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mercoledì 12 agosto 2015

Dalle discariche alla green economy?

I maliziosi penserebbero che servirebbero molte discariche per smaltire tanti terreni da bonificare...
Noi ci limitiamo a pensare che questa folgorazione sulla via di Damasco richieda qualche buona azione nella direzione giusta prima di poter essere credibile, data la fonte. 
Ai posteri l'ardua sentenza!

 

Antonio Caramia: “L’Ilva va chiusa”

L’Ilva va chiusa, ora, senza se e senza ma. A dirlo non è un esponente del mondo ambientalista ma - ed è una notizia - Antonio Caramia, ex presidente dell’Associazione degli Industriali di Taranto, noto imprenditore attivo proprio nell’area industriale e patron della discarica Italcave.
Una presa di posizione clamorosa, quindi, visto il curriculum di Caramia. “Ma è possibile che dobbiamo restare paralizzati da anni a piangere l’Ilva e a tentare impossibili respirazioni bocca a bocca per rianimare piccoli pezzi superstiti della grande industria? Quando una grande impresa fallisce con una scia di disastri che porta con sé, e lascia a casa migliaia di persone, piuttosto che tentare di salvare l’insalvabile e accontentarsi di ‘spizzichi e bocconi’ per dar lavoro a poche centinaia di lavoratori, magari perdurando le condizioni di insicurezza e di rischio, non è meglio cambiare passo, come dice il premier Renzi, rottamare ciò che è ormai distrutto e mutare rotta? Si può partire da un tesoretto, quello confiscato alla Famiglia Riva, di oltre un miliardo, che giace inutilizzato da tempo, a cui si aggiungono i fondi stanziati per il capitolo Ilva.  Ora, versarli in una caraffa senza fondo come l’Azienda sinistrata e decotta, significa solo sprecarli e tentare un’operazione da spiritisti, quella di evocare il fantasma dell’Ilva per fargli battere gli ultimi colpi.
Ma i fantasmi non hanno corpo, non sfamano, non mantengono famiglie, strutture, città e soprattutto non rilanciano l’economia. E poi evocano pagine tristi e drammatiche per la città, morti, dolori, recriminazioni, proteste. Quelle immagini che hanno impresso un volto funesto alla città che ormai da anni si identifica con quelle tragedie. Dici Taranto e tutti pensano all’inquinamento e al degrado industriale, dici Taranto è tutti pensano al fallimento dell’industria pesante”.
“Dobbiamo avere il coraggio di dire che per una serie di fattori ed effetti collaterali ormai evidenti agli occhi di tutti, quel modello industriale è fallito, o se preferite una espressione più neutrale, è superato” continua Caramia. “Allora non resta che riprendere fiato, dotarsi di una visione strategica e tentare la strada opposta, di una post-industrializzazione leggera, compatibile con il territorio e con il modello vincente che si è affermato in Puglia negli ultimi due decenni, grazie al mix di turismo, agricoltura, masserie, cinema e natura. Smantellare in sicurezza la Fabbrica e riconvertire le sue strutture in progetti che possano rilanciare il territorio partendo dal triangolo virtuoso di ambiente, cultura e turismo. I capitali cospicui a disposizione per l’impresa di smantellamento e riconversione potrebbero dare lavoro a decine di migliaia di persone, recuperando da un verso gli operai lasciati a casa dall’Ilva, dall’altra aprendo a giovani e a specializzati.
Potrebbero produrre effetti a cascata anche nell’agricoltura e nell’artigianato, potrebbero attrarre da noi le popolazioni anziani e benestanti del nord Europa, sia per il periodo di vacanza sia per venire qui a vivere la loro vecchiaia alla luce del sole. E lancerebbero un messaggio magnifico, tonificante, per la città e per la regione: il sud si riprende, si risveglia, bonifica i luoghi degradati e inquinanti, riqualifica il territorio e rende nuovamente vivibili i quartieri vicini; non difende i cocci infranti del passato ma tenta strade più nuove e più antiche. A Taranto, si direbbe, il Sud, torna a pensare in grande come si addice alla Magna Grecia, di cui la nostra città ha tutto il diritto di essere capitale. L’importante è avere il coraggio di osare, senza salti indietro nel più recente e più infame passato che ha trascinato Taranto e le aree limitrofe in una malfamata decadenza”. (TaBuonasera)

