venerdì 23 ottobre 2015

Digressioni legali

Il Gip di Taranto, con la sentenza del 14 luglio 2015, ha posto una questione di legittimità alla Corte Costituzionale sull'art. 3 del DL 4 luglio 2015, n° 92 su limiti e condizioni del sequestro in un'impresa strategica


Il fatto
A seguito dell'infortunio mortale di un operaio dell'Ilva erano stati indagati i dirigenti e i tecnici dello stabilimento sia per omessa predisposizione di protezioni e dispositivi idonei a garantire l'incolumità dei lavoratori, presso l'altoforno dell'Ilva, che per la mancata predisposizione di strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della temperatura (artt 110 - 437, co. 1 e 2, c.p.); sono stati anche accusati di aver violato la normativa antinfortunistica (art. 71, D.L.vo n° 81/2008).
Per queste ragioni, il Pubblico Ministero aveva disposto il sequestro preventivo d'urgenza dell'altoforno, che era stato successivamente convalidato. Tuttavia a causa dell'introduzione dell'art. 3 del decreto legge 92/2015 ("Misure urgenti per l'esercizio dell'attività di impresa di stabilimenti oggetto di sequestro giudiziario"), i difensori dell'Ilva ritenevano che il Pm dovesse sospendere l'esecuzione del sequestro.

L'eccezione di illegittimità costituzionale del Pm
Il Pm, ha ritenuto opportuno declinare la sua competenza esprimendo parere contrario sull'istanza dei difensori dell'Ilva, rimettendo gli atti per la decisione al Giudice per le indagini preliminari (G.i.p.).
Secondo il Pm, il decreto in questione non è in grado di annullare il sequestro in atto in quanto la competenza è riservata al Gip poiché era stato lui stesso ad aver emesso il decreto.
Inoltre, per il caso di specie non si può applicare la disciplina dell'art. 3 perché riguarda quelle ipotesi in cui il sequestro preventivo impedisce l'esercizio dell'attività d'impresa eventualità che però non era stata motivata dai ricorrenti.
Per tali ragioni il Pubblico Ministero ha quindi proposto un'eccezione di illegittimità costituzionale dell'art. 3 del decreto legge 4 luglio 2015, n° 92, in base all'art. 41 della Cost., ne punto in cui dispone che "l'iniziativa economica non può svolgersi in modo da arrecare danno alla dignità umana", e agli articoli della Costituzione riguardanti i diritti inviolabili dell'uomo, quali la vita, la salute e il lavoro strettamente connesso alla sicurezza.
Secondo il Pm, il decreto del 2015, riconoscendo all'impresa il compito di predisporre unilateralmente un piano di misure aggiuntive senza sottoposizione ad alcun sindacato, non realizzerebbe un bilanciamento tra il diritto alla salute e all'ambiente salubre ed il diritto all'iniziativa economica.

Le considerazioni del giudice per le indagini preliminari
Il Gip ha quindi rilevato la questione della competenza sul sequestro preventivo, affermando che per poter capire quale fosse l'organo competente, è prima necessario collocare l'art. 3 del D.L. n° 92/2015 all'interno dell'ordinamento.
I commi 2 e 3 dell'articolo in esame prevedono che le imprese di interesse strategico nazionale sottoposte a sequestro, devono predisporre un piano di intervento e sono sottoposte per l'esercizio dell'attività d'impresa a un vincolo di durata massima pari a un anno.
Quindi il provvedimento giudiziario ipotizzato nell'art. 3 riguardando un sequestro già in atto e la relativa esecuzione deve essere adottato dal giudice che ha disposto il sequestro e non dal Pm, il quale deve solo provvedere agli adempimenti esecutivi.
Alla luce di queste considerazioni spetterebbe dunque al Gip, la decisione sull'istanza avanzata dai difensori dell'Ilva, in quanto organo che ha adottato il provvedimento di sequestro.
Tuttavia, secondo il Gip alla controversia in esame non si dovrebbe applicare l'art. 3 poiché, come già sottolineato in precedenza dal Pm, riguarda una tipologia di sequestro atta ad impedire l'esercizio dell'attività d'impresa.
Il Gip ha anche precisato che il caso Ilva è contemplabile nelle disposizioni contenute all'art. 1, c. 4 del DL 3 dicembre 2012, n. 207 nel punto in cui prevede che il Ministero dell'Ambiente può autorizzare, a date condizioni, la prosecuzione dell'attività produttiva per un periodo di tempo determinato
Nonostante ciò, pare che il legislatore abbia inteso applicare l'art. 3 al sequestro de quo, pertanto, secondo il Gip risulta indispensabile verificarne comunque la legittimità costituzionale.
Il giudice ha quindi evidenziato che l'art. 3 era stato promulgato dal Governo per neutralizzare gli effetti del sequestro disposto sull'Altoforno, e che il richiamo al DL 207/2012 nel decreto del 2015, sembrava finalizzato a estendere al nuovo articolo la copertura di costituzionalità riconosciuta dalla sentenza n. 85/2013.
Sempre a detta del Gip quel tipo di decisone era stata presa soltanto perché l'impresa aveva rispettato un provvedimento amministrativo (AIA) con cui si era impegnata ad adeguare gli impianti alle migliori tecniche disponibili. Inoltre, il DL 207/2012, contiene un rinvio al Codice ambiente con cui all'art. 29-decies erano stai predisposti una serie di controlli e interventi da parte delle autorità competenti, che possono sfociare anche in misure sanzionatorie in rapporto alla gravità delle eventuali violazioni accertate.

La ratio del provvedimento è dunque quella di provvedere al risanamento degli impianti, per ridurre le emissioni nocive alla salute e all'ambiente, senza dover necessariamente chiudere lo stabilimento. Qualora l'impresa non osservi le disposizioni, l'autorità sanzionerà le relative inadempienze.
È però opportuno sottolineare che nel DL 92/2015 non c'è alcun riferimento ad un provvedimento come quello AIA previsto nel DL 207/2012.
Difatti, nell'art. 3, per i sequestri relativi ad impianti di interesse strategico nazionale e per i reati inerenti alla sicurezza dei lavoratori, il Governo ha posto soltanto due limiti: la durata della sospensione non superiore a un anno e l'onere per l'impresa di predisporre un piano anche provvisorio, per la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non si fa riferimento al tipo di misure di sicurezza da adottare, che dovrebbero invece garantire la sicurezza dei lavoratori, come accade nel DL 207/2012, che prevede l'obbligo che le misure debbano essere quelle conformi alle migliori tecnologie disponibili.
Stando a quando disposto nell'art. 3 l'azienda ha quindi solo l'obbligo di comunicare la predisposizione del piano ad alcune autorità amministrative, e non all'autorità giudiziaria procedente.
L'attività di costante monitoraggio delle aree di produzione oggetto di sequestro è di competenza dei Vigili del fuoco, dell'ASL e dell'INAIL, che hanno la facoltà di svolgere ispezioni dirette a verificare l'attuazione delle misure ed attività aggiuntive previste nel piano. Ciò nonostante, non è previsto alcun apparato sanzionatorio in caso di insufficienza o inadeguatezza degli interventi aziendali, o per la mancata realizzazione di quanto indicato nel piano.
In questo modo l'art. 3 paralizza il provvedimento di sequestro dell'autorità giudiziaria grazie all'attivazione da parte dell'impresa del provvedimento, con il solo obbligo di comunicarlo solo ad alcuni enti.
In questo modo l'ordinamento italiano consente che un'azienda, se d'interesse strategico nazionale, possa continuare a svolgere la propria attività anche quando il suo esercizio può aggravare le conseguenze di un reato, per la durata di un anno, grazie alla predisposizione e comunicazione di un piano di interventi ad alcuni enti pubblici, i quali non possono sindacarne contenuti ed attuazione.

La questione di legittimità sollevata dal Gip
La questione di legittimità riguardava quindi non soltanto l'art. 2 della Costituzione (diritti inviolabili dell'uomo) ma l'art.3 della Costituzione (principio di uguaglianza).
Infatti, l'esposizione dei lavoratori delle imprese di interesse strategico a fattori di rischio più elevati, è una forma di diseguaglianza rispetto ai lavoratori che svolgono la loro attività in aziende che non sono di interesse strategico.
L'art. 4 della Cost, invece, riconoscendo a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovendo le condizioni che rendano effettivo questo diritto, sancisce il diritto al lavoro di ogni singolo cittadino. Ciò perché il lavoratore deve operare in condizioni di massima sicurezza. Non a caso l'art. 35 Cost., tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, affermando il diritto ad un'esistenza libera e dignitosa come quello all'equa retribuzione, alla formazione ed elevazione professionale, alla durata massima della giornata lavorativa, al riposo settimanale, alle ferie retribuite, all'assistenza previdenziale.
Pertanto, l'art. 3 risulta decisamente in contrasto con il dovere di tutela del lavoro. In relazione all'art. 32 della Cost., il Gip afferma che con l'articolo in esame non sarebbe tutelato il diritto alla salute, in quanto non ha disposto un istituto o una procedura come quella AIA prevista dal DL 207/2012.
L'art. 41 prevede che l'attività economica privata non possa svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, ponendosi in netto contrasto con il fatto che l'altoforno, nei giorni successivi all'incidente mortale aveva manifestato dispersioni incandescenti e che quindi non è in grado di garantire la sicurezza dei lavoratori.
Infine, l'art. 112 Cost,. afferma il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale da parte del Pubblico Ministero, il quale si occupa della repressione dei reati, e della loro prevenzione. Ed invece, l'art. 3 permette il perpetuarsi di una situazione penalmente rilevante, privando di efficacia i provvedimenti preventivi doverosamente adottati a tal fine dalle competenti autorità giudiziarie, incidendo sulla loro potestà costituzionale.
In conclusione, secondo il Gip di Taranto, non è possibile definire la questione posta dai difensori dell'Ilva con l'incidente di esecuzione, senza prima verificare la legittimità costituzionale dell'art. 3 del decreto legge 4 luglio 2015, n° 92. Così facendo, il Gip ha posto la questione di legittimità sull'art. 3 del DL 92/2015 e conseguentemente ha disposto l'immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. (Insic)

