Visualizzazione post con etichetta ricorso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricorso. Mostra tutti i post

mercoledì 9 settembre 2015

A disposizione!

Obbligazioni Ilva per la bonifica: anche Consiglio di Stato boccia ricorso Riva

I commissari straordinari dell’Ilva potranno emettere le obbligazioni per finanziare il risanamento ambientale del siderurgico di Taranto quando il miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva si sbloccherà definitivamente e dalla Svizzera tornerà in Italia. Oggi il Consiglio di Stato ha infatti rigettato il ricorso con cui Adriano Riva aveva impugnato in appello il provvedimento dei ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico che autorizza la gestione commissariale dell’azienda ad emettere le obbligazioni finalizzate alla bonifica dell’acciaieria. Già a metà giugno il Tar del Lazio aveva respinto analogo ricorso di Adriano Riva, fratello di Emilio, già presidente dell’Ilva e del gruppo Riva, scomparso a fine aprile del 2014. Il Tar, nel rigettare il ricorso, aveva parlato di interesse pubblico prevalente rispetto a quello del privato. Sostanzialmente lo stesso concetto evidenziato dal gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, quando a maggio scorso ha detto sì al trasferimento dei soldi (sequestrati dalla Procura lombarda) agli interventi ambientali nello stabilimento di Taranto. Erano stati i commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi a rivolgersi al gip D’Arcangelo sulla base della legge dello scorso marzo, la numero 4, nata sulla base di un decreto varato dal Governo alla vigilia di Natale 2014. Registrato l’ok del gip, la Procura di Milano si è quindi mossa verso i magistrati svizzeri - le risorse sono state sequestrate ai Riva nel 2013 per reati fiscali e valutari - mentre Mef e Mise hanno autorizzato l’Ilva ad emettere le obbligazioni. Il meccanismo della legge prevede infatti che l’azienda emetta le obbligazioni e il Fondo unico Giustizia le sottoscriva.
Adriano Riva ha dato battaglia ma si è visto respingere il suo ricorso prima dal Tar del Lazio e adesso dal Consiglio di Stato.
Il pronunciamento dei giudici amministrativi di appello non risolve però il problema. L’Ilva può emettere le obbligazioni ma il miliardo e
200 milioni è ancora in Svizzera. La Procura di Milano ha lavorato per farlo rientrare in Italia - dove c’è già una parte, poco più di 120 milioni - sino a poco prima della pausa estiva. Adesso l’azione verso i giudici svizzeri è ripresa. Sono loro, infatti, che devono autorizzare l’Ubs al trasferimento. E senza questi soldi, attesi ormai da oltre due anni, una fetta importante dei lavori dell’Autorizzazione integrata ambientale rischia di restare al palo giacchè l’azienda non ha i mezzi finanziari per far fronte ad un piano così impegnativo (tra i nuovi impegni c’è il rifacimento dell’altoforno 5, fermato a marzo scorso).
Su altro fronte, intanto, venedì l’Ilva incontrerà i sindacati per un punto di situazione dopo il dissequestro condizionato da parte della Procura di Taranto dell’altoforno 2. Per molti aspetti si sovrappongono il piano della Procura e quello che l’azienda ha presentato in base all’ultima legge che ha permesso l’operatività dell’altoforno anche se sequestrato. Unico punto da chiarire sono alcuni interventi, come l’installazione del «cover traverser», un dispositivo di protezione ambientale, che, in base ad una prima valutazione aziendale, richiederebbe più tempo (circa 8 mesi) per essere installato all’altoforno 2 e quindi non si potrebbe rispettare la tempistica fissata dalla Procura: fine ottobre e fine novembre prossimi. (Sole24h)

sabato 25 luglio 2015

Un documento da diffondere

Decreto “salva ILVA” 2015: sollevata questione di legittimità costituzionale 

Trib. Taranto, Uff. GIP, Ord. 14 luglio 2015, Giud. Rosati

 Mettiamo a disposizione dei nostri lettori l'ordinanza con la quale il GIP di Taranto ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 3 del D.L. 4 luglio 2015, n. 92 (recante "Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l'esercizio dell'attività di impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale"), in relazione agli artt. 2, 3, 4, 32 co. 1, 35 co. 1, 41 co. 2, 112 della Costituzione.
Come già segnalato da questa Rivista (clicca qui per accedere alla relativa scheda) la disposizione in questione è stata introdotta allo scopo di consentire la prosecuzione dell'attività produttiva di impianti di interesse strategico nazionale sottoposti a sequestro preventivo in relazione a reati contro la sicurezza sul lavoro, a condizione che l'azienda predisponga un piano di adeguamento degli impianti alla norma vigente. Evidente la finalità del governo di "sterilizzare" gli effetti del recente sequestro cui era stata sottoposta l'ILVA di Taranto in relazione ad un incidente mortale sul lavoro, analogamente a quanto già fatto con il precedente decreto "salva ILVA" del 2012 (D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), quest'ultimo intervenuto nell'ambito del più noto maxi-procedimento tarantino scaturito dall'inchiesta "ambiente svenduto" e approdato proprio ieri al rinvio a giudizio di 47 imputati (clicca qui per la notizia ansa).
Rinviando per ogni dettaglio all'ordinanza allegata, ci limitiamo in questa sede a segnalare i due principali profili di interesse che a nostro avviso la contrassegnano, e che confortano quanto già da noi evidenziato in sede di prima lettura a caldo del provvedimento:
a) Quanto alla competenza a decidere sull'istanza del dissequestro, l'ordinanza afferma che l'effetto sospensivo del decreto non si produce né ipso iure, né su disposizione del Pubblico Ministero, bensì necessariamente attraverso un provvedimento adottato dal medesimo organo che ha disposto la misura cautelare reale, ossia il GIP.
b) Quanto ai profili di illegittimità costituzionale dell'atto, l'ordinanza pone l'accento sulla possibilità, offerta all'azienda sotto sequestro, di "sterilizzare" per un anno gli effetti del provvedimento cautelare, sulla sola base della unilaterale adozione di un non meglio specificato piano di adeguamento alla normativa sulla sicurezza del lavoro, in assenza di significativi controlli di carattere giurisdizionale o da parte di organi pubblici competenti in materia.
Si tratta - osserva l'ordinanza - di una disciplina ben diversa da quella prevista nel primo decreto "salva ILVA" (il già ricordato D.L. 3 dicembre 2012, n. 207), dove la sospensione dell'effetto cautelare era dotata di adeguati "contrappesi", in quanto era subordinata al rispetto un provvedimento amministrativo ad hoc (l'Autorizzazione Integrata Ambientale), adottato con la partecipazione di una pluralità di amministrazioni pubbliche e soggetto agli ordinari rimedi giurisdizionali. In altre parole, mentre il legislatore del 2012 aveva individuato un corretto punto di equilibrio tra gli interessi in gioco (salubrità dell'ambiente vs produzione e occupazione), alla luce del quale la Corte Costituzionale aveva respinto le censure di illegittimità mosse al primo decreto "salva ILVA" (sent. n. 85/2013); altrettanto non pare potersi affermare rispetto all'operato del legislatore del 2015, rispetto al quale, pertanto, il GIP di Taranto ha ritenuto di doversi nuovamente rivolgere alla Consulta, sostenendo che l'assetto di interessi definito dal nuovo provvedimento viola diverse norme della Carta Costituzionale, e in particolare: l'art. 2 (per il sacrificio dei diritti inviolabili della persona, quali la vita e l'incolumità individuale dei lavoratori); l'art. 3 (per l'ingiustificato privilegio accordato alle imprese di interesse strategico nazionale, cui corrisponde un ingiustificato svantaggio per i lavoratori loro dipendenti); l'art. 4 (da interpretare come norma che tutela il lavoro in condizioni di massima sicurezza tecnologicamente realizzabile); l'art. 32 (per il sacrificio imposto al bene della salute, da considerarsi irragionevole in assenza di adeguati contrappesi di ordine procedurale e nei controlli); l'art. 41 co. 2 (in quanto il decreto collide con il divieto di svolgere l'attività economica "in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana"); ed infine l'art. 112 Cost. (in considerazione dell'illegittima ingerenza del governo nell'esercizio della funzione giurisdizionale). (penalecontemporaneo)

