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domenica 26 luglio 2015

Gli italiani pagano per i soldi che hanno intascato i Riva, e i tarantini si ammalano

La crisi Ilva è costata 10 miliardi

E, così, in tre anni sono andati in fumo 10 miliardi di euro di Pil. Per la precisione 9,87 miliardi di euro. Su richiesta del Sole 24 Ore, la Svimez ha adoperato il suo modello econometrico per valutare l’impatto della vicenda Ilva sul sistema industriale del Paese. I numeri lasciano senza fiato. La Svimez ha calibrato il suo modello sull’effettivo utilizzo – nei tre anni di tempo – della dotazione produttiva di quello che, un tempo, è stato l’impianto siderurgico più grande d’Europa. Questa analisi certosina ha tenuto conto dell’andamento reale che ha visto i quattro altoforni del ciclo integrale di Taranto ora – a turno - in piena attività, ora in parziale funzionamento, ora sequestrati dalla magistratura e ora sottoposti a ristrutturazioni. La stima effettuata dal gruppo di lavoro coordinato dall’economista Stefano Prezioso ha tenuto conto anche dei modelli analitici di Ipres e di Remi-Irpet.
Il modello econometrico della Svimez non ha stimato gli effetti soltanto sul Pil italiano. Ha fatto lo stesso anche su altri indicatori. Il risultato appare radicale e duraturo. Prima di tutto per il nostro sistema industriale. Il rallentamento dell’acciaieria ha provocato, fra il 2013 e il 2015, una perdita secca di investimenti fissi lordi pari a 2,19 miliardi di euro. Meno denaro e meno tecnologie sono dunque affluiti nelle vene profonde del nostro paesaggio produttivo. Con un effetto cascata, la propensione all’export della nostra economia si è indebolita. E non di poco: in questi tre anni, a causa dell’affaire Ilva l’export è caduto di 4,45 miliardi di euro. E, naturalmente, è stata stimolata la produzione all’estero, con i concorrenti della società italiana che sono entrati sul nostro mercato come il coltello nel burro: l’import estero è aumentato di 1,78 miliardi.
In questo contesto, l’Ilva ha avuto conseguenze anche sulla società italiana. Secondo il modello econometrico della Svimez, infatti, fra il 2013 e il 2015 la perdita cumulata di consumi delle famiglie – espressione diretta e indiretta della crisi dell’acciaieria – è stata pari a 1,45 miliardi di euro. Questi numeri, stimati dalla Svimez con criteri prudenziali, nella loro cruda dimensione quantitativa non rivelano del tutto la natura pervasiva della destrutturazione che l’Ilva ha sperimentato in questi tre anni. Il problema di alcuni settori, in questo caso la siderurgia, è che la perdita di competenze, collegata a ripetuti traumi, non si ricostruisce con facilità e rapidamente. Dunque, sul medio e lungo periodo vi saranno ancora altre, e più durature, conseguenze. Il tutto è solamente l’inizio. D’ora in poi ci si muove in terra incognita. I perimetri di questa terra incognita saranno definiti – nei prossimi mesi, nei prossimi anni, nei prossimi decenni – dalla miscela composta da un lato dalle conseguenze reali dell’ultimo conflitto fra Procura di Taranto e Governo e dall’altro dal naturale dispiegarsi dell’attuale degenerazione della fisiologia industriale e finanziaria dell’organismo Ilva.
Primo aspetto: il tema del conflitto fra magistratura e impresa. Il gesto compiuto venerdì scorso – i carabinieri inviati dai magistrati di Taranto dentro la fabbrica ad identificare i diciannove operai presenti all’apertura dei sigilli dell’altoforno 2, successiva al decreto del Governo – delinea lo scenario peggiore: il Governo potrebbe pensare alla chiusura dell’altoforno 2, a cui per ragioni di sicurezza e di «funzionamento» industriale dovrebbe seguire quello dell’altoforno 4. Così, l’acciaieria verrebbe di fatto spenta. Resterebbero le macerie industriali. Il problema ambientale ereditato dall’Italsider e dell’Ilva dei Riva diventerebbe irrisolvibile (ricordate Bagnoli? La scala qui è ben maggiore). La questione sociale assumerebbe tinte fosche: bisognerebbe gestire l’uscita dal mondo di lavoro di 11.400 dipendenti diretti dell’Ilva e di 6mila occupati indiretti a Taranto, più quella degli 800 dello stabilimento di Novi Ligure e quella dei 1.400 di Genova. La voragine finanziaria diventerebbe incolmabile.
Anche l’altro scenario – senza indulgere in quello apocalittico – appare non semplice. La struttura guidata da Massimo Rosini, ex capo delle operations di Indesit, ha una cifra non industrialista, ma manageriale. Per esempio, sta lavorando con grande impegno sul circolante e sull’equilibrio aziendale dei conti operativi. Un approccio di razionalità economica, che sarebbe perfetto per una impresa in condizioni di normalità e non di costante eccezionalità.
La destrutturazione, nel rapporto fra industria e mercato, appare però drammatica. E appare la conseguenza di una stratificazione di scelte che si sono susseguite in questi tre anni, iniziati il 26 luglio del 2012 con il sequestro dell’acciaieria e l’arresto dei Riva e dei loro principali collaboratori, in un procedimento basato sull’accusa di disastro ambientale e su 174 persone morte – fra 2005 e 2012 – per l’inquinamento. Regge, per ora, il rapporto della produzione di Novi Ligure con l’automotive. Anche se Taranto ha perso le forniture dello stabilimento Fiat-Chrysler di Melfi, che preferisce ormai approvvigionarsi con i produttori coreani. La chiusura dell’acciaieria 1, essenziale per le lamiere, ha slabbrato le relazioni con i grandi gruppi dell’edilizia e delle infrastrutture. Sono venute meno molte certificazioni, indispensabili per lavorare con i tubi dell’Oil and Gas. C’è, poi, negli stabilimenti – in particolare a Taranto - un problema di organizzazione industriale, con la sedimentazione di nuove competenze provenienti da altri settori – non siderurgici - che le diverse gestioni succedutesi alla guida dell’azienda hanno portato da fuori e con i vuoti che si sono venuti a creare – soprattutto nei reparti più operativi – per il congelamento di professionalità giudicate troppo legate alle vecchie leadership proprietarie (i Riva) e manageriali (l’ex commissario Enrico Bondi).
Infine, esiste la questione della finanza di impresa: nel senso del profilo di cassa e nel senso degli effetti sulla liquidità e sulla posizione debitoria dell’intermittenza sperimentata dall’acciaieria. Il profilo di cassa è basato sui 70 milioni di euro ottenuti nei mesi scorsi dalla vendita delle quote di CO2, sui 156 milioni di euro versati da Cdp attraverso Fintecna, sugli 70 milioni prestati dalle banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare) e sui 100 milioni di euro versati alla società a fine giugno dalla Cdp, prima tranche del finanziamento di 330 milioni con cui la piccola Iri è intervenuta nella partita. Ci sono poi gli effetti sulla finanza di impresa del funzionamento a intermittenza dell’acciaieria, un problema strutturalmente e concettualmente enorme, dato che fabbriche di questa dimensione e con queste strutture dei costi perdono a bocca di barile sotto un certo livello di attività. L’Afo 1 dovrebbe ripartire – se l’intera operazione di «riaccensione» dell'altoforno con fornitori funzionerà senza intoppi – il 1 agosto. La gestione Bondi, che contava sul funzionamento degli Afo 2, 4 e 5, perdeva fra i 35 e i 40 milioni di euro al mese. L’Afo 5, che da solo vale il 40% della capacità produttiva dell’impianto, è spento. Da marzo a luglio, con gli Afo 2 e 4, l’Ilva ha prodotto perdite operative e industriali (puramente da ciclo produttivo, dunque senza calcolare il peso salariale mitigato dai contratti di solidarietà) che si possono approssimare in un centinaio di milioni di euro al mese. Dal 1 agosto gli Afo 1, 2 e 4 – nell’ipotesi che il Governo non decida di spegnere l’acciaieria di fronte alla resipiscenza dello scontro con i magistrati - saranno in funzione e, con gli attuali ritmi di produzione, dovrebbero attestarsi su una perdita da ciclo produttivo stimabile in 65 milioni di euro al mese. Tutto questo si inserisce su un profilo patrimoniale che nei primi due anni di commissariamento ha visto bruciare 2,5 miliardi di euro di patrimonio netto: il 30 settembre del 2014, la somma di capitale sociale più riserve ammontava a 1,096 miliardi di euro. Interpellata dal Sole 24 Ore, la struttura commissariale ha preferito non rivelare il valore del patrimonio netto al 30 giugno di quest’anno. Di certo, l’azienda non è ancora del tutto saltata in aria proprio grazie all’utilizzo di quel miliardo di euro di capitalizzazione residua che c’era dieci mesi fa. Fra morti e ambiente, politica e giustizia, industria e finanza ci sono poi i piccoli particolari rivelatori. La complessità di quello che è ormai l’enigma Ilva è ben rappresentato da un casco giallo, da un casco rosso e da un casco bianco. Il giallo è dei capisquadra, il rosso degli operai e il bianco degli impiegati. Qualunque cosa capiti al di fuori dell’acciaieria, ogni uomo ha in testa un casco. Oggi, però, i colori non corrispondono più alla funzione. I copricapi ci sono. E la sicurezza, in questo, è garantita. Ma non esiste più – per una questione economica e organizzativa - il numero giusto di caschi. Il colore che ognuno si ritrova sulla testa è casuale. Un piccolo curioso dettaglio, in una storia drammaticamente grande. (Paolo Bricco - Sole24h)

lunedì 23 marzo 2015

I grandi economisti con le pezze al...