giovedì 22 ottobre 2015

Ragazzo di fumo

‘Venditori di fumo': Taranto, l’Ilva e l’eterno ricatto tra lavoro e salute

Venditori di fumo”, di Giuliano Pavone, è un libro che parla di Taranto e del suo rapporto con la grande industria siderurgica che sul suo territorio ha impresso il proprio segno, con un sodalizio forse inscindibile, dalle molteplici ricadute occupazionali, ambientali e politiche. L’espressione che dà il titolo al libro, vendere fumo, proviene da intercettazioni telefoniche, e rende bene il senso di quell’opaca cortina di “disinformazione e connivenze”, sorta intorno al complesso industriale tarantino, della quale Pavone parla in modo dettagliato. Grazie alla quale, secondo l’autore, “Gli italiani ignorano, o al limite sanno vagamente, che in una città del loro Paese il pascolo è stato inibito nel raggio di 20 km, che migliaia di capi di bestiame sono stati abbattuti e che in un quartiere, il quartiere Tamburi, un’ordinanza comunale vieta il gioco nelle aree verdi perché contaminate. Ugualmente sotto silenzio è passata, all’inizio del 2012, la notizia che il nesso fra le emissioni delle fabbriche, e le malattie e i decessi che a Taranto si verificano oltre la media, è stato accertato in modo incontrovertibile”.
Giuliano Pavone ricostruisce dettagliatamente le vicende che hanno trasformato Taranto, città antica, di fondazione spartana, in una realtà parzialmente misconosciuta ai più, assurta agli onori delle cronache solo sporadicamente, in occasione delle morti bianche degli operai. O, infine, quando è scoppiato, finalmente, il bubbone giudiziario, con i procedimenti che hanno visto contrapposti da un lato la Procura di Taranto, il fronte ambientalista e quello dei cittadini tarantini, sempre più preoccupati per le ricadute ambientali della produzione di acciaio sulla città, e, dall’altro, il fronte politico-sindacale. Secondo Pavone questo divario emerse il 2 agosto 2012, proprio a Taranto, in un burrascoso e contestato comizio sindacale.
La lucidità della doviziosa ricostruzione giornalistica viene interrotta solo sporadicamente da brevi riflessioni (venate di nostalgia) sulla bellezza di una città che avrebbe meritato un altro modello di sviluppo, più idoneo a valorizzarne territorio e potenzialità inespresse. “Taranto è una collana gettata da una mano distratta. Ma con una certa eleganza, con quella grazia naturale che si trova solo – talvolta – nei gesti casuali e frettolosi”.
Il rapporto simbiotico tra città e siderurgico si è concretizzato in una “monocultura dell’acciaio”, a causa della quale “per ogni cosa che non sia civiltà dell’acciaio, vecchio o nuovo che sia, non c’è spazio”. Asfissia, dunque, per ogni alternativo modello di crescita che non sia parte dell’indotto “monoculturale”.
Il gip Patrizia Todisco dispose il sequestro degli impianti, suscitando non poco malumore nella politica nazionale, fin nelle alte sfere, oltre che il fondato timore, degli operai, di perdere il lavoro. Venne presentato, quel sequestro, come un’improvvisa calamità, invece che, come dice Pavone, “il portato di una lunga catena di azioni e omissioni”. Si arrivò a dire che il vero problema fosse la presenza del rione Tamburi a ridosso dell’Ilva… Si ricorda, nel libro, che le ordinanze, in realtà, chiedevano quel che sempre si è chiesto: “Che l’Ilva smetta di inquinare oltre i limiti consentiti”, sostenute, in tal senso, da due perizie tecniche rilevanti: “A Taranto la gente si ammala di cancro (e non solo) più che altrove. E ciò dipende dall’inquinamento industriale. L’hanno stabilito due perizie, una epidemiologica e l’altra chimica, commissionate dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco nell’ambito di un procedimento che vede il colosso siderurgico Ilva sul banco degli imputati”.
Si aprì, così, un caso giudiziario, tuttora in corso, che travalica il mero ambito penale, imponendo all’attenzione dei media il rapporto pericolosamente conflittuale tra salute e lavoro. Nel libro si familiarizza con parole chiave come benzoapirene (e relativi largheggiamenti nei limiti, tutti italiani…), diossina, polveri sottili, PM10, eccessi di mortalità in età pediatrica; leggerete storie tragiche, come quella del piccolo Lorenzo, e del suo coraggioso papà, conoscerete le dinamiche odiose del “ricatto occupazionale”.
Nata sulle ceneri dell’Italsider, “cattedrale nel deserto”, Ilva è esempio paradigmatico di industrializzazione top-down. Ma tra il 1960 e oggi, cosa è cambiato, nell’industria e nei tarantini? Pavone racconta il nuovo innamoramento tra tarantini e città. Parla della ricerca di nuove soluzioni. Venditori di fumo contiene tante pagine di speranza. Ma, si badi bene, una speranza costruita su idee e partecipazione dei cittadini. Non una speranza calata, anch’essa, dall’alto, come un decreto, o come l’Italsider. (FQ)

Bella di Abatantuono

«Belli di papà» dal Messico alla Puglia di Abatantuono

È stato quasi interamente girato a Taranto e in provincia il film Belli di papà prodotto dalla Colorado Film di cui è presidente Maurizio Totti, con la regia di Guido Chiesa e protagonista Diego Abantantuono, nelle sale dal 29 ottobre. Ispirata all’originale film messicano Nosotros Los Nobles, la versione italiana dal titolo Belli di papà mette il dito sul rapporto genitori/figli, un argomento di scottante attualità e che qui trova una declinazione inedita, quando il ricco padre decide di emigrare dal Nord al Sud, facendosi seguire dai suoi tre figli superficiali e spendaccioni i Belli di papà, per l’appunto, in cerca di una «redenzione», di una nuova vita e anche di un lavoro.

Li troveranno al Sud, con precisione a Taranto dove i tre figli dovranno convivere con un’altra realtà e assumere una nuova coscienza.

«Quando abbiamo deciso di realizzare il film – spiega Maurizio Totti della Colorado – siamo andati alla ricerca di un posto del Sud, che in qualche modo ricordasse Città del Messico, dove era ambientato Nosotros Los Nobles, perché abbiamo pensato che il Sud di tutto il mondo si somiglia. Il primo pensiero è stato per la Puglia, perché Diego Abatantuono si è sempre considerato pugliese a tutti gli effetti, con il padre nato a Vieste, dichiarando in ogni occasione che in Puglia si è sempre sentito a casa, tant’è che in quella terra è sempre venuto volentieri a girare alcuni suoi film».

Scelta la regione si è poi passati a individuare la giusta location, «che abbiamo trovato nella città di Taranto e nella sua provincia, non ancora sfruttate dal cinema e senza le solite immagini da cartolina. Un set adatto per ambientarci un film, lontano dal clamore e da un turismo eccessivo. E poi Taranto Vecchia è affascinante e nella sua decadenza mantiene ancora il fascino di un’antica nobiltà, lo splendore della greca Taras, racchiuso nelle vestigia del suo Museo Archeologico Nazionale. Ma nel capoluogo jonico s’affaccia anche il presente, quando dalla vecchia casa in cui si è rifugiata la famiglia milanese irrompe dai vetri di una finestra lo skyline delle luci dell’Ilva che si riflettono sul mare».

Ma continua Totti a proposito dell’Ilva: «Non abbiamo fatto un film di denuncia ambientale e sui danni che il siderurgico ha prodotto, perché la nostra intenzione era quella di realizzare una commedia che facesse ridere, ma anche riflettere». Ed ancora: «La scelta della Puglia si imposta anche perché c’è una Film Commission funzionante e molto attiva, ben avviata in tutti i suoi settori e per chi deve girare un film è importante trovare tecnici e personale competente in quanto si possono ridurre le spese di produzione e lavorare con sicurezza. Nel periodo di lavorazione non abbiamo trovato nessuna difficoltà o impedimento di qualsiasi natura ma tanta collaborazione e partecipazione da parte dei tarantini e dai cittadini della provincia che facevano a gara per darci il loro contributo e questo non solo: non solo a Taranto, ma anche a Manduria, San Marzano, Avetrana, che spero possa far dimenticare tutta quella cronaca negativa che in quest’ultimo periodo l’ha marchiata».

In conclusione Maurizio Totti si augura che il film possa portare a Taranto quella visibilità «che mie precedenti produzioni come Puerto Escondido e Mediterraneo hanno dato a quelle località del Messico e della Grecia, dove quei film sono stati girati». (GdM)

mercoledì 21 ottobre 2015

Logisticamente...

Taranto tra le prime d’Europa

Tra i primi 20 porti europei, tre porti italiani: Genova, Trieste e Taranto. La Commissione europea ha, infatti, individuato i principali 319 porti marittimi europei, che sono fondamentali per un funzionamento efficace del mercato interno e dell’economia europea, 83 dei quali sono riconosciuti come porti della rete centrale ed ora ha svolto un riesame dei porti che si concentra su queste 319 strutture “in quanto basi per un ottimo funzionamento della rete portuale europea che gestiscono il 96% delle merci e il 93% dei passeggeri che transitano attraverso i porti dell’Ue”.
«Il nostro porto - dicono dallo Ionian Shipping Consortium - è l’unico del Mezzogiorno d’Italia di rilevanza internazionale ed è naturale che nella riforma che porta il nome del ministro Delrio, sia stata una scelta obbligata quella di confermare a Taranto la sede dell’unica Autorità Portuale di Puglia che incorpora Brindisi, Bari e Manfredonia. Il Porto di Taranto e la sua poliedricità dunque possono davvero diventare volano di ripresa e rilancio nella nostra economia a patto che la città sia consapevole, in tutte le sue articolazioni politiche e amministrative, della centralità del Porto inteso come sistema di moli e di retroportualità attrezzata all’intermo-dali-tà trasportistica. Del resto gli abituali utilizzatori del Porto, come la nuova gestione pubblica dell’Ilva, hanno potuto constatare anche lo spirito collaborativo con il quale gli operatori marittimi concorrono ad una ripresa effettiva della grande infrastruttura». Secondo lo Ionian Shipping Consortium «una delle provocazioni non soltanto lessicale è quella di iniziare a coniugare il termine polisettoriale non soltanto per il famoso “molo” e pensare fattivamente ai nuovi mercati che si prospettano: dall’agroalimentare all’energetico vegetale fino al crocieristico. Oggi però l’impegno per tutti deve essere quello di consegnare al Porto di Taranto il giusto ruolo che ad esso compete nel panorama infrastrutturale pugliese e nazionale». (Tasera)

Diritti umani impolverati

Ilva: il caso-Taranto arriva alla Corte Europea, ecco i primi ricorsi

Ambiente e salute. Due principi che a Taranto hanno vita difficile. Anche oggi e nonostante tutte le prese di coscienza a Taranto poco o nulla è stato fatto per tutelare la salute pubblica e difendere la cittadinanza dall’inquinamento. Un gruppo di residenti di Taranto ha presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) un ricorso collettivo per denunciare la violazione da parte dello Stato italiano degli obblighi di protezione della vita e della salute in relazione all’inquinamento prodotto dall’Ilva.
L’annuncio dei residenti viene diffuso, per il tramite dei loro legali, in coincidenza con la celebrazione della prima maxi udienza dinanzi alla Corte d’Assise di TarantoTra le doglianze sollevate di fronte alla CEDU dai ricorrenti – difesi dallo Studio Saccucci Fares di Roma – figurano in particolare la violazione del loro diritto alla vita e all’integrità psico-fisica, in quanto le autorità nazionali e locali hanno omesso di predisporre un quadro normativo ed amministrativo idoneo a prevenire e ridurre gli effetti gravemente pregiudizievoli sulla vita e sulla salute dei residenti derivanti dal grave e persistente inquinamento prodotto dal complesso dell’Ilva, e la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, anche in conseguenza dei ripetuti decreti c.d. “salva Ilva” con cui il Governo ha mantenuto in funzione l’impianto sotto la propria gestione a dispetto della normativa europea e delle decisioni della magistratura.
Trattandosi di un caso di importanza generale in cui è a rischio la vita e la salute dei ricorrenti, i legali confidano di ottenere dalla Corte di Strasburgo la trattazione urgente del ricorso ed il suo accoglimento nel merito con una sentenza “di principio” che imponga allo Stato italiano di adottare le misure necessarie a rendere la produzione dell’Ilva conforme alle disposizioni ambientali nazionali ed europee.
“È inaccettabile che le pubbliche autorità non abbiano ancora adottato le misure idonee a rendere l’impianto rispondente alle prescrizioni ambientali, vanificando ripetutamente gli interventi della magistratura. Così come è inaccettabile – conclude l’avvocato Andrea Saccucci, che difende i ricorrenti – che gli abitanti di Taranto continuino ad ammalarsi ed a morire a causa dell’inerzia dello Stato”. (Pugliain)

martedì 20 ottobre 2015

Cominciamo bene...