martedì 7 luglio 2015

Era meglio darli alla Grecia!

Ilva, 1,2 miliardi sequestrati ai Riva fermi in Svizzera per ricorso eredi

In Italia hanno rinunciato all’eredità del padre, l’ex patron di Ilva Emilio Riva. Ma in Svizzera la rivendicano. E così nonostante il via libera da parte dell’autorità elvetica, i circa 1,2 miliardi di euro che erano stati sequestrati su richiesta della magistratura italiana presso diversi conti Ubs ad alcuni componenti della famiglia Riva non sono ancora rientrati in Italia. A bloccare il trasferimento dei fondi, appunto, è il ricorso presentato al Tribunale federale di Bellinzona — per bloccare il provvedimento col quale la Procura di Zurigo, in conformità con la richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del blocco del denaro depositato presso Ubs — fatto da due figlie di Emilio Riva: l’11 maggio scorso il tribunale di Milano aveva disposto il rientro in Italia dei fondi, accogliendo la richiesta dei commissari dell’Ilva di Taranto che grazie a quei soldi potranno emettere bond di pari valore per il risanamento ambientale e sanitario dell’impresa. Mancava il via libera al passaggio da conti Ubs in Svizzera a Ubs in Italia, sotto il controllo del Fug (Fondo giustizia) da parte delle autorità elvetiche, e ora che questo è arrivato sono le figlie di Emilio Riva a opporsi al trasferimento. E il risanamento della più grande acciaieria d’Europa può attendere perché l’effetto del ricorso presentato dalle figlie di Emilio Riva, morto più di un anno fa, è quello di sospendere lo sblocco dei fondi destinati all’Ilva. Nei prossimi giorni arriverà la decisione nel merito del Tribunale di Bellinzona, ma intanto tutto è bloccato. La rinuncia all’eredità del padre in Italia potrebbe essere stata decisa dalle figlie di Emilio Riva per sottrarsi alle pretese dei creditori.
La provenienza dei fondi
Il complicato iter per riportare la somma in Italia, come previsto dal decreto «Salva Ilva» convertito in legge il 3 marzo scorso, subisce quindi l’ennesimo stop. I soldi erano stati sbloccati il 19 giugno dalla magistratura elvetica e precedentemente erano stati sequestrati alla famiglia Riva nel 2013 per reati finanziari e valutari. La somma, appena disponibile, verrà messa a disposizione del commissario straordinario dell’Ilva, Pietro Gnudi, in modo che questi possa convertire l’intero importo in obbligazioni destinate a essere lanciate sul mercato e poi utilizzate a vantaggio dello stabilimento di Taranto, come previsto dal decreto. La somma di 1,2 miliardi era stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano contro Adriano Riva e due commercialisti accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni. Secondo l’ipotesi accusatoria, formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, sarebbero soldi volutamente distratti dalle casse dell’Ilva per essere poi trasferiti nell’isola di Jersey, paradiso fiscale nel canale della Manica. In particolare, secondo il Gip di Milano, quei fondi costituivano il frutto di alcuni reati commessi dagli indagati in danno della società Fire Finanziaria, poi divenuta Riva Fire, quindi portati illegalmente all’estero attraverso il loro occultamento in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale e poi fatti riemergere attraverso lo scudo fiscale del 2009 ma in maniera irregolare. (CdS)

mercoledì 24 giugno 2015

Un Comune disastrato anche nell'ufficio legale

Sbagliare la linea difensiva su un ricorso?
Chiedetelo agli avvocati del Comune!

