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mercoledì 16 gennaio 2013

Conversano, sempre sotto controllo...

Dirigente Asl Taranto: «La diossina è entrata nel ciclo alimentare»

«I dati del biomonitoraggio sugli allevatori tarantini e quelli su un campione di donne in età riproduttiva confermano che esiste a Taranto, e in particolare nelle aree a ridosso della zona industriale, un problema di contaminazione della catena alimentare». Lo ha detto all’ANSA il direttore del Dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, Michele Conversano.
Conversano ha partecipato alla conferenza stampa sui risultati del biomonitoraggio sulle donne tarantine, eseguito dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ ambito del progetto 'Life 08 womenbiop'.
«La presenza di elementi inquinanti negli allevamenti a ridosso dell’area industriale – ha aggiunto – contrasta con la minore presenza nelle donne per il semplice fatto che gli alimenti vengono quasi sempre acquistati dalle famiglie attraverso la grande distribuzione, e dunque raramente si tratta di produzioni locali. Ciò però non toglie che il problema della contaminazione della catena alimentare locale esiste».
Il lavoro di biomonitoraggio svolto sino ad oggi, conclude Conversano, è «solo un tassello del piano complessivo di prevenzione allo studio insieme all’assessore regionale alle Politiche della Salute, Ettore Attolini. Già oggi abbiamo a disposizione, attraverso alcune deroghe, otto tecnici in più per il lavoro di prevenzione». (GdM)



Diossine a Taranto? Non più di altri posti. E scoppia la polemica
Diossine, policlorobifenili (PCB), e in generale gli inquinanti organici persistenti prodotti in aree come quella dell’Ilva di Taranto non hanno una incidenza particolare sulle donne in età riproduttiva. È quanto emerge da un biomonitoraggio effettuato dall’Istituto superiore di sanità insieme alla Asl di Taranto su un campione circa cento donne residenti nell’area urbana di Taranto e residenti in aree prive di impatto industriale per rilevare in entrambi i gruppi l'esposizione a inquinanti organici a elevata tossicità. Biomonitoraggio che ha mostrato «concentrazioni ematiche sovrapponibili con quelle osservate in altri studi condotti sulla popolazione generale italiana e in indagini simili effettuate in molti Paesi europei».
Lo studio, presentato questa mattina, fa parte del progetto 'Womenbiopop' finanziato dalla Comunità Europea e dall’Istituto Superiore di Sanità con il contributo del ministero dell’Ambiente, ed è «il più vasto progetto realizzato finora su donne in età riproduttiva per valutare l’esposizione a inquinanti organici persistenti e tossici», come ha sottolineato Loredana Musmeci, Direttore del Dipartimento Ambiente e connessa Prevenzione Primaria dell’Istituto Superiore di Sanità.
«I risultati per la provincia di Taranto non solo non devono in alcuna maniera fare abbassare lo stato di attenzione rispetto al monitoraggio della popolazione del territorio – ha osservato – ma indicano anzi che i successivi studi di biomonitoraggio dovranno essere estesi a altri fattori di rischio chimico oltre che includere soggetti di ambo i sessi e tutte le fasce di età «. Con questo progetto «abbiamo cercato di valutare diversi fattori di rischio in modo da avere un quadro il più completo possibile delle variabili che possono intervenire per comprendere i risultati ottenuti» ha spiegato Elena De Felip ricercatrice dell’ISS e responsabile scientifico dello studio. Così si aggiunge «un altro tassello alla comprensione di un fenomeno complesso» visto che «l'interpretazione dei dati di biomonitoraggio è in genere complicata e si giova anche del confronto con altri studi. I risultati ottenuti nel precedente biomonitoraggio condotto sugli allevatori delle masserie della provincia di Taranto hanno mostrato l’impatto delle attività industriali sulla produzione alimentare locale e la conseguente maggiore esposizione degli allevatori rispetto alle donne che hanno partecipato allo studio sulla popolazione femminile, confermando il ruolo predominante dell’esposizione alimentare nel determinare i livelli ematici di questi inquinanti».

PEACELINK: ABBIAMO RISERVE SULLA METODOLOGIA DELLO STUDIO
«L'indagine ha un limite di fondo: è stata realizzata solo su donne giovani. Poichè le diossine sono bioaccumulabili, esse crescono di circa tre volte nel corso della vita e si riscontrano in concentrazioni molto più alte in donne anziane». Lo afferma in una nota il presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti riferendosi all’indagine 'Womenbiopop' sulla presenza delle diossine nel sangue delle donne di Taranto, effettuata dall’Istituto superiore di sanità (Iss) insieme alla Asl di Taranto, che non ha evidenziato una incidenza particolare degli inquinanti organici persistenti prodotti in aree come quella dell’Ilva sulle donne in età riproduttiva.
«Esprimo le mie riserve metodologiche – aggiunge Marescotti - su questo studio. L’indagine presentata è basata pertanto su una impostazione che minimizza le differenze e che non consente di apprezzare le variazioni di concentrazione fra esposti e non esposti; questa differenza si può apprezzare appieno solo comparando donne anziane esposte e donne anziane non esposte».
Per l’ambientalista «non appropriata è stata inoltre la comparazione fra le donne di Taranto e quelle di Terni. «Terni è infatti inquinata dalla diossina dell’inceneritore e dei forni elettrici dell’acciaieria – afferma – A Terni vi è un divieto di pascolo analogo a quello di Taranto, per via dell’eccessiva concentrazione di diossine nei suoli». E «non è felice neppure la comparazione con i dati della zona del Lago di Garda, che è vicino a Brescia, fortemente contaminata dall’apirolio che è stato prodotto lì e portato nel polo industriale e militare di Taranto. Ecco perchè – conclude - questo studio non fa scalpore». (GdM)

giovedì 25 ottobre 2012

Lo prendono sul serio?

Ma non lo sapete che Clini dice solo gag?

