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mercoledì 25 novembre 2015

Sorpresa!!!

Ilva, restano in Svizzera gli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva. Tribunale accoglie ricorso delle figlie di Emilio

Resteranno in Svizzera gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva, azionisti dell’Ilva con il 90% ma espropriati all’atto dell’ammissione del siderurgico all’amministrazione straordinaria. La Corte dei reclami penali del Tribunale federale di Bellinzona, con sentenza del 18 novembre, ha infatti accolto il ricorso presentato dalle figlie dello scomparso Emilio Riva e detto no al rientro in Italia dei soldi sequestrati dai magistrati di Milano in una delle inchieste sulla gestione dello stabilimento. Quella contro Adriano Riva e due commercialisti, accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: secondo i pm, i soldi sono stati distratti dalle casse dell’Ilva per essere poi trasferiti in alcuni trust nell’isola di Jersey. Nel 2009, sempre stando all’ipotesi accusatoria, sono poi stati scudati “in maniera ingiustificata” lasciandoli però depositati nei forzieri della banca Ubs.
La decisione di annullare il provvedimento con il quale a giugno la Procura di Zurigo, su richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del sequestro del denaro perché potesse essere trasferito è motivata con la presenza di “vizi materiali e formali particolarmente gravi” nella richiesta dell’Italia. Ma soprattutto con il fatto che “l’origine criminale” di quei fondi è ritenuta da giudici “soltanto presumibile” ma attualmente “non manifesta”, per cui il trasferimento “costituirebbe un’espropriazione senza un giudizio penale”. E “non esiste una dichiarazione di garanzia delle autorità italiane secondo la quale le persone perseguite, se dichiarate innocenti, non subirebbero nessun danno“.
Il gip di Milano nell’ottobre 2014 aveva stabilito che i soldi fossero messi a disposizione dei commissari dello stabilimento e usati per il risanamento ambientale dello stabilimento. E l’11 maggio di quest’anno il tribunale, accogliendo la richiesta di Piero Gnudi, Corrado Carrubba e Enrico Laghi, ne ha disposto il rientro in Italia. Avrebbero dovuto essere trasferiti al Fondo Unico Giustizia gestito da Equitalia (in cui sono custodite le somme oggetto di sequestri giudiziari o confische) che a sua volta avrebbe sottoscritto obbligazioni emesse dall’Ilva per una somma fino a 1,2 miliardi di euro. Ma durante l’estate le figlie di Emilio Riva, dopo aver rinunciato all’eredità del padre per non essere coinvolte nelle richieste di risarcimento dei danni ambientali provocati dal siderurgico, hanno fatto ricorso. Ora accolto dai giudici svizzeri.
Si complica, così, il percorso tracciato dal governo Renzi per il rilancio del siderurgico, che attualmente incrementa le perdite di circa 50 milioni ogni mese. Non sembra un caso se in ottobre l’esecutivo ha dovuto inserire nella legge di Stabilità la previsione di un prolungamento fino a quattro anni dell’amministrazione straordinaria e di una nuova garanzia statale da 800 milioni, dopo il finanziamento da 400 milioni concesso all’inizio dell’anno. (FQ)

domenica 1 novembre 2015

Emiliano fa il moralizzatore a casa di Forza Italia: è il pulpito giusto per una predica tutta da verificare?

Emiliano: «L’Arpa dirà se l’Ilva può proseguire»

Sull’Ilva la Regione Puglia adotterà la «stessa logica che utilizza la Magistratura. Non si può chiudere la fabbrica, ma c’è un organo ispettivo, l’Arpa Puglia, che è in grado di comunicare al Governo se può proseguire o no. Gli otto decreti varati finora sul siderurgico sono una cosa sconvolgente dal punto di vista giuridico». E poi i commissari dell’Ilva che sì, «sono supermanager, ma che c’entrano con l’acciaio?», «l’operazione verità» da fare dentro la fabbrica, la conferma che «non sono i magistrati a dover salvare l’Ilva», l’idea di una produzione industriale «con tecniche diverse».
Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, del Pd, interviene a tutto campo sulla vicenda del siderurgico ospite del convegno «Ilva e sistema impresa in Puglia» organizzato a Bari da Forza italia. All’incontro sono intervenuti, come relatori, anche Francesca Franzoso consigliere regionale, Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto, Valerio Elia, docente di Ingegneria economica dell’Università del Salento, e Luigi Vitali commissario regionale del partito di Berlusconi. Ha moderato l’incontro il giornalista della «Gazzetta», Franco Giuliano.
«Al momento - dichiara Emiliano - non abbiamo notizie chiare di ciò che avviene dentro l’Ilva. Il presidente della Regione non sa dove andare a parare in una vicenda così complessa. Quando avremo cognizione esatta di ciò che è accaduto, quando applicheremo alla nuova fabbrica i sensori e sapremo che la pericolosità è cessata, potremo rispondere alla domanda sul futuro dell’Ilva. Se dovessimo cominciare a controllare in modo severo, così come faremo tra poco ho impressione che, allora, il re è nudo» aggiunge Emiliano, che annuncia anche le nuove nomine al vertice dell’Arpa Puglia (il mandato del dg Giorgio Assennato è in scadenza dopo dieci anni).
«L’Ilva, dal punto di vista imprenditoriale - spiega il governatore - si sta spegnendo visto che con la gestione commissariale perde 50 milioni al mese. Quando ho detto che l’azienda va subito riconsegnata a professionisti dell’acciaio è chiaro che ho fatto arrabbiare qualcuno».
Insomma, la questione è complessa ecco perché - va avanti Emiliano - bisogna «provare a fare un’operazione verità che aiuti il Governo. Ci sono dati epidemilogici pesanti e rischi che vengono dall’Unione Europea per le infrazioni ambientali. E se ci si dovesse accorgere che il miliardo e 200 milioni, quelli sequestrati ai Riva e oggi in Svizzera, non possono essere utilizzati perché sarebbero aiuti di Stato? E’ evidente che bisogna fare attenzione».
Poi Emiliano va ancora a raffica sui commissari: «Sono supermanager, ma cosa hanno a vedere con un settore strategico come l’acciaio?». «Bisogna spiegare ai commissari - incalza il governatore della Regione Puglia - che non si possono prendere gli ex direttori dei giornali e metterli a capo del personale. Mica si possono buttare dentro le persone come si buttavano dentro l’Amtab di Bari».
Quindi sul lavoro della Magistratura: «Non si può chiedere di adeguare l’azione penale all’economia. Su questo ci hanno fatto la settimana scorsa un convegno qui a Bari. Non sono i magistrati a dover salvare l’Ilva. Il loro compito è neutro. Sarebbe mostruosa una magistratura politicamente orientata».
E infine, sulla possibilità in futuro di produrre con tecniche nuove, passando al preridotto del minerale di ferro al posto del coke, Emiliano afferma: «Potrebbe essere un’idea e, a quanto mi risulta, è nella testa del Governo». Un’ipotesi di riconversione, questa, avanzata dalla Franzoso a cui Emiliano dice: «Condivido dalla prima all’ultima parola il discorso della consigliera. E so che dicendolo non ti faccio un favore».
Franzoso, nel suo intervento, richiama gli studi sul ciclo produttivo introdotti dall’ex commissario Enrico Bondi «capaci di modificare la struttura produttiva, in grado di mantenere inalterata la produzione e abbattere in modo incisivo e definitivo le emissioni industriali ben al di sotto del limiti di legge, introducendo il preridotto del minerale di ferro nel processo fusorio di altoforno e acciaieria».
«Serve subito - aggiunge Franzoso - una soluzione per il recupero dei 2 miliardi e mezzo di debiti lasciati dai commissari senza i quali molte aziende collaterali a ilva non avranno futuro».
Franzoso quindi definisce l’Ilva di oggi un «gigante senza testa» ed infine aggiunge che «è necessario che nella cabina di regia della crisi ci siano persone competenti a determinare gli obiettivi definiti dal Governo. Non supermanager prestati temporaneamente alla politica, ma persone di comprovata esperienza. Obiettivi chiari e funzionali alla salvaguardia dell’impresa pienamente ecocompatibile, così da trasferirli in un piano industriale che trovi il consenso di tutte le parti istituzionali e sociali coinvolte». (GdM)

venerdì 18 settembre 2015

Gli eroi agnellini e la coscienza imprenditoriale nazionale

Ilva, Gozzi (Federacciai) «I Riva eroi e agnelli sacrificali Accanimento su Bondi e Gnudi»


"Anche l’incriminazione dei commissari dell’Ilva Enrico Bondi e Piero Gnudi è spiegabile con l'accanimento della magistratura nei confronti dell’Ilva e con un rigore eccessivo rispetto alla realtà delle cose". Così Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e ad di Duferco, in un’intervista. Per Gozzi - si legge in una nota - "lo scopo finale della magistratura sarebbe di chiudere l’Ilva, provocando danni importanti all’industria italiana e all’occupazione in Puglia".
"Da parte di settori dell’opinione pubblica, e anche da parte di qualche sostituto procuratore o giudice delle indagini preliminari, si pensa che nel rapporto costi/benefici della situazione tarantina sarebbe meglio che l'Ilva fosse chiusa", afferma Gozzi, molto critico verso l'atteggiamento generale dei pubblici ministeri. Gozzi prende le difese della famiglia Riva, definiti sia "eroi" e "agnelli sacrificali".
Per Gozzi, che non ritiene le morti a Taranto ascrivibili all’Ilva, i Riva sono: "bravi imprenditori per quello che hanno fatto in 50 anni di storia, gestendo molto bene le loro aziende. Per esempio, sono i primi ad aver introdotto la colata continua in Italia". (GdM)

