lunedì 13 ottobre 2014

La puzza non da solo fastidio al naso!

le emissioni di una torcia della raffineria eni
Emissioni di una torcia della raffineria eni -Autore: Redazione Peacelink

Raffineria Eni di Taranto, una "bolla" di inquinanti

Pubblichiamo i dati degli inquinanti relativi agli anni 2013 e 2014
La situazione dei macro inquinanti della raffineria ENI di Taranto é stata resa nota con un articolo di Peacelink del Luglio 2014. La raffineria, situata a Taranto dal 1967, gestita dalla Shell dal 1975 e in seguito passata sotto il controllo del gruppo  Eni nel 2002, é caratterizzata da un ciclo produttivo che permette il trattamento del greggio separandolo in diverse frazioni: Gas, Gpl, Naphta, Kerosene, Gasoli e Residui. Lo stoccaggio dei prodotti finiti avviene in 133 serbatoi con una capacità complessiva di circa 3 milioni di m3. Nello stesso perimetro aziendale opera una centrale termoelettrica di proprietà del gruppo Enipower, che fornisce energia agli impianti della raffineria.

La questione dei report mai pubblicati
E’ particolarmente difficile reperire la documentazione dell’ENI relativa alla quantità di inquinanti immessi nell'aria e nell'acqua. I reports più recenti, che avrebbero dovuto essere trasmessi secondo le scadenze dettate dall'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), sono, infatti, irreperibili.
Consultando l'area preposta sul sito internet del Ministero dell’Ambiente, il documento più recente è  la "Trasmissione rapporto annuale 2014 », relativo all'esercizio del 2013 degli impianti. Tuttavia, la documentazione allegata, fondamentale perchè gli allegati contengono i report, é mancante.  Il capitolo 8 dell’AIA Eni, sul « Reporting », cita:
"Entro il 30 aprile di ogni anno, il gestore è tenuto alla trasmissione, all'Autorità competente (Ministero dell'Ambiente), all'Ente di controllo (ISPRA), alla Regione, alla Provincia, al Comune interessato e all'Arpa territorialmente competente, un rapporto annuale che descrive l'esercizio dell'impianto dell'anno precedente. Tutti i rapporti dovranno essere trasmessi su supporto informatico. Il formato dei rapporti deve essere compatibile con lo standard "Open Office Word Processor" per le parti testo e Open Office - fogli di calcolo per i fogli di calcolo e diagrammi riassuntivi. Eventuali dati e documenti in solo formato cartaceo dovranno essere acquisiti su supporto informatico per la loro archiviazione".
Allo stato attuale, la documentazione relativa al 2013 avrebbe dovuto esser già disponibile ma di essa non vi é ad oggi traccia e gli ultimi reports risalgono all’anno 2012. Può anche essere accaduto che Eni abbia trasmesso nei tempi dovuti i report all'ente di controllo e che questo non abbia provveduto alla pubblicazione.
Per colmare questa grave mancanza di informazione su dati importanti che riguardano gli inquinanti prodotti dalla raffineria, Peacelink ha fatto esplicita richiesta ad Arpa Puglia, la quale ha fornito alcuni dati relativi al periodo 2013 e  2014.
Al paragrafo 8.1 "Comunicazione Mensile" leggiamo: "E' fatto obbligo di comunicazione mensile, secondo il quale il gestore, al termine di ogni mese, è tenuto alla trasmissione all'ente di controllo ISPRA e all'Arpa territorialmente competente dei valori di concentrazione media mensile relativi alle emissioni in aria per i parametri della bolla". 
Inoltre abbiamo indirizzato la richiesta ad Arpa Puglia anche per quanto riportato in un documento redatto da Eni ed inserito nella relazione annuale del 2013 dove si scrive che:
"Le medie orarie elaborate dal sistema di acquisizione, vengono trasmesse “on-line” ad ARPAP DAP Taranto". Inoltre è interessante sapere, apprendiamo sempre dallo stesso documento, che la raffineria possiede un monitoraggio dei camini in continuo ed un portale intranet che comunica in tempo reale le concentrazioni e i flussi degli inquinanti che vengono elaborati da un software che fornisce i dati espressi come media oraria, media giornaliera e media mensile, ricavati a partire dai dati istantanei rilevati.
Perchè sono disponibili on line solo  i report del 2012 nonostante tutta la tecnologia messa in campo con rilevazioni di inquinanti in tempo reale, monitoraggio in continuo e comunicazioni telematiche?

La misurazione di Bolla
Prima di visualizzare i dati emissivi dei flussi di massa e delle concentrazioni del 2013 e 2014 (dati ancora non presenti sul sito del Ministero dell’Ambiente), è necessario acquisire un concetto che si definisce la  "Bolla di Raffineria".
Il concetto è questo. L'azienda ha sette camini che emettono inquinanti in atmosfera, l'ente preposto pone un limite emissivo che l'azienda applica ad un valore misurato, ma siccome ci sono sette camini, con un calcolo matematico queste sette emissioni dimentano una sola emissione. Questa unica emissione virtuale si chiama "Bolla" che considera l'emissione della raffineria come un singolo insieme,  pertanto per rapportare i valori emissivi con i limiti preposti dall'AIA verrà preso in considerazione solo il valore della Bolla di Raffineria e non quelli dei singoli camini collegati ad ogni singolo impianto.
Il concetto da digerire è questo:
I valori di Bolla devono essere calcolati come rapporto ponderato tra la sommatoria delle masse inquinanti emesse e la sommatoria dei volumi effluenti gassosi convogliati dell'intera raffineria. I volumi degli effluenti gassosi devono riferirsi al tenore di ossigeno per essi previsto. I suddetti limiti devono riferirsi alle ore di effettivo funzionamento su base mensile.
I valori limite di emissione si considerano rispettati se durante un anno civile:
- nessun valore medio mensile (concentrazione) supera i pertinenti valori limite di emissione
- il 97% di tutte le medie giornaliere non supera il 125% del valore limite per il biossido di zolfo
In grassetto non a caso perchè non si può omettere un'altra osservazione scaturita da quest'ultima frase che definisce un parametro da rispettare e che nelle rispettive AIA delle raffinerie di Milazzo e Gela è ben diverso e recita così:
- il 97% di tutte le medie giornaliere (bolla di raffineria) non supera il 125% dei rispettivi valori limite mensili
Tenuto conto che anche i valori delle concentrazioni della raffineria di Taranto si calcolano in Bolla, ci chiediamo perchè tutte le medie giornaliere a Taranto si rapportano con il solo valore limite del biossido di zolfo mentre nelle raffinerie di Gela e Milazzo  tutte le medie giornaliere si rapportano con i rispettivi valori limiti mensili? Sara perchè il limite del biossido di zolfo è numericamente il più alto rispetto ai limiti degli altri inquinanti e quindi nel calcolo matematico incide in maniera favorevole?
Valori limiti mensili (unità di misura mg/Nm)
SO2 (biossido di zolfo) 800 - CO (monossido di carbonio) 50 - NOX (Ossidi di Azoto) 300 
PTS polveri 40 - COV (composti organici volatili)  20 - H2S (Acido solfidrico) 3
Ma cosa misura la Bolla? Per logica si potrebbe pensare che un'unica misurazione che esprime la Bolla di raffineria sia relativa a due o più camini collegati ad un solo processo produttivo, da impianti simili, o da un unico impianto con più camini. Facciamo un esempio pratico: un impianto qualsiasi ha tre camini e di questi misuriamo la bolla, quindi abbiamo un'unico valore rappresentativo dell'emissione di questo impianto che convoglia i fumi alla stessa portata e con le stesse ore di marcia.
Torniamo ai sette camini della raffineria di Taranto, a quali impianti sono collegati? Che portata hanno? La prima risposta lascia un pò perplessi, ogni camino è collegato ad un impianto produttivo differente, sono i seguenti: E1 Impianto distillazione primaria e platformer, E2 Impianto thermal cracking, E4 Impianto hot oil, E7 Impianto isomerizzazione benzine - TIP, E8 Impianto idroconversione residui - RHU, E9 Impianto 4400 idrogeno, E10 Nuovo Impianto SRU. 
La seconda risposta è conseguente alla prima. Visti i report ufficiali (rapporto annuale 2013 riferito alla marcia impianti 2012) che riportano le portate dei camini troviamo numeri completamente differenti. Esempio concreto: novembre 2012 - camino E8 portata media fumi emessi umidi 86500 Nm3/h e camino E2 portata media fumi emessi umidi 349100 Nm3/h. (le portate hanno gli stessi discostamenti anche sulle misurazioni dei fumi secchi)
Si  deduce che misuriamo una Bolla di Raffineria su sette camini che singolarmente sono collegati a impianti differenti e con portate di fumi notevolmente differenti. Può questo unico dato di Bolla essere rappresentativo delle emissioni di questi impianti? Perchè, invece, non vengono applicati limiti emissivi ai singoli camini considerato che su questi esiste un sistema di monitoraggio in continuo?
Il concetto di emissione di Bolla si concretizza quando nei recenti reports troviamo alcuni valori fuori norma. Accade per esempio che a giugno 2014 si sono verificati alcuni sforamenti della Bolla rispetto al valore della media giornaliera riferita ad alcuni inquinanti.
12.6.14 E1+E2+E4+E7+E8+E9+E10 - CO secco di bolla Rif.O2 [mg/Nm│]
misurato 53.6 - soglia 50
28.6.14 E1+E2+E4+E7+E8+E9+E10 - Polveri secco di bolla Rif.O2 [mg/Nm│]
misurato 47.5 - soglia 40
Ricordate quanto riportato prima? Lo riscriviamo:
I valori limite di emissione si considerano rispettati se durante un anno civile:
- nessun valore medio mensile (concentrazione) supera i pertinenti valori limite di emissione
- il 97% di tutte le medie giornaliere non supera il 125% del valore limite per il biossido di zolfo
E il gioco è fatto. Una formula matematica con parametri scelti non a caso darà un risultato che rimarrà sempre contenuto rispetto ai limiti preposti, ciò nonostante eventuali sforamenti giornalieri.