Ilva, iniziato e subito rinviato il maxiprocesso a Taranto. Pm: a noi compete lotta ai reati

All’ex assessore regionale e attuale parlamentare di Sel Nicola Fratoianni, imputato per favoreggiamento, il decreto che dispone il giudizio è stato notificato soltanto lo scorso 30 settembre dalla Guardia di Finanza e così, alla luce degli almeno 20 giorni prima tra la notifica e l’avvio del processo dettati dal codice di procedura penale, il vero avvio del processo «Ambiente svenduto» sull’inquinamento provocato dall’Ilva, slitta al 1° dicembre.
Rinvio annunciato e per alcuni versi salutare. L’aula «Alessandrini» del Palazzo di Giustizia è troppo piccola (e anche non impiantisticamente dotata, non essendoci più le luci e i microfoni che la trasmissione «Un giorno in Pretura» assicurò per il processo Scazzi) per contenere 47 imputati, oltre cento avvocati, un migliaio di parti civili, una quarantina tra giornalisti fotografi e operatori e il pubblico prevedibile in occasione delle udienze-clou. Così, la prossima volta, con le notifiche regolari, l’aula magna dell’ex scuola addestramento reclute dell’Aeronautica militare farà da adeguato palcoscenico ad un dibattimento destinato a scrivere (o a riscrivere, a seconda dei punti di osservazione) la gestione privata (1995-2013) della più grande acciaieria d’Europa.
Certo, Fratoianni con la sua presenza in aula avrebbe potuto sanare il difetto di notifica, ma il suo legale, prima nei giorni scorsi fuori udienza e ieri direttamente al microfono, ha invece tenuto a far rilevare l’irregolarità, rendendo l’appuntamento di ieri utile unicamente per capire quanto dura l’appello di tutte le parti (61 minuti, con una lettura anche molto spedita) e consentire a chi parte non lo è ancora - come duecento residenti al rione Tamburi, due associazioni di consumatori e l’Asl di Taranto - di depositare richiesta di costituzione.
«Abbiamo ritenuto - spiega il direttore generale dell’Asl Stefano Rossi alla Gazzetta - di affidare un mandato all’avvocato Stefano De Francesco perché, al di là di quello che sarà l’esito del processo, è opportuno che l’Asl capisca cosa è successo in questi anni a Taranto, portando anche il suo contributo tramite i dati raccolti dal dipartimento di prevenzione. Si tratta di un processo che riguarda la salute dei tarantini, l’Asl non poteva non esserci e, voglio sottolinearlo, senza badare al risarcimento che eventualmente sarà stabilito».
La riapertura del fronte parti civili sarà al centro della prossima udienza perché, oltre alle nuove richieste, ieri Legambiente tramite gli avvocati Eligio Curci e Ludovica Coda, e a seguire con l’annuncio fatto dai ministeri dell’Ambiente e della Salute con l’avvocato dello Stato Antonio Tarentini e la Regione Puglia con l’avvocato Salvatore D’Aluiso, intendono chiamare nuovamente in causa le tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici) imputate ai sensi della legge 231 che disciplina la responsabilità amministrativa delle imprese. In sede di udienza preliminare era stata presentata da più parti richiesta di costituzione di parte civile contro le tre società ma il giudice Vilma Gilli l’aveva rigettata, uniformandosi alla giurisprudenza che ritiene inammissibile la richiesta di costituzione di parte civile perché nella legge 231/2001 tale evenienza non è proprio prevista, e non per distrazione o per dimenticanza, ma per scelta. Silenzio, però, letto in maniera diversa dalle parti in causa che richiamano un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea del 9 febbraio 2011 secondo la quale la legge 231 del 2001 non impedisce alla vittima di un reato di chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo.
Una battaglia non irrilevante perché ballano miliardi di euro, gli oltre 30 chiesti da tutte le parti civili sia alle persone fisiche che alle società in giudizio. Il 1° dicembre sarà la Corte d’Assise (presidente Michele Petrangelo, giudice a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari) a dover entrare nel merito, esaminando sia le nuove richieste delle parti civili che la prevedibile opposizione delle difese degli imputati. La Corte d’Assise dovrà anche valutare la richiesta di patteggiamento che gli avvocati dell’Ilva Angelo Loreto e Filippo Sgubbi riproporranno dopo che in udienza preliminare la Procura negò il consenso, mettendo il giudice Gilli nelle condizioni di passare oltre.
Nel collegio difensivo va segnalata la formalizzazione della nomina del professor Franco Coppi a legale di Fabio Riva, l’unico imputato ad essere detenuto. Coppi ha già assistito la famiglia Riva in occasione del maxi-sequestro da oltre 8 miliardi di euro disposto dal giudice Patrizia Todisco nel 2013, curando gli interessi di Riva Fire e ottenendo il 20 dicembre dello stesso anno l’annullamento senza rinvio da parte della Corte di Cassazione. (GdM)

Donna? No, Diossina!

Processo Ilva, il ‘fattore D’ e le altre novità

Non è la prima volta che Ilva finisce sotto processo. Ma questo processo ha sette novità importanti da segnalare:
1) Fattore D: Diossina. Tocca l’avvelenamento delle sostanze alimentari. Reato per cui sono previste pene altissime. Mai era stato toccato questo aspetto a Taranto.
2) Fattore P: Politica. Tocca politici che hanno governato. Mai era stato violato questo “livello eccellente” a Taranto per i processi ambientali. Ed è una novità dirompente anche nel panorama nazionale.
3) Fattore E: Epidemiologia. Mai era stata fatta un’indagine epidemiologica per accertare il nesso fra inquinamento e salute sull’intera città di Taranto.
Inoltre vanno segnalati altri aspetti di assoluta importanza:
4) Disastro ambientale: il processo per la prima volta in Italia abbraccia un territorio così ampio (per la diossina sono stati interdetti i pascoli liberi in un raggio di 20 chilometri);
5) Parti civili: siamo arrivati a superare le 1300 parti civili, l’estensione della richiesta di risarcimenti coinvolge ormai ampi pezzi della città, a parte i 20 mila creditori che bussano alle porte dell’Ilva nel tribunale fallimentare di Milano;
6) Associazione a delinquere: una gravissima accusa è stata mossa a molti imputati, ed è argomentata anche con intercettazioni telefoniche che mai erano state effettuate a Taranto e che hanno scoperchiato un mondo inquietante;
7) Processo apripista: molte città inquinate in Italia guardano a Taranto come ad un esempio a cui ispirarsi: chiedono anch’esse giustizia.

lunedì 19 ottobre 2015

(S)concorrenti

Peacelink ha inviato oggi una lettera alla Commissione Europea Concorrenza

Peacelink ha inviato oggi una lettera alla Commissione Europea Concorrenza, facendo seguito ad una denuncia effettuata dalla stessa associazione nell’agosto 2014.
Antonia Battaglia aveva portato allora la Commissione a conoscenza di una possibile violazione del diritto europeo in materia di concorrenza da parte del governo italiano, finalizzato a erogare fondi pubblici ad ILVA al fine, probabilmente, di coprire i debiti dell’azienda siderurgica e di rilanciarne la produzione.
Peacelink, già autrice della denuncia che ha portato la Commissione Europea Ambiente a lanciare una procedura di infrazione contro l’Italia per il non rispetto delle norme in materia di inquinamento industriale, ha voluto sottolineare con questa nuova lettera che la preoccupazione è generata dal fatto che i fondi, che vengono presentati come necessari a opere di risanamento e adeguamento ambientale, potrebbero in realtà essere utilizzati per garantire il funzionamento corrente dell’ILVA.
La lettera indica, inoltre, che la questione ambientale è sempre all’ordine del giorno viste le emissioni ( quelle evidenti e non) e considerato che la preoccupazione generata dal continuo impatto ambientale dello stabilimento è molto diffusa e avrebbe portato la magistratura, secondo fonti giornalistiche, ad aprire nuove indagini.
Domani a Taranto comincia il processo ILVA. Peacelink chiede quindi alla Commissione Europea di accertare che l’uso di nuovi prestiti delle banche all’ILVA non collida con le direttive europee e non sia finalizzato a tamponare una emorragia di perdite consistenti e continue.
In allegato il testo originale.
Per Peacelink: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Luciano Manna

Allegati

  •  
    Brussels,    19    October  2015   
       
    Commissioner  Vestager, Competition  European  Commission   
    CC:  Commissioner    Vella, Environment    European  Commission      

    Dear  Commissioner,      
       
    Peacelink     has     brought     to     the     Commission’s     attention     already     in     August     2014    (SA.38613(2014/CP))  that  in the  financial management of ILVA, there could have    been    an    alleged    infringement    of    the    state    aid    rules    of    the    European    Union.       
    As   You   know,   Peacelink   is   the   author   of   the   denunciation   that   led   the   European    Environment    Commission    to    launch    the    infringement    procedure    against    Italy    on    industrial    pollution.     
    Our concern  is  that  the Italian government could have adopted laws which approve the use of  sums seized  by magistrates for  ILVA’s fiscal evasions. Moreover, it       would       appear       that       the       Italian       government       uses       public       money,    through     the   support   to   banks   that   extend   loans   to   ILVA,   for   all   urgent   matters    concerning    ILVA’s    debts,    daily    financial    management    and    payments.       
    We  are    in    fact    deeply    preoccupied    that    while    it    is    advocated    that    these    sums    are    needed    to    put    the    plant    at    norm     and    to    put    in    place    urgent    measures    to    stop    pollution         and       ameliorate       the       obsolete      infrastructure,      in    reality      all      measures    foreseen           by         the         ILVA       permit         have         not         been         realised         and         keep         on         being    postponed     endlessly.     Then,    what   would     loans     and     financial   support   be     for     if    not    to    extend    ILVA’s    production    and    cover    payements?   
    As  Commissioner    Vella    knows,    it    would    really    seem    that    ILVA    keeps    on    infringing    EU     laws   on     pollution.     The     results     are     not   only     visible     day     after     day     in     Taranto     –    emissions       are     very     evident-­‐       but     keep     on     being     reported     by     workers,      citizens,    doctors,    reports    compiled    by    ISPRA,    and    new    investigations    by    magistrates.     