domenica 2 agosto 2015

Solito piagnucolamento confindustriale

Ilva: allarme indotto, Confindustria Taranto chiede confronto

Se sul fronte produttivo la situazione dell'Ilva comincia a migliorare, e' nel rapporto con l'indotto siderurgico che emergono nuovi problemi. Indotto che esprime qualche centinaio di imprese e circa 4-5mila addetti.
  Venerdi' c'e' stato un incontro in Confindustria Taranto per un punto della situazione e per domani e' atteso un documento.
  Esattamente un anno fa 2mila persone, tra imprenditori dell'appalto e loro dipendenti, su iniziativa di Confindustria Taranto, scendevano insieme in strada, per la prima volta, per lanciare un allarme all'opinione pubblica e alle istituzioni locali sulla loro situazione. Nel corteo che attraverso' parte della citta' e si concluse sotto la Prefettura, c'erano anche i mezzi aziendali. Era quello il punto piu' alto della crisi di liquidita' dell'Ilva e delle relative conseguenze per le aziende collegate.
  Piero Gnudi si era insediato come commissario dell'Ilva - in sostituzione di Enrico Bondi, durato in carica un anno - da poco piu' di un mese. L'azienda, senza soldi in cassa, aveva fatto slittare da luglio ad agosto il pagamento del premio di produzione al personale di tutto il gruppo e non aveva soldi per pagare l'indotto, a secco da mesi e notevolmente esposto con le banche. Poi, con l'arrivo in due tranche dei 250 milioni del prestito ponte ottenuto da Gnudi dalle banche - garantite, a loro volta, dalla prededuzione concessa con decreto legge - l'Ilva fu in grado di dare "ossigeno" all'indotto. Difatti, nelle settimane successive, alle imprese arrivarono i primi pagamenti a saldo dell'arretrato. Adesso, pero', la situazione sembra complicarsi di nuovo. "Chiediamo un confronto immediato con l'Ilva e con i commissari - dichiara il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo - perche' i pagamenti relativi alla gestione corrente vanno a singhiozzo. Da prime valutazioni, l'Ilva ha accumulato di nuovo un arretrato di diversi milioni solo per le imprese associate a Confindustria e solo per i lavori fatturati dal 21 gennaio in poi, data in cui l'azienda e' entrata in amministrazione straordinaria. Se poi allarghiamo il giro anche alle imprese non associate a Confindustria, ai trasportatori e alla piu' generale platea dei fornitori, i numeri salgono di molto. Stiamo facendo una ricognizione su questo, ma la situazione e' preoccupante".
 
Per il presidente di Confindustria Taranto "e' vero che all'Ilva sono arrivate risorse in questi mesi, tra le misure previste dalla legge di marzo, prestito da 400 milioni garantito dallo Stato e nuove linee di credito bancarie, ma questi soldi pensiamo che l'azienda li abbia soprattutto finalizzati ai progetti dell'Aia e agli investimenti industriali, oltre a pagare stipendi e premi, come lo scorso 12 luglio, ai suoi 16mila dipendenti. A noi indotto, invece, e' andato molto poco". "Avevamo visto una schiarita dopo l'amministrazione straordinaria, nel senso che per qualche tempo - spiega Cesareo - i pagamenti sono stati puntuali da gennaio in poi. Dopodiche', il meccanismo si e' di nuovo inceppato e adesso le aziende sono ripiombate in uno stato di difficolta'. Accade che se emetti all'Ilva una fattura poniamo 100, loro ti pagano 60 o 70 di quella fattura e poi ti saldano il resto quando emetti un'altra fattura per un'altra prestazione. Ma cosi' non reggiamo - sottolinea il presidente di Confindustria Taranto -, perche', rispetto ad un anno fa, le aziende si sono indebolite ulteriormente, sono piu' esposte con le banche, non hanno piu' margini di credito e, fatto rilevante, non sanno se e come prenderanno i soldi dei lavori pregressi, intendo quelli fatti sino a meta' gennaio scorso.
  Questa massa e' infatti finita nello stato passivo dell'Ilva sul quale la competenza e' del giudice delegato del Tribunale di Milano, sezione fallimentare. Tra lavoratori, imprese e fornitori, anche esteri, ci sono 20mila creditori da soddisfare. Persino il giudice delegato - osserva il presidente di Confindustria Taranto - ha detto che alla sezione fallimentare di Milano non si e' mai vista una cosa di queste dimensioni, superiore anche al caso Parmalat. Tant'e' - aggiunge Cesareo -, proprio perche' e' stato necessario piu' tempo per istruire le varie pratiche e accedere allo stato passivo dell'Ilva, che il giudice ha rinviato dal 29 giugno a fine novembre la prima adunanza dei creditori a Milano e non e' detto che non ci sia un altro rinvio. Se e' questa la situazione, che speranza allora - conclude il presidente di Confindustria Taranto - hanno le imprese di rivedere i soldi anticipati per i lavori fatti all'Ilva mesi addietro e non pagati?". (AGI).

mercoledì 29 luglio 2015

Carta igienica per costituzione


Salvare l'Ilva violando la Carta


Ecco perché il Giudice per le indagini preliminari di Taranto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto decreto "salva Ilva", licenziato dal Governo e approvato con fiducia dal Parlamento. Una norma "improria", "approssimativa" e "grossolana" che ha bloccato il sequestro dell'altoforno Afo2, dove in giugno è morto un operaio.


L'Ilva di Taranto viene prima di tutto: della sicurezza di chi ci lavora, dell'ambiente e -da qualche tempo- della Costituzione italiana. Tra la Carta e l’ultimo decreto “salva Ilva” (92/2015) del Governo ci sarebbe infatti una “siderale divergenza”. È per questo motivo che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale del provvedimento licenziato dal Governo in fretta e furia sabato 4 luglio, cinque giorni dopo il decreto di sequestro dell’altoforno “Afo2” dell’Ilva. Lì il 12 giugno scorso era morto l’operaio Alessandro Morricella, infortunatosi -secondo l’accusa- per via della “mancata predisposizione di protezioni […] idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori”. Non c’erano nemmeno le “strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della relativa temperatura”.
Alla morte segue il sequestro preventivo d’urgenza. Al sequestro seguono titoli scandalizzati di alcuni quotidiani nazionali -per Il Sole 24 Ore “l’incidente mortale sul lavoro verificatosi all'Ilva di Taranto rischia di rendere ancora più complicata l'attuazione del progetto di risanamento”-. E ai titoli segue l’intervento “atecnico e approssimativo” (le parole sono del Gip Rosati) dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare l’operatività dell’Ilva.
Lo strumento prende la forma di un decreto legge, licenziato sabato 4 luglio e firmato dal Capo dello Stato Mattarella, dal premier e dai tre ministri Orlando, Guidi e Galletti. Quest'ultimo, titolare dell’Ambiente, come abbiamo raccontato nell’articolo “L’Ambiente è scomparso” (Ae 171), ha potuto beneficiare nel corso della campagna elettorale per le Politiche 2013 di un contributo di 30mila euro dalla Simbuleia spa, detenuta da una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati. Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti, che dall’estate 2014 è "Commissario straordinario per la Ilva Spa".
All’articolo 3, il decreto del governo svuota la portata d’ogni iniziativa che leda l’attività di impresa “degli stabilimenti di interesse strategico e nazionale”, che possono continuare ad operare nonostante un provvedimento di sequestro anche “quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori”.
 
Le 14 pagine dell’atto sottoscritto dal Gip Rosati e depositato il 14 luglio scorso (qui il documento integrale dalla rivista penalecontemporaneo.it) restituiscono un’immagine drammatica e farsesca dell’azione governativa, bollata come “eccentrica”, “impropria”, dalla “irripetibile singolarità”, per certi versi “grossolana”. Non si tratta che di un “trattamento di favore” a danno di inviolabili diritti costituzionali -eguaglianza e salute su tutti-, nell’interesse dell’azienda chiamata (per onere e non per obbligo) a redigere entro 30 giorni dall’adozione del provvedimento di sequestro un piano d’intervento senza che nessuno possa eccepirne il contenuto, o verificarne l’attuazione.
“Nulla si dice -scrive Rosati- sulla natura di tali ‘misure aggiuntive’: che quindi potrebbero essere rappresentate, in ipotesi, anche soltanto da meri cartelli di segnalazione, dispositivi di protezione individuale, prassi operative od altri strumenti (come i rudimentali ed estemporanei pannelli metallici che l'ILVA s'è affrettata a piazzare dopo la tragedia morte dell'operaio Morricella), del tutto insufficienti a garantire adeguatamente la sicurezza dei lavoratori”.
Ma l’Ilva viene prima di tutto, nonostante il Gip abbia ricordato che ”Afo2” ha “manifestato anche nei giorni seguenti pericolose disfunzioni, con massive dispersioni di materie incandescenti” e che altro non sia che “un'offesa alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana di chi vi lavora”. Gli articoli 2, 3, 4, 32, 35, 41 e 112 della Costituzione vengono così sacrificati, in un “regime di deregolamentazione e deresponsabilizzazione” -le parole sono del professor Francesco Forzati dell’Università di Napoli- che abbraccia anche il commissario straordinario Gnudi, cui è riservata dall’inizio dell’anno (decreto 5/2015) una “area di (sostanziale) immunità penale riferita alle azioni attuative del piano previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale Ilva del marzo 2014”. (Altreconomia)

sabato 25 luglio 2015

Il solito ministro dell'Ambiente che tifa per le industrie: un vizietto italiano!

Galletti:«Ilva rinasce, basta critiche»

