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giovedì 15 ottobre 2015

Ma come, il problema di Massafra non era il traffico?

M5S chiede scioglimento Provincia di Taranto per infiltrazioni mafiose

“Questa mattina, insieme ai parlamentari Buccarella, Donno, De Lorenzis, Lezzi e all’europarlamentare D’Amato, abbiamo inviato una richiesta al Prefetto di Taranto per richiedere lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano. Il 30 Luglio 2015 è stata adottata nei confronti della società Avvenire una informazione antimafia interdittiva, viste le relazioni della locale Direzione Investigativa Antimafia di aprile e giugno 2015, condivise dal Gruppo Ispettivo Antimafia in data 23 luglio, dalle quali emergerebbe un complessivo quadro di pericolosità in senso oggettivo circa l’esistenza di infiltrazioni mafiose e della sussistenza di un collegamento, o per lo meno di un condizionamento, dell’impresa in argomento Avvenire Srl con le organizzazioni mafiose. In data 16 Settembre 2015 il Direttore dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone dichiarava: “I boss controllano la raccolta dei rifiuti in molte città”, tanto che a Massafra pare che un capo clan sia stato assunto dalla cooperativa “Avvenire” con ruoli di responsabilità; ciò gli ha addirittura permesso di salire sul palco di un’assemblea pubblica, con mezza amministrazione comunale al fianco, a parlare di raccolta rifiuti.
‘Dalle verifiche eseguite dalla prefettura’, si legge nell’atto notificato dallo stesso magistrato nelle scorse settimane, ‘risulta che Avvenire abbia in corso di esecuzione un rilevante numero di contratti presso molteplici enti locali’. ‘La ditta Avvenire’, si legge ancora, ‘gestisce il servizio in Enti locali pugliesi e locali non solo tarantini ed in particolare: Tursi, Laterza, Lizzano, Castellaneta, Monteiasi, Noci, Putignano, Grumo Appula, Zapponeta, Isole Tremiti e Montescaglioso’. Comuni in cui, sempre secondo Cantone, in nessuna maniera si può continuare a lavorare con il vecchio management, viste le infiltrazioni. E ‘casualmente’ sono proprio molti dei dirigenti dei comuni tarantini sopra citati che oggi ricoprono o hanno ricoperto incarichi di responsabilità all’interno dell’ARO 3/TA. Il Sindaco del Comune di Massafra, Martino Tamburrano è, infatti, attualmente Presidente della Provincia di Taranto ma è stato Presidente Ato e Presidente ARO 3/TA. Inoltre, vicepresidente dello stesso ARO 3/TA, di cui il Comune di Massafra è capofila, è il sindaco del Comune di Castellaneta Avv. Giovanni Gugliotti, mentre le posizione di Responsabile dell’Ufficio comune e di Segretario dello stesso ARO sono state rispettivamente occupate dall’arch. Aldo Caforio, dipendente del Comune di Castellaneta e dalla dott.ssa Lucia D’Arcangelo, segretario generale del Comune di Massafra.
Pertanto abbiamo questa mattina inoltrato una richiesta al Prefetto di Taranto per chiedere se non ci siano le condizioni per lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano, così come prescritto dai co. 1 e 2 dell’art. 143 dello stesso D. Lgs. 267/2000. La situazione è ormai diventata insostenibile ed inaccettabile e vanno presi dei provvedimenti seri ed urgenti. Proprio qualche giorno fa abbiamo depositato la proposta di Legge per istituire una commissiona Antimafia, volta soprattutto a combattere il fenomeno eco mafioso. Vorremmo ricordare che la Regione Puglia è sul podio per reati ambientali, classificandosi così come la Regione più ecomafiosa d’Italia. E’ arrivata l’ora di contrastarla seriamente: il gioco degli appalti deve finire”. (Statoquotidiano)

mercoledì 14 ottobre 2015

Massafra, terra di aromi

EMILIANO: I RIFIUTI DEL BRINDISINO ALLA CISA DI MASSAFRA

Il presidente della regione Puglia Michele Emiliano ha firmato nella serata del 13 Ottrobre, al termine dei lavori del Consiglio regionale, un’ordinanza per la delocalizzazione dei flussi dei rifiuti urbani prodotti da undici Comuni del Brindisino.
I rifiuti verranno delocalizzati nell’impianto di trattamento di Massafra.
In tal modo si è ritenuto di rispondere tempestivamente, e con l’urgenza che il caso richiede, a quanto condiviso nel corso della riunione che si è tenuta ieri presso la Prefettura di Brindisi.
Procedono intanto tutte le altre attività volte ad esaminare la situazione al fine di scongiurare crisi sul territorio del provincia di Brindisi. (vivimassafra)

