martedì 17 aprile 2012

Se i muri (della procura di Taranto) potessero parlare...

da Lettera43

VERSO LA SENTENZA

Ilva, processo al disastro

Taranto fa i conti con l'emergenza ambientale e il lavoro.

di Antonietta Demurtas

da Taranto

Se i muri potessero parlare, quelli della procura di Taranto direbbero che sull'inchiesta che vede indagati cinque dirigenti dell’Ilva per disastro ambientale, il rinvio a giudizio è vicino. E che prima dell'estate dovrebbe aprirsi un processo penale che potrebbe stravolgere giurisprudenza e imprese italiane ben più del caso Eternit.
Questa volta, infatti, fra gli imputati non c'è un'azienda chiusa da 20 anni, ma un impianto siderurgico attivo che impiega 11.600 dipendenti diretti, più 2.500 dell'indotto.
DISASTRO AMBIENTALE. Una responsabilità che grava sulle spalle del piccolo tribunale di Taranto e del procuratore capo Franco Sebastio. Che ha avviato una complessa indagine nei confronti dei responsabili dell’impianto siderurgico in relazione alle gravissime ipotesi di reato (disastro doloso, avvelenamento di terreni e sostanze alimentari, danneggiamento aggravato e violazioni alla normativa in materia di inquinamento atmosferico) in danno alla comunità.
Sull'esito del procedimento, però, il procuratore non esclude alcuna possibilità, neppure l'archiviazione del caso. «Stiamo valutando. Il nostro compito è fare chiarezza», dice a Lettera43.it.

«La vita di una persona non può essere barattata con 10 mila posti di lavoro»

Per ora a parlare è una perizia medico-epidemiologica disposta dalla procura che ha rilevato una connessione tra le malattie, le morti causate da tumori e l'inquinamento prodotto dall'Ilva. Accertati 174 decessi per tumore in sette anni. In particolare, nei quartieri Tamburi e Borgo, a ridosso dell'acciaieria, sarebbe stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto al resto della città.
Quanto allo stato di salute degli operai della industria siderurgica, il quadro di compromissione, scrivono gli esperti, «è confermato dall'analisi dei ricoveri ospedalieri con diverse diagnosi di tumori, e malattie cardiovascolari e respiratorie».
LA SCELTA TRA DUE DIRITTI. Ma è proprio sul difficile rapporto tra ambiente e occupazione che la città rischia ancora una volta di dividersi. Ed è sulla difesa di due diritti costituzionali fondamentali come quello alla salute e al lavoro che la procura è chiamata a misurarsi.
Su quale scegliere, però, i dubbi sono subito archiviati: «Nella nostra Costituzione c'è un solo diritto che, non solo ha valore assoluto, ma non accetta il minimo contemperamento anche in presenza di altri diritti tutelati dalla Carta, ed è il diritto alla vita, ovvero alla salute», ribadisce Sebastio.
AL PRIMO POSTO LA VITA. Per il procuratore non esiste quindi un ragionamento del tipo: per 1.000 posti possiamo accettare tre o quattro morti. «Neppure la vita di una sola persona può essere barattata con 10 mila posti di lavoro, la nostra Costituzione è strutturata in questa maniera».
Eppure i tarantini convivono con questi problemi più o meno dal 1965, quando aprì il colosso siderurgico Italsider, l'azienda di Stato ribattezzata poi Ilva negli Anni 90 dal nuovo proprietario, l'imprenditore bresciano Emilio Riva.
LA GIUSTIZIA VIGILA DAL 1982. A chi però si domanda come mai si sia arrivati solo oggi a questo procedimento giudiziario, Sebastio risponde senza esitazioni: «La prima sentenza del tribunale di Taranto con la quale l'Italsider venne condannata per la diffusione delle polveri dei parchi minerari sul quartiere Tamburi la feci io da pretore nel luglio del 1982».
Da quella data in poi ci sono stati almeno altri cinque procedimenti penali dei quali l'attuale procuratore si è sempre interessato e «che si sono tutti conclusi con sentenza di condanna definitiva», sottolinea.
Ora quello che potrebbe aprirsi prima dell'estate è un processo che nasce da tre grossi procedimenti penali avviati circa due anni e mezzo fa, a cui se ne aggiungono altri due per l'esposizione all'amianto di alcuni operai.

