domenica 31 maggio 2009

Tanto per fare qualcosa...

Il corteo sfila in città e rilancia l’emergenza del mondo del lavoro
FULVIO COLUCCI

In piazza più bandiere che persone. In strada un lungo corteo che riassume la crisi: dall’Ilva a Miroglio, da Natuzzi all’Arsenale. E’ la manifestazione organizzata dai sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, con tutti gli «ammortizzatori» del caso. Comprese banda e gonfaloni. Guai a pronunciare la parola «sciopero», guai a perdere un giorno di lavoro, guai anche solo pensare che le istituzioni vadano prese per la giacca e «scosse»: a fine anno la cassa integrazione all’Ilva scade; di fronte c’è il baratro dei licenziamenti per i lavoratori in esubero (da giugno più di 6mila 500). Se la crisi continua anche nel 2010 non sarà un’ipotesi di scuola, ma una realtà contro la quale sbattere il muso. Perché siamo a corto di tavoli istituzionali e, soprattutto, il governo, per Taranto, più di tanto non sembra fare.
E’ la manifestazione in cui la tara degli effetti scenici decide sul lordo e sul netto dei numeri. Bandiere, inquadrature che dilatano come gli specchi deformanti al luna-park. Il sindacato gonfia il petto: «Siamo in 6mila». Ma i giorni della Vertenza Taranto sono lontani. Seimila è numero approssimativo. Per eccesso. L’exploit è durante la sfilata dai cancelli dell’Arsenale a piazza della Vittoria. Complice la minaccia di pioggia, lavoratori, pensionati, disoccupati si danno da fare e rimpinguano il serpentone. Ma il tetto resta quello: qualche migliaio di anime. Non si va oltre. L’acqua, in agguato, potrebbe non lasciare scampo. Preferibile il mordi e fuggi: la sfilata sì, il corteo no. Fuga per le vie laterali quando si tratta di ascoltare. Avrà giocato la paura di piazza della Vittoria, il suo ambiguo essere teatro della manifestazione sul lavoro proprio nei
giorni in cui ospita gli ultimi sgocciolii di una campagna elettorale mai così aderente alla città di serie C: pochi leader nazionali, la loro paura di mettere piede nella Taranto della crisi nella crisi, del declino industriale, dello sfascio di una idea di Mezzogiorno di cui la stessa politica è colpevole.
Forse chi sfilava non voleva essere confuso con i fan di questo o quel candidato. Politica e sindacato meditino: scegliere di commutarsi, puntando a una manifestazione né carne né pesce, né slogan elettorale né protesta, può essere stato un calcolo errato. Perché non dà la sensazione dell’unità, ma rischia piuttosto di offrire l’immagine della casta se non si grida dal palco che unità vuol dire evitare di trasformare in licenziamenti gli esuberi all’Ilva piuttosto che alla Natuzzi.
Spuntano interrogativi scomodi: perché non ascoltare i leader sindacali? Dov’erano i lavoratori in cassa integrazione? Dov’è la città che intende il lavoro come fattor comune e non come elemento di divisione? Forse il valore che questa città dà alla parola lavoro e all’aggettivo industriale insieme è davvero, ormai, vicino allo zero. La parola lavoro sporcata, troppe volte assai, dal profitto, dall’inquinamento, dall’ac - quiescenza politica, dall’inerzia sindacale. Anni lontani ormai. Ma i nodi arrivano al pettine. Allora si capisce perché la manifestazione di ieri trasformi il suo titolo in un doppio interrogativo: Contrastare la crisi? Programmare lo sviluppo? Le risposte le soffia il vento in faccia a chi ieri rimuginava le ultime cifre: quasi cento aziende tarantine ricorrono a cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà.
Che fare? I sindacati se lo chiedono, ma andare sottobraccio con sindaci, assessori e presidenti non basta più. La crisi si risolve qui, vero. Però, però. «In Germania avete visto? I sindacati hanno fatto le barricate e Opel è finita in mano a chi tutelava di più i posti di lavoro» bisbigliava qualcuno, sventolando la bandiera. Chi ha il coraggio di provarci? (la Gazzetta di Taranto, p.2)

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