L’ultima audizione alla Camera dei tre commissari di Ilva si è svolta in un clima definito «tranquillo». Tra pochi giorni tornerà in funzione l’altoforno 1 e c’è chi ha fondati motivi per prevedere che la magistratura tarantina non insisterà con il fermo dell’altoforno 2, sulla base della documentazione sui sistemi di sicurezza dell’impianto che Piero Gnudi, Corrado Carrubba e Enrigo Laghi hanno stilato per la custode giudiziaria dell’acciaieria. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è ottimista, anche se, prima di dire va tutto bene, vuole incassare risultati concreti. Del resto la situazione è chiara: se l’Altoforno 2 si ferma, si ferma l’Ilva. Se si ferma l’Ilva va a rotoli la fragile economia italiana.
Ministro Galletti, quale futuro si delinea per l’Ilva?
«La situazione, oggettivamente difficile, é il risultato degli ultimi decenni, durante i quali si è perpetrato il disastro ambientale che è sotto gli occhi di tutti. Ora però siamo in una fase nuova: non condivido il pessimismo di chi dice che non sono stati fatti passi in avanti, perché stiamo lavorando affinché produzione e ambientalizzazione vadano di pari passo. Il piano ambientale, il cui costo è di 1 miliardo e 600 milioni, sta andando avanti grazie ai 400 milioni disponibili, mentre il resto è ancora sotto sequestro per decisione della magistratura elvetica, ma io credo che diventeranno disponibili in tempi non lunghi, anche se l’esito non è ancora certo».
Durante l’audizione il deputato Ludovico Vico ha posto una domanda rimasta senza risposta che giriamo a lei: è vero che c’è l’intera copertura finanziaria di Aia, per cui non sono indispensabili le risorse sotto sequestro?
«Non è così. Disponibili sono solo 400 milioni».
Il 31 luglio, nel rispetto della legge, l’80% delle prescrizioni Aia sarà stata attuata, ma manca l’intervento più importante, la copertura dei parchi minerari.
«Anche a me risulta, anche se non ancora certificato ufficialmente, il raggiungimento dello step di fine luglio, ottenuto grazie alle risorse disponibili. Per l’intervento sui parchi sono necessarie, come ho detto, le risorse ferme in Svizzera, ma ciò non fa venir meno l’attuazione del piano ambientale».
Taranto, città stremata, attende le vicende legate all’Afo 2 con ansia, divisa tra il bisogno di lavoro, la sicurezza e la necessità di vivere in un ambiente pulito. Quali garanzie può darle il governo?
«In questo anno il governo ha operato per salvaguardare 11 mila posti di lavoro, tutelare la salute e l’ambiente. Non voglio che in Italia un lavoratore debba più trovarsi di fronte al dilemma: lavoro o salute».
Intanto, però, non c’è certezza sul futuro dell’azienda. L’altro giorno Romano Prodi ha raccontato di un colloquio con i dirigenti di Mittel - il colosso dell’acciaio che sembrava il più vicino all’acquisizione di Ilva – i quali gli hanno detto di non potersi impegnare con l’azienda italiana per le troppe incertezze che la contraddistinguono.
Il governo che fa?
«Se ci fosse stata un’azienda intenzionata a risanare l’Ilva l’avremmo già venduta. Per questo il nostro massimo sforzo è renderla appetibile sul mercato».
Ci sono trattative in corso?
«Stiamo lavorando per rendere l’acciaieria più competitiva, perché l’alternativa è una sola: chiudere».
Questo sforzo pare che non sia tenuto in conto dalla magistratura tarantina: è così?
«La situazione attuale è figlia del passato, per decenni l’Ilva ha prodotto non solo acciaio, ma anche inquinamento. Ci stiamo impegnando per ristabilire serenità tra i poteri dello Stato e mi auguro che si arrivi a questo».
Nei giorni scorsi è circolata la notizia di un possibile viaggio a Taranto del vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: risulta anche a lei?
«Non so proprio». (CdM)

venerdì 24 luglio 2015

Tutti preoccupati dell'Ilva, di Taranto non se ne fotte nessuno! Realacci, un vero ambientalista per hobby!

Via libera al decreto salva-Ilva «blindati» gli altoforni per un anno

Accesso al credito facilitato e ristrutturazione dei debiti, ma anche cautele al sequestro giudiziario delle imprese come l’Ilva: sono i punti chiave del decreto legge su cui il governo ha incassato la fiducia e su cui questa mattina arriverà il voto finale. Ecco le principali novità del provvedimento. Tra le novità del provvedimento una è applicabile al caso-Taranto.Si afferma, infatti, che per le aziende di interesse strategico nazionale, come ad esempio l’Ilva di Taranto, il sequestro giudiziario relativo a ipotesi di reato riguardanti la sicurezza dei lavoratori non può impedire l’esercizio dell’attività di impresa.
Gli stabilimenti, però, potranno continuare a funzionare per non più di un anno dal sequestro e solo se entro 30 giorni sarà predisposto un piano di tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro.
«Non stiamo cercando di salvare un’azienda decotta ma un’azienda che può essere efficiente, creare ricchezza e mantenere occupazione». Lo ha detto Piero Gnudi, commissario straordinario dell’Ilva, nel corso dell’audizione in commissione Ambiente della Camera. «Sarebbe un impoverimento del nostro sistema industriale se questo nostro sforzo non dovesse avere successo – ha aggiunto Gnudi- quando abbiamo chiesto la commissione straordinaria abbiamo fatto un piano industriale per i prossimi cinque anni, quest’anno si perde, ma abbiamo dovuto chiudere il forno cinque, ora è chiuso il forno due, una volta messi apposto questi problemi torneremo in piena attività, con una liquidità consistente a partire dal 2017».
Il Consiglio Generale di Confindustria «ha espresso unanime preoccupazione» per la vicenda Ilva che, sottolinea l’associazione degli industriali rischia di assumere contorni drammatici, in primo luogo per le conseguenze sui livelli occupazionali ma anche per la strategicità che riveste nel nostro paese la produzione di acciaio, asset fondamentale». Come «sostegno all’impresa e al territorio tarantino è stato deciso che la prossima riunione del Consiglio Generale di settembre si svolgerà a Taranto».
«Nella riunione di ieri mattina - spiega una nota di via dell’Astronomia – il Consiglio Generale di Confindustria ha posto al centro del dibattito la vicenda Ilva, con particolare riferimento all’ipotesi di chiusura del secondo altoforno, oggetto in questi giorni di scelte che potrebbero determinare definitivamente le sorti dell’impresa».
«Il risanamento ambientale e il futuro produttivo dell’Ilva sono legati in modo inscindibile uno con l’altro. Per il Parlamento la vicenda dell’acciaieria di Taranto è centrale e continuerà ad essere seguita con grande attenzione, al di là dei provvedimenti in esame”. Così il presidente della commissione Ambiente alla Camera Ermete Realacci a proposito dell’audizione dei commissari straordinari dell’Ilva Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi.
«Sono oggetto di costante attenzione non solo il piano industriale, ma anche le misure di bonifica e risanamento ambientale dell’impianto – continua Realacci – misure fondamentali per garantire ambiente e salute di lavoratori e cittadini. I provvedimenti sull'Ilva votati in Parlamento impongono siano realizzate entro il 31 luglio l’80% delle prescrizioni Aia e garantiscono che tutti i fondi sequestrati ai Riva siano destinati al risanamento ambientale e sanitario – osserva - condizione imprescindibile per dare una prospettiva all’impianto».
La condizione: entro 30 giorni predisposto un piano di tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. (GdM)

martedì 21 luglio 2015

Nel cassetto. E i progetti?

Tavolo per Taranto. Dichiarazione assessore Liviano 

“La vera notizia non sono tanto i 600 milioni di euro (613 per l’esattezza, ndc) stanziati per Taranto, quelli erano già impegnati dal 2012 ad oggi. La notizia è che, finalmente, il Tavolo per Taranto si è insediato scegliendo, come è ovvio che fosse, la città dei due mari per la sua prima riunione”.
Gianni Liviano, assessore regionale all’Industria turistica e culturale, torna sull’importante riunione tenutasi lunedì scorso nella sede della Prefettura di Taranto, e lo fa per spingere gli attori in campo “ad accelerare i tempi perchè, - aggiunge l’assessore Liviano – siamo di fronte all’ennesimo treno che passa e non possiamo permetterci il lusso di lasciarcelo scappare. La città, il territorio ionico, non se lo possono permettere. Per questo è opportuno che si proceda ad una programmazione serrata, che il cronoprogramma dettato lunedì dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, De Vincenti, venga rispettato.
“Ma per fare ciò, è opportuno-, rileva l’assessore regionale all’Industria turistica e culturale- che la progettazione proceda spedita. La tempistica tracciata dal sottosegretario De Vincenti prevede, dopo la costituzione del Nucleo tecnico operativo centrale di supporto alle amministrazioni locali, una nuova riunione a settembre in modo tale da arrivare entro la fine del mese alla bozza del Contratto istituzionale di sviluppo; entro il mese di ottobre va preparato lo schema al Cipe nel quale immettere materialmente le risorse economiche previste per Taranto in modo da arrivare entro il mese di novembre alla sottoscrizione del contratto istituzionale.
“Se questa tempistica sarà rispettata – sottolinea l’assessore regionale Liviano – potremo essere operativi entro la fine di quest’anno e mettere mano, davvero, ad una operazione complessiva di rilancio della città di Taranto e di tutte le realtà economiche e produttive che le gravitano intorno”.
Del resto si sta parlando di una cifra considerevole, 600 milioni di euro, così suddivisa: 408 milioni per il porto di Taranto (189 rinvenienti dall’attuazione del protocollo del 2012 per l’infrastrutturazione dello scalo ionico; 219 per la piastra logistica), 115 per le opere di bonifica, 60 per la rigenerazione urbana (recupero della città vecchia a fini culturali e turistici), 30 per la reindustrializzazione. Nei 600 milioni di euro è compreso anche il progetto per la valorizzazione dell’Arsenale militare quale museo di archeologia industriale. Per non parlare delle risorse aggiuntive messe a disposizione dalla Regione Puglia per il Centro Ambiente e Salute (17 milioni di euro) e per i piani di rigenerazione urbana per i quartieri Paolo VI, Tamburi e città vecchia oltre agli investimenti per l’aeroporto di Grottaglie da integrare con il porto industriale.(...)
 “Insomma, si tratta di una buona partenza- commenta l’assessore Liviano-nella quale si concentrano speranze di rinascita che devono necessariamente coniugarsi con l’impegno del governo ad una tempistica accelerata anche se ci sono da superare difficoltà oggettive come i ricorsi pendenti per i lavori all’interno del porto che, gioco forza, potrebbero rallentare il percorso. “Importante – prosegue Gianni Liviano - è il ruolo di turismo e cultura, al contempo proposte educative e di inclusione sociale ma anche attrattori di ulteriori finanziamenti e interpreti di un rilancio territoriale che vada oltre quella politica industriale che ha ingabbiato la realtà ionica”.
Per questo Liviano crede sia necessario pensare ad un piano strategico che, conclude, “sfruttando quanto previsto dall’ultimo decreto del Governo, faccia della città vecchia il vero perno di una Taranto proiettata nel futuro. Le esperienze positive di città come Bilbao e Torino (entrambe realtà monoindustriali), che hanno saputo traguardare le rispettive comunità verso uno sviluppo turistico-culturale, lasciano ben sperare. Ma non dobbiamo perdere ulteriore tempo”. (PressRegione)

Sottosegretario De Vincenti «Per lo sviluppo di Taranto ci sono già 600 milioni di euro»