Parametri emissivi su misura
Procediamo ora alla consultazione dei dati emissivi dei flussi si massa espressi in Bolla.
Quantità di inquinanti emesse dai camini della raffineria Eni di Taranto, (SO2, NO2, Polveri. Espressioni dei flussi di massa in bolla per i camini E1, E2, E4, E7, E8, E9, E10) da gennaio a luglio 2014 
SO2 Biossido di Zolfo - 315.4 tonnellate
NO2 Biossido di Azoto - 230,5 tonnellate
Polveri 33,7 tonnellate
Ma perchè è consentito scaricare in aria queste quantità di inquinanti? Perchè l'AIA rilasciata alla raffineria di Taranto lo consente e i limiti posti sulle quantità emesse sono più preoccupanti delle stesse quantità emesse sino ad oggi.
Limiti emissioni convogliate in aria (Bolla)
SO2 Biossido di Zolfo - 3050 tonnellate all'anno
NOx Ossidi di Azoto - 880 tonnellate all'anno
Polveri totali sospese - 150 tonnellate all'anno
Si possono confrontare questi limiti con i valori storici della raffineria posti in questa tabella. Un considerazione che muove seri dubbi è appunto l'analogia tra i limiti posti alle emissioni e i valori storici delle emissioni della raffineria in produzione.
dati storici massici eni taranto
Dati storici massici eni taranto
Autore: ministero ambiente -Fonte: ministero ambiente
Licenza: CC Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0
Se infatti osserviamo questa tabella, presente nel documento AIA della raffineria, ci basta confrontare le emissioni dei flussi di massa alla massima capacità produttiva e i dati storici del 2006 e del 2007 con i limiti emissivi posti nella stessa AIA. Sono quasi identici. Domanda. Da quale analisi e studio scaturiscono i limiti emissivi dei flussi di massa della raffineria di Taranto? Sono stati definiti in base alla loro incidenza sull'ambiente e sulla salute? Tengono conto anche della presenza nello stesso territorio di altre attività industriali inquinanti? O sono state generate semplicemente con un "dimmi quanto inquini e ti darò il limite?". Sulla base delle osservazioni sulla Bolla di Raffineria e sui limiti emissivi si possono ritenere efficaci i metodi di controllo e dei limiti posti dall'AIA dal punto di vista della preservazione dell’ambiente e della salute pubblica? Inoltre questi stessi limiti e metodi di controllo si possono ritenere rispettosi della Direttiva Europea 2010/75/UE relativa alle emissioni industriali?
tutti i report 2013 e 2014 sono disponibili in download a piè di pagina

L'incognita Tempa Rossa
Nel 2009 furono presentate anche alcune osservazioni, prima del rilascio dell'AIA alla raffineria, da parte di alcune associazioni. I documenti presentati erano quelli di Altamarea e Peacelink. In realtà Altamarea rappresentava con le proprie osservazioni diverse associazioni, tra queste il Wwf Taranto, Legambiente, Comitato per Taranto, Libera, Ail, Lipu, Arci. Forse già nei lavori dell'AIA concessa alla raffineria si poteva fare qualcosa di più, da parte di tutte le associazioni intervenute e non alle osservazioni.
Ma si possono ritenere efficaci le osservazioni ad un progetto della portata di Tempa Rossa, dove si contesta un determinato incremento delle emissioni, quando sulle emissioni già persistenti non si ha nessuna informazione e non si pone il minimo dubbio in merito all'incidenza sulla popolazione? No! Forse non basta. Alcuni dei lavori che sino ad oggi hanno mostrato dubbi in merito al progetto Tempa Rossa non sono stati assolutamente all’altezza della sfida che si pone alla città.
Quanto inquinerà Tempa Rossa? Per quanto riguarda l'incremento delle emissioni con questo progetto a regime l'azienda dichiara che "ci sarà solo un aumento delle emissioni complessive dei VOC (convogliate e diffuse) di 36 tonnellate annue, pari al 4,8% delle emissioni stimate dei VOC nella attuale configurazione della raffineria. Non ci saranno variazioni delle emissioni convogliate di macroinquinanti" (fonte Istruttoria VIA-AIA giugno 2011)
Sui  VOC (Volatile Organic Compounds) o COV (composti organici volatili) si potrebbe fare un approfondimento. In questo articolo del 2 luglio 2014, Peacelink scriveva in merito ai macroinquinanti emessi dalla raffineria di Taranto, VOC compresi. La stima dei VOC da parte dell’azienda erano allarmanti. Parliamo di dati riferiti alla marcia impianti del 2012: 368,48 tonnellate stimate sul documento pubblicato sul sito del Ministero dell'Ambiente mentre il dato reale poi riportato su registro europeo E-PRTR è 505 tonnellate. Ben 136,52 tonnellate di differenza tra stima e dato reale. Quanto può essere affidabile quindi la stima sulle emissioni VOC di Tempa Rossa, progetto ancora non esistente, in virtù di un errore di stima così evidente su un impianto che già esiste, che è in marcia e quindi abbondantemente noto?
In ultimo un'osservazione tecnica. La raffineria Eni di Taranto è autorizzata a produrre, tra greggi e semilavorati, 6,5 milioni di tonnellate all'anno (autorizzazione Regione Puglia 2004). Nel 2013 (fonte sito web Eni) sono state lavorate 2,87 milioni di tonnellate e la maggior parte di questo greggio è stato trasportato dall'oleodotto Monte Alpi che collega Viggiano a Taranto con una condotta lunga 137 km dal diametro di 20 pollici. Siamo sicuri che la nuova condotta, prevista per il progetto Tempa Rossa, porterà il greggio a Taranto solo per stivarlo sulle navi che a loro volta lo porteranno in altre raffinerie? In virtù di questi numeri qualcosa non torna anche se nel documento d'istruttoria VIA-AIA del giugno 2011 riferito a Tempa Rossa si dichiara che "il progetto incrementerà la capacità di movimentazione greggio via mare, non variando la capacità di lavorazione, ma permettendo l'export del greggio Tempa Rossa per una portata pari a circa 2,7 milioni di tonnellate annue.
questi i numeri in riepilogo:
- 2.87 ton/anno di greggio raffinato nel 2013  (quasi tutto proveniente dall'oleodotto Monte Alpi)
- 2.7 ton/anno che arriveranno dal nuovo oleodotto Tempa Rossa
- 6.5 ton/anno capacità massima consentita dall'AIA
Se dovesse cambiare l'assetto economico e logistico delle raffinerie Eni e quello della sua attività di export, quei 2,7 milioni tonnellate arrivati dalla nuova condotta del progetto Tempa Rossa potrebbero essere lavorati nella raffineria di Taranto, andandosi ad aggiungere ai circa 3 milioni di tonnellate prodotte nell'anno 2013, e tenuto conto del fatto che Eni è autorizzata a produrne 6,5 milioni di tonnellate annue. A questo si aggiunga che il Gruppo Eni, nell'istruttoria riferita al documento AIA del 2010, dichiarava di avere in progetto l'incremento produttuvo per arrivare a 11 milioni di tonnellate annue e che il progetto era già sottoposto a procedura di VIA di competenza statale.
In conlcusione riprendiamo quanto dichiarato dall'azienza nella documentazione del progetto Tempa Rossa: "non ci saranno variazioni delle emissioni convogliate di macroinquinanti"
Ma le variazioni di inquinanti, che per lazienda non ci saranno, sono riferite al volume attuale di raffinazione o al volume concesso nell'AIA paragonabile al citato "attuale configurazione della raffineria"? La differenza è notevole e se il concetto è che Tempa Rossa non porterà ulteriori emissioni rispetto alla capacità di raffinazione concessa nell'AIA, pari a 6,5 tonnellate annue e quindi all'attuale cofnigurazione della raffineria, allora possiamo aspettarci un raddoppio di tutte le emissioni di inquinanti rispetto al 2013"
Peacelink pertanto chiede che venga fatta chiarezza immediata sui punti di cui sopra e che vengano esposte le intenzioni dell’Eni in merito ai volumi di lavorazione e raffinazione del petrolio in arrivo a Taranto. Peacelink presenterà un dossier approfondito in merito alla questione ENI di Taranto alla Commissione Europea e chiederà informazioni alle Autorità Italiane con una interrogazione parlamentare. (Luciano Manna - Peacelink)

Note:
I Macro Inquinanti della Raffineria di Taranto http://www.peacelink.it/ecologia/a/40316.html

Allegati

  • Dati Eni Taranto 2013 2014 (30 Kb - Formato zip)
    Peacelink - Fonte: Peacelink
    Dati Eni Taranto 2013 2014
    Licenza: CC Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0
 

Pecunia non olet "petrolei"




Nella Carta Informazione e Pubblicità c'è scritto:

"Le organizzazioni sottoscriventi riconoscono perciò la necessità della massima correttezza non solo nei rapporti reciproci ma anche nei confronti dei rispettivi committenti e porranno la massima attenzione alla veridicità delle informazioni trasmesse. Ciò implica in particolare per la professione giornalistica (in ragione della sua responsabilità "in proprio" dell'informazione), la verifica preventiva di attendibilità e di correttezza di quanto viene diffuso e la adeguata correzione di informazioni che dopo la loro diffusione si rivelino non esatte, specialmente quando tali notizie possano risultare ingiustamente lesive o dannose per singole persone, enti o categorie".
(si ringrazia il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti)

sabato 11 ottobre 2014

Quisquilie...


Taranto, fuga di gas all'Ilva. Evacuata l'acciaieria 1, scatta il piano d'emergenza 

 
A causa di una fuga di gas nella condotta delle Acciaierie, verificatasi questa mattina durante le manovre per alimentare un convertitore, sono stati evacuati temporaneamente i lavoratori dell'Acciaieria 1 e della Colata continua dello stabilimento Ilva di Taranto. Lo si apprende da fonti sindacali. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco del distaccamento interno per mettere in sicurezza l'area. Sarebbero circa 250 i dipendenti che sono usciti a scopo cautelativo dalle rispettive zone di lavoro per rientrare dopo la fine dello stato di emergenza. Non ci sarebbe alcun ferito. I tecnici sono stati a lungo sul posto per accertare con esattezza le cause che hanno generato la fuga di gas.
«Il convertitore 1 resterà fermo, per volontà dell'azienda, fino all'esito finale dell'indagine sulle cause che hanno generato il non corretto funzionamento». È quanto comunica l'Ilva in una nota in cui viene fatto il punto sull'incidente, senza feriti, avvenuto stamani nell'Acciaieria 1. «Durante le manovre di avvio in produzione - spiega l'azienda - dell'impianto di recupero gas di processo dell'Acciaieria, asservito al convertitore 1 dell'Acciaieria 1, dopo l'attività di manutenzione di routine per rifacimento refrattario cui è stato sottoposto il convertitore 1, oggi alle 11.30 si è verificata una fuoriuscita di gas da una valvola posta sulla rete gas».
Gli addetti all'emergenza di reparto «hanno messo in atto le procedure interne, allertando tutto il personale operante in Acciaieria 1 e allontanandolo momentaneamente dall'area interessata all'evento». L'azienda fa presente ancore che «il personale di reparto, supportato dai vigili del fuoco di stabilimento, ha messo in sicurezza l'impianto. Dopo aver verificato l'assenza di ulteriori anomalie, è stata dichiarata cessata l'emergenza alle 12.20 circa e il personale è rientrato nelle postazioni di lavoro. Sono state allertate tutte le autorità competenti per la 'fase di attenzionè e sono intervenuti anche l'Arpa Puglia e il comando provinciale dei Vigili del Fuoco per acquisire informazioni e constatare l'evento che si è verificato» Il convertitore 2 e il convertitore 3, conclude l'Ilva, «marciano efficientemente e in sicurezza».(Quotidiano)

martedì 7 ottobre 2014

Fare chiarezza


Ilva, operaio ucciso da tumore: 10 imputati 

In dieci sott’accusa per il decesso di un operaio che lavorava nel reparto Mof dell’Ilva. Sono stati incriminati dal procuratore aggiunto della Repubblica Pietro Argentino, che ha chiesto il processo per ex dirigenti della ex Italsider e della società Ilva Spa, che operarono in qualità di direttori di stabilimento, e per due medici.
Si tratta di Gian Battista Spallanzani di 86 anni, Sergio Noce di 79, Attilio Angelini di 76, Girolamo Morsillo di 81, Francesco Chindemi di 70, Nicola Muni di 80, Ettore Mario Salvatore di 68, Luigi Capogrosso di 59, che compaiono nel procedimento come responsabili di stabilimento. E poi di Giancarlo Negri di 73 anni e di Luciano Greco di 59, in qualità di medici che operavano nello stabilimento.
Secondo le accuse formulate dal dottor Argentino, nelle rispettive qualità e in concorso fra loro, avrebbero caginato il decesso di Nicola Bozza, dipendente della società siderurgica dall’ottobre 1969 al gennaio 2004, per «carcinoma gastrico con metastasi polmonari, epatiche e linfonodali».
Il procedimento, basato sui risultati di consulenze tecnico-scientifiche, si è tradotto nella contestazione a carico dei dieci imputati sula base dei tispettivi compiti.
Agli ex direttori di stabilimento è imputato i fatto di aver omesso di informare e istruire il lavoratore sul rischio dell’amianto presente negli ambienti di lavoro; di informarlo circa la necessità dell’uso dei dispositivi di protezione individuale per le vie respiratorie e di fornirgli i dispositivi adeguati.
Quanto ai medici, l’accusa formulata dalla procura è di aver omesso di pretendere l’osservanza degli obblighi previsti dalla normativa. In sostanza, sulla base di queste omissioni, tutti avrebbero concorso affinchè il lavoratore operasse all’interno del reparto Mof, inizialmente come manovratore ferroviario e poi come locomotorista ferroviario.
Proprio in quel reparto, secondo le conclusioni dell’inchiesta della procura della Repubblica, vi sarebbero stati notevoli rischi derivanti dalla esposizione alle fibre di amianto. E ciò, in maniera particolare, dal momento che soprattutto in quel reparto non sarebbe mai stata effettuata una bonifica dei materiali che contenevano l’amianto.
In virtù di questa situazione, il dipendente - all’oscuro dei rischi che correva nell’espletamento dell’attività lavorativa - avrebbe contratto la malattia che lo aveva portato alla morte nel novembre del 2007.
Il procedimento aperto dal dottor Argentino, che sarà esaminato dal giudice dell’udienza preliminare del tribunale, costituisce un’appendice alla maxi-inchiesta sfociata nel processo celebrato dal tribunale monocratico (giudice dottor Simone Orazio) e conclusosi con la condanna di dirigenti della società a partecipazione statale Italsider e della società privata Ilva.
In quella circostanza, grazie anche alle perizie provenienti dal procedimento «Ambiente svenduto» (ancora all’esame del gup Vilma Gilli), sarebbe stata acclarata la responsabilità della esposizione alle fibre di amianto, presente in moltissimi materiali che arricchivano i reparti del siderugico, nelle malattie e nei decessi che colpirono decine e decine di dipendenti dell’area siderurgica.(Quotidiano)

La Giustizia tra i cittadini lesi!