L'Ilva e il Sole 24h (che l'ha sempre sostenuta) sono in rosso da anni... 
Una piccola ma gustosa rivincita per tanti cittadini attivi che i suoi miopi giornalisti bollarono (e bollano ancora oggi) come visionari ambientalisti perditempo! 
Ora chi sta veramente fuori dal suo tempo?

FINANZA/ Se la grande stampa chiede aiuti come l'Ilva (e tratta Google come l'Isis)

Il Sole 24 Ore chiude in perdita anche il 2014 e dedica due pagine di inchiesta per certificare l’inaridimento strutturale dei ricavi di un’industria editoriale italiana ancora troppo tradizionale.  Repubblica  (il cui gruppo ha difeso l’utile nell’ultimo esercizio) non rinuncia a ospitare nella sua sezione culturale della domenica un affresco di  insider-outsider  della  web industry globale: internet, dicono questi /anti-guru/, non ci ha affatto resi più liberi e più ricchi, ma - al contrario - più poveri, meno autonomi e, in un numero crescente di casi, più disoccupati.  Il Corriere della Sera  (ancora oberato di enormi perdite da debiti sulle acquisizioni spagnole) continua a far notizia soprattutto per l’estenuante procedura di sostituzione del presidente e del direttore e per il progetto di cessione in blocco della divisione libri.
È in questa cornice di cifre e umori che la grande stampa nazionale scalda i motori per l’apertura di un tavolo per l’editoria alla Presidenza del Consiglio: Fieg e Fnsi si presenteranno da Luca Lotti, braccio operativo del premier Matteo Renzi anche sul delicato fronte Rai media. Maurizio Costa (presidente Fieg, ex amministratore delegato della Mondadori e candidato presidente di Rcs) ha già avuto modo di sintetizzare la posizione degli editori di giornali italiani : la crisi ha effetti insostenibili essenzialmente per lo strapotere di Google e la contromisura immediata è una tassazione straordinaria sulla principale e simbolica web company da destinare ad aiuti altrettanto straordinari agli editori e ai giornalisti italiani (la posizione è ovviamente condivisa in blocco dalla Fnsi). 
Che ciascuna “parte sociale” faccia la sua parte non è sorprendente e tanto meno scandaloso. Però - e la posizione viene oggettivamente ribadita sul giornale di questa giovane web media company - il lecito e motivato lobbyismo dell’editoria e del giornalismo nazionali sembra datato così come le strategie e le gestioni dei diversi gruppi media che chiederanno quattrini pubblici in nome di un interesse generale e nazionale che - ultimamente - ha giustificato l’investimento statale di salvataggio dell’Ilva (che è stata in ogni caso commissariata). 
 Così come tutti sanno - sappiamo - che l’industria siderurgica è infinitamente cambiata rispetto ai tempi in cui lo Stato costruì il gigantesco impianto di Taranto, tutti sanno - sappiamo - che l’industria dell’informazione è sideralmente cambiata rispetto a quando in Italia si stampavano e vendevano sette milioni di copie di quotidiani cartacei. Le imprese editoriali italiane - anche se con ritmi diversi - sono cambiate a velocità molto bassa in un settore in cui tutto è rivoluzionato: la domanda di contenuti, la tecnologia, la struttura concorrenziale del mercato e l’imprenditoria che decide di investirvi e giocarvi. (Ilsussidiario)

domenica 2 novembre 2014

Però in compenso i conti degli "amici" devono tornare!

Che brutta pagina di giornalismo!
Si confrontano le cifre spese per ammodernare qualche impianto (spacciate per ambientalizzazioni) di una vecchia carcassa paleoindustriale come l'Ilva con i costi che le imprese tedesche all'avanguardia sostengono per la manutenzione ordinaria.
E' come confrontare gli interventi fatti ad una 127 scassata per farle fare ancora qualche kilometro, con il prezzo di una controllatina all'olio su una bmw nuovissima!
Si mettono in dubbio perizie giurate di pool di professionisti e tecnici che neanche i superperiti della difesa pagati profumatamente dai Riva sono riusciti ad intaccare nel corso del processo!
E infine, si chiude col sospetto  sui dati epidemiologici, sollevato da ... uno storico dell'economia!!!
Ma che cakkio ne capisce?
Niente! Ovviamente.
Però fa confusione.
E soprattutto porta l'acqua al mulino degli "amici" industriali.
Bel giornalismo, complimenti!

All'Ilva non tornano i conti con l'ambiente

A Taranto i conti con l’ambiente non tornano. La Procura, che usa i limiti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, imputa all’Ilva, fra il 2003 e il 2010, la morte di 91 persone e il ricovero di 648 malati gravi. Eppure, nello stesso periodo, l’impresa ha investito mezzo miliardo di euro, più di quanto, per Eurostat, abbia fatto l’intera siderurgia tedesca. E anche le polveri sottili di Tamburi, il quartiere cresciuto “addosso” all’acciaieria, sono scese sotto il tetto europeo di 40 nanogrammi per metro cubo.
C'è ambiente. E ambiente. Quello fisico-naturale. E quello sociale. I numeri sull'inquinamento, dalla loro iniziale nitidezza, sembrano quasi deformati dalla tensione che circonda la maggiore acciaieria d'Europa, che si trova incorporata all'interno di una città. E, così, a Taranto, nulla è meno sicuro delle statistiche.
Proviamo ad astrarci dal contingente. Partiamo dai numeri macro. L'Eurostat ha calcolato gli investimenti dei sistemi industriali nazionali in protezione ambientale nella siderurgia. Fra il 2003 e il 2010, la siderurgia italiana ha investito 991,1 milioni di euro: il 37,7% dei 2,68 miliardi di euro europei. Nello stesso periodo, i tedeschi hanno investito 459 milioni di euro. Meno della metà. Ma che cosa significa, in concreto, siderurgia italiana? Secondo una stima di Federacciai, significa Ilva per una quota compresa fra il 50 e il 60%: fra i 500 e i 550 milioni di euro di investimenti. Questo mezzo miliardo è coerente con quanto riportato sui bilanci dell'Ilva Spa, secondo cui gli investimenti ambientali, computati dal 1995, sono stati pari a 1,1 miliardi di euro.
Nella complessità tarantina, questi numeri collidono violentemente con quanto in due perizie (una medico-sanitaria e una chimico-impiantistica) viene evidenziato dal gip di Taranto, Patrizia Todisco. Materiale su cui la procura di Taranto ha imbastito il procedimento Ambiente Svenduto, che contempla anche l'accusa di avere manipolato - con metodi poco ortodossi - il procedimento per l'autorizzazione integrata ambientale concessa il 4 agosto del 2011.
Le due perizie descrivono l'Ilva come produttrice di emissioni inquinanti dannose per la salute e per l'ambiente, fino a imputare, fra il 2004 e il 2010, 91 morti all'acciaieria. La realtà tarantina esprime aritmetiche così diverse da risultare inconciliabili. «Eppure - si stupisce Giulio Sapelli, docente di Storia economica alla Statale di Milano e dal 1980 al 1986 consulente strategico della Montedison di Mario Schimberni - la transizione dell'industria di base verso modelli di sostenibilità ambientale appare ormai compiuta. Soprattutto in Europa. La siderurgia, da tempo, non è più un problema. L'Ilva non costituisce una eccezione». Sapelli, fin dal saggio del 1978 Organizzazione, lavoro e innovazione industriale nell'Italia tra le due guerre, si è occupato di medicina del lavoro: «I dati epidemiologici di Taranto non sono disallineati da quelli del resto del mondo avanzato». (Sole24h)

mercoledì 27 agosto 2014

Tempa Rossa pulitissima! Il Sole 24 ore sempre presente per dare voce agli speculatori!