Confagricoltura Taranto attacca Clini: "I più avvelenati siamo noi agricoltori"


Il tempismo di Clini è perfetto, non c’è che dire: martedì il Ministro ha avanzato l’ipotesi che dietro l’aumento della mortalità prematura a Taranto ci siano contaminazioni della catena agroalimentare causate dalle sostanze inquinanti accumulatesi negli anni:
Ho qualche sospetto che molto abbia a che fare con l’inquinamento della catena alimentare determinato dall’accumulo in decenni di sostanze tossiche pericolose che possono essere ancora attive se non si bonifica.
La morte, insomma, potrebbe arrivare anche dal cibo per Clini, da quei prodotti del mare e della terra (coltivati, tra l’altro, in molti casi con metodi biologici), mica soltanto ed in gran parte dall’aria intossicata dai fumi dell’ILVA inalata direttamente a pieni polmoni da donne, anziani e bambini con il suo bel carico di particelle di morte.
Peccato che i pediatri sostengano una verità agghiacciante: a Taranto i bambini a volte nascono già con il cancro, non riescono nemmeno ad addentarla una mela. Segnati da un danno genotossico. Sarà la mal’aria che respirano le madri in quel di Taranto, la boccata di aria tossica che inalano ancora privi di difese, sarà il danno al patrimonio genetico dei tarantini causato da decenni di inquinamento. E le patologie respiratorie e polmonari vanno per la maggiore.
Ad ogni modo un sospetto del genere richiede approfondimenti. Non si può dire che la catena alimentare potrebbe essere gravemente compromessa senza fonti e dati. E non lo si può fare perché agricoltori, mitilicoltori ed allevatori tarantini sono già stati pesantemente colpiti dall’inquinamento dell’ILVA. I controlli sulla filiera agroalimentare ci sono sempre stati, a differenza di quanto avveniva all’ILVA evidentemente, ed in alcuni casi hanno penalizzato il settore, come nel caso dei capi di bestiame abbattuti per i valori troppo alti di diossina. Ora, chiede giustamente a Clini Dario Stefano, Assessore alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia:
L’ipotesi espressa dal Ministro Clini di una possibile contaminazione della catena alimentare a Taranto mi lascia senza parole. Un allarme così grave richiede un’azione immediata da parte del Ministero. Pertanto, se le dichiarazioni del Ministro fondano su dati in suo possesso chiedo, anche a nome di tutti i produttori pugliesi e tarantini, che quei dati ci vengano forniti immediatamente. Se invece è stato un pensiero ad alta voce sull’ILVA, senza fondamento scientifico allora esigiamo, con urgenza, una smentita ufficiale. A noi risulta che la catena alimentare a Taranto non è mai stata a rischio, essendo sempre sottoposta a controlli delle autorità preposte sugli standard di sicurezza alimentare e di qualità che, peraltro, contraddistinguono i nostri prodotti in tutto il mondo.

Infuriata anche la Confagricoltura Taranto e ne ha ben donde: Clini ipotizza senza fondamento e non sa che le sue parole potrebbero causare gravi danni all’economia pugliese (ma preoccupiamoci sempre e soltanto dei danni all’industria, mai di quelli all’agricoltura, vero?):
I più avvelenati siamo noi agricoltori, altro che la catena alimentare, ha tuonato Gerardo Giovinazzi, presidente di Confagricoltura Taranto. Non posso mandar giù l’ennesimo vergognoso attacco all’agricoltura ionica soprattutto alla vigilia della produzione di clementine, ortaggi e olio d’oliva, prodotti che portano il nome della Puglia in giro per il mondo.
La dieta mediterranea, vale la pena ricordarlo, è motore di economia e salute. Lo testimonia il fatto che le esportazioni delle eccellenza agroalimentari italiane sono cresciute del 18% a dispetto della crisi, mentre settori prima fiorenti come l’industria delle auto e dei rimorchi hanno fatto segnare un calo del 14% negli ultimi cinque anni. Ma continuiamo pure a gettare fango sull’agricoltura e a vedere il cielo sempre più blu sulle industrie. (Ecoblog)

sabato 5 novembre 2011

Fatti e misfatti sul Mar piccolo

Mar Piccolo e fonti inquinanti, Arsenale Militare e non solo. I dettagli di una relazione “scottante”

Arsenale Militare e non solo. Nelle 24 pagine della relazione tecnica messa a punto dal Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica dell’assessorato regionale all’Ambiente emergono anche altre possibili responsabilità rispetto alla contaminazione da policlorobifenili nel Mar Piccolo. Si parla, infatti, anche dell’area industriale occupata dall’azienda San Marco Metalmeccanica, operante nell’indotto Ilva.

Ma andiamo con ordine perchè la relazione ci offre una serie di informazioni estremamente interessanti, specchio di una situazione gravissima. Come si legge nel documento, “allo stato attuale delle conoscenze, la presenza di PCB è stata accertata nelle aree di seguito elencate che possono fungere da fonti primarie e secondarie di contaminazione”:

1. Possibile fonte primaria: Area degli insediamenti produttivi nel Comune di Statte, nei pressi del km 5 della S.P. n. 48 Taranto-Statte. In questi luoghi, in un’area occupata dall’azienda San Marco Metalmeccanica, è stata accertata la presenza di una cava colmata, tra l’altro, da materiale contenente PCB; la diffusione della contaminazione verso il Mar Piccolo non è stata accertata, ma l’ipotesi di un rischio non nullo appare verosimile in considerazione del fatto che il moto delle acque della falda carsica profonda avviene verso il Mar Piccolo.

2. Fonte primaria: Aree a terra gestite dalla Marina Militare (Arsenale), in cui la presenza di PCB è stata accertata nei terreni e nella falda superficiale; la contaminazione è veicolata dalla falda superficiale, che in quei luoghi ha come recapito le sponde del Mar Piccolo a nord di via del Pizzone.

3. Fonte secondaria: Sedimenti del Mar Piccolo, dove sono state individuate due distinte zone interessate dalla presenza di PCB; una si trova in corrispondenza dell’arsenale militare, nell’area di caratterizzazione denominata “area 170 ha”, l’altra posta a nord del primo seno, a circa 200 m ad ovest della penisola di Punta Penna; in entrambi i casi la diffusione dell’inquinante avviene verosimilmente attraverso la ripetuta sospensione di sedimenti contaminati presenti sul fondo.

