giovedì 6 novembre 2014

Tempa Rossa, fumata nera!

E' la prima fumata nera che fa bene ai tarantini!
Rep
Con grande stupore e soddisfazione abbiamo appreso dello scatto di responsabilità e dignità del Consiglio Comunale tarantino che, per la prima volta, dà prova di mettere in primo piano la salute dei suoi concittadini e non accetta pressioni e ricatti in nome della mitica "vocazione industriale" del nostro territorio.
Sulle pagine di questo blog abbiamo avuto molte parole critiche verso il sindaco e la giunta. Ma nel grigiore di una condotta il più delle volte ponziopilatesca e supina, vogliamo applaudirli per questo atto storico. Se lo meritano! (anche se dovrebbe essere la regola...)
Il Consiglio ha detto in forma ufficiale e cogente che nel nostro porto non c'è posto per altri serbatoi di petrolio e moli per petroliere!
Contrariamente a quanto vogliono far apparire i media nazionali (di ogni orientamento, dal Sole24h - riportato in basso - al Tg3 regionale, che ha mandato in onda un servizio dal titolo: "Il petrolio negato", con chiaro riferimento alla mancata autorizzazione da parte del Consiglio comunale all'allungamento del pontile ENI), non si tratta di una scelta scellerata ed emotiva, ma dalla saggia decisione di sospendere l'ulteriore complicazione di una situazione già compromessa e incontrollabile sul piano ambientale, che ha superato da decenni i  limiti di tolleranza e salubrità.
Taranto finalmente chiede con una voce unica (escludendo i soliti "ominicchi e quaquaraquà" che si vendono per 30 denari) che si cominci a capire e a programmare per cambiare rotta.
E' una richiesta che viene da tutte le classi sociali, senza chiusure ideologiche o radicalismi, in nome del "buon governo" che forse, alla buon'ora, inizia a emettere i primi vagiti. 

Al Comune di Taranto passa il sì alla variante bloccata Tempa rossa

Passa sul filo del rasoio, ma passa. Con 15 voti favorevoli e tre contrari, il Consiglio comunale di Taranto ha approvato la delibera riguardante il piano regolatore del porto che, almeno nelle intenzioni e al netto di eventuali ricorsi in sede amministrativa, stoppa il progetto «Tempa rossa». La variante indicata dalle commissioni Assetto del territorio e Attività produttive impedisce di fatto la costruzione di due grandi serbatoi nei quali stoccare il petrolio in arrivo dal giacimento della Basilicata e l'allungamento di 350 metri del pontile petroli della raffineria per l'attracco delle navi destinate a caricare il greggio. Hanno votato sì il sindaco Stefàno, Bitetti, D'Eri, Azzaro, Ciocia, De Martino, Di Todaro, Spalluto, Di Giovanni, Laruccia, Nistri, Liviano, Venere, Capriulo e Bonelli.
I tre contrari sono i consiglieri di Realtà Italia Gianni Cataldino, Filippo Illiano e Gina Lupo, esponenti della maggioranza, che chiedevano un emendamento per consentire la realizzazione del pontile petroli ed evitare possibili rallentamenti nei lavori di infrastrutturazione al porto.
Confermati anche i malumori nel Pd. Sono usciti dall’aula i consiglieri Mimmo Cotugno (che ha ufficializzato la propria posizione con una dichiarazione di voto prendendo le distanze dalla linea dettata dal partito) e Raffaele Brunetti, oltre ad Aldo Renna della lista Condemi e ai consiglieri di Forza Italia Cannone, Vietri, Ciraci e Tribbia.
In apertura di discussione il capogruppo dei Democratici Gianni Azzaro aveva ribadito le ragioni del no al progetto, condivise peraltro dalla direzione provinciale e regionale del partito. Lo stesso Azzaro non ha peraltro nascosto i timori sull’eventualità che possano essere messi in discussione i lavori del porto. «A quel punto - ha detto tra le righe - bisognerebbe rivedere la questione». Ha parlato di doppiogiochismo il consigliere dei Verdi-Taranto respira Angelo Bonelli, secondo il quale «questo consiglio non può permettersi ambiguità. Si deve quindi ribadire il proprio no indipendentemente dalle osservazioni che arriveranno, a meno che non sia una cosa studiata». Il leader ecologista è convinto che la delibera sulla variante del porto non sia sufficiente. «Occorre - ha spiegato - che l'amministrazione dia tempi certi circa il recepimento della direttiva Seveso. Si tratta di una normativa europea che il governo nazionale non potrà ignorare».
L’ipotesi del sì al pontile petroli e no ai due serbatoi è naufragata quasi subito in seguito al diktat del sindaco Ezio Stefàno, che aveva chiesto che l'atto restasse nella sua formulazione originaria. Hanno prevalso, dunque, le «ragioni ambientali» per scongiurare l'incremento di emissioni inquinanti causate dalla movimentazione del petrolio. Dai documenti forniti dalla Joint venture Total, Shell e Mitsui, di cui l’Eni è partner logistico, emergerebbe l'aumento del 12% delle emissioni riferite soprattutto a composti volatili e non ci sarebbero adeguate rassicurazioni sui rischi di incidente rilevante. «Dobbiamo rimandare al mittente - ha osservato l’assessore all’Ambiente Vincenzo Baio - il progetto Tempo Rossa. Oggi è una giornata storica per la politica tarantina che ha la possibilità di dire la sua. Abbiamo il dovere morale di difendere la città ed i bambini di Taranto».
Il consigliere Mario Laruccia ha motivato il voto favorevole alla delibera con la necessità di «dare un messaggio chiaro al governo: Taranto non può più essere una città sacrificata per l'interesse dell'intero Paese». La domanda di fondo è: basterà la variante approvata a bloccare un progetto definito strategico anche dal premier Matteo Renzi? (GdM)

Taranto dice «no» a Tempa Rossa

Il Comune di Taranto sbarra la strada al progetto petrolifero Tempa Rossa. Niente da fare per il trasporto a Taranto, via oledotto, del greggio estratto in Basilicata. Con un voto che ha spaccato anche la maggioranza di centrosinistra, 15 favorevoli e 3 contrari, ieri pomeriggio il Consiglio comunale ha adottato il piano regolatore del porto all'infuori dell'allungamento per 350 metri del pontile della raffineria Eni. È questa, infatti, una delle due infrastrutture - l'altra è rappresentata dai due serbatoi di stoccaggio - che serviranno a Tempa Rossa. Averla bloccata, significa bloccare tutto il progetto che per Taranto, su un investimento complessivo di 1,6 miliardi di euro in gran parte concentrato in Basilicata, vale 300 milioni di euro ed una ricaduta di cantiere per 50 imprese e 300 occupati. Il Consiglio non ha affrontato l'aspetto dei serbatoi per il fatto che la loro ubicazione è prevista in un'area dell'Eni e dunque non soggetta al piano regolatore portuale.
Sino alla vigilia del Consiglio comunale si era profilata la possibilità che si cambiasse quanto deciso dalla giunta a metà settembre. Ovvero il no a Tempa Rossa su tutta la linea motivandolo col rischio di un aumento dell'inquinamento in un'area già segnata dall'emergenza Ilva. Era emersa la possibilità che il Comune desse l'ok all'ampliamento del pontile - che attualmente si sviluppa per 500 metri - e dicesse invece no ai serbatoi. Il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, ha però preteso e ottenuto che la coalizione non cambiasse posizione. E così alla fine è stato. Il progetto proposto dalle compagnie Total, Shell e Mitsui, con Eni partner logistico, per ora si allontana sebbene dal 2011 abbia la Valutazione di impatto ambientale favorevole e una serie di autorizzazioni. Il Comune motiva il no con l'aumento delle emissioni, si rifà ad un parere espresso dall'Arpa Puglia e accoglie così il pressing che da mesi portano avanti i movimenti ambientalisti. Se si considera che tempo addietro sia il Comune di Taranto che la Regione Puglia hanno detto sì alle opere di Tempa Rossa eppoi hanno ribaltato la loro linea, con la Regione che ha chiesto al ministero dell'Ambiente di rivedere la Via favorevole concessa, sembra che le istituzioni locali non siano volute entrare in rotta di collisione con gli ambientalisti in una situazione già tesa per l'Ilva.
Ultimamente le compagnie petrolifere hanno anche rivisitato il progetto Tempa Rossa ribadendo che ha emissioni zero, perchè questa è una delle condizioni poste dalla Via, e che con gli interventi di recupero dei composti volatili del greggio ci sarebbe stato un taglio complessivo, su base annua, di 64 tonnellate di emissioni di cui 36 provenienti dagli impianti di Tempa Rossa e 28 dalla raffineria. Questa novità non è stata però considerata dal Comune. (Sole24h)

martedì 4 novembre 2014

Statisticamente pericolosa

Inala monossido di carbonio, operaio Ilva in camera iperbarica

Un lavoratore dello stabilimento Ilva di Taranto ha accusato un malore, senza perdita di coscienza, dovuto a inalazione di monossido di carbonio. E' accaduto durante un controllo di routine dei circuiti di raffreddamento ad acqua dell'Altoforno 5. In una nota l'azienda precisa che l'uomo, di 31 anni, è stato prontamente soccorso dal servizio sanitario interno e trasferito presso l'Ospedale Militare di Taranto per essere sottoposto a terapia iperbarica. (Rep)