Taranto divisa su Tempa Rossa

Le ultime autorizzazioni per costruire a Taranto, nella raffineria Eni, la base logistica di Tempa Rossa, il giacimento della Basilicata da 50mila barili di petrolio e 230mila metri cubi di gas naturale al giorno (investimento a regime di 1,6 miliardi di euro privati) sono arrivate tra giugno e luglio. Prima l'autorizzazione sismica della Provincia di Taranto per gli impianti cosiddetti "ancillari", poi quella del ministero dell'Ambiente che esclude la Via per il piano di scavo di 300mila metri cubi nell'area destinata ad ospitare i due serbatoi di stoccaggio da 180mila metri cubi, raccomandando però un piano di monitoraggio ambientale prima, durante e dopo i lavori da concordare con l'Arpa Puglia. Adesso, per il via libera al cantiere, manca il sì del Comune di Taranto relativamente agli aspetti urbanistici, edilizi e concessori. Ma il Comune, in sintonia col movimento ambientalista, sbarra la strada al progetto e ribadisce proprio in questi giorni il no già espresso nel 2012 in quanto teme un aumento delle emissioni fuggitive e incidenti in mare a seguito dell'arrivo delle petroliere (90 in più in anno). «Taranto non può ricevere altri danni ambientali» dice il sindaco Ezio Stefàno. «Taranto non può essere la città dei no» protesta Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto, che dell'investimento ha fatto uno dei motivi alla base del corteo di protesta del 1° agosto scorso che ha visto sfilare 2mila persone tra imprenditori locali e loro dipendenti. «No irrazionali e immotivati allontanano lavoro e opportunità per le imprese» aggiunge Cesareo.
Il numero che accende le polemiche è 12% perchè questa, per gli ambientalisti, sarebbe la percentuale di incremento dell'inquinamento. «Ma non è così - dice la joint Total, Shell e Mitsui che gestisce Tempa Rossa mentre Eni è solo partner logistico -. Il progetto approvato dal ministero dell'Ambiente prevede che il saldo delle emissioni della raffineria in seguito agli interventi sarà uguale a zero: nessun incremento in confronto ad oggi. La cifra del 12 per cento non corrisponde all'evoluta realtà tecnica prevista. Come approvato in sede ministeriale - puntualizza la joint -, l'incremento delle emissioni complessive di composti organici volatili è in realtà pari al 4,8 per cento delle emissioni degli stessi composti stimate nell'attuale configurazione della raffineria. È stato quindi predisposto un piano di interventi gestionali e tecnologici in grado di conseguire la totale compensazione del limitato incremento emissivo dovuto all'adeguamento della logistica della raffineria di Taranto. Pertanto con Tempa Rossa - afferma la joint - il quadro emissivo complessivo della raffineria non subirà variazioni. E Taranto farà solo stoccaggio e nessuna lavorazione o trasformazione del greggio».
Altra obiezione sollevata dal fronte del no è la modesta ricaduta occupazionale dell'investimento, su Taranto stimato in 300 milioni di euro. «Per i posti di lavoro - afferma la joint - prevediamo che il cantiere impiegherà circa 50 imprese tra lavori civili, meccanici ed elettrici, soggetti il cui numero potrà subire delle oscillazioni in fase di realizzazione dell'opera. In fase di costruzione, il progetto Tempa Rossa contribuirà alla creazione di 300 posti di lavoro a Taranto e fornirà una risposta immediata e concreta ai bisogni occupazionali che affliggono la realtà locale. Ottenute le ultime autorizzazioni, l'opera sarebbe già realmente cantierabile. La durata della costruzione dei nuovi impianti - si afferma - è stimata in circa 24 mesi». (Palmiotti - Sole 24h)

lunedì 9 giugno 2014

Contenti gli amici dei Riva: ancora un altro giro di giostra!

All'Ilva servono risorse e fiducia


Non basta il semplice cambio di commissario, da Enrico Bondi a Piero Gnudi, per realizzare all'Ilva quel cambio di passo auspicato nei giorni scorsi dal premier Matteo Renzi. Gnudi, infatti, si insedia trovando gli stessi problemi che ha lasciato Bondi, semmai resi ancora più complicati, perché, è evidente, la situazione dell'Ilva peggiora di giorno in giorno in assenza di correttivi.
Immettere un po' di soldi nelle casse ormai vuote, è probabilmente la prima cosa che dovrà fare il nuovo commissario. Perché se arrivano risorse fresche, i magazzini tornano a rifornirsi dei pezzi mancanti, i cantieri dell'Aia riprendono a girare, si allontana lo spettro di un blocco dell'Aia, fornitori e imprese vengono pagati e vedono ridursi il loro credito, gli stessi dipendenti riscontrano qualche garanzia in più per i loro stipendi futuri. Se invece la liquidità resta com'è adesso, la condizione finanziaria dell'azienda si avvita ulteriormente e l'Ilva fa altri passi avanti sulla strada del declino. Gnudi questo lo sa. Il punto è come e dove trovare le risorse.
E qui dovrebbe portare una schiarita l'avvento del nuovo commissario nel senso che il raccordo tra gestione commissariale, banche – con le quali la trattativa è aperta da settimane – e privati, ovvero gli azionisti attuali (i Riva) e quelli futuri o possibili (Arcelor Mittal, Arvedi e Marcegaglia), dovrebbe essere, almeno si spera, più fluido e garantire all'azienda la possibilità di una ripresa. Tocca a Gnudi infatti trovare un punto di sintesi e realizzare quel dialogo operoso tra azienda, banche e mondo dell'impresa che a Bondi non è riuscito per i dissensi che ha incontrato il suo piano industriale, ora in stand by, per la freddezza manifestata dagli istituti di credito, per le forti perplessità generate dalla sua scelta di puntare, nella produzione dell'acciaio a Taranto, sul preridotto di ferro tagliando le cokerie, scelta che Federacciai ritiene diseconomica.
La salvezza dell'Ilva dipende sì dall'operato del commissario, ma anche dall'approccio che da ora in poi avranno banche e industriali dell'acciaio e dall'impegno che metterà il Governo. Più costruttivo sarà, più finalizzato a salvare e rilanciare l'azienda sarà, nella consapevolezza che è un asset di rilievo per l'industria italiana, più l'Ilva si allontanerà dal baratro nel quale rischia di precipitare. E ne guadagneranno anche la fiducia, il consenso sociale e il clima generale di una città, Taranto, oggi legata a doppio filo alle sorti della più grande acciaieria europea. Oggi fiducia e consenso latitano molto, anzi sono quasi totalmente assenti. Parlando di Ilva c'è solo una percezione negativa.
Ieri per i danni causati dall'inquinamento, oggi anche per i tagli, sebbene nessuno sinora li abbia annunciati. Probabilmente bisognerà rifare il punto sulla strategia da mettere in campo per l'Ilva, probabilmente su alcuni aspetti bisognerà aprire una discussione, ma il contesto nel quale collocare l'intera operazione, nonché ruolo e aspettative dei vari attori sociali, sono elementi che non possono essere trascurati. (Sole24h)

sabato 25 gennaio 2014

Ogni scarrafone (industriale) è bello al Sole 24 ore!