Tempa Rossa, no del Tar al Comune di Taranto. Sì al ricorso dei petrolieri

Il Comune di Taranto perde al Tar di Lecce la battaglia contro le opere di «Tempa Rossa», il giacimento petrolifero della Basilicata che fa capo alle compagnie Total, Shell e Mitsui e che vede Taranto, con la raffineria Eni, punto di approdo. Il Comune, con una delibera dello scorso novembre, aveva escluso dalla variante al piano regolatore del porto le due opere di Tempa Rossa: allungamento del pontile petroli e costruzione di due serbatoi di stoccaggio. Le compagnie petrolifere e l’Eni avevano quindi impugnato il provvedimento comunale e ieri i giudici amministrativi hanno dato loro ragione. Il Tar fissa tre punti nella sua sentenza: che l’ampliamento del pontile petroli è previsto nelle intese del 2006 e del 2007 tra Comune e porto ed ora non si può ribaltare il contenuto di quegli accordi senza un confronto preliminare ed un contradditorio con le parti interessate; che il Comune non può opporsi alla costruzione dei serbatoi di stoccaggio del greggio perchè non non saranno realizzati nelle aree portuali ma in quelle industriali della raffineria Eni; infine, che le compagnie del progetto «Tempa Rossa» sono pienamente legittimate a fare ricorso, cosa che invece gli avvocati del Comune avevano escluso davanti al Tar.
Su quest’ultimo punto, infatti, la sentenza dice che «va respinta l’eccezione di carenza di legittimazione sollevata dal Comune essendo evidente l’interesse delle ricorrenti ad impugnare la delibera in quanto incidente non solo sull’intesa raggiunta tra l’ente locale e l’Autorità portuale, ma anche sulla possibilità per le società di realizzare il progetto con conseguente loro diritto di invocarne l’annullamento».
Il Tar poi fa un distinzione tra le opere e dice che solo per il prolungamento del pontile «può parlarsi di modifica unilaterale da parte del Comune» della precedente intesa sul porto. Per i serbatoi, invece, è solo stato effettuato un «indebito inserimento nella variante al Prg adottata nell’ambito del provvedimento volto all’approvazione del nuovo Piano regolatore portuale». Contestando l’intesa e sbarrando la strada al pontile, il Comune ha detto al Tar che l’accordo non è irreversibile e le amministrazioni possono «sempre modificare, anche unilateralmente, la propria decisione sino alla definitiva approvazione del Prp». E’ vero che un’intesa può essere ridiscussa, dice il Tar, ma «deve escludersi che tale possibilità possa essere esercitata unilateralmente, senza il rispetto di alcun onere procedimentale volto a garantire il contraddittorio degli altri enti parte dell’accordo. Se così si ragionasse, si finirebbe per privare di qualsiasi valore vincolante e quindi di utilità lo strumento dell’intesa». In quanto ai due serbatoi di stoccaggio, non solo «tali interventi non costituivano oggetto del nuovo Prp» ma «l’ente locale - sentenzia il Tar - non aveva alcun titolo per inibire la realizzazione attraverso lo strumento adottato (la variante al Prg - ndr), a maggior ragione tenuto conto del fatto che nel provvedimento impugnato il Comune non ha evidenziato alcun profilo di contrasto di tali opere con l’assetto urbanistico del territorio di Taranto e che sulla compatibilità ambientale del progetto “Tempa Rossa” si era già espresso il ministero dell’Ambiente».
Avendo il progetto tutte le autorizzazioni, il verdetto del Tar appare ora un passo avanti verso l’avvio dei cantieri anche se il Comune potrebbe fare opposizione al Consiglio di Stato. Il valore dell’investimento «Tempa Rossa» a Taranto è di 300 milioni. (GdM)

giovedì 18 giugno 2015

I Riva caduti in disgrazia

Ilva, Tar boccia ricorso Riva

Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso di Adriano Riva per bloccare l'emissione obbligazionaria di Ilva spa prevista dal decreto Mef-Mise.
 Nell'ordinanza il giudice amministrativo ha ritenuti "prevalenti gli interessi pubblici connessi all'ambiente e alla tutela sanitaria rispetto a quello" del richiedente.
Ilva potrà ora emettere i Bond necessari al suo risanamento. (Tgcom24)

giovedì 16 aprile 2015

Ai posteri la sentenza

Ilva, Corte Ue rigetta ricorso su presunta leucemia da emissioni


La Corte europea per i diritti umani ha dichiarato oggi inammissibile il ricorso di una donna di Taranto, morta nel 2012, che aveva attribuito la propria leucemia alle emissioni inquinanti dell'impianto siderurgico Ilva.
Secondo la Corte di Strasburgo non c'è stata infrazione dell'articolo 2 della Convenzione europea sui diritti umani, quello relativo al diritto alla vita, dice un comunicato.
La vicenda risale al 2006, quando a Giuseppina Smaltini fu diagnosticato una leucemia mieloide acuta. Subito dopo la donna denunciò un manager di Ilva, accusando l'azienda di aver provocato il suo tumore a causa delle emissioni inquinanti. Nel 2008 il gip che si occupava del caso ordinò un'inchiesta epidemiologica, da cui però risultò che l'incidenza della leucemia nel campione di età in cui rientrava la donna non era più elevata a Taranto rispetto ad altre zone italiane.
Dunque, dice il comunicato, pur riconoscendo che le emissioni dell'Ilva potevano avere conseguenze per la salute, gli esperti, sulla base dei dati scientifici disponibili, esclusero l'esistenza di un rapporto di causa-effetto col caso Smaltini.
Nel 2009 il caso approdò a Strasburgo, perché la donna contestava che la giustizia italiana non avesse provato il rapporto di causa tra le emissioni e la leucemia. La donna morì poi nel 2012 di meningite, che non potè essere curata a causa dell'immunodeficienza provocato dal tumore.
Secondo i giudici, che hanno votato all'unanimità il rigetto del ricorso perché "manifestamente infondato", alla luce dei dati scientifici disponibili all'epoca, non è stato dimostrato che le autorità italiane siano venute meno all'obbligo di proteggere la vita della donna, come impone la Convenzione europea. (Reuters)

mercoledì 21 gennaio 2015

Una carcassa problematica

Ilva, per salvarla arriva società con garanzia statale. Potrà tenerla fino a 2025

