mercoledì 20 novembre 2013

Ilva. Io ve lo avevo detto (e scritto)

L'intervista al giornalista Carlo Vulpio su L'Unità
di Salvatore Maria Righi
Parliamo di Ilva e di Taranto con Carlo Vulpio, un collega del Corriere della Sera che, come inviato, da oltre vent’anni racconta il mondo e il suo mondo, la Puglia. Nel suo libro “La città delle nuvole”, come in una premonizione, c’è più o meno tutto quello che è successo e sta succedendo a Taranto. Il volume è del 2009.
Cominciamo dalla fine, dal caso Vendola. Il presidente si difende dalle accuse e replica che la sua storia non si tocca.
Scusi, lo dico senza polemica, ma cosa si intende con questo? Quale storia, mi chiedo? Credo che la storia delle persone si faccia con atti concreti, non con sorrisi e belle parole. Questo non vale ovviamente solo per lui, ma per tutti quelli che fanno passerelle, ma lasciano le cose come stanno. Lo stesso discorso potrebbe valere, per esempio, anche per il presidente della Camera, Boldrini, riguardo al tema immigrati.  O per quelli che combattono la mafia solo facendo comizi . Il nome del partito di Vendola parla di ecologia e libertà, ma se è per questo a Taranto anche il tanto vituperato Cito  faceva comizi contro l’Ilva. Anzi, da un certo punto di vista è stato più ambientalista di lui, perché diceva in pubblico che la voleva radere al suolo”.
 Il tema della corruzione ambientale al centro dell’inchiesta della Procura sembra il vero male di Taranto.
Non è una novità, sono situazioni che c’erano già ai tempi dell’Italsider, quando la fabbrica impiegava 30mila persone, pagava lo Stato e ai sindacati andava bene tutto, perché per loro significava fette di potere e tessere. Così come il problema ambientale che c’è da sempre, perché da sempre ci sono stati dati e numeri taroccati, denunce ignorate e magistrati che si giravano dall’altra parte. Il clima è cambiato di ognuno con tutti, diciamo così, è cambiato solo dopo, quando sono arrivati i morti come una lugubre cambiale all’incasso, per colpa di veleni come la diossina, il benzoapirene e l’arsenico in una sequenza precisa che ha fatto piangere intere famiglie: la malattia, la morte e alla base di tutto l’inquinamento”.
 Molti parlano di catastrofismo..
Catastrofe vuol dire cadere giù, ecatombe era il sacrificio di 100 buoi, a Taranto sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame, quindi anche etimologicamente non c’è nessuna forzatura. In realtà, è dagli anni Novanta che con dati e numeri alla mano ho respinto al mittente certe accuse. E non è vero che ho fatto da amplificatore alle inchieste e ai magistrati, casomai il contrario. Mi spiace doverlo dire, ma nel mio libro che è stato presentato quattro anni fa al Salone del libro di Torino, c’è tutto quello che contengono gli atti della procura. Il problema della salute era già presente a metà degli anni Novanta, anche se all’epoca si vedeva soprattutto dal punto di vista degli operai dell’Ilva, più che della popolazione”.
 Il procuratore Sebastio, più volte, ha parlato del ruolo da supplente che è toccato alla magistratura.
Ma questo succede ovunque in Italia, non solo lì, come si può vedere dalle inchieste aperte nel nostro paese. A volte è giustificato, a volte no. Di certo a Taranto c’è stato un vuoto radicale della politica per tutti questi anni, ma queste situazioni dovrebbero trovare una soluzione prima che intervenga la magistratura, che arriva quando ormai le cose sono degenerate e che comunque non è un corpo immacolato dello Stato. Anche la magistratura, a volte, compie forzature, anche se non è il caso di quella di Taranto. Certo tutto questo potevano farlo prima, in quella Procura. Perchè tutto quello che è venuto fuori ora, su Taranto, lo sapevano tutti da una vita. Non è stata certo una sorpresa”.
 Era l’unico modo per spezzare il patto scellerato che ha soffocato Taranto?
L’intera classe politica che si è succeduta negli anni non ha fatto niente per la città, e questo ha giovato a tutti, sia nel periodo dell’Italsider che in quello Ilva. Lo stesso Vendola, nella telefonata di cui si è parlato in questi giorni, dice una cosa molto illuminante: il nostro miglior alleato è la Fiom. All’origine di tutto questo, però, credo ci sia un problema più generale e culturale legato alla parola lavoro”.
 Cioè?
La sua sacralizzazione dettata dall’articolo 1 della Costituzione, il fatto che in suo nome si possa anche arrivare ad uccidere e avvelenare. Certamente è un valore primario, basilare, ma non può essere un totem che condiziona tutto il resto fino alle estreme conseguenze. L’articolo 1 dovrebbe essere fondato sulla persona umana, non sul lavoro”.
 Questa storia, invece, è stata impostata sulla dicotomia salute-lavoro.
E’ un dibattito vecchio di un secolo, fuori luogo riproporlo ancora adesso. Il tema non è essere pro o contro l’acciaio, per dire. Il punto è produrre acciaio con le migliori tecnologie possibili, perché una sola vita persa per l’inquinamento vale più delle centinaia di milioni di euro dei profitti. Il punto è ripensare quella fabbrica con un modello industriale più adatto ai tempi, più piccolo e più adatto al mercato e alla compatibilità ambientale, come succede in tutti i paesi sviluppati come Germania o Stati Uniti, dove stabilimenti grandi ed inquinanti come l’Ilva sono stati trasformati in fabbriche modello anche come impatto su salute e ambiente”.