La relazione entra poi nei dettagli sviscerando le informazioni sui vari siti a cominciare da quello riguardante la San Marco Metalmeccanica Srl, che si trova all’interno del Sito di Interesse Nazionale ed è localizzata nel Comune di Statte.
L’attività del sito è dedicata a lavori di preparazione, saldatura ed assemblaggio di profilati in carpenteria metallica, oltre che a lavori di lattoneria e piccoli lavori di meccanica complementari ai lavori di carpenteria metallica. La San Marco Metalmeccanica si colloca in un’area morfologicamente pianeggiante e geologicamente caratterizzata dalla sovrapposizione, per trasgressione, di una serie sedimentaria clastica pleistocenica (Calcareniti di Gravina) sul substrato mesozoico carbonatico (Calcare di Altamura).
In zona è presente solo la falda profonda che ha sede nella successione del Calcare di Altamura. Gli elaborati del Piano regionale di Tutela delle Acque mostrano che lo scorrimento della falda carsica avviene prevalentemente lungo la direttrice NO-SE, cioè verso il Mar Piccolo.
Si legge tra le altre cose: “Numerosi sono i composti per i quali si è verificato il superamento dei valori limite (Tab. 2, All. 5 del DLgs 152/06); in particolare, spiccano superamenti elevatissimi dei valori limite previsti per alcuni metalli, IPA, idrocarburi pesanti, diossine e PCB in corrispondenza del piezometro S3.
Le analisi hanno evidenziato che il prodotto libero in corrispondenza di questo piezometro è caratterizzato da una elevata presenza di PCB. I superamenti riscontrati in corrispondenza del piezometro PS1 per i composti benzo(b)fluorantene e benzo(k)fluorantene si suppone possano derivare dalla percolazione del contaminante dal terreno/fango sovrastante. Data l’entità della contaminazione rilevata in falda, è evidente la necessità di attuare una messa in sicurezza di emergenza per rimuovere il prodotto libero”.
In esito alla conferenza dei servizi ministeriale del 13/12/2010, la Direzione Generale TRI (tutela delle risorse idriche), ha preso atto dei risultati della caratterizzazione trasmessa e prescrive:
1. stante la grave contaminazione del suolo e della falda, si chiede di avviare entro i minimi tempi tecnici necessari le necessarie attività di bonifica o di messa in sicurezza permanente dell’area in oggetto;
2. si richiede ad ARPA Puglia la validazione di almeno il 10% delle analisi chimiche di laboratorio condotte dall’Azienda (acque di falda, terreni e top-soil per la ricerca dei parametri Amianto, PCB e PCDD/PCDF).
Infine, stante gli ingiustificati ritardi e l’inerzia dell’Azienda nell’adozione dei necessari, urgenti, interventi di messa in sicurezza della falda e/o dei suoli, la Direzione Generale TRI ribadisce la richiesta all’Azienda di adottare, ad horas, i predetti interventi. In mancanza, si richiede al Comune l’emanazione di apposita ordinanza di diffida per l’adozione dei citati interventi a salvaguardia della salute umana e dell’ambiente.
Il 14/12/2010, in esito alla conferenza dei servizi istruttoria del 13/12/2010, la Direzione Generale TRI ha chiesto agli Organi di controllo (Polizia provinciale, ARPA Puglia ed ASL), ognuno per la propria competenza, di effettuare sopralluoghi per accertare lo stato delle aree, al fine di individuare le consequenziali azioni precauzionali e di prevenzione. Inoltre, ha chiesto al Comune di Taranto di emanare apposita ordinanza di diffida per l’adozione dei necessari ed urgenti interventi di messa in sicurezza ed all’ISPRA ed ISS di fornire il necessario supporto tecnicoscientifico.
La conferenza dei servizi ministeriale del 24/02/11:
- ribadisce all’Azienda la richiesta di adottare, ad horas, i necessari, urgenti, interventi di messa in sicurezza della falda e/o dei suoli. In mancanza, chiede al Comune di Taranto l’emanazione di apposita ordinanza di diffida per l’adozione dei citati interventi a salvaguardia della salute umana e dell’ambiente;
- richiede agli organi di controllo (Polizia Provinciale, ARPA e ASL), ognuno per Ia parte di competenza, di provvedere ad idonei sopralluoghi, a cadenza ravvicinata, al fine di rendere edotti i soggetti interessati sullo stato attuale del sito, in relazione alle contaminazioni dei suoli e delle acque di falda;
- prende atto che Ia Direzione Generale TRI (tutela delle risorse idriche), in esito alla conferenza dei servizi istruttoria del 13/12/2010, ha chiesto agli organi di controllo (Polizia provinciale, ARPA Puglia ed ASL), ognuno per la propria competenza, di effettuare sopralluoghi per accertare lo stato delle aree, al fine di individuare le consequenziali azioni precauzionali e di prevenzione. Inoltre, ha chiesto al Comune di Taranto di emanare apposita Ordinanza di diffida per l’adozione dei necessari ed urgenti interventi di messa in sicurezza ed all’ISPRA ed ISS di fornire il necessario supporto tecnico-scientifico.
C’è poi il capitolo riservato all’Arsenale Militare, anche questo estremamente interessante. La caratterizzazione del sito ha evidenziato nei terreni una contaminazione da metalli pesanti (antimonio, arsenico, mercurio, piombo, rame, selenio, vanadio e zinco), da policlorobifenili (figura 2.4) e da idrocarburi leggeri e pesanti. Sul punto di indagine Pz 6, è stato riscontrato un hot spot di contaminazione superficiale da idrocarburi pesanti.
Le analisi delle acque dei piezometri hanno evidenziato una contaminazione da composti alifatici clorurati cancerogeni (1,1-dicloroetilene, triclorometano, tricloroetilene, tetracloroetilene), PCB, sostanze inorganiche (boro, fluoruri, solfati) e metalli pesanti (nichel, arsenico e manganese).
Esiti delle conferenze dei servizi e tavoli tecnici.