Ilva, il processo resta a Taranto: no della Cassazione alle richieste di Riva e Gnudi

I giudici della prima sezione penale della corte di Cassazione, presieduta dal giudice Giordano, hanno respinto la richiesta di rimessione del procedimento sul disastro ambientale a Taranto presentata da Riva Fire, Ilva spa, per conto del commissario governativo Gnudi, e da altri 13 imputati coinvolti nella maxi inchiesta della procura ionica che ha chiesto il rinvio a giudizio per 49 imputati e 3 società. Secondo le difese, infatti, a Taranto non vi sarebbero state le condizioni per un giudizio "sereno ed equilibrato". Questa tesi, però, non è stata condivisa dalla Suprema Corte, che ha rigettato l'istanza di rimessione del processo in altra sede.
Nel corso dell'udienza, tenutasi questa mattina, dedicata alla trattazione del ricorso, dopo la relazione del giudice Margherita Cassano, che ha illustrato le dimensioni del caso Ilva, spiegando il coinvolgimento di un intero territorio provinciale il cui tessuto socio-economico è interconnesso alla vita dello stabilimento siderurgico, ha preso la parola il sostituto procuratore generale Enrico Delehaye, che ha chiesto di respingere la richiesta di trasferimento del procedimento penale da Taranto a Potenza.
Subito dopo hanno preso la parola i difensori di Riva Fire ed Ilva spa, il professor Franco Coppi e l'avvocato Luca Sirotti, insieme al professor Tullio Padovani nell'interesse dell'ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, arrestato durante l'inchiesta. Gli avvocati chiedevano alla Suprema corte di cambiare sede del procedimento, che attualmente è in fase di udienza preliminare dinanzi al gup di Taranto Vilma Gilli (sospesa in attesa del verdetto di Cassazione), per "legittimo sospetto". Secondo i legali, i magistrati tarantini potrebbero essere "turbati" nel trattare le vicende del siderurgico rischiando così da non essere imparziali e sereni nei loro giudizi.
 L'udienza preliminare a carico dei 52 imputati riprenderà il prossimo 16 ottobre a Taranto davanti al gup Gilli. (Rep)

Illegale non è bello!



Libera: "preoccupati per illegalità diffusa e ramificata"

L'operazione Alias, condotta nelle scorse ore dalle forze dell'ordine, riaccende i riflettori su un tema troppo spesso sottovalutato: l'infiltrazione dei gruppi criminali nelle attività economiche, politiche e sociali cittadine.
Il coordinamento tarantino di "Libera: associazioni, nomi e numeri contro le mafie", accanto al plauso per gli agenti di Polizia che hanno arrestato i presunti appartenenti al clan criminale, esprime la più profonda preoccupazione per le situazioni di illegalità diffusa.
Le recenti indagini hanno accertato quanto il potere malavitoso fosse ramificato e radicato in città. Accanto alla violenza criminale più efferata sono tanti i comportamenti mafiosi che tutti i giorni si verificano.
Racket, usura, spaccio di sostanze stupefacenti, raccomandazioni sono solo alcuni dei fenomeni con cui i gruppi di potere malavitosi marcano la loro influenza sul territorio.
È necessario sviluppare una questione morale che interessi tutti i settori del vivere in comunità, in particolare la politica.
La legalità non può essere considerata un intralcio ma costituisce un fattore indispensabile per lo sviluppo del Paese. Soprattutto in un momento delicato come questo "Libera" Taranto invita all'attuazione, da parte del mondo politico ed istituzionale, di provvedimenti che incentivino il rispetto delle regole e garantiscano i diritti fondamentali delle persone.
Il coordinamento ionico chiede, inoltre, all'amministrazione comunale di eliminare quelle situazioni di illegalità che ancora persistono, che la trasparenza caratterizzi gli atti amministrativi e che si proceda a gare pubbliche soprattutto in quei casi in cui i contratti o convenzioni sono scaduti o prorogati da anni. Così sarà possibile creare quegli anticorpi indispensabili per combattere l'illegalità, la corruzione, le mafie.
Libera, infine, auspica il superamento del muro di omertà e la piena collaborazione tra cittadini e forze dell'ordine per garantire i criminali alla giustizia.
 
Luca Caretta - Addetto stampa Libera Taranto

Chi c'è tra gli arresti "eccellenti"?

Fabrizio Pomes, presidente CORDA FRATRES Soc. Coop. Sociale a r.l. concessionaria del Centro Sportivo Magna Grecia. Ex segretario provinciale del nuovo Psi, poi sostenitore del centrodestra, infine promotore della lista “La Puglia per Vendola/PSI” e a sostegno della rielezione di Ezio Stefàno, nel 2012.
CORDA FRATRES gestisce "e.MOTIVA.mente", affidatogli dal comune con  “procedura abbreviata” il primo Laboratorio Urbano di Grottaglie, finanziato da Bollenti Spiriti, Regione Puglia.Grottaglie, sito in Via Mastropaolo Corrado 125, inaugurato il 19 dicembre 2009.
CORDA FRATRES gestisce anche il laboratorio urbano “The Factory Urban Lab Mottola, finanziato nell’ambito del bando regionale Bollenti Spiriti ed inaugurato lo scorso 18 dicembre 2010, nell’ex caserma dei Carabinieri.

Blitz antimafia a Taranto scacco ai clan, 52 arresti «Il boss ordinò omicidio»


Tra i 52 arrestati dalla Squadra mobile di Taranto nell’ambito di un inchiesta coordinata dalla Dda di Lecce c'è anche Nicola De Vitis, già condannato il via definitiva a 25 anni di reclusione per l’omicidio di Cosima Ceci, la madre dei Modeo, il clan che ha imperversato nella provincia jonica pugliese tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta.
De Vitis, che era in regime di semilibertà dopo aver scontato 18 anni di carcere, ora viene accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tonino Santagato, di 57 anni, ucciso il 29 maggio del 2013 in via Mazzini, per il quale sono stati condannati a 30 anni di reclusione con il rito abbreviato i fratelli Giovanni e Salvatore Pascalicchio. La vittima fu raggiunta da cinque colpi di pistola perchè avrebbe cercato di impedire ai due fratelli di vendere le cozze in una zona situata nei pressi della sua abitazione.
Oggi l’ordinanza è stata notificata anche al pregiudicato Salvatore Scarcia, di Policoro (Matera), ritenuto responsabile della detenzione finalizzata allo spaccio di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.
I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip del Tribunale di Lecce Alcide Maritati su richiesta del pubblico ministero Alessio Coccioli.
L'operazione, ribattezzata Alias, riguarda presunti appartenenti a organizzazioni legate ai clan D'Oronzo - De Vitis accusate di associazione mafiosa, traffico di droga, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con forti articolazioni a Verona e Sassari. Attualmente solo due persone risultano irreperibili.
Il Capo della Polizia, Prefetto Alessandro Pansa, ha telefonato al Questore di Taranto complimentandosi con le donne e gli uomini della Polizia di Stato impegnati nell’attività investigativa che ha portato all’esecuzione di 52 misure cautelari nei confronti di appartenenti al clan D’Oronzo-De Vitis, ringraziando anche personalmente il Procuratore della Dda di Lecce Cataldo Motta.
COSì I CLAN SI RIORGANIZZAVANO
Il clan De Vitis-D’Oronzo, protagonista alla fine degli anni Ottanta di una sanguinosa guerra di mala contro il gruppo capeggiato dai fratelli Riccardo e Gianfranco Modeo, si stava riorganizzando per tornare a gestire le attività illecite, in particolare le estorsioni e il traffico di droga, nella città di Taranto.
Lo hanno sottolineato nel corso di una conferenza stampa il procuratore della Dda di Lecce, Cataldo Motta, il sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Mandoi e il questore di Taranto, Enzo Mangini, che hanno illustrato i particolari dell’inchiesta che ha portato all’emissione di 52 ordinanze di custodia cautelare (49 in carcere e tre ai domiciliari), 50 delle quali già eseguite.
All’appello mancano due indagati, uno dei quali si trova attualmente in Inghilterra, l’altro risiede a Verona. Tra le persone arrestate ci sono diverse vecchie conoscenze delle forze dell’ordine, a cominciare dal boss Orlando D’Oronzo (soprannominato 'Fratello grandè), che si trovava in soggiorno obbligato in Sardegna, e da Nicola De Vitis (soprannominato 'Fratello piccolò), scarcerato dopo una condanna per omicidio e sottoposto al regime di semilibertà nella città di Verona.
Sono loro, secondo gli inquirenti, che avevano ripreso i fili dell’organizzazione un tempo gestita da Antonio Modeo, detto il Messicano, e Salvatore De Vitis, in contrapposizione al clan Modeo. Ma il sodalizio criminoso, oltre a rigenerarsi, aveva cambiato anche 'immaginè. L’obiettivo era quello di mantenere un profilo basso, senza episodi eclatanti, per “allontanare - ha spiegato Mandoi – l'indignazione sociale verso il fenomeno mafioso”.
L'IMPRENDITORE IN AFFARI COL COMUNE
Tra le persone arrestate nell’inchiesta che ha sgominato il clan D’Oronzo-De Vitis c'è l'imprenditore Fabrizio Pomes, già presidente del Centro sportivo Magna Grecia ed ex segretario provinciale del nuovo Psi, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Secondo gli inquirenti, Pomes avrebbe fiancheggiato l’organizzazione capeggiata dal boss Orlando D’Oronzo, creando per la gestione della struttura comunale cooperative di cui facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. La gara d’appalto fu bloccata e trasformata in proroga del servizio.
Il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, illustrando i dettagli dell’inchiesta, ha censurato anche il comportamento dell’amministrazione comunale che ha consentito la gestione alla cooperativa riferita a Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.
Il clan D’Oronzo-De Vitis era tornato particolarmente attivo nel campo delle estorsioni e aveva preso di mira grosse attività commerciali come il negozio 'Lord’e la 'Ferramenta Perronè. Gli inquirenti hanno accennato anche all’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di una impresa del Nord che aveva chiesto indicazioni ("Chi comanda a Taranto"? è un passo della conversazione intercettata) a un avvocato per affidare il servizio di guardiania (poi assegnato a persone vicine al clan), ricevendo inizialmente una indicazione sbagliata.