    We   would   thus   like   to   urge   the   EU   Commission   to   investigate   on     the     new     800    million       euros     that     have     been     provided      by     the     Italian     government     to     ILVA,     as    press    has    announced.     
    Urgent  environmental    measures    that    should    have    been    already    realised    long    ago,   
    have     not    been     realised    and    the    situation     in     Taranto    keeps    on    being    extremely  alarming.     
       
    Best    regards,     
    Antonia  Battaglia                         Alessandro    Marescotti                                                     Luciano    Manna       
     

Requiscat

Operaio Ilva morto per tumore,10 assolti

Il gup del Tribunale di Taranto Pompeo Carriere ha assolto otto ex direttori dello stabilimento siderurgico di Taranto (prima Italsider, poi Ilva) e due medici dall'accusa di omicidio colposo per la morte di Nicola Bozza.
    L'uomo, dipendente del reparto Mof dal 1969 al 2004, morì nel 2007 per un 'carcinoma gastrico con metastasi polmonari, epatiche e linfonodali'. Per l'accusa aveva lavorato in un ambiente in cui era presente l'amianto, senza esserne informato. (Ansa)

E che contratto!

Taranto: tavolo istituzionale definisce contratto sviluppo

Oggi a Taranto, durante la riunione del tavolo istituzionale, presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, affiancato dal sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, e' stato definito il Contratto Istituzionale di Sviluppo (Cis), che monitora gli interventi di riqualificazione e sviluppo del territorio della citta' e dei Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola. Il contratto, si legge in una nota, vale circa 800 milioni, di cui 390 milioni per il sistema portuale, 207 per il completamento dell'ospedale, 91 per le bonifiche, 89 per l'edilizia abitativa e la riqualificazione del centro storico, 30 milioni per altre infrastrutture. De Vincenti ha spiegato che "possiamo ritenere rispettata la road map che ci eravamo dati fin dall'inizio e quindi puntare ad arrivare a breve, entro i primi giorni di novembre, al Cipe per l'approvazione del Contratto, per passare poi alla firma vera e propria entro il prossimo mese". Presenti anche, a rappresentare la complessita' e l'interdipendenza del progetto, alti dirigenti dei Ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture, dei Beni culturali, dell'Ambiente, nonche' dirigenti della struttura di missione, del dipartimento per le Politiche di coesione, dell'agenzia per la coesione territoriale e di Invitalia.(CdM)

E' finita per l'Ilva (?)

Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Non solo, alla fine di questa storia, si sarà pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane e patologia ma, grazie ad una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, andrà perduta anche la risorsa occupazionale
di Erasmo Venosi
Il disastro ambientale e sanitario di Taranto continua come  scriviamo da due anni,  ma le lobby sindacali e  partitiche abbarbicate agli scranni e affette da vista corta, sostenute da un Governo che crede nei demiurghi, stanno concorrendo alla distruzione di risorse. Il riferimento è, chiaramente, a Ilva. Bondi, Gnudi, il supermanager ex di Luxottica, Guerra, voluto dal  Presidenti  del consiglio e dal filosofo reggente della Commissione  Industria , Commercio e Turismo del Senato. Ora siamo alla resa dei conti ! Ilva chiuderà il corrente anno  con 450 milioni di perdite e una  produzione complessiva ancora in ulteriore contrazione, dai 5.5 mln di tonnellate a 4.8 . Per il pareggio dei costi di produzione ne necessiterebbe invece 7,5 mln di tonnellate. Gli altoforni in esercizio sono tre con capacità di produzione pari a 6 milioni di tonnellate e la produzione di equilibrio dei costi è possibile solo con la ripartenza dell’altoforno n°5: il più grande di Europa. Il problema però è tutto racchiuso nell’assenza di commesse, e il fenomeno non riguarda solo l’Ilva. I dati relativi alla importazione di acciaio in Italia sono emblematici:  dai Paesi extra UE si è importato un 32% in più e dai Paesi UE un 4,2%. Una rilevante quantità di acciaio importata! L’Ilva è stata anche esclusa dalla fornitura  di acciaio per il gasdotto trans adriatico conosciuto come TAP (Trans Adriatic Pipeline) che porta il gas naturale dal Mar Caspio attraversando Grecia, Albania e approdando a Lecce. Voci fondate  parlano di  altri 250 milioni di debiti maturati verso i fornitori. Il Commissario Gnudi sta lavorando per ulteriore credito,  circa 200 milioni di euro, che rappresentano le risorse se concesse per tirare avanti fino all’inizio del 2016. Il colpo finale per l’impresa tarantina sta arrivando dal World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) che, il prossimo anno, classificherà la Cina come “economia di mercato”. Conseguenza, questa, dell’entrata della Cina l’11 dicembre del 2001 nel WTO. La Cina ritiene che l’ammissione al WTO implichi la classificazione, per il prossimo anno, di “economia di mercato”.
Quali le implicazioni? Rilevantissime per l’economia europea e dell’eurozona, in particolare. La Cina ha una sovraccapacità produttiva, in molti settori industriali, che comporta l’assalto ai mercati mondiali attraverso la pratica dei prezzi bassi. In questo modo saturano la loro capacità produttiva e, considerato i sussidi che lo Stato proprietario eroga, praticano prezzi di vendita inferiori  ai costi di produzione. L’offensiva cinese si sta già realizzando nei confronti dell’industria siderurgica indiana perché sono stati  venduti  laminati a prezzi da saldo. I produttori di acciaio indiani hanno chiesto al Governo l’imposizione di dazi all’acciaio cinese importato per un periodo pari a sette mesi. Quest’azione dell’India, a protezione della produzione siderurgica locale, è denominata “dazio compensativo” ed è resa possibile dall’assenza di classificazione della Cina come “economia di mercato” da parte della WTO. Il Governo italiano sembra che abbuia già agito presso l’Unione Europea affinché alla Cina non sia riconosciuto lo status di “economia di mercato”. Va detto con grande onestà che interi settori industriali europei potrebbero saltare nel prossimo anno, a causa dell’espandersi delle produzioni cinesi che inonderanno il mercato a prezzi inferiori a quelli di produzione. Comunque l’Ilva prima, che grazie alla Cina potrebbe “morire“, a causa dell’impossibilità oggi, tra crisi di liquidità, assenza di commesse, costi delle prescrizioni Aia, esigenza di modificazione del ciclo produttivo di raggiungere il cosiddetto punto di pareggio (break even). 
Alla fine sarebbe davvero incredibile aver pagato un costo altissimo, in vite e patologie, e perdere tutta l’occupazione a causa della vista corta di una classe dirigente autoreferenziale ed egoista, incapace di pensare traiettorie di riconversione verso un modello di specializzazione produttiva coerente con la nuova divisione internazionale del lavoro. Contestualmente, bisognerebbe che a livello centrale si avesse consapevolezza che viviamo in un contesto a forte transizione; e quindi un legislatore attento e lungimirante dovrebbe rafforzare i sistemi di sicurezza nei confronti di chi perde il lavoro.  Si può ignorare il recente studio di due ricercatori della Università di Oxford “”The Future of Employment : How Susceptible Are Jobs to Computerisation” nel quale si legge che circa la metà dei posti di lavoro negli Stati Uniti è a rischio di essere automatizzato nei prossimi dieci o al massimo venti anni?  Stessa percentuale è rilevata dal Centro Studi Bruegel per i paesi europei. La nuova ondata d’innovazione tecnologica nei settori dell’intelligenza artificiale, robotica e genomica potrebbero notevolmente influire anche nel lavoro ad alta qualificazione oltre che in quella a bassa. Tutto questo comporta l’espandersi d’ineguaglianza nella distribuzione del reddito come tra l’altro sufficientemente dimostrato da Thomas Piketty nel suo “Il capitale nel XXI secolo “. Allora perché non ripensare l’uso di risorse pubbliche nella difesa dell’ambiente, nella manutenzione del territorio, nella straordinaria ricchezza di arti e tradizioni, nella conoscenza, nell’istruzione, nei sistemi idrici, nelle reti elettriche e nelle comunicazioni e infine nella ricerca di base? Piantandola, infine, di distruggere le Università del Sud con cervellotiche, quanto illegali, sistemi di ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario! (Cosmopolismedia)

domenica 18 ottobre 2015

C'è poco di che gioire...

Criminalità e reati ambientali, a Taranto la maglia nera

I mali di Taranto? Legalità, reati ambientali e innovazione tecnologica. E’ quanto rileva ICity Rate 2015, l’indagine annuale realizzata da Forum Pa che stila la classifica delle città italiane sul fronte della smartness, analizzando 106 Comuni capoluogo sulla base di 150 indicatori statistici.
Nella speciale classifica la città dei due mari si piazza all’87o posto. Ad incidere maggiormente gli indicatori riguardanti la “legalità”. Taranto è maglia nera per ciò che attiene gli eco reati. Pesante anche il dato riguardante gli amministratori minacciati (104o posto) ed i giornalisti minacciati (91o posto). Incoraggiante il dato riguardante gli appalti. La percentuale di bandi assegnati con il criterio del massimo ribasso è inferiore rispetto a buona parte degli altri comuni capoluogo italiani: Taranto si piazza al 29esimo posto. Poco confortanti anche i dati relativi all’economia. Il capoluogo ionico si piazza negli ultimi posti della graduatoria per quanto riguarda gli indicatori di produttività, imprenditorialità, concentrazione di soggetti di ricerca e sviluppo. In tema di ambiente non tutti gli indicatori sono negativi, visto che Taranto resta al palo per disponibilità verde (104), raccolta differenziata (94), imprese green (90), fotovoltaico municipale (102), iniziative di conferimento dei rifiuti (87).
Per quanto riguarda la qualità dell’aria la nostra città si piazza al 47esimo posto. E’ importante sottolineare come, in questo caso, il dato sia il frutto del calcolo del numero di giorni di superamento del limite di protezione della salute umana previsto per il Pm10. Taranto ottiene invece un buon piazzamento (27) nel controllo dell’aria (centraline fisse di monitoraggio della qualità dell’aria per 100mila abitanti) e nella dispersione della rete idrica (37). (Tasera)

Sparatevele voi!