Si è tenuta stamani a Taranto la prima riunione operativa del Tavolo Istituzionale Permanente per l'area di Taranto, costituito lo scorso 11 giugno con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Ne dà notizia una nota di Palazzo Chigi.
I lavori del Tavolo hanno consentito di delineare, sulla base della proposta del Governo, la strategia di riqualificazione e di sviluppo del territorio che comprende, oltre alla stessa Taranto, i Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola. La strategia e gli interventi, individuati attraverso il comune lavoro di istruttoria tecnica avviato oggi, confluiranno nel Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) che sarà presentato al Cipe entro il prossimo ottobre.  L'incontro, presieduto dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Claudio De Vincenti, si è svolto nella sede della Prefettura alla presenza del Prefetto Umberto Guidato.  Nel corso del confronto, De Vincenti ha ribadito l’impegno del Governo ad assicurare tempestività nella definizione e nell’attuazione degli interventi per lo sviluppo dell’area di Taranto e sottoposto alla discussione lo schema dei tempi, dei criteri e degli indirizzi necessari a guidare da subito il lavoro comune.
L'impegno del Governo e delle altre Istituzioni, ha rimarcato il sottosegretario, è del resto testimoniato dalle risorse già stanziate e che ammontano ad oltre 600 milioni, così articolate: 115 milioni per le bonifiche; 189 milioni per l’attuazione del protocollo del 2012 sull'infrastrutturazione del porto (fondi regionali, del Mit e di privati); 219 milioni per la piattaforma logistica; 60 milioni per le opere di rigenerazione urbana; 30 milioni per la reindustrializzazione.   Hanno preso parte ai lavori rappresentanti della Regione Puglia, il Presidente della Provincia di Taranto Martino Tamburrano, il Sindaco di Taranto Ippazio Stefano e il Sindaco di Statte Angelo Miccoli, quest’ultimo anche in rappresentanza degli altri Comuni dell’area. Hanno portato inoltre il loro contributo il Commissario straordinario del porto di Taranto Sergio Prete, quello per gli interventi di bonifica e ambientalizzazione Vera Corbelli, l’Ammiraglio del Comando Marittimo Sud Ermenegildo Ugazzi e il Presidente della Camera di Commercio di Taranto Luigi Sportelli.  La strategia di sviluppo per l’area, oggetto della discussione, si muove lungo due direttrici: l’una concentrata sull'accelerazione dell’attuazione dei progetti in corso (in particolare quelli per la bonifica e per l’infrastrutturazione del Porto), l’altra diretta a promuovere la programmazione, la progettazione e la realizzazione dei nuovi interventi prioritari per il rilancio, la riqualificazione e la valorizzazione della Città Vecchia e per la valorizzazione turistica dell’Arsenale Militare.
"Riunione dall’esito positivo- ha osservato il sottosegretario al termine dei lavori- soprattutto perchè ha fatto emergere una sostanziale e forte condivisione degli indirizzi e delle linee operative discussi e analizzati. Il che ben promette per il tempestivo avvio degli interventi che daranno corpo al Contratto istituzionale di Sviluppo per l’area di Taranto". Finalizzato alla elaborazione e, poi, all’attuazione del Cis, oggi è stato costituito un nucleo tecnico-operativo centrale di coordinamento e supporto delle strutture tecniche delle amministrazioni regionali e locali. Il nucleo risulta composto dagli esperti della struttura di missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Dipartimento per le politiche di coesione, dall’Agenzia per la coesione territoriale, da Invitalia, dal Commissario straordinario per le bonifiche e dal Commissario straordinario del porto di Taranto.
Il 23/7 audizione commissari straordinari Ilva - Giovedì 23 luglio, alle ore 14,00, le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive, presso la Sala del Mappamondo, svolgeranno l’audizione dei Commissari straordinari dell’Ilva, Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, in merito all’attuazione del Piano industriale dell’Ilva e alle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza. L'appuntamento sarà trasmesso in diretta webtv. (GdM)

giovedì 21 maggio 2015

Una legge caricata a salve

Fonte: VoxEurop, rielaborazione ©Comitato per Taranto

Ecoreati, adesso Ilva pensa di non patteggiare

La parola d’ordine è “temporeggiare”. Le dichiarazioni di Matteo Renzi sull’Italia che “riparte da Taranto” all’inizio del 2015 sono ormai un ricordo sbiadito. La questione Ilva può aspettare. Anche la proposta di patteggiamento dinanzi al Tribunale di Taranto può restare in qualche cassetto del ministero dello Sviluppo economico, che avrebbe dovuto dare il via libera al collegio difensivo dell’azienda in amministrazione straordinaria. In una riunione tenuta mar-tedi tra il ministro Federica Guidi e la struttura commissariale guidata da Piero Gnudi, presente Paola Severino in veste di consulente legale del commissario, si è deciso appunto di frenare sul patteggiamento.
A QUANTO RISULTA al Fatto Quotidiano, nel vertice si è anche parlato del fatto che la nuova legge sugli ecoreati (approvata proprio martedì sera) potrebbe avere un impatto sul processo in corso a Taranto essendo ritenuta più “favorevole al reo” rispetto al reato di “disastro innominato” per cui l’azienda, la famiglia Riva e altri vengono perseguiti a Taranto. Trovano così una prima conferma i timori finora non ufficiali della Procura e del Tribunale della città pugliese sugli effetti che la nuova legge sugli ecoreati potrebbe avere sul maxi-processo Ilva. D’altronde anche magistrati esperti del tema come Gianfranco Amendola, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, e Raffaele Guariniello (vedi qui accanto) lasciano intendere che il lavoro del Parlamento non sia stato così accurato come ci si aspetterebbe per una normativa attesa da vent’anni almeno.
Intanto il 28 maggio – data in cui è fissata l’udienza preliminare del procedimento “ambiente svenduto” – si avvicina. I legali dell’Ilva avevano ipotizzato di chiedere l’applicazione di una pena che prevedeva una multa da 3 milioni di euro, l’interdizione per 8 mesi e la confisca di 2 miliardi di euro come profitto del reato. Nei fatti l’uscita dell’Ilva dal processo penale, però, avrebbe gravato solo sulle tasche dei cittadini: i due miliardi di euro per il risarcimento, infatti, sarebbero stati recuperati grazie a obbligazioni garantite dallo Stato in attesa che fossero svincolati i soldi sequestrati su alcuni conti svizzeri alla famiglia Riva dalla Procura di Milano (che indaga per evasione fiscale) e da usare per il risanamento della fabbrica secondo un decreto del governo di Mario Monti (il Guardasigilli, come si sa, era Paola Severino).
Sul piano giuridico, però, il patteggiamento qualcosa lo avrebbe prodotto eccome: l’ammissione di responsabilità dell’azienda (cioè il commissario) avrebbe pregiudicato in modo significativo la posizione penale degli altri imputati. I Riva, infatti, lo hanno interpretato come una sorta di tradimento della struttura commissariale. Come che sia, qualcosa durante il cammino verso il patteggiamento deve essersi inceppato. E stando a quanto riferito da fonti interne all’azienda, uno dei principali oppositori alla proposta di patteggiamento sarebbe l’ex ministro della Giustizia Paola Severino che, da consulente legale di Gnudi, difende l’Ilva commissariata nel procedimento in corso al Tribunale di Milano. L’ex Guardasigilli, peraltro, ha una discreta competenza in tema di disastri ambientali visto che fu nel collegio di difesa della Montedison anche nel caso della discarica di Bussi, in Abruzzo, su cui – dopo le rivelazioni del Fatto Quotidiano – ora indaga il Csm per presunte pressioni sui giudici popolari per far assolvere l’azienda.
ORA, CURIOSAMENTE, proprio l’ex Guardasigilli che contribuì a scrivere il decreto che consentiva l’utilizzo dei fondi svizzeri, sembra intenzionata a consigliare all’azienda di fare un passo indietro. Il motivo? Si teme che il patteggiamento a Taranto possa condizionare la banca svizzera spingendola a non svincolare il miliardo e 200 milioni di euro sequestrati alla famiglia Riva. Un punto che però – secondo fonti aziendali – è particolarmente pretestuoso: “La Svizzera sbloccherà il denaro solo quando ci sarà una sentenza definitiva di condanna a Milano”. Tutti lo sanno, insomma, ma nessuno lo dice. Un’ipotesi che, visti i tempi della giustizia italiana e un maxi-processo con oltre 50 imputati, non promette bene. Anzi.

La verità sulla legge contro gli Ecoreati

Martedì è stata approvata al Senato (la Camera si era già espressa il 26 febbraio 2014) il DDL 1345, la cosiddetta legge contro gli Ecoreati recante disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente. Grande soddisfazione è stata espressa da questi tutti a partire dal Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti fino a Ermete Realacci del PD e Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle. Ma la nuova legge, presentata con lo slogan trionfale “basta casi Eternit” forse potrebbe non mantenere le promesse fatte.
DI CHI È LA LEGGE SUGLI ECOREATI?
Già dal giorno prima della votazione Luigi Di Maio scriveva che il Parlamento avrebbe approvato una legge voluta dal Movimento 5 Stelle e dopo la votazione annunciava trionfante: «È appena stata approvata la nostra legge sugli ecoreati, quella che due anni fa presentò alla Camera Salvatore Micillo nostro Deputato e cittadino della terra dei fuochi». Secondo Di Maio la legge sugli Ecoreati altro non è che quella “presentata due anni fa”
e ancora ieri Di Maio scriveva così su Facebook:

Luigi Di Maio inventa la Legge Micillo

Il problema è che la legge sugli Ecoreati non è la “Legge Micillo”. Il primo firmatario del provvedimento è il deputato del Partito Democratico Ermete Realacci che ha presentato la proposta di legge il 19 marzo 2013. La proposta del cittadino-portavoce-onorevole Salvatore Micillo invece è stata presentata il 15 maggio 2013. Come se non bastasse si evince anche dal testo approvato dal Senato nei giorni scorsi che Realacci è il primo firmatario. Che i contenuti delle due proposte di legge fossero simili è un bene, significa che le forze politiche quando vogliono sanno lavorare assieme, certo agli elettori pentastellati è meglio raccontare un’altra storia altrimenti, suscettibili come sono, potrebbero urlare all’inciucio. Soddisfazione è stata espressa anche dal Presidente del Consiglio che ci ha tenuto a immortalare il momento della “firma pesante” sulla legge contro gli Ecoreati.

