martedì 6 ottobre 2009

Viaggio in Italia al tempo della crisi: Taranto avvelenata

Aggiornamento del 24 novembre 2011
Purtroppo il sito dove Emiliano Mancuso aveva pubblicato le sue immagini è scomparso dal server e non è più possibile visitarlo.
Per fortuna abbiamo salvato le sue immagini su Picasa. Cliccando qui è possibile vedere le immagini rilevanti del suo reportage.
I testi di Andrea Milluzzi che le accompagnavano li riportiamo sotto al post originale

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Un lungo reportage sullo stato della grande industria, da una delle città più antiche d’Italia:
a cura di ANDREA MILLUZZI - EMILIANO MANCUSO

TARANTO AVVELENATA
(clicca sopra per visitare il sito)

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Taranto avvelenata


Testi Andrea Milluzzi – fotografie Emiliano Mancuso

A Taranto c’è la chiesa del Gesù lavoratore, dove c’è una raffigurazione di Cristo che benedice contadini e operai, sovrastati da una fabbrica. Fuori dalla Chiesa si vede il soggetto di quel dipinto: l’E 312, il camino dell’Ilva, l’acciaieria che sovrasta il quartiere Tamburi e che è grande 3 volte Taranto. E’ sabato pomeriggio e l’E 312 sta buttando fumo.

Oltre 15 milioni di metri quadrati dentro un complesso industriale di 114,9 kilometri quadrati, quasi 14mila dipendenti, l’origine di quasi tutti (fra il 90 e il 96%) gli Idrocarburi Policlinici Aromatici (Ipa, inquinanti cancerogeni scientificamente riconosciuti) presenti nell’aria e nell’acqua di tutto il territorio italiano: ecco l’Ilva, la prima fabbrica per cui si è resa necessaria una legge regionale per regolamentare l’emissioni di diossina. A Taranto ci sono 2mila casi di nuovi tumori all’anno e l’incidenza del cancro è superiore del 31% rispetto alla provincia e del 40% rispetto alla media nazionale. Non c’è famiglia in città che non abbia avuto un caso di tumore. Esiste un nesso di causa-effetto? Per la legge italiana, no. Per la logica, e per i tarantini, sì.

