martedì 24 luglio 2012

Opinions...

Dalla green economy all'Ilva: il tempo delle scelte sta per scadere

Se come dice il premier Mario Monti siamo in guerra, bisogna subito stabilire quali sono i campi di battaglia, con quali strumenti vogliamo e possiamo affrontarla, e con quale obiettivo la stiamo combattendo. Alla prima domanda sembra chiaro che un fronte sia quello europeo e l'altro quello nazionale. A livello europeo è in gioco la sopravvivenza stessa dell'Euro causata dal bombardamento dei mercati finanziari che hanno individuato nelle deboli strutture comunitarie e nelle divisioni interne la strada per fare profitti sulle macerie del Vecchio Continente. Uno scontro epocale per affrontare il quale bisogna capire quali strumenti si hanno a disposizione. Tecnicamente, ci spiegano gli esperti, è la Banca centrale europea l'unica arma in grado di colpire la speculazione e ripagare la finanza della stessa moneta. Ma se abbiamo capito qualcosa dalle crisi che si sono succedute in Europa e nel mondo, la guerra sarà vinta solo quando i tempi delle decisioni democraticamente prese saranno proporzionati a quelli dei mercati finanziari. Altrimenti non si salva nessuno, come dimostrano gli outlook negativi persino di Germania, Olanda e Lussemburgo. Non può essere come ora: solo un click per spostare ingenti capitali, versus un summit al quale - come l'ultimo, giudicato peraltro un successo - occorrono mesi di fermentazione per una possibile risposta alle bordate del ‘nemico' sottoforma dei colpi di spread. Ma l'Italia, se vuole risollevarsi davvero, deve principalmente stabilire da dove vuol ripartire, e solo l'industria è la risposta. Una politica industriale capace di ridare fiato all'economia nazionale, che non può non essere che ecologica. L'altrimenti detta eco innovazione "made in Italy"; e qui gli strumenti sono quelli di "governo". Sgravi, incentivi, aiuti, accordi internazionali finalizzati alla ri-costruzione di un tessuto manifatturiero da sempre eccellenza del Belpaese, attaccato come le cozze allo scoglio della sostenibilità ambientale e sociale.

Un'industria che riduca l'uso di energia e di materia (come peraltro indica anche la Commissione Ue). Un'economia ecologica vera - ottime in questo senso le prime indicazioni provenienti dall'assemblea programmatica in preparazione degli stati generali della green economy - che punti sul riciclo, sul riuso, sulla produzione di materiali ecologicamente avanzati in grado di essere più resistenti e più facilmente riutilizzabili e riciclabili. Oltre ovviamente all'energia rinnovabile e - sarebbe fondamentale - la manutenzione del territorio, quell'ambiente fragile purtroppo tragicamente famoso.

Tutto questo per un obiettivo finale che non può non essere quello del cambio di modello di sviluppo, non più fondato sulla crescita infinita, ma che scelga cosa deve o non deve crescere. Un nuovo welfare, dentro un nuovo modello di sviluppo che crei posti di lavoro e una qualità della vita migliore socialmente e ambientalmente.

E quanto sta accadendo all'Ilva di Taranto, come con altre problematiche a Piombino, è paradigmatico di quanto andiamo dicendo. Se è vero che l'industria siderurgica ancora oggi dà migliaia di posti di lavoro e al sud l'Ilva è forse l'ultimo avamposto della grande industria, non si può guardare solo all'oggi, ma a cosa accadrà di qui a qualche anno nel resto del mondo per capire come agire. Bisogna dare una risposta alla domanda se il futuro dell'industria italiana può essere ancora la siderurgia e se può essere questa siderurgia. Capire, come ci hanno spiegato quelli bravi, che il rallentamento progressivo della locomotiva cinese con tutta probabilità porterà presto a una loro sovracapacità nella produzione di acciaio che giocoforza sarà riversata anche in Europa. Acciaio di ottima qualità e a buon prezzo prodotto in acciaierie assai più moderne delle nostre. Se non si fanno i conti con questa realtà prossima, non si prevedono riconversioni degli stabilimenti, si pensa magari come negli anni passati che chiusa una fabbrica si bonifica e ci si dà al turismo, si rischia l'ennesimo errore d'analisi che non salverà né i posti di lavoro, né l'ambiente, né migliorerà la salute pubblica. Il mondo è cambiato, o ci si adegua e si tenta di governare questo cambiamento e i partiti politici si caricano sulle spalle l'onere di dare risposte concrete ai livelli a cui queste risposte devono essere date, oppure è il cambiamento degli altri che ci seppellirà. Come dicono i manager in modo schematico o si è parte della soluzione o si è parte del problema. Alessandro Farulli (greenreport)

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