Dopo l'indagine della procura a Roma si apre il tavolo Emergenza Taranto

La procura di Taranto non accetta quindi la critica che spesso le è stata mossa di aver chiuso un occhio davanti alle morti dell'Ilva. Il loro lento operare è giustificato dal fatto che le capacità operative e organizzative non sono le stesse di «altri tribunali più fortunati».
«Non è che ci siamo svegliati improvvisamente oggi dopo anni di silenzio, c'è stata una escalation di processi con numerosi di capi di imputazione quasi a voler dire: non fateci arrivare agli estremi, non fateci arrivare al disastro ambientale».
DIOSSINA: 1.000 ANIMALI ABBATTUTI. Poi però «quando si arriva al punto che si devono abbattere oltre 1.000 capi di bestiame perché le carni sono contaminate dalla diossina e si devono spostare le coltivazioni di mitili dal Mar Piccolo al Mar Grande allora le cose cambiano». Quando si arriva a questi estremi allora il capo di imputazione non può che essere altrettanto pesante.
LA CITTÀ PIÙ INQUINATA D'EUROPA. Ma quella di Taranto, la città più inquinata d'Europa, è una situazione nota a tutti. È stata però la procura a dover disporre la prima indagine epidemiologica. E visti gli esiti della perizia disposta dal gip Patrizia Todisco, è stato poi ancora una volta il procuratore Sebastio, con una lettera, a sollecitare le istituzioni (ministero dell'Ambiente, Regione, Provincia e Comune) a intervenire per tutelare la salute dei cittadini tarantini.
IL 17 APRILE IL TAVOLO A ROMA. Perché allora tutti gli organi pubblici preposti non hanno fatto niente? «Ho saputo che la risposta alla mia lettera è stata: apriamo un tavolo». Ed è infatti Emergenza Taranto il tema della riunione convocata alla presidenza del Consiglio dei ministri a Roma il 17 aprile.
Ma visto che «un magistrato non può aprire tavoli», ancora una volta il procuratore ricorda: «Noi accertiamo responsabilità penali, di reati. Non possiamo interessarci di quelle economiche, politiche e sociali». Perché, «la magistratura non fa la lotta all'inquinamento».

E sul lavoro: «È scorretto scaricare questi problemi sulla magistratura»

Altri sono infatti gli organi che dovrebbero lottare contro l'inquinamento. Così come sono altre le istituzioni che dovrebbero occuparsi della questione occupazionale, che grava come una spada di Damocle sulla testa degli operai in caso si aprisse il processo.
7 MILA OPERAI IN PIAZZA. La manifestazione dei lavoratori Ilva organizzata proprio il giorno della chiusura dell'incidente probatorio ha infatti creato una forte pressione sui magistrati. «Il problema qui è che parliamo di una fabbrica che occupa 15 mila persone», si rabbuia il procuratore al pensiero dei lavoratori in apprensione, «ma è scorretto scaricare questi problemi sulla magistratura».
Vedere 7 mila operai scendere in piazza non è da tutti i giorni, soprattutto in una città dove le manifestazioni, anche quando sono organizzate dai sindacati, non raggiungono mai numeri così alti. Se non altro perché per portare in piazza 7 mila operai Ilva si dovrebbe bloccare la produzione, a meno che l'azienda non organizzi la dovuta copertura dei turni.
UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE. E in questi mesi l'azienda si è adoperata non poco per mettere sotto i riflettori la vicenda. Non solo ha infatti permesso ai dipendenti di scioperare timbrando comunque il cartellino, ma ha avviato una campagna di comunicazione.
Ci sono i messaggi, come quello che conclude lo spot nei cinema e i passaggi televisivi nelle tivù locali: «Ilva c’è un mondo dentro», o «Non fermarti alle apparenze», come appare nella pubblicità sui quotidiani, spot radio e bus dell’azienda dei trasporti extraurbani Ctp.
Pressioni mediatiche che non preoccupano però la procura: «Decideremo con serenità nei tempi giusti perché queste sono decisioni che devono essere adeguatamente meditate».
In attesa di una decisione ufficiale è sintomatico che tutti i processi che la procura abbia fatto in materia di inquinamento si siano conclusi con sentenza di condanna definitiva. Eccetto uno, sull'inquinamento delle cokerie, che per una settimana è andato prescritto in Cassazione. Ma è stata comunque confermata la condanna al risarcimento dei danni in favore delle parti civili che si erano costituite.

Martedì, 17 Aprile 2012

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