COSA DICE LA LEGGE?
Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio, cosa dice la legge? Il testo licenziato dal Senato martedì va ad introdurre alcune modifiche al titolo VI del libro secondo del codice penale. I nuovi reati previsti dal Codice sono cinque: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica. La legge prevede un sostanziale aumento delle pene con aggravanti nel caso si venga riconosciuta l’associazione a delinquere ma prevede anche il “ravvedimento operoso” ovvero sconti di pena da un terzo alla metà a coloro che collaboreranno con le forze dell’ordine e dalla metà a due terzi nei confronti di coloro che si adopereranno “per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi“. Di particolare rilevanza in virtù del fatto che la legge si propone di evitare l’esplodere di altri “casi Eternit” è l’articolo 452-quater, quello che punisce il reato di disastro ambientale:
Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; 2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.
LE CRITICHE AL PROVVEDIMENTO
I Verdi sono sempre stati molto critici nei confronti di questo disegno di legge. Oggetto delle contestazioni quell’avverbio “abusivamente” ripetuto 3 volte all’interno del testo, il portavoce dei Verdi Angelo Bonelli scriveva così su Twitter:
"È nato il disastro ambientale cagionato abusivamente "

Un punto ribadito anche da Antonia Battaglia in un pezzo su Micro Mega:
Un reato ambientale, secondo la norma, sarà tale solo se sarà stato compiuto al di fuori delle norme. Ma nel caso in cui uno stabilimento industriale, una discarica o altro soggetto inquinante fossero provvisti di un’autorizzazione a produrre e a funzionare, non sarebbero abusivi e non potrebbero essere giudicati per disastro ambientale.
La legge mette a rischio il processo Ilva “Ambiente Svenduto” e rappresenta un’àncora di salvataggio per i grandi inquinatori e per le lobbies di attività industriali potenzialmente inquinanti. Poiché l’Ilva produce inquinando (lo dice il GIP Todisco del Tribunale di Taranto e fa eco la Commissione Europea), ma produce con una regolare autorizzazione ambientale. L’Ilva non rispetta, secondo il GIP e secondo la Commissione, i dettami contenuti in tale autorizzazione ma una volta approvata questa legge, essa non potrebbe mai più essere sanzionata poiché il suo inquinamento non sarebbe abusivo. Non importa che non si rispetti l’autorizzazione, l’importante è che l’autorizzazione esista.
La tesi dei Verdi è che chi ha una regolare “licenza ad inquinare” non potrà essere ritenuto colpevole di inquinamento abusivo, dal momento che il loro non potrà esserlo. Anche il procuratore della Repubblica Gianfranco Amendola attacca il provvedimento di legge proprio su quell’avverbio. In un’intervista ad Affari Italiani Amendola dice che a suo parere quell’avverbio «stabilisce che il disastro ambientale è punibile solo se commesso abusivamente significa è come dire se è commesso senza autorizzazione, come se un disastro ambientale potesse avere in qualche modo un’autorizzazione». Secondo il Procuratore capo non si tratta di un errore o di una svista, quell’abusivamente è stato messo lì proprio per impedire che la magistratura possa intervenire in alcuni settori in particolare quello industriale (oltre al caso Eternit viene citata anche l’ILVA di Taranto). Dal momento che le industrie avevano e hanno l’autorizzazione a produrre l’inquinamento risultante dalla loro attività non sarebbe abusivo. In parole povere secondo Amendola si vuole «lasciare mano libera alle industrie che devono essere libere di fare ciò che vogliono senza che i magistrati possano intervenire».
Come cantava Elio qualche anno fa: Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva.
Ma il problema non è solo quello dell’avverbio, a dirlo è Raffaele Guarinello, il magistrato torinese pubblico ministero nei processi sul caso Eternit. Secondo il magistrato anche con la nuova legge la sentenza sul processo alla multinazionale dell’amianto la sentenza non cambierebbe:
E oggi, se potessimo ricominciare tutto da capo, finirebbe allo stesso modo. Perché i tempi sono stati raddoppiati, è vero, ma la struttura del reato è rimasta identica. Chi dice che con questa legge il processo Eternit si sarebbe salvato dice una cosa sbagliata
Il problema, dice Guarinello all’ANSA è che la legge non ha recepito la sentenza della Cassazione sul caso Eternit e quindi l’impianto normativo rimane pressoché lo stesso della vecchia legge:
La Cassazione ha stabilito che questo reato si consuma quando avviene l’evento. E l’evento, nel caso dell’Eternit, è datato 1986, quando la società ha smesso di produrre. I supremi giudici hanno anche detto che il nostro processo era prescritto prima ancora di cominciare. E questa legge non modifica il principio. Per scongiurare il rischio prescrizione bisogna cominciare a indagare non appena la fabbrica chiude i battenti. E il reato di disastro comincia a prescriversi quando ancora non si è nemmeno manifestato (nextquotidiano)

mercoledì 29 aprile 2015

Galletti, il ministro dei potenti

L'ambiente è scomparso


Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente in carica dal Renzi I, è tra i membri meno attivi dell’esecutivo. Pochi progetti di legge e almeno uno sponsor elettorale dubbio. Intervistato da Ae sui criteri di nomina della commissione VIA (guarda qui il video) annuncia imminenti riforme, che tardano a prendere forma. 



Dov’è finito il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare?
Ripercorrendo le cronache di quest’anno e tre mesi di governo Renzi è una domanda spontanea. Soprattutto perché di “ambiente” questo esecutivo se ne è occupato -basti pensare alla legge “Sblocca-Italia” (cui abbiamo dedicato il libro “Rottama Italia”, 12 euro, 2015) e ai suoi effetti deleteri, o all’irrisolta questione dell’Ilva di Taranto-. 
Il titolare del dicastero si chiama Gian Luca Galletti, commercialista bolognese, già sottosegretario all’Istruzione durante il governo Letta e rappresentante, all’epoca della nomina, l’Unione di centro, divenuta poi Area Popolare. Su 102 progetti di legge di “iniziativa governativa” presentati dal 22 febbraio 2014 -data di nascita del “Renzi I”- ad oggi (Ae va in stampa il 20 aprile 2015), solo quattro -di cui uno peraltro tecnicamente “decaduto”- l’hanno visto in qualità di “primo firmatario”. Alla voce “Interventi su Disegni di legge”, invece, si conta una sola istanza, nel settembre 2014. Non che l’attivismo di un ministro debba ridursi all’iniziativa legislativa per decreto, anzi, ma che il ruolo ricoperto da Galletti sia attualmente condotto quanto meno sotto tono è pacifico. Chi ha provato a stimolarne una reazione è stata, insieme ad altri 14 colleghi parlamentari, l’onorevole Federica Daga (Movimento 5 Stelle) che l’8 aprile scorso ha depositato un esposto all’attenzione, tra gli altri, del procuratore capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone e del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, contenente  una serie di documentate segnalazioni riguardanti potenziali conflitti di interessi di alcuni componenti della Commissione nazionale valutazione d’impatto ambientale (VIA) in seno al ministero. Istituita nel 2007 e dal mandato triennale, la commisssione VIA è chiamata a valutare gli impatti di opere strategiche per il Paese e a monitorare l’effettiva “affidabilità” di chi le realizza alla luce delle prescrizioni (economiche o progettuali) impartite. Scorrendo le pagine dell’esposto si apprende però che -solo per il periodo compreso tra il 1989 e il 2000- “per 100 delle 175 opere realizzate e analizzate, il ministero (dell’Ambiente, ndr) ha ammesso di non conoscere l’esito delle prescrizioni ad oltre 13 anni di distanza dall’autorizzazione [...]. Complessivamente su 1.694 prescrizioni impartite, ne risultano ottemperate con certezza 539”. Tra i 50 “tecnici” che in questo momento stanno valutando con terzietà e competenza le 231 procedure “in corso” di VIA (5 pratiche relative ad aeroporti, 2 impianti chimici, 5 impianti eolici off-shore, 1 raffineria, 25 pozzi per la ricerca di idrocarburi, 1 rigassificatore e così via, dati del ministero dell’Ambiente al 20 aprile 2015, minambiente.it) ci sarebbero commissari che sono contemporaneamente soci di importanti società di progettazione, talvolta consorziate ad esempio con Anas, una società tra quelle sottoposte a procedure di VIA. L’esposto ha preso la forma di interpellanza parlamentare, il 16 aprile scorso, rivolta direttamente a Galletti.  Intervistato il giorno seguente e sullo stesso punto da Altreconomia, il ministro Galletti non ha di fatto smentito l’esistenza di un “problema” all’interno della Commissione VIA -peraltro scaduta da un anno-, annunciando infatti l’imminente pubblicazione del “bando per la selezione dei componenti della commissione per la valutazione d’impatto ambientale”. “Per la prima volta -ha detto il ministro- ci saranno una serie di incompatibilità e di requisiti richiesti per farne parte”.
Annunci a parte, quel che resta sul tavolo è interrogarsi sull’eredità di un sistema che fino ad oggi non ha evidentemente funzionato. O l’ha fatto secondo logiche diverse dal principio immaginato. È credibile una sospensione delle opere valutate precedentemente dai soggetti potenzialmente interessati da un conflitto di interesse?, abbiamo chiesto a Galletti. “No, non abbiamo neanche avuto richieste di tal genere, neanche dal dottor Cantone -ha risposto-. E comunque non avremmo lo strumento per poterlo fare”. Nessuna moratoria, dunque, nemmeno dopo le inchieste giudiziarie (una su tutte “Sistema”, che ha riguardato l’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza) che hanno dimostrato la fisiologica stortura della filiera delle “grandi opere”.


“Io non voglio mettere l’ambiente contro le grandi opere -ebbe a dire Galletti ospite a La7 nel novembre 2014-. Io sono disponibile a fare le grandi opere se queste non hanno un impatto sull’ambiente. E ho degli elementi per verificarlo: le valutazioni di impatto ambientali”. Ecco, a pochi mesi di distanza, i dati raccolti nell’esposto, che il ministro non ha smentito, l’hanno contraddetto. Ma decisioni conseguenti, anche retroattive, non sono in agenda. Tra i poteri del ministro ci sarebbe, ad esempio, la destituzione dei commissari più “compromessi”, come già accaduto quando in via Cristoforo Colombo era insediato Andrea Orlando, poi traslocato al ministero della Giustizia. Gualtiero Bellomo, già membro della commissione di VIA-VAS (valutazione ambientale strategica), venne infatti “sospeso” per sei mesi a seguito di una manifesta “inopportunità” sorta dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta sul Tav di Firenze. Questo strumento, però, sembra non interessare al momento al ministro Galletti.
Anche la struttura del ministero merita uno sguardo. L’ufficio legislativo, che tra le altre cose “coordina e definisce gli schemi dei provvedimenti normativi promossi dal ministro” ed “esprime parere sui problemi giuridici, sull’attività amministrativa di particolare rilevanza per il ministero e su ogni altro affare che il ministro ritenga di affidargli”, è coordinato -per decreto di Galletti del 15 aprile 2014-  dal magistrato amministrativo Alfredo Storto, già capo dell’identica struttura presso il ministero per la Pubblica amministrazione e la semplificazione. Storto anima ancora oggi il comitato scientifico della fondazione Magna Carta -che fa capo al senatore Gaetano Quagliariello (vedi Ae 141, settembre 2012)- in materia di “riforma della giustizia”. Tra i soci fondatori di Magna Carta, però, c’è il colosso Erg -attiva dall’eolico al termoelettrico-, i costruttori di Salcef Spa -che sul suo sito ha una sezione dedicata alle “grandi opere”-, e la Securfin Holdings Spa -di Letizia e Gianmarco Moratti-.