E anche aspiratori

Venerdì 21 novembre, presso la libreria Gilgamesh a Taranto, alle h. 18.30, si terrà la presentazione del nuovo saggio di Giuliano Pavone “Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull’Ilva e su Taranto” (Barney Edizioni).
Solo una cosa fa più rabbia della non curanza con cui un’industria ha devastato ambiente e vite umane a fini di profitto: l’omertà e la connivenza di chi gliel’ha permesso.
In una telefonata intercettata, due membri della famiglia Riva, i proprietari dell’Ilva, usano l’espressione “vendere fumo”. Una formula involontariamente emblematica di una vicenda in cui alle emissioni nocive del grande stabilimento si aggiunge la cortina di disinformazione che le ha coperte.
Quella di Taranto e rimasta a lungo una tragedia silenziosa, schiacciata sotto il peso del ricatto occupazionale e di “relazioni pericolose” intrattenute dall’Ilva con quelli che dovevano essere i suoi controllori: sindacati, forze dell’ordine, organi di giustizia, stampa e la politica fino ai suoi più alti vertici nazionali. E a partire dal luglio 2012, quando sequestri e inchieste hanno finalmente acceso i riflettori sulla vicenda, dall’occultamento della realtà si e passati alla sua mistificazione.
Il caso Ilva viene troppo spesso rappresentato come una semplice vertenza occupazionale o una questione di politica industriale. I drammatici dati di malattia e di morte, che qualcuno contro ogni evidenza mette ancora in dubbio, vengono derubricati a fattore scatenante di un problema squisitamente economico, anziché essere considerati essi stessi il problema. L’operato della magistratura viene poi da molti considerato il frutto di una smania di protagonismo cocciuta e irresponsabile invece che un atto dovuto alla luce dell’incredibile gravità dei fatti.
L’Ilva è oggi il terreno su cui si misurano le vere priorità e la credibilità del nostro Paese. Una storia profondamente italiana, fatta di grandi opere e grandi omissioni, di scelte avventate e di malaffare, di cinismo e umanità, ignavia ed eroismo. Non solo Taranto, quindi, ma un caso di scuola che offre strumenti per interpretare alcune delle questioni oggi più dibattute e di riflettere a fondo sui rapporti fra politica, potere economico, giustizia e informazione.
Giuliano Pavone è nato a Taranto nel 1970, e dal 1988 vive a Milano, dove ha studiato Scienze Politiche. Fino al 2001 lavora presso un ente attivo nel campo delle politiche sociali europee come esperto di progettazione. Nel 1999 esordisce col suo primo libro, "Giovannona Coscialunga a Cannes. Storia e riabilitazione della commedia all’italiana anni 70". Dal 2001 prosegue l’attività di progettista europeo come libero professionista, iniziando nello stesso tempo a lavorare come giornalista, collaborando con periodici italiani e stranieri specializzati in turismo, lavoro e imprenditorialità, sport, industria della ristorazione e dell’ospitalità, “maschili”, freepress, stampa locale e siti internet. Nel 2004 è stato tra i fondatori del trimestrale di scienza e cultura calcistica Linea bianca.
Fra il 2008 e il 2009 scrive il suo primo romanzo, "L’eroe dei due mari", seguito nel 2012 da "Tredici sotto il lenzuolo" (edito da Marsilio).

lunedì 3 novembre 2014

I fumi e la storia



Da quando è esploso il caso Ilva, nell’estate 2012, ci siamo abituati ad assistere ad un risveglio dell’attenzione mediatica, anche su scala nazionale, sulla città di Taranto. Dopo anni in cui la minima conquista di spazi mediatici, sia di denuncia che di promozione, risultava un’impresa titanica, “finalmente” Taranto e le sue problematiche sono finite al centro dei riflettori anche delle più importanti emittenti televisive. 
A margine di un nuovo servizio televisivo, andato in onda domenica 2 novembre 2014, occorre però fare chiarezza sul ruolo che gli operatori sociali cittadini dovrebbero, a nostro avviso, avere. Per altro, proprio nell’ultimo servizio appare una breve intervista ad uno di noi, raccolta durante le quotidiane attività di guida turistica nel quartiere, che sintetizza la nostra idea: la cura e la rivalorizzazione dei luoghi abbandonati della Città Vecchia non possono prescindere dalla tutela sociale delle persone che la vivono o che intendono farlo.
Seguendo questa logica, occorre farsi carico della responsabilità di quel che vedono gli occhi di chi visita la città, con o senza telecamera. Se, da un lato, il lavoro di ricerca documentale non può non dare risalto al patrimonio storico e culturale che Taranto nasconde, dall’altro occorre saper spiegare le contraddizioni vissute dalla città che ne hanno lasciato molti tratti in macerie. “C’è stata una guerra/un’alluvione/un terremoto?” è la domanda che, tante volte, ci siamo sentiti porre durante le visite guidate. Finché non si riuscirà a contrastare la mole di interessi, speculazioni ed inerzie che costringono ancora la Città Vecchia ad un ruolo marginale e residuale nella vita sociale ed economica della città, sarà pressoché impossibile che i giornalisti possano evitare un taglio di forte critica ed indagine sui problemi che, spesso, l’abitudine rende invisibili agli occhi di molti concittadini. Taglio critico che, purtroppo, per esigenze di “shock mediatico” rischia di trasformarsi in sensazionalismo a-critico, mescolando impropriamente fatti di cronaca e forme di attivazione politica e sociale. Infatti, se da un lato è stato sacrosanto sollevare le gravissime e pluridecennali mancanze del Comune di Taranto, coronata dall’assenza del sindaco, dall’altro abbiamo trovato inadeguato il modo in cui il servizio s’è affacciato sulla Casa Occupata di Via Garibaldi, insinuando nello spettatore l’impressione che sia un problema di ordine pubblico anziché una realtà impegnata nella denuncia dell’emergenza abitativa e dello spreco di finanziamenti per la ricostruzione degli edifici pubblici. Riteniamo che questi gap comunicativi, però, siano da attribuire non solo alla tendenza mediatica attuale ma, anche, alla scarsa capacità dei gruppi del territorio di far sentire una voce coordinata e di lavorare nella stessa direzione.
In sintesi, occorre superare i vani tentativi di imporre a Taranto un’inesistente immagine patinata sperando che i “forestieri” non si accorgano dell’illusione, adoperandosi invece per rimuovere la coltre di detriti che ne soffoca la germogliazione. Soprattutto, essere operatori sociali vuol dire, per noi, non accettare mai più il sistema culturale imposto che ha portato al disastro attuale. (Le Sciaje)

Riavvolgete il nastro!!