Sono l’attuale commissario Piero Gnudi, il subcommissario Corrado Carrubba e il commercialista Enrico Laghi i tre nuovi commissari straordinari dell’Ilva nominati dal ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. La decisione sarà formalizzata nel decreto ministeriale di ammissione del siderurgico alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dalla legge Marzano modificata ad hoc dall’ultimo decreto Salva-Ilva. Gnudi ha presentato l’istanza presso il ministero e il Tribunale di Milano proprio oggi. Nel frattempo il governo Renzi, nel decreto sul credito varato martedì dal Consiglio dei ministri, ha delineato la struttura del veicolo che sarà messo in campo per la ristrutturazione e il rilancio delle aziende in perdita ma con “buone prospettive industriali e di mercato”. A partire proprio dall’Ilva.
Si tratterà di una società per azioni a partecipazione pubblica ma aperta anche a fondi di investimento privati, fondi pensione, banche e altri investitori istituzionali “nel quadro di un progetto triennale ad esecuzione progressiva”. Alcune categorie di investitori potranno beneficiare di una garanzia dello Stato, a patto di riversare nelle casse pubbliche una quota (la percentuale non è specificata) degli utili che intascheranno. Va sottolineato che la società è tenuta a distribuire almeno i due terzi di quelli che produrrà. Gli altri azionisti, quelli che non godono della garanzia, avranno però “voto maggiorato nelle assemblee sociali”. La newco dovrà portare a termine il risanamento e uscire dal capitale delle partecipate “entro sette anni”, ma “tale periodo potrà essere prorogato di tre anni per specifiche ragioni”. Vale a dire che non si può escludere che l’Ilva e le altre aziende che saranno sottoposte a questa “cura” restino sul groppone dello Stato fino al 2025.

La mossa dei Riva e l’attacco di Confindustria: “Esproprio senza indennizzo” – Sullo sfondo, poi, resta lo spettro di un possibile ricorso dei Riva, azionisti di maggioranza con il 90% del capitale. Martedì Claudio Riva, presidente di Riva Fire e non coinvolto nei procedimenti giudiziari che hanno portato all’estromissione della famiglia da parte della magistratura, ha infatti scritto al governo e ai presidenti delle commissioni Industria e Ambiente del Senato, Massimo Mucchetti e Giuseppe Francesco Marinello, per chiedere che l’azienda non sia posta in amministrazione straordinaria e preannunciare la presentazione di una “proposta concreta di salvataggio e rilancio” che intende presentare giovedì nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite. E il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, ha sostenuto che il ricorso alla procedura Marzano è uno “spossessamento della proprietà” che “appare ancor più grave in assenza di un rinvio a giudizio degli imputati nei procedimenti penali aperti che riguardano la vicenda Ilva, senza considerare la posizione dei soci di minoranza che non sono in alcun modo coinvolti nelle indagini e che pure subiscono quello che di fatto appare come un vero e proprio esproprio senza indennizzo“. In questa situazione, ha detto Panucci, “è concreto il rischio di andare incontro a lunghi contenziosi e ingenti richieste risarcitorie”. Non solo: secondo la rappresentante degli imprenditori “si è sempre eluso, e si continua a eludere, il vero problema di fondo, che è quello delle risorse“: “Il fabbisogno finanziario dello stabilimento per tornare a una situazione di pieno utilizzo della capacità produttiva è stimabile in oltre un miliardo di euro, cui vanno aggiunti gli investimenti necessari per l’attuazione completa dell’Aia, valutati dalla gestione commissariale in circa 1,5 miliardi”.
I Riva chiedono che l’azienda non sia posta in amministrazione straordinaria. Confindustria: “Da governo esproprio senza indennizzo”
 
Via libera all’ingresso di Cassa depositi e prestiti nella newco – Ma l’esecutivo nel frattempo procede per la sua strada. L’articolo 7 del decreto di martedì, intitolato “Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane”, dispone che la newco avrà lo scopo di promuovere e realizzare operazioni di “ristrutturazione, sostegno e riequilibrio” di gruppi con “temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari” superabili attraverso una “ridefinizione della struttura finanziaria” e/o una “adeguata patrimonializzazione o interventi di ristrutturazione”. Un escamotage che permette di aggirare i vincoli che impediscono a Cassa depositi e prestiti di entrare nella partita del siderurgico di Taranto. Per statuto, la cassa che gestisce il risparmio postale degli italiani non può infatti investire in realtà che non siano in utile. Ma nulla le impedirà invece di entrare nel capitale di questa nuova società di servizio, che a sua volta prenderà in affitto gli impianti del siderurgico. Il comma 2 prevede esplicitamente che la newco possa “compiere operazioni di finanziamento, acquisire o succedere in rapporti esistenti se del caso ridefinendone le condizioni e i termini, al servizio dello sviluppo operativo e dei piani di medio-termine all’uopo predisposti, compreso l’affitto o la gestione di aziende, rami di aziende o siti produttivi“.

Gli indiani confermano “interesse”, ma solo sulla carta – Intanto i gruppi che in passato avevano manifestato interesse per l’acquisizione del siderurgico continuano a dirsi in partita, pur senza sbilanciarsi. Ondra Otradovec, direttore area fusioni e acquisizioni di Arcelor-Mittal, in audizione nelle commissioni Ambiente e Industria al Senato ha garantito che il gruppo è “molto interessato”. “Siamo pronti a continuare a lavorare con il governo italiano e il commissario straordinario per poter arrivare a una positiva conclusione della trattativa”, ha affermato, “ma alla fine non siamo interessati a essere soci di minoranza, il nostro obiettivo è di diventare soci di maggioranza“. Anche se come è noto il colosso indiano non ha mai presentato un’offerta vincolante. E anche Giovanni Arvedi, presidente del gruppo omonimo, si è detto disposto a entrare nella newco che gestirà gli stabilimenti “anche con una piccola quota in un’ottica di razionalizzazione del sistema italiano dell’acciaio”. (FQ)

martedì 17 dicembre 2013

Rottami puliti o quasi

Rottame: il Tar accoglie parte del ricorso contro l’abuso nella richiesta di garanzie della Provincia