Golfo di Taranto, ecco i danni che può provocare la ricerca di idrocarburi

Il ministero dell’Ambiente continua a rilasciare autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi nel Golfo di Taranto. Pezzo dopo pezzo, buona parte del Golfo sta per essere ceduta ai petrolieri che hanno in mente di bombardare il nostro mare dalla Puglia alla Calabria, su traiettorie lunghe migliaia di chilometri. Il loro scopo è quello di scoprire se nel sottofondo marino esistono giacimenti di idrocarburi sfruttabili e lo fanno utilizzando i micidiali air-gun che generano spaventose esplosioni di aria compressa.
Le esplosioni effettuate ogni 5-15 secondi per settimane e settimane, originano onde sonore che arrivano sul fondo del mare, lo attraversano e, in base a come vengono riflesse o rifratte, forniscono informazioni sulla presenza degli idrocarburi. Il livello sonoro raggiunto dalle esplosioni è impressionante e può arrivare fino a 260 decibel! Si tratta di un rumore difficile anche da immaginare, basti pensare che la soglia del dolore per l’orecchio umano è fissata a 130 decibel e il rumore generato da un tornado arriva a 250 decibel.
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Le impressionanti onde sonore investono tutti gli animali marini che nei casi migliori scappano via terrorizzati, nei peggiori perdono l’udito o subiscono emorragie interne che ne provocano la morte. Gli animali più colpiti dalle esplosioni sono i cetacei dal delicatissimo apparato uditivo, ma anche molti invertebrati, pesci e rettili marini. L’air-gun produce seri danni anche alle attività di pesca che si sostengono con le specie ittiche locali come dimostrato in uno studio condotto nell’oceano Atlantico, dove è stato evidenziato che le catture del merluzzo bianco e dell’eglefino sono diminuite dal 40% all’80% in tutta l’area sottoposta a prospezione. Altri studi evidenziano come l’impatto maggiore delle esplosioni di aria compressa venga esplicato sulle larve e sugli avannotti delle specie ittiche che mostrano purtroppo un alto tasso di mortalità.
Questa evidenza indica come gli air-gun siano disastrosi nelle aree di nursery, ovvero in tutte quelle aree sottomarine scelte dagli animali per riprodursi e dove i giovani individui trascorrono le prime fasi della loro vita. Il Golfo di Taranto racchiude moltissime aree di nursery che tra l’altro sono considerate Habitat prioritari di salvaguardia per la Convenzione di Barcellona
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e Habitat di interesse comunitario per la Direttiva Habitat 92/43/CEE. Le più importanti aree di nursery sono le praterie di Posidonia oceanica, il coralligeno e le scogliere madreporiche a coralli bianchi nel piano batiale che si trovano anche a oltre 1000 metri di profondità e sono sconosciute ai più. E proprio queste ricche barriere coralline di profondità si trovano spaventosamente vicino alle aree che saranno sottoposte alle distruttive ricerche petrolifere. La biodiversità del nostro mare, le specie minacciate come i magnifici cetacei che popolano il nostro Golfo e che attirano turisti e amanti della natura da ogni dove, le popolazioni ittiche che sostengono la pesca locale, gli habitat profondi ancora in parte sconosciuti alla scienza, il cui studio alimenta gli enti di ricerca presenti sul territorio, insomma i nostri beni più grandi sono stati venduti per soddisfare gli interessi dei petrolieri.
Rossella Baldacconi, Dottore di Ricerca (PhD) in Scienze Ambientali

ENI la fa sempre più grossa (la puzzetta)

Eni, ancora lei – Arpa Puglia punta l’indice contro la Raffineria per il cattivo odore del 7 ottobre

Ci risiamo. Ancora una volta la raffineria Eni si rende protagonista di un evento odorigeno non di poco conto verificatosi lo scorso 7 ottobre alle ore 21.45. “In corrispondenza del superamento della soglia impostata per l’attivazione del campionamento odorigeno da parte del sistema Odortel – si legge in una nota – è stato determinato un valore di concentrazione di odore particolarmente significativo presso il sito dell’Ospedale S.S. Annunziata, pari a 102 ouE/m3.  Tale valore di concentrazione è, in assoluto, il più elevato misurato nel sito indicato e, in ordine di rilevanza, il secondo mai determinato nei 22 mesi di sperimentazione del progetto. In base ai nostri primi accertamenti sul fenomeno rilevato, la causa dell’evento è legata alle emissioni odorigene da parte della raffineria ENI di Taranto”. Insomma, si rinnova un copione ben consolidato: nulla di nuovo sotto il cielo di Taranto. (A. Congedo)

sabato 17 ottobre 2015

Svenduti nel nome del dio Petrolio

Trivelle: il governo autorizza altre due prospezioni nel Mar Jonio

Nonostante le proteste e il referendum abrogativo che a breve verrà proposto dalle Regioni del Sud Italia, il governo continua ad approvare nuove attività di ricerca di idrocarburi nei mari. Lo scorso 13 ottobre due nuove autorizzazioni sono state rilasciate per analizzare il bacino del mar Jonio. Le prospezioni partiranno a pochi chilometri dalle città di Taranto, Porto Cesareo e Nardò.
Immediati i commenti sulla vicenda: “I due via libera alla Shell sono uno schiaffo in faccia alle comunità che hanno chiesto di essere ascoltate. Così il governo si lascia sfuggire un’occasione utile per una pausa di riflessione e per riaprire il dialogo con i territori”, dichiara il senatore di Sel Dario Stefàno.
Il Movimento 5 Stelle attacca invece il presidente Emiliano, poiché il rilascio delle autorizzazioni arriva dal premier Matteo Renzi: “Emiliano dovrebbe ricordare a se stesso e ai cittadini – dichiara la consigliera Viviana Guarini - che al governo c’è il suo partito ed è per lui arrivato già da tempo il momento di scegliere da che parte stare: se vuole continuare a militare nel Pd o se vuole dare finalmente un segno di coerenza e serietà abbandonando un partito che sta consentendo la distruzione della nostra terra e del nostro mare”.(Ilikepuglia)

venerdì 16 ottobre 2015

Il Ritorno di La Vecchia

E mentre un colosso come l'Ilva di Taranto veniva messo in ginocchio da un forte nubifragio  che ha colpito il capoluogo jonico, dell'Ilva di Taranto si parlava ad una conferenza che si è tenuta a Bergamo in occasione di "BergamoScienza". Alla conferenza in questione, dal titolo "LA STORIA DELL'ILVA DI TARANTO E L'IMPATTO DELLA INDUSTRIA SULLA SALUTE", ha partecipato come relatore Carlo La Vecchia. Se non lo ricordate.... è la stessa persona che, in qualità di consulente dell'Ilva, aveva firmato il dossier (insieme ad altri consulenti: Paolo Boffetta, Marcello Lotti e Angelo Moretti) con cui contestavano le conclusioni dell’Arpa, della magistratura e degli esperti del ministero della Salute autori dello studio “Sentieri” sull’impatto delle emissioni dello stabilimento. Riferendosi proprio alla diffusione del tumore ai polmoni, i consulenti sembravano riproporre vecchie tesi care alla famiglia Riva. Hanno scritto che le neoplasie non dipendono dall’inquinamento prodotto dal siderurgico ma dagli stili di vita dei tarantini perché «é noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70». Per rinfrescare la memoria, si consiglia la lettura dell'articolo de La Stampa.
Chissà se La Vecchia a Bergamo ha spiegato che se i tarantini si ammalano di tumore è perchè fumano troppo o per altre ragioni.... A noi rimane senz'altro sconosciuto il motivo del perchè abbiano chiamato a parlare  "dell'impatto reale di Ilva sulla salute dei tarantini della zona circostante" proprio ad un consulente di Ilva, membro del Centro Studi Ilva.

Un'industria a prova di emergenza: Reparti fermi, tanta acqua "pulita" in mare e operai in infermeria!

Maltempo in Puglia: stop treni a Taranto, nubifragio all’Ilva

 A causa del maltempo che da diverse ore si e' abbattuto su Taranto, l'Ilva sta fermando alcuni impianti dello stabilimento di Taranto perche' allagati e per motivi di sicurezza. Lo si apprende da fonti sindacali. Il personale e' stato invitato dall'azienda a tornare a casa "ma possono tornare nelle proprie abitazioni - dice Vincenzo Castronuovo, della Fim Cisl - solo coloro che vengono con mezzi propri. Per tanti altri c'e' il problema dei mezzi pubblici, che non ci sono non essendo questo orario di cambio turno, oltreche' dell'impraticabilita' delle strade". Tra gli impianti gia' fermati, segnala Castronuovo, ci sono i Treni nastri, la produzione lamiere e i tubifici, "le cui aree sono allagate e completamente inagibili. Sta piovendo tantissimo da ore e non c'e' drenaggio". Difficolta' segnalate anche nelle acciaierie.
  "Siamo in attesa - conclude Castronuovo - che l'Ilva ci comunichi a stretto giro tutta la mappa degli impianti fermati a causa del maltempo". (AGI) Ta1/Tib


Un nubifragio sta colpendo fin dalle prime ore del mattino la città di Taranto. La pioggia battente sta creando problemi di circolazione alle auto, anche a causa della visibilità ridotta. Numerose le chiamate ai numeri di soccorso, che però non segnalano al momento alcuna situazione di particolare gravità. 
La zona del porto
Particolarmente colpita sembra la zona del porto, dove l’acqua si è accumulata sulle strade dando origine a veri e propri laghi, che rendono ancora pù difficile la circolazione. Difficile l’accesso alla Statale 7, che collega Taranto a Bari.
Il siderurgico
Il nubifragio mette in ginocchio anche un colosso come lo stabilimento Ilva di Taranto. Sono già caduti oltre 50 millimetri di pioggia e le previsioni non promettono nulla di buono. In fabbrica reparti allagati, quadri elettrici bagnati mentre le condizioni di sicurezza stanno venendo meno ora dopo ora perché l’abbondantissima acqua caduta dal cielo non riesce a essere smaltita e non defluisce lungo le canalette. Di qui la decisione dell’azienda di sgomberare i settori maggiormente colpiti. Finora i tubifici 1 e 2 e l’officina Mua sono quelli nelle condizioni di assoluta impraticabilità e il personale è stato messo in libertà, ma il quadro è suscettibile di cambiamenti in peggio nelle prossime ore. I sindacati e i dirigenti di Ilva seguono l’evolversi della situazione momento per momento per evitare che si creino condizioni di rischio. Altri reparti sono sotto osservazione per essere fermati. Il quadro sarà delineato con maggiore chiarezza entro il primo pomeriggio. (CdM)