Marcegami

Dall'Ilva al mega gasdotto gli affari segreti di Emma


Da una parte l'Ilva di Taranto, l'acciaieria che sta cercando una nuova vita dopo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la proprietà (famiglia Riva). Dall'altra il Tap, Trans adriatic pipeline, il progetto di gasdotto che dovrebbe far arrivare sulle coste del Salento il gas del Mar Caspio. Sotto traccia si stanno muovendo colossi energetici esteri e gruppi italiani, tutti intenzionati a spingere un piano che, secondo quanto è in grado di ricostruire il Giornale, si basa su uno scambio: l'esecutivo guidato da Matteo Renzi dà il via libera al progetto di gasdotto, cercando di abbattere le resistenze locali, e in cambio i grossi gruppi internazionali che sono dietro al Tap contribuiscono al salvataggio dell'Ilva mettendo in palio ricche commesse per il gruppo.
Soluzione apparentemente lineare, che però presenta nodi intricati. Un esempio? Da mesi in pole position per rilanciare l'Ilva, in cordata con i franco-indiani di ArcelorMittal, c'è il gruppo Marcegaglia, uno dei più importanti nella trasformazione dell'acciaio. Per realizzare il Tap ci vorranno centinaia di chilometri di tubi fatti proprio di acciaio. Esattamente gli stessi prodotti che Ilva e Marcegaglia avrebbero un grande interesse a fornire. Dettaglio per niente secondario: Emma Marcegeglia, che con il fratello Antonio è a capo del gruppo di famiglia, è anche presidente dell'Eni, colosso petrolifero che teoricamente dovrebbe partecipare con i russi di Gazprom alla realizzazione di un gasdotto concorrente, il South Stream. E qui il terreno minaccia di farsi sdrucciolevole con l'ombra lunga del conflitto d'interessi.
Ma chi c'è dietro al Tap? Gli azionisti rilevanti sono gli azeri di Socar (20%), gli inglesi di British Petroleum (20%), i norvegesi di Statoil (20%) e i belgi di Fluxys (19%). Sul piatto la realizzazione di un gasdotto da 870 chilometri che partirà dal confine tra Turchia e Grecia e approderà sulle coste del Salento, in località San Foca. L'obiettivo è far arrivare ogni anno in Italia 10 miliardi di metri cubi (eventualmente raddoppiabili) di gas proveniente dall'Azerbaijan (Mar Caspio). Da un punto di vista burocratico manca l'autorizzazione unica del ministero dello Sviluppo, oggi guidato da Federica Guidi, già presidente dei giovani di Confindustria nell'era Marcegaglia. È un'opera da 45 miliardi di dollari, inutile dire che ci sono commesse da far venire l'acquolina in bocca.
È proprio qui che si annoda il filo che porta all'Ilva. Il gruppo, oggi in mano al commissario Piero Gnudi (ex presidente Enel), perde a rotta di collo e deve effettuare interventi di risanamento ambientale per circa 1,8 miliardi di euro. In più deve cercare di garantire il futuro di 12mila dipendenti. La cordata ArcelorMittal-Marcegaglia, data in vantaggio per il coinvolgimento nel gruppo siderurgico, non ha nessuna intenzione di sborsare cifre simili. Di più, la Marcegaglia spa non vuole scucire un euro. Lo si apprende inequivocabilmente dall'ultimo bilancio 2013 («Si stanno valutando le migliori forme di partecipazione a un eventuale riassetto societario dell'Ilva», che però «non dovranno impegnare finanziariamente il gruppo»), più chiaro di così si muore. I franco-indiani e il gruppo Marcegaglia (ma anche eventuali pretendenti alternativi, tra cui gli altri indiani di Jindal e a quanto pare gruppi cinesi) vogliono la polpa buona dell'Ilva. Ma cosa ne guadagna l'acciaieria?
Il Giornale ha parlato con fonti che stanno sviluppando il dossier. Nessuno se la sente di uscire allo scoperto, ma il disegno riferito è chiaro. Il Tap ha bisogno di 800 chilometri di tubi, di cui 105 per il passaggio sotto l'Adriatico e 8 per il percorso in Italia. L'Ilva già adesso ha diversi tubifici nello stabilimento di Taranto. Il gruppo Marcegaglia, da tempo partner dell'Ilva, tra le altre cose è specializzato nella fornitura di tubi. Il gioco sarebbe fatto. Solo nei prossimi mesi si vedrà fino a che punto potrà svilupparsi.
Di certo già adesso emerge qualche contorno anomalo. Come conciliare con la posizione dell'Eni il fatto che la sua presidente si appresterebbe a fare affari fornendo tubi al Tap, ovvero al gasdotto concorrente rispetto al South Stream sviluppato dal Cane a sei zampe? Tanto più che la posizione della Marcegaglia al vertice del colosso energetico era già stata collegata al rischio di conflitto d'interessi in quanto la società di famiglia è un gruppo energivoro. E chissà che l'operazione non possa preludere a futuri colpi di scena. Non è una novità che il progetto South Stream non stia attraversando un grande momento. E magari l'Eni potrebbe aver buttato un occhio sul gasdotto destinato ad approdare sulle coste del Salento. Ma anche in quel caso, se è destinato a diventare fornitore del Tap, il gruppo Marcegaglia non sarebbe in una posizione da manuale. (IlGiornale)

Panta rei. Necessariamente!


Questi uomini lavoravano per l’eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere.” (Goethe, 11 novembre 1786)

E se si trattasse di comprendere i "devastatori",  anziché prevederne la presunta "demenza"?

Ripensiamo al post precedente, nato dalla ferita provocata dall'ennesima violazione di aree culturali per banali furti. Uno sfogo ironico, forse inutile e incomprensibile. 
Non è un attacco a qualcuno in particolare.
La triste coincidenza è il pretesto per una disperata richiesta di un cambiamento di strategia in favore di una visione sinergica che coinvolga i cittadini (in misura coerente con la loro preparazione) come parte attiva e responsabile della difesa (e del recupero) del proprio patrimonio di civiltà.

"La  salvaguardia è parte però di un progetto più complessivo di attenzione alla qualità del vivere, rispetto alla quale l’archeologia può dimostrare di essere ormai in grado di conciliare questa salvaguardia con gli interessi più generali della collettività."

Come per il rispetto dell'ambiente, pensiamo che anche la cultura debba uscire dai luoghi reclusi e invadere le strade per costruire le basi della vita urbana. 

Allora una proposta: e se lanciassimo una colletta pubblica per pagare i danni all'Ipogeo Delli Ponti?
 
Quello che si fa insieme, dura di più!

lunedì 6 ottobre 2014

L'archeologia e i deumidificatori. Dalle passerelle alla vita reale.


Mentre il Soprintendente La Rocca e i suoi "amici"si crogiolavano autoincensanti tra gli elogi di una stanca borghesia ignorantella e incapace di intendere e di volere, ieri, a pochi passi si consumava l'ennesimo furto esemplare. 
E' l'ultima ma mai ultima dimostrazione dell'incapacità di capire la complessità della dimensione urbana e di trovare le chiavi per la trasmissione e la promozione della cultura.
Ci vuole una bella faccia tosta a "vantarsi" di lavori al museo durati intere generazioni (dagli esiti non sempre all'altezza dei tempi e dei soldi risucchiati...) e ancora non finiti.
E' facile sentirsi bravi con la propaganda filmica raccattata da emittenti locali sempre in prima linea a "tutelare" i potenti.
Nel video è facile rappresentare la realtà come un sogno di grandi conquiste culturali (in una città "ridotta al lumicino" in ogni forma di basilare civiltà)
E come se non bastasse la menzogna di celluloide, si annuncia il grande evento della prossima realizzazione della "patacca" della Persefone tarantina. Una copia "stampata" in resina e in procinto di essere "venerata" nel salotto della Soprintendenza (mentre migliaia di pezzi meravigliosi fanno la muffa nei sotterranei). Giusta compagna usa e getta del grande capoccione di Eracle di plastica che adorna la hall del MarTa.
Il tutto tra pacche sulle spalle e abbracci di grandi amiconi.

Intanto a qualcuno servivano due deumidificatori.
L'emblema di un luogo che viene aperto così poco da richiedere il sostegno dei "pinguini" per non marcire completamente.
Una tenaglia e una pinza da qualche euro.
Ora questi deumidificatori saranno sicuramente utilizzati meglio.

Intanto oggi il formicaio dei "vecchi" della cultura farà finta di indignarsi tra interviste e borbottamenti.
Sempre i soliti.
Dureranno, come al solito, giusto il tempo di un caffè, tra i chiostri di San Domenico e San Pasquale.

Taranto, “MarTa” da riscoprire. Incontro a Palazzo di Città

Organizzata dalla Fidam, la “Federazione nazionale degli amici dei Musei”, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali domenica, 5 ottobre, sarà celebrata, in tutta l’Italia, l’XI Giornata nazionale degli amici dei Musei.
Per l’occasione e per iniziativa dell’associazione locale “Amici dei Musei”, a partire dalle ore 9, nella “Sala degli specchi” di Palazzo di Città (in piazza Castello) si svolgerà un incontro sul tema “Taranto, museo da riscoprire”. Patrocinato dal Comune, l’appuntamento prevede una serie di interventi e, alle 10, la proiezione di un filmato realizzato dall’emittente televisiva Studio 100.
L’incontro sarà introdotto dal giornalista Rai, Salvatore Catapano.
All’evento interverranno anche il Sindaco, Ippazio Stefàno ed il soprintendente BAP, Luigi La Rocca.
Al dibattito prenderanno parte Arcangelo Alessio, direttore archeologo, Antonietta Dell’Aglio, direttore del Marta e Piero Massafra, ricercatore di storia locale. (Tasera)

Furto all'Ipogeo delli Ponti


In data 5 ottobre 2014, in prima mattinata, la nostra socia Nadia Ruggieri si è recata presso l'Ipogeo Delli Ponti, ubicato in Via di Mezzo nella Città Vecchia di Taranto, per accogliere un gruppo di visitatori.
Aperto l'ipogeo si è resa conto che ignoti erano penetrati all'interno dei locali sfondando con una pietra il vetro di una finestra posta sul lato est dell'ipogeo, al quale si accede da un cortiletto prospiciente. L'accesso a tale cortiletto è chiuso, su Via di Mezzo, da un cancelletto alto un paio di metri, con catena e lucchetto, che non sono stati danneggiati.
Gli ignoti che sono entrati nel locale hanno fatto, fortunatamente, solo lievi danni alle strutture di interesse archeologico: una sbreccatura ad uno dei conci della muratura di V sec. a.C., causata dalla caduta della pietra calcarea usata per sfondare la finestra.
Sull'area archeologica si sono depositati i pezzi di vetro della finestra e parti del telaio.
E' stato notato un allentamento di uno degli angolari in acciaio della balaustra (lato sud-est) e un leggero cedimento del telaio in metallo dei uno dei vetri pavimentali (angolo nord-est).
Dai locali non sembra essere stato asportato alcunché, se non uno o due deumidificatori posti in prossimità della finestra sfondata. Non possiamo essere più precisi in quanto non ricordiamo con esattezza la tipologia ed il numero di tali apparecchiature.
Abbiamo provveduto a chiamare le forze dell'ordine e ad informare immediatamente per le vie brevi il Comune di Taranto (Dott.ssa Marinella Guerra, Ufficio Patrimonio) e la Soprintendenza Archeologica (Sig. Piero Angotti).
Sul posto è intervenuta una pattuglia della Polizia di Stato, che ha svolto una prima ricognizione dei luoghi ed alla quale abbiamo rilasciato le nostre deposizioni.
Segnaliamo che le ultime volte che abbiamo aperto l'ipogeo sono state:
giovedi 25 settembre alle 15:00, nell'ambito di una visita guidata organizzata con il Teatro CREST.
sabato 27 settembre alle 20:00, nell'ambito degli Open Days della Regione Puglia-Comune di Taranto.
Inoltre un nostro socio è passato, nella tarda sera del 3 ottobre, dall'ingresso dell'ipogeo, non notando nulla di anomalo.
Si segnala, infine, che l'ingresso principale dell'ipogeo non è stato manomesso.


