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lunedì 9 settembre 2013

Istantanee permanenti

A GROTTAGLIE “ISTANTANEE DI UNA DEMOCRAZIA INCOMPIUTA. IL CASO ILVA”
 
Martedì 10 settembre al Castello Episcopio di Grottaglie, con inizio alle ore 19,00 si terrà un incontro-dibattito dal titolo “ISTANTANEE DI UNA DEMOCRAZIA INCOMPIUTA. L'ITALIA TRA ILLUSIONI E TRADIMENTI DI STATO. IL CASO ILVA”. Durante l’incontro si discuterà del rapporto tra politica e cittadinanza con un focus sull'ILVA.Parteciperanno al dibattito l’ ex-magistrato Antonio Ingroia, il giornalista Tonio Attino, autore del libro “Generazione ILVA” ed il dott. Agostino di Ciaula, della Associazione “Medici per l’Ambiente (ISDE Italia).
L'evento non avrà alcun colore partitico, Ingroia stesso non verrà in veste di leader di Azione Civile ma come ex-magistrato.
Parteciperanno al dibattito l’ ex-magistrato Antonio Ingroia, il giornalista Tonio Attino, autore del libro “Generazione ILVA” ed il dott. Agostino di Ciaula, della Associazione “Medici per l’Ambiente (ISDE Italia).
L'evento non avrà alcun colore partitico, Ingroia stesso non verrà in veste di leader di Azione Civile ma come ex-magistrato.(Grottaglieinrete)

lunedì 4 febbraio 2013

“Generazione Ilva”, quando ci prepariamo al “dopo”?

E’ sugli errori del passato e sulla precarietà del presente che si concentra il dibattito. Quando arriva il momento di confrontarsi sul “dopo Ilva”, però, le lingue si inceppano, i pensieri rallentano, gli sguardi si estraniano. E’ un fenomeno consueto a Taranto. E si materializza anche durante la presentazione del libro “Generazione Ilva” di Tonio Attino, tenuta nell’aula magna del Pacinotti alla presenza dell’autore, del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Fulvio Colucci e del vignettista Nico Pillinini.
Sullo sfondo affiora la consapevolezza di aver accumulato un ritardo abissale rispetto a esperienze virtuose come quella di Linz (città austriaca dove si produce acciaio con un minore impatto inquinante) e la certezza, ormai conclamata, di non aver mai avuto una classe politica all’altezza di sfide di tale portata. Un deficit che resta vergognosamente attuale. Le responsabilità sono innanzitutto della politica locale che ha preferito rifugiarsi in un rassicurante “tiriamo a campare”, senza resistere al fascino delle tentazioni e soprattutto delle collusioni, come emerge dall’inchiesta “Ambiente Svenduto”, condotta dalla magistratura ionica.
Ma le responsabilità vanno ricercate anche altrove: nella miopia delle organizzazioni sindacali, nell’ottusità di una classe imprenditoriale incapace di inventarsi ipotesi alternative di sviluppo economico e nelle distrazioni (più o meno pilotate) di certa stampa e tv. Su questo punto apriamo una parentesi: non hanno pesato solo le meschinità di quei giornalisti che si sono prestati a giochi sporchi. Grave è anche l’atteggiamento di quei colleghi che per anni si sono disinteressati della questione ambientale.
Va riconosciuta l’onestà intellettuale di Attino quando ammette le responsabilità della categoria: «Abbiamo la grandissima colpa di non aver visto ciò che gli ambientalisti vedevano. Loro hanno sopperito alle nostre carenze». Con altrettanta onestà, però, ci sembra giusto sottolineare il merito di quei pochi giornalisti che si sono battuti per anni (e in solitudine) per squarciare quel velo di ipocrisia e menzogne che avvolgeva l’Ilva. Un impegno spesso snobbato e a volte deriso da colleghi distratti, sempre in altre faccende affaccendati.
«Tutto muore, anche le fabbriche hanno un ciclo che si chiude”, dice Attino all’inizio del suo intervento. Potrebbe apparire un’affermazione banale, eppure anche una verità così lampante è stata colpevolmente ignorata per decenni. «Io tutta questa voglia di guardare avanti non riesco a vederla», aggiunge l’autore del libro. Ed è una sensazione avvertita da tanti. Perché se è vero che ci sono migliaia di cittadini pronti a scendere per strada per rivendicare il loro diritto alla salute e alla vita, c’è anche una parte rilevante della città che resta a guardare, ancora inchiodata alle sue paure.
E alla finestra c’è un potere politico ancorato al passato, schiavo di scelte filo-industriali che non è in grado di rinnegare. Non è un caso, quindi, che la parola speranza venga pronunciata quasi sottovoce e il sentimento di fiducia venga riposto soltanto nell’azione della magistratura. Ed è inevitabile, quindi, che ad un certo punto gli sguardi dei presenti si dirigano verso il procuratore della Repubblica Franco Sebastio, confinatosi nelle ultime file della sala, come si confà alle persone discrete. Sollecitato a dire la sua, il procuratore si sofferma sulle importanti decisioni a cui è chiamata la Corte Costituzionale nei prossimi mesi.
«Io voglio capire cosa si intende per contemperare il diritto alla vita con il diritto al lavoro e alla libera iniziativa economica – dice Sebastio – devono darci una risposta definitiva. Significa che entro certi limiti dobbiamo accettare alcuni effetti collaterali indesiderati, come accade in guerra quando ci sono azioni militari che comportano la morte di civili? Se è così ce lo dicano in maniera chiara. Non ci siamo rivolti alla Corte Costituzionale per una questione di ripicca, ma proprio per avere una risposta  dall’unico organo che può darcela».
Come dice Sebastio, non è la magistratura che deve insegnare ad una comunità come rimediare agli errori compiuti e come riprendere tra le mani il suo destino. Non sono le toghe a fare le rivoluzioni. Quel “dopo” che spaventa gli animi, inceppando lingue e pensieri, è dietro l’angolo e rappresenta la nostra sfida più grande. Un salto verso l’ignoto che può salvarci la vita (o almeno quella delle generazioni future).
Alessandra Congedo per InchiostroVerde