Il nubifragio che si è abbattuto ha infatti provocato un blackout dell'azienda ed ha causato una fuga di gas nei reparti dell'ex Pla/1: alcuni operai hanno accusato malori per intossicazione da monossido di carbonio e sono stati portati in infermeria.
La dispersione del gas sarebbe riconducibile da un guasto avvenuto in sottostazione tra il Treno nastri 1 e la Colata continua 5 dove non si è chiuso il portellone di emergenza Gas Coke. Il nubifragio ha allagato diversi reparti che sono stati evacuati.  (giornaledipuglia)
 

Quotidianamente

Crisi Marcegaglia. A Taranto operai su un carroponte

Tre lavoratori cassintegrati sono saliti stamani sul carroponte del capannone numero 2 dell’ex stabilimento Marcegaglia Builtech, dismesso due anni fa, per richiamare l’attenzione sulla loro vertenza, a poco più di un mese dalla scadenza dell’ammortizzatore sociale (17 novembre) per cessata attività. Gli operai – 84 in tutto – sono da circa tre settimane in assemblea permanente.
I tre lavoratori dell’ex stabilimento Marcegaglia Buildetch poi hanno sospeso la protesta dopo aver ricevuto rassicurazioni sulla convocazione di due incontri: il 22 ottobre alla Regione Puglia e il 27 al Mise. Lo si apprende da fonti sindacali. I lavoratori, da tre settimane in assemblea, chiedono la proroga di un anno della Cig e auspicano  la reindustrializzazione del sito.
I vigili del fuoco avevano montato a scopo cautelativo un pallone pressostatico sotto l’area del carroponte.
Nel 2013, quando Marcegaglia decise di chiudere lo stabilimento tarantino (che produceva pannelli e coperture per il fotovoltaico) e tutti i lavoratori vennero posti in cassa integrazione a zero ore, iniziò un percorso presso i vari ministeri con l’intento di trovare un nuovo soggetto industriale che potesse reindustrializzare il sito tarantino con il conseguente riassorbimento di tutte le maestranze.
L’unica azienda che aveva mostrato interesse, la Otlec di Torino (specializzata nel settore metalmeccanico nella produzione di cogeneratori e bruciatori) ha poi rinunciato all’investimento. "I lavoratori – è detto in una nota di Fim, Fiom e Uilm – sono fermamente intenzionati a protestare rimanendo sul capannone sino a quando non si avranno notizie sul loro futuro occupazionale".
Le organizzazioni sindacali "ribadiscono ancora una volta la loro forte preoccupazione sullo stato sociale dei lavoratori tutti della Marcegaglia e su quello di salute e sicurezza dei lavoratori oggetto della protesta". (GdM)

E' durato poco


Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti

Il tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di 15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)

giovedì 15 ottobre 2015

Cosa si muove e non si vede in Ilva

Sul polo tarantino una bufera di numeri. Mettiamo ordine

Sembra paradossale che i conti della più grande azienda italiana per dipendenti diretti, l'Ilva di Taranto, quasi ogni mese generino una sorta di psicosi collettiva pur non essendoci una sola carta ufficiale che attesti la reale situazione economica del siderurgico tarantino. Il fatto ancora più grave, se possibile, è che queste voci vengano riprese da tutti i quotidiani locali e nazionali, rilanciate sui social network da politici e sindacalisti e da esponenti della società civile trasformatisi in guru dell'economia mondiale dell'acciaio, e che siano utilizzate ad hoc come armi di terrorismo psicologico di massa da chi ricopre incarichi istituzionali di tutto rispetto ma che mastica molto poco, e male, la materia.
La scorsa settimana in tutta Italia è stata rilanciata la notizia secondo la quale l'Ilva perderebbe tra i 30 e addirittura i 50 milioni di euro al mese (150 soltanto nel trimestre estivo): una cifra abnorme, che manderebbe all'aria qualunque azienda nel mondo nel giro di pochi mesi. La fonte della notizia non è stata specificata. L'azienda non è intervenuta sulla vicenda limitandosi a convocare i sindacati metalmeccanici a Roma il prossimo 29 ottobre. E così, inevitabilmente, è stato rilanciato anche l'allarme sugli stipendi di ottobre da versare sui conti correnti dei dipendenti diretti il prossimo 12 novembre. Notizia poi immediatamente smentita dagli stessi sindacati.
Dunque, qual è la reale situazione economica dell'azienda? Ufficialmente, nessuno può dirlo con certezza assoluta. Nel 2014 l’Ebitda (il margine operativo lordo) è stato negativo per 334 milioni di euro. Secondo le previsioni aziendali, confermate nelle ultime ore, le perdite del 2015 si aggireranno intorno ai 280 e i 300 milioni di euro: dunque non più di 25 milioni di euro al mese, cifra molto lontana dagli allarmi sparati ai quattro venti nei giorni scorsi.
La produzione e le commesse
Chiarezza va fatta anche per quanto concerne le commesse: nei prossimi giorni ripartirà il Treno Nastri 1 (TNA1) e il Tubificio 1 per quattro settimane grazie ad una commessa, anche se minore, di 1500 tubi. Attualmente l'Ilva produce 13mila tonnellate di ghisa al giorno, ed è in marcia con tre altiforni: l'1, il 2 e il 4. Ma ciò non impedirà di chiudere la produzione annua al di sotto dei 5 milioni di tonnellate di acciaio. La cosa interessante è però un'altra e riguarda le manovre che stanno riguardando il Tubificio 2, quello che produce tubi dal diametro maggiore.
Sempre nelle scorse settimane infatti, si è diffusa l'ennesima notizia infondata, secondo la quale l'Ilva avrebbe perso la commessa per la costruzione dei tubi del progetto TAP (il gasdotto Trans Adriatico, Trans-Adriatic Pipeline) inerente il tratto che dall'approdo della costa salentina congiungerà il gasdotto con un tratto di 8 km interrato a un metro e mezzo fino al terminale di ricezione (PRT) che verrà installato tra i comuni di Vernole e Melendugno, per poi riallacciarsi alla rete nazionale di Snam rete Gas a Mesagne, in provincia di Brindisi, attraverso un altro condotto di 56 km che costruirà Snam stessa.
Il fatto è che l'Ilva quella commessa non l'ha persa per il semplice fatto che non l'hai mai ottenuta. Il Consorzio che si occupa del progetto, infatti, non ha ancora deciso a chi affidarsi, ma fonti governative sostengono che la trattativa è in corso e che a breve potrebbero arrivare «buone notizie». Del resto, se il governo italiano non ha mai fatto opposizione alla costruzione del gasdotto e all'approdo dello stesso in una delle zone più belle della costa salentina nonostante la ferrea opposizione delle popolazioni locali, dei Comuni interessati dal progetto e dalla stessa Regione Puglia, è facile intuire che abbia posto delle condizioni al Consorzio, tra le quali appunto quella di rifornirsi dei tubi affidando la commessa proprio all'Ilva.
L’indotto e la forza lavoro: quali le prospettive
Ciò che al momento più preoccupa i sindacati infatti, oltre al fatto di avere 2 mila operai diretti in solidarietà (anche se in realtà secondo 'radio fabbrica' potrebbero essere molti di più visto il poco lavoro), è la situazione di grande sofferenza in cui si trovano le aziende dell'indotto. Molte sono le aziende che lentamente hanno chiuso i battenti negli ultimi mesi. Questo non solo per il fatto che Ilva è nuovamente in ritardo con i pagamenti, ma soprattutto perché le aziende dell'indotto vantano nei confronti del siderurgico un credito pregresso di ben 150 milioni di euro, secondo le stime di Confindustria Taranto. Il problema è che essendo l'azienda in amministrazione controllata, dopo che il tribunale di Milano nello scorso gennaio ha constatato uno stato di insolvenza per quasi tre miliardi di euro (oltre 20mila le istanze di insinuazione al passivo presentate dai creditori), e procedendo spedita verso una pesante ristrutturazione che porterà alla nascita della new.co, quei crediti pregressi finiranno inevitabilmente nella bad company: in pratica difficilmente le aziende dell'indotto otterranno qualcosa. E difficilmente basteranno le risorse finanziarie di 400 milioni di euro stanziate mesi fa dal governo.
Nonostante questo caos di incertezza generale, il silenzio del governo centrale e dei commissari Ilva sottende il fatto che un piano ci sia e che lo si stia seguendo in silenzio, nonostante tutto. Non bisogna dimenticare infatti quanto dichiarò il premier Renzi a fine 2014 e nel marzo dello scorso anno: «È un'azienda strategica per il paese: la risaniamo e poi la rilanciamo sul mercato».
Per la new.co si attende il 2016
È chiaro quindi che in questo momento di transizione sono escluse due ipotesi: la vendita dell'azienda ad un privato e la gestione della stessa a metà tra il pubblico, lo Stato, ed un privato. Dunque, l'unica strada percorribile alternativa alla chiusura è quella della new.co, che nei piani del governo sarebbe dovuta nascere in autunno, mentre sarà costituita non prima dell'inizio del 2016: nelle prossime settimane infatti è prevista la presentazione del piano di ristrutturazione elaborato dai commissari al Mise, che dovrà essere approvato dal ministero e dal governo, che aprirà le porte alla nuova società a cui affittare gli impianti per i prossimi anni. Piano al quale sono interessati soprattutto i sindacati che temono che si realizzi quanto da sempre temuto: ovvero esuberi per 2-3mila operai.
La nascita della new.co è infatti direttamente collegata alla costituzione del Fondo turnaround, una società di servizio approvata dal governo con un decreto la scorsa estate, che prevede l'ingresso nel fondo di enti e fondi d'investimento: secondo l'agenzia di stampa Reuters al momento si parla di una una cifra intorno agli 1,6-1,8 miliardi di euro. Si tratta di Cassa Depositi e prestiti (che ha approvato lo scorso 16 giugno “la manifestazione di interesse, preliminare e non vincolante, a partecipare, con un ammontare fino a 1 miliardo di euro in qualità di investitore garantito, al capitale della società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane”), dell'Inail (200 milioni), delle Poste Vita (100 milioni), di Enpam e Inarcassa (50 milioni ciascuno), Orlando Italy e Bridge Point Capital (200-300 milioni), Oaktree e Muzinich (100-200 milioni).
Dunque, tutto si muove pur sembrando immobile. Servirebbe soltanto più onestà intellettuale all'esterno e più chiarezza e comunicazione dall'interno dell'azienda. Ma questa è un'altra storia.
Gianmario Leone - Siderweb

Ma come, il problema di Massafra non era il traffico?