Franco Zerruso, Cooperativa Novelune
Taranto, 5 ottobre 2014


Star al Museo di Taranto. Arriva copia della Persefone

Sarà la statua della Persefone la «star» del nuovo e definitivo allestimento del Museo di Taranto, il MarTa. Non l’originale, ovviamente, ma la sua copia fedele, realizzata usandola tecnica sofisticata del laser scanner. I tecnici tedeschi dell’Altes Museum (il manufatto magnogreco si trova a Berlino, al Pergamon, dal dopoguerra), avevano avviato nel mese di settembre le complesse procedure tecniche per la scansione tridimensionale della statua. I dati sono stati successivamente trasmessi al Museo di Taranto, che si sta occupando di far realizzare la copia dell’opera d’arte conosciuta anche come «Dea di Taranto» o «Dea in trono».
La Persefone-bis verrà realizzata utilizzando una resina ad alta densità, capace in tutto e per tutto di restituire l’impressione del marmo dell’opera originaria. La fedele ricostruzione di u n’opera marmorea utilizzando la tecnica dello scanner a laser, del resto, non è nuova per il Museo di Taranto. Alcuni anni orsono venne utilizzata per la riproduzione dell’ipogeo delle Cariatidi di Vaste (presso Poggiardo). A Lecce, nel Museo provinciale «Sigismondo Castromediano», sono esposti una Cariatide e un bassorilievo; le altre tre Cariatidi con il secondo bassorilievo si trovano nel Museo nazionale archeologico di Taranto e sono inserite - con le riproduzioni delle sculture custodite a Lecce - nel percorso espositivo inaugurato nel 2007. Scannerizzata l’opera in 3D, la ricostruzione tridimensionale e la rappresentazione virtuale dell'intero Ipogeo delle Cariatidi sono state realizzate dal coordinamento Siba (il Sistema informatico bibliotecario dell’Università del Salento), in collaborazione con il Consorzio Interuniversitario Caspur di Roma.
La notizia della scannerizzazione della Persefone era stata fornita alcune settimane orsono dal sito dell’Altes Museum, a corredo di un servizio fotografico realizzato da Ines Bialas. Come si poteva leggere sul sito del Museo, «l’8 settembre la dea di Taranto è stata scansionato nell’Altes Museum. I dati elaborati verranno poi trasferiti al Museo archeologico Nazionale di Taranto, che ha ricevuto il permesso di fare su questa base, una singola copia della scultura». L’operazione-Persefone sarà pienamente conclusa per la prima settimana di aprile del 2015, quando, in occasione della Settimana Santa, anche il secondo piano del Museo archeologico di Taranto diventerà fruibile ai visitatori riportando finalmente la struttura Museale ai fasti antichi, sia pure con un allestimento modernissimo e multimediale.
Su tutto l’iter - da Persefone all’intero nuovo allestimento - sono alacremente al lavoro gli addetti del MarTa con la direttrice Antonietta Dell’Aglio, e le dirigenti D’Amicis, Trombetta, Masiello, Zingariello, la direzione della Soprintendenza Archeologica (Luigi La Rocca) e il direttore dei lavori del Museo, Augusto Ressa. Come è possibile leggere sul sito del MarTa, «il visitatore troverà nel nuovo percorso molti reperti mai esposti prima, e altri notissimi ma sottoposti per l’oc - casione a nuovi restauri o presentati con proposte spettacolari ma rigorose di ricostruzione; ritroverà la straordinaria collezione degli Ori, che da sola spingeva i turisti a visitare il Museo, riproposta in allestimenti volti non solo ad enfatizzare la suggestione del metallo prezioso ma anche a far comprendere in quali ambiti, cronologici, rituali ed economici, si faceva uso di oggetti così particolari. Nel nuovo allestimento, pertanto, le diverse tipologie di oggetti si ritrovano tutte, ma intercalate a disegnare i vari aspetti della cultura e le successive fasi della storia di Taranto; con uso anche delle moderne tecnologie multimediali, ma senza per ciò far perdere il contatto con le caratteristiche reali dell’antico».
E’ ovvio che la Persefone, insieme agli Ori magnogreci, potrà divenire il vero e proprio emblema della «rinascita » del Museo. La statua della Dea (tutta in marmo di Paros, alta un metro e 51 centimetri, realizzata nel 460 a.C.) è opera legata ai misteriosi Riti Eleusini, ed è di un inestimabile valore artistico oltre che storico. Secondo l’ipotesi più accreditata, la scultura fu trovata a Taranto durante uno scavo (1912) fu portata prima a Eboli, e successivamente, a seguito di un imbarco notturno, raggiunse clandestinamente la Francia. Poi, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, fu posta in vendita a mezzo asta pubblica sul mercato clandestino in Svizzera: il più cospicuo sottoscrittore fu l’Imperatore di Germania, Kaiser Guglielmo II, con una cifra elevatissima. La storia dei tentativi di riottenere la Persefone è molto lunga, frastagliata e costellata di insuccessi. Anni addietro, all’atto dell’inaugurazione del ristrutturato Museo Archeologico, l’allora ministro Francesco Rutelli dette per certa l’operazione-prestito con la Germania, addirittura, si ebbe notizia dell’interessamento della Regione Puglia e in particolare dell’assessore al Turismo, Massimo Ostillio, il quale mise a punto un accordo preliminare fra i ministeri ai Beni culturali e agli Affari esteri di Germania e Italia per riportare a Taranto, in prestito per tre mesi, l’importante reperto. Ma di quell’accordo si persero poi completamente le tracce.

Lunga ed annosa è anche la polemica con Locri, che rivendica a sè l’origine e la fattura della statua. Lo stesso museo tedesco, del resto, specifica nei testi a corredo della «Dea in trono» che la provenienza potrebbe anche essere quella di Locri, pur ammettendo che sin dal dopoguerra la statua era conosciuta come «Dea di Taranto» (Gottin von Tarent). Nel 2001 l’archeologa tedesca Madeleine Mertens-Horn scriveva sulla rivista «Magna Graecia» che «questa grande scultura, molto ben conservata, grazie al fatto di essere stata seppellita e protetta in un vano sotterraneo già nell’antichità, è senz’altro l’opera più spettacolare dell’ar te tarantina, e tra le più importanti della Magna Grecia. Unica è la sua apparenza formale ed iconografica, e unica è la sua originaria, probabile funzione come statua di culto».
In verità già nel 1931 l’archeologa napoletana Paola Zancani Montuoro, componente dell’Accademia dei Lincei e della British Academy, sosteneva che la Persefone fosse stata ritrovata all’interno di un pozzo collocate in Taranto, fra le vie Leonida, Principe Amedeo e Cesare Battisti. Il suo collega tedesco Ernst Langlotz, invece, ne collocava il ritrovamento al n.71 di via Duca degli Abruzzi. Un’altra archeologa tedesca, invece, Helga Herdejurgen, sosteneva la tesi che la statua fosse stata ritrovata a Locri, poi trafugata e trasportata clandestinamente a Taranto. La verità la conosce solo lei, la Dea in trono che col suo sorriso enigmatico affascina i suoi visitatori ormai da un secolo. E la promessa che si cela dietro il suo ineffabile sguardo lascia intendere che essa, come ogni donna-dea ammaliatrice che si rispetti, lascerà tutti col più atroce dei dubbi sino alla fine dei tempi. (GdM)

Ragionamenti d'acciaio

Per l'Ilva di Taranto il futuro è made in India?

Un’intera città appesa al filo. È così che Taranto vivrà i giorni che mancano da qui a venerdì 17 ottobre. Quel giorno, infatti, i giudici di Milano dovranno emettere un verdetto storico. Dovranno decidere se le ricchezze sequestrate alla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva, possono essere utilizzate per risanare la grande acciaieria tarantina, un gigante dell’industria siderurgica europea, messo in ginocchio dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie sull’inquinamento causato nella città dei due mari.
Durante gli anni passati, il vecchio patron Emilio Riva - scomparso qualche mese fa - e i suoi familiari avevano infatti accumulato in Svizzera un tesoro miliardario, controllato attraverso una serie di società offshore. Quei soldi, però, sono finiti al centro di un’ulteriore serie di procedimenti giudiziari, costati ai Riva le accuse di truffa e evasione fiscale e il sequestro preventivo da parte della magistratura. Di qui la mossa di Piero Gnudi, il commissario scelto dal governo di Matteo Renzi per portare avanti il risanamento e tentare la vendita dell’Ilva: chiedere al tribunale lo scongelamento dei fondi, pari a 1,2 miliardi di euro, che dai conti personali dei Riva potrebbero tornare su quelli dell’azienda. Dove servirebbero a riparare il malfatto, ovvero a rimettere a norma gli impianti, in modo da rispettare il piano ambientale redatto perché l’acciaieria possa riprendere a funzionare a pieno regime.