martedì 27 gennaio 2015

Tra Ilva e inceneritori ancora un requiem per bestie inermi

Alti valori di diossina da abbattere a Massafra 64 bovini d'allevamento

Entro il 5 febbraio prossimo, a causa del bio-accumulo di diossina e Pcb (policlorobifenili) nel latte vaccino a livelli superiori al consentito, saranno abbattuti 64 bovini dell’allevamento di Giuseppe Chiarelli, in contrada Orofino a Massafra, a 10 chilometri circa dall’Ilva di Taranto. L’allevamento è sotto vincolo sanitario dal settembre del 2013. L’ordinanza di abbattimento è stata emessa dall’Asl di Taranto sulla base delle indicazioni del Tavolo tecnico regionale.
La presenza di livelli di diossina e Pcb superiori al consentito nel latte vaccino dei bovini era stata già rilevata con gli esami eseguiti nel marzo dello scorso anno dall’Istituto zooprofilattico di Teramo. Al proprietario dell’allevamento la Regione Puglia anticiperà, in attesa che si individui la fonte di inquinamento, la somma di denaro (si parla di 90mila euro circa) corrispondente al valore degli animali abbattuti secondo una stima compiuta da un istituto specializzato.
L'ordinanza ha provocato reazioni nel mondo politico. Il Pd di Massafra, attraverso il suo capogruppo Vito Miccolis, ha chiesto la convocazione urgente del consiglio comunale, allargato ai vertici di Arpa Puglia, perchè i cittadini siano informati sulla situazione ambientale della cittadina. (GdM)

domenica 28 settembre 2014

Il presidente degli inceneritori e non solo...

 
Grazie ad un plateale inciucio di Michele Pelillo, Michele Mazzarano e Donato Pentassuglia e dei loro compagni di merende PD, il sindaco che più si è distinto nel riempire il suo comune (Massafra) di discariche ed inceneritori, è oggi il nuovo presidente di una delle province più tossiche d'Italia.
Giustamente ci voleva un esperto...
In bocca al lupo e... complimenti per la scelta!