M5S chiede scioglimento Provincia di Taranto per infiltrazioni mafiose

“Questa mattina, insieme ai parlamentari Buccarella, Donno, De Lorenzis, Lezzi e all’europarlamentare D’Amato, abbiamo inviato una richiesta al Prefetto di Taranto per richiedere lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano. Il 30 Luglio 2015 è stata adottata nei confronti della società Avvenire una informazione antimafia interdittiva, viste le relazioni della locale Direzione Investigativa Antimafia di aprile e giugno 2015, condivise dal Gruppo Ispettivo Antimafia in data 23 luglio, dalle quali emergerebbe un complessivo quadro di pericolosità in senso oggettivo circa l’esistenza di infiltrazioni mafiose e della sussistenza di un collegamento, o per lo meno di un condizionamento, dell’impresa in argomento Avvenire Srl con le organizzazioni mafiose. In data 16 Settembre 2015 il Direttore dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone dichiarava: “I boss controllano la raccolta dei rifiuti in molte città”, tanto che a Massafra pare che un capo clan sia stato assunto dalla cooperativa “Avvenire” con ruoli di responsabilità; ciò gli ha addirittura permesso di salire sul palco di un’assemblea pubblica, con mezza amministrazione comunale al fianco, a parlare di raccolta rifiuti.
‘Dalle verifiche eseguite dalla prefettura’, si legge nell’atto notificato dallo stesso magistrato nelle scorse settimane, ‘risulta che Avvenire abbia in corso di esecuzione un rilevante numero di contratti presso molteplici enti locali’. ‘La ditta Avvenire’, si legge ancora, ‘gestisce il servizio in Enti locali pugliesi e locali non solo tarantini ed in particolare: Tursi, Laterza, Lizzano, Castellaneta, Monteiasi, Noci, Putignano, Grumo Appula, Zapponeta, Isole Tremiti e Montescaglioso’. Comuni in cui, sempre secondo Cantone, in nessuna maniera si può continuare a lavorare con il vecchio management, viste le infiltrazioni. E ‘casualmente’ sono proprio molti dei dirigenti dei comuni tarantini sopra citati che oggi ricoprono o hanno ricoperto incarichi di responsabilità all’interno dell’ARO 3/TA. Il Sindaco del Comune di Massafra, Martino Tamburrano è, infatti, attualmente Presidente della Provincia di Taranto ma è stato Presidente Ato e Presidente ARO 3/TA. Inoltre, vicepresidente dello stesso ARO 3/TA, di cui il Comune di Massafra è capofila, è il sindaco del Comune di Castellaneta Avv. Giovanni Gugliotti, mentre le posizione di Responsabile dell’Ufficio comune e di Segretario dello stesso ARO sono state rispettivamente occupate dall’arch. Aldo Caforio, dipendente del Comune di Castellaneta e dalla dott.ssa Lucia D’Arcangelo, segretario generale del Comune di Massafra.
Pertanto abbiamo questa mattina inoltrato una richiesta al Prefetto di Taranto per chiedere se non ci siano le condizioni per lo scioglimento del Consiglio Provinciale di Taranto e dei Consigli Comunali tarantini coinvolti, in particolare quelli di Massafra, Castellaneta, Monteiasi e Lizzano, così come prescritto dai co. 1 e 2 dell’art. 143 dello stesso D. Lgs. 267/2000. La situazione è ormai diventata insostenibile ed inaccettabile e vanno presi dei provvedimenti seri ed urgenti. Proprio qualche giorno fa abbiamo depositato la proposta di Legge per istituire una commissiona Antimafia, volta soprattutto a combattere il fenomeno eco mafioso. Vorremmo ricordare che la Regione Puglia è sul podio per reati ambientali, classificandosi così come la Regione più ecomafiosa d’Italia. E’ arrivata l’ora di contrastarla seriamente: il gioco degli appalti deve finire”. (Statoquotidiano)

In Stabilità

Per Ilva garanzia Stato 1,2 mld fondi

La Legge di Stabilità prevede misure specifiche per la soluzione del caso Ilva. Ci sarebbe in particolare una norma che autorizza i commissari a contrarre finanziamenti, soprattutto per il risanamento ambientale, per un totale di 1,2 miliardi (di cui 400 milioni nel 2016) con la garanzia dello Stato, ma anche la proroga del commissariamento a quattro anni. Sarebbero anche presenti norme per rendere più facile l'accesso al fondo di garanzia per le aziende dell'indotto. (ANSA)
 
Una boccata di ossigeno da 800 milioni di euro per Ilva. La nuova iniezione di fondi per la grande fabbrica dell'acciaio di Taranto è prevista dalla legge di stabilità varata dal Consiglio dei Ministri.
Nel provvedimento, infatti, è stato inserito un ampliamento del fondo di garanzia di 400 milioni di euro già stabilito per il siderurgico. Il fondo, quindi, sarà allargato sino ad un miliardo e duecento milioni di euro e servirà a coprire i costi dei lavori di risanamento e ambientalizzazione degli impianti. La poderosa iniezione di denaro sarà assicurata dalle banche e sarà garantita dalle risorse sequestrate alla famiglia Riva, nel corso delle inchieste che hanno travolto il gruppo industriale. Fondi attualmente depositati in istituto di credito svizzeri.
Il provvedimento del Governo, inoltre, prevede l'allungamento di un ulteriore anno del commissariamento dell'azienda.(Quot)

mercoledì 14 ottobre 2015

Massafra, terra di aromi

EMILIANO: I RIFIUTI DEL BRINDISINO ALLA CISA DI MASSAFRA

Il presidente della regione Puglia Michele Emiliano ha firmato nella serata del 13 Ottrobre, al termine dei lavori del Consiglio regionale, un’ordinanza per la delocalizzazione dei flussi dei rifiuti urbani prodotti da undici Comuni del Brindisino.
I rifiuti verranno delocalizzati nell’impianto di trattamento di Massafra.
In tal modo si è ritenuto di rispondere tempestivamente, e con l’urgenza che il caso richiede, a quanto condiviso nel corso della riunione che si è tenuta ieri presso la Prefettura di Brindisi.
Procedono intanto tutte le altre attività volte ad esaminare la situazione al fine di scongiurare crisi sul territorio del provincia di Brindisi. (vivimassafra)

martedì 13 ottobre 2015

La chiamavano bonifica

Tamburi, scuole e Ilva «La bonifica è un bluff». Il comitato dei cittadini Liberi e Pensanti all’attacco

 Ieri mattina, alle dieci, davanti alla scuola “De Carolis”, due passi dalla “Deledda”, quartiere Tamburi, conferenza stampa del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti. Portavoce Aldo Ranieri, c’è chi indossa la maglietta del movimento. Un signore in tuta, un residente del quartiere, si sbraccia, ringrazia davanti agli organi di informazione «l’impegno dei ragazzi». «Senza loro, questa storia – il riferimento è all’inquinamento industriale – non avrebbe avuto la giusta risonanza a livello mediatico».
Non sono in molti, qui, al quartiere Tamburi, a sentire il problema sollevato dai “Cittadini”. «Fra i tanti muri – attacca Ranieri – c’è anche quello dell’indifferenza, non cerchiamo voti, ma partecipazione: sono i loro ragazzi ad andare a scuola e a fare lezione qui, quasi fossero reclusi a scontare pene per colpe non loro; non possono aprire una porta, una finestra a causa delle polveri». Poi, attacco alle istituzioni. «Nonostante la nostra città – dice il portavoce del comitato – con siderurgico e raffineria rivesta grande importanza per l’economia nazionale, quando si tratta della salute dei nostri piccoli, la litania è sempre la stessa: non ci sono soldi». Non va bene, secondo Ranieri. «Non vogliamo più sentire queste cose, siamo stanchi: i bambini, qui, vivono nel chiuso delle loro aule, non possono giocare nei giardini delle scuole e del quartiere, c’è un’ordinanza; non possono fare attività sportiva, la palestra è stata occupata dal materiale per i lavori di riqualificazione; un container costava troppo, dunque, utilizziamo la palestra per scaricare di tutto e di più; ci sarebbero otto milioni e mezzo di ragioni, quanti gli euro a disposizione dell’Amministrazione per restituire, se possibile, dignità a un quartiere martoriato, prima del resto della città, da fumi e veleni».
Ce n’è anche per il sindaco, Ippazio Stefano. Non vogliono «più sentire nominare il suo nome». «Un pediatra – riprende Ranieri – cui non interessa la salute dei bambini, che pediatra è? Uno specialista, di più, un amministratore, che non si preoccupa di classi di 20-25 bambini che ogni giorno fanno lezione senza poter aprire una finestra, dimostra di non avere a cuore la salute dei suoi concittadini più piccoli; non ha preteso il risarcimento che spettava a Taranto».
Scuole riqualificate al quartiere. «Non sono come le altre scuole cittadine: qui è diverso dalle altre realtà, dopo più di tre anni – i sigilli all’area a caldo furono posti il 26 luglio del 2012 – ancora il niente: e le aule scolastiche sono a duecento metri dai parchi minerari, a duecento metri dalle ciminiere».
Pitturazione, porte e finestre nuove. «Non basta: non è stato previsto un sistema di riciclo di aria con i filtri; pensano ad altro: quando il vento arriva dalle zone industriali i bambini non possono aprire la finestra, fanno lezione come fossero in trappola».
Per finire. «Comune e Provincia – conclude Aldo Ranieri del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti – hanno impedito che l’Istituto musicale “Paisiello” si trasferisse qui: troppo vicino alle fonti di inquinamento dell’Ilva; particolare ignorato: qui nascono e crescono bambini, vive gente da decenni, loro con le fonti di inquinamento continuano a convivere». Una vera e propria requisitoria, insomma, con la quale (Quot)