“Qui l’inquinamento ha fatto più danni dell’11 settembre”. Patrizio Mazza è il primario del reparto di ematologia dell’ospedale Moscati. Sempre di fretta e uno sguardo disilluso, tipico di chi ha un compito troppo grande rispetto ai mezzi che ha a disposizione per svolgerlo. Riceve all’ottavo e ultimo piano dell’istituto, sta analizzando vetrini. Alle sue spalle un ragazzo e la sua famiglia aspettano un responso. Sarà brutto. Il ragazzo ha poco più di 30 anni, fumava una decina di sigarette al giorno fino a due mesi fa, poi ha smesso. E’ un operaio dell’Ilva: “Ormai non passa giorno che non ne veda uno. La sua patologia può venire a un settantenne che abbia sempre fumato 30 sigarette al giorno per anni. Non a uno come lui. No, non è un buon segno”. C’è la sensazione di essere in attesa di qualcosa che per adesso si intravede solamente. Chi, a Taranto, ha deciso di intraprendere la battaglia ambientale ogni giorno ritaglia fogli di giornale con notizie poco rassicuranti: dall’intervista ad un noto dottore allarmato per nuove forme tumorali nei bambini alla notizia (14 settembre) che il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo ha concesso l’autorizzazione alla Via (Valutazione di Impatto Ambientale) per il raddoppio della raffineria dell’Eni, dalla quale, proprio in quel momento, stanno uscendo fiamme che vanno a danzare nel cielo insieme alle polveri dell’Ilva.“Taranto è una città di morti viventi” scrolla la testa Piero che da quando ha lasciato il suo lavoro all’Ilva – dopo un infortunio sul lavoro, il mobbing subito e una serie di cause legali che aspettano ancora soluzione – ha dedicato il suo tempo ai mali di quelle ciminiere. Come Piero, molti altri tarantini stanno abbandonando la convinzione che l’acciaieria sia un male necessario. Ma ci sono da rimuovere trent’anni di disillusione e di abbandono dei protettori tradizionali: i sindacati e la sinistra. “Vorrei non solo il raddoppio dell’Eni, vorrei vedere molte altre fabbriche a Taranto. Così, quando la gente si vedrà circondata dai fumi come i cinesi, allora forse si muoverà”. Vincenzo Pignattelli è seduto sul divano di casa sua, uno dei tanti appartamenti popolari di Paolo VI. Per 28 anni ha lavorato all’Ilva, da quasi due anni sta combattendo contro la leucemia. Ha subito un trapianto di midollo che gli ha cambiato il colore della pelle, da 20 mesi aspetta la pensione di accompagnamento. Eppure, mentre racconta la sua vita non ha uno scatto d’ira, non una tentazione alla tristezza. Forse perché Vincenzo conosce bene l’acciaieria e Taranto: “Già quando la fabbrica era Italsider si sapeva che stavamo respirando veleni, in realtà Riva è l’unico che almeno un po’ ha investito sull’ambiente”. Eppure la leucemia è causata da sostanze come il benzolo e il catrame, entrambe presenti sia all’Ilva che all’Eni: “Ma noi sapevamo, ti ripeto. Solo che se andavi a farlo notare ai capi reparto ti dicevano di far finta di niente e continuare. Così come i sindacalisti non hanno mai fatto granché per il problema. D’altronde alternative non c’erano. Al primo sciopero eravamo in 3mila, al secondo in 300, al terzo in 3. E allora? Forse devo prendermela solo con me stesso, perché evidentemente non ho lottato abbastanza…”. “Solidarietà” è una parola che a Taranto sembra – o sembrava – non esistere: “Qui si va avanti sperando che non ci tocchi di persona. Solo allora capisci che qualcosa non è andato per il verso giusto. – continua Vincenzo – Sono stato delegato Fiom per 28 anni e sai quanti colleghi mi hanno chiamato dopo che mi sono ammalato? Nemmeno uno”. Il problema, per il Sud, è antico e ha un nome specifico: ricatto occupazionale. Quando fu presentato il progetto dell’Italsider, l’allora sindaco Leone disse che sarebbe stato d’accordo a farla anche in centro perché lavoro non ce n’era. I Tarantini fecero festa, molti lasciarono le campagne e le vanghe per andare nella fabbrica che avrebbe dato lavoro a 60mila persone. Non ne conoscevano il prezzo.

“A Taranto non c’è coraggio, non c’è un’idea. Se gli imprenditori tengono i soldi nelle banche che colpa ne ho io? Se il sindacato qui è diventato un sindacato di commercianti, se per avere aiuto, o anche solamente una pratica, dalla Cgil devo affrontare le sette fatiche, se i politici pensano solo ai fatti loro, dove vogliamo andare?” Parole di chi il sindacalista l’ha fatto per quasi 30 anni e di lavoro si è ammalato. Questa storia la conosce bene Cosimo Semeraro, un uomo di 55 anni, dall’aspetto timido ma dall’animo guerriero. Anche Cosimo è passato per l’Ilva, ci è rimasto per 29 anni. Era l’elettricista addetto agli spogliatoi delle palazzine, era entrato come categoria protetta perché ha un soffio al cuore, ne è uscito con una asbestosi. Cosimo si è ammalato di amianto “e per adesso l’asbestosi è ferma, nel momento in cui dovesse iniziare a muoversi io già so che sarei spacciato”.