Il capitolo finale riguarda l’Ilva di Taranto e un dettaglio poco conosciuto che coinvolge personalmente anche il ministro dell’Ambiente. Nella “dichiarazione delle spese sostenute e delle obbligazioni assunte per la propaganda elettorale” pubblicata dall’allora parlamentare Gian Luca Galletti erano stati indicati due “contributi” di 30mila e 20mila euro da parte rispettivamente dalla Simbuleia spa e dalla S.E.C.I. spa, entrambe con sede a Bologna. 
La prima -che si occupa per statuto di “servizi amministrativi, contabili e finanziari”- è detenuta dalla una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati.
Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti,  che nell’estate 2014 verrà nominato dal governo Renzi “commissario straordinario per la Ilva Spa”. La seconda è la holding del Gruppo Industriale Maccaferri, gigante che spazia dall’ingegneria ambientale -Officine Maccaferri, che conta impianti dotati dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA) riconosciuta dal ministero dell’Ambiente- all’energia, dal tabacco -Manifatture Sigaro Toscano Spa- all’agroindustria e zuccherifici -Eridania-.
(Altreconomia)

mercoledì 25 marzo 2015

Più decreti che acciaio

Ilva, pronto un altro decreto. Ma per i sindacati la ripresa è troppo lenta 

L’impegno c’è, così come la spinta a risollevare il gigante dell’acciaio sofferente. Ma lo sforzo dei commissari dell’Ilva non viene considerato ancora, dai sindacati, risolutivo. E i tempi delle procedure, come matasse difficili da sbrogliare, sembrano ai rappresentanti dei lavoratori del siderurgico troppo lunghi per garantire gli oltre 11mila dipendenti di Taranto.
A due mesi esatti dal passaggio del gruppo in Amministrazione straordinaria occorre ancora un nuovo decreto per puntellare i fondi che sostanzieranno la newco, la nuova società Ilva. Newco che non partirà subito ma per la quale occorrerà attendere l’estate. La dilatazione rispetto alla tabella iniziale di marcia non è un boccone facile da ingoiare per le organizzazioni dei metalmeccanici. Che faticano a fornire risposte alle tute blu, al lavoro come sempre nei reparti. Al lavoro nonostante le incertezze e nonostante una produzione rallentata, rallentatissima dalla metà di marzo con la fermata dell’altoforno 5. Oggi si bloccherà anche l’acciaieria, resta una sola linea di colata e due altiforni. Acciaio ai minimi storici, dice qualcuno, più che nella crisi del 2009. E alla vigilia dell’ennesimo stop di un reparto dell’area a caldo ieri al Ministero dello Sviluppo Economico il vertice su Ilva con il ministro Federica Guidi e il sottosegretario al lavoro Teresa Bellanova, non ha dai quei risultati che le segreterie di Fim-Fiom e Uilm si aspettavano.
Alla riunione hanno relazionato i tre commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi e il direttore generale dell’Ilva Massimo Rosini. Il direttore generale, da qualche settimana al vertice dello stabilimento, ha diviso le due fasi di gestione dell’industria. In una prima fase occorre stabilizzare e normalizzare; in una seconda, rilanciare e sviluppare la società. La prima è quella che, probabilmente richiede più tempo e certamente più impegno. Proprio il ministro Guidi ha parlato della newco, inizialmente prevista per marzo. Per Federica Guidi è imminente, forse già nel prossimo consiglio dei ministri, l’approvazione di un Dpcm, un decreto, che preveda l’istituzione di un fondo di turnaround (ovvero per la ristrutturazione delle grosse imprese italiane in crisi) che sarà operativo attraverso la newco. Il primo intervento della società di turnaround sarà proprio concentrato su Ilva. Per puntellare l’azienda occorrono risorse. Soltanto dopo si potrà recuperare terreno sul mercato e quindi produzione.
A proposito di risorse economiche, il commissario Enrico Laghi ha comunicato che nei prossimi giorni saranno disponibili le risorse del contenzioso Fintecna, i 156 milioni versati da quest’ultima ad Ilva. Ed è in fase di soluzione anche il recupero del miliardo di euro sequestrato ai Riva. Ai sindacalisti nazionali presenti avrebbe poi parlato di contatti con gli istituti di credito per la riapertura delle linee di credito. Rassicurazioni sono arrivate anche per i cantieri Aia con la ripartenza dell’altoforno 5 confermata al 2016.
Le tre segreterie erano rappresentate da Marco Bentivogli (Fim Cisl), Rocco Palombella (Uilm Uil) e Rosario Rappa (Fiom Cgil). Che hanno commentato il vertice in modo non positivo. «Il programma previsto dal Governo è in preoccupante ritardo: sul piano ambientale, industriale e sulla newco. Questi elementi allontanano gli obiettivi di ambientalizzazione e rilancio industriale, vanno coinvolti soggetti industriali siderurgici nel più breve tempo possibile, recuperare tutti i ritardi e assicurare tutte le risorse per il rilancio dell’Ilva e del suo indotto. La situazione è al collasso e il perdurare di carenza di risorse e interventi rischia di rendere molte problematiche sempre più di costosa e irreversibile criticità», ha detto Marco Bentivogli.
Preoccupazione espressa anche dal segretario generale della Uilm Rocco Palombella: «La situazione dell'Ilva sembra ancora difficile e complicata. Avremmo voluto date e dati più certi perché i lavoratori hanno bisogno di essere rassicurati sul futuro». «Il rischio - ha aggiunto - è che la solidarietà possa essere utilizzata completamente visto che quest'anno, per il blocco dell'altoforno numero 5 e per il fatto che l'altoforno 1 non è ancora partito e lo sarà solo nel terzo trimestre, la produzione scenderà ancora».
«In questa fase, che si sta rivelando sempre più difficile, i lavoratori dell'indotto stanno pagando il prezzo più alto» hacommentato Rappa per la Fiom. «Dopo il passaggio all'amministrazione straordinaria sono ripresi da parte dell'azienda i pagamenti delle aziende dell'indotto, sembra purtroppo che invece i loro lavoratori non vengano ancora pagati. Abbiamo chiesto perciò ai commissari di vigilare su questo e da parte di Ilva abbiamo avuto rassicurazioni in merito» ha detto Rappa. Inoltre, ha proseguito il sindacalista, «su iniziativa del sottosegretario Teresa Bellanova, si punta a creare un bacino di lavoratori dell'indotto, che sia un bacino privilegiato dati gli alti livelli di specializzazione e competenza, al quale Ilva possa attingere al momento della ripresa degli investimenti». (Quot)

sabato 21 marzo 2015

Il tesssooorooo!


Ilva, udienza il 9 aprile a Milano sulla richiesta di sblocco di 1,2 miliardi di euro dei Riva

E' stata fissata un'udienza, che si terra' il prossimo 9 aprile davanti al gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo, per discutere la richiesta dei legali del commissario straordinario dell'Ilva di Taranto, Piero Gnudi, di sbloccare un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati dai magistrati milanesi nel 2013 ai fratelli Emilio e Adriano Riva e a due loro consulenti. Soldi gia' dissequestrati lo scorso ottobre dal giudice per essere trasferiti nelle casse dell'Ilva in vista degli interventi di risanamento necessari, ma ancora bloccati su conti in Svizzera.
Lo scorso 28 ottobre, infatti, il gip D'Arcangelo aveva dato l'ok al dissequestro del miliardo e 200 milioni di euro sequestrati nell'ambito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici nel maggio del 2013 ai fratelli Emilio (morto l'anno scorso) e Adriano Riva e a due loro consulenti. Secondo il gip, infatti, il "diritto all'ambiente salubre, al lavoro e alla salute" devono prevalere su quello "proprietario" e sugli "interessi patrimoniali". Era stata accolta, dunque, la richiesta avanzata dal commissario straordinario Gnudi e dal suo legale, Paola Severino, in seguito all'entrata in vigore della legge 'Terra dei fuochi'.
La maggior parte dei fondi riconducibili ai Riva sono rimasti, pero', bloccati su conti Ubs in Svizzera, malgrado il provvedimento del gip. La Svizzera, infatti, non ha dato seguito alle richieste dei magistrati relative al dissequestro ed e' servito un intervento normativo. Lo scorso 3 marzo, poi, e' diventato legge il decreto 'Salva-Ilva' che, tra le varie cose, facilita il trasferimento in Italia dei soldi dissequestrati: le somme verranno convertite in obbligazioni emesse dall' amministrazione straordinaria e destinate alla realizzazione dell'Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Da qui la nuova istanza che verra' discussa il 9 aprile. Servira', poi, un nuovo provvedimento del gip per far rientrare i soldi in Italia.(Quot)

mercoledì 28 gennaio 2015

Indottolo contagiosolo

Ilva, i commissari in missione a Taranto. Lo sciopero dell'indotto contagia il siderurgico


  I commissari straordinari dell'Ilva Corrado Carrubba ed Enrico Laghi sono arrivati a Taranto entrando nella sede della Prefettura per incontrare il prefetto, Umberto Guidato. Non c'è invece il terzo commissario, Piero Gnudi. I commissari incontreranno nel corso della giornata diverse autorità e nel pomeriggio rappresentanti del mondo imprenditoriale. I due commissari, dopo aver lasciato la Prefettura, sono andati al Comune di Taranto per incontrarsi con il sindaco, Ippazio Stefano. I lavoratori dell'indotto che stazionano da giorni davanti alla sede del Municipio non hanno avuto reazioni. I commissari non hanno voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti: "stiamo lavorando", hanno solo detto.
   L'incontro fa seguito alla riunione che si è svolta ieri sera nella sede romana dell'Ilva tra gli stessi commissari e i sindacati nazionali e territoriali, in cui l'azienda ha sostanzialmente confermato la prosecuzione dei contratti di solidarietà per i dipendenti, anche se è necessario il via libera del ministero del Lavoro. I commissari hanno garantito il pagamento degli stipendi di gennaio e confermato l'impegno a trovare le risorse per i lavoratori degli appalti. Su questo tema c'è attesa per la conversione in legge del decreto di dicembre che sbloccherebbe ingenti risorse per Taranto. Quanto ai fondi Fintecna, i commissari hanno riferito  ai sindacati che per il via libera dei 150 milioni previsti è necessaria una modifica al decreto Ilva. Oggi pomeriggio è previsto anche un incontro tra la dirigenza dello stabilimento siderurgico di Taranto, i segretari provinciali di Fim, Fiom e Uilm e le Rsu per una valutazione della situazione produttiva e dei carichi di lavoro.
    Prosegue, intanto, la mobilitazione dei lavoratori dell'indotto che chiedono il pagamento degli stipendi arretrati e garanzie sul futuro occupazionale con assembramenti davanti alla portineria imprese dell'Ilva e davanti al Municipio. Si attende un emendamento al decreto per Taranto che fornisca rassicurazioni sui crediti vantati dalle ditte prima della procedura di amministrazione straordinaria. E' possibile in giornata che il presidio da Palazzo di città si sposti sotto la sede della Prefettura.
   A sostegno della lotta dei lavoratori dell'indotto, è iniziato alle 7 di oggi lo sciopero ad oltranza dei lavoratori dell'Ilva aderenti al coordinamento provinciale dell'Usb. "La mancanza di sensibilità
del governo e delle forze politiche rispetto alla tragica situazione - sostiene l'Usb - emerge chiaramente ogni minuto di più. I lavoratori delle ditte dell'appalto sono quelli che da più di due anni subiscono sulla loro pelle gli effetti dello scellerato comportamento dei Riva e rischiano di pagare il prezzo salatissimo dei danni fatti da altri". Oltre allo sciopero, l'Unione sindacale di base ha organizzato un presidio permanente davanti alle portinerie della fabbrica. (RepBa)