Martino Tamburrano, sindaco berlusconiano del comune di Massafra, è il nuovo presidente della provincia di Taranto. Un’elezione già preannunciata e sostenuta anche da buona parte del Partito Democratico ionico. Non è bastato, quindi, lo “stop” imposto dal segretario regionale Michele Emiliano per bloccare le “larghe intese” tra democratici e forzisti. Nella provincia dell’Ilva, evidentemente, non è stato un deterrente nemmeno il fatto che su Martino Tamburrano penda una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio. E’ stato il sostituto procuratore Remo Epifani, infatti, a chiedere il processo per il primo cittadino di Massafra e altri 28 imputati, tra i quali i dirigenti comunali e imprenditori. L’accusa di aver favorito un’associazione temporanea di imprese alla quale era stata affidata in project financing la realizzazione di un silos parcheggio. Nell’avviso di conclusione delle indagini, il pm Epifani ha specificato che gli amministratori avrebbero intenzionalmente procurato un “ingiusto vantaggio patrimoniale alla società Inedil srl capogruppo mandataria dell’associazione temporanea di imprese” attraverso l’affidamento in concessione ai tre imprenditori della realizzazione di un silos parcheggio con annesso centro commerciale e direzionale.
Non solo. All’immobile, secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stato “pretestuosamente attribuito il carattere di opera pubblica” e soprattutto del centro direzionale in costruzione sarebbe stato garantito agli imprenditori “anche il diritto di proprietà”. Del resto, a sottoscrivere l’accordo per alcune parti del Partito democratico con il sindaco forzista, sono stati il parlamentare Michele Pelillo, il consigliere regionale Michele Mazzarano e l’assessore regionale Donato Pentassuglia. A eccezione di Pelillo, quindi, i due nomi rimanenti sono noti alle cronache: Mazzarano, infatti, è stato rinviato a giudizio per illecito finanziamento ai partiti e millantato credito; Pentassuglia, invece, è accusato dalla Procura di Taranto – che ne ha chiesto il rinvio a giudizio – di favoreggiamento nei confronti dell’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà nell’inchiesta “Ambiente svenduto”
All’esito delle votazioni, Tamburrano è stato eletto con il 63,8% di preferenze contro il 36,2% di Gianfranco Lopane, sindaco di Laterza e candidato (renziano) dagli esponenti del Pd contro la delibera della direzione provinciale che a maggioranza aveva deciso di “verificare le condizioni per la più ampia convergenza di forze politiche disponibili e per il più qualificato ruolo protagonista del Pd ionico”. Una frase che, nei fatti, prevedeva addirittura la “grande coalizione” con Forza Italia attraverso un listone unico. La polemica dei giorni successivi e l’intervento di Emiliano, però, hanno bloccato l’operazione, ma solo in apparenza. Già, perché nel segreto delle urne i democratici hanno comunque scelto Tamburrano. Il “tradimento” è provato dai numeri: i candidati consiglieri nelle due liste a sostegno di Lopane hanno ottenuto oltre 52mila voti ponderati, mentre quelli dell’unica lista per Tamburrano si sono fermati a quota 43mila. Insomma il candidato democratico Lopane avrebbe potuto vincere, ma evidentemente le “larghe intese” piacciono troppo ai consiglieri comunali di centrosinistra, che hanno optato per il voto disgiunto.
Piacciono talmente tanto da aver dimenticato che nella lista di centrodestra compariva il nome di Cito, figlio dell’eterno rivale Giancarlo – ex sindaco ed ex parlamentare condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa – che pochi mesi fa ha scelto di far confluire la sua “At6 – Lega d’Azione Meridionale” nelle fila berlusconiane. Per Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto, è “l’inciucio peggiore di quelli che venivano fatti nella Prima Repubblica. Non è solo un voto di larghe intese tra PD-NCD-FI e la lista di Cito, ma di larghi interessi. Che cosa farà – ha chiesto Bonelli – il presidente del Pd pugliese Michele Emiliano? Prenderà provvedimenti contro questo vergognoso inciucio che ha visto i consiglieri comunali del PD votare un esponente di Forza Italia su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio?”. (FQ)

A Taranto il Pd elegge il candidato di Forza Italia. Caos in Puglia in vista delle elezioni regionali

Non solo il clamoroso calo d’affluenza alle primarie in Emilia-Romagna. C’è un altro voto che agita le acque in casa Pd: in Puglia, a Taranto, nel weekend si sceglieva il nuovo presidente della provincia. Ha vinto Martino Tamburrano, candidato di Forza Italia (su cui tra l’altro pende una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio). Ma la notizia è che a rendere possibile l’elezione sono stati anche e soprattutto i voti dei delegati del Partito Democratico. Un ribaltone che si spiega con quanto accaduto nelle scorse settimane: i vertici locali del partito volevano le larghe intese col partito di Berlusconi. E dopo l’intervento del direttivo regionale, che ha imposto la presentazione di Gianfranco Lopano come candidato della coalizione di centrosinistra, tanti hanno indicato come nuovo presidente l’esponente del centrodestra.

lunedì 7 aprile 2014

E marcia, ancora, fu!