martedì 5 novembre 2013

Bye bye Navy... Dismissioni (solite) e (solita) questua dei pezzenti a Roma

Via pezzo di Taranto. L'Ammiragliato trasloca a Nisida

   La flotta resta a Taranto, ma il «quartier generale» della logistica legata alle navi trasloca a Nisida, un’isoletta che si trova di fronte alla collina di Posillipo, con un piccolo porto utilizzato fino a qualche anno fa dalla Nato e raggiungibile solo da un lungo pontile carrozzabile. Non siamo su «Scherzi a parte» ma poco ci manca. Il ministero della Difesa, infatti, impegnato in una drastica politica di tagli e ridimensionamenti, che a tratti appare sinceramente un po’ discutibile, ha soppresso (riorganizzato come si usa dire in tempi di spending review) il Dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto di Taranto (e per la verità anche quelli di La Spezia e di Agusta) per istituire, ufficialmente già dal primo novembre scorso, il Comando logistico della Marina (Maricomlog) a Nisida.
    Obiettivo dichiarato è quello «di riunire - si legge in una nota ufficiale -, sotto un unico comando le esigenze logistiche della forza armata». «Maricomlog - prosegue il documento -, si inquadra in un più ampio e capillare processo di riordino della forza armata con lo scopo di ottimizzare le risorse economiche e umane dei Comandi della Marina. Il Comando Logistico nasce con l’obiettivo di mantenere i mezzi areonavali efficienti, nel rispetto delle esigenze finanziarie a disposizione».
    Tra le buone ragioni addotte a sostegno dell’operazione, se ne legge una che dovrebbe davvero far infuriare i tarantini, ammesso che abbiano ancora a cuore le sorti economiche del territorio in cui vivono. «La Marina Militare - prosegue infatti la nota -, intende rivitalizzare alcune sedi periferiche (come quella di Nisida in Campania, ndr) attraverso lo sviluppo delle infrastrutture disponibili e soprattutto attraverso l’impiego della professionalità dei dipendi civili locali, altrimenti a rischio di esubero». Il che, così a lume di naso, ci pare per lo più un salvagente lanciato a Nisida a scapito di Taranto (di La Spezia e di Augusta). Del resto i sindacati jonici del comparto Difesa, proprio in questi giorni hanno denunciato 500 esuberi in vista, a causa dei tagli e dei ridimensionamenti del personale.
    Ma c’è di più. «Dal Comando Logistico - continua la nota -, dipenderanno i Comandi Logistici territoriali di Taranto, La Spezia e Augusta nonché gli Arsenali ed enti tecnici della Marina, per un totale complessivo di circa 5000 dipendenti militari e civili. È quindi da Napoli che, saranno dirette tutte le attività di manutenzione navale e di acquisizione di beni e servizi per il funzionamento di tutti gli enti della Marina Militare Italiana con l’obiettivo di ottimizzare le risorse economiche ed umane attraverso una gestione centralizzata della logistica di forza armata». A dimostrazione del fatto che la sede jonica perderà di prestigio, c’è anche un altro elemento. Il nuovo Comando Logistico di Taranto non sarà più retto da un ammiraglio di squadra, come avviene ora, ma da un ammiraglio di divisione, ovvero un ufficiale di grado inferiore.
    Taranto, con la flotta militare dislocata in Mar Grande e il suo Arsenale, si avvia a diventare quindi una sorta di succursale di periferia di Napoli, nell’assoluto silenzio dei nostri rappresentanti politici.(GdM)


Taranto perde storica sede Dipartimento Marittimo Jonio, Confindustria: questione a tavolo interistituzionale