Ilva, operai dell'indotto in presidio ma azienda avverte i fornitori: "Tornate al lavoro"

   "Vi invitiamo a dare esecuzione ai contratti pendenti ... di cui siete parte, segnalandovi che l'eventuale interruzione o ritardata esecuzione delle prestazioni previste a vostro carico dai suddetti contratti costituirebbe un grave inadempimento alle obbligazioni contrattuali da voi assunte nei confronti di Ilva". Lo scrive l'Ilva in una lettera circolare ai fornitori, pubblicata dal sito di informazione on line 'Corriere di Taranto'. I commissari straordinari mettono in guardia le aziende dell'indotto che vantano crediti nei confronti del Siderurgico e che nei giorni scorsi hanno avviato la procedura di cassa integrazione per i propri dipendenti. L'Ilva avrebbe anche rassicurato le imprese per i crediti maturati a partire dal 21 gennaio 2015, che rientrano nella contabilità separata della newco. L'amministrazione straordinaria, invece, di fatto azzera i crediti precedenti e per questo imprenditori, lavoratori e sindacati chiedono un intervento del governo per garantire il pagamento delle spettanze arretrate.
   La protesta dei lavoratori dell'indotto intanto prosegue con i dipendenti che manifestano da giorni perché non percepiscono lo stipendio da mesi e chiedono garanzie sul futuro occupazionale. Oggi, presidi davanti alla portineria imprese dello stabilimento siderurgico (dove è stata montata una tenda) e davanti al municipio di Taranto, oltre all'occupazione dell'aula consiliare. Non sono previsti blocchi stradali, al contrario di quello che è avvenuto ieri dalla prima mattinata alle 18 circa sulla statale 106.
   In una lettera ai fornitori del 23 gennaio scorso con cui annuncia l'ammissione di Ilva, da parte del ministero dello Sviluppo Economico, alla procedura di amministrazione straordinaria secondo la procedura prevista dalla legge Marzano, e la nomina quali commissari straordinari di Piero Gnudi, di Corrado Carrubba e di Enrico Laghi, lo stesso Gnudi invitava le ditte che hanno rapporti economici con il colosso siderurgico fino alla data del 21 gennaio "a dare esecuzione ai contratti pendenti di cui siete parte" e segnala "che l'eventuale interruzione o ritardata esecuzione delle prestazioni previste a Vostro carico dai suddetti contratti pendenti costituirebbe un grave inadempimento alle obbligazioni contrattuali da Voi assunte nei confronti di Ilva". Gnudi sottolineava che "il decreto ministeriale di ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria, subordinatamente alla dichiarazione dello stato di insolvenza da parte del Tribunale competente, determina, a partire dalla data del Decreto stesso, e quindi dal 21 gennaio 2015, l'apertura del concorso dei creditori sul patrimonio dell'impresa, con la conseguenza che tutti i crediti sorti nei confronti di Ilva fino alla data del 20 gennaio 2015 compresa dovranno essere accertati secondo le forme e con le modalità del procedimento di accertamento del passivo" previsto da alcuni articoli dalla Legge Fallimentare richiamati anche dalla legge Marzano e dal decreto legislativo 270 del 1999. Per questo i contratti pendenti al 21 gennaio 2015, cioè quelli "le cui obbligazioni principali non siano già state a tale data interamente eseguite da entrambe le parti" continuano "ad avere esecuzione senza soluzione di continuità ai sensi dell'articolo 50 del Decreto legislativo 270 del 1999".
   Inoltre Gnudi segnalava che i crediti relativi ai contratti pendenti e "derivanti dalle prestazioni regolarmente rese a Ilva a partire dal 21 gennaio 2015 saranno soddisfatti dalla procedura di amministrazione straordinaria in 'prededuzione' rispetto ai crediti maturati prima dell'apertura delle procedura". In pratica i nuovi crediti avranno precedenza rispetto ai vecchi. Anche le fatturazioni dovranno essere separate: fino al 20 gennaio e a partire dal 21 gennaio. (RepBa)

martedì 27 gennaio 2015

Indottolo forse non scende alla prossima

Ilva senza risorse, rischio di fermata

   L’indotto sempre più alle corde per i mancati pagamenti e lo stabilimento dell’Ilva che rischia di fermarsi perché sono quasi a zero liquidità, risorse e materie prime.
    A un mese dal decreto legge del governo, Taranto vive un momento complicatissimo e non si intravvede a breve una schiarita. Ieri le imprese appaltatrici hanno ricevuto la comunicazione che l’Ilva è in amministrazione straordinaria con la legge Marzano. E proprio questo spaventa le aziende, che temono di non riavere più i loro crediti o di vederli ridimensionati. Sono 150 milioni accumulati nel tempo solo dalle realtà di Taranto. Soldi che se venissero a mancare, porterebbero le imprese, già molto esposte con le banche, a chiudere e a licenziare. Una situazione che ieri gli imprenditori associati a Confindustria Taranto, guidati dal presidente Vincenzo Cesareo, hanno nuovamente evidenziato al prefetto Umberto Guidato col quale si sono incontrati dopo aver effettuato un sit-in sotto la Prefettura. E mentre i rappresentanti delle imprese manifestavano, lavoratori dell’indotto e sindacati occupavano la statale Taranto-Reggio Calabria. Un blocco durato sino al tardo pomeriggio e che ha avuto effetti pesanti sulla raffineria dell’Eni. Nessuna autocisterna è infatti entrata o uscita per tutto il periodo della protesta e quindi c’è stato uno stop di diverse ore nell’approvvigionamento di carburanti.
    Oggi non si prevedono blocchi stradali. La mobilitazione si esprimerà in forme meno dure. I lavoratori, infatti, terranno due presidi, uno dinanzi alla portineria imprese del siderurgico, l’altro davanti al municipio dove è in corso già da alcuni giorni. L’indotto, invece, continuerà a rimanere in attesa di rassicurazioni dal governo e dall’amministrazione straordinaria dell’Ilva. Già da lunedì dell’altra settimana le imprese, oltre a mettere in cassa integrazione il personale (3mila unità coinvolte), hanno anche sospeso ogni attività nello stabilimento all’infuori di quelle urgenti come i ripristini degli impianti e la loro messa in sicurezza. Disponibilità che ieri Confindustria Taranto ha riconfermato al prefetto e all’azienda. «Se si pensa che i soldi possano sbloccarsi subito, si commette un errore – afferma il senatore Pd, Salvatore Tomaselli, relatore del decreto legge –. Con i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, si sta lavorando agli emendamenti al decreto lungo le linee note: rendere esigibili i 150 milioni di Fintecna che saranno la liquidità immediata dell’amministrazione straordinaria, garantire l’indotto tra i fornitori strategici e dargli anche un plafond di 150 milioni assistito dal Fondo centrale di garanzia, utilizzare per il risanamento quanto sequestrato ai Riva. È vero, ci vorrà ancora un mese perché il decreto deve poi andare alla Camera – conclude Tomaselli –, ma questi emendamenti saranno legge».
   Stasera, intanto, i commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi incontreranno al Mise i sindacati e chiederanno la cassa integrazione per tutto il gruppo. Per Taranto si parla di 5mila unità a rotazione come numero massimo. Nel siderurgico deve fermarsi a breve per lavori il grande altoforno 5 e non si sa, proprio perché non ci sono risorse, se prima ripartirà l’altoforno 1 fermato a dicembre 2012. I sindacati chiedono che l’Ilva continui ad usare i contratti di solidarietà e non ricorra alla cassa. L’azienda dice di non esser contraria alla solidarietà ma i vincoli dell’amministrazione ordinaria impediscono di prorogarla. L’Ilva ha già posto il problema al ministero del Lavoro chiedendo di seguire la strada percorsa a Piombino dove la Lucchini ha usato la solidarietà con l’amministrazione straordinaria. (Sole24h)

Ilva, l’azienda dice sì a solidarietà. «Confermati gli stessi numeri»