Confindustria all’amatriciana su ILVA e ambiente

Il prevedibile entusiasmo con cui Confindustria applaude all’ultimo Decreto Legge sull’ILVA di Taranto traspare dal giornale di famiglia: il Sole 24 Ore del 21 Gennaio dedica all’argomento l’intera pagina 39 con richiamo dalla prima. Nell’analisi di Jacopo Giliberto si legge testualmente: ‹‹Sull’ILVA di Taranto ci sono molti luoghi comuni e molte incertezze. Il luogo comune dice che la città è inquinatissima da una delle acciaierie più sporche del mondo, e non è vero. Le emissioni dello stabilimento di oggi sono molto migliori di molte delle più ammirate e moderne acciaierie modello d’Europa e, al contrario di quello che pensano molti, la qualità dell’aria di Taranto è assai meglio dell’aria respirata dai cittadini di una qualunque città padana. Esempio: ieri nell’aria di Milano sono stati rilevati 143 microgrammi di azoto, a Taranto 22 microgrami››. Forse Giliberto non ha mai visto le graziose nuvolette rosse che ogni tanto colorano il cielo della città – lì non c’è solo azoto – né il “vapore acqueo” (definizione dell’On. Perillo) che imbianca i tramonti del Rione Tamburi. In merito alla presunta salubrità degli vecchi impianti tarantini, alcuni delegati e dirigenti sindacali FIOM hanno visionato la fabbrica Thyssen Krupp di Duisburg in Germania, così simile a quella di Taranto per capacità produttiva, tecnologia (a ciclo continuo con cockeria) e vicinanza al centro abitato, e riferiscono di non aver notato fumi e di aver visto operai entrare ed uscire “puliti” in una fabbrica circondata da alberi in piena salute – a chi vive a Taranto è ben nota, invece, l’immagine degli asfittici alberi  sulle collinette ecologiche. Cosa dire poi dell’acciaieria VoestAlpine di Linz, in Austria, la cui ecocompatibilità è acclarata sia da Peacelink  che da  FIOM CGIL ?
Sulla stessa pagina del Sole, Paolo Bricco descrive quello che dovrebbe essere il progetto di Bondi – se e quando il commissario si degnerà di rendere noto un piano industriale – : riconvertire la fabbrica passando alla produzione di acciao con gas – adoperando la tecnologia del preridotto – e chiudendo così definitivamente le cockerie che, finalmente, azzererebbero i famigerati Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) altamente cangerogeni e ridurrebbero del 63% l’emissione di CO2. La riconversione avverrebbe grazie ad un aumento di capitale dal 3 mld di Euro richiesto, in prima battuta, alla famiglia Riva, e, in caso di rifiuto, a Unicredit, Intesasanpaolo e Cassa Depositi e Prestiti (cioè lo Stato). Domenico Palmiotti, sempre sul Sole 24 Ore, chiarisce che questa operazione ‹‹ dovrà essere espressamente finalizzata al risanamento›› e Confindustria Taranto parla di ‹‹interesse di notevoli proporzioni che, allontanando definitivamente tentazioni di tipo disfattista e ostruzionista, dovrà meritare da parte nostra [….] un’ampia condivisione›.
Abbiamo chiesto qualche commento in merito ad Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink e decano dell’ambientalismo tarantino.
Alessandro, come commenti l’annuncio di un’eventuale modifica del processo di produzione d’acciaio con conseguente riduzione dell’impatto ambientale?
Si tratta di operazioni di pubbliche relazioni messe in atto da Confindustria. L’ Autorizzazione Integrata Ambientale prevede un iter dimensionato su tecnologie che hanno poco a che vedere con il tipo di riconversione annunciata sul Sole 24 Ore e che non sono compatibili con un taglio della CO2 annunciato per far vedere che anche il nostro sistema industriale ha a cuore la riduzione dei gas serra proposta dalla UE. Fin quando una modifica strutturale di tal portata non è prevista in una nuova A.I.A. (che è un vero e proprio contratto con un cronoprogramma da seguire) si parla di aria fritta.
Quando Palmiotti scrive che l’aumento di capitale dovrà essere finalizzato al risanamento (come tutte le somme spese dal commissario), cosa vuol dire?
Anche qui c’è una bella operazione di depistaggio che va chiarita: la normativa dice testualmente che va evitato qualsiasi rischio di inquinamento al momento della cessazione definitiva delle attività ed il sito deve essere ripristinanto ai sensi della normativa vigente in materie di bonifiche e ripristino ambientale. Ciò significa che l’AIA, oltre ad una “bonifica” delle tecnologie – termine che, per le teconologie non esiste ma che viene confuso apposta con il risanamento citato da Palmiotti – dovrebbe prevedere un’accantonamento periodico delle somme necessarie ad ammodernare gli impianti e a bonificare (questa si sarebbe la vera bonifica) terreno e falda inquinate una volta cessata l’attività di produzione. Ci vorrebbe una caratterizzazione veritiera di suolo e falda per quantificare gli investimenti da effettuare al fine di permettere l’utilizzo del nuovo proprietario finanche a fini agricoli.
E questo ripristino è previsto nell’AIA?
Certo, anche se non c’è pubblicità in merito. Da quello che so io non è stata quantificata la somma da accantonare anno per anno e, comunque, ci vorrebbero fidejussioni bancarie vista la presumibile entità delle cifre. Comunque, secondo l’ultima AIA, ILVA non potrebbe investire tutto in ammodernamento degli impianti senza creare fondi per il ripristino a nuovo.
Vuoi commentare le dichiarazioni di Confindustria?
Chi lotta e si impegna per la tutela di ambiente e salute non può essere disfattista, e comunque quando si utilizza un termine così forte bisognerebbe avere il coraggio di fare nomi e cognomi. A questo punto io potrei chiedere: cosa significa non essere disfattisti?
E vuoi commentare l’analisi di Jacopo Giliberto sulla qualità dell’aria di Taranto?
Bisognerebbe avere il buon senso di fare confronti sull’intero spettro di inquinanti, non su uno solo. Se anche fossimo a norma con riferimento al singolo inquinante, il cocktail complessivo è micidiale. A tal proposito la perizia sulle emissioni inquinanti dei consulenti incaricati dalla magistratura è stata molto chiara: partiamo da 4000 tonnellate annue di polveri dalle sole emissioni controllate fino ad arrivare ad una serie di altre emissioni – ben quantificate nella perizia – che non hanno pari in Italia. Peacelink ha analizzato l’archivio INES (ora confluito nell’archivio europeo EPRTR): Taranto è un’enciclopedia a cielo aperto di inquinanti di tutti i tipi. Poi, per fortuna, non tutte le emissioni si tramutano in immissioni: i venti ed i fenomeni atmosferici possono diluire le emissioni inquinanti, ma anche farle ristagnare per ore sul nostro cielo. Per questo motivo talvolta, in presenza di correnti ascensionali, le centraline rilevano poco inquinamento anche in presenza di spettacolari colonne di fumo, salvo poi misurare con il nostro analizzatore portatile di IPA picchi rilevantissimi di immissioni dopo diverse ore.(Siderlandia)

lunedì 2 dicembre 2013

Lotte nel fango

QUALITA’ DELLA VITA, LA PUGLIA MIGLIORA DI POCO: TARANTO NON E’ PIU’ MAGLIA NERA MA RESTA IN FONDO

http://www.haisentito.it/foto/swamp-soccer_802_2.html

Taranto recupera qualche posizione ma resta, comunque, indietro rispetto al vivibile nord. Questo è solo uno dei dati della annuale classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore. In generale è tutta la Puglia, con le sue Province a non essere piazzata bene.
 Qualche città recupera ma nessuna riesce a risalire almeno a metà classifica. Bari, ad esempio, recupera tre posizioni rispetto al 2012 ma si piazza al 97esimo posto su 107. Più marcato il miglioramento di Taranto che lascia la maglia nera conquistata lo scorso anno a Napoli e risale di qualche posizione. Lecce è la provincia meglio piazzata al 90esimo posto, seguita da Brindisi al 92.
E tuttavia, quest’ultima, rispetto al 2012 sale di 12 posizioni. E ancora Foggia si piazza al 99esimo mentre Taranto (seppur in miglioramento) resta alla 104esima posizione. Ovviamente in testa alla classifica restano le città più ricche del nord Italia.
Al primo posto Trento, seconda Bolzano e terza  -new entry sul podio – Bologna che scala la classifica guadagnano diverse posizioni. I parametri presi in considerazione sono fissi e si dividono in sei macroaree che spaziano dal tenore di vita alla sicurezza, dai servizi al lavoro.(puglia24)

giovedì 28 novembre 2013

La mummia lancia bende (a salve?) contro il padrone

Ilva usata come bancomat – Bondi chiede ai Riva un risarcimento di 500 milioni


Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, ha presentato al Tribunale di Milano una richiesta di risarcimento nei confronti della famiglia Riva, quantificando in quasi 500 milioni di euro le risorse che la società capogruppo, Riva Fire, avrebbe sottratto all’Ilva a partire dalla seconda metà degli anni ’90. La notizia è stata riportata dal Sole 24 Ore. Secondo il commissario nominato dal governo, tramite Riva Fire la famiglia proprietaria dell’acciaieria avrebbe sottratto all’Ilva risorse attraverso un contratto di “assistenza tecnica e di servizi”.
“L’accusa è giuridicamente pesante e  infamante -  scrive Paola Bricco sull’inserto Imprese e territori del Sole – per diciassette anni – dal 1995 – l’Ilva è stata usata dai Riva come un bancomat. In linguaggio giuridico Riva Fire – come società – e i Riva – in quanto amministratori della capogruppo e in alcuni casi anche dell’Ilva – avrebbero attuato un esercizio abusivo delle attivita’ di direzione e di coordinamento della controllata che ha come attivita’ principale l’acciaieria di Taranto, violando i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale. In pratica i Riva avrebbero distolto dall’Ilva soldi veri, che adesso Bondi e i suoi collaboratori quantificano in poco meno di mezzo miliardo di euro, trasferendo negli anni questa cifra in Riva Fire attraverso un contratto di “assistenza tecnica e di servizi”, stipulato fra le due societa’ nel 1999.
L’Ilva, società eminentemente manifatturiera, non disponeva di tutte le competenze, tecniche e nel rapporto con il mercato, per funzionare bene. Dunque, per diciassette anni ha acquisito questi servizi dalla controllante, Riva Fire, pagando dei prezzi che ora vengono ritenuti non corretti. Questo accordo infra-gruppo risulta in continuita’ con un altro contratto, risalente al 1995, anno della privatizzazione con cui l’Iri cedette alla famiglia milanese un pezzo di Italsider. Ieri l’Ilva ha depositato la richiesta di risarcimento nella sezione specializzata in diritto dell’impresa del Tribunale di Milano, guidata dal magistrato Marianna Galiotto. La richiesta e’ stata formulata in via autonoma dall’Ilva nell’ambito di un giudizio civile promosso dalla Valbruna Nederland (la famiglia Amenduni, socia di minoranza di Ilva), che non era per nulla persuasa dei flussi di denaro in uscita dalla controllata verso la capogruppo.
Bondi, assistito dall’avvocato Giuseppe Lombardi e dal professor Lotario Dittrich, muove pesantemente contro i Riva, dopo avere compiuto verifiche sulla non congruita’ dei meccanismi finanziari e industriali congegnati da questi ultimi. E, nel farlo, si appoggia a una relazione tecnica predisposta da PricewaterhouseCoopers Advisory. La richiesta di risarcimento danni viene rivolta a quasi tutto l’albero genealogico dei Riva: Fabio Arturo (latitante in Inghilterra, a Londra il 14 gennaio prossimo l’ultima udienza per l’estradizione), Nicola (ultimo presidente dell’Ilva, prima di Bruno Ferrante), Angelo Massimo, Claudio, Daniele, Emilio Massimo, il fondatore Emilio e il fratello Cesare Federico, per i quali oggi, proprio a Milano, si tiene la prima udienza preliminare per evasione fiscale”. (inchiostroverde)

martedì 29 ottobre 2013

Santa Ilva nella casa del Sole (24 ore)


Taranto agli ultimi posti in Ecosistema Urbano. Legambiente: la causa è l’assenza di una seria politica ambientale da parte dell’Amministrazione Comunale, l’Ilva -in questo caso- non c’entra…


Nella classifica finale del XX Rapporto Ecosistema Urbano, prodotto da Legambiente e dal Sole 24 Ore, Taranto si piazza al 34° posto nella sezione dedicata alle Città Medie su un totale di 44 città monitorate. L'anno scorso era al 40° posto.
Per Legambiente i dati complessivi forniti da Ecosistema Urbano parlano, purtroppo, da soli: a Taranto non ci sono politiche innovative in campo ambientale, né attenzione all'uso di energie alternative, il verde a disposizione dei cittadini è irrisorio (e la sua manutenzione, scorretta e spesso caratterizzata da potature "selvagge" è stata da noi più volte denunciata), la raccolta differenziata ferma a dati inaccettabili (solo a Lama, secondo le ultime rilevazioni, finalmente si è invertita la tendenza), le politiche relative alla mobilità alternativa all'uso del mezzo privato inesistenti (la stessa pista ciclabile in Viale Magna Grecia, così come la realizzazione del parcheggio a Cimino, in mancanza di assi di penetrazione diretti verso il centro riservati alle biciclette ed agli autobus, risultano di scarsa utilità), le aree pedonali estremamente circoscritte (e la pedonalizzazione di Piazza Carmine, pur positiva, poco ha aggiunto in termini di estensione).
Manca insomma un'idea di futuro diverso, un progetto di una "altra Taranto" e gli atti concreti che ne dovrebbero e potrebbero conseguire.
Non si può continuare così: è già tardi.