Non si tratta solo di uno spostamento a carattere meramente logistico bensì di un segnale emblematico del progressivo disimpegno della Marina Militare verso la sede tarantina. Un cambiamento drastico che secondo Confindustria, al di là della evidente inerzia registrata attorno alla questione (da tempo annunciata) da parte della politica nostrana, aggiunge ulteriori preoccupazioni e perplessità rispetto al futuro di settori finora ritenuti parte integrante del sistema socio-economico tarantino.
E’ solo di pochi giorni fa, in questo senso, il nostro appello agli arsenali di Siracusa e La Spezia a fare fronte comune per scongiurare i rischi di irreversibile declino del comparto arsenalizio e dell’indotto; un settore gravato da una crisi senza precedenti per effetto della imminente conclusione delle commesse di manutenzione sulle unità navali militari e dalla vetustà del naviglio, a cui si aggiunge la drastica riduzione delle risorse economiche disponibili a carico del bilancio del Ministero della Difesa in favore degli arsenali italiani.
La tegola del declassamento di Taranto – di fatto già avvenuto – a Comando Logistico Area Sud (ComLog Area Sud) aggiunge ora ulteriori ed inevitabili punti interrogativi  ad una situazione già notevolmente compromessa sul piano delle prospettive, anche in presenza di una struttura di grandissima valenza e altrettanta strategicità qual è la nuova Base Navale di stanza a Taranto.
Alla luce di tutto questo, Confindustria ha inserito la questione dell’avvenuta perdita del Dipartimento Marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto fra le priorità da portare all’attenzione del tavolo interistituzionale in programma il 13 novembre prossimo a Roma.
L’auspicio ultimo è che il ridimensionamento della base tarantina non avvenga a “costo zero”, prevedendo garanzie sostitutive da parte dei ministeri competenti sia sul piano del mantenimento di impegni già assunti sia per evitare che il progressivo depauperamento in atto produca effetti ben più gravi, in termini di ricadute economiche e di perdita di risorse, rispetto a quelli già in essere.(Quotidianoitaliano)

mercoledì 27 marzo 2013

Riva Fire vuole liberarsi di Ilva!

Atto primo della dismissione: Separare le attività buone da quelle cattive, in modo da impedire che le attività lucrose e a lungo termine possano essere danneggiate dalla ristagnazione in cui quelle inutili saranno progressivamente lasciate marcire e fallire!






Ilva, Ferrante: “Enrico Bondi sarà il prossimo amministratore delegato”

Enrico Bondi prossimo amministratore delegato dell’Ilva. Il presidente Bruno Ferrante, durante l’incontro di Pasqua con i lavoratori dell’azienda, ha sottolineato l’intenzione di “dare a questa società una struttura nuova: il consiglio di amministrazione sarà rinnovato e aperto anche a professionalità esterne”. Ferrante ha precisato che “ci sarò io come presidente, ma mi affiancherà un professionista esterno di larga fama come il dott. Enrico Bondi che si è occupato di ristrutturazioni di tantissime aziende importanti”. In effetti Bondi non è nuovo a “imprese” di questo tipo: in passato si è occupato del recupero della Montedison e del risanamento della Parmalat. Nel 2002 è stato amministratore delegato di Premafin (holding della famiglia Ligresti), ma il suo incarico è durato poco per via di alcuni dissapori con Salvatore Ligresti. Il suo ultimo incarico, infine, da cui si è dimesso il 7 gennaio 2013, è stato quello di commissario alla Revisione della spesa dello Stato italiano durante il governo Monti con l’obiettivo di razionalizzare gli acquisti di beni e servizi e definire il livello di spesa per voci di costo.
Il presidente ha poi spiegato che Bondi ha già un contratto di consulenza che gli sta consentendo “di entrare nei meccanismi aziendali e di entrare come amministratore dopo l’approvazione del bilancio, che avverrà nella metà del mese di aprile”. “Abbiamo pensato – ha proseguito – a nuovi assetti organizzativi della società. Riva Fire possiede l’87 per cento delle azioni di Ilva e questo processo organizzativo ha l’obiettivo di renderla assolutamente indipendente e autonoma rispetto a Riva Fire”. “Dovrà restare Ilva – ha aggiunto Ferrante – con la sua capacità rappresentata da voi, capacità di fare impresa e lavoro, capacità di sostenere gli investimenti”. (IlFattoQuot)

giovedì 8 settembre 2011

Ilva di Bagnoli: a che punto siamo?

Dopo la fabbrica, il nulla: la mia Bagnoli sta morendo

Quando la passerella assume il colore della ruggine, sul lungomare azzurrino dalla sabbia avvelenata spunta un guard rail. La deviazione stradale è segnalata così: con quel nastro di ferro che ovunque fascia l’autostrada ma qui, a Napoli, avvolge la Grande Incompiuta.

