venerdì 16 novembre 2012

Altamarea in Senato

In Senato il “Piano B” di Altamarea


Altamarea in Senato dopo Ilva
Una delegazione di Altamarea, comprendente anche membri delle associate AIL e Cittadinanzattiva,  il 13 novembre 2012 ha partecipato all’audizione su “TARANTO E ILVA” presso la Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato. Cittadini volontari, liberi da appartenenze partitiche, fiduciosi di poter essere utili, hanno illustrato, nei punti focali, una memoria di 7 pagine, corredata da un CD contenente i 73 più importanti documenti prodotti su “TARANTO E ILVA”.
Altamarea ha relazionato dopo Ilva e così ai Senatori è arrivata subito la sconfessione delle minacciose affermazioni dell’azienda pur presentate in guanti di velluto.

Il dramma di Taranto viene da lontano
L’incredibile e generale sottovalutazione del problema Ilva di Taranto si è interrotta solo dopo i rigorosi provvedimenti della Magistratura del 26 luglio 2012 che ha ordinato gli arresti domiciliari per i massimi vertici aziendali ed il sequestro preventivo senza facoltà di uso degli impianti della cosiddetta “area a caldo” con conseguenze sull’intero stabilimento. E’ emerso così il conflitto tra il valore strategico nazionale dell’acciaio prodotto a Taranto e il diritto individuale della tutela della salute di una comunità che per quella produzione subisce morti e malattie ormai certificate anche dalle massime autorità sanitarie.
Il dramma di Taranto, però, viene da lontano e si incentra sulla impossibile convivenza tra una immensa industria fortemente inquinante ed una città medio-piccola. Esso è figlio di 50 anni di negligenza, incuria e trascuratezza dello Stato e dell'intera classe politica e dirigente e di 17 anni di strapotere della famiglia Riva, divenuta proprietaria del Centro siderurgico di Taranto, già statale.

Gravissima crisi sanitaria e sociale di Taranto
L’inquinamento non ha provocato solo morti e malattie di cittadini e di lavoratori ma ha azzerato anche interi settori economici come mitilicoltura, allevamento, agricoltura. Il nuovo presidente Ilva dice invece che a Taranto non c’è nessuna emergenza sanitaria. Quali sono i suoi parametri di riferimento? quale numero di morti per inquinamento è accettabile per lui?
Nel sindacato c’è stato qualcuno che, con impudenza, ha detto: l’Ilva di Taranto è strategica per l’Italia, assicura tante migliaia di posti di lavoro per cui è bene che continui a produrre; i tarantini hanno subito l’avvelenamento per oltre 40 anni, possono continuare a subirlo per altro tempo. Il G.i.p. e il Tribunale del riesame sostengono, invece, che l’inquinamento deve cessare subito ed hanno sequestrato gli impianti senza facoltà d’uso. Tocca, quindi, ad altri, soprattutto all’azienda e al Governo, trovare la risposta alla domanda su cosa fare del personale e dello stabilimento incompatibile con la città per ragioni sanitarie e “non ambientalizzabile” per ragioni tecniche o economiche che siano.

Valore “salvifico” dell’AIA
Il presidente di Ilva, forse all’oscuro delle intercettazioni telefoniche che mettono in luce come l’Ilva ha ottenuto l’AIA del 4 agosto 2011, ha cercato di attribuire a quell’AIA “fasulla” un “valore salvifico” per l’Ilva e per i suoi proprietari agli arresti domiciliari. In questi giorni, contando su una supposta “copertura governativa”, egli dichiara che il dissequestro degli impianti è pregiudiziale per la sottoscrizione della nuova AIA “riesaminata”, che secondo noi invece è omissiva ed insufficiente. Egli aggiunge che, non avendo facoltà di uso degli impianti, non si possono elaborare piani e progetti di risanamento, come se quelle “carte” fossero prodotte dagli impianti e non da volontà e cervelli umani. D’altro canto, con l’AIA “riesaminata” anche il Governo punterebbe implicitamente a far modificare le attuali disposizioni giudiziarie. Il contesto economico, politico e sociale ha molta influenza sui governanti, specie se non toccati direttamente da fatti sanitari.

