martedì 11 settembre 2012

Ma c'è qualcosa che va bene in Ilva?

Ilva, controlli continui su discariche e nastri

Verifiche sulle discariche e sulle modalità di manutenzione dei nastri trasportatori. Le ha disposte il procuratore capo Franco Sebastio nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale che lo scorso 26 luglio ha portato al sequestro preventivo di sei impianti dello stabilimento siderurgico dell’Ilva. Le discariche per rifiuti speciali non pericolosi esistenti nel perimetro dell’acciaieria più grande d’Europa in verità non sono state interessate dal provvedimento di sequestro ma sui due impianti, come rivelato ieri dalla Gazzetta, è da tempo che si concentrano le attenzioni degli inquirenti per alcune anomalie riscontrate nel corso degli anni e riemerse prepotentemente negli ultimi mesi, durante le visite ispettive fatte dai consulenti nominati dal gip Patrizia Todisco.
Diverse sono state le prese di posizione nel tempo sulla delicata vicenda. Secondo Legambiente, «in merito alla diossina, ad esempio, l’attenzione deve essere rivolta all’efficacia degli elettrofiltri installati sull’agglomerato per impedire la dispersione delle polveri captate e alle modalità di smaltimento delle stesse nelle discariche interne. Le polveri, in base al loro livello di contaminazione da diossina, sono destinate a differenti tipologie di discariche. Non risulta però che vengano effettuati adeguati controlli nel merito». Ma risale addirittura al 2007 la segnalazione alla Procura e all’Arpa fatta dal presidente di Altamarea Biagio De Marzo sugli elettrofiltri che servono alla «depolverazione» dei fumi delle ciminiere. In pratica questi strumenti trattengono le sostanze nocive (tra le quali anche la diossina) ridotte in polveri ed emesse dai camini. De Marzo chiese alla procura e all'Arpa di attivarsi per sapere in che modo l'Ilva provvedesse alla loro «manutenzione e pulizia». Dal 2007, anno in cui De Marzo si rivolse alle autorità, di cose ne sono accadute. Ma la questione elettrofiltri non è finita nel dimenticatoio, pur restando in disparte rispetto all’inchiesta che ha portato al sequestro dell’area a caldo. Secondo quanto risulta all’Arpa, «le polveri derivanti dall'abbattimento dell'impianto di agglomerazione Ilva vengono classificate come rifiuto con codice Cer 100208 "rifiuti solidi prodotti dal trattamento dei fumi diversi da quelli di cui alla voce 100207" e pertanto come rifiuti "non pericolosi" e smaltiti in discarica per rifiuti non pericolosi di proprietà Ilva, all'interno dello stabilimento di Taranto», vicenda sulla quale i carabinieri del Noe di Lecce faranno delle verifiche approfondite nelle prossime ore dopo che ieri hanno effettuato un blitz nel siderurgico, sequestrando una partita di argilla proveniente da una cava di Ginosa Marina e destinata alle discariche dell’Ilva.
La Procura vuole, peraltro, vederci chiaro sull’attività di manutenzione svolta sui nastri trasportatori che portano i minerali dal porto ai parchi. A quanto pare, la pulizia dei nastri viene fatta con modalità tutt’altro che regolari, in quanto quando i nastri si bloccano per delle incrostazioni, vengono ripuliti tramite forti getti di acqua o con interventi di tipo manuale, con i materiali di risulta che vengono stoccati nei parchi minerali senza le necessarie precauzioni e autorizzazioni.
La Procura, insomma, prosegue senza soste sul fronte Ilva in attesa di avere dai custodi indicazioni precise sugli impianti che si possono spegnere senza subire danni; sugli impianti che si possono tenere accesi senza farli produrre; su quelli che invece occorre comunque far produrre per non trovarsi al cospetto di danni irreversibili. Perché in assenza di proposte concrete da parte dell’Ilva, e concrete non erano quelle formulate dal presidente Ferrante l’altra sera nel corso dell’incontro svoltosi a palazzo di giustizia, la priorità dei magistrati resta l’immediata attenuazione delle emissioni inquinanti.
Domani, intanto, i sindacati metalmeccanici incontreranno prima l'azienda e poi i custodi giudiziali cui sono state affidate le aree della fabbrica finite sotto sequestro. Gli incontri sono stati sollecitati dai sindacati per capire se l’esecuzione del sequestro senza facoltà d’uso degli impianti avrà nell’immediato futuro ripercussioni occupazionali. (GdM)


lva, niente sequestro per discariche diossina. La procura le dimentica

Cosa accade nelle due discariche esistenti ormai da anni nello stabilimento siderurgico dell’Ilva? Quali rifiuti vi vengono smaltiti e quali controlli vengono effettuati? A sollevare dubbi è l’esponente dei Verdi di Statte Vincenzo Conte, perché i due impianti in questione si trovano nel territorio dell’ex borgata di Taranto, divenuta autonoma venti anni fa, e non sono stati toccati dal provvedimento di sequestro firmato dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco lo scorso 25 luglio.