La decisione che i giudici prenderanno ha però una portata decisiva anche per l’intera industria italiana, e non soltanto per il futuro dei 15 mila dipendenti dell’Ilva. Da qualche mese, infatti, nello stabilimento tarantino e negli impianti più piccoli, a Genova e Novi Ligure, è iniziato il pellegrinaggio dei possibili compratori. Dati e numeri produttivi, condizioni di efficienza e affidabilità di macchinari e altoforni, stato dell’arte degli interventi fatti per limitare l’impatto inquinante, rischi e controversie legali in cui l’azienda potrebbe rimanere impelagata, sono stati studiati dai manager di due diversi gruppi, il colosso franco-indiano Arcelor Mittal e un concorrente più piccolo, sempre indiano, che si chiama Jindal. Non è detto però che si vada per forza verso un’Ilva “made in India”: un terzo candidato, il cui nome non è stato ancora ufficializzato, ha chiesto quello che in gergo tecnico viene chiamato accesso alla “data room”, ovvero la possibilità di studiare le carte.
Anche se offerte vincolanti non ne sono ancora arrivate, è dunque un fatto che la lotta per la conquista dell’Ilva stia entrando nel vivo. Proprio ad accelerare la vendita, infatti, servono i soldi dei Riva. Le prescrizioni di adeguamento degli impianti alle normative ambientali prevedono spese per 1,8 miliardi, finora effettuate per soli 250 milioni. Da qualche mese, infatti, i lavori sono stati ritardati: in cassa non c’era più un euro ed è stata necessaria una legge ad hoc per permettere a Gnudi, che in passato è stato presidente dell’Enel e ministro nel governo Monti, di chiedere alle banche un prestito ponte, con cui pagare gli stipendi e tranquillizzare i fornitori. Ora la strategia del commissario governativo è chiara: se il tribunale di Milano concederà l’utilizzo dei soldi dei Riva, potrà trattare da posizioni un po’ più forti con gli acquirenti, che chiedono anche di essere sollevati dalle controversie legali con i Riva, il Comune di Taranto e le numerose altre parti coinvolte in una vicenda tanto spinosa. «Ma quando ripartiranno i cantieri per rendere l’Ilva pulita, su Taranto inizierà a rispuntare il sole», dice il deputato cittadino Michele Pelillo, che vede «un aspetto anche emotivo» nella prospettiva di fare i lavori con i soldi sequestrati ai Riva: «In città sarebbe molto gradito».
Al di là delle decisioni dei magistrati, molto difficili da pronosticare, sull’intero processo di vendita restano però numerose incognite.  La prima riguarda le reali intenzioni di Arcelor Mittal, il candidato al momento «nello stadio più avanzato» delle trattative, come l’ha definito il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Il gruppo guidato da Lakshmi Mittal, un magnate indiano che vive a Londra, sta valutando un’offerta da presentare insieme al gruppo mantovano Marcegaglia. Fra i requisiti richiesti dal commissario Gnudi per vendere le attività produttive dell’Ilva, c’è quello di mantenere l’occupazione. Eppure, stando ai calcoli degli analisti, Mittal potrebbe massimizzare i benefici di un’acquisizone dell’Ilva solo se potesse operare in maniera diametralmente opposta,  ovvero favorendo le sinergie con i propri impianti in Francia e in Spagna e consolidando la propria quota del mercato europeo dei laminati  piani in acciaio, che superebbe il 40 per cento (da sola l’Ilva si ferma al 7 per cento, come si vede nel grafico in pagina). Paradossalmente, ha scritto qualche tempo fa la banca svizzera Ubs, il vero vantaggio per gli altri produttori - e fra questi Arcelor Mittal - sarebbe una chiusura degli altoforni di Taranto, un colpo che dimezzerebbe la sovraccapacità produttiva che affligge l’Europa dell’acciaio e farebbe schizzare verso l’alto i margini di profitto di tutti i concorrenti.
Qualche domanda nasce anche dal coinvolgimento di Marcegaglia nella cordata. Il gruppo guidato dai fratelli Antonio e Emma Marcegaglia, fresca presidente dell’Eni per nomina del governo Renzi, dopo anni di perdite è infatti alle prese con un pesante indebitamento e con una lunga riorganizzazione. E, scrivono gli analisti di Ubs, avrebbe poco interesse a entrare nelle attività di produzione di acciaio da minerale, gli altoforni di Taranto, quelli più importanti dal punto di vista della forza lavoro. Al contrario potrebbe trarre forti vantaggi se potesse rilevare alcune attività dell’Ilva,  e in particolare i nastri in acciaio laminato. Ma fra i “pro” per Marcegaglia che gli analisti della banca vedono nella partecipazione a una cordata per l’Ilva, ce n’è uno che stride parecchio con gli obiettivi di mantenimento del numero di addetti che Gnudi intende perseguire: la chiusura delle attività che sono in più diretta concorrenza con quelle dell’azienda mantovana.
 
Una manifestazione di operai per le vie di Taranto
Rispetto alla coppia Mittal-Marcegaglia, il secondo candidato acquirente indiano, Jindal, è partito parecchio tempo dopo. L’interesse è nato ufficialmente dopo un incontro fra Sajjan Jindal, uno dei fratelli che gestiscono il gruppo nato nello Stato dell’Haryana, nell’India nord-occidentale, e il premier Renzi. La riunione era stata fissata per discutere l’impegno di Jindal a rilevare le attività ex Lucchini a Piombino, dove l’imprenditore indiano sta mettendo a punto un’offerta che, sperano in Toscana, potrebbe rimettere in gioco anche la produzione di acciaio da minerale, data ormai per spacciata dopo la chiusura dell’unico altoforno dello stabilimento. Pochi giorni dopo, però, gli uomini di Jindal si sono recati prima a Genova e poi a Taranto, dove hanno creato tre gruppi di lavoro per studiare le varie fasi produttive dell’Ilva.
Anche qui, però, le indicazioni certe sono per ora poche. Inizialmente, infatti, Jindal si era presentato a Piombino solo per acquistare i cosiddetti laminatori, dove l’acciaio viene lavorato, e non l’altoforno. Poi, man mano che i contatti procedevano, è emersa la possibilità di realizzare in futuro quello che viene chiamato un impianto di preriduzione, un procedimento chimico che permette di produrre acciaio dal minerale, una tecnologia che limita fortemente l’impatto inquinante del carbone utilizzato negli altoforni (vedi intervista qui a fianco).
Dopo questo primo passo, Sajjan Jindal starebbe però accarezzando il sogno di lanciarsi in un vero e proprio salto triplo: nel suo mirino c’è l’Ilva, un’acciaieria di stazza ben più grande di quella toscana e dove il passaggio alla tecnologia del preridotto rappresentava il cardine del piano industriale presentato dall’ex commissario Enrico Bondi, che il governo ha sostituito con Gnudi prima dell’estate. Dettaglio non indifferente: Bondi, in passato risanatore di Parmalat, era stato mandato via dopo i pesanti attacchi che gli erano stati rivolti dalla lobby della siderurgia, e in particolare dal presidente della Federacciai, Antonio Gozzi, da sempre fautore del ritorno dei Riva.
Che Ilva sarà, dunque, è ancora presto per dirlo. I passaggi industriali, legali e finanziari da mettere a punto sono ancora molteplici. Perché nessuno dei compratori vuole farsi carico dei rischi legali che incombono sull’operazione. Si parla di una “newco”, una nuova società che si porterebbe dietro solo la parte buona, quella industrale, lasciando il fardello delle controversie in carico alla vecchia Ilva. Ma il primo mattone di ogni soluzione restano quei 1,2 miliardi sequestrati ai Riva, necessari per rimettere in regola gli impianti. Se non arriveranno, bisognerà rifare tutto da capo. (L. Piana, L'Espresso)

domenica 5 ottobre 2014

Ditelo recitando

‘Start Up’ a Taranto, il teatro in mezzo ai fumi dell’Ilva

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Taranto poteva essere la Venezia sullo Ionio. Ma adesso Taranto fa rima con Ilva. Cambiano le parole, rimane immutato il significato. Da Italsider a Ilva il passo sembra lungo, pare mirare lontano, ma sempre lì stiamo. Un’industria più grande della città che la ospita. Il panorama invaso da ciminiere a strisce bianche e rosse come gondolieri, boati bianchi e densi come panna rancida che si scagliano verso il cielo in funghi che rimangono un attimo sospesi prima di liquefarsi e mischiarsi alle altre nuvole di passaggio. Accanto alle recinzioni dell’Ilva (un mostro dove ci lavorano 12.000 persone), nel quartiere Tamburi (che ha nel nome la riscossa ma anche l’allarme, l’emergenza e la preoccupazione del suono dello strumento ancestrale) vive e non vegeta, ma crea e produce, la compagnia Crest che insiste sul Teatro TaTà, ex auditorium della scuola chiusa per i fumi irrespirabili emessi a pochi metri di distanza. Un teatro che non solo resiste, ma sta, non si arresta, non arretra, non scappa, non fugge, non cede di un millimetro.
Uno dei momenti più alti della programmazione messa in piedi dal direttore Gaetano Colella e dal suo staff di imperterriti sognatori donchisciotteschi è il festival settembrino “Start Up”, stimolo per ricominciare, tendere fili, portare a far vedere, e non solo a conoscere dalla cronaca amara, i luoghi che l’Ilva ha segnato e tutta quella costellazione di universi che Taranto raccoglie con la zona dell’acciaieria piena di cartelli inascoltati con scritto “Vendesi”, la città vecchia distrutta ed abbattuta, abbandonata e fatiscente ma incredibilmente affascinante nella sua decadenza, il “mare piccolo” con le gigantesche navi grigie della Marina Militare e la nafta che galleggia e gli allevamenti di cozze in laguna, il centro oltre il ponte girevole che sembra non accorgersi di quello che accade dall’altra parte della cortina di nebbia. Tante città in una sola. Difficili da raccontare.
Il quadro non è unitario ma la cappa incombe sopra a guardare, giudicare, corrompere. Ed è un tema pressante e sempre presente nelle drammaturgie che da qui partono e trovano linfa. La domanda cruciale è salvare la salute e rimanere senza lavoro o lasciare l’Ilva così com’è e permetterle di fare altri danni ambientali ed altre vittime sul lavoro, dentro lo stabilimento, e fuori per aver respirato il veleno a forma di nubi? C’è rassegnazione nell’aria. Andarsene, si ma dove? E con quali soldi? Si chiede la gente. Il teatro non dà risposte ma porta voce laddove è silenzio, mostra, fa toccare con la mano dello spettacolo dal vivo, del respiro della collettività radunata a raccolta. Di Ilva parla la performance audio dei Babilonia TeatriCon il mare facevamo il pane”, un’indagine scritta alla maniera del gruppo di Verona che ritorna alle frasi secche lanciate, negli elenchi rabbiosi da slogan nei cortei, alla protesta, con le interviste finali ai tarantini che denotano tristezza del vivere quotidiano, fatica, l’impotenza nel poter cambiare concretamente le cose, il sentirsi carne da macello, l’essere stati lasciati soli dall’Italia intera. “Morire di fame oggi o di malattia domani?”. Non ci sono risposte. “L’Ilva è il mostro che cancella l’orizzonte”. E Pasolini diceva che la povera gente può continuare tranquillamente a morire. C’è una polvere rossastra nell’aria ed è appiccicosa sulla pelle, la senti come miele, una patina di zucchero che ammanta le braccia, entra nel naso. E’ tangibile questo PM10 anche se non si riesce a vedere; lo senti in gola, come rospo che non scende e non sale. Fino alla provocazione: “Buttiamo giù la città e lasciamo solo l’Ilva”.
Anche la Bottega degli Apocrifi sapientemente attingono ad un classico di Ibsen per la loro trasposizione moderna. Da “Nemico del popolo” si arriva al loro “ResSòrt”, certo declinato in chiave ironica, ma che delinea perfettamente cause ed effetti, il bene comune e il bene privato, nel conflitto tra il Capitale e la cittadinanza. Da una parte il sindaco affarista, balla sul cubo, pelliccia, scarpe di vernice, contornato da veline varie, ed i piccoli consumatori che hanno dalla loro anche l’informazione e pian piano mettono a tacere i dubbi degli ambientalisti con una campagna denigratoria, squalificante nei confronti degli accusatori dello stabilimento balneare inquinato ed inquinante. La verità scambiata per invidia. Testo, purtroppo, perfetto per la situazione di Taranto. Si chiamano classici per questo, perché non hanno tempo né latitudini.
Perfetta sintesi il “Capatosta” dei padroni di casa del Crest con un Gaetano Colella energico e robusto capocantiere con esperienza, cinico, svogliato, menefreghista ed individualista, ed un giovane appena assunto, laureato, con sogni di rivolta ed un padre ucciso dai fumi della fabbrica innominabile. Uno scontro fisico, passionale, generazionale, valoriale, tra il benessere acquisito da difendere ad ogni costo, anche rimettendoci la salute e la vita, ed i sogni di rivoluzione con i ruoli invertiti rispetto alla stereotipata visione dei giovani come svuotati e passivi, dediti soltanto allo sport dello smart phone. In sottofondo i muggiti della fabbrica che tutto ammanta, le lotte sindacali messe sotto la polvere, le affermazioni difficili da buttare giù, “Non esiste più la classe operaia”, mentre vengono scanditi i nomi dei morti all’interno dell’Ilva, le morti sul lavoro, mentre migliaia sono le vittime di questa guerra civile per malattie respiratorie e tumorali. Sono tutti “morti di Stato”, quelli dentro che erano a lavorare, quelli fuori inconsapevoli a respirare: “Non stiamo morendo, ci stanno uccidendo”. Un teatro necessario. (T. Chimenti - FQ)

giovedì 2 ottobre 2014

La lezione di Foggia

Fabbriche dei veleni, condanna e maxi risarcimento per la Italcementi Spa. Sentenza storica del Tribunale di Foggia

Condanna e risarcimento milionario per la Italcementi Spa. Proprio nella terra dell’Ilva di Taranto, dell’eterna contesa tra il diritto alla salute e quello al lavoro, a soccombere è un colosso dell’industria italiana, il quinto produttore mondiale di cemento. È una sentenza storica quella del Tribunale di Foggia (sezione lavoro), pronunciata dal giudice Andrea Basta, che ha riconosciuto il nesso di casualità tra il lavoro svolto ed il tumore che ha stroncato la vita di un lavoratore foggiano 17 anni fa. Per i legali della società, il decesso sarebbe stato determinato dal fatto che “il lavoratore fosse un forte fumatore”. Ma le perizie hanno dimostrato ben altro, a cominciare dalle sostanze inquinanti presenti negli stabilimenti. A rendere giustizia ai familiari, lo studio del dottor Gerardo Cela, medico legale specialista in medicina del lavoro, il quale ha accertato che “il lavoratore versava in buone condizioni di salute sino al 1984; iniziava a presentare delle obiettive alterazioni relative all’apparato respiratorio, riscontrate nelle visite effettuate nel 1984, nel 1990 e nel 1991 presso l’istituto di Medicina del lavoro dell’Università di Bari; ‘decedeva per neoplasia polmonare maligna (microcitoma) con metastasi ai linfonodi peripancreatici”. Per il consulente giudiziale, dunque, “l’esposizione alla inalazione di sostanze nocive per l’apparato respiratorio nell’ambiente di lavoro, durata circa 25 anni, provocava prima l’insorgenza di una affezione cronica broncopolmonare e poi l’evoluzione di detta broncopatia verso la neoplasia”. Rapporto di causa-effetto e condanna, con relativo risarcimento per oltre 2 milioni di euro ai familiari.