Un discorso a parte meritano gli indici per la qualità dell'aria. Al netto dei dati non disponibili per l'ozono, Taranto è al 7° posto (su 44) per il PM10 ed al 19° posto per il Biossido di Azoto NO2 (media dei valori registrati dalle centraline urbane presenti sul territorio comunale).
I dati confortanti sulla qualità dell'aria di Taranto per il 2012 vanno però letti con particolare cautela. Va infatti considerato che, relativamente alla qualità dell'aria nelle città italiane, Ecosistema Urbano prende in considerazione soltanto i principali macroinquinanti - PM10, NO2, ozono - legati a un complesso di fattori quali traffico, processi industriali, riscaldamento e tralascia i microinquinanti (tra essi diossine, IPA, ecc) prevalentemente emessi nell'ambito dei processi industriali.
In particolare il dato positivo del PM10 va considerato con attenzione.
Innanzitutto se la città di Taranto, invece che affacciata sul mare, fosse situata in Pianura Padana, dove le condizioni climatiche e geografiche non permettono la circolazione dell'aria, avrebbe risultati ben diversi. Inoltre vanno considerati la presumibile modifica delle pratiche operative dell'Ilva, conseguenti alla presenza per molti mesi dei custodi giudiziari in azienda, e per i parchi minerali, l'arretramento – sia pure contenuto – e la diminuzione dell'altezza dei cumuli. Nel 2013 i dati saranno ulteriormente condizionati, in positivo, dalla riduzione della produzione seguita alle vicende giudiziarie ed alla nuova AIA, dal fermo di alcuni impianti (altiforni e batterie) e dall'applicazione delle misure previste per i wind days, sempre in conseguenza della nuova AIA entrata in vigore nell' ottobre 2012.
Se da una parte questi dati sono un concreto segnale di speranza in merito alla possibilità che lo stabilimento Ilva tarantino, dopo i lavori previsti dall'AIA, diventi compatibile con la città, va comunque ricordato che altri inquinanti di produzione industriale rendono più patogene le polveri tarantine. Infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c'è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % di altre città italiane (secondo lo studio MISA) e lo 0.33% di altre città europee (studio SENTIERI). Va ricordato infine che recentemente la IARC (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato il particolato come sicuramente cancerogeno (classe 1) per l'uomo.
Soprattutto, questi dati devono costituire un punto di non ritorno, un traguardo che può e deve essere migliorato e dal quale non è pensabile alcun arretramento a valori anche lontanamente vicini a quelli registrati fino a non troppo tempo fa.

A mantenere Taranto nei bassifondi della classifica sono quindi specialmente alcuni indici; la nostra città:
• è ultima per la mobilità alternativa, che valuta i seguenti indicatori: presenza di autobus a chiamata, controlli varchi ZTL, presenza di mobility manager, car sharing, piano spostamenti casa-lavoro, pedibus/bicibus – con un dato pari a Zero, fermo al 2010;
• è penultima (a pari "merito" con altre tre città) per verde urbano pubblico con soli 1,70 metri quadri per abitante;
• è penultima (a pari "merito" con altre 2 città) per kilowatt da Solare Fotovoltaico installati su edifici comunali in rapporto ad ogni mille abitanti (con lo Zero %)
• è penultima (a pari "merito" con altre 12 città) per metri quadrati da Solare Termico installati su edifici comunali in rapporto ad ogni mille abitanti (con lo Zero %)
• è terzultima (a pari "merito" con altre 21 città) con un volume pari a Zero per Teleriscaldamento per abitante
• è quartultima per la raccolta differenziata di rifiuti con un misero 8,1% di rifiuti differenziati sul totale dei rifiuti prodotti;
• è quintultima nella capacità di risposta dell'Amministrazione Comunale con il 38% di schede non inviate e risposte non fornite rispetto ai parametri considerati.
Quest'ultimo punto, oltre a dimostrare una evidente scarsa attenzione del Comune di Taranto, genera una serie di ultimi posti nella classifica, causati dalla mancanza di dati comunicati, per:
• Zone a traffico limitato, misurate in estensione per abitante delle aree destinate a ZTL
• Isole pedonali, misurate in estensione per abitante della superficie stradale pedonalizzata
• Piste ciclabili, misurate in metri equivalenti di piste ciclabili ogni 100 abitanti (ultima in compagnia di Brindisi)
• Indice di ciclabilità, calcolato in base alla presenza di biciplan, ufficio biciclette, cicloparcheggi di interscambio, bici stazione, sensi unici eccetto biciclette, bike sharing (ultima in compagnia di altre 4 città)
D'altro canto, anche in presenza di comunicazione di dati, per questi indici la posizione di Taranto non sarebbe comunque cambiata in modo rilevante vista l'esiguità di aree pedonali, ZTL e piste ciclabili.

Vanno un po' meglio, per la nostra città, altri indici.
Il dato più interessante, in positivo, risulta il 5° posto raggiunto per l'offerta di Trasporto pubblico, cioè la percorrenza annua per abitante del trasporto pubblico.: :


Ecco gli altri dati. Taranto si piazza (sempre su 44 città considerate):
• al 28° posto per capacità di depurazione delle acque
• al 27° posto per Politiche energetiche
• al 27° posto per Consumi elettrici domestici
• al 26° posto per Pianificazione e partecipazione ambientale
• al 22° posto per dispersione dell'acqua nella rete
• al 22° posto per i passeggeri del trasporto pubblico
• al 21° posto per Aree Verdi totali
• al 21° posto per Incidentalità stradale
• al 19° posto per Produzione di rifiuti urbani
• al 18° posto per Eco Management
• al 18° posto per Certificazioni Ambientali
• al 16° posto per consumi idrici domestici
• al 5° posto, ma insieme ad altre 8 città, per tasso di motorizzazione relativo alle auto
• al 4° posto, ma insieme a altre 6 città, per tasso di motorizzazione relativo alle moto                      

sabato 23 marzo 2013

Ostriche aperte... si attende lo champagne

Ma quanto sono contenti gli amici del Sole 24h che i Riva possono tornare a fatturare!!
 
Ilva torna a produrre, riparte l'area a freddo
 
Piccoli segnali di ripresa all'Ilva dopo nove mesi di tensioni tra sequestri e scontri con la magistratura. Nell'area a freddo l'altro ieri è ripartita una delle due linee di finitura del Treno lamiere e di conseguenza sono tornati in produzione circa 250 addetti sui 370 totali. Il Treno lamiere preparerà la «materia prima» che, ai primi di aprile, consentirà poi ai due Tubifici di riprendere a funzionare: il Tubificio 1 marcerà con 21 turni settimanali, il 2, invece, con 5 turni. La forza lavoro dei Tubifici è di circa 400 unità. Treno lamiere e Tubifici si uniscono agli altri impianti dell'area a freddo in attività già da alcune settimane. E non si esclude che anche il Treno nastri 1, fermo da tempo e col personale in cassa, possa ripartire a breve se la Corte Costituzionale, esaminando la legge 231 sull'Ilva, dovesse riconoscerne la costituzionalità respingendo le eccezioni sollevate dai giudici tarantini. A quel punto, con l'ok della Consulta alla legge, l'azienda potrebbe commercializzare le merci bloccate dal sequestro di fine novembre e che nei giorni scorsi il Tribunale dell'appello ha sottratto alla vendita diretta da parte dei custodi giudiziari, ordinata invece dal gip Patrizia Todisco. Prima di mettere in vendita 1,7 milioni di tonnellate di prodotti e semilavorati, però, ci sarà probabilmente bisogno di rilavorare parte di questi materiali e quindi la necessità di affiancare alla marcia del Treno nastri 2 anche quella dell'1. Tutta l'area a freddo dell'Ilva, che non è mai stata sequestrata dalla magistratura, era stata progressivamente fermata dall'azienda, col ricorso alla cassa, a fronte del combinarsi di due problemi: la crisi di mercato e i sigilli dell'autorità giudiziaria a quanto prodotto prima del 3 dicembre, giorno in cui sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto da cui poi è nata la legge di conversione n.231. Adesso una serie di impianti vengono rimessi in produzione sia perché c'è domanda da soddisfare, sia perché Ilva ha bisogno di fatturare e di non perdere più commesse dopo averne persa una in Usa (25 milioni di dollari per 25mila tonnellate di tubi per un gasdotto) proprio nelle settimane del blocco giudiziario alle merci.
E intanto Ilva e sindacati hanno già avuto un incontro sull'attuazione dell'accordo sui contratti di solidarietà firmati al ministero del Welfare giovedì scorso. I sindacati hanno chiesto all'azienda chiarimenti su come, con la solidarietà, saranno disciplinati ferie, malattia, notturni e festivi. L'accordo prevede 3.749 esuberi ma a ruotare, nella solidarietà, saranno 11.050 lavoratori – quasi tutta l'Ilva – con una percentuale media del 34% di riduzione dell'orario di lavoro. Operativamente i contratti di solidarietà partiranno dai primi di aprile. Ai lavoratori che il 2 marzo hanno concluso la cassa, l'azienda ha inviato una lettera con la quale li informa del nuovo ammortizzatore cui saranno assoggettati.
Intanto, sul fronte Acciaierie di Terni, la cordata italo-lussemburghese con Aperam, Marcegaglia e Arvedi sta preparando la propria offerta. In gara potrebbero scendere anche altri tre concorrenti. Sono stati in 4 a visitare gli impianti in questi mesi: due delegazioni espressione di soggetti industriali e due emissari di fondi di investimento. Tra le realtà industriali c'è anche la cinese Tsingshan. (Sole24h)