«La magistratura - dice Conte - ha provveduto al sequestro dell’area a caldo del siderurgico ma non ha preso in considerazione le discariche dell’Ilva che da sempre operano in una situazione di totale anarchia e in violazione di tutte le prescrizioni, come dimostrano i 4 sequestri compiuti nel tempo dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce. In quel sito, vorrei ricordare, è stato smaltito tutto l’amianto rimosso dai reparti Ilva dal ’92 in poi in quanto dichiarato fuori legge. Durante i giorni di forte vento da nord-ovest, proprio dalle discariche in questione, si solleva una colonna di polvere che copre la città di Taranto. Siamo convinti - prosegue Conte - che quelle polveri sono molto più pericolose delle polveri che sprigiona il parco minerario: per queste ragioni chiediamo alla magistratura che venga sequestrato il sito in questione e che si dia inizio ad un’opera di bonifica del suolo e di messa in sicurezza della falda, ormai fortemente compromessa dagli inquinanti».

La denuncia di Conte in effetti trova conferma nelle carte processuali. Nel provvedimento di sequestro dell’area a caldo, il gip Todisco scrive infatti che «nella campagna di rilevazioni effettuate a giugno 2007 l'Arpa Puglia evidenziava un'attività emissiva di diossine chiaramente superiore ai limiti ottimali di altre realtà industriali. Non solo già allora evidenziava anche una gestione illecita delle polveri degli elettrofiltri. Invero, evidenziava l'attribuzione di codici Cer per rifiuti non pericolosi a tali polveri che erano perciò smaltiti in una discarica sita all'interno dell'Ilva» . Secondo quanto risulta all’Arpa, «le polveri derivanti dall'abbattimento dell'impianto di agglomerazione Ilva vengono classificate come rifiuto con codice Cer 100208 "rifiuti solidi prodotti dal trattamento dei fumi diversi da quelli di cui alla voce 100207" e pertanto come rifiuti "non pericolosi" e smaltiti in discarica per rifiuti non pericolosi di proprietà Ilva, all'interno dello stabilimento di Taranto». Per l’Arpa, però, «le polveri in realtà non potevano essere smaltite nei modi effettuati dall'Ilva trattandosi di rifiuti pericolosi (un campione) ovvero non pericolosi (tre campioni) da smaltire comunque in discariche per rifiuti pericolosi». Quattro anni fa l’Arpa segnalò agli organi competenti la commissione di ipotesi di reato legate allo smaltimento illecito di tali rifiuti ad opera dell’Ilva ma nulla è accaduto sinora, nè riguardo al profilo prettamente penale, nè per l’aspetto amministrativo, considerato che quelle discariche sono utilizzate dal gruppo Riva in forza prima di una determina dirigenziale della Provincia risalente al 2006 e poi per l’Autorizzazione integrata ambientale ottenuta nell’agosto del 2011.
Il giudice Todisco non usa parole tenere sulla vicenda. «La dissennata e criminale gestione delle polveri degli elettrofiltri appare in tutta la sua gravità - si legge nel provvedimento di sequestro dell’area a caldo - da un video allegato ad un esposto firmato dall’on. Angelo Bonelli e dai professori Fabio Matacchiera e Alessandro Marescotti nel quale è riportato un servizio filmato della Rai (TV7 – I figli dell’Ilva) mandato in onda il 9 marzo scorso in cui è evidentissima la dispersione incontrollata di polveri che fuoriescono dai Big-Bag durante la loro movimentazione. Il video appare più eloquente di qualsiasi commento e lascia sconcertati ove si ponga mente alla circostanza che è proprio il contenuto di diossina di quelle polveri che è stato ritrovato nei terreni e negli animali». Polveri poi smaltite con modalità ancora da chiarire in luoghi probabilmente tutt’altro che idonei. (GdM)

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