Ilva di Taranto, in migliaia alla marcia per la salute e l’ambiente

Ilva di Taranto: in migliaia ieri hanno partecipato alla marcia su salute e ambiente.
Un percorso che, a piedi, ha collegato la biopiazza di Statte al capoluogo tarantino.
Al corteo - al quale secondo fonti della Questura avrebbero partecipato circa 3mila-3.500 persone, secondo le associazioni ambientaliste 4mila-4.500 e secondo i Verdi 7mila - hanno aderito 99 associazioni di diverse regioni italiane, alcuni rappresentanti di movimenti politici, artisti e giornalisti. Tutti mobilitati nel segno di un unico motto "Se puoi sognarlo, puoi farlo", per tentare di non spegnere l'attenzione sull'emergenza ambientale e sanitaria a Taranto e nelle province limitrofe.
Una marcia, quella che si è svolta ieri mattina, pacifica, silenziosa, che ha calpestato quella grande area annientata dalla diossina e oggi interdetta persino al pascolo. Per 5 chilometri, quelle migliaia di gambe si sono mosse su quel terreno messo in ginocchio dall'acciaio, dove si muore più di tumore e dove la catena alimentare è evidentemente compromessa.
La marcia è partita dalla biopiazza di Statte ed è arrivata sotto al camino E-312 dell'Ilva, alto 212 metri, la maggiore fonte della diossina a Taranto. Si è poi conclusa con gli interventi dal palco allestito con le ciminiere del Siderurgico sullo sfondo e, tra gli altri, hanno preso la parola i rappresentanti delle delegazioni dei No-triv della Basilicata, del Comitato No carbone di Brindisi, di Salerno, di Trieste, di Polignano a mare e della California.
IL TRIANGOLO NO - Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è ormai noto come il "triangolo della diossina". Le analisi sono state effettuate dall'Istituto Zooprofilattico di Teramo, dopo alcuni prelievi svolti dall'Asl su un allevamento di Massafra.
Preoccupante è la contaminazione che si passa da generazione a generazione: tramite l'allattamento ai loro vitellini, infatti, le mucche trasmettono la diossina determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Questo rischia di distruggere il mercato non solo del latte, ma anche delle mozzarelle e dei formaggi di mucca locali (e della carne stessa!).
Quanto ai cittadini, già in precedenza si erano registrati dati relativi al possibile legame tra l'Ilva e le condizioni di malessere dei cittadini, a partire dal piombo individuato nel sangue e nelle urine di adulti e bambini e dal basso tasso di fertilità delle donne tarantine. (Greenme)

sabato 5 aprile 2014

Si allarga ai bovini la contaminazione da diossina

Comunicato stampa di PeaceLink

A Taranto si aggrava e si allarga la contaminazione da diossina. La diossina è infatti arrivata a Massafra (un comune che dista una quindicina di chilometri da Taranto) e per la prima volta colpisce i bovini.
La marcia contro l'inquinamento del 6 aprile da Statte a Taranto si carica così di altra indignazione per lo scoppio di una nuova emergenza: i bovini alla diossina scoperti a Massafra.
Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è diventato il "triangolo della diossina".
Le analisi sono state effettuate dall'Istituto Zooprofilattico di Teramo, in seguito ai prelievi effettuati dalla ASL su un allevamento di Massafra. Avendo accertato per la diossina il superamento dei limiti di legge nel latte di mucca, ora si procederà all'analisi della carne.
Dopo gli ovini sarà la strage dei bovini?
E' molto probabile infatti che nelle carni dei bovini i valori della diossina saranno molto più alti, come ha insegnato l'esperienza delle pecore, nelle quali i valori riscontrati sono risultati anche dieci volte superiori rispetto al latte.
  Da tempo PeaceLink chiedeva alla Regione Puglia il controllo della diossina sulle carni macellate senza ottenere però che venisse effettuato. Eppure il tavolo tecnico regionale per la diossina conveniva sull'opportunità di un simile controllo sui macelli.
Ora si dovrà procedere alla misurazione della diossina nelle carni bovine e questo è un passaggio importantissimo al fine di verificare la sicurezza alimentare di un settore rimasto fuori dai controlli diretti sulla carne, limitatisi fino ad ora solo alla carne di pecore e capre risultate positive al controllo della diossina sul latte.
Da tempo chiedevamo alla Regione che il controllo andasse fatto prima sulla carne e poi sul latte, in quanto la carne è più contaminata del latte. Controllare viceversa prima il latte e poi in subordine la carne era a nostro parere una procedura non corretta che avrebbe potuto tenere fuori dai controlli capi contaminati nella carne e non nel latte, restringendo i controlli ai capi positivi sia al latte sia alla cane.
Il fenomeno che ci fa riflettere è la contaminazione transgenerazionale. Le mucche sembrano aver trasmesso anche ai vitellini la diossina che trattengono come carico corporeo elevato e tramite l'allattamento dei vitellini si sta determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Sta avvenendo qualcosa di drammatico e infernale che trasmette di generazione in generazione un avvelenamento chimico che rischia di distruggere un pezzo pregiato dell'economia locale, la cui filiera comprende anche le mozzarelle e i pregiati formaggi di mucca locali. Fino ad ora a rischio era stato solo il pecorino.
Sarà importante verificare come è avvenuta la contaminazione e se abbia giocato un ruolo il fieno raccolto attorno all'area industriale.
L'area di venti chilometri interdetta al pascolo deve essere bonificata e chi ha inquinato deve pagare.
Non e' superfluo ricordare che a Taranto e' stata chiusa la centrale del latte per ragioni economiche e alcuni hanno visto in questo anche la paura della diossina che ha portato molti a scegliere di comprare marche nazionali.