N.B. Nella foto la vignetta con dedica regalata da Pillinini al dottor Sebastio. Di seguito l’intervento del procuratore.


mercoledì 16 gennaio 2013

De-generazione

Generazione Ilva – Quello che resta di una città e del suo acciaio 

“Eravamo pescatori, coltivatori di cozze, contadini, tutt’al più operai dell’Arsenale Militare e dei cantieri navali…”. Tonio Attino, giornalista disincantato, prende per mano i suoi ricordi e inizia un viaggio. Tra memorie di bambini e analisi da adulti, mescola numeri, cronaca e testimonianze. Traccia un confine – a tratti commovente – tra ciò che è stato e quello che, invece, sarebbe potuto essere. Una denuncia lucida, con tanto di nomi e avvenimenti che disegnano un quadro degli ultimi decenni della storia di Taranto. Una città che ha rinunciato al suo mare, agli ulivi, ad una ricchezza alternativa.
“Generazione Ilva” (Besa Editrice, 15 euro) è un libro che vuole restituire la verità oggettiva dei fatti anche quando chiama in causa quel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano verso il quale tante mamme hanno riversato inchiostro e speranze. Non punta il dito contro scelte calate dall’alto, semplicemente le racconta, lasciando intendere che la colpa sta soprattutto nel silenzio, nell’apatia di tanti, troppi anni. Gli ultimi 50 più precisamente. Detta i numeri della strage: infortuni sul lavoro, decessi per patologie, ulivi buttati giù, vittime più o meno conosciute. “C’eravamo tutti dimenticati di avere un problema”, sottolinea con amara ironia mentre fa un salto indietro e ripercorre gli anni delle speranze, dell’illusione e della spasmodica ricerca di un miracolo, quel miracolo che la città sta ancora aspettando.
Ilva, Eni, Cementir, Arsenale: “Il futuro si vede meglio, guardandosi indietro”, dice Tonio Attino che nasce nel 1960 assieme all’Italsider e alle sue promesse. Torna al giorno della prima pietra, poi con le parole di Walter Tobagi alla figura del metalmezzadro, analizza una classe operaia incapace di essere tale, il movimento ambientalista nato di recente ma spesso diviso, la lotta dei magistrati, le sorti di Genova, Bagnoli, Sesto San Giovanni. Quello che da altre parti non esiste più, da noi è ancora realtà. Eppure occorrerà prendere coscienza del “Big One”, la terribile scossa. “La vita è un ciclo, tutto finisce, anche le fabbriche”.
Intanto se il mondo gira in un verso, Taranto va dall’altra parte. Eccola la Puglia dell’enogastronomia, del bel mare, del benessere tra le masserie secolari. Eccola invece la Taranto del cemento, del petrolio, dell’acciaio e della contaminazione alimentare. Ma in fondo chissenefrega. Sembra di sentirla quella voce lontana, motto ufficioso tra i due mari, “Che me ne fotte a me”, mentre Peppino Corisi chiedeva una targa della memoria al quartiere Tamburi. “Che me ne fotte a me”, dice ancora qualcuno, mentre in un tribunale si gioca il futuro. Ma in questa generazione dell’acciaio, qualcosa si sta muovendo, sempre in bilico tra le ciminiere. In fondo “Questa è la storia. Plateale, quotidiana. Addirittura normale”. E allora sembra quasi di camminare sospesi, come in quella copertina, in un punto di non ritorno. Ci siamo arrampicati fin qui, ora siamo più in alto delle nuvole, più vicini al destino.
Valeria D’Autilia per InchiostroVerde