Cosimo però non ha pensato solo a se stesso e due anni fa ha fondato l’associazione 12 giugno. In quel giorno di 6 anni fa, Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre morirono schiacciati da una gru dell’Ilva. Avevano entrambi 25 anni. Dal 2007, ogni 12 giugno, Cosimo e la sua associazione fanno una manifestazione contro le morti sul lavoro. Strana condizione quella di chi sa di convivere con il suo assassino: “I malati di amianto sanno che probabilmente dovranno morire per il profitto e spesso sono lasciati soli nei labirinti della burocrazia per vedersi riconosciuto almeno l’indennizzo. La legge contro l’amianto è degli anni 90, ma lo Stato sapeva dal 1960 che l’amianto è letale ed era proprietario dell’Italsider: lo Stato ha regalato il sacrificio di un popolo alla logica del profitto”. Cosimo è arrivato al Maurizio Costanzo Show, sul piazzale di Saxa Rubra a Roma, ha scritto lettere e organizzato manifestazioni. Spesso poco più che da solo: “Anche nelle famiglie si creano attriti, perché magari i tuoi cari vorrebbero che pensassi solo a te stesso” racconta mentre passeggia nella sua casa in campagna fra orti e uccelli “che mi aiutano a non pensare sempre alla stessa cosa”. Quella cosa, visibile, imponente, che rischia di diventare un’ossessione, una ragione di vita. Come per Cosimo, come per Piero. E se non è l’amianto, è la diossina, o il piombo, o gli Ipa: “Io spero che questi nuovi casi di tumore, spero che la malattia che sta prendendo anche i bambini, non siano la punta di un iceberg. Non vorrei che l’inquinamento fosse entrato nel nostro Dna e ci avesse abbassato le difese, di generazione in generazione. Non vorrei che il peggio debba ancora venire” scandisce bene queste parole, il dottor Mazza. Ne è consapevole lui, ne sono consapevoli coloro che con le conseguenze di queste sostanze hanno a che fare. Ma forse Taranto non lo è ancora del tutto. Tranne che a Tamburi e a Paolo VI.

Una volta Tamburi era il quartiere più ambito di Taranto. Circondato dalla campagna, lontano dal caotico centro. Una volta. Adesso è il quartiere rosso. Accanto ai tetti passano i nastri trasportanti che dal porto arrivano, carichi di carbone e materie prime, dentro l’acciaieria che domina letteralmente le case. Dietro una recinzione si vedono i parchi minerari, che sono collinette rosse, marroni e nere: gli scarti della lavorazione. Dovrebbero essere coperti (come sono in tutte le altre acciaierie del mondo, a Taiwan per esempio) ma non lo sono. E quando il vento è forte, diventa un altro quartiere. “Se c’è la corrente dalla Calabria sentiamo puzza di marcio, se la corrente viene dal Nord dobbiamo rimanere tappati in casa e preparare scope e spolverini”. Anna vive a Tamburi, è segretaria in una scuola elementare a 700 metri dalla fabbrica. Cinque anni fa era a casa, in cucina, quando all’improvviso non si è sentita più le gambe. Da allora vive in sedia a rotelle: paralisi fulminante. Le hanno trovato piombo, nikel e alluminio nell’organismo che le hanno intaccato il midollo spinale. Poco lontano c’è il cimitero, forse l’emblema di Tamburi e di Taranto tutta. Perché qui le lapidi non le fanno bianche, le fanno rosa. Hanno iniziato da poco, da quando hanno voluto risparmiarsi la figuraccia di dover spiegare che quello strano colore era dovuto alle polveri dell’acciaieria. Hanno eliminato l’apparenza e i Riva hanno donato tre fontanelle per annaffiare i fiori lasciati ai morti a cui stavano mancando di rispetto. Funziona così, a Taranto.

La storia di Paolo VI è diversa. Il quartiere è un po’ più lontano dall’acciaieria e quindi si è risparmiato lo strano colore. In compenso, ha il grigio tipico dei quartieri costruiti a misura di operaio e diventati alveari. Fabio ha 28 anni, vive qui in una famiglia con cinque fratelli, dieci nipotini, una madre casalinga e un padre panettiere. A tavola racconta come si vive alla sua età in un quartiere abbandonato da Dio: “Sono stato per sette anni a Pisa, facevo il carpentiere poi il lavoro non c’era più e sono tornato a Taranto. Ma qui non si trova niente, le agenzie interinali ti offrono solo posti per poco tempo, mal pagati, oppure ti mandano a Belluno o a Verona: no grazie. Quindi mi sono ricavato una piccola autofficina nel garage, ma a Paolo VI il tasso di disoccupazione è più alto del resto di Taranto, doveva essere un quartiere popolare, con un’Università, un campo da calcio, uno di basket e invece c’è poco o nulla. Se noi ragazzi usciamo da questa piazza diventa territorio minato, c’è il giro di spaccio delle cosche e non possiamo andare. Ci sono palazzine abbandonate ovunque, tutti sanno che lì vanno a bucarsi, a spacciare e a morire. Ma io non ho mai visto un carabiniere per queste strade”. Dal balcone di casa di Fabio riappare l’E 312 e, come al solito, sta fumando: “Potrei andare là, ma perché? Tutti noi sappiamo che quella è morte, capita di salutare un vicino che dopo due mesi morirà. Meglio un call center”. Al momento dei saluti, Fabio si accende una sigaretta: “Almeno mi avveleno da solo. Questa è una città avvelenata, l’abbiamo voluto noi in cambio di un po’ di pane”. I tarantini sapevano che l’acciaieria avrebbe portato inquinamento, l’hanno accettato. Con tutte le conseguenze del caso. Vittorio e Vincenzo Fornaro abitano in campagna in una grandissima masseria dove dividono lo spazio con una trentina di cavalli e altrettanti cani. Hanno 50 ettari di terreno coltivabile e inutilizzabile. Perché contaminato dalla diossina. Così come le loro 512 pecore, abbattute su decreto della Regione l’11 dicembre del 2008. Hanno avuto un risarcimento di 39mila euro, ma il loro progetto di creare un agriturismo per l’ippoterapia è svanito per sempre: “Adesso viviamo alla giornata e pensiamo che quella acciaieria era stata costruita per darci ricchezza…>. La loro madre è morta di tumore, pure Vincenzo si è ammalato e si è operato tre anni fa