lunedì 28 gennaio 2013

L'abitudine alle brutture che genera il degrado: le (ir)responsabilità degli amministratori

E' stata oramai archiviata  da politici e amministratori locali, come se fosse questione risolta, la brutta pagella data a Taranto a novembre scorso dal Sole 24 ore che  la posizionava  in coda alla classifica sulla qualità della vita e faceva del capoluogo jonico la città italiana in cui si vive peggio.


Ma a rinfrescare la memoria, del cattivo amministratore come quella del più attivo cittadino, è il paesaggio tarantino.

Non quello incantevole di un dolce tramonto su morbide e selvatiche colline di intatta macchia mediterranea...

A rinfrescare la memoria è il paesaggio fatiscente di un quartiere periferico, come "Paolo VI", dove è possibile respirare e "vivere" a pieni polmoni l'aria inquinata che fuoriesce dal complesso industriale, oltre che l'incuria e la negligenza di tanti, tra cui amministratori locali e dirigenti pubblici.



Da mesi il quartiere è lasciato allo sbando: cumuli di erbacce, di "carcasse" di alberi sradicati e rami recisi, sono stati abbandonati tra marciapiedi e strade. tra i responsabili c'è certamente l'Amiu.
Nel sito dell'Azienda municipalizzata, si legge che le operazioni di rassetto per la riqualificazione del territorio sono state ultimate il 12 novembre. Ma da quella data in poi, nonostante le diverse sollecitazioni arrivate a voce agli stessi operatori Amiu dagli abitanti del quartiere, sui  rifiuti da loro stessi depositati per strada, e poi abbandonati, nessuna risposta nè tanto meno un'azione concreta volta alla pulizia e disinfestazione del quartiere è pervenuta a noi abitanti.
Perchè oramai le zone del quartiere interessate dal degrado necessitano di una disinfestazione, resasi indispensabile dal momento in cui ai cumuli di erbacce "è stato permesso" che si aggiungessero rifiuti ingombranti e pericolosi come l' amianto.
Esistono inoltre altre zone, strade e piazzali, addibite a discariche, vicine alle abitazioni, dove oltrettutto sono presenti i cartelli con tanto di scritta "divieto di discarica".

Se, come scritto sempre nel sito dell'Amiu,  l’obiettivo della stessa Azienda fosse stato quello di "dare continuità a quanto si è realizzato, attraverso un programma di ordinaria e costante manutenzione e di diserbo dei luoghi rassettati", ci si domanda come mai non si è dato seguito a quanto disposto.
Perchè le zone in questione non sono state più ripulite?
E ci si domanda inoltre come verranno smaltiti e trattati i rifiuti classificati come speciali?
Verrà effettuato uno smaltimento adeguato per ogni tipo di rifiuto trovato nelle discariche abusive?
Ed inoltre chi controlla che le essenziali e più elementari regole di igiene urbana vengano rispettate?
A tal proposito si porta alla luce un fatto che si ripropone ogni anno.
Soprattutto in questo periodo, ma non solo, in cui si avvicina la tradizionale giornata di San Giuseppe, i bambini sono soliti frequentare queste vere e proprie discariche - con tutti i danni per la loro salute che ne posso conseguire - per raccogliere materiale in legno (tavole, resti di armadi, sedie..) al fine di realizzare il Falò per la notte del 19 marzo. Per questa ragione, gli stessi bambini svuotano interi cassonetti dell'indifferenziata che utilizzeranno poi per la raccolta del materiale da bruciare.

I rifiuti così gettati per strada, si accumulano  a quelli già presenti (come ben rappresentato nelle immagini qui sotto riportate) procurando all'ambiente ed al quartiere un danno di immagine e di decoro, nonchè un danno per la salute pubblica e l'igiene.

C'è evidentemente una "tendenza in atto ad abituarsi alle brutture" come dimostrano anche i bambini del quartiere che nel loro intento di imitare i grandi non fanno altro che ripetere gli errori di chi invece di tutelare l'ambiente lo "distrugge".

mercoledì 23 gennaio 2013

La questione è di pecunia. Ma Riva non ci sente e lo stato sussurra

Un'apparente analisi a 360 gradi in realtà viziata da molti dogmi italiani.
Ecco il senso di questo articolo che in maniera apparentemente scientifica non fa altro che ripetere quello che la vecchia economia mondiale ripete per ogni situazione in cui emerga la contraddizione tra il profitto privato e il bene pubblico creata dal meccanismo dell'accumulazione e della concorrenza.
L'analisi di questo articolo è comparsa sul validissimo blog Corporeus Corpora, ne riportiamo le parole in calce invitandovi a visitare il blog per gli aggiornamenti sull'Ilva.

Dall'Ilva rischio contagio per il Paese

Prima l'acciaieria di Taranto. Poi tutto il gruppo Riva. Quindi, l'economia italiana. L'Ilva è un gigantesco organismo industriale che sta sperimentando una paralisi produttiva, una asfissia finanziaria e una acefalia strategica. Da Taranto, potrebbero presto originarsi cerchi concentrici in grado di sommergere un bel pezzo di Paese.
La fabbrica è bloccata per il conflitto fra magistratura e politica sui tempi, sul grado di cogenza dei lavori di risanamento e sulla possibilità (negata dalle toghe) che questi ultimi avvengano mentre il ciclo produttivo è in funzione.
Il gruppo vive una crisi di liquidità che nasce dal sequestro delle merci (non commerciabili) e dall'indisponibilità dei Riva a fare affluire mezzi finanziari propri – estranei alle attività italiane – a Taranto. L'acefalia strategica è causata dagli effetti sulla governance del gruppo provocati dai guai giudiziari della famiglia lombarda: le decisioni più importanti vengono rese pubbliche dal presidente dell'Ilva Bruno Ferrante, ma si formano soprattutto nel dialogo fra gli avvocati e Emilio Riva, il fondatore dell'azienda agli arresti domiciliari che ha rappresentato (finora) il maggiore argine a ogni ipotesi di disimpegno totale da Taranto, insieme ai banchieri preoccupati dei danni che una liquidazione dell'Ilva potrebbero produrre ai bilanci dei loro istituti di credito. Il combinato disposto di queste criticità rischia di fare di Taranto un epicentro da cui le onde si potrebbero presto sprigionare. Prima investendo nella sua totalità il (fu) primo gruppo siderurgico italiano, poi diffondendosi nei gangli e nel sistema nervoso della manifattura attraverso il virus patogeno del collasso delle forniture, quindi ritornando indietro sotto forma di disastro economico-sociale, con il rischio di inghiottire tutta Taranto.
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lunedì 26 novembre 2012

ULTIMI!!!

Facile fare del giornalismo incollanumeri. Più difficile è fare inchiesta.
Specialmente se dietro le testate si celano i poteri che hanno influenzato l'intero sistema Italia negli ultimi 50 anni ed oltre.
Taranto ultima. Il sogno infranto. I tarantini sfigati ed incapaci. I politici locali ladri e le imprese spregiudicate. Quante dita puntate sul "qualunque". Eppure era tutto "annunciato"!
I disastri servono ad imparare per non ripetere gli errori commessi.
I disastri italiani, invece, fanno sorridere chi tiene le corde dei burattini.
Perché?