 Però ci vogliono soldi. Molti soldi.
Gli esperti veri, i tecnici che davvero ne sanno, dicono che ci vogliono 8-10 miliardi per risanare l’Ilva e trasformarla in una fabbrica moderna. La domanda allora è conviene spenderli o abbattere il mostro? Non è una questione giudiziaria o di mercato, così come è ora, Ilva è condannata a chiudere perché è una fabbrica obsoleta e decrepita. Ed è probabile che la proprietà cerchi di arrivare alla fine delle autorizzazioni derivanti dal protocollo di Aarhus per poi chiudere i battenti”.
 Cosa può succedere, ora?
Le strade sono due, secondo me. Il rischio è che ci si accontenti di quello che loro chiamano ambientalizzazione, interventi minimi per 300-400 milioni che non possono fare quasi nulla, considerando le vere cifre che servirebbero. Oppure, con più coraggio e tanti più investimenti, si cerca di percorrere la strada della bonifica che vorrebbe anche dire, seppure in ritardo, riprendersi da una sventura immensa e recuperare il tempo perso. Si potrebbe dare lavoro per decine di anni a migliaia di persone, dopo la chiusura dell’Ilva”.
 Ma al momento pagherebbe lo Stato, non chi ha inquinato.
Il principio del chi inquina paga è sacrosanto, ci mancherebbe. Ma la politica e chi fa scelte per la collettività non possono aspettare le decisioni della magistratura. Per cominciare il processo di bonifica e pulizia, per ridare un futuro alle persone, il primo passo tocca allo Stato, poi finito il processo toccherà ai responsabili risarcire gli italiani. L’importante è che cambi il modello industriale di riferimento”.
 Si riferisce alla riconversione dell’Ilva?
Faccio l’esempio di Pittsburgh, negli Stati Uniti, che era la capitale mondiale dell’acciaio e che aveva un impatto inquinante simile. Adesso gli Usa producono il 60% dell’acciaio con materiali di recupero, quindi senza produrre, e per il resto lo ricavano da impianti puliti. In Germania c’è il limite di 0,1 nanogrammi di benzoapirene per metro cubo, e lo rispettano tutti. Da noi ci sono impianti vecchi e chi sostiene queste cose è subito accusato di anti-industrialismo. Di essere un incosciente. Incosciente, invece, è chi uccide le persone avvelenandole. A Taranto c’è l’occasione per ripensare tutto il modo di fare siderurgia, con l’utilizzo di quello che il progresso mette a disposizione come la bioingegneria e le nanotecnologie. Dire queste cose non significa non volere l’acciaio, significa togliere l’idea della sua centralità quantitativa. Acciaierie come l’Ilva di oggi non le vogliono più nemmeno in paesi in via di sviluppo come il Pakistan, dove i contadini hanno accolto a fucilate chi ne voleva fare una”.
 Taranto si può ancora salvare?
E’ tardi, tardissimo. La politica non ha fatto altro che entrare a gamba tesa per metterci una pezza, ma mai in modo decisivo. I protocolli e le intese firmate da Regione e governo nel corso degli anni sono come quelli dei saggi di Sion, poco più che carta straccia, perché sono state petizioni di principio, larghe intese e mai niente di concreto. Se dovessi puntare un euro sul futuro, la logica indurrebbe ad essere pessimista, perché non c’è niente che non faccia pensare a questo, ma preferisco sospendere il giudizio con un atteggiamento più da storico: vediamo cosa succede”.
 Intanto la strage continua: gli ultimi dati epidemiologici sono impressionanti.
E’ una strage silenziosa che dura da sempre, c’erano tutti i sintomi già tanto tempo fa. Ma già allora si occultavano notizie, non si dava un quadro chiaro della situazione e intanto si riempiva tutto di veleni, la terra, l’aria e il mare. Dico solo un particolare per fare capire tutto: il controllo delle emissioni, che nominalmente toccava alla Regione attraverso l’Arpa e i suoi organismi, era di fatto affidato ad una compagnia che faceva capo ad Ilva”.
 Chi controlla i controllori, il problema dei problemi.
Infatti il problema di persone come il direttore Giorgio Assennato, che compare anche tra i nomi dell’inchiesta, è che sono cariche di nomina politica, in questo caso dalla presidenza regionale, quindi non faranno mai nulla che non sia gradito a chi lo ha messo lì. Ci vorrebbero entità diverse non comunicanti tra loro”.
 Il libro e tutto il resto: mai pentito di aver remato contro?
Mai, assolutamente. Per meglio dire, non sono e non voglio essere come altri, non voglio vivere di rendita sui morti e sulla drammaticità delle situazioni. Ho avuto la soddisfazione di essere stato un organo di libertà, di averci creduto e di aver fatto questo mestiere senza influenze e pregiudizi politici. Se mi chiedono perché non sono diventato direttore del Corriere della Sera, potrei dire che c’entrano anche queste cose, ma ho fatto una scelta e non mi sono mai pentito, nemmeno un giorno, di averla fatta”.

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