2 visite mediche in 15 anni, nonostante i “veleni”

“Biossido di silicio e cromo, usato come colorante del cemento e cancerogeno”. Le motivazioni della decisione del Tribunale di Foggia sono perentorie, al contrario delle dichiarazioni dei direttori degli stabilimenti di Guardiaregia, Salerno, Trento, secondo cui i dipendenti avevano tutti “le mascherine protettive”, escludendo la “natura nociva delle polveri presenti nell’ambiente di lavoro”. Tesi confermata dal medico legale della Italcementi, che ha sottolineato l’esistenza di “impianti di depolverizzazione ed abbattimento delle polveri nel periodo 1984-1989, ed il regolare assoggettamento dei dipendenti a visite mediche annuali”. Per il giudice, però, le cose non stavano esattamente in questi termini. A maggior ragione in virtù dell’accordo sottoscritto dalla Italcementi con il Ministero del Lavoro a Roma, sul personale “esposto a rischi con frequenza annuale e di affidare agli istituti universitari l’individuazione dei rischi”. L’accordo impegnava l’azienda a “procedere alle valutazioni ambientali sulla presenza di inquinanti, tra cui polveri, nei rispetti dei limiti dell’American Conferenze of Governamental Industrial Hygienists, a raccogliere i risultati delle rilevazioni in un registro istituito presso ciascuno stabilimento”. Ciononostante, stando alla documentazione prodotta agli atti, “se dal 1990 in poi la cadenza annuale è rispettata, non risulta eseguita alcuna visita dal 1973 al 1983 e dal 1986 al 1989; dal 1973 al 1989 risultano eseguite 2 visite mediche in su un arco temporale pari a circa 16 anni”. Deve essere per questo che, qualche mese fa, secondo quanto riferito a l’Immediato, gli avvocati della Italcementi avrebbero proposto ai parenti una transazione di “50mila euro” per chiudere il caso. Una cifra ritenuta “offensiva della dignità e della memoria di chi ha perso la vita per il lavoro”.

Lavoro, “maledetto” lavoro

Nella pronuncia del Tribunale, la contesa è stata forte sull’effettiva mansione svolta dal lavoratore. Sì perché secondo la Italcementi si sarebbe occupato delle dell’attività “dello stivatore, dunque addetto a caricare i sacchi di cemento sui camion”; mentre per la famiglia ricorrente in giudizio, faceva l’ “insaccatore”. In ogni caso, tuttavia, vista la documentazione prodotta dalla Spa, il giudice ha ritenuto di dover valutare come “potenzialmente nocivo” l’ambiente di lavoro. “A fronte di un ambiente di lavoro potenzialmente nocivo – scrive il dottor Basta nella pronuncia – che la parte resistente (Italcementi) si era impegnata a monitorare e non ha monitorato, o non ha comunque provato di aver monitorato, non vi è alcuna possibilità di affermare che le misure di sicurezza indicate dai testimoni fossero idonee a scongiurare i rischi esistenti”. Per di più, la società di Bergamo, per controbattere alla perizia del consulente, ha prodotto alcuni documenti sulla “sicurezza dei cementi comuni” del 2011, ma che non hanno attinenza con tutto il periodo precedente. Anche per questo il Tribunale di Foggia, in primo grado, ha reso giustizia alla famiglia. Aprendo al contempo uno scenario spaventoso: quanti lavoratori alle dipendenze del colosso italiano del cemento nello stesso periodo potrebbero aver attraversato le stesse vicende cristallizzate nella sentenza? (Immediato)

Incarico di stagione

CARRUBBA: NUOVO SUB-COMMISSARIO DI ILVA

Pubblicato in Gazzetta il decreto di nomina

Il Ministro dell’ambiente, con decreto del 21 agosto 2014 pubblicato nella G.U. n. 227 del 30 settembre scorso, ha nominato l'avv. Corrado Carrubba sub-commissario di ILVA Spa.
Carrubba, specializzato in diritto ambientale e già commissario straordinario dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) del Lazio, subentra a Edo Ronchi che aveva rinunciato a una conferma del mandato. Resterà  in  carica fino alla scadenza - giugno 2015 - del mandato del Commissario straordinario, Dott. Piero  Gnudi, con un compenso onnicomprensivo da determinarsi con successivo decreto.
Il sub commissario, potrà avvalersi, nell'ambito delle proprie funzioni, del supporto tecnico e operativo dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), nonché delle competenti strutture del Ministero  dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di società specializzate a totale capitale pubblico e delle società di scopo a capitale pubblico, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. (Protectaweb)

Memento europeo

Ilva, Forenza (Altra Europa/Gue) interroga il commissario UE Ambiente

Nella giornata di eri, Eleonora Forenza, capodelegazione della lista ‘L'Altra Europa con Tsipras’ al Parlamento Europeo, del gruppo della Sinistra Unitaria Europea (Gue/Ngl), è intervenuta in Commissione Ambiente e Salute rivolgendosi al Commissario Europeo designato, Vytenis Andriukaitis, per chiedere chiarimenti sulla vicenda dell'Ilva di Taranto. "Penso che parlare di tutela della salute - ha dichiarato Forenza - debba voler dire anche tutelare la salute e la vivibilità dei lavoratori dei grandi impianti industriali che devono applicare le norme di sicurezza per evitare danni sia ai lavoratori stessi e sia alle popolazioni dei territori circostanti”.
L'Ilva di Taranto, uno dei più grandi impianti in Europa per la produzione di acciaio, dove da 20 anni nessun investimento è stato sviluppato, soprattutto dopo la privatizzazione dell'impianto avvenuta nel 1995. Sono stati rilevati dati impressionanti: fra il 1999 e il 2010, 386 cittadini di Taranto (30 persone all'anno) sono morti per cause riconducibili alle emissioni inquinanti di Ilva. Questa situazione ha indotto nel 2012 la Commissione Europea ad aprire una procedura di infrazione contro lo Stato italiano, che dal 1995 non ha fatto niente.
“Chiedo - ha continuato la parlamentare - quali iniziative intenda assumere il commissario per rendere realmente esigibili politiche di tutela dell'ambiente e della salute. Se in particolare il commissario non intenda prevedere nuove procedure sanzionatorie ad hoc per imporre che siano i gestori stessi degli impianti - sia privati che pubblici - a pagare tali necessari adeguamenti per evitare danni permanenti alla salute dei cittadini e che non siano i cittadini stessi, attraverso gli Stati, a doverne pagare i danni". Secondo l'europarlamentare, infine, al termine dell'audizione, "la risposta del commissario, per oggi, è stata troppo vaga e nessun impegno concreto è stato preso. Ma continuerò a dar voce, in tutti i modi possibili, alle richieste dei cittadini e dei lavoratori di Taranto". (Cosmopolismedia)

RItenta sarai più fortunato

Ilva, pediatri contro Renzi «Non ci vuole incontrare»

Il premier Matteo Renzi, pur avendo preso l’impegno durante la visita a Taranto del settembre scorso, non ha ancora risposto all’appello dei pediatri di Taranto, che chiedevano di incontrarlo per discutere dell’emergenza sanitaria e ambientale nel capoluogo ionico legata all’inquinamento dell’Ilva e degli altri insediamenti industriali. Lo scrivono in una nota Annamaria Moschetti dell’associazione culturale Pediatri Puglia e Basilicata, il Neonatologo responsabile della Terapia Intensiva Neonatale dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto, Oronzo Forleo, e il presidente Associazione Onlus 'Delfini e Neonatì per la neonatologia Dora Tagliente.
In merito alla richiesta di incontro con il presidente del consiglio Renzi inviata nel mese di agosto, i tre firmatari della missiva “comunicano che il premier non ha finora telefonato alla dott.ssa Moschetti come si era impegnato pubblicamente a fare e che l’incontro con l’on. Davide Faraone cui la segreteria di Renzi aveva delegato il compito di  incontrare i pediatri per la non disponibilità del primo ministro, incontro che si sarebbe dovuto svolgere il 25 settembre, è stato annullato senza preavviso alcuno”.
Ribadendo “la gravità della situazione sanitaria dei bambini tarantini che si è appalesata nella sua drammaticità attraverso lo studio Sentieri recentemente pubblicato”, i pediatri “ribadiscono la necessità e l’urgenza di essere ricevuti dal premier Renzi. Rimangono pertanto in attesa di riscontro”.
La polemica si è accesa dopo un servizio del tg satirico «Striscia la notizia», andato in onda l'altro giorno, in cui l'inviato Mingo ha documentato il pericolo derivante dall'accumulo di polveri di ferro che provengono dai parchi minerali del siderurigico, facendo un «esperimento» sul balcone di un'abitazione del popoloso rione del capoluogo jonico e dimostrando come la polvere - spazzata «regolarmente» ogni giorno da una casalinga - venisse attirata da una grossa calamita. (GdM)

Socialmente utili e remunerati. Punti di vista a Genova!