Nazionalizzare l’Ilva? L’ipotesi torna in campo

Piace alla Fiom Cgil e all’Unione sindacale di base, non convince la Fim Cisl e non sembra essere, almeno per ora, nell’agenda del Governo di Matteo Renzi. Parliamo della nazionalizzazione dell’Ilva. Ci sono settori, soprattutto sindacali, che sollecitano un ritorno dello «Stato padrone» vista la situazione critica che c’è a Taranto (Ilva) e a Terni (Thyssen). Ma da qui a dire che si possa tornare ad una riproposizione del modello Iri - che ha gestito l’Ilva sino ai primi mesi del 1995 quando avvenne la vendita a Riva - ovviamente ce ne corre. Eppure qualcosa si muove. Appena qualche giorno fa Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti, ha indicato il campo nel quale l’istituto pubblico può muoversi: partecipazione diretta all’Ilva no, sostegno ad un’impresa che entra nell’azionariato dell’azienda siderurgica sì. «L’Ilva - dice Gorno Tempini - non è investibile per statuto da Cdp, nè dal Fondo strategico». Tuttavia, aggiunge, «questo non significa affatto che noi non si guardi alla siderurgia come a uno dei settori importanti dell'economia italiana». E allora, dice ancora Gorno Tempini, «è in corso un dialogo con gli operatori del settore per vedere se non ci siano le condizioni per il Fondo strategico per investire in una di queste aziende». E in tal senso un «possibile coinvolgimento di Ilva non ci vedrebbe contrari».Per statuto, Cdp e Fondo strategico possono investire in aziende che hanno una «stabile condizione di equilibrio finanziario». Gorno Tempini non fa nomi ma c’è l’ipotesi che Cdp e Fondo strategico possano sostenere Giovanni Arvedi, l’industriale siderurgico lombardo interessato ad acquisire l’Ilva come gli indiani di Jindal e la multinazionale Arcelor Mittal-Marcegaglia, con quest’ultima che appare in vantaggio rispetto agli altri due e potrebbe presentare l’offerta economica a metà mese.
Scenari. Possibilità. Che si incrociano con un dato di fondo: non c’è più molto tempo per salvare l’Ilva. L’azienda ha ormai esaurito la liquidità che gli hanno trasferito le banche con la prima rata del prestito ponte (125 milioni) e quindi si deve accelerare nella costruzione di un nuovo assetto societario che assuma tra le sue priorità il risanamento ambientale, la tutela dei posti di lavoro e il rilancio industriale.
Sulla presenza dello Stato nell’Ilva, il sindacato esprime opinioni diverse. La Fim Cisl, per esempio, è più interessata affinchè lo Stato metta i paletti necessari a chi compra l’azienda e quindi vigili sul piano ambientale e su quello industriale. «Non ho nostalgia dell’acciaio di Stato e nemmeno dei suoi errori: dall’inquinamento al malgoverno» dice Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl e prossimo numero 1 della federazione metalmeccanica. «La fabbrica è in una situazione da allarme rosso - rileva Donato Stefanelli, segretario della Fiom Cgil di Taranto -. L’intervento dello Stato nella vicenda Ilva è indispensabile attraverso la Cassa Depositi e Prestiti». E la nazionalizzazione chiede anche Francesco Rizzo, coordinatore dell’Usb di Taranto: «Esproprio e intervento dello Stato per il risanamento e il rilancio». (GdM)

domenica 2 novembre 2014

Ogni settimana è decisiva...

Ilva, la settimana decisiva in gioco il miliardo di Riva

In questa settimana la commissione Ambiente della Camera avvierà la disscussione sulla risoluzione 7-00503 (primo firmatario Ermete Realacci del Pd) sull'utilizzo immediato dei fondi Riva per le necessarie azioni di risanamento ambientale dell'Ilva di Taranto.
Dopo che il gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo ha accolto l'istanza del commissario dell'Ilva, Piero Gnudi, a trasferire nelle casse della società siderurgica il miliardo e 200 milioni sequestrati a maggio 2013 dalla magistratura di Milano ai fratelli Adriano ed Emilio Riva - quest'ultimo è morto ad aprile - per presunti reati fiscali e valutari, una serie di contatti si sono stabiliti tra i legali dell'azienda e l'ufficio del magistrato lombardo. Da questi, già nei prossimi giorni l'Ilva vorrebbe avere una serie di indicazioni su come entrare effettivamente in possesso della somma sequestrata. Non sarà facile, nè immediato, per l'Ilva venire in possesso della somma sequestrata che il gip, martedì scorso, ha messo a disposizione della gestione commissariale dell'azienda.
Il gip ha applicato quanto prevede la legge e la possibilità di usare i soldi sequestrati ai Riva nel risamento del siderurgico è espressamente prevista da tre leggi - quella del commissariamento dell'estate 2013, quella su Ilva-Terra dei Fuochi dello scorso febbraio e l'ultima dell'estate scorsa - ed è vero che il gip non ha affatto annullato il sequestro ma lo ha solo trasferito dai beni e dalle somme alle nuove azioni da intestarsi peraltro al Fondo unico Giustizia. Ma è altrettanto vero che non ci sono precedenti specifici in materia. Il che rende prima necessario individuare il percorso tecnico-giuridico che consenta - come prevede la legge - il trasferimento del miliardo e 200 milioni sotto forma di aumento di capitale o come credito in conto di futuro aumento di capitale dell'Ilva. Senza escludere che questo percorso potrebbe essere intralciato da un possibile ricorso al Tribunale del riesame da parte dell'avvocato di Adriano Riva che non solo si è opposto al trasferimento ma ha parlato di incostituzionalità della norma, anche se poi il gip, nell'ordinanza, ha rigettato questa tesi.
"La telenovela dell'Ilva non è finita, vedremo molto probabilmente altri colpi di scena" commentano Michele Pelillo e Salvatore Tomaselli, i due parlamentari pugliesi del Pd che, sul testo dell'ultimo decreto sull'Ilva, hanno lavorato agli emendamenti che hanno reso possibile l'utilizzo dei soldi sequestrati ai Riva, cosa che non c'era nella prima bozza DI metà luglio. Tuttavia anche se la strada è in salita sia i sindacati che le forze politiche di Governo valutano l'atto del gip come un passo avanti.

Secondo i movimenti ambientalisti di Taranto è insensato e inopportuno "cantare vittoria" dopo l'atto del gip di Milano. Per gli ambientalisti infatti il miliardo e 200 milioni dei Riva va "tesaurizzato" per la bonifica dell'area esterna alla fabbrica - suolo e mare - sulla quale si sono riversati anni di emissioni nocive e non impiegato nel capitale dell'impresa. Tuttavia il nodo Milano non chiude la partita dell'Ilva, nè è l'unico. Almeno tre i fronti aperti: la Procura di Taranto, la trattativa per la vendita, il rapporto con la Commissione europea. Alla Procura di Taranto nei giorni scorsi il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha inviato una lettera con allegata la relazione dei custodi giudiziari, in cui afferma che l'Ilva continua a inquinare. Il gip rimette il caso alla valutazione dei pm. Da considerare che l'Ilva ha già gli impianti sotto sequestro, sia pure con facoltà d'uso. Nelle scorse ore, inoltre, un altro movimento ambientalista, Fondo antidiossina, ha inviato sempre al procuratore di Taranto, Franco Sebastio, e postato un filmato dove si vedono bagliori rossastri nelle ore notturne provenienti, si afferma, dall'area Gestione rottami ferrosi dello stabilimento. Il Fondo antidiossina sottopone le immagini alle valutazioni del procuratore cui si chiede di intervenire.
Riguardo alla trattativa, il provvedimento del gip potrebbe dare un'accelerata al negoziato che, allo stato, vede tre soggetti in campo: Arcelor Mittal con Marcegaglia, Jindal, Arvedi con un gruppo brasiliano. Fra i tre, la trattativa più avanzata è con Arcelor Mittal come sia il commissario Gnudi che il ministro Federica Guidi hanno più volte detto. E ora che sembra profilarsi una schiarita sui costi del risanamento con la possibilità che una buona parte se li accolli la stessa Ilva - tema posto dagli acquirenti al commissario - è probabile che Arcelor Mittal avanzi l'offerta economica dopo la manifestazione di interesse. L'offerta potrebbe arrivare a metà mese e consentirebbe di mettere la trattativa per la vendita su binari diversi. Nel contempo sarebbe anche un segnale per le banche, che attendono che la nuova, possibile compagine societaria si chiarisca.
Le banche infatti devono erogare all'Ilva altri 125 milioni della seconda rata del prestito ponte da 250 milioni. Infine la Commissione europea nelle scorse settimane ha inviato al Governo una nuova lettera di contestazioni per le violazioni ambientali chiedendo a Roma un parere motivato. Si tratta di un avanzamento della procedura di infrazione aperta verso l'Italia a settembre 2013 a cui ora il Governo deve dare una risposta. (Rep)

Però in compenso i conti degli "amici" devono tornare!