Nel verbale della conferenza dei servizi regionale del febbraio 2010 è stata messa in evidenza, tra l’altro, la necessità di procedere con una integrazione alla caratterizzazione ambientale già effettuata, a causa delle concentrazioni elevate del parametro PCB in un punto non distante dal limite dell’area investigata, per il quale non erano state messe in luce correlazioni tra potenziali fonti di contaminazione e superamento dei limiti tabellari. Per tale motivo si richiedeva di estendere l’indagine ambientale a sud, fino alla scarpata, ad est fino al piazzale rottami e a nord, fino alla banchina.
Il 14 ottobre 2010 si è svolta la conferenza dei servizi regionale per l’esame dei documenti “Piano di integrazione alla caratterizzazione ambientale” e “Progetto preliminare di messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda” del sito in esame. Per quanto riguarda le attività di caratterizzazione integrativa previste nel Piano in esame, ARPA Puglia riteneva necessario procedere immediatamente alla rimozione dei rifiuti nelle aree descritte nel documento di caratterizzazione.
Nel verbale relativo alla conferenza dei servizi è specificato che, secondo ARPA e Regione, il progetto di MISE necessitava di una rielaborazione, tenendo conto del fatto che:
- era necessario effettuare una stima delle portate da emungere, ipotizzando l’accoppiamento di una barriera idraulica con una barriera fisica a monte idrogeologico delle aree contaminate;
- era necessario presentare un progetto di un impianto trattamento acque di falda da installare sul sito, a servizio dell’intervento di emungimento previsto nella MISE.
Il tavolo tecnico del 04 ottobre 2011, a cui hanno partecipato anche i rappresentanti di ARPA e Comune di Taranto, si è tenuto presso il Servizio Ciclo dei rifiuti e Bonifica della Regione Puglia; gli esiti possono essere così riassunti:
- sono in corso le procedure di affidamento delle attività previste dal piano di caratterizzazione integrativa e la stipula della convenzione con ARPA per le attività connesse alla validazione delle analisi; i lavori potranno essere completati entro il mese di giugno 2012;
- per quanto riguarda la rimozione dei rifiuti presenti nell’area da investigare, l’Ente è in procinto di avviare le procedure per l’affidamento dei lavori e prevede di partire con la rimozione entro circa 60 giorni;
- per la messa in sicurezza di emergenza della falda, sono in corso i rilievi idrogeologici che costituiranno la base di partenza per la progettazione del sistema di emungimento/trattamento accoppiato ad una barriera fisica posta a monte idrogeologico; il progetto preliminare di messa in sicurezza di emergenza della falda potrà essere pronto entro la prima metà di novembre.
Nella relazione si parla anche della Zona Gittata, situata nel comune di Taranto e ricadente nella porzione est del Comprensorio Arsenalizio della Marina Militare. Ecco cosa si dice in proposito: “L’investigazione preliminare ha evidenziato il superamento, nel suolo, delle concentrazioni soglia di contaminazione per siti commerciali e industriali per i parametri piombo, rame, zinco, arsenico e PCB. Le quote del terreno risultate contaminate, sono a profondità maggiori di 10 cm, per cui si esclude la non tenuta dell’impermeabilizzazione della vasca”.
Per quanto concerne il Bacino del Mar Piccolo, si legge che la contaminazione di PCB è più evidente lungo la fascia immediatamente a nord dell’Arsenale militare e in un’area, meno estesa, a nord del primo seno, a circa 200 m ad ovest della penisola di Punta Penna.
C’è poi l’Area 170 ha, che occupa la fascia a sud del primo seno di Mar Piccolo, tra il Ponte Punta Penna ed il canale navigabile, prospiciente all’Arsenale della Marina Militare, estesa verso il largo per circa 900 metri. Anche qui i dati hanno evidenziato uno stato di contaminazione diffusa da PCB, con superamento del valore di intervento (190 μg/kg) per tutta l’area indagata e per tutto lo spessore analizzato. L’intervallo di concentrazione determinato va da 0,3 a 203,0 mg/kg, con un valore mediano pari a 2,1 mg/kg. Circa il 12% dei valori supera anche il 90% del limite riportato nella colonna B della tabella 1 dell’allegato 1 del D.M. 471/99.
Per quanto riguarda i metalli e gli elementi in tracce, in tutta l’area è stata rilevata una contaminazione diffusa da piombo. Estesa è anche la contaminazione di rame e zinco. In un numero relativamente ridotto di stazioni sono state rilevate concentrazioni elevate di mercurio, arsenico e cadmio. Solo alcuni sono i superamenti dovuti agli idrocarburi policiclici aromatici. Per quanto riguarda i pesticidi organoclorurati, tutti i congeneri sono risultati inferiori al limite di rilevabilità per la totalità dei campioni. Infine, riguardo ai parametri microbiologici, sono state determinate concentrazioni elevate di Salmonella in due sole stazioni.
I risultati della caratterizzazione relativi al mar Piccolo (esclusa l’area denominata “170 ha”) evidenziano uno stato di qualità ambientale caratterizzato principalmente dalla presenza di inquinanti inorganici che interessa tutta l’area del I Seno e buona parte dell’area del II Seno. La contaminazione dovuta a metalli ed elementi in tracce quali mercurio, zinco, rame e piombo, è stata riscontrata nei sedimenti superficiali in maniera diffusa; limitatamente al mercurio, la contaminazione si estende sino ad interessare tutto lo spessore indagato (2 m). La presenza di composti organici, molto meno evidente, sia in termini di estensione delle aree interessate che in termini di concentrazioni, ed è correlata alla presenza di idrocarburi totali, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), composti organostannici e di policlorobifenili (PCB).
Quella riportata finora è soltanto una sintesi della relazione, più che sufficiente per offrire al lettore spunti di riflessione su eventuali omissioni, lentezze ed incertezze nell’azione di istituzioni e organi competenti. Vi invitiamo, infine, a leggere quanto pubblicato giovedì scorso.

