sabato 10 ottobre 2009

Gabbatori e gabbati...

Spese gonfiate, l’Ilva trema. La truffa accertata da un’indagine interna e Riva vuole andare in Procura

• Rondelle e tondini pagati al prezzo di quotazione della borsa dei diamanti di Anversa, abbigliamento da lavoro costato quanto un capo da haute couture. È il sospetto sinistro che aleggia sulle forniture all’Ilva di Taranto.
La notizia circola da qualche giorno negli spogliatoi, in mensa, tra i corridoi. Il chiacchiericcio tra le tute verdi, con il passare dei giorni, si è fatto sempre più insistente e avrebbe trovato qualche timida conferma in una indagine interna che sarebbe stata commissionata dal numero uno dello stabilimento tarantino ad un manipolo di uomini di sua fiducia.
L’esito degli accertamenti sarebbe stato devastante al punto da far saltare la mosca al naso di Emilio Riva. Il patron del gruppo siderurgico sarebbe pronto a portare le carte in Procura e non si esclude che nei prossimi giorni varchi la soglia del palazzo di via Marche. Si vocifera si tratti di un affare (tutt’altro che un affare per Riva... ) a doppia cifra con numeri da capogiro. La truffa milionaria ai danni del titolare della più grossa impresa del territorio, capace di impiegare stabilmente circa 13mila dipendenti, sarebbe frutto di un meccanismo ben congegnato e altrettanto ben collaudato. Questa clamorosa cresta sulla spesa sarebbe messa in pratica, stando a quanto si dice, da un paio di grosse imprese che forniscono materiale industriale alla più grande acciaieria del Sud Europa, grazie a qualche «gancio» interno allo stabilimento.
La notizia, che, come si diceva, viaggia su «radio Ilva», avrebbe trovato in queste ore le prime ammissioni confidenziali in qualche fonte molto attendibile. E, stando sempre a quanto si dice, sarebbe giunta anche all’orecchio del procuratore capo della Repubblica Franco Sebastio. Emilio Riva, dopo una lunga e certosina indagine interna, avrebbe letteralmente perso la pazienza. L’imprenditore milanese che ha stabilito in riva allo Jonio il core business delle sue attività, avrebbe messo tutto nero su bianco e sarebbe sul punto di presentarsi in Procura per denunciare i fatti dettagliatamente all’autorità
giudiziaria.
Nuvole minacciose si addensano, dunque, sullo stabilimento siderurgico di Taranto. L’accertamento interno sarebbe stato avviato già da alcuni mesi. Il risultato delle indagini sarebbe sconcertante. Tutto sarebbe nato dalla volontà di razionalizzare le spese. Facendosi i conti in tasca, Riva avrebbe notato una macroscopica sporporzione tra le forniture che arrivano in azienda e la cifra pagata alla consegna della merce. Incrociando i numeri, l’imprenditore lombardo avrebbe scoperchiato il classico vaso di Pandora. Dopo una prima serie di controlli a campione, la verifica delle spese starebbe riguardando ora i conti dei magazzini di ogni reparto e ogni unità produttiva dello stabilimento siderurgico di Taranto.
L’inchiesta, che per ora sarebbe solo un accertamento aziendale, senza il coinvolgimento della Procura, rischia di diventare il più grosso terremoto mai registrato nella città delle ciminiere.
MARISTELLA MASSARI (La Gazzetta di Taranto. p.IV)

La scheda del siderurgico Al lavoro 13mila dipendenti diretti quest’anno 5mila in cassa integrazione

Lo stabilimento siderurgico di Taranto rappresenta una risorsa strategica non solo per il Gruppo Riva ma anche un’importante realtà per l’economia regionale e nazionale. L’Ilva, a Taranto, ha circa 13mila dipendenti diretti ed un indotto che ha superato anche le 5mila unità. I primi mesi del 2009, a causa della crisi economica mondiale, sono stati caratterizzati da un massiccio ricorso alla cassa integrazione che ha coinvolto quasi metà stabilimento. La situazione, però, tende a migliorare con un progressivo rientro in fabbrica dei cassintegrati. Tra gli elementi più significativi, bisogna ricordare che lo stabilimento dispone di pontili in concessione in autonomia funzionale a cui attraccano circa 1300 navi l’anno che forniscono intorno ai 20 milioni di tonnellate all’anno di materie prime e prelevano l’85 per cento dei prodotti finiti generati dagli impianti di produzione. Nello stabilimento di Taranto, inoltre, ci sono dieci batterie di forni per carbon coke; cinque altoforni; due impianti di agglomerazione minerale ed altre aree produttive in cui si lavora l’acciaio in varie e numerose forme.

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