I 300 milioni di euro di garanzie finanziare chiesti dalla Provincia di Taranto all’Ilva sono troppi. Lo ha sentenziato il Tar di Lecce, accogliendo parzialmente il ricorso presentato dal colosso siderurgico e dall’allora legale rappresentante Bruno Ferrante, tramite i legali Francesco Perli e Francesco Flascassovitti.
Il tribunale amministrativo ha infatti ritenuto irricevibile una parte del ricorso, alla luce delle mutate condizioni legislative venutesi a creare dopo il decreto di commissariamento dell’Ilva. Sulla parte accolta, invece, viene rimarcato in maniera più che esaustiva il concetto di «end of waste» del rottame siderurgico sulla base del Reg. Cons. UE n. 333/2011. Inoltre le «garanzie non vanno prestate per le attività di gestione rifiuti non esercitate in quanto esiste una naturale correlazione tra l’effettiva gestione dei rifiuti e l’obbligo di prestare garanzie finanziare allo scopo di tenere l’Amministrazione indenne dai costi (eventualmente sopportati per inadempienza del gestore) per lo smaltimento dei rifiuti ed il ripristino ambientale». A questo si aggiunge anche che, se il materiale assolve le condizioni previste dall’art. 184-ter del decr. legisl. n. 152/06 «per la cessazione della qualifica di rifiuto», cessa di fatto di esserlo e quindi non risulta soggetto alla necessità della presentazione di garanzie finanziarie. Infine, anche nel caso di un utilizzo interno alla presenza della certificazione ambientale UNI EN ISO 14001 del Sistema di Gestione Ambientale, l’azienda può beneficiare della riduzione del 40% delle garanzie finanziarie da presentare all’ente preposto.
Insomma, una sentenza destinata a diventare un precedente anche in materia giuridica, soprattutto per gli operatori siderurgici, sia commercianti di rottame, sia acciaierie. (Siderweb)

Ricorso ilva Tar - Sent 2480_13 (TAR LE 197_13)

Tanto paga coi soldi degli "amici" Riva...


Ilva:Fiom sconfitta,elezioni Rsu valide

Il tribunale di Taranto ha rigettato il ricorso d'urgenza della Fiom Cgil che chiedeva di dichiarare illegittimo il rinnovo delle Rsu dell'Ilva di Taranto in seguito alle votazioni del novembre scorso ed ha condannato i metalmeccanici della Cgil alle spese connesse al procedimento giudiziario. La Fiom aveva contestato a Fim Cisl e Uilm le modalità elettorali individuate per il rinnovo della Rsu e chiesto prima di 'posticipare la data delle elezioni', e poi di adottare 'il sistema elettorale puro nella proclamazione degli eletti'. (ANSA)

sabato 23 novembre 2013

Niente sconti! E ricorso contro il Decreto bis!

Pessimo titolista: l'articolo dice il contrario!

Nuovo decreto sull'Ilva. Stop alle sanzioni e sblocco dei soldi sequestrati

    «Rimodulare i tempi dell’Autorizzazione integrata ambientale e pensare a ulteriori adeguamenti non previsti dall’Aia». A sorpresa, ma non troppo, alza il tiro il sub-commissario dell’Ilva Edo Ronchi soffermandosi sul disperato bisogno di tempo dello stabilimento siderurgico per tenere insieme ambiente, salute e lavoro. Non è facile il cammino della nuova legge per tirar fuori le acciaierie dalla strettoia creatasi con i ritardi nei lavori previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale. Ad ammettere le difficoltà formali (e sostanziali) lo stesso Ronchi, ieri al lavoro con i tecnici del ministero dell’Ambiente nella ricerca del percorso normativo più idoneo a incardinare le regole in fase di elaborazione.
    Se l’esigenza prioritaria è «rimodulare i tempi dell’Autorizzazione integrata ambientale» occorre un provvedimento «forte». Almeno così fa capire il sub-commissario dell’Ilva. Tuttavia questo appare «piuttosto complesso» nel suo confezionamento. «Con procedure ordinarie non è possibile - sottolinea Ronchi - rispettare i tempi». Una dichiarazione che fa riferimento all’Aia, ma con un pizzico di malizia, potrebbe sovrapporsi a quella sulla complessità della nascente legge (o decreto che sia). Un nuovo testo legislativo, l’ennesimo, con carattere d’urgenza, per consentire all’Ilva di procedere speditamente e recuperare il tempo perduto nella ristrutturazione degli impianti.
    L’esigenza di tempi «supplementari» per l’Aia, non è stata manifestata dallo stesso Ronchi, insieme al commissario straordinario Enrico Bondi, con la stessa nettezza giovedì scorso, durante la riunione a Palazzo Chigi insieme ai rappresentanti del governo. «Nel commissariamento - ricorda il sub-commissario dopo il vertice ministeriale di ieri - ci sono due direttrici: la continuità produttiva e il risanamento ambientale; entrambe devono essere garantiti ». Confermato il ragionamento portato all’attenzione della presidenza del Consiglio, ma ieri è spuntata la postilla della richiesta di proroga all’Autorizzazione integrata ambientale (ora oggetto, da più parti, di molti ripensamenti).
     Il cammino delle regole da scrivere (come scriverle, visto che devono armonizzarsi con la legge «salva-Ilva» e in quale contenitore normativo inserirle) riuscirà a rispettare i tempi che gli stessi vertici dell’Ilva auspicavano dopo la riunione a Palazzo Chigi? Riuscirà il decreto a vedere la luce martedì prossimo nel nuovo Consiglio dei ministri? Resta da chiarire la vicenda del miliardo e 900 milioni di euro sequestrati dalla magistratura e che appare arduo sbloccare per legge. L’Ilva vuol rientrarne in possesso al fine di realizzare l’Aia e pensare a ulteriori interventi contro l’inquinamento, come ha dichiarato Ronchi due giorni fa alla “Gazzetta”, con uno scarto rispetto alla «rimodulazione dei tempi dell’Aia» richiesta ieri. Nel frattempo, parlando di inquinamento, il leader di Peacelink Alessandro Marescotti ha inviato una nota al direttore dell'Arpa, Giorgio Assennato, segnalando nuovi valori alti di inquinanti (gli Ipa, idrocarburi policiclici aromatici) in un quartiere cittadino.
    Le misurazioni sono state effettuate dallo stesso Marescotti con un analizzatore portatile. Infine il Tar del Lazio ha accolto, in prima istanza, il ricorso presentato dagli ambientalisti di «Taranto Futura» contro i decreti sull’Ilva emanati dal governo. Ora il ministero dell’Ambiente dovrà depositare al Tribunale amministrativo regionale una relazione documentata sui rilievi mossi dagli ambientalisti - la violazione della Convenzione di Aahrus e del principio di precauzione - entro quaranata giorni. Successivamente il Tar deciderà se accogliere o meno la richiesta di sospensione dei decreti.
Fulvio Colucci - GdM