Alessandra Congedo Inchiostroverde

mercoledì 2 novembre 2011

Un rapporto scomodo...

Mare malato, ora tutti sanno che il Rapporto Ispra non era carta igienica

TARANTO – Ciò che qualcuno aveva incautamente definito “carta igienica”, “roba già nota”, si è rivelato come un documento di straordinaria importanza per comprendere quanto sia grave la situazione dei due mari tarantini. Stiamo parlando del Rapporto Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sulla caratterizzazione del Mar Grande (II lotto) e del Mar Piccolo, prodotto nell’agosto del 2010 e rimasto chiuso nei cassetti per circa un anno.
E’ stato il Corriere del Giorno, tra fine agosto e inizio settembre 2011, a far emergere i dati inquietanti contenuti in quella relazione. Il problema inquinamento non era circoscritto solo al primo seno di Mar Piccolo, come qualcuno ha voluto far credere per mesi: il secondo seno e il Mar Grande rischiano di fare la stessa fine. Elementi di riflessione che emergono chiaramente nel parere trasmesso dall’Ispra lo scorso 4 ottobre, all’origine di una convocazione urgente del tavolo sull’emergenza cozze a Palazzo di Città, lo scorso 14 ottobre.
Ciò che indigna di più è la lentezza con cui ci si è mossi per far fronte al possibile rischio sanitario per il consumo dei prodotti ittici tarantini, prospettato dall’Istituto Superiore di Sanità già nel maggio del 2010. Nella memoria collettiva di questa città sembra che il caso delle cozze al Pcb sia scoppiato all’improvviso, nel gennaio del 2011, quando due ambientalisti hanno coraggiosamente esibito l’esito di alcune analisi effettuate sui mitili prelevati dai fondali del primo seno di Mar Piccolo.
In realtà, a livello istituzionale, le avvisaglie di un allarme erano già evidenti. Non è un caso che se ne parli in una riunione della Conferenza dei Servizi sui Sin (Siti contaminati di interesse nazionale) il 13 dicembre 2010. Qualche giorno, dopo, il 28 dicembre, l’Asl ionica rilancia la problematica in una lettera rivolta agli altri enti competenti affermando che “tutti i valori riscontrati sui campioni prelevati nel primo seno di Mar Piccolo, pur rientrando nei parametri di http://www.blogger.com/img/blank.gifconformità, si avvicinano molti ai limiti massimi stabiliti dalla normativa (limite massimo 8 pg/gr)”.
Il caso Pcb scoppia nuovamente il 22 luglio 2011, quando dalle analisi della Asl emerge chiaramente che quel limite è stato oltrepassato e scatta l’ordinanza che vieta il prelievo e la vendita delle cozze. Davvero non si poteva evitare quel triste epilogo? E che senso ha spostare gli allevamenti in Mar Grande quando anche lì ci sono evidenti elementi di contaminazione? E’ paradossale, come già detto in un precedente articolo, che il Ministero dell’Ambiente, ai primi di ottobre del 2011, si veda costretto a sollecitare a Iss, Arpa Puglia e Asl, un parere tecnico-scientifico in merito agli aspetti di tutela sanitaria, richiesto il 14 dicembre 2010 e il 12 settembre 2011. Viene da chiedersi: ma qualcuno risponderà mai per questa anomala gestione dell’emergenza? Una cosa, al momento, è certa: chi la sta pagando c’è già e non sono certo gli inquinatori di ieri, oggi e domani. (inchiostroverde)

giovedì 22 settembre 2011

Sito contaminato di Taranto, ecco cosa diceva Arpa Puglia nel 2009

E’ datato 2009 un interessante documento curato dalla dott.ssa Mina Lacarbonara di Arpa Puglia che si sofferma sui dati relativi ai siti contaminati della regione. La nostra attenzione si concentra su quello di Taranto. Riportiamo di seguito un estratto della relazione.

SIN TARANTO

La superficie rientrante nel SIN di Taranto è pari a circa 22 km2 (aree private), 10 km2 (aree pubbliche), 22 km2 (Mar Piccolo), 51,1 km2 (Mar Grande), 9,8 km2 (Salina Grande). Lo sviluppo costiero è di circa 17 km. Lo stato di avanzamento delle attività di caratterizzazione e bonifica di seguito descritto è così organizzato:

· Area demaniale di competenza dell’Autorità Portuale di Taranto - È estesa per 3,3 km2 e comprende gli sporgenti prospicienti il Mar Grande ed una fascia costiera delimitata dalle aree private operanti nella zona industriale di Taranto (principalmente Raffineria ENI ed ILVA), estendendosi dal Ponte di Pietra fino alla zona di Punta Rondinella. Quattro dei 5 sporgenti (II, III, IV e V) sono affidati in concessione ad ILVA, mentre il Molo Polisettoriale è affidato in concessione alla società Taranto Container Terminal (TCT). Mentre è stata caratterizzata la fascia costiera retrostante gli sporgenti, non sono ancora stati presentati i piani di caratterizzazione relativi agli sporgenti stessi (che rappresentano il 66% dell’area portuale in termini di estensione reale).

· Aree pubbliche, relative ad aree demaniali e aree del Comune di Taranto – Comprendono, oltre all’area Portuale, l’area della Salina Grande (9,8 km2, che rappresenta quasi il 50% delle aree pubbliche) e l’area Romanelli-Gennarini. Per il 92% di queste aree non è stato ancora prodotto un piano di caratterizzazione.

· Aree di interesse pubblico - Nonostante per circa il 60% delle aree non sia ancora stato prodotto un piano di caratterizzazione, è da segnalare che le aree di maggior interesse, sia per pregio ambientale (gravina Leucaspide) che per riconversione industriale (area Distripark), sono state caratterizzate o in fase di caratterizzazione. Le aree in cui la caratterizzazione è da completare risultano essere il Canale d’Aiedda (Comune di Taranto) e le aree a sud e a nord della gravina Leucaspide, che sviluppano una estensione di circa 2,2 km2.

· Aree con industrie private – Rappresentate da: o Grandi aziende (ILVA, ENI, Cementir, Edison) o Piccole e Medie aziende sulla Strada Provinciale Taranto-Statte o Piccole aziende a ridosso della Strada Statale 100, a nord della Raffineria ENI o Aree non interessate da attività industriali a nord (Comune di Statte) ed a sud (Comune di Taranto) di proprietà Italcave (2,9 km2) o Piccole aziende sulla Strada Statale 106 Jonica.

IL SUOLO

Sono stati presi in considerazione un numero totale di campioni di suolo pari circa a 7.000, rappresentativi di un area complessiva di 15,5 km2 per una profondità massima compresa tra 10 e 20 m. I campioni su è stata riscontrata contaminazione dovuta ad una o più sostanze sono circa il 3% del totale, con un massimo del 50% nell’area ex Yard Belleli ed un minimo di 0,5% in aree dell’ILVA. Gli inquinanti maggiormente presenti sono IPA (circa 60% dei superamenti delle concentrazioni definite dalla legge vigente) e metalli pesanti, prevalentemente concentrati nell’area ex Yard Belleli. Contaminazione da idrocarburi ed aromatici (BTEX) si riscontra nell’area della Raffineria ENI (10% dei superamenti). Si può osservare che per quanto riguarda gli IPA si sono riscontrati valori di concentrazione nel suolo pari a più di 75 volte il valore soglia, mentre per gli idrocarburi, lo xilene ed alcuni metalli, come il vanadio, lo zinco ed il rame, l’eccedenza arriva a più del 1000% (oltre 10 volte) rispetto al limite normativo.