Ilva, sì di massa al lavoro in Comune

I siderurgici dell’Ilva hanno aderito in massa alla proposta del Comune di svolgere lavori di pubblica utilità: ieri su 765 dipendenti entrati in cassa integrazione già 700 si sono presentati alla Sala Chiamata del Porto e di questi solo 28, il 4%, hanno detto no.
Tutti gli altri, il 96%, hanno accettato la proposta di andare a lavorare nei cimiteri, alle manutenzioni o negli uffici per conto del Comune, di Aster o Amiu in modo da guadagnarsi l'integrazione al reddito che permetterà loro di raggiungere assieme alla cassa circa il 78% dello stipendio di un sesto livello. Gli altri 65 verranno ascoltati ancora fra oggi e domani, poi entro sabato tutti verranno assegnati ai singoli progetti e verranno informati dove dovranno presentarsi lunedì mattina per iniziare il loro nuovo lavoro, trenta ore la settimana su cinque giorni, dal lunedì al venerdì.
"Gli uffici comunali stanno facendo i salti mortali per completare tutto il lavoro in così poco tempo  -  spiega Franco Oddone, assessore allo sviluppo economico del comune di Genova  -  abbiamo predisposto progetti modulari, che possono accogliere più o meno persone a seconda delle disponibilità, delle qualifiche e delle attinenze. Il tentativo è quello di soddisfare se possibile anche le preferenze dei singoli, vogliamo che la gente possa venire al lavoro motivata e che si renda conto che questa è un'opportunità per loro ma anche per rendere un servizio importante alla città". Ieri così i lavoratori hanno trovato alla sala Chiamata del Porto ben quindici banchetti con due tecnici comunali ciascuno, sopra un cartello che indicava la lettera del cognome, a tutti è stato chiesto in primo luogo se intendevano aderire e poi un po' di notizie in più su eventuali capacità non inserite nella scheda o preferenze.
Già ieri le adesioni sono state molto alte, mentre nel 2005 al momento della chiusura dell'area a caldo su 550 persone avevano aderito ai lavori socialmente utili non più di 400. Questa volta la crisi morde di più e quasi tutti hanno dato la loro disponibilità, chi non l'ha fatto l'ha giustificato con motivi personali gravi, come ad esempio una mamma anziana a carico dove costa meno restare a casa e non prendere l'integrazione che assumere una badante. Da sabato sera quindi si conosceranno i numeri esatti delle persone impiegate sui singoli progetti, tute e materiale antinfortunistico sarà messo a disposizione dall'Ilva e da lunedì si inizia. "I lavoratori hanno accolto positivamente questa soluzione  -  dice ora Bruno Manganaro, segretario Fiom  -  deve essere chiaro però che sono in aggiunta, non possono essere messi a coprire lavori svolti da altri, per esempio magari lasciando a casa dei precari. Su questo vigileremo, perché come abbiamo tutelato i siderurgici tuteliamo anche i lavoratori del pubblico impiego". (Rep)

Ilva, dieci anni dopo allo stesso punto

Vincenzo Ferraro si affaccia nella sala gremita, per mano porta il figlio. «È un giorno di lavoro per tutti, non sapevo a chi lasciarlo...e speriamo mi porti anche un po’ di fortuna». C’era Vincenzo, che all’Ilva lavora dal 2003, ma non c’era il piccolo quando, era il 2005, si diede inizio a una rivoluzione che non è mai stata.

mercoledì 1 ottobre 2014

La nostra solidarietà e una riflessione sui "giusti"

Comunicato stampa

Nel pomeriggio di oggi 30 Settembre 2014 c’è stata la sentenza nei confronti di Roberto Aprile, componente dell’Esecutivo nazionale della Confedarazione Cobas e referente provinciale di Brindisi, insieme ad altri 28 disoccupati per le manifestazioni davanti alla Monteco l’1 ed il 2 Marzo del 2011.
I fatti sono riferiti alle mobilitazioni svoltesi nel lontano 2011 a seguito delle quali con l'”Operazione Escalation”  Bobo Aprile e altri disoccupati del Comitato promotore le manifestazioni vennero arrestati dalal DIGOS.
Roberto Aprile ha avuto la condanna maggiore, 10 mesi , il resto 8, 7, 5,  mesi.
Una condanna esemplare che vuole rappresentare un monito a chi vuole protestare per i propri diritti. Invece di condannare la Monteco per le assunzioni irregolari e clientelari effettuate in quei mesi, provenienti da Campi Salentina , si condanna chi si è opposto a questo scempio.
Le nostre denunce agli Enti Preposti per tante irregolarità sul problema della sicurezza dei mezzi Monteco, per la situazione negli ambienti di lavoro, invece, non sono mai arrivate  a buon fine.
Così come i tanti processi per tumore dovuti all’amianto e per gli impianti nocivi degli impianti industriali non hanno mai trovato un colpevole da parte della magistratura , che li ha sempre assolti.
Chi ammazza viene assolto e chi lotta contro la fame per lavorare come precario per qualche mese viene condannato.
Il vero significato di questa condanna è quello di lanciare un messaggio alla intera popolazione di non protestare per nessun motivo , altrimenti si può essere condannati come è accaduto per quelli che hanno bloccato la Monteco.
Vogliamo ricordare che la lotta per far lavorare cittadini brindisini il Sindacato Cobas l’aveva già vinta nel 2011.
L’allora Sindaco di Brindisi, Domenico Mennitti  chiese e ottenne dalla Monteco che i cosiddetti precari dovevano essere assunti nel territorio. Una clausola di  salvaguardia occupazionale che venne adirittura inserita nel capitolato d’appalto.
All’uscita del tribunale dopo i diversi commenti sulla sentenza i presenti hanno deciso di riunirsi per Venerdì 3 Ottobre alle ore 18,00 presso la sede Cobas di via Appia , 64.
La proposta è quella di organizzare una grande manifestazione cittadina per il diritto al lavoro, ad un ambiente bonificato, alla possibilità di mettere un piatto in tavola a mezzogiorno per i propri figli.
Brindisi 30.09.2014
Confederazione Cobas

Povero brav'uomo

La magistratura di Londra: «Domiciliari a Fabio Riva ed estradizione più sicura»

Clamoroso dal Regno Unito: i giudici londinesi chiedono rassicurazioni sulla concessione degli arresti domiciliari a Fabio Arturo Riva, sottoposto a due procedure di estradizione (una già in fase d’appello) e coinvolto nel procedimento tarantino «Ambiente svenduto».
La condizione dei detenuti nelle carceri italiane, che hanno fatto «guadagnare» all’Italia ben due condanne da parte della Corte Edu (Europea per i diritti dell’uomo), le obiezioni sollevate dal pool di legali che assiste l’industriale in terra londinese sulle condizioni in cui lo stesso Riva si ritroverebbe con l’estradizione in Italia, hanno avuto un peso fondamentale.
Ed un peso importante, che i legali di Riva puntano a far valere nel ricorso davanti all’Alta Corte del Regno Unito, l’ha avuta la decisione adottata dalla «Westminster Magistrates Court» di Londra che nel marzo scorso ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Domenico Rancadore, accusato di mafia e arrestato nell’estate 2013 nella capitale britannica dalla polizia inglese.
L’uomo era inseguito da un mandato di arresto europeo ed era sfuggito a qualsiasi provvedimento italiano, in virtù di una latitanza durata diciannove anni.
Da quel che appare palese, in sostanza, gli avvocati londinesi e milanesi di Fabio Arturo Riva starebbero inducendo i giudici di Londra a considerare la questione della «dignità umana» del loro assistito in termini preminenti rispetto al merito delle contestazioni che chiamano in causa Riva, destinatario del mandato di arresto europeo spiccato, relativamente all’inchiesta tarantina, dal gip Patrizia Todisco.
Non è un caso, peraltro, che i legali londinesi e milanesi di Riva abbiano chiesto alla Corte d’appello di sdoppiare i temi su cui sarà incentrato il ricorso per «bloccare l’estradizione» concessa del giudice John Zani. In via preliminare, infatti, i legali dell’industriale dell’acciaio avrebbero chiesto ai giudici di esaminare la posizione personale dell’industriale alla luce del mandato di arresto europeo. Con l’estradizione - avrebbero scritto i legali - Riva andrebbe incontro alla detenzione in una delle carceri italiane che sono oggetto di pesanti valutazioni da parte dello stesso governo italiano. Lo stesso che nel 2010 dichiarò «lo stato di emergenza» nelle carceri per problemi di sovraffollamento.
Tuttavia, questo è il meno. I difensori dell’industriale hanno in ogni caso citato la sentenza-pilota della Corte Edu che l’8 gennaio 2013 (se ne parla a parte, ndr) ha condannato lo Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. La sentenza chiamata «Torreggiani contro l’Italia» è stata definita dalla stessa Corte europea «pilota in materia di sanzioni per le violazione dei diritti dell’uomo».
Pigiando l’acceleratore su questo punto, i legali di Fabio Arturo Riva avrebbero preso spunto anche da quanto accaduto in ordine alla posizione di Domenico Rancadore, contro la cui estradizione si era pronunciato in marzo il giudice Howard Riddle. Nel caso specifico, lo stesso Riddle aveva dato un’altra stoccata all’Italia. Aveva spiegato che stava per dare l’ok all'estradizione del siciliano ma che aveva cambiato idea. E aveva spiegato il perchè: si era basato su un caso che riguardava il tribunale di Firenze e un cittadino somalo a cui non era stata concessa l'estradizione in Italia «col rischio di subire trattamenti inumani e degradanti nel sistema carcerario nazionale».
Ed è sulla base di questi presupposti, che i difensori di Riva hanno ovviamente amplificato, che dal palazzo di giustizia londinese è partita verso l’Italia, e verso Taranto, la richiesta di assicurazioni sul trattamento da riservare a Riva. Evidentemente, però, si tratta di una intromissione nell’autonomia giurisdizionale di altro Paese che potrebbe avere anche conseguenze diplomatiche.
Fabio Arturo Riva, come è noto, nel procedimento tarantino risponde di associazione per delinquere, disastro ambientale, avvelenamento di alimenti, e corruzione in atti giudiziari in concorso. Nella causa davanti al giudice distrettuale Zani, era difeso dai legali dello studio londinese «Blc Burton Copeland» e dai legali dello studio Diodà di Milano. Tuttavia, c’era anche un pool di esperti che si occupava della posizione dell’ex vice presidente dei CdA di Ilva Spa e Riva Fire.
Nell’aula del Westminster Magistrates Court avevano fra gli altri argomentato Stefano Maffei e Annamaria Alborghetti. Il primo è il direttore dell’Eflit (English for Law & International Transactions, corso postlaurea di inglese giuridico, ndr), ed è un esperto in protezione internazionale dei diritti umani.
Tema, quest’ultimo, che costituisce l’appiglio a cui Riva si aggrappa per evitare di essere estradato. (Quotidiano)

La polvere del tempo immobile

PeaceLink prosegue il monitoraggio dell’aria tarantina: ecco i nuovi dati choc

Oltre alle lamentele e alle proteste contro le industrie e contro le politiche per nulla di welfare dello Stato nei confronti dei cittadini tarantini, a Taranto c’è chi fa sul serio con precise e quotidiane rilevazioni eseguite grazie all’utilizzo di strumenti certificati CE, grazie ai quali si ottengono dati certi e reali.
Anche stamattina Alessandro Marescotti di PeaceLink ha effettuato il monitoraggio dell’aria tarantina e anche oggi sono emersi dati incredibili.
Come si vede nel grafico realizzato dallo stesso Marescotti, la mattina è il momento di picco degli IPA (Idrocarburi Policicli Aromatici dannosi per l’uomo), dovuto al raffreddamento e alla ricaduta al suolo delle emissioni notturne. Nello stesso grafico si evidenzia soprattutto la clamorosa e allarmante differenza tra i dati relativi alla media IPA nel quartiere Tamburi rilevati nell’anno 2009-’10 (20 ng/m3) e quelli rilevati stamattina (104 ng/m3 !). In pratica, la situazione, nonostante proteste, attenzione nazionale, sit-in, morti ammalati, morti di lavoro… peggiora!

Ieri è andato pure in onda il servizio a “Striscia la notizia” (clicca qui per vederlo) che ha ulteriormente evidenziato e testimoniato l’incredibile situazione di invivibilità cui sono costretti gli abitanti della città di Taranto. Fabio e Mingo, recandosi presso l’abitazione di una signora che abita in un appartamento del quartiere Tamburi (distante pochissimi km dall’Ilva), hanno raccolto la “polvere nera” accumulatasi nel balcone, hanno avvicinato una calamita a quella “polvere” che magicamente veniva attirata dalla calamita. Cosa vuol dire questo? Che trattasi non di polvere ma di.. metallo che viene sistematicamente e quotidianamente respirato da donne, uomini e bambini!
Chissà se i “ciechi” continueranno a non vedere ciò che è ormai davanti agli occhi di tutti e chissà come lo Stato italiano cercherà di difendersi di fronte alla Corte di Giustizia dell’UE quando verrà chiamata di fronte alle proprie responsabilità.