La fabbrica, uno spazio chiuso, il vuoto dentro. Proprio a causa dell’arenile inquinato da quasi un secolo d’industria, la riqualificazione di un tratto di costa è rimasta in sospeso. Da completare la bonifica della spiaggia per procedere all’ultimazione dei lavori: nell’attesa, è scattata la soluzione d’emergenza, il guard rail-paradosso, d’alto impatto visivo e simbolico. Passa, per così dire, attraverso questa strettoia, tra il passato operaio e il formidabile futuro promesso, l’anima precaria di Bagnoli, oltre alla mia giovinezza e la delusione giovane.

La Coppa America ha appena imboccato la rotta di Venezia, lasciando (per ora) inviolato un campo di regata dal suggestivo quanto singolare orizzonte d’archeologia industriale. Ma queste occasioni perdute non sono rimpiante da Assise e comitati civici che chiedono, piuttosto, che sia completata la riqualificazione dell’ex area siderurgica, puntando su recupero di ambiente e vivibilità. Quel che resta ancora da scrivere, in questo viaggio nel quartiere dalle mute sirene. Gi allarmi squillanti nella notte scandivano infatti il ritmo dell’altoforno: sino a qualche lustro fa richiamo per le tute blu, silenzio oggi condiviso nella memoria.

Fondi e ritardi. Chiusa nel 1993, l’Italsider rimane incastonata tra i palazzi in stile liberty. Da prezioso simbolo dell’acciaieria italiana, storia anche densa di tragedie (come dimenticare le morti sul lavoro) a totem inossidabile nell’attesa di restituire un’anima al quartiere. «A Bagnoli la bonifica è stata finanziata con 259 milioni di finanziamenti, a partire dal 1994: cifra ragguardevole, ma i risultati sono scarsi e i ritardi terribili, per evidente inadeguatezza ai vari livelli istituzionali, di competenze e responsabilità» è il richiamo già lanciato attraverso Panorama dal presidente dell’istituto italiano per gli studi filosofici, Gerardo Marotta, voce di rilievo internazionale nel segnalare i problemi di Napoli. Come dargli torto: 350 milioni di lire, in principio i fondi statali assegnati a Bagnoli spa, del gruppo Iri. Poi, con il piano approvato dal ministero dell’Ambiente nel novembre 2006, per la bonifica sono stati stanziati 107 milioni, di cui 75 da parte dello Stato, 15 dalla Regione e 17 da Bagnolifutura. Ne sono stati spesi oltre 60, ma alle lungaggini in quest’intervento si è aggiunto lo stop ai lavori per la realizzazione delle opere pubbliche - chiarisce la società partecipata del Comune, provocato dal blocco dei fondi europei deciso dal governatore Caldoro, a settembre 2010, per chiarire progetti e costi dopo la violazione del patto di stabilità che s’era avuta con il governo Bassolino.

Bonifica e amianto. Tutto, o quasi tutto, è da inaugurare. Da bonificare il 30 per cento dell’area, termine delle attività fissato entro l’anno prossimo per la rimozione del pericoloso asbesto. Nell’area ex Ilva, soprattutto nella zona denominata “ex campo americano”, ne sono state smaltite circa 15.800 tonnellate. Nell’area ex Eternit, dove l’intervento è in corso, sono state raccolte 42.700 tonnellate di materiali. Per Bagnoli Hub, il nuovo centro di servizi al turismo di Napoli - prima struttura dell’area occidentale dedicata al leisure, al benessere, alla cultura e all’intrattenimento, pesa invece l’altolà nel collaudo: l’impresa che ha l’opera in appalto vanta crediti per 7 milioni da Bagnolifutura che, a sua volta, ne avanza oltre 11 dalla Regione.

Opere e debiti. Verdi le casse anche per il parco dello sport: 25 ettari, con una forma a tre crateri che riprende la morfologia tipica dei Campi Flegrei. L’azienda è creditrice di circa 10 milioni (e Bagnolifutura ne deve avere 4 dalla Regione). Così per accedere all’acquario tematico: c’è da attendere il completamento della strada e la ditta appaltatrice avanza 3 milioni. Senza parlare dei debiti, e quindi dei mutui, circa 76 milioni, accesi dalla società partecipata per assumere il possesso dell’area e portare avanti il cronoprogramma di interventi. Con interventi che scontano, appunto, difficoltà a effetto domino.