Il conflitto tra Governo e Magistratura
Il conflitto tra Governo e Magistratura si avvicina sempre più. Suscitano sconcerto le recenti dichiarazioni del Ministro dell’ambiente che ventila ricorsi contro “la Procura di Taranto per la mancata applicazione dell’AIA”. L’eventuale ricorso del Ministro dell’ambiente dovrebbe essere contro la Magistratura giudicante, non contro la Procura che cura l’esecuzione del provvedimento giudiziario. Un Ministro, inoltre, non può ignorare l’enorme differenza che c’è tra un atto amministrativo (AIA) e un provvedimento giudiziario conseguente a reati gravissimi. L’abnorme e velleitario ricorso, comunque, avrebbe solo il risultato di allungare i tempi per il redde rationem e di permettere ad Ilva di organizzare al meglio “la ritirata”. Riteniamo, insomma, che nessuno avrebbe il cinismo di imporre ai cittadini di Taranto ed ai lavoratori dell’Ilva di continuare a sopportare, ope legis, le morti e le malattie che subiscono da decenni.

I provvedimenti di Ilva, nero su bianco
A tutti chiediamo di non accontentarsi del comportamento dialogante del nuovo presidente Ilva che, però, non ha i cordoni della borsa dei Riva. Ilva deve mettere nero su bianco se intende risolvere i notissimi problemi impiantistici dello stabilimento di Taranto: prese a mare da sempre prive di valutazione di impatto ambientale; scarichi a mare e relativi controlli a monte; bonifica dei terreni e delle falde; discarica dalle navi e parchi primari; cokerie, agglomerati, altiforni e acciaierie; mare magnum incontrollato di emissioni convogliate, diffuse e fuggitive presenti in uno stabilimento più esteso del quartiere EUR di Roma.
Occorre uscire dall’incertezza e dall’ambiguità. Siamo, invece, in presenza di un incredibile marasma di mezze verità, omissioni e mistificazioni che vanno spazzate via. Occorre avere un’idea completa del “conto della spesa” e prospettare il futuro.

Cosa fare di questo stabilimento – Il “Piano B”
In estrema sintesi, l’inquinamento prodotto nell’area a caldo non è abbattibile, per ragioni tecniche o economiche, come sarebbe necessario per tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori. L’area a caldo, quindi, va fermata, ma senza di essa un ciclo siderurgico integrale delle dimensioni di quello di Taranto non può sopravvivere. Su questo bisogna ragionare.
La partita, però, non va giocata nelle aule giudiziarie ma in viale Certosa, sede del Gruppo Riva, e nei palazzi di Roma dove, sulla prevalenza chiara e netta del diritto alla vita espressa dalla Magistratura, rischiano di prevalere, al di là di ipocrite affermazioni di maniera, gli aspetti strategici, economici e sociali. Occorre impedire che il governo “tecnico” si comporti come il precedente Governo “politico” che a ferragosto 2010 emise il famigerato decreto legislativo 155/2010 sul benzo(a)pirene, definito “salvazienda”, che impedì così che si affrontasse allora il problema delle emissioni cancerogene delle cokerie dell’Ilva di Taranto.
E’ necessario desistere dall’ “accanimento terapeutico” che vuole tenere in vita uno stabilimento che, nella mostruosa configurazione attuale, è estremamente pericoloso per la salute ed è privo di futuro per ragioni tecnico-economiche. Occorre mettere mano al suo ripensamento totale, a un “Piano B”.
A nostro parere i Riva, spinti dal Governo, invece di pensare alla fuga, dovrebbero pensare a un piano industriale di riconversione, ristrutturazione e diversificazione che abbia un futuro. Esso potrebbe essere basato su: riduzione importante della capacità produttiva; produzione di acciaio liquido da forni elettrici, Corex, Finex, ecc.; ridimensionamento della laminazione; logistica integrata portuale convertendo le enormi aree di cui dispone in zona porto incluso un pontile attrezzabile subito per l’attracco di portacontainer di ultima generazione senza aspettare i dragaggi; business della rottamazione navale dato che l’agenzia ONU International Maritime Organization sta mettendo fuori legge nel mondo migliaia di navi mercantili; utilizzo dei rottami nello stabilimento “convertito”. Tra l’altro, a Taranto sono in abbandono da decenni gli ex cantieri navali Tosi, ristrutturabili per la rottamazione navale, per non parlare di eventuale utilizzazione di strutture dell’Arsenale Marina Militare in odore di dismissione. Se i Riva non ci stessero, occorrerebbe  passare ad altri.

La legge speciale per Taranto
La complessità e l’urgenza sono tali che non si vede altra via che quella di una legge speciale per Taranto che affronti l’insieme dei problemi, non solo quello enorme dei lavoratori dell’Ilva ma anche quelli dei mitilicoltori, allevatori, agricoltori, sanitari, disoccupati giovani e vecchi. A Taranto si rischia un conflitto esplosivo. “In altri tempi, in altri contesti le piazze sarebbero già incendiate, con effetti laceranti.” 

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