Ilva, l'obiettivo è allargare il mandato dell'Aia. Lunedì giorno decisivo per la nuova legge sblocca cantieri

   «La nuova legge sull'Ilva, oltre a confermare la rimodulazione dei tempi dell'Autorizzazione integrata ambientale, dovrà anche consentirci di affrontare quello che l'Aia di ottobre 2012 non ha previsto: gestione dei rifiuti e delle acque di prima pioggia, sporgenti dell'area portuale, smaltimento delle traversine ferroviarie e dei pneumatici accatastati nelle aree dello stabilimento siderurgico». Il sub commissario dell'Ilva, Edo Ronchi, vuole «allargare» il mandato dell'Aia per dare un segnale sul piano del risanamento dell'acciaieria.

martedì 5 novembre 2013

Il dono della concretezza nel Paese delle ombre

Ilva, gip Todisco respinge richiesta dissequestro fondi Riva Fire ed elenca inadempienze


Il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha rigettato con un’ordinanza depositata oggi la richiesta di dissequestro avanzata dal commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, per lo svincolo delle somme sequestrate lo scorso maggio alla capogruppo Riva Fire. Si tratta di 233.193.79 euro. Ma dalle 4o pagine dell’ordinanza emerge anche altro:  tutte le criticità legate all’attività del siderurgico. Nel mirino il mancato rispetto di una serie di prescrizioni Aia. Il gip cita l’art. 1 comma 8 della legge n. 89/2013: “fino all’approvazione del piano industriale il commissario straordinario garantisce comunque la progessiva adozione delle misure previste dall’autorizzazione integrata ambientale e dalle altre autorizzazioni e prescrizioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”.  E com’è noto, il piano industriale non è stato ancora prediposto dal commissario straordinario Bondi.
Facendo riferimento alle  ultime relazioni redatte dai custodi giudiziari Valenzano, Laterza e Lofrumento, la Todisco parla di “vari profli di inadempimento da parte della società commissariata delle prescrizioni contenute nel provvedimento di riesame dell’Aia”, accertati anche da Ispra ed Arpa Puglia. Per i custodi giudiziari “le attività condotte dalla società Ilva spa risultano in notevole ritardo rispetto ai tempi prescritti dal Provvedimento di Riesame Aia”, e persistono “pratiche operative di gestione dei processi che hanno fino ad oggi determinato violazioni delle norme spercifiche di cui al D. L. 152/2006″. In merito all’organizzazione e alla gestione dello stabilimento, i custodi rilevano che “il sistema di deleghe e sub-deleghe adotatto dal Commissario, se pur definito con atti formali, non trova una piena ed efficace attuazione in quanto non definisce i ruoli e le competente che intercorrono tra i soggetti principali, addetti alla sicurezza delle diverse aree e servizi”.
Nel richiamare i contenuti della sentenza della Corte Costituzionale n. 85/2013, la Todisco afferma che “solo il rispetto del crono-programma dell’Aia riesaminata assicura la tutela della salute e dell’ambiente  e giustifica la prosecuzione dell’attività produttiva da parte dell’Ilva, da ritenersi altrimenti illecita e tale da innescare le conseguenze giuridiche previste in generale dalle norme vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente”.  Il messaggio che viene fuori dalle parole della Todisco è chiaro: se le prescrizioni Aia non vengono rispettate, si profila all’orizzonte un nuovo sequestro degli impianti inquinanti. Cosa che il gip tarantino aveva già affermato nel provvedimento fatto notificare all’Ilva il 3 giugno scorso, quando aveva concesso la facoltà d’uso con un’avvertenza ben precisa: non si potrà trasgredire.
Alessandra Congedo - inchiostroverde

martedì 22 ottobre 2013

Glu glu glu

Aia Ilva, Legambiente Taranto: "Ilva usi le acque del depuratore anzichè quelle potabili"

Dopo l'accordo nel 2011 tra le regioni Basilicata e Puglia l'invaso Pappadai, nell’isola amministrativa di Taranto tra Monteparano e Fragagnano, è stato occasionalmente riempito con le acque del Sinni per consentirne il collaudo. Sino ad allora era stata un'incompiuta più volte citata in inchieste giornalistiche come simbolo nazionale di spreco di denaro pubblico.
Dopo l’avvenuto recente collaudo dell’invaso rimane il problema di fondo: il rifornimento di acqua. La questione è direttamente collegata alla vicenda Ilva. L'AIA del 2011, recependo le indicazioni della Regione Puglia, ha prescritto all'azienda l'uso dei reflui depurati ed affinati provenienti dai depuratori Gennarini e Bellavista in luogo delle acque del Sinni attualmente impiegate per il suo processo produttivo. In tal modo sarebbe liberata una portata d’acqua pari a 250 lit/sec. da destinare, secondo prescrizione, all'invaso Pappadai.
L'Ilva sinora si è sempre opposta a questa soluzione. Ha anche intentato un ricorso presso il Tar di Lecce, perdendolo. Per Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto, "è scandaloso che nonostante siano trascorsi i 24 mesi previsti dall'AIA, l'Ilva non si sia ancora adeguata a questa prescrizione e come il Governo non abbia agito d'autorità al riguardo".
Legambiente ritiene che l'invaso, oltre ad assolvere all'originaria funzione di erogatore di acqua per i terreni agricoli del circondario e dei comuni più prossimi del Salento, debba anche trasformarsi in riserva naturale. In tale direzione è impegnata con un gruppo di associazioni e comitati della provincia uniti in rete tra di loro per raggiungere l'obiettivo. Per Legambiente vi è comunque l'urgenza di garantire un maggiore controllo nel sito per impedire la caccia selvaggia attualmente praticata e l'abbandono di rifiuti. Occorre inoltre prevedere opere di forestazione per migliorare le peculiarità ambientali e paesaggistiche del luogo.
Secondo Leo Corvace, che sta seguendo la questione per conto del direttivo di Legambiente Taranto "l'invaso potrebbe inoltre risolvere in via definitiva anche lo spinoso problema dello scarico a mare dei depuratori. Nell'invaso potrebbero infatti confluire i reflui provenienti dai depuratori di Manduria e Lizzano, in conformità alle leggi in materia che ne privilegiano il riuso in agricoltura. La condizione è che questi reflui siano depurati ed affinati secondo la tabella 4 (quella più rigorosa) per non trasformare l'invaso in una cloaca".
In tal modo si chiuderebbe il cerchio. I reflui di Pulsano e Leporano dovrebbero infatti essere convogliati nel 2° seno del Mar Piccolo al termine dei lavori di ristrutturazione del nuovo depuratore e del Canale Maestro. Mentre quelli riversati a Lido Bruno dal depuratore Gennarini, con la prescrizione AIA verrebbero, come citato, utilizzati dall'Ilva. (Ecodallecittà)