Ma il lavoro dov’è? La produzione dell’Ilva è scesa a 8mila tonnellate al giorno, rispetto alle 25mila a pieno regime; 6700 operai, dei circa 16mila totali, sono in cassa integrazione. E le previsioni per il futuro partono dalle oltre 6mila richieste di disoccupazione, il doppio del 2008, arrivate all’Inps nel corso di quest’anno. Nonostante tutto, il sindacato non trova terreno fertile all’Ilva, il tasso di sindacalizzazione è fermo al 35-40%, con la Uilm prima sigla fra gli Rsu (ed è un’eccezione nella siderurgia italiana). Ma c’è di peggio che essere dipendente dei Riva ed è lavorare per le ditte dell’indotto, con contratti a tempo determinato e in condizioni di sicurezza spesso latenti. Dall’anno della sua costruzione, 700 operai hanno perso la vita nell’acciaieria. I Riva sono corsi ai ripari e dal 2008 gli incidenti sono diminuiti del 50%. Ma i Riva non rispondono di quello che succede nelle ditte d’appalto e nell’indotto. Ai cancelli della fabbrica gli operai raccontano di quanto sia complicato sapere di respirare veleni quando non hai alternative per portare a casa uno stipendio. “Solo alla fine degli anni 90 abbiamo capito cosa era questo lavoro e cosa dovevamo fare. – racconta Francesco Rizzo, delegato Fiom – Ma il sindacato è a pezzi, non sa che strada prendere. A livello nazionale, intendo. La Cgil non ha capito che non può diventare un centro servizi”. E’ finito il turno, gli operai escono dai cancelli, alcuni di loro si fermano a parlare. Raccontano di mascherine e protezioni che a volte nemmeno indossano, di un lavoro accettato ma non amato. Hanno la macchina parcheggiata in un’area piena di immondizia. I Riva avevano promesso di ripulirla, non lo hanno fatto. Un’altra delle tante parole date e mai mantenute nella Taranto che tutto subiva e che adesso ne sta pagando il conto. (gli italiani)

Taranto Giamaica

Testi di Andrea Milluzzi- foto di Emiliano Mancuso

Vuoi imparare una cosa buona? Non comportarti mai come Babilonia che produce, consuma, bombarda, che controlla uccide e con le bugie inganna” provate a togliere “Babilonia” e mettete “Taranto”: mancheranno i bombardamenti ma la sostanza non cambia. Taranto produce con l’Ilva, consuma i muri con le sue polveri sottili, uccide con l’inquinamento e con le sue molte bugie inganna coloro che hanno accolto l’acciaieria come la salvezza. Ma “controlla” no, Taranto non controlla. Altrimenti non potrebbero uscire canzoni come questa (fume scure da Terra di conquista) né come le altre scritte e incise da Fido Guido nei suoi tre album. Laddove non arriva la politica o l’informazione c’è, sempre e per fortuna, la musica. In questo caso il reggae.