LA FALDA

L’assetto geologico-idrogeologico dell’area industriale di Taranto ha creato le condizioni per l’esistenza di una falda superficiale che si poggia sulle argille del Bradano e di un acquifero profondo carsico impostato nella formazione cretacea del Calcare di Altamura. La maggiore contaminazione delle acque sotterranee è stata rilevata nelle aree ENI, ILVA ed ex-Yard Belleli, di cui si riportano alcuni dati relativi alla distribuzione della contaminazione. Nell’area ENI si è riscontrata contaminazione in diversi punti per la presenza di arsenico, BTEX, idrocarburi ed MTBE a nord dello stabilimento nell’area impianti ed hot spot nella zona deposito.

La contaminazione da Idrocarburi ed MTBE è stata rilevata anche nell’area ex PRAOIL, in vicinanza di Punta Rondinella. Attualmente è in corso l’intervento di bonifica delle acque sotterranee realizzato con un sistema di pompaggio delle acque con well-points e trincee drenanti, che assicurano il contenimento della propagazione dei contaminanti verso il mare, e successivo trattamento finalizzato al riutilizzo delle acque all’interno dello stabilimento. Nell’area ILVA la falda superficiale è risultata contaminata per il 7% delle determinazioni analitiche complessive (6.682).

Gli inquinanti inorganici presenti sono manganese, ferro, alluminio, arsenico, cromo totale, cromo esavalente e cianuri totali, mentre i contaminanti organici sono IPA, BTEX e diversi composti clorurati (1,2 dicloropropano, triclorometano, 1,1 dicloroetilene, tetracloroetilene, cloruro di vinile, 1,2 dicloroetano e tricloroetilene). La falda profonda è risultata contaminata per il 4% delle determinazioni analitiche complessive (3.770). Gli inquinanti inorganici rilevati sono piombo, ferro, manganese, alluminio, cromo totale, nichel e arsenico mentre tra gli inquinanti organici sono presenti triclorometano, tetracloroetilene, diversi IPA, 1,2- dicloropropano e 1,1 dicloroetilene.

È da rilevare che i focolai di contaminazione di alcuni inquinanti sono posti idrogeologicamente a monte dell’area ENI, molti altri sono localizzati in aree distanti meno di 1 km dall’area Belleli che affaccia direttamente sul mare. Nonostante ripetuti solleciti delle Conferenze di Servizi ad attuare con urgenza gli idonei interventi di messa in sicurezza di emergenza della falda, ad oggi non risultano attivate misure in tal senso né risulta siano stati presentati i progetti di bonifica dei suoli e delle acque. Nell’area ex Yard Belleli le acque di falda sono risultate contaminate in maniera diffusa da arsenico, nichel, selenio, idrocarburi totali, fluoruri, solfati ed in forma puntuale da IPA.

Nel 2005 è stato approvato in Conferenza dei Servizi il Progetto di Messa in Sicurezza di Emergenza, presentato dal Commissario Delegato per l’Emergenza Ambientale in Regione Puglia, che prevede la realizzazione di una barriera fisica (palancolata metallica impermeabile sul lato mare) con annessa barriera idraulica di 18 pozzi e realizzazione di un impianto di trattamento delle acque di falda, oltre alla realizzazione di un diaframma plastico posto lungo parte del perimetro nord ovest. Ad oggi tali interventi non risultano attivati per mancanza di risorse economiche.

STATO DI QUALITA’ DEI SEDIMENTI MARINI

L’area marina del SIN di Taranto è stata suddivisa, data la sua estensione, in quattro settori di intervento: 1. Mar Piccolo (al cui interno ricade l’area dell’Arsenale Militare) 2. Area ovest punta Rondinella (in cui ricade il porto fuori rada) 3. Mar Grande I Lotto (al cui interno ricade l’area del porto in rada) 4. Mar Grande II lotto ( al cui interno ricade la Nuova Stazione Navale della Marina Militare). I piani di caratterizzazione delle aree marine sono stati redatti da ICRAM per interventi da attuare a cura del Commissario Delegato per l’Emergenza ambientale della Regione Puglia.

Nei sedimenti marini caratterizzati sono stati riscontrati superamenti di idrocarburi policiclici aromatici, PCB, metalli ed altri microinquinanti sia riferiti ai valori di intervento definiti da ICRAM (approvati nella Conferenza di Servizi Decisoria del 29/12/2004) sia rispetto al 90% dei valori limite per siti ad uso industriale (Tabella 1 col. B – all. 1 del DM 471/99). Per i volumi dei sedimenti eccedenti quest’ultimo limite (ca. 277.000 m3), il MATTM ha richiesto di attivare idonei interventi di Messa in Sicurezza di Emergenza.

A seguito di opposizioni da parte delle associazioni di mitilicoltura preoccupati degli effetti del dragaggio sulla qualità dei mitili, è stato proposto dalla Provincia di Taranto di effettuare unhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo studio di dettaglio sull’area, ad oggi in fase di elaborazione, in modo da colmare alcune lacune individuate in fase di caratterizzazione e verificare, con un’analisi costi-benefici, il miglior sistema di intervento da attuare.

Fin qui la relazione di Arpa Puglia. I segnali di allarme erano evidenti da tempo, così come la necessità di agire con interventi di emergenza. Tutto il resto appartiene, purtroppo, alla storia recente e fa emergere tutta l’inadeguatezza di una classe dirigente che a livello locale e nazionale non ha voluto e saputo muoversi a tutela della città.

4.2_Siti_Contaminati[1] (scarica il documento)


(Inchiostroverde)

venerdì 24 aprile 2009

E' tutta terra buona! (e non è un pesce d'aprile!)

Non si dice però chi ha fatto quei campionamenti che risultano puliti e soprattutto dove!
Strano... a kilometri di distanza dall'Ilva migliaia di pecore hanno brucato erba e terra e si sono gonfiate di diossina e altri inquinanti tanto da essere considerate dei rifiuti tossici viventi... e nello stabilimento c'è terriccio pulito da giardino!!!

lunedì 19 gennaio 2009

Troppa grazia e poca cura!