«Dovremo uccidere le mucche»

MASSAFRA (TARANTO) - Nulla da fare. Anche le analisi effettuate sul quinto campionamento di latte prodotto nell’allevamento di Giuseppe Chiarelli (a 10 chilometri dall'Ilva), già posto sotto vincolo sanitario da settembre, confermano le preoccupazioni dei mesi scorsi. Il latte, per la prima volta il latte vaccino, continua ad essere contaminato da diossine e pcb. Gli ultimi prelievi del 24 marzo, analizzati dall’Istituto zooprofilattico di Teramo che ieri ha reso noti i risultati, confermano le tesi del bioaccumulo sostenuta dei veterinari dell’Asl: a risultare maggiormente contaminato è il latte delle vacche in prossimità del parto e della fase di lattazione, a dimostrazione che in questa fase si liberano più facilmente le diossine accumulate nel tempo.
La contaminazione presente nel latte prodotto anche da una sola mucca in tali condizioni fisiopatologiche è sufficiente a alterare i valori di tutto il latte prodotto quotidianamente nell’azienda. L’ipotesi era stata messa in pista dai veterinari dell’Asl - come ha già in passato spiegato il responsabile del settore, Teodoro Ripa - in considerazione della strana alternanza che si notava nell’esito delle analisi dopo l’allarme dell’aprile scorso quando, nell’ambito del monitoraggio disposto dalla Regione sugli allevamenti nel raggio di 20 chilometri dall’Ilva, erano emersi dati definiti scioccanti, con valori addirittura di 11,72 picogrammi per grammo di materia grassa. Da un certo punto in poi, quindi, si decise di procedere con un doppio e contestuale campionamento: sulle mucche gravide o puerpere e sul latte cosiddetto di massa.
La metodologia è stata conservata anche per l’ultimo campionamento. Da Teramo, ieri, l’ul - teriore conferma: il campione di latte di una singola mucca è positivo con valori di un picogrammo superiore al limite previsto (5.5 picogrammi per grammo di materia grassa). I valori registrati di 4.5 picogrammi per grammo di materia grassa sul latte di massa superano, invece, il livello di attenzione (che è di 2.5 picogrammi), ma si attestano al di sotto del limite di positività. Cosa accadrà ora?
«Inutile proseguire a questo punto con ulteriori indagini sul latte - dice Ripa -. Purtroppo, dovremo eseguire quanto deciso dal Tavolo tecnico regionale: occorre cioè abbattere un paio di capi più anziani, maschi, per capire quale livello di tossicità o meno presentano le carni e, quindi, eventualmente consentire il consumo solo delle carni».
Ma è evidente che sarà usata la massima cautela. Per cui, se le prossime indagini dovessero riferire valori al di sotto delle soglie di attenzione, si potrà procedere al macello di altri capi adulti ma sempre dopo aver analizzato un campione di muscolo di ogni singolo capo». Altrimenti? La soluzione non potrà che essere più dolorosa.
Ripa lo ammette con un filo di voce: «Dovremmo abbattere l’intero allevamento». Cinquantacinque capi di bestiame circa, un numero di fatto variabile a seguito dei continui, nuovi parti, una produzione giornaliera prima del vincolo sanitario pari a 200 litri al giorno destinati ad un caseificio massafrese, ed una produzione di carni: queste le dimensioni dell’allevamento. Alle analisi di carattere sanitario, si sono affiancate le indagini sulle matrici ambientali per scoprire la causa di tale inquinamento. E’ stata da poco scartata, però, l’ipotesi che la causa possa essere il vicino termovalorizzatore Appia Energy, alimentato a cdr e biomasse perché - nonostante le prime convinzioni dell’Arpa - la stessa Agenzia di protezione ambientale ha ora certificato che i valori di diossine sono dieci volte sotto i limiti. L’attenzione torna quindi a focalizzarsi sull’Ilva e sull’alimentazione dei capi.
MARIA ROSARIA GIGANTE - Gazzetta del Mezzogiorno - 4 aprile 2014

venerdì 10 gennaio 2014

Massafra, la terra degli inceneritori doc!