Il reggae di Paolo VI. Capita spesso di sentire un sound o un ritornello in dialetto passando fra le case popolari o le case bianche (di amianto) di questa periferia della città più inquinata d’Europa. Vengono dallo studio di registrazione che la crew ha tirato su dal nulla. Carlo Giuliani sulla parete, graffiti, 5 o 6 scalini ed ecco il loro piccolo mondo fatto di rimshot e di scale di basso: un paio di divani, computer, mixer, strumenti, microfoni e poster ovunque. Ci sono due ragazzini che stanno provando una loro canzone, hanno 14 e 16 anni, sono cresciuti a polveri sottili e concerti di Fido Guido che li sta ascoltando e non sta nella pelle: “Sto pezzo è proprio bello, sono troppo contento”. Guido racconta che questi ragazzi vengono a vederlo da quando avevano 10 anni e che piano piano hanno imparato da lui e con lui come si possa fare musica di protesta a Taranto “e se uscisse qualcun altro sarebbe una cosa proprio bella. Il mio obiettivo è migliorare la coscienza delle persone, provare ad emanciparle a guardare oltre il proprio culo. Più siamo a farlo e meglio sarà, senza alcuna competizione. Faccio musica proprio per uscireda questi meccanismi….”.

Zuingo comunication è l’etichetta discografica, il reggae a Taranto sta spopolando “e non è dovuto solo al fatto che la gente si sta svegliando. – spiega Guido – Qualche anno fa c’era il mutismo, adesso non c’è più rassegnazione. Ci sono un sacco di quartieri popolari che conoscono bene la realtà che cantiamo. Sono persone che vorrebbero vivere bene a Taranto e io credo che la musica, le parole che cantiamo possano essere importanti per muovere qualcosa”. Infatti i concerti in città sono seguiti sia dai nonni che dai nipotini, e quando la troupe di Marpiccolo è arrivata a Taranto non ha potuto fare a meno di ascoltare le canzoni che uscivano dalle macchine e dalle case di Paolo VI. E’ così che Fido Guido ha fatto le musiche per il film che racconta questa realtà. Fuori dallo studio c’è un quartiere con le sue linee di confine. Basta fare pochi metri e entriamo nel territorio minato delle cosche, quello dove lo spaccio e il consumo di eroina è diffuso e tollerato, dove gli stabili dimenticati nelle promesse di chi voleva un quartiere operaio a misura d’uomo sono gli habitat naturali per fare affari o cercare un rifugio sicuro per abbandonarsi alle allucinazioni. “Là noi non possiamo entrare, ma non ci ho nemmeno mai visto un carabiniere” racconta Fabio, alias BimBoomBam, uno dei primi dj reggae tarantini. Fabio ha sette fratelli, convive con la sua compagna ma non salta un pranzo a casa dei genitori. Dalla finestra di camera sua si vede il camino dell’Ilva, lui sta facendo di tutto per non finirci a lavorare. E’ stato fuori, in cerca di lavoro, si è affidato alle agenzie interinali una volta tornato a casa, “ma non offrono niente di diverso a uno sfruttamento. No, grazie”. Adesso ha aperto una piccola officina meccanica sotto casa e grazie a quella va avanti. Fa una vita diversa rispetto ad Antonello che ha 36 anni, gli ultimi 9 dei quali passati nell’area a caldo dell’acciaieria. Adesso è appena rientrato al lavoro, da settembre è in cassa integrazione e lavora quattro settimane, poi ne passa due a casa: “E’ la prima volta che succede da quando ci lavoro e non è facile rientrare dopo 15 giorni lontano. L’Ilva dice che c’è la crisi dell’acciaio, ha mandato a casa 600 persone e ha messo noi in cassa integrazione”. La promessa di lavoro di cui si è sempre alimentata l’acciaieria sta quindi venendo meno: “Stanno facendo di tutto per togliersi di torno i giovani che magari usano droghe o gli anziani che stanno aspettando la pensione. Poi ci sono tanti colleghi che stanno chiedendo la mobilità perché pensano di tornare ai loro paesi- racconta Antonello – L’azienda favorisce questi esodi perché il lavoro è sempre meno e stanno comprando acciaio dalla Cina. Io stesso sto cercando un altro lavoro”. L’età d’oro dell’acciaio sembra quindi sul viale del tramonto, ma questi ragazzi non si lasciano scoraggiare: “Non si può stare dentro l’Ilva. Appena esci hai il mal di testa, il mal di stomaco, non ci senti più, sei sempre stanco. Poi vedi l’amico, il collega o il parente che si ammalano. L’altro giorno mi ha detto di essersi ammalato un mio amico di 38 anni, non è possibile”. Via dall’Ilva, ma non da Taranto: “No, non me ne andrei perché mi mancherebbe troppo. Paolo VI è Paolo VI, io da poco non abito più qui, sto alla città vecchia. Ma ogni volta che mi faccio un giro in macchina finisco qua. E poi perché dovremmo lasciare la nostra città quando possiamo migliorarla?”. Sono le cinque e mezza di mattina, è tempo di svegliarsi per andare all’unico bar aperto di Taranto vecchia, dove tutti gli operai dell’Ilva del primo turno fanno colazione. Antonello va al lavoro, l’Ilva butta fuori i suoi fumi che vanno ad inquinare i colori dell’alba sul Marpiccolo.