Taranto ultima per qualità della vita
"Storia di un declino annunciato"

La ricerca del Sole 24 Ore sulla qualità della vita boccia anche Bari, Brindisi e Foggia: quattro province pugliesi nelle ultime otto posizioni in classifica

Nell'anno dell'emergenza Ilva, Taranto è l'ultima città d'Italia per qualità della vita. In compagnia di Bari, Brindisi e Foggia, quattro province pugliesi nelle ultime otto posizioni in classifica della ricerca del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle province italiane. Per il capoluogo ionico, che scalza dall'ultimo posto la vicina Foggia, è la "storia di un declino annunciato".
La ricerca - svolta ancora sulle 107 province invece che sulle 110 attuali - si articola su sei settori (tenore di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, popolazione, ordine pubblico, tempo libero) costruiti a loro volta su sei indicatori (per un totale di 36), che danno luogo a sei graduatorie di tappa e quindi alla classifica finale.
In fondo alla classifica c'è Taranto che raggiunge il proprio risultato migliore solo nell'Ordine pubblico (54esimo posto grazie all'incidenza modesta di scippi, borseggi e rapine e di truffe) mentre si ferma al 94esimo posto in Tenore di vita e in Servizi-Ambiente-Salute e al 95esimo nella voce Affari e lavoro per registrare i risultati peggiori nel Tempo libero e nella Popolazione (rispettivamente al posto 104 e 103 della classifica).
Taranto risulta anche fortemente deficitaria sotto il profilo dei giovani, visto che la loro quota sul totale degli abitanti è scesa del 6 per cento  in dieci anni e la citta è al 105esimo in Italia per l'imprenditorialità dei 18-29enni. Taranto inoltre non si piazza tra le prime quindici posizioni in nessunodei 36 parametri alla base dell'indagine
Taranto non resta però sola nel crollo: Bari scende di due posizioni rispetto al 2011 andando a occupare il 100esimo gradino, mentre Brindisi precipita di ben 16 posizioni crollando dall'88esimo al 104esimo posto. Tra le ultime l'unica che sale, ma è una magra consolazione, è Foggia che passa dall'ultima posizione al 101esimo posto. Cade anche Lecce, la più lontana dal fondo classifica: si ferma al 91esimo posto; l'anno scorso era all'85esimo. (Repubblica)

Taranto, storia di un declino annunciato

This is the end, si potrebbe scrivere di Taranto al cospetto di un giudizio così drastico che l'ha fatta rotolare all'ultimo posto della graduatoria sulla Qualità della vita. Mai come in questo caso, però, la sua fine (apparente) coincide con il suo inizio (reale). Tutte le iniziazioni vanno celebrate da un officiante, come insegna la grecità di cui Taranto è imbevuta.
Tra i tanti cantori della città adagiata sul mare viola dei greci, non si può non citare Guido Piovene, lo scrittore vicentino autore a metà degli anni 50 di un celeberrimo «Viaggio in Italia»: «Questo porticciolo orientale, questa popolazione di pesci e di molluschi, è uno dei miei migliori ricordi italiani; e così nell'insieme il ricordo di Taranto, città di mare tersa e lieve, tanto che passeggiandovi sembra di respirare a tempo di musica».
Quella che conobbe Piovene era la città arsenale, la città dei due mari ritagliata su misura da una natura generosa sfruttata per le operazioni belliche della Marina militare. Scriveva Piovene: «Taranto marinara giunse in tempo di guerra a impiegare 15mila operai. Con un'attività ridotta, con l'arsenale declinante, la disoccupazione si presenta grave». Due affermazioni dello scrittore vicentino hanno attraversato gli ultimi 57 anni per riproporsi come un mantra nella Taranto contemporanea: il respiro della città, avvelenato dalle emissioni dei quattro poli industriali (Ilva, Eni, Cementir e quel che rimane dell'Arsenale), che allo stesso tempo hanno riversato nel mar Piccolo quantità così imponenti di metalli pesanti e mercurio da costringere le autorità sanitarie a vietare tassativamente la coltura delle cozze in quella zona; e la mancanza di lavoro, la condizione di minorità che insieme all'inquinamento sta in cima ai pensieri di ogni famiglia, di ogni ragazzo, di ogni donna tarantina.
L'ultima posizione è aggravata dalla pessima performance generale delle province pugliesi, che hanno monopolizzato la coda della graduatoria nazionale: quattro di loro si trovano negli ultimi otto posti, un po' meglio fa la sola Lecce, 91ª. Un quadro che dovrebbe impensierire Nichi Vendola e la sua squadra di fedelissimi da sette anni alla guida della Regione.
Taranto, come sempre, fa da detonatore. Vieni «in quell'angolo di mondo che più di ogni altro allieta», come scriveva il poeta romano Orazio, scegli un ristorante a caso fra la città nuova dalle linee umbertine e la città vecchia dalle suggestioni arabe, scegli un gruppo di commensali e ritrovi, una dopo l'altra, le ansie di una città che nel Novecento ha rappresentato per il Sud la certezza di un futuro manifatturiero. Chi ha un parente stretto ammalato. Chi è senza lavoro. Chi ha i figli disoccupati.(Sole24h)

giovedì 11 ottobre 2012

Ma il tagliando dell'auto serve per l'ambiente o per l'efficienza?

La magia di capitan Ferrante e l'aiutino mediatico degli amici del Sole 24 ore ritentano per l'ennesima volta dai tempi degli accordi di programma e della prima AIA a trasformare magicamente gli investimenti in spese per l'ambiente!

E noi chi siamo! Gli scemi del villaggio? O pensano che Taranto e l'Italia siano un villaggio di scemi?
 

Ilva, utili per 1,4 miliardi 1,1 investiti per l'ambiente



Una redditività netta complessiva pari a 1,4 miliardi di euro, interamente mantenuta all'interno dell'azienda. Un totale di 6,1 miliardi di euro investiti, di cui 1,1 destinati alla salvaguardia ambientale. Questo, al di là di qualunque valutazione di merito sulla qualità o la correttezza degli interventi fatti, dicono i numeri dei diciassette anni di gestione Riva dell'Ilva.
Analizzando i bilanci del gruppo siderurgico negli ultimi anni (si veda la tabella accanto) emerge, innanzitutto, la capacità dell'Ilva di generare ricchezza. In questi anni ci sono stati periodi bui (soprattutto quelli più recenti), ma anche cicli di grande crescita. I numeri dicono che nonostante le note difficoltà vissute dal mercato siderurgico negli ultimi tre anni (durante i quali l'azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro), la gestione industriale ha prodotto, durante gli anni della famiglia Riva, un reddito pari a 2,1 miliardi di euro: la redditività netta complessiva, dal 1995 al 2011, è stata in particolare pari a 1,4 miliardi di euro, nonostante negli ultimi tre anni sia risultata negativa per 446 milioni di euro.
Per quanto riguarda gli interventi, un'analisi dei bilanci evidenzia come, negli ultimi diciassette anni di gestione, l'Ilva abbia effettuato investimenti in immobilizzazioni materiali (terreni e fabbricati, impianti e macchinari, attrezzature industriali e commerciali e altri beni) per 6,1 miliardi. Il 90% di queste spese deriva da autofinanziamento: oltre agli utili reinvestiti (1,4 miliardi di euro), l'azienda ha provveduto con gli ammortamenti (4,1 miliardi). Altri 620 milioni di euro, però, sono le risorse investite attraverso debiti contratti nei confronti di altre società del gruppo Riva e con le banche. Nello stabilimento di Taranto sono stati investiti ad oggi 4,6 dei 6,1 miliardi di euro complessivi: la somma destinata alla salvaguardia ambientale ammonta a 1,1 miliardi di euro.
Dal punto di vista finanziario, invece, l'aumento dei mezzi propri (il patrimonio netto in questi anni si è praticamente quadruplicato, salendo dai 621 milioni di euro del 1995 ai 2,4 miliardi del 2011) è stato controbilanciato da un incremento dei debiti finanziari, che oggi sfiorano i 3 miliardi (2,9) contro i 379 milioni di diciassette anni fa. I debiti finanziari sono aumentati soprattutto nell'ultimo quadriennio, da 1,8 a 2,9 miliardi di euro, a causa della riduzione dei flussi di cassa provocata dai risultati negativi della gestione industriale (per circa 805 milioni). La contrazione del cash flow ha rallentato così gli investimenti in immobilizzazioni materiali, quasi dimezzati rispetto al triennio precedente.
L'ultimo bilancio di Ilva spa, relativo al 2011, evidenzia una perdita netta di 35,5 milioni, nonostante un aumento dei volumi rispetto all'anno precedente, quando il risultato finale era stato positivo per 43,7 milioni di euro.
L'anno scorso i ricavi hanno superato i 6 miliardi di euro, oltre il 30% in più (l'incremento è giustificato dall'aumento dei volumi, ma anche dall'aumento dei prezzi medi di vendita) rispetto ai 4,6 miliardi dell'anno prima. Anche alla voce costi, però, si registra una crescita: i costi delle materie prime fanno segnare un incremento (+36,1%) superiore a quello dei ricavi. Come diretta conseguenza, il margine operativo lordo della gestione industriale è peggiorato, passando da 121 milioni di euro a 36 milioni. Al netto di ammortamenti e accantonamenti, il reddito operativo finale è negativo per 360 milioni, contro il «rosso» di 261 milioni dell'anno prima.