«L’invaso della strada provinciale 93 Sava-Francavilla, utilizzato come recapito finale delle acque di fogna bianca, non è più sufficiente per assorbire l’acqua meteorica. Inoltre potrebbe essere causa di inquinamento delle falde acquifere».
Mimmo Carrieri, responsabile provinciale del settore Ambiente ed Ecologia dell’associazione C.P.A. Conf.av.i di Taranto, segnala, in una lettera indirizzata all’Amministrazione, all’Arpa e al Prefetto, il problema.
«L’insistente pioggia caduta in questi giorni ha reso ulteriormente grave la situazione ambientale intorno all’invaso di acqua di fogna bianca» segnala Carrieri. «La voragine nel terreno dove l’acqua, tracimata dall’invaso con tutte le sue particelle inquinanti, viene veicolata attraverso un canale non è riuscita a contenere il flusso, tanto che il livello dell’invaso è stato abbondantemente superato causando in tal modo l’allagamento delle campagne circostanti. Essendo l’impianto obsoleto e carente di manutenzione nonché sprovvisto di vasche di decantazione, le acque in esso contenute e dirette nelle voragine arrecano inquinamento alle falde acquifere. Nei mesi più caldi dell’anno l’acqua contenuta nel suo interno ristagna a causa del lento assorbimento del terreno argilloso. Tutto ciò è causa di cattivo odore nonché fonte d’attrazione per mosche e zanzare, la cui presenza, considerata la limitata distanza dalla periferia del paese, crea non pochi disagi agli abitanti».

venerdì 19 dicembre 2008

Suoli contaminati: una sintesi


Franco Valentini (Rinnovabili.it)
Amianto, idrocarburi, solventi, diossina, mercurio, piombo: quante sono le sostanze chimiche che inquinano il sottosuolo italiano? Tante e tutte hanno una chiara e inequivocabile origine industriale. Sversamenti accidentali di materiali tossici, smaltimento illegale di rifiuti, mancato o non sufficiente abbattimento delle emissioni inquinanti avvengono continuamente e purtroppo nell’indifferenza generale.
La contaminazione del terreno non è soltanto un problema dimenticato nel nostro Paese, è anche e soprattutto sottovalutato. Perché il rifiuto che non si vede, che magari è stato “nascosto” illegalmente sotto pochi metri di terra per non essere visto, è quello più letale.
Benvenuti nell’Italia dei veleni, dove in superficie i prati sono verdi (apparentemente), ma dove sotto, scordate da tutti, si annidano tonnellate di sostanze tossiche.
L’inquinamento industriale non è una questione nuova. È nata, infatti, nella prima metà del ‘900, quando la produzione mondiale di beni e servizi è aumentata in modo esponenziale. Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica ha sicuramente migliorato la qualità degli impianti di produzione, ma l’impatto ambientale delle attività industriali resta enorme.
Si parla frequentemente di inquinamento atmosferico e delle polveri emesse nell’aria da raffinerie e centrali termoelettriche. Ma non si dice che le stesse polveri nel tempo si depongono sui terreni, contaminandoli. Non solo, gli scarichi di sostanze chimiche nelle acque superficiali di canali, fiumi e laghi finiscono con l’inquinare anche le acque profonde delle falde e quindi i terreni. Infine, i rifiuti che rimangono a valle del ciclo produttivo, come per esempio le scorie di fonderia, i fanghi da depurazione, gli oli esausti, le ceneri da incenerimento, le polveri di abbattimento fumi, sono altamente tossici e, se non trattati adeguatamente, avvelenano letteralmente i suoli.
Fra il 1999 e il 2005, in Italia, come nella maggior parte degli Stati dell’Unione Europea, è aumentata fortemente la produzione dei rifiuti derivanti da attività economiche, quali l’industria manifatturiera, quella mineraria, il settore edile e l’agricoltura. Le attività industriali producono ben il 75% dei rifiuti totali, mentre solo il 25% deriva dalle attività domestiche. Secondo il Rapporto Rifiuti 2007 dell’Apat (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici), nel 2005 in Italia sono stati prodotti 107,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 5,9 milioni pericolosi.
Un eccesso di sostanze tossiche nel suolo ne altera le caratteristiche chimico-fisiche, compromettendone la capacità protettiva di barriera naturale, in grado di mitigare gli effetti degli inquinanti. Ciò fa sì che anche le funzioni produttive ed ecologiche siano danneggiate. I contaminanti, poi, non solo finiscono con l’inquinare i pozzi d’acqua potabile, ma dal suolo si trasferiscono nella catena alimentare attraverso la flora e la fauna avvelenate.
Le sostanze chimiche industriali sono, in genere, tutte tossiche per l’organismo umano e in gran parte cancerogene. L’ingestione, l’inalazione o il contatto con elevate quantità di esse possono quindi causare gravi intossicazioni, principalmente a fegato, reni e polmoni, e varie forme tumorali.
L’esposizione umana alle sostanze prodotte da un’industria si distingue tra occupazionale, quando riguarda esclusivamente i lavoratori impiegati in un particolare processo produttivo in cui vengono manipolati materiali pericolosi (le centinaia di morti per cancro tra gli operai degli stabilimenti petrolchimici o per la lavorazione dell’amianto), e ambientale, quando ad essere esposta è tutta la popolazione di una zona a causa di un evento accidentale, come un’esplosione o un incendio, oppure per la continua emissione di composti inquinanti nell’aria, nel suolo e nelle acque. In quest’ultimo caso, sono gli abitanti delle zone limitrofe alle aree industriali e alle discariche abusive di rifiuti tossici ad essere più vulnerabili, e quindi a maggior rischio di salute.
Non è, infatti, casuale che in alcune zone della Campania, quali il Litorale Domizio Flegreo e l’Agro Aversano, dove lo smaltimento illegale di rifiuti industriali ha creato uno stato di contaminazione elevatissimo da policlorbifenili (PCB), furani e diossine, la mortalità per tumori sia significativamente maggiore rispetto alla media regionale. Le indagini epidemiologiche condotte nel 2004 dall’Istituto Superiore di Sanità, indicano che la percentuale di morti per tumore nella popolazione maschile del Comune di Giugliano, poco a Nord di Napoli, ad esempio, supera di 7 punti la media regionale, con picchi del 30% per i carcinomi alla vescica.
Oltre quelle campane ci sono molte altre località italiane altamente contaminate. Qualcuna è stata resa tristemente nota dalle cronache, come Porto Marghera, per il cloruro di vinile monomero (CVM), i PCB, i pesticidi clorurati, le diossine e i furani del polo petrolchimico, Casal Monferrato per l’amianto dello stabilimento Eternit, Taranto per gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), il piombo, le diossine, i PCB e il monossido di carbonio dell’industria siderurgica, Brindisi per le discariche abusive di rifiuti industriali del petrolchimico, Gela per i fanghi di depurazione contenenti mercurio e gli scarichi in mare delle acque di processo delle raffinerie e degli stabilimenti petrolchimici (Legambiente, “La chimera delle bonifiche”, 2005).
In totale in Italia sono 54 i Siti contaminati di Interesse Nazionale (SIN) censiti dal Ministero dell’ambiente nel Programma nazionale di bonifica, in base alle caratteristiche dell’area, alla quantità e al tipo di sostanze inquinanti e alla gravità del rischio sanitario e ambientale. Si tratta di 639.414 ettari (più di 600.000 campi da calcio) di terreni inquinati, alcuni dei quali, i cosiddetti “megasiti” (come Casal Monferrato: 74.325 ettari; Litorale Domizio Flegreo: 140.755 ettari; Sulcis: 356.353 ettari), con livelli ed estensioni della contaminazione del suolo e delle acque di falda tali da ipotizzare non meno di 25 anni per un recupero totale (Annuario dei dati ambientali Apat 2006).
Ai SIN bisogna poi aggiungere le migliaia di siti di interesse e competenza regionale: 15.000 quelli potenzialmente contaminati e più di 4.000 quelli accertati da bonificare (Annuario dei dati ambientali Apat 2006).
...
La definizione e il recupero dei siti contaminati sono regolamentati in Italia dal D.Lgs. 152 del 2006 che ha sostituito e in parte modificato il precedente D.M. 471 del 1999. Il nuovo decreto ha superato il semplice approccio del confronto tabellare della vecchia normativa introducendo l’analisi di rischio, che permette di distinguere tra siti potenzialmente contaminati, per i quali bisogna procedere alla preliminare caratterizzazione ambientale per definire lo stato di inquinamento, e siti contaminati, che devono essere immediatamente bonificati.
A distanza di nove anni dall’emanazione del D.M. 471/99, il programma nazionale delle bonifiche procede molto lentamente, a causa anche delle continue revisioni del D.Lgs. 152/06.
Attualmente il numero di aree effettivamente bonificate all’interno di ogni SIN è ancora esiguo, e oltretutto la maggior parte di queste si trova all’interno dei siti più piccoli. Nel 2006 la percentuale di superficie bonificata o svincolata sul totale delle aree dei SIN (639.414 ettari) era appena lo 0,2% (elaborazione su dati dell’Annuario dei dati ambientali Apat 2006). Le attività hanno riguardato, per ora e neppure in tutti i SIN, l’approvazione dei piani di caratterizzazione, le misure di messa in sicurezza d’emergenza e le indagini preliminari.
...
Un problema particolarmente significativo inoltre è quello della mancata applicazione delle tecniche di bonifica in situ. La normativa prevederebbe, infatti, di privilegiare il trattamento dei terreni inquinati direttamente in loco in modo da evitare tutti i possibili rischi derivanti dal trasporto di terre contaminate, oltre alle difficoltà di gestire discariche di rifiuti pericolosi e di reperire le relative aree necessarie.
Ma tecnologie come il trattamento diretto degli inquinati organici facilmente biodegradabili e volatili, le ossidazioni o l’inertizzazioni chimiche, che hanno trovato una vasta applicazione a livello internazionale, in Italia hanno incontrato fino ad oggi l’opposizione delle amministrazioni pubbliche e delle comunità locali, per timori, spesso pregiudiziali, sulla sicurezza, l’efficacia e i controlli.
I rifiuti pericolosi e i terreni contaminati, cioè, una volta rimossi, invece di essere conferiti in discariche controllate e gestite a norma di legge, vengono abbandonati tal quali o parzialmente interrati in altri siti non idonei, andando perciò ad estendere e aumentare fortemente il livello di contaminazione generale.
...
Lentezze burocratiche, confusione normativa, mancanza di direttive tecniche certe e univoche sul territorio nazionale e l’inserimento della criminalità organizzata sono in definitiva le cause del pesante stato di contaminazione del suolo italiano.
...
La situazione appare oggi molto compromessa e di difficile soluzione. Da un lato c’è la questione dei processi industriali che in Italia devono essere ancora migliorati e ammodernati, adottando, per esempio, tecnologie di produzione più efficienti e meno impattanti sull’ambiente, mitigando maggiormente le emissioni in atmosfera e nelle acque e limitando l’uso e la commercializzazione di sostanze potenzialmente contaminanti, specialmente in agricoltura. Dall’altro, lo stentato avvio del risanamento delle aree già inquinate deve essere sbloccato promulgando leggi più chiare e snellendo le procedure amministrative.

