceda nel più breve tempo possibile verso un punto di chiarezza  nell'accertamento di eventuali responsabilità penali". Posizioni diversificate nei sindacati confederali di Taranto verso l'inchiesta relativa al siderurgico dopo i 53 avvisi di conclusione delle indagini inviati dalla Procura lo scorso 30 ottobre. Hanno annunciato la costituzione di parte civile le organizzazioni ambientaliste Wwf e Legambiente mentre già nell'atto della chiusura inchiesta sono già indicati, come parti lese, 258 tra privati cittadini, tutti proprietari di immobili ubicati nel quartiere Tamburi di Taranto - il più vicino all'acciaieria -, società di mutuo soccorso e cooperative proprietarie di cappelle funerarie nel cimitero - anch'esso, come i Tamburi, molto vicino all'Ilva - l'Istituto autonomo case popolari di Taranto - proprietario di diversi immobili nel rione Tamburi - e persino una parrocchia dello stesso quartiere, San Francesco De Geronimo. Il punto che unifica le 258 parti lese è l'aver subito danni a strutture, immobili e appartamenti a causa delle polveri di minerale provenienti dal siderurgico.
   Del tutto prevedibile che a queste prime 258 parti lese molte altre possano aggiungersene col processo che sarà celebrato in Corte d'Assise presumibilmente tra fine primavera e inizio estate 2014. L'autorità giudiziaria si è già posta il problema di reperire una sede idonea per questo processo visto anche il numero di testi. E Taranto prova ad affrontare di nuovo il tema che in quest'ultimo anno e mezzo ha tenuto banco a seguito dell'inchiesta

Ilva, ovvero come rendere compatibili la difesa del lavoro con la tutela della salute e dell'ambiente. Prova a "superare le contrapposizioni per riavviare un dialogo" l'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, che presenterà il convegno del 7 novembre al quale sono stati invitati i ministri dell'Ambiente, Andrea Orlando, e della Salute, Beatrice Lorenzin. Coinvolti anche Università e Politecnico di Bari, nonchè Procura e Comune di Taranto e Regione Puglia. (RepBa)

giovedì 31 ottobre 2013

Un testo pesante

Ecco l'avviso di conclusione delle indagini preliminari per l'Inchiesta Ambiente Svenduto sull'Ilva di Taranto e i suoi presunti "amici"


mercoledì 30 ottobre 2013

La lingua del "santo"

Perseguitato politico o economico?
Bla bla bla... 

Ilva: videomessaggio Vendola, prova dolorosa che affronto con serenita'

 "Ancora una volta mi tocca una prova dolorosa che affronto, pero', con serenita'. A chi mi vuole bene e a chi mi combatte, dico che ho la cosciena pulita. Io ho provato a capovolgere una storia di omerta' nei confronti di un potere come quello della grande industria. Ho operato con orgoglio, in solitudine e senza soggezione, scoperchiando una pentola e sfidando un gigante". Così il presidente di Sel, Nichi Vendola, nel videomessaggio diffuso sul suo canale Youtube, commenta il suo coinvolgimento nell'inchiesta sull'Ilva, che lo vede tra gli indagati. "Andremo dal magistrato - continua nel messaggio il governatore pugliese - a rispondere della mia condotta e lo farò con assoluta fiducia nella giustizia. Quando si ha rispetto per la legge nel senso piu' pieno, bisogna sopportare questa amarezza che mi irrobustira' nel convincimento che la politica deve avere comportamenti lineari e la giustizia ha il diritto controllarli. Posso aver commesso errori politici ma non credo di aver mai ferito la trama delle leggi che rispetto in maniera sacrale. Questo e' il senso intero della mia vita", conclude Vendola.(Adnkronos) -

Sostegno a oltranza!