Tamburi è il quartiere rosso. Le case sono sotto al condotto che porta il coke dentro l’acciaieria e dietro il muro che le separa dal colosso si vedono le montagnette colorate delle polveri della produzione. Il cimitero di Tamburi è diventato rosa. Danilo ha 22 anni e lavora là come manovale. Danilo è un esempio dell’influenza della musica. Prima “non mi fregava un cazzo di niente”, era un paraculo, ossia qui ragazzi che anche a Paolo VI riescono a pensare solo a abiti firmati e discoteca. Poi ha scoperto l’hip-hop, “mi sono appassionato” e la sua vita è cambiata. Anche lui vive in casa con il padre operaio dell’Ilva, la madre e un fratello. Conosce da vicino l’oblio a cui molta gente del quartiere è costretta. Soli contro i veleni dell’acciaieria, soli dentro case d’amianto “che quando si rompono dobbiamo aggiustare da soli, perché nessuno viene. Ma quando si rompe l’amianto è ancora più pericoloso”. Mille problemi, mille solitudini. Ma nessuno scoramento, zero voglia di mollare tutto. Ne sa qualcosa Simona, che da Taranto se ne era andata e adesso è tornata per lasciarci almeno un po’ della sua vita. Finite le superiori, la ragioniera Simona decide di abbandonare la sua Taranto per Rimini, dove lavora per 3 anni. Poi, ancora Taranto per altri 24 mesi. Ma le sta stretta e quindi decide il grande salto: Milano, dove è assunta da Fineco e “dopo 10 anni così, mi sono fermata a guardare la mia vita: 11 ore di lavoro al giorno, più la babysitter per arrotondare, mai un minuto per fare quello che piace a me”. E a Simona piace il reggae, andare ai concerti e seguire il sound del suo ragazzo. Quindi “ho chiesto un’aspettativa e sono andata in Giamaica”. Una mossa coraggiosa che ha pagato: “Ho visto che c’erano tour organizzati per tutto, ma non per la musica reggae che là è nata”. E’ un attimo e l’intuizione diventa concrehttp://www.blogger.com/img/blank.gifta: Simona torna in Italia per due anni, frequenta i musicisti giamaicani e nel 2006 fonda Reh Geh Rd, la prima agenzia che si occupa di questi tour. “All’inizio è stato difficile, la Giamaica è un paese problematico per una ragazza sola e tutti mi dicevano che avevo fatto una cazzata. Ma mi ci sono buttata e soprattutto ho mantenuto un filo diretto con Taranto. Le mie radici sono qua e se non avessi vissuto nei ghetti di Taranto non sarei riuscita a vivere nei ghetti di Kingston. La differenza è il colore della pelle, ma quello che vivono i giamaicani adesso l’ho vissuto io da piccola. Dipende come lo si vive il ghetto, c’è chi riesce a venirne fuori. Cogliere i suoi diversi aspetti arricchisce molto. Adesso io so relazionarmi con tutti e lo devo a Taranto”.

Anche Mariella sta crescendo a Taranto. Ha tre anni e quattro mesi, è la figlia di Fido Guido: “A volte viene con me in studio e fa delle cose allucinanti anche senza volerlo. I bambini sono molto ricettivi, lei ripete le mie canzoni. L’ho sempre detto e lo ripeto: le parole delle canzoni sono importanti quanto le note”. Di più: sono degli insegnamenti.

(gli italiani)

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