domenica 28 settembre 2008

Datato ma attualissimo!


La mela di Biancaneve

Piombo, arsenico, mercurio, rame... Panorama ha fatto la spesa in quattro negozi e quattro supermercati. Scoprendo in laboratorio che frutta e verdura, spesso, sono inquinate.
di Giorgio Sturlese Tosi, Panorama 6/8/2005


Insalata mista con arsenico e piombo oppure una macedonia di frutta al mercurio, rame e cadmio? Può anche succedere se è vero, come Panorama ha potuto riscontrare, che in alcuni punti vendita di Milano frutta e verdura sono inquinate.
L'indagine è stata effettuata in quattro negozi di altrettante zone della città e ripetuta, a distanza di due anni, negli stessi esercizi e in altrettanti supermercati. In tutte e due le fasi, dal laboratorio di analisi a cui Panorama si è rivolto dopo aver fatto la spesa è arrivata la stessa risposta: dare un morso a una mela matura può farci ingerire sostanze tossiche. Anche se sull'etichetta c'è il simbolo «bio», che per tutti suona come sinonimo di sano e naturale.

Arsenico, mercurio, cadmio, piombo, rame, zinco sono stati trovati sulla superficie della frutta, dei pomodori e sull'insalata, spesso in quantità superiori a quelle che gli esperti definiscono tollerabili per l'organismo umano. Per alcune di queste sostanze non esistono limiti di legge ufficiali perché non è mai stata svolta una ricerca del genere sui prodotti ortofrutticoli destinati al consumo domestico. Poche regole e controlli efficaci basterebbero a tranquillizzare il consumatore, ma su questo fronte in Italia c'è un vuoto normativo.

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