Che brutta pagina di giornalismo!
Si confrontano le cifre spese per ammodernare qualche impianto (spacciate per ambientalizzazioni) di una vecchia carcassa paleoindustriale come l'Ilva con i costi che le imprese tedesche all'avanguardia sostengono per la manutenzione ordinaria.
E' come confrontare gli interventi fatti ad una 127 scassata per farle fare ancora qualche kilometro, con il prezzo di una controllatina all'olio su una bmw nuovissima!
Si mettono in dubbio perizie giurate di pool di professionisti e tecnici che neanche i superperiti della difesa pagati profumatamente dai Riva sono riusciti ad intaccare nel corso del processo!
E infine, si chiude col sospetto  sui dati epidemiologici, sollevato da ... uno storico dell'economia!!!
Ma che cakkio ne capisce?
Niente! Ovviamente.
Però fa confusione.
E soprattutto porta l'acqua al mulino degli "amici" industriali.
Bel giornalismo, complimenti!

All'Ilva non tornano i conti con l'ambiente

A Taranto i conti con l’ambiente non tornano. La Procura, che usa i limiti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, imputa all’Ilva, fra il 2003 e il 2010, la morte di 91 persone e il ricovero di 648 malati gravi. Eppure, nello stesso periodo, l’impresa ha investito mezzo miliardo di euro, più di quanto, per Eurostat, abbia fatto l’intera siderurgia tedesca. E anche le polveri sottili di Tamburi, il quartiere cresciuto “addosso” all’acciaieria, sono scese sotto il tetto europeo di 40 nanogrammi per metro cubo.
C'è ambiente. E ambiente. Quello fisico-naturale. E quello sociale. I numeri sull'inquinamento, dalla loro iniziale nitidezza, sembrano quasi deformati dalla tensione che circonda la maggiore acciaieria d'Europa, che si trova incorporata all'interno di una città. E, così, a Taranto, nulla è meno sicuro delle statistiche.
Proviamo ad astrarci dal contingente. Partiamo dai numeri macro. L'Eurostat ha calcolato gli investimenti dei sistemi industriali nazionali in protezione ambientale nella siderurgia. Fra il 2003 e il 2010, la siderurgia italiana ha investito 991,1 milioni di euro: il 37,7% dei 2,68 miliardi di euro europei. Nello stesso periodo, i tedeschi hanno investito 459 milioni di euro. Meno della metà. Ma che cosa significa, in concreto, siderurgia italiana? Secondo una stima di Federacciai, significa Ilva per una quota compresa fra il 50 e il 60%: fra i 500 e i 550 milioni di euro di investimenti. Questo mezzo miliardo è coerente con quanto riportato sui bilanci dell'Ilva Spa, secondo cui gli investimenti ambientali, computati dal 1995, sono stati pari a 1,1 miliardi di euro.
Nella complessità tarantina, questi numeri collidono violentemente con quanto in due perizie (una medico-sanitaria e una chimico-impiantistica) viene evidenziato dal gip di Taranto, Patrizia Todisco. Materiale su cui la procura di Taranto ha imbastito il procedimento Ambiente Svenduto, che contempla anche l'accusa di avere manipolato - con metodi poco ortodossi - il procedimento per l'autorizzazione integrata ambientale concessa il 4 agosto del 2011.
Le due perizie descrivono l'Ilva come produttrice di emissioni inquinanti dannose per la salute e per l'ambiente, fino a imputare, fra il 2004 e il 2010, 91 morti all'acciaieria. La realtà tarantina esprime aritmetiche così diverse da risultare inconciliabili. «Eppure - si stupisce Giulio Sapelli, docente di Storia economica alla Statale di Milano e dal 1980 al 1986 consulente strategico della Montedison di Mario Schimberni - la transizione dell'industria di base verso modelli di sostenibilità ambientale appare ormai compiuta. Soprattutto in Europa. La siderurgia, da tempo, non è più un problema. L'Ilva non costituisce una eccezione». Sapelli, fin dal saggio del 1978 Organizzazione, lavoro e innovazione industriale nell'Italia tra le due guerre, si è occupato di medicina del lavoro: «I dati epidemiologici di Taranto non sono disallineati da quelli del resto del mondo avanzato». (Sole24h)

sabato 1 novembre 2014

Ma dai!! Tutta colpa dei magistrati?

L'Ilva «brucia» 2,5 miliardi di capitale

L' Ilva assomiglia a un organismo sempre più fragile, piegato su se stesso, quasi fratturato nel suo sistema finanziario e industriale. L'indicatore più significativo di questa drammatica consunzione è il patrimonio netto consolidato. Due miliardi e cinquecentosettantasette milioni di euro. A tanto ammonta il suo depauperamento.
Il 30 giugno 2012, un mese prima che l'inchiesta "Ambiente Svenduto" della Procura di Taranto culminasse negli ordini di arresto di otto persone (fra cui Emilio e Fabio Riva) e nel sequestro (senza facoltà d'uso) dell'area a caldo, il patrimonio netto consolidato era pari a 3,673 miliardi di euro. Il 30 settembre di quest'anno - dopo ripetuti shock finanziari e industriali, lunghi periodi di acefalia strategica e due gestioni commissariali - il patrimonio netto è diventato di 1,096 miliardi di euro. Il 70% in meno.
Si tratta di un indebolimento rilevante, imputabile alle cause più diverse: dagli effetti di cambio alle variazioni delle aree di consolidamento (una ipotesi non trascurabile, dato che parti intere dell'impianto con annesse materie prime sono state a lungo ferme), dalle variazioni delle riserve di cash flow alle perdite, che - nel 2012 e nel 2013, stando ai report che si trovano sulle scrivanie dei banchieri - sono state rispettivamente pari a 1,279 miliardi e 1,042 miliardi di euro. Senza contare quest'anno, dunque, l'impresa ha perso fra 2012 e 2013 2,321 miliardi di euro. Nel 2011 aveva guadagnato poco, ma aveva guadagnato: 88 milioni di euro.

L'Ilva - qualunque sia il suo futuro prossimo venturo - appare dunque un corpo societario debole. Debolissimo. Dopo che la magistratura milanese ha autorizzato l'attuale struttura commissariale ad accedere agli 1,2 miliardi di euro dei Riva sottoposti a sequestro per presunti reali valutari e monetari distinti dalla questione dell'Ilva (a questo proposito, c'è già stato un primo incontro fra lo studio Severino, che opera per conto del commissario Piero Gnudi, e i magistrati di Milano), Arcelor Mittal - con il partner di minoranza Marcegaglia - sta predisponendo una lettera di intenti non vincolante che, a differenza di quella recapitata un mese fa, conterrà la cifra che il gruppo è disponibile a spendere per acquistare la società commissariata. Intanto, alcuni banchieri d'affari stanno lavorando sulla fisionomia di una newco, a cui Arvedi conferirebbe una parte rilevante dei suoi asset, mentre i soldi veri verrebbero messi da Cassa Depositi e Prestiti e da Csn, che peraltro è già partner industriale di Arvedi in un tubificio in Brasile (ndr: si veda l'articolo a pagina 10). Gnudi auspica di ricevere, entro fine mese, le offerte dalle due cordate. I banchieri, che hanno incontrato Gnudi martedì, pensano che una manifestazione di interesse concreta possa addirittura arrivare intorno al 15 novembre: in particolare quella di Arcelor Mittal, che ha iniziato a lavorare sul dossier il 2 giugno scorso. (Sole24h)

venerdì 31 ottobre 2014

In una botte di ferro!