Legambiente slega gli alberi dai cappi del Comune

Legambiente: dieci domande al sindaco di Taranto sul verde urbano

Nell’incontro svoltosi il 18 settembre scorso il dottor Baio, nella sua veste di assessore all’ambiente del Comune di Taranto, al termine di un confronto sullo stato di salute del verde pubblico nella nostra città,  aveva assunto con Legambiente Taranto i seguenti impegni: immediata cessazione delle potature da parte dell’AMIU sostituzione degli alberi morti, anche a causa delle potature selvagge effettuate in passato, nell’ambito del perimetro urbano acquisto da parte del Comune di Taranto di attrezzatura idonea a meglio determinare lo stato di salute delle piante a rischio abbattimento incremento del verde urbano.
All’incontro avevano partecipato per Legambiente la presidente del Circolo di Taranto, Lunetta Franco, ed il dottor Valentino Traversa, dottore forestale esperto di verde urbano. Era inoltre presente la dottoressa Francesca Trisolini in qualità di tecnico convenzionato con il Comune di Taranto. In questi giorni abbiamo però ricevuto da molti cittadini sia segnalazioni di interventi generalizzati di potatura da parte dell’AMIU, sia foto di numerosi episodi di capitozzature o di potature così drastiche da aver ridotto le piante a scheletri.
Interventi effettuati in assoluto dispregio del Regolamento del Verde adottato dal Comune di cui Lei è Sindaco che prevede innanzitutto che gli  interventi di potatura debbano essere effettuati nel periodo invernale, mentre siamo appena all’inizio dell’autunno. Il medesimo Regolamento vieta gli interventi di capitozzatura e prescrive che  la potatura  debba essere limitata alla rimozione di parti di chioma secche, lesionate o alterate da danni fisici o da agenti patogeni senza mutare la forma naturale della pianta e/o la forma di allevamento impostata.
Le chiediamo perciò:
  1. Intende confermare o smentire gli impegni assunti dal dottor Baio ?
  2. Considera leciti o illeciti gli interventi effettuati dall’AMIU?
  3. Darà disposizioni affinché venga immediatamente imposto all’AMIU di non effettuare altri interventi di potatura essendo gli stessi vietati nel periodo autunnale dal Regolamento del Verde del Comune di Taranto?
  4. Chiederà ai Vigili Urbani di sanzionare l’AMIU in base a quanto previsto  dallo stesso Regolamento Comunale?
  5. Provvederà ad individuare i responsabili, cioè i mandanti di questi interventi assurdi, accertando chi li ha richiesti e chi ha deciso di effettuarli?
  6. E’ mai possibile che tutto sia stato fatto all’insaputa dell’Amministrazione  Comunale di Taranto? E, se così fosse, cosa intende fare, Lei che è il primo cittadino, per ripristinare il rispetto della legalità da parte di un’azienda di cui il Comune è  proprietario ?
  7. Quando verrà finalmente affidato ad altri l’incarico della cura del Verde urbano che palesemente l’AMIU non è in grado di assolvere? Sono due anni che se ne parla, qualche giorno fa i giornali lo annunciavano come già avvenuto, ma in realtà tutto continua come prima
  8. Si impegna a rimpiazzare i diversi  alberi morti presenti in città, a volte tagliati come da spaccalegna, con nuove piante e a dare disposizioni affinché queste ultime vengano adeguatamente curate?
  9. Cosa intende fare per accrescere il Verde Pubblico a disposizione dei cittadini a causa della cui esiguità  Taranto compare sempre agli ultimi posti nella specifica classifica prodotta proprio da Legambiente con Ecosistema urbano?
  10. In occasione della prossima Festa dell’Albero vorremmo piantare degli alberi nei pressi di Marechiaro. Si impegna ad evitare che gli stessi vengano poi spiantati come è avvenuto per quelli messi a dimora da Legambiente e da decine di studenti delle scuole tarantine a Cimino e poi “eliminati” per far posto ad un parcheggio che, tra l’altro, continua a rimanere incompiuto?
Restiamo in attesa di una sua risposta (Inchiostroverde)

Piazza Garibaldi: perchè piantare altri pini, se poi bisogna abbatterli?

Il Circolo Legambiente di Taranto manifesta la sua netta contrarietà alla decisione dell'Amministrazione Comunale di procedere alla piantumazione di alberi di pino in sostituzione dei tre tagliati in Piazza Garibaldi nel mese di giugno.
"La scelta di utilizzare altri pini non può essere giustificata dall'eventuale esigenza della Sovraintendenza di restituire alla piazza l'aspetto di un tempo - afferma Claudia Braccio di Legambiente Taranto - dal momento che quando, a fine Ottocento, la piazza fu costruita, le piante messe a dimora furono esclusivamente querce e palme. Non furono previsti né mai piantati all'epoca alberi di pino che sono stati introdotti in tutta Italia, e non solo a Taranto, solo più tardi ossia nell'epoca fascista. Quelli abbattuti a giugno, peraltro, avevano circa quaranta anni ed erano dunque ancora più recenti."
La scelta di ripiantare pini non trova appiglio né nella storia della piazza, né nei pareri espressi dai professionisti del settore (dottori in scienze agrarie e forestali, tra cui l'attuale consulente per il verde del Comune di Taranto) e nel regolamento comunale del verde, unanimi nel ribadire che "nella realizzazione di aree verdi limitrofe a strade dovranno essere utilizzate specie con apparati radicali non invasivi, crescita lenta e non superficiale per limitare danni ai marciapiedi, alle strutture e di conseguenza alle persone".
Viene inoltre fortemente ed espressamente sconsigliato l'utilizzo di pini nel contesto urbano pubblico e privato in quanti si tratta di alberi che, essendo ad alto fusto, se non ben potati tendono ad inclinarsi e senza preavviso a schiantare con rischio per i passanti e le auto.
"Si tratta delle stesse ragioni che, recentemente, hanno portato agli abbattimenti di numerosi alberi di pino, (a giugno i dieci pini di via Caduti di Nassyria e, ancora da eseguire, i dieci di via Ancona), messe per iscritto dalla consulente del Comune di Taranto che, nella sua relazione, ha consigliato di sostituirli con specie meno invasive – aggiunge Lunetta Franco, Presidente di Legambiente Taranto - E allora non ci sembra dettata da buon senso la decisione di piantare nuovamente dei pini in Piazza Garibaldi e pertanto chiediamo all'Amministrazione Comunale di rivederla e chiamiamo la Sovrintendenza ad esprimersi pubblicamente al riguardo. Non capiamo come mai non si debba imparare dagli errori del passato e farne tesoro. Quei pini in futuro causeranno gli stessi problemi che hanno costretto oggi alla scelta drastica dell'abbattimento e probabilmente domani dovranno essere tagliati anch'essi. "
Per Legambiente sono possibili altre scelte che si pongano in continuità dal punto di vista storico con la vegetazione presente nella piazza e che siano coerenti con le altre alberature presenti.
Nello stesso tempo pensiamo che bisogna fare quanto possibile per salvare i pini attualmente esistenti a cominciare dall'allargare in maniera congrua le aiuole in cui sono piantumati.
Dall'Amministrazione Comunale e dalla Sovrintendenza aspettiamo risposte (Legambiente)

Rosso di sera. Sempre!


lunedì 12 ottobre 2015

Beati loro..

La Fonderia 1 incanta ma solo per una notte

FOLLONICA. Il restauro della Fonderia 1 piace ai follonichesi.
Le porte della vecchia fabbrica che costeggia via Roma sabato sera si sono aperte ai cittadini del golfo che, finalmente, hanno potuto ammirare con i loro occhi la ristrutturazione dell'edificio dell'Ilva prima in degrado, costata quattro milioni di euro: l'evento di inaugurazione della Fonderia 1 ha fatto centro conquistando tutti coloro che hanno preso parte al taglio del nastro. Alla presenza delle autorità civili e militari della città del golfo il Cantiere Cultura, comitato che unisce moltissime associazioni follonichesi, ha proposto un allestimento d'effetto all'interno della nuova struttura, dove si sono mischiate arti diverse, che hanno saputo entrare nel cuore degli spettatori, emozionandoli.
«Abbiamo superato cinquecento presenze, è andata benissimo tanto che lo spettacolo è stato ripetuto più volte – spiega il presidente del Cantiere Cultura, Mimmo Fiorani – Era un evento diversificato: una base musicale in parte suonata dal vivo, cori e video proiezioni. Inoltre c'erano tre monologhi, il tutto con incursioni del corpo di ballo del Centro Studi Danza di Follonica. Vorrei ringraziare tutti i presenti che sono stati sinceramente orgogliosi di essersi riappropriati di uno spazio che troppo a lungo non è stato loro. Lo spettacolo di sabato è stato solo un assaggio di quello che è possibile farci».
E l'approvazione più importante è arrivata dall'assessore alla cultura Barbara Catalani, che ha elogiato pubblicamente il lavoro fatto dal comitato, spiegando che cosa è secondo lei il Cantiere Cultura. «È fermento e lavoro (qualche volta duro lavoro). È coscienza collettiva di appartenenza ad un luogo. È voglia di spendersi per valorizzare quel luogo sia esso un edificio, un'area, una città, un territorio – spiega l'assessore - È bisogno di esprimersi, di confrontarsi e anche scontrarsi ma sempre con la consapevolezza di voler crescere. È capire che bisogna andare sempre più in là, che non ci sono limiti alla conoscenza. È bisogno concreto di agire, di fare progetti, di fare impresa. Quello che dopo “La notte del lavoro narrato”, è stato fatto in queste settimane per la Città Visibile dimostra che la cultura è lavoro, è impresa. È per me una grande soddisfazione aver avuto l'intuizione di far lavorare insieme questo gruppo e di far capire alla città che non si devono far scappare i cervelli ma che bisogna solo dargli la possibilità di esprimersi».
Ma dopo il successo dell'inaugurazione le porte della Fonderia 1 si chiuderanno nuovamente: ancora non è dato sapere come sarà utilizzato quello spazio, uno spazio enorme, 2400 metri quadrati di superficie dove, almeno secondo i progetti, dovrebbero essere organizzate esposizioni e mostre. Ma non sarà facile: Follonica non è una città così grande e il suo turismo solitamente è legato ai tre mesi estivi.
Nel contempo potrebbe diventare un centro attrattivo per occasioni differenti, dallo sport, alla cultura, passando per eventi eno-gastronomici. Insomma le carte da giocare sono molte, anzi moltissime, tutto starà nel modo in cui le
stesse saranno usate da chi amministra il governo del golfo: servirà impegno e dedizione per poter vincere questa partita, così importante per Follonica e per il suo futuro, l'Ilva restaurata dovrà essere riempita di contenuti, per non rimanere una cattedrale, se pur bellissima, nel deserto.(Tirreno)

Operai attivi

Ilva, processo dal 20. Cobas annuncia sit-in

I Cobas, organizzati nella "Rete nazionale per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro e sui territori", stanno organizzando per il 20 ottobre, giorno in cui inizierà il processo per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, un sit-in davanti al Tribunale di Taranto, allo stabilimento siderurgico e al quartiere Tamburi. "L'Ilva - è detto in una nota – mostra in maniera esemplare come lo Stato sia sempre e solo al servizio del capitale. La gestione attuale di Stato e di governo dell’Ilva mostra che l’intervento dello Stato borghese serve solo per socializzare le perdite e in futuro, nuovamente, privatizzare i profitti. Per questo il processo Ilva è una grande scadenza nazionale".
L'appello dei Cobas a partecipare ai sit-in di protesta è rivolto ad "operai dell’Ilva, lavoratori del cimitero, luogo di massima concentrazione di inquinamento ai Tamburi, proletari e famiglie dei quartieri Tamburi e Paolo VI, costituitisi parte civile". (GdM)