Dopo il formaggio e il latte materno, la diossina è entrata anche nel latte dei bovini che pascolano nell’agro di Massafra, comune a circa 20 chilometri da Taranto. Il nuovo allarme è partito dopo le analisi compiute dall’Asl che hanno rivelato la presenza di inquinanti in quantità doppia rispetto al limite consentito. Dopo gli esami svolti dall’istituto zooprofilattico di Teramo, infatti, i valori riscontrati nei campioni erano di 11,72 picogrammi per grammo di grasso rispetto al limite di legge consentito di 5,5. Il nuovo allarme, secondo l’Arpa Puglia, potrebbe avere due cause: l’utilizzo di mangimi prodotti in terreni contaminati oppure la contaminazione dei suoli dell’allevamento. Intanto l’agenzia regionale guidata da Giorgio Assennato ha chiarito che è “necessario dar seguito ad approfondimenti tecnico-ambientali” e nel frattempo ha stoppato le procedure autorizzative per il raddoppio di una centrale termoelettrica situata a circa un chilometro dall’allevamento.
La centrale, non è indicata come la causa certa dell’inquinamento, ma come una “potenziale sorgente” di diossina. Per l’allevamento nel quale si trovano i bovini alla diossina e gli altri esistenti nell’agro di Massafra, secondo Arpa, “risultano, di fatto, in condizioni di criticità in quanto interessati dal trasferimento di microinquinanti organici (diossine e Pcb)” anche se “non sono stati riscontrati superamenti dei medesimi parametri nelle acque di abbeveraggio dell’allevamento, acque provenienti da falda profonda, e in un campione di suolo dell’area dell’azienda agricola”. Insomma una situazione delicata e allarmante che ora dovrà essere approfondita per arrivare alle vere cause. L’agenzia di protezione ambientale si è già detta disponibile in una lettera a firma di Assennato, del direttore scientifico Massimo Blonda e della dirigente Barbara Valenzano, “a collocare quanto prima un deposimetro per il controllo di microinquinanti ed uno per i metalli pesanti unitamente ad un campionatore di vento selettivo per i rilievi del caso” oltre ad approfondimenti tecnici, campionamenti mirati e sopralluoghi.
Il primo cittadino di Massafra, Martino Tamburrano (Forza Italia), però, ha reagito chiedendo le dimissioni di Assennato: “Apprendo dalla stampa di diossina nel latte, di veleni e di paura. La domanda nasce spontanea: l’Arpa ha dati nuovi e certi o si crea solo allarmismo in un momento particolare ed in un territorio già penalizzato e additato come ‘pericoloso’?”. Ad Assennato, ha aggiunto Tamburrano, “chiedo certezze e non allarmismi. Se il territorio è inquinato me lo si dica in modo chiaro e adotterò tutti i consequenziali e opportuni atti a tutela della salute pubblica”. Sulla vicenda è intervenuta anche Legambiente che in una nota ha evidenziato come questo nuovo allarme sia “l’ennesimo elemento della criticità di un territorio che non può più sopportare alcun ulteriore carico ambientale” e ha ribadito il suo “no categorico” al raddoppio del vicino termovalorizzatore definito “un progetto paradossale e insostenibile, contrario ai vincoli urbanistici e agli obiettivi di raccolta differenziata”.
Un allarme diossina, insomma, che torna esattamente cinque anni dopo quello che portò all’abbattimento di oltre 2mila pecore contaminate e che diede vita alla maxi inchiesta sull’Ilva di Taranto (che al momento non è interessata dalla vicenda di Massafra) che si è conclusa poco fa con 53 indagati, il sequestro degli impianti (su cui ora vige la facoltà d’uso) e il commissariamento della fabbrica con Enrico Bondi.
Ma l’allarme bovini alla diossina è l’ultimo atto di una settimana calda a Taranto. Dopo lo scontro tra ambientalisti e Arpa sui valori di alcuni inquinanti, nei giorni scorsi il Fondo Antidiossia Onlus aveva diffuso i dati sulle analisi effettuate sulle uova. Dagli esami erano emersi valori al di sotto dei limiti di legge, ma per gli ambientalisti sono necessarie nuove indagini per capire come mai il range supera “i valori accettabili”. Anche il dg Arpa, Giorgio Assennato, che ha definito “prezioso” il contributo offerto dal Fondo Antidiossina che ha commissionato le analisi, “i valori osservati possono essere considerati medi o medio-alti, ma, contribuendo in modo trascurabile all’assunzione giornaliera di diossine (TDI), possono essere considerati certamente innocui da un punto di vista sanitario”. Le uova sono state prelevate a Martina Franca, comune a circa 30 km dalla zona industriale da Taranto, infatti avevano un valore di quasi 0,9 picogrammi mentre i dati accettabili devono essere inferiori a 0,2 picogrammi. (FQ)