lunedì 29 luglio 2013

52 alla Corte d'Europa

Ilva: 52 tarantini, violato diritto vita

Un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo è stato presentato da 52 cittadini di Taranto - tra i 19 e i 67 anni, alcuni dei quali ammalati - che lamentano la violazione del diritto alla vita da parte dello Stato Italiano per la vicenda Ilva. Secondo i ricorrenti, l'emergenza sanitaria in atto a Taranto non è stata tenuta in considerazione dalle autorità italiane che, anziché tutelare la salute pubblica, hanno scelto di assecondare le ragioni del privato, l'Ilva Spa. (ANSA)

sabato 15 giugno 2013

Al sicuro! (per ora)

Ilva, no al ricorso dei Riva, confermato il sequestro dei beni

I giudici del Tribunale del riesame di Taranto hanno confermato il sequestro di beni fino a 8,1 miliardi di euro nei confronti di Riva Fire, rigettando il ricorso presentato dai legali della holding, che controlla l'Ilva spa, contro il decreto firmato dal gip Patrizia Todisco.
Il decreto di sequestro è entrato in esecuzione il 24 maggio scorso. Fino ad oggi sono stati sequestrati beni per un miliardo di euro circa. Il sequestro ordinato dal gip Patrizia Todisco è preventivo, per equivalente e ai fini dell'eventuale confisca a procedimento concluso. In sostanza, la somma in questione è ritenuta dai periti dell'autorità giudiziaria l'ammontare che serve per bonificare dall'inquinamento l'area dell'Ilva di Taranto.
Secondo il gip, infatti, che ha accolto la relativa richiesta della Procura di Taranto, l'Ilva, negli anni, avrebbe omesso i necessari investimenti ambientali. E a proposito di questi ultimi, il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, parlando giorni fa alla commissione Industria del Senato che lo aveva convocato per un'audizione, non ha escluso che si possa andare anche oltre questa cifra per i lavori di risanamento in quanto già la sola copertura dei parchi minerali del siderurgico, una delle maggiori fonti di inquinamento, ipotizza la spesa di alcuni miliardi.
Per gli avvocati di Riva Fire, il sequestro andava annullato in quanto viola la legge. Disposto dal gip in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese che dal 2011 è stata estesa anche ai reati
di natura ambientale, per gli avvocati di Riva Fire "la motivazione del provvedimento impugnato sostituisce il nesso causale previsto dalla responsabilità degli enti, reato-vantaggio-profitto confiscabile, col preteso collegamento tra investimenti futuri e risparmi di impresa".
Sinora il sequestro è stato eseguito solo per un miliardo di euro sugli 8 previsti e riguarda beni, conti, titoli e partecipazioni della capogruppo Riva Fire. Esclusa invece l'Ilva e tutto ciò che è funzionale alla produzione e all'attività del sito di Taranto, salvaguardato nella sua continuità operativa dalla legge 231 dello scorso dicembre.
Il ricorso contro il gip era stato presentato, dopo le dimissioni del cda dell'Ilva il 25 maggio, dall'ex amministratore delegato della stessa Ilva, Enrico Bondi, che però nei giorni scorsi si è disimpegnato e ha disimpegnato l'azienda dalla battaglia legale rimasta, a questo punto, solo di Riva Fire. Bondi, infatti, dal 4 giugno, in base al decreto legge 61, è commissario dell'Ilva su scelta del Governo e il manager ha ritenuto incompatibile questa sua nuova posizione con la vicenda giudiziaria del sequestro.
Qualche giorno prima del sequestro di Taranto, a Milano su ordine della Procura lombarda era stato sequestrato a Emilio Riva e al fratello Adriano un miliardo e 200 milioni che, secondo l'accusa, sono stati fatti uscire dalle casse dell'azienda per essere trasferiti nel paradiso fiscale dell'isola di Jersey. I Riva insieme a due commercialisti di Milano sono accusati di reati fiscali e valutari ma per questa vicenda Emilio Riva e i due professionisti non hanno presentato ricorso al Tribunale del Riesame. (Rep)

martedì 11 giugno 2013

Ancora al fresco, di casa!

(ANSA) - La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dai legali di Emilio Riva, dell'ex direttore dell'Ilva di Taranto Capogrosso e dell'ex dirigente Ilva Archinà contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Taranto che nel dicembre scorso aveva confermato il provvedimento di arresto del 26/11/2012. Il provvedimento e' firmato dal gip Todisco per il reato di associazione per delinquere finalizzato a disastro ambientale. Gli indagati sono ai domiciliari.

martedì 23 aprile 2013

LO VOGLIOOOOO!!!

Riva non resiste, non ce la fa... vuole il suo tessssoooro a tutti i costi e subito!

www.premioceleste.it
L’Ilva ha depositato oggi al Tribunale dell’appello ricorso per ottenere il dissequestro delle merci bloccate dallo scorso 26 novembre su disposizione dell’autorità giudiziaria. Si tratta di un milione e 700mila tonnellate fra prodotti finiti e semilavorati, valore compreso tra 800 milioni e un miliardo di euro. Su questa materia l’Ilva aveva già presentato ricorsi nelle settimane addietro alla Procura che li ha sempre respinti. (PN)

lunedì 1 aprile 2013

Verso il corteo del 7 aprile

2 aprile, salone parrocchiale san pasquale, corso Umberto, h 17.30 – incontro con il missionario comboniano padre Dario Bossi, impegnato nella difesa delle popolazioni brasiliane nella zona in cui viene estratto il minerale di ferro che è poi trasferito a Taranto per l’Ilva dalla multinazionale Vale. Sarà accompagnato da Giulio Di Meo, fotografo ed autore del libro “Pig Iron”.