Porto di Taranto, il Governo alla guida. Delrio detta la linea: «Scalo fondamentale per l'Italia»

Scende in campo direttamente il governo nella vicenda del porto di Taranto. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, spinge sull’acceleratore e rasserena una situazione che, prima dell’incontro a Palazzo Chigi, era molto tesa. A Roma erano presenti praticamente tutti gli attori di questo interminabile film: dal presidente dell’Autorità Portuale, Sergio Prete ai rappresentanti di Regione, Provincia e Comune, dalle organizzazioni sindacali ai vertici di Tct. Per la società terminalista c’erano i massimi rappresentanti Francesco Velluto e Gianfranco Russo, per Evergreen Leo Wang e per Hutchinson Simon Mullet. A Roma, anche gli esponenti del gruppo Maneschi titolare di una percentuale in Tct. A loro, è stato destinato un messaggio chiaro dal Governo: Taranto resta un porto fondamentale per l’Italia, i ritardi sono acqua passata e d’ora in poi si deve marciare nella stessa direzione. Il Governo, tramite la viva voce di Delrio, si è assunto la responsabilità per le beghe burocratiche e contestualmente ha assicurato un taglio sulla tempistica dei lavori. Ossia: un anno per i lavori della banchina con l’auspicio di completare i dragaggi entro giugno 2016.
Tra una settimana ci sarà un nuovo incontro ma questa volta più ristretto. Servirà per far stilare a Tct un documento in cui si espone formalmente sulle richieste ufficiali e sugli impegni futuri.
Insomma, la sterzata del sottosegretario è servita. È piaciuta alle istituzioni presenti, primo fra tutti il sindaco Stefàno. È stata gradita dai sindacati che, in una nota congiunta di Filt-Cgil, Fit-Cisl e UilTrasporti-Uil, affermano: «Abbiamo apprezzato le affermazioni del Governo circa l'importanza strategica del porto di Taranto per il Paese e più in generale del nuovo modello di sviluppo che proprio a Taranto può consolidarsi. Questo per noi è assolutamente essenziale per comprendere quale sia il tipo di intervento che il governo può mettere in campo per lo sviluppo del territorio. La nostra dichiarata necessità è stata quella di focalizzare l'attenzione di tutti i soggetti firmatari dell'accordo 2012 per comprendere come la disponibilità manifestata dal governo possa trovare esigibilità».
A tal proposito il sottosegretario Delrio, recependo anche le richieste delle organizzazioni sindacali, ha dichiarato «la necessità urgente di aggiornare un accordo che contenga gli impegni che ogni soggetto firmatario deve assumere per far si che gli investimenti possano realizzarsi in tempi rapidi e nel rispetto del nuovo cronoprogramma».
«Abbiamo chiesto e ottenuto da parte delle aziende investitrici il rinnovo degli impegni presi riguardo allo sviluppo del Porto - ha spiegato il sottosegretario - Il governo ritiene strategico il rilancio delle attività portuali di Taranto per la ripartenza economica del Meridione e del Paese. Abbiamo già stanziato 377 milioni di euro per le opere da realizzare e adesso siamo pronti a garantire il rispetto del cronoprogramma concordato». «A Taranto, come nel Mezzogiorno e in altre aree strategiche del Paese, il governo spenderà tutte le proprie energie per attirare gli investimenti privati e creare nuove opportunità di crescita dell'occupazione e di sviluppo», ha aggiunto.
Il timing prevede l’inizio dei lavori del primo lotto comprendente i 900 metri di banchina a dicembre 2014 con termine 17 dicembre 2015 mentre la restante parte con scadenza prorogata ad aprile 2016. Probabilmente anche prima, in quanto l’Authority ha chiesto e ottenuto ufficiosamente un accorciamento dei tempi. Si ipotizzano quindi i dodici mesi in totale per i 1200 metri assicurati anche da Delrio. Sui dragaggi, invece, l’empasse dovrebbe essere agli sgoccioli. E’ stata definita la graduatoria provvisoria che vede la Astaldi Spa prima classificata. C’è, però, un problema: l’offerta risulta anomala in quanto troppo bassa rispetto ai parametri generali stimati per l’intera opera.
Più semplicemente: fin quando non si verificherà la congruità di quest’offerta, i lavori non saranno aggiudicati definitivamente. Si conta di chiudere la procedura entro i primi giorni di novembre.
Anche sulla diga foranea non si esclude che si possa partire a breve, anche se in questo caso è tutto in una fase embrionale. I lavori necessitano comunque di 14 mesi. «Tali impegni sono necessari inoltre per rasserenare gli animi, particolarmente esasperati dei lavoratori, in cassa integrazione da 29 mesi - proseguono i sindacati - per i quali abbiamo ribadito la necessità di garanzia dei livelli occupazionali e di individuazione degli strumenti di ammortizzazione sociale per la gestione della fase di realizzazione dei lavori». L’incontro a Palazzo Chigi si è chiuso con un auspicio. Un invito alla corresponsabilità e alla coesione da parte di tutti soggetti per fare in modo che gli investimenti possano realmente concretizzarsi a beneficio dello sviluppo del territorio e dell'intera comunità jonica. (Quotidiano)

giovedì 30 ottobre 2014

Controentusiasmo (razionale..)

Comunicato stampa del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

«Il miliardo di euro sequestrato, una volta concluso il processo, doveva risarcire lo Stato del danno erariale causato dai Riva. Se si usano questi soldi per applicare l'AIA del siderurgico è evidente che non ci sarà alcun risarcimento per le casse pubbliche» «Era il 14 maggio del 2013 quando circa 1 miliardo di euro in prodotti veniva dissequestrato con la scusante che “senza quei soldi non si poteva applicare l’AIA”. A distanza di un anno e 5 mesi, accompagnati da minacce e ricatti nei confronti di cittadini e lavoratori, la situazione in fabbrica e fuori è notevolmente peggiorata. Il GIP di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, ha accolto la richiesta che il commissario straordinario Piero Gnudi ha avanzato lo scorso 11 settembre 2014. Oggi come allora, 1,2 miliardi di euro vengono “restituiti” per essere destinati interamente all'applicazione dell'AIA. Nulla di questa somma sarà destinato alle bonifiche; neanche un euro per risarcire Taranto, una città massacrata dall'inquinamento, anche dell'Ilva. La notizia del dissequestro di queste somme è stata presentata come una conquista!! Aggiungi un appuntamento per oggi il commissario Gnudi,una parte di politici,l'associazione degli industriali ionici,alcune organizzazioni sindacali e perfino legambiente urlano vittoria...ma tra le righe dichiarano a voce unanime che "ADESSO SI PUO CONTINUARE A SPERARE". Beh, certamente.. a TARANTO le "certezze" sono un optional...dobbiamo vivere di "speranze". L'unica CERTEZZA è l'aumento dei tumori infantili al 21%...ma nessuno ovviamente dei "soddisfatti" ne parla. Analizzando quindi la "nuova notizia", ci sorgono spontanee alcune domande: Quando sarà materialmente disponile la somma dissequestrata? In quale dei paradisi fiscali sono state nascoste queste somme sequestrate sulla carta alla famiglia Riva? A quanto ammonta il debito che l’ILVA ha accumulato fino ad oggi considerando il prestito ponte, le pendenze verso le ditte d’appalto, le spese di gestione ecc…? Siamo sicuri che i Riva non ricorreranno in appello E cosa accadrebbe qualora un giudice in appello invertisse la decisione? Se la "crisi di liquidità" è tale che anche questo mese si paventa la mancanza dello stipendio, credono davvero "lor signori" che il problema sia risolto e che si può stappare qualche bottiglia? L'apoteosi della contraddittorietà, però, viene raggiunta se si considera l'assoluta divieto dell'Unione Europea a ogni forma di aiuto di Stato alle imprese private. Troppo spesso si dimentica, infatti, che per quanto commissariata ,l'Ilva è una azienda privata. Il miliardo di euro sequestrato, una volta concluso il processo, doveva risarcire lo Stato del danno erariale causato dai Riva. Se si usano questi soldi per applicare l'AIA del siderurgico è evidente che non ci sarà alcun risarcimento per le casse pubbliche. Si sta a tutti gli effetti usando i soldi dei cittadini. A tutte le domande precedenti, dunque, ne aggiungiamo ancora un'altra: è legittimo un tale aiuto di Stato a una impresa privata? Diverso sarebbe stato se le risorse fossero destinate alle bonifiche e alla riqualificazione ambientale del territorio, devastato anche dall'Italsider pubblica negli anni passati. A nostro avviso, questa ulteriore concessione è la conferma che in questo territorio la “vendita di fumo” continua imperterrita».
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

Comunicato stampa di Angelo Bonelli
«Ci sono consiglieri comunali, parlamentari che hanno esultato per lo sblocco del 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva affermando che è stato applicato “il principio chi inquina paga”!
Ma applicare l'AIA negli impianti di proprietà degli stessi Riva non è applicare il principio chi inquina paga! Mai sciocchezza così grande era stata pronunciata! Nessun principio chi inquina paga è stato applicato, perchè quei soldi non saranno utilizzati per fare le bonifiche nelle aree contaminate, nei terreni agricoli interdetti al pascolo perché inquinati dalla diossina. Quei soldi non saranno utilizzati per disinquinare il mare e le falde, per risarcire agricoltori, allevatori , mitilicoltori e chi ha subito danni alla salute o la perdita dei propri cari. Il principio chi inquina paga non è stato applicato e chi lo dice o è in malafede o deve tornare a studiare. Rimettere a posto gli impianti a norma era un obbligo di legge che i Riva non hanno mai fatto perché così hanno aumentato i profitti,ma così facendo le terre,le acque di Taranto e la vita dei tarantini sono state contaminate. Sia chiaro mettere a posto gli impianti dei proprietà dei Riva con i soldi dei Riva non è applicare il principio chi inquina paga, perchè le terre, le acque e la vita di Taranto continua ad essere disseminata di veleni!».

La città ne parla!


Tempa rossa e dintorni. Taranto..Verso quale futuro?

Oggi Dibattito pubblico organizzato dall'APS Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
c/o biblioteca comunale Acclavio (piazzale bestat), h. 16.30

Apertura a cura del Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti : " Seveso 1976 – Milazzo 2014: 40 anni di gestione del rischio da incidente rilevante "

Dibattito.
Interverranno:

Il Presidente dell’Associazione B&B Terra di Sparta Angelo Locapo
Il Presidente dell’Associazione Stabilimenti Balneari della Provincia di Taranto Vincenzo Leo
Il Presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzaro
Il Presidente Provinciale di Confartigianato Domenico D’Amico
Il Presidente di Confcommercio Taranto Leonardo Giangrande
Il Presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo

il dibattito sara' moderato dai giornalisti :
GIANLUCA COVIELLO E ANGELO DI LEO

Conclusioni: comitato cittadini e lavoratori liberie pensanti

SONO INVITATI CITTADINI E ASSOCIAZIONI

l'evento sara' trasmesso in diretta sul canale 189 del digitale terrestre dall'emittente JO TV

Il gioco dei ruoli

Severino ingaggiata come lobbysta da Confindustria 

  La questione va facendosi di giorno in giorno più delicata. A tal punto che i gruppi esteri hanno deciso di seguirla alzando al massimo il livello di attenzione. Anche per questo è stata messa in campo una lobbista d’eccezione, Paola Severino, ex ministro della giustizia nel governo Monti. Cosa bolle esattamente in pentola? Le commissioni riunite giustizia e ambiente del Senato stanno per affrontare momenti decisivi nell’esame del disegno di legge sui reati ambientali. Argomento sin troppo caldo, che può avere ripercussioni sull’Ilva e su tutti i casi simili presenti sul territorio italiano. Il ddl in questione, presentato da una folta pattuglia di parlamentari del Pd (tra cui Ermete Realacci), del M5S e di Sel, introduce e dettaglia tutta una serie di delitti come inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale di alta radioattività e impedimento al controllo. Il fatto è che sul ddl è già scontro tra i magistrati, che vorrebbero rafforzarne i contenuti per reprimere gli illeciti, e la lobby delle grande aziende, che invece vorrebbero alleggerirne l’impalcatura. In mezzo si estende un terreno sdrucciolevole sul quale sta cercando di destreggiarsi la Severino. Certo, l’ex ministro della giustizia vanta contatti privilegiati con l’ambiente confindustriale, se solo si considera che è tutt’ora prorettore della Luiss, l’ateneo presieduto dall’ex numero uno di viale dell’Astronomia, Emma Marcegaglia. Ma il nome della Severino è uscito fuori anche tra i possibili candidati al Quirinale, per i quali è imprescindibile coltivare buoni rapporti con la magistratura. Sta di fatto che sotto traccia l’ex Guardasigilli si sta occupando molto da vicino degli sviluppi del disegno di legge. Del resto che le posizioni in campo rischino l’attrito è confermato dai documenti depositati nelle commissioni di palazzo Madama in occasione delle audizioni svolte lo scorso 11 settembre. Secondo il procuratore capo di Civitavecchia, Giancarlo Amendola, le maggiori perplessità del testo derivano dal fatto che i delitti di inquinamento e disastro ambientale richiedono una "violazione di disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, specificamente poste a tutela dell’ambiente e la cui inosservanza costituisce di per sé illecito amministrativo o penale". Per Amendola è sbagliato far dipendere la punibilità "dall’osservanza o meno delle pessime e carenti norme regolamentari oggi esistenti". Così come parrebbero troppo benevole le nuove norme sul ravvedimento operoso, che nel testo consentono di diminuire dalla metà a due terzi le pene nei confronti di chi collabora con l’autorità giudiziaria. Su questo punto, però, è di avviso diverso il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, che tra l’altro è stata capo della segreteria tecnica della Severino a via Arenula. Per la Panucci nel caso del ravvedimento operoso "si ritiene opportuno disporre le sospensione del procedimento penale e della prescrizione per l’intera durata degli interventi di risanamento". Senza contare che per Confindustria è necessario perimetrare meglio il reato di inquinamento ambientale e limitare la punibilità a titolo di colpa dei nuovi delitti di inquinamento e disastro ambientale. Naturalmente per la lobby confindustriale norme troppo stringenti avrebbero l’effetto di spaventare investitori esteri. E in questo caso il primo pensiero non può che andare alla situazione dell’Ilva di Taranto, dove i potenziali acquirenti, ovvero i franco-indiani di ArcelorMittal (in cordata con il gruppo Marcegaglia) e gli altri indiani di Jindal, vogliono garanzie di una certa "elasticità" normativa prima di scendere in campo. Insomma, il ddl sui reati ambientali sta diventando argomento sensibile. Della materia, peraltro, la Severino è assolutamente esperta, se si considera che l’ex ministro difende la Tirreno Power, ovvero la centrale a carbone (controllata dai francesi di Gdf Suez e dalla disastrata Sorgenia della famiglia De Benedetti) coinvolta in un’inchiesta proprio per questioni ambientali. Gli emendamenti al ddl dovranno essere presentati in commissione entro il prossimo 19 novembre. Ma le lobby sono già in movimento. (Wallstreetitalia)

mercoledì 29 ottobre 2014

Soldi volanti

Ilva, incontro Gnudi-Galletti: si valuta come usare i fondi dissequestrati

Dopo la decisione del gip di Milano di1,2 miliardi di euro dei Riva e farli confluire nelle casse dell'Ilva, subito ci si è mossi per capire come usare questa nuova boccata d’ossigeno. Questa mattina si è subito tenuta un incontro tra il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e il commissario straordinario Piero Gnudi.
“Nel confronto” si legge nella nota “è stato valutato lo sblocco dei fondi stabilito dal Tribunale di Milano come un elemento di svolta, che permette di procedere in modo ancor più spedito sulla tabella di marcia per la piena sicurezza ambientale dell’area interessata”. Il ministro Galletti assicura che la questione Ilva ha è assolutamente centrale nell’agenda del governo, “per il legame inscindibile che c’è tra l’ambientalizzazione dell’area, il nuovo orizzonte produttivo dello stabilimento e le prospettive per i lavoratori e la città di Taranto”.
Anche il commissario straordinario Gnudi ha accolto fin da subito molto positivamente la decisione del gip di Milano, da lui sollecitata circa un mese fa: “Questa decisione è un passo importante per l’attuazione del piano ambientale previsto dall’Aia che dalle nuove risorse potrà avere un rinnovato impulso e faciliterà la gestione dell’impresa e la soluzione del “problema Ilva” per il coinvolgimento di nuovi azionisti”. (Puglia24)

Eppure era così vicino ai Riva... praticamente un cognato!

Lamberto Dini riscopre l’acciaio di Stato: «Nazionalizziamo se nessuno compra»

«L’Italia non può permettersi di fare chiudere l’Ilva. Deve trovare un compratore e, se non lo trova, deve nazionalizzare lo stabilimento siderurgico di Taranto. Non ci sono altre strade». Lamberto Dini fu il presidente del consiglio che nel 1995 completò la privatizzazione della siderurgia di Stato consegnando l’Ilva a Emilio Riva. Dopo 19 anni, con l’Ilva sotto inchiesta per disastro ambientale e in attesa di un nuovo padrone che ne eviti il fallimento, Dini disegna l’ipotesi di un percorso inverso: un ritorno all’acciaio di Stato. «L’Ilva di Taranto è il più grande e forse il più efficiente centro siderurgico europeo. Non si può permettere che chiuda» dice. Ex direttore generale della Banca d’Italia, più volte ministro e poi premier dal 1995 al 1996, Dini è stato senatore fino al 2013. Ormai fuori dalla politica, a 83 anni continua la sua attività di consulente finanziario ed è presidente dell’advisory board della società Time and Life. «Seguo con grande attenzione le questioni italiane, in particolare quelle economiche e finanziarie».
Presidente, perché ipotizza la nazionalizzazione?«La produzione dell’acciaio deve essere salvaguardata. Serve qualcuno che rilevi l’Ilva. Il problema di oggi, a parte quelli connessi all’intervento della magistratura, è che non ci sono imprenditori o finanzieri italiani disposti a sborsare alcuni miliardi necessari per rilevare l’impianto».
Le trattative per la cessione ruotano in realtà intorno a qualche centinaia di milioni.«I miliardi servono per risanare. Se non si risana, non si produce. Chi ha quattro miliardi? Si pensa a Mittal perché non c’è nessuno in Italia disponibile a rilevare lo stabilimento. C’è anche l’ipotesi Arvedi, che evidentemente pensa a una cordata con soci esteri perché da solo non ce la farebbe. L’ideale sarebbe che l’Ilva rimanesse in mani italiane, ma andrebbe bene anche una mano estera se un piano industriale garantisce il mantenimento dell’occupazione o addirittura l’espansione della produzione. Questo è un impianto da risanare e mantenere in vita. Perderlo sarebbe un errore gravissimo. Quindi o si trova un acquirente o l’ultima ratio è valutare la nazionalizzazione».
Le pare una soluzione percorribile?«Non ci sono ostacoli europei. Subentrerebbe lo Stato come produttore d’acciaio, punto e basta. Ora c’è come commissario nominato dal governo il professor Piero Gnudi, persona validissima. Ha il compito di fare un piano industriale. Ma dove si prendono i soldi per finanziarlo? Il governo Renzi ha approvato un piano area di 1,8 miliardi ma non è precisato da dove debbano venire i fondi. A parte la decisione dei giudici di Milano di assegnare all’Ilva 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva per un’altra inchiesta, serve un compratore disponibile a mettere i soldi necessari a risolvere tutti i problemi. Altrimenti c’è bisogno di un sostegno grande da parte delle autorità pubbliche affinché la magistratura sia soddisfatta e tolga il sequestro facendo tornare lo stabilimento alla normalità».
Se l’immagina davvero, presidente Dini, un ritorno alla fase pre 1995, cioè allo Stato produttore di acciaio?«Guardi, quella non è stata una cattiva gestione. Sull’Iri si può dire molto, ma aveva manager che gestivano bene le partecipazioni statali, almeno in gran parte. Non erano inefficienti. Lo Stato ora trovi le risorse. Siamo di fronte a una questione prioritaria».
Se il management Iri era così competente e l’Ilva funzionava, perché poi si decise di privatizzare un’azienda che era e resta strategica per l’economia nazionale?«Tutto questo è avvenuto nel periodo in cui lo Stato intendeva smettere di fare panettoni e gelati e privatizzare le imprese industriali».
I panettoni non erano strategici quanto l’acciaio.«Il programma era fare uscire lo Stato dall’industria. Anche dalle telecomunicazioni. Oggi è rimasta una partecipazione su Enel, Eni e Finmeccanica, strategica nella produzione di strumenti per la Difesa. Certo poteva andare meglio. Ma avere la sciato l’impianto di Taranto deteriorarsi con le conseguenze note è stato un crimine».
Crede che tutta la fase delle privatizzazioni del 1995 sia stata inevitabile?«Non fu inevitabile: fu una scelta. Se l’acciaio restava nelle mani dello Stato, nessuno poteva dire nulla. Ci sono le Ferrovie, poteva esserci un’industria siderurgica. Le regole della concorrenza europea impediscono gli aiuti, non la gestione. Lo Stato quindi oggi può nazionalizzare la siderurgia, ma deve essere competitivo».
Rifarebbe tutto ciò che fece tra 1994 e 1995?«Nell’insieme, sì. Non ci sono stati altri casi come il caso Ilva».
Fu sbagliato vendere a Riva?«In quel momento i Riva erano affidabili, mostravano di laavere le capacità di gestire anche quella grandissima realtà che è l’Ilva di Taranto. I danni ambientali, i danni alle persone, però, sono un fatto gravissimo. L’espulsione dei Riva da questa realtà è il minimo che si possa fare oggi. Questo è un fallimento grande: i Riva dovevano investire e non creare il problema ambientale che ha portato all’intervento della magistratura e al sequestro».
Si disse nei giorni della privatizzazione: il governo Dini ha privilegiato Riva, lo ha sostenuto per legami parentali o di amicizia...«Io non ho mai avuto alcun rapporto con i Riva, non li ho mai incontrati. Le decisioni prese risalgono al 1994, al governo Berlusconi di cui ero ministro del Tesoro. Nel 1995 ero io a Palazzo Chigi ma avevo un ministro dell’industria molto competente, il professor Alberto Clò. Le decisioni furono del governo, io le avallai. Nel 1995 si completava un percorso cominciato nel 1994. Ora posso parlare con dispiacere di quello che è successo».
Si è detto anche: la magistratura vuole fare la politica industriale. È d’accordo?«No. L’intervento della magistratura è dovuto ai danni ambientali e ai danni alle persone. Si parla di dieci miliardi».
Se ci fosse stata una politica industriale, tutto questo sarebbe successo?«Guardi, non è più il momento di una politica industriale. Solo gli esponenti della Cgil reclamano in piazza una politica industriale. Oggi siamo in un mercato aperto, concorrenziale. Non si possono dare aiuti o sussidi agli imprenditori, l’unico mezzo è la nazionalizzazione di un impianto: questo rientra nelle regole europee. Certo la soluzione di mercato è la migliore. Al momento nessuno in Italia è disposto a farsi avanti per rilevare lo stabilimento Ilva. Mi auguro che qualcuno compri. Oppure ci pensi lo Stato». (CdM)

Salina Grande: Fermate le ruspe!

Uno sconvolgimento di grandi proporzioni della "Salina Grande" è in corso in questi giorni. Varie ruspe, anche di notte, procedono al dissodamento e spianamento del terreno su tutto il fronte a nord del canale che separa i due lembi della zona, intaccandone le peculiarità ambientali e paesaggistiche. Probabilmente si tratta della più vasta opera di manomissione dell'area, purtroppo già nel passato insidiata da scarichi di rifiuti e fanghi di dragaggio e da progetti urbanistici.
Legambiente chiede che le ruspe siano immediatamente fermate.
"La Salina Grande è un'area umida inserita tra i SIC (Sito di Importanza Comunitaria con codice IT 913004) per il suo rilevante interesse naturalistico. L'intervento potrebbe aver distrutto parte del suo salicornieto, specie protetta dalla comunità europea" dichiara Leo Corvace del direttivo dell'associazione "L'area è di grande importanza anche da un punto di vista faunistico come tradizionale luogo di sosta di specie migratorie e stanziali di uccelli nei diversi laghetti che si formano sul terreno argilloso dopo piogge copiose. Anche questa funzione è messa a rischio dall'intervento in corso."
Del resto l'area è ad alto rischio idraulico come risulta dal PAI (Piano di Adeguamento Idrogeologico).
In quanto area protetta, sulla "Salina Grande" insistono vincoli a più livelli che ne dovrebbero garantire la piena tutela. Per essere Sito di Importanza Comunitaria ogni modificazione è infatti subordinata ad una valutazione di incidenza ed al rilascio di specifiche autorizzazioni.
L'area rientra nel regime di tutela paesaggistica previsto dal P.U.T.T. della Regione Puglia in via di superamento e dal nuovo Piano Paesaggistico adottato di recente. La variante generale al Piano Regolatore del comune di Taranto ne definisce la destinazione a parco naturale con divieto di edificazione e "di qualsiasi trasformazione dei luoghi e delle colture". La Salina Grande rientra anche nel SIN (Sito di Interesse Nazionale) per le bonifiche con i relativi obblighi e non risulta se sull'area, di interesse pubblico, sia stata operata la prevista caratterizzazione
I vincoli preesistenti non sono però bastati per salvaguardare l'integrità di questa area.
Il paradosso è che in questo territorio si respirano veleni e non si tutelano i beni ambientali e paesaggistici !
"Legambiente chiede agli organi preposti al controllo del territorio" – dichiara Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto – "se gli autori di questa grave manomissione della Salina Grande siano in possesso delle relative autorizzazioni, condannandone comunque fermamente gli eventuali rilasci, e se siano state rispettate tutte le procedure imposte dai vincoli preesistenti sull'area riservandosi comunque di adire le vie legali" (LegambienteTA)

Una procura continuamente "esposta"!

Endometriosi a Taranto, “L’inquinamento è la causa?” Esposto in Procura

Sono state le emissioni nocive dell’Ilva e della zona industriale di Taranto a causare la diffusione dell’endometriosi in Puglia e l’infertilità nelle donne della provincia ionica? È quanto vogliono sapere i componenti del comitato Taranto Lider, donne tarantine che da anni hanno intrapreso una battaglia a tutela delle migliaia di donne affette dalla grave e semisconosciuta patologia che, nei casi più gravi, può portare all’infertilità femminile. Con un esposto alla procura guidata da Franco Sebastio, infatti, il comitato ha chiesto di verificare se vi sono nessi causali tra inquinamento e malattia, soprattutto dopo le dichiarazioni allarmanti formulate dagli esperti nominati dal gip Patrizia Todisco nelle maxi perizie divenute pietre miliari dell’inchiesta Ilva.
I periti, infatti, hanno spiegato che tra “le manifestazioni acute da diossine” c’è anche “l’endometriosi” anche se hanno poi aggiunto che “i tempi estremamente ridotti con cui il progetto di studio epidemiologico è stato condotto (8 mesi per progettazione, acquisizione dati, controllo di qualità, analisi statistica e redazione del rapporto) non hanno permesso analisi aggiuntive e valutazioni dettagliate” ed è quindi necessario proseguire con la “caratterizzazione della fertilità e della salute riproduttiva. Questi aspetti – scrivono i periti – non sono stati considerati nella presente indagine ma devono essere valutati con attenzione specie in relazione ai possibili effetti tossici degli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, ndr) e delle diossine”.
Ma cos’è l’endometriosi? “L’ endometriosi è una malattia complessa – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Maria Teresa D’Amato – originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, vescica, ureteri e reni. È una malattia subdola che se non diagnosticata tempestivamente provoca infiammazioni croniche, aderenze e persino infertilità. II violento dolore pelvico cronico durante il ciclo, l’ovulazione e durante i rapporti sessuali, la stanchezza cronica e gli effetti collaterali che colpiscono le donne che ne sono affette, purtroppo, impediscono spesso una normale vita sociale, familiare ed anche professionale”.
E così, a distanza di due anni da quelle perizie, le donne di Taranto Lider hanno chiesto alla procura ionica di continuare a indagare sulla vicenda. Una nuova battaglia da vincere, insomma. Come quella sulla legge regionale sull’endometriosi approvata dal consiglio pugliese lo scorso 30 settembre dopo la proposta giunta proprio dalle donne tarantine. “Abbiamo pensato che non basta denunciare – ha raccontato Roberta Villa – perché la denuncia non offre garanzie alle donne e così, sul modello friulano, abbiamo lavorato alla proposta di legge della quale la consigliera Annarita Lemma (Pd) è prima firmataria”. La proposta è così diventata legge, la seconda in Italia dopo il Friuli, con il voto bipartisan. “Ma noi non ci fermiamo – ha annunciato Grazia Maremonti – perché vogliamo che l’istituzione del registro regionale dell’endometriosi diventi realtà. E previsto dalla legge. Purtroppo i casi sono davvero tanti: è un problema che affligge quasi 3 milioni di donne in Italia (dato notevolmente sottostimato e relativo ad uno studio del 2004) e purtroppo la diagnosi completa avviene anche dopo 9 anni dai primi sintomi. La Regione Puglia ha fatto il primo passo, ora bisogna continuare su questa strada per restituire dignità alle donne che soffrono in silenzio. Lo sa che tante tarantine affette da endometriosi hanno scelto di non firmare l’esposto perché il marito lavora all’Ilva?”.

martedì 28 ottobre 2014

Si stappa champagne. Si tapperanno le emissioni tossiche?

Ilva, gip accoglie richiesta commissario straordinario. Sbloccati 1,2 miliardi

Il Gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta avanzata dal commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi di sbloccare e trasferire nella casse del gruppo 1,2 miliardi di euro circa, cifra sequestrata dalla procura di Milano nell’inchiesta a carico di Adriano Riva e due commercialisti.
La richiesta di dissequestrare della somma da parte dei legali del commissario Gnudi era stata presentata l’11 settembre scorso. Le parti hanno discusso davanti al giudice D’Arcangelo in una udienza che si è svolta il 17 ottobre scorso. In quella occasione, la difesa della famiglia Riva aveva sollevato questione di legittimità costituzionale riguardo la legge denominata "Terra dei fuochi", usata dai legali di Gnudi per avanzare la richiesta di dissequestro.
Il giudice D’Arcangelo, nell’accogliere la domanda del commissario, ha indicato che è stata "accertata la manifesta infondatezza" delle questioni di legittimità costituzionale e che, quindi, "occorre rilevare come sussistano nel caso di specie tutti i presupposti per procedere al trasferimento previsto dalla norma", ovvero i fondi potranno essere utilizzati per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Il Gip ha disposto che i beni sequestrati siano convertiti in azioni "a titolo di futuro aumento di capitale" dell’Ilva, spiegando che "le azioni di nuova emissione dovranno essere intestate al Fondo unico giustizia e, per esso, al gestore ex legge Equitalia Giustizia spa".
Il sequestro era stato eseguito nel maggio 2013 e riguardava circa 1,2 miliardi di euro. Il sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza, era stato disposto dallo stesso Gip Fabrizio D’Arcangelo, su richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi. In quella occasione, nell’ordinanza di sequestro si giustificò la decisione, indicando che i fondi "costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata" da parte degli indagati "ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori".
In questa inchiesta risultano indagati Adriano Riva e due consulenti della famiglia: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio. Era stato iscritto nel registro degli indagati anche Emilio Riva, deceduto nel frattempo. La richiesta di Gnudi di dissequestrare le somme e di farle tornare nella disponibilità della società Ilva è stata possibile in quanto il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge cosiddetta "Terra dei Fuochi", la quale prevede la possibilità di utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per reati ambientali (condotto dalla procura di Taranto), per il risanamento degli impianti dello stabilimento pugliese. (GdM)

Galleggiare sul fondo. Il verde che non c'è

Nel rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, Taranto si piazza al 77° posto su un totale di 104 città monitorate. Una posizione poco gratificante che evidenzia le difficoltà della città dei due mari
Inquinamento atmosferico a livelli d'emergenza e tasso di motorizzazione in crescita, gestione dei rifiuti altalenante e trasporto pubblico in crisi. Questo il quadro che emerge dalla ventunesima edizione di Ecosistema Urbano, il rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore. Il Rapporto quest'anno si concentra sulla qualità delle politiche ambientali dei nostri capoluoghi di provincia, per osservare in modo più approfondito quello che l'amministrazione locale fa, o non fa, per migliorare la mobilità, la gestione dei rifiuti e delle acque e, in generale, la qualità del proprio territorio. L'insieme dei dati ci dice, ancora una volta, che le città italiane vanno a tre velocità: sono lente, lentissime e statiche.
In questo quadro Taranto si piazza solo al  77° posto su un totale di 104 città monitorate, nelle parti "basse" della classifica. La cattiva