Secondo quanto emerso dall’incontro, che si è appena concluso, a Taranto proseguono i contratti di solidarietà con i numeri attuali. I commissari hanno anche garantito il pagamento degli stipendi di gennaio e confermato l’impegno a trovare le risorse per i lavoratori degli appalti, su questo tema c’è attesa per la conversione in legge del decreto di dicembre che sbloccherebbe ingenti risorse per Taranto. Quanto ai fondi Fintecna, i commissari hanno riferito ai sindacati che per il via libera dei 150 milioni previsti è necessaria una modifica al decreto Ilva. La modifica potrebbe arrivare con gli emendamenti che devono essere presentai entro domani. Sempre domani i tre commissari andranno a Taranto e incontreranno il prefetto, il sindaco, il vescovo e i dirigenti dell’Ilva.
Marco Bentivogli della Fim-Cisl, in una nota, sottolinea che sui numeri dei contratti di solidarietà, «i commissari ci hanno dichiarato l’impossibilità di stimarne l’entità in quanto correlata alle verifiche in corso e al reperimento delle risorse». La Fim-Cisl quindi richiama «ancora una volta il Governo affinché si recuperi maggiore tempestività vista la drammaticità che si aggrava giorno per giorno dell’Ilva e del suo indotto». «L’incontro con i commissari straordinari dell’Ilva è stato positivo», afferma Rocco Palombella della Uilm. «È evidente - ha continuato Palombella - che andranno compiute le dovute verifiche presso il dicastero del Lavoro, ma la decisione è presa». (CdM)

sabato 24 gennaio 2015

Armageddon casereccio

Martedì Ilva annuncia la cassa integrazione

La pioggia battente che cade su Taranto alle 6 della sera scioglie i blocchi stradali degli operai dell’indotto Ilva sulle statali per Bari e per Reggio Calabria, ma non scioglie la paura per il futuro. Anzi, semmai l’aumenta. Perchè su un’Ilva ormai allo stremo, stretta tra le imprese che non lavorano più da lunedì, materie prime che mancano, impianti fermi e blocco dei trasportatori, piomba un’altra tegola: la cassa integrazione. Ieri, infatti, l’Ilva, che si avvia all’ amministrazione straordinaria a causa della pesante esposizione debitoria, ha convocato per martedì sera i sindacati metalmeccanici al ministero dello Sviluppo per aprire il discorso della cassa integrazione in tutto il gruppo.
I contratti di solidarietà, sottoscritti due anni fa, sono infatti terminati e l’Ilva ricorre ad un altro ammortizzatore sociale, la cassa integrazione appunto, per gestire una nuova fase critica.
Quanti saranno gli interessati, lo si vedrà martedì e nelle fasi successive. Pare che possano essere numeri un po’ più alti rispetto alla solidarietà che c’è stata sinora, dice Antonio Talò, segretario della Uilm di Taranto. Mentre Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl, annuncia che si tratterà di «numeri importanti». Sottoscritta per due anni di seguito per circa 3500 lavoratori, la solidarietà a Taranto - meno ore di lavoro e meno retribuzione - non ha mai raggiunto questo livello ma si è fermata in una fascia compresa tra i 1500 e i 1800. Adesso, fra coloro che ne usufruiscono, ci sono i lavoratori Ilva resi inattivi dalla fermata di alcuni impianti per crisi di commessa o mancanza di materie prime come il Tubificio 2, i Rivestimenti, il Treno Nastri 1 e le Zincature 1 e 2. Prossimamente potrebbe toccare al personale dell’altoforno 5, il più grande dell’Ilva, che, secondo la Uilm, è destinato a fermarsi al più presto per i lavori di rifacimento.
Come sta ormai accadendo da lunedì scorso, quando a manifestare per primi a Roma, in piazza Montecitorio, sono stati gli imprenditori dell’indotto, anche la giornata di ieri è stata segnata dalle proteste. Gli operai delle imprese prima hanno bloccato la statale per Reggio e poi hanno fatto altrettanto su quella per Bari, già occupata, ma per meno tempo, il giorno precedente. Chiaro il messaggio del presidio: i commissari dell’ammi - nistrazione straordinaria e il Governo devono garantire, oltre al risanamento dell’Ilva, anche la tenuta dell’indotto assicurando il pagamento dei crediti. Una partita da 150 milioni di euro, dice Confindustria Taranto, che implica per le imprese la possibilità di sopravvivere e per i dipendenti di ricevere gli stipendi, visto che in alcuni casi le aziende devono ancora saldare le retribuzioni di sei-sette mesi fa. Dopo quelle fornite l’altro ieri dai commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, oggi potrebbero arrivare nuove assicurazioni su questo fronte. Mentre Salvatore Tomaselli, senatore Pd e relatore del decreto legge Ilva, annuncia che «si lavora con gli emendamenti, che saranno presentati tra martedì e mercoledì, alla ridefinizione del perimetro dei fornitori strategici. Oggi - dice - la norma dell’amministrazione straordinaria è generica, noi invece vogliamo garantire tutto l’indotto partendo proprio da Taranto». Allo studio, inoltre, la possibilità di garantire alle imprese, sempre per i crediti maturati e non pagati dall’Ilva, un plafond di circa 150 milioni di euro «con l’assistenza del Fondo centrale di garanzia. Su questi due emendamenti - afferma Tomaselli - c’è già l’assenso del Governo e del ministro Federica Guidi».
In quanto alla mobilitazione, stamattina lavoratori e sindacalisti si ritroveranno davanti al Municipio di Taranto, diventato il loro quartier generale dopo che il sindaco Ezio Stefàno ha messo a disposizione l’aula del Consiglio comunale. Qui decideranno che fare sia oggi, sia nella prossima settimana. Infine, si terrà infine lunedì mattina un’autoconvocazione degli imprenditori davanti alla Prefettura. Altre ore difficili attendono Taranto. (GdM)

mercoledì 21 gennaio 2015

Una carcassa problematica

Ilva, per salvarla arriva società con garanzia statale. Potrà tenerla fino a 2025

Sono l’attuale commissario Piero Gnudi, il subcommissario Corrado Carrubba e il commercialista Enrico Laghi i tre nuovi commissari straordinari dell’Ilva nominati dal ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. La decisione sarà formalizzata nel decreto ministeriale di ammissione del siderurgico alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dalla legge Marzano modificata ad hoc dall’ultimo decreto Salva-Ilva. Gnudi ha presentato l’istanza presso il ministero e il Tribunale di Milano proprio oggi. Nel frattempo il governo Renzi, nel decreto sul credito varato martedì dal Consiglio dei ministri, ha delineato la struttura del veicolo che sarà messo in campo per la ristrutturazione e il rilancio delle aziende in perdita ma con “buone prospettive industriali e di mercato”. A partire proprio dall’Ilva.
Si tratterà di una società per azioni a partecipazione pubblica ma aperta anche a fondi di investimento privati, fondi pensione, banche e altri investitori istituzionali “nel quadro di un progetto triennale ad esecuzione progressiva”. Alcune categorie di investitori potranno beneficiare di una garanzia dello Stato, a patto di riversare nelle casse pubbliche una quota (la percentuale non è specificata) degli utili che intascheranno. Va sottolineato che la società è tenuta a distribuire almeno i due terzi di quelli che produrrà. Gli altri azionisti, quelli che non godono della garanzia, avranno però “voto maggiorato nelle assemblee sociali”. La newco dovrà portare a termine il risanamento e uscire dal capitale delle partecipate “entro sette anni”, ma “tale periodo potrà essere prorogato di tre anni per specifiche ragioni”. Vale a dire che non si può escludere che l’Ilva e le altre aziende che saranno sottoposte a questa “cura” restino sul groppone dello Stato fino al 2025.

La mossa dei Riva e l’attacco di Confindustria: “Esproprio senza indennizzo” – Sullo sfondo, poi, resta lo spettro di un possibile ricorso dei Riva, azionisti di maggioranza con il 90% del capitale. Martedì Claudio Riva, presidente di Riva Fire e non coinvolto nei procedimenti giudiziari che hanno portato all’estromissione della famiglia da parte della magistratura, ha infatti scritto al governo e ai presidenti delle commissioni Industria e Ambiente del Senato, Massimo Mucchetti e Giuseppe Francesco Marinello, per chiedere che l’azienda non sia posta in amministrazione straordinaria e preannunciare la presentazione di una “proposta concreta di salvataggio e rilancio” che intende presentare giovedì nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite. E il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, ha sostenuto che il ricorso alla procedura Marzano è uno “spossessamento della proprietà” che “appare ancor più grave in assenza di un rinvio a giudizio degli imputati nei procedimenti penali aperti che riguardano la vicenda Ilva, senza considerare la posizione dei soci di minoranza che non sono in alcun modo coinvolti nelle indagini e che pure subiscono quello che di fatto appare come un vero e proprio esproprio senza indennizzo“. In questa situazione, ha detto Panucci, “è concreto il rischio di andare incontro a lunghi contenziosi e ingenti richieste risarcitorie”. Non solo: secondo la rappresentante degli imprenditori “si è sempre eluso, e si continua a eludere, il vero problema di fondo, che è quello delle risorse“: “Il fabbisogno finanziario dello stabilimento per tornare a una situazione di pieno utilizzo della capacità produttiva è stimabile in oltre un miliardo di euro, cui vanno aggiunti gli investimenti necessari per l’attuazione completa dell’Aia, valutati dalla gestione commissariale in circa 1,5 miliardi”.
I Riva chiedono che l’azienda non sia posta in amministrazione straordinaria. Confindustria: “Da governo esproprio senza indennizzo”
 
Via libera all’ingresso di Cassa depositi e prestiti nella newco – Ma l’esecutivo nel frattempo procede per la sua strada. L’articolo 7 del decreto di martedì, intitolato “Società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane”, dispone che la newco avrà lo scopo di promuovere e realizzare operazioni di “ristrutturazione, sostegno e riequilibrio” di gruppi con “temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari” superabili attraverso una “ridefinizione della struttura finanziaria” e/o una “adeguata patrimonializzazione o interventi di ristrutturazione”. Un escamotage che permette di aggirare i vincoli che impediscono a Cassa depositi e prestiti di entrare nella partita del siderurgico di Taranto. Per statuto, la cassa che gestisce il risparmio postale degli italiani non può infatti investire in realtà che non siano in utile. Ma nulla le impedirà invece di entrare nel capitale di questa nuova società di servizio, che a sua volta prenderà in affitto gli impianti del siderurgico. Il comma 2 prevede esplicitamente che la newco possa “compiere operazioni di finanziamento, acquisire o succedere in rapporti esistenti se del caso ridefinendone le condizioni e i termini, al servizio dello sviluppo operativo e dei piani di medio-termine all’uopo predisposti, compreso l’affitto o la gestione di aziende, rami di aziende o siti produttivi“.

Gli indiani confermano “interesse”, ma solo sulla carta – Intanto i gruppi che in passato avevano manifestato interesse per l’acquisizione del siderurgico continuano a dirsi in partita, pur senza sbilanciarsi. Ondra Otradovec, direttore area fusioni e acquisizioni di Arcelor-Mittal, in audizione nelle commissioni Ambiente e Industria al Senato ha garantito che il gruppo è “molto interessato”. “Siamo pronti a continuare a lavorare con il governo italiano e il commissario straordinario per poter arrivare a una positiva conclusione della trattativa”, ha affermato, “ma alla fine non siamo interessati a essere soci di minoranza, il nostro obiettivo è di diventare soci di maggioranza“. Anche se come è noto il colosso indiano non ha mai presentato un’offerta vincolante. E anche Giovanni Arvedi, presidente del gruppo omonimo, si è detto disposto a entrare nella newco che gestirà gli stabilimenti “anche con una piccola quota in un’ottica di razionalizzazione del sistema italiano dell’acciaio”. (FQ)