In 17 anni di gestione Riva, Ilva ha investito complessivamente 6,1 miliardi: 1,4 provengono dagli utili reinvestiti, 4,1 sono riconducibili agli ammortamenti. In aggiunta all'autofinanziamento, Riva ha sborsato una somma di 620 milioni, riferita a debiti contratti nei confronti di banche e di altre società del gruppo
Praticamente quadruplicato, in questi anni, il patrimonio, salito dai 621 milioni di euro del 1995 ai 2,4 miliardi del 2001. Per contro, però, i debiti finanziari sono saliti a 2,9 miliardi, contro i 379 milioni di euro di diciassette anni fa
L'anno scorso Ilva spa ha generato una perdita netta di 35,5 milioni di euro, contro l'utile di 43,7 milioni maturato alla fine dell'esercizio precedente. Alla fine del 2011 i ricavi ammontavano a 6,026 miliardi di euro, in forte incremento rispetto ai 4,6 miliardi di fine 2010 (Sole24h)

mercoledì 17 febbraio 2010

Rigassificatore: prosegue che???

Un promemoria in più per le prossime elezioni regionali: come la mettiamo, cari candidati presidenti, con i rigassificatori?

Gas Natural: +13,1% utile
Milano, 16 feb - Il gruppo Gas Natural ha presentato anche i dati relativi all'Italia, dove nel 2009 e' stata confermata la crescita dell'attivita': l'Ebitda ha raggiunto i 56 milioni, il 55,6% in piu' sul 2008. Il volume di gas distribuito e' ammontato a 3.495 Gwh (+19,2%). Il gruppo, mentre procede l'iter per le autorizzazioni dei due progetti di rigassificazione di Trieste e Taranto, ha registrato un aumento di 23.033 nuovi punti di consegna raggiungendo una quota di 414.125 (per una rete di distribuzione che ormai somma 5.645 km). (radiocor-Sole24h)

E intanto sulla Gazzetta...

sabato 19 dicembre 2009

101 volte ultimi!

Taranto 101esima (su 107 province), un vero motivo di vanto per Florido & co.!
Domani soliti articoli sui soliti quotidiani locali, e poi, dopodomani, tutti a fare le cartellate e a comprare spumanti per festeggiare il Natale e dimenticare, per l'ennesima volta, che siamo in una delle peggiori realtà provinciali d'Italia e d'Europa!
Auguri!

mercoledì 23 settembre 2009

E se "le UIL" si mettessero d'accordo?

Come si fa a credere a due posizioni così contraddittorie?
Sarebbe bene fare chiarezza e non girare intorno alle questioni.
I lavoratori, e soprattutto le loro famiglie che respirano l'aria di Taranto, meritano più coerenza!

«La centrale Eni? Ridurrà le emissioni»
Sui rischi di inquinamento i chimici della Uil minimizzano senza temere le polemiche
L’investimento ammonta a 180 milioni di euro che saranno spesi nei prossimi tre anni Uilcem: «L’investimento è sicuro e manterrà il lavoro»
Le segreterie nazionale e provinciale dicono sì al progetto

• Le obiezioni di tipo ambientale, che accompagnano il via libera del governo alla costruzione di una nuova centrale elettrica dell’Eni, non scalfiscono le convinzioni della Uilcem, il sindacato dei chimici Uil. In campo è scesa addirittura la segreteria nazionale con una nota nella quale si esprime «soddisfazione per il parere favorevole dato dal ministero dell’Ambiente alla valutazione di impatto ambientale per l’amplia mento della centrale Eni Power di Taranto». A voler essere precisi la soddisfazione della Uilcem nazionale è «forte» così com’è forte quella espressa dal segretario generale della Uilcem di Taranto, Amedeo Guerriero. Sarà interessante conoscere la posizione della Uil...
«L’investimento - ricorda la Uilcem - pari a circa 180 Mln di euro per 3 anni di lavori, consentirà finalmente di rammodernare gli impianti, ormai vecchi, con una tecnologia di nuova generazione coerente con le politiche nazionali sul risparmio energetico, in grado di abbattere in maniera rilevante le emissioni delle polveri inquinanti, da sempre ritenute responsabili dei negativi effetti ambientali sul territorio».
«La segreteria nazionale Uilcem - si legge ancora nella nota - ritiene inoltre che tale investimento dia garanzie rispetto alla sicurezza dei lavoratori interessati, al mantenimento dei livelli occupazionali, e soprattutto sia in grado di traguardare l’intero sito industriale, Raffineria compresa, per il lungo periodo».
«La segreteria nazionale Uilcem - conclude il comunicato - auspica che tale percorso possa concludersi nei tempi più opportuni attraverso l’approvazione definitiva da parte del ministero dello Sviluppo economico».

martedì 22 settembre 2009

Dove sono finiti il sindaco e il presidente della provincia?

Ambiente a picco. Maglia nera a Taranto

Taranto condannata anche dal «Bil». Il Benessere interno lordo è l’indice che non misura la ricchezza, ma lo stato di salute di una comunità a prescindere da beni e servizi prodotti. Ovvio che a incidere sia, in maniera determinante, l’inquinamento ambientale. Introduce parametri nuovi il «Bil»: «Le condizioni di vita materiali e la salute; l’istruzione e le attività personali; la partecipazione alla vita politica e i rapporti sociali; l’ambiente e l’insicurezza economica e fisica».

Così ieri gli articoli del «Sole 24 Ore» hanno presentato la ricerca effettuata insieme al Centro studi Sintesi. Una sfida «lanciata la settimana scorsa dal Rapporto Stiglitz per andare oltre gli indicatori tradizionali che misurano lo stato di salute di un’economia».
Classifica nazionale eppure a Taranto di «Bil» si è parlato e si continua a parlare. Soprattutto nel mondo del volontariato e anche con dibattiti interessanti, ma a scorrere la classifica pubblicata dal «Sole 24 Ore» si scopre il paradosso. Proprio nel «Bil» rientra il paramentro del numero di associazioni di volontariato presenti sul territorio. La città è al 72esimo posto: mezza associazione ogni mille abitanti contro l’1,29 di Gorizia prima in Italia. Qualcosa non funziona. Qualcosa si è definitivamente rotto.
Più di ogni cosa non funziona l’ambiente, ma è solo una conferma. Mentre il governo dà il via libera alla nuova centrale elettrica dell’Eni e l’azienda ammette candidamente un aumento delle emissioni di anidride carbonica, la classifica del «Bil» inchioda Taranto al 102esimo posto proprio per Carbon intensity l’intensità produttiva di anidride. In graduatoria il capoluogo è penultimo. Fa peggio solo Brindisi. Non è un caso.

Ma cosa misura il «Bil»? Forse è più facile dire quello che non misura. Lo spiegò nel marzo del 1968 Robert Kennedy in un discorso all’Università del Kansas: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones (l’indice della Borsa Usa, ndr) né i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende l'inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari».
«Il Pil - aggiunse Bob Kennedy - non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».
L’inciso kennedyano stringe lo sguardo sul presente, su Taranto. La classifica del «Sole 24 Ore» spiega che la misurazione del «Benessere interno lordo» non ha «pretesa di rigore scientifico». Eppure la classifica rispecchia al città, le sue insicurezze, la sua mediocrità, il drammatico ristagno del pensiero. Taranto non brilla per tasso d’iscrizione all’università (39,9 per cento; la prima in Italia, Campobasso, registra il 57,9 per cento ) e per valore aggiunto pro capite (86esima con 15mila 600 euro nel 2008). Indietro anche la spesa per gli spettacoli (71esimo posto) e poco consola la speranza di vita alla nascita: per un tarantino è di quasi 82 anni (il capoluogo è 21esimo). Completano il quadro l’af fluenza alle urne (Taranto al 71esimo posto con il 65,7 per cento) e i reati: in media 2,2 per 100mila persone (39esimo posto). Alla fine dei numeri Taranto si piazza al 96esimo posto della classifica nazionale. Sarà stato pure «una sorta di gioco», come hanno voluto dipingerlo i cronisti del «Sole», ma la città esce ancora con le ossa rotte dal confronto e vede vicino il baratro dell’ultimo posto (occupato da Siracusa, 103esima).
La classifica del «Sole 24 Ore» affonda definitivamente la tragica equazione tarantina per cui al benessere economico garantito dall’industria corrisponde necessariamente il benessere sociale e individuale. Inquinamento, non solo ambientale, dissipazione energetica, consumi, cattive pratiche ora tengono sotto scacco la comunità.
FULVIO COLUCCI (La Gazzetta del Mezzogiorno)

lunedì 12 gennaio 2009

Florido ultimo in classifica. Stefàno regge.

Se non si ama il rapporto con gli elettori... finisce che gli elettori smettono di amare!
Ma la porta del dialogo è sempre aperta...

Sondaggi: sole 24 ore su gradimento amministratori locali
Tranne che per qualche caso, complessivamente tiene il consenso per gli amministratori in carica nelle nostre regioni, province e comuni.
Lo si rileva dalla governance poll, l'indagine annuale pubblicata oggi dal sole 24 ore, che mette gli amministratori sotto esame, valutando il consenso che raccolgono fra i cittadini amministrati.
Fra i pugliesi il piu' votato e' ancora stefano, sindaco di taranto, che pero', scende dal 65 al 59 per cento.
Giovanni Florido, presidente della provincia di Taranto, chiude la classifica nazionale al 101° posto che perde otto punti percentuali dal giorno dell'elezione (42% di gradimento).