Più indietro il progetto degli Studios, centro multimediale fermo per il blocco dei finanziamenti. Più controversa la destinazione dei terreni da cedere ai privati. Una prima gara d’appalto è andata deserta, la seconda è in corso. Scadenza il 30 ottobre prossimo, ma potrebbe essere disposta una proroga, per volontà del sindaco, secondo indiscrezioni che circolano a Palazzo San Giacomo, per introdurre tra le condizioni del bando una quota di edilizia popolare.

Cemento e barche. La vendita dei suoli è per 35.000 metri quadri: il 65%, questa la previsione iniziale, da destinare alla costruzione di alloggi e il 35% di uffici e negozi. Con una variante da poco indicata passano, però, da 1200 a 1800 le case da realizzare; mentre la quota allo studio, riservata all’edilizia popolare, sarebbe del 10%. Non di competenza di Bagnolifutura, le aree demaniali, altra questione aperta. Ad aprile 2011 il Consiglio di Stato ha annullato la gara per la realizzazione del porto turistico: bando di gara per l’affidamento della concessione giudicato irregolare perché non adeguatamente pubblicizzato.

Spiagge e colmata. L’arenile ai veleni, contaminato dagli scarti delle lavorazioni industriali, è stato in parte ripulito attraverso la parziale sostituzione della sabbia e resta da realizzare la bonifica dei fondali. Al progetto è collegata la rimozione della colmata dal mare, circa un terzo da eliminare per completare il porto turistico. Oltre due 30 mesi di lavori previsti per quest’operazione, già finanziata mentre un piano più articolato è al centro del programma elettorale del neoeletto sindaco de Magistris e della battaghttp://www.blogger.com/img/blank.giflia di Assise e comitati ambientalisti. Lungo tira e molla. In base all’accordo di programma Bagnoli-Piombino del dicembre 2007 da 115,6 milioni, di cui 100 assicurati dal Ministero dell’ambiente e 15,6 dalla Regione Campania, la colmata si sarebbe dovuta eliminare del tutto, trasportando via mare i materiali a Piombino.

Ma i fondi oggi non bastano. Così il destino di Bagnoli appare ancora sospeso. Simbolo imperfetto, quel guard rail che in autostrada avverte di rallentare, ma qui, sul lungomare dei contrari, dovrebbe spingere piuttosto ad accelerare i progetti. Per far correre anche i desideri. Prima che si arrugginiscano anche quelli. (Maria Pirro - Panorama.it)

lunedì 9 marzo 2009

Arsenale: 1600 lavoratori sostituiti con "hotel di lusso"

Arsenale e dismissioni, si riparte da zero. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa porterà a Cannes, alla fiera immobiliare che inizia domani, il progetto di locazione dei beni demaniali militari. L’idea è quella del fitto, non della vendita (che la legge non prevede). Finirebbero così a monte progetti già da tempo elaborati come quello sostenuto dall’Amministrazione comunale tarantina per trasformare l’incrociatore Vittorio Veneto e la stazione torpediniere in un museo storico. Non va dimenticato che le aree demaniali militari da dismettere nel territorio tarantino non sono poche e hanno grande valore storico e urbanistico: l’isola di San Paolo, Palazzo Brasini già sede della scuola reclute dell’Aeronautica per fare due esempi. Discorso diverso per l’Arsenale. Lo stabilimento attende da tempo segnali concreti di un rilancio che il ministero della Difesa ha più volte sbandierato. «Cederlo per farne altro – ha dichiarato Mimmo Bellangino sindacalista della Cgil – sarebbe l’ennesimo schiaffo alla città. Non sappiamo se la notizia è pura propaganda o è un pezzo di quella verità sull’Arsenale fatta a brandelli e resa nota a pezzi. Noi siamo fermi – ha detto ancora Bellangino – all’incontro del 13 ottobre col sottosegretario Cossiga: si parlò di rilancio, ora si parla di dismissioni, quando, in realtà, le dismissioni delle aree demaniali dovrebbero servire a trovare risorse per la manutenzione e la ripresa delle attività nello stabilimento tarantino. Questa decisione sarebbe l’ennesima alle spalle dei tarantini. All’Arsenale rischiano il posto 1600 lavoratori”.
FULVIO COLUCCI