Una città ecoferita che chiede la verità

Una storia infinita. A Taranto e dintorni. Mentre si cercano i quattrini per rendere gli impianti dell’Ilva non più fonti di malattie e morte per operai e tarantini, le diseconomie, le storture e gli incubi del passato, sopravvissuti agli interventi dell’autorità giudiziaria, tornano ad allungarsi minacciosi. La diossina, sostanza cancerogena, da vero, autentico, killer silenzioso e implacabile, a cinque anni dal suo ritrovamento nei prodotti caseari realizzati in masserie ubicate a ridosso dell’Ilva, stavolta si materializza, in valori doppi rispetto al limite, nel latte delle mucche di un allevamento di Massafra, latte ogni giorno portato in un caseificio vicino per essere trasformato in mozzarelle e burrate.
Se si tratti di diossina frutto del famigerato camino E312 dell’Ilva, detentore del poco invidiabile primato di primo produttore europeo della sostanza tossica, oppure sputata dall’inceneritore di Massafra, Arpa e Asl non sanno dirlo e chiedono tempo per accertarlo con esattezza, visto che l’allevamento si trova a 10 chilometri dal siderurgico, dunque in una zona comunque a rischio tanto da essere sottoposta a controlli proprio per quanto accaduto nel 2008, e a poco più di un chilometro dall’inceneritore che brucia balle di rifiuti provenienti da mezza Puglia.
Sul campo, oltre alla diossina, restano poche certezze e tanti dubbi. La positività delle analisi certifica che i controlli funzionano ma che fino a quei controlli, eseguiti tra aprile e ottobre dell’anno scorso, il latte di quell’allevamento è stato trasformato in prodotti caseari ed è finito dunque nei nostri organismi. Il vincolo sanitario apposto dalla Asl all’allevamento garantisce che la diffusione è stata bloccata ma mette naturalmente in gravi difficoltà economiche il proprietario delle 55 mucche, costretto a non vendere più latte e carne.
I vertici a Palazzo Chigi e le maratone in Parlamento sul caso-Ilva sembrano lasciare sempre sullo sfondo, non citandola nemmeno come nel caso dell’ultimo decreto varato dal governo Letta, la parola salute, il valore salute, l’importanza della salute per i tarantini.
È giusto adoperarsi per trovare le risorse necessarie per far adempiere all’Ilva le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell’ottobre 2012 e sinora rimasta rinchiusa nell’alveo delle buone intenzioni. È legittimo fare il possibile per salvare gli 8 milioni di tonnellate di acciaio sfornate dal siderurgico ogni anno, essenziali per l’industria manifatturiera italiana tanto da far ritenere l’acciaieria tarantina strategica per tutta l’Italia. È doveroso pensare agli stipendi degli oltre 15mila operai che ogni giorno - al lordo di cassa integrazione e contratti di solidarietà - varcano i cancelli della fabbrica. Ma non basta. C’è altro. C’è la diossina trovata a Massafra e prima ancora a Taranto e Statte, e finita nella catena alimentare. C’è la fila disumana e ci sono i momenti di tensione registrati ieri al reparto di oncologia dell’ospedale Moscati del capoluogo jonico, malgrado il grande spirito di abnegazione di medici e infermieri. Ci sono i giovani, i tanti giovani, operai ma non solo, strappati alla vita dai tumori implacabili quanto la diossina. Ci sono i bambini del rione Tamburi che da anni non possono giocare nelle aree verdi sotto casa e nelle scuole, perché contaminate. Ci sono i morti del cimitero, sepolti sotto una terra rosso minerale. E c’è una città, anzi una intera provincia, che chiede verità: su quanto esce ora dalle ciminiere dell’Ilva (e dal camino dell’inceneritore di Massafra), su quello che finisce sulle sue tavole, sui soldi stanziati per garantire concretamente il diritto alla salute e magari, un giorno, chissà, avere un decreto legge con la salute al centro e la produzione in coda. (Mimmo Mazza - GdM)