Comunicato stampa congiunto Peacelink - Fondo Antidiossina Taranto

ILVA. Vengano processati i politici che non hanno difeso la salute

Il Tribunale di Taranto ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari e E STAMANI sono stati RESI NOTI I NOMI DEI 53 indagati nell’ambito dell’inchiesta “Ambiente Svenduto”.
TRA QUESTI FIGURANO PERSONAGGI ECCELLENTI, COME IL GOVERNATORE DELLA REGIONE PUGLIA NICHI VENDOLA, IL SINDACO DI TARANTO IPPAZIO STEFANO E L'EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA GIANNI FLORIDO.
PeaceLink e Fondo Antidiossina esprimono la propria soddisfazione per l’eccellente lavoro svolto dal GIP Patrizia Todisco che con coraggio e professionalità ha garantito lo svolgimento delle indagini, le quali dovrebbero confluire nel processo a carico di coloro che, secondo il GIP, avrebbero messo in atto un "disegno criminoso" per inquinare l'ambiente, causando danni alla salute. Tutto ciò al fine di perseguire la logica del profitto.
Il lavoro del Giudice Todisco e della Procura di Taranto rappresentano il baluardo in difesa dei diritti primari dei cittadini, diritti che non dovrebbero mai essere negoziabili.   La difesa strenua e coraggiosa dell'ambiente e della salute dei tarantini, in contrasto con le logiche di profitto, è stata il caposaldo del lavoro dei magistrati tarantini e del Capo Procuratore Franco Sebastio, ai quali va il nostro più profondo ringraziamento e plauso, affinché si perseveri nella ricerca della verità, durante tutte le fasi del preannunciato processo.   PeaceLink e Fondo Antidiossina, in costante collegamento con le istituzioni europee ed in particolare con la Commissione, nel solco dell’attività svolta dai magistrati a Taranto, continuano a portare avanti il lavoro di denuncia e di informazione presso gli organi europei, affinché  la parallela procedura di infrazione europea continui ad andare di pari passo con l'iter giudiziario a Taranto.
Vengano processati i politici che non hanno difeso la salute.

sabato 19 ottobre 2013

Il mucchio selvaggio


Ilva, inchiesta alla fine gli indagati saranno 50

È scattato il conto alla rovescia per la chiusura dell’inchiesta avviata nel giugno del 2010 sul disastro ambientale provocato dall’Ilva. Dopo anni di indagini, arresti e sequestri, il pool di magistrati coordinati dal procuratore capo Franco Sebastio sta mettendo ordine nei 90 faldoni di atti giudiziari messi in fila sinora allo scopo di notificare agli indagati - che dovrebbero essere una cinquantina tra politici, funzionari pubblici, dirigenti e proprietari dello stabilimento siderurgico - il canonico avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio.
Negli ultimi giorni i finanzieri del Gruppo di Taranto e del Nucleo di polizia tributaria hanno dato seguito alle ultime deleghe, allo scopo di delineare al meglio le condotte di quanti hanno consentito che per anni gli impianti dell’area a caldo della più grande acciaieria d’Europa fossero causa di malattie e morte per operai e cittadini, come accertato dai consulenti del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.
Due le direzioni seguite dagli inquirenti: Bari e Roma. Sul primo fronte, va registrato l’interrogatorio dell’assessore regionale all’ambiente Lorenzo Nicastro, chiamato dai finanzieri nella veste di persona informata sui fatti per spiegare alcune vicende, risalenti all’estate del 2010, emerse nel riascolto delle intercettazioni telefoniche compiute tre anni fa a carico di Fabio Riva, il vicepresidente di Riva Group sfuggito all’arresto il 26 novembre del 2012 e tutt’ora latitante a Londra, e Girolamo Archinà, il potente consulente dell’Ilva ancora sottoposto agli arresti domiciliari. Stando a quanto si è appreso, a Nicastro sarebbe stato chiesto conto dei rapporti tra il governatore Nichi Vendola e il direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato, rapporti sui quali già in passato si era soffermata la Guardia di Finanza, ipotizzando addirittura la tentata concussione.
L’altro fronte caldo è quello romano e riguarda il ministero dell’Ambiente per il ruolo che politici e funzionari pubblici avrebbero avuto nel rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale firmata a favore dell’Ilva il 4 agosto 2011 dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e dall’allora direttore generale Corrado Clini. Alcuni consulenti dell’Ilva, intercettati dai finanzieri, sostennero che quell’Aia era stata di fatto scritta da loro, una affermazione sulla quale gli inquirenti hanno lavorato per accertare eventuali complicità a livello ministeriale.
(GdM)