3 aprile, ORE 16.00 Facoltà di Giurisprudenza, via Duomo, ex Convento di San francesco – incontro di studio sulla legge conosciuta come “salva-Ilva”

5 aprile, salone parrocchiale san pasquale, corso Umberto, h 17.30 - reading “taranto, l’iva e i tarantini, tra musiche e parole” musiche di luciano manna, testi di alessandro marescotti

7 aprile – ORE 10.30 Partenza davanti Arsenale (Via Di Palma), arrivo P.zza Vittoria (Taranto)

9 aprile – ORE 10.00-14.00 piazza montecitorio, roma - sit in in occasione dell’udienza pubblica della Corte Costituzionale che valuterà la legittimità costituzionale del decreto-legge n. 207 del 3 dicembre 2012 (cosiddetto salva-ilva), questione sollevata dai Magistrati del Tribunale di Taranto. ”Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o a essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico” (dall’Ordinanza del Gip di Taranto)

Dalle 15.00 alle 18.00 sempre il 9 aprile in piazza montecitorio saremo con le associazioni che chiedono ai nuovi eletti di difendere ovunque i Diritti Umani e la legalità. No all’acquisto di cacciabombardieri e alle forniture di armi alla Siria, no all’opera di chi continua a creare le condizioni per interventi armati illegittimi – Presidio organizzato da NOWAR e PeaceLink

lunedì 18 marzo 2013

Il tesssoooro è salvo!

Ilva incassa l'ok del tribunale: stop alla vendita dell'acciaio

Il tribunale ha accolto l’appello dell’Ilva contro la decisione del gip di autorizzare la vendita dell’acciaio finito sotto sequestro nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. L’azienda contestava in particolare l’affidamento delle operazioni di commercializzazione ai custodi giudiziari e anche la decisione di sequestrare il ricavato delle operazioni di vendita. "Decisione inopportuna - aveva tuonato l'Ilva - le risorse potrebbero essere usate per l'attuazione dell'Aia".
Si parla del milione e 700mila tonnellate di acciaio che l’azienda stima in un miliardo di euro di valore, mentre secondo i custodi  il valore è di circa 800 milioni euro. Sulla merce ferma nel porto ormai da mesi, si sta consumando una vero braccio di ferro, con l’Ilva minaccia di chiedere il risarcimento per le commesse che nel frattempo sono saltate (Rep.)

sabato 16 marzo 2013

Tutti seduti per Taranto

----- Appello -----

"Ambiente svenduto". Con la Procura di Taranto per vincere in tutt'Italia

Aderiamo alla manifestazione nazionale di Taranto del 7 aprile e al sit-in a Roma del 9 aprile in concomitanza con il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla legge 231/2012 (nota a molti come "Salva-Ilva"). Questa legge, a dispetto del nome, riguarda tutti gli stabilimenti inquinanti di interesse strategico nazionale e purtroppo toglie alle procure italiane la possibilita' di compiere sequestri degli impianti inquinanti li' dove e' necessario tutelare la salute e la vita dei cittadini e dei lavoratori esposti.
Il GIP Patrizia Todisco, della Procura di Taranto, ha evidendiato 17 vizi di incostituzionalita' in tale legge.
Riteniamo importante sostenere la manifestazione di Taranto del 7 aprile e il sit-in a Roma del 9 aprile: invitiamo tutti a parteciparvi.
Se vincono le ragioni di Taranto vincono le ragioni di tutte le citta' italiane.
Se invece perde Taranto perdiamo tutti.
E' in gioco non solo per la tutela della salute dei tarantini ma di quegli italiani esposti alle emissioni di impianti con emissioni cancerogene, genotossiche e neurotossiche, in quanto
la legge 231/2012 toglie la tutela ultima costituita dai poteri di sequestro della magistratura quando i decisori politici falliscono o sono conniventi con gli inquinatori.
E' in gioco non solo la tutela della salute e dell'ambiente ma la difesa della stessa Carta Costituzionale, ritenuta ormai un ostacolo per quel potere politico che vuole togliere alla magistratura la propria autonomia, specie quando e' tenuta a intervenire in situazioni di pericolo acclarato.
A leggi che antepongono l'interesse economico alla salute occorre opporre lo spirito e la lettera della Costituzione che antepone viceversa l'interesse sociale al profitto.
www.peacelink.it

lunedì 25 febbraio 2013

Manco gli scacchi!


Ilva: ricorso contro ordinanza vendita merci da parte dei custodi

Ilva ha presentato oggi al Tribunale di Taranto una impugnazione in cui chiede l'annullamento dell'ordinanza con cui il gip Patrizia Todisco ha autorizzato la vendita da parte dei Custodi dell'acciaio sequestrato all'interno dello stabilimento siderurgico il 26 novembre 2012, vincolando il ricavato della vendita di questi beni in un conto bloccato a disposizione dei magistrati in attesa di futura sentenza senza che nulla del ricavato possa essere utilizzato per l'attuazione dell'AIA. Ilva, in una nota , motiva l'istanza presentata come una violazione all'articolo 1 del DL 207, convertito poi nella legge 231 del 2012, che prescrive sia il diritto all'esercizio di impresa che la commercializzazione da parte dell'azienda di beni sequestrati. Le questioni di illegittimita' costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale, secondo l'azienda, non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi. Nella richiesta di annullamento, Ilva fa riferimento inoltre alla violazione dell'articolo 260 comma 3 del codice di procedura penale, relativo alla conservazione dei beni sequestrati, non ravvisando l'urgenza del provvedimento in considerazione dell'ormai prossimo pronunciamento della Corte costituzionale e avendo la Procura aspettato oltre due mesi e mezzo prima di chiedere il Provvedimento. Infine i legali dell'Ilva hanno addotto vizi di motivazione in merito alla valutazione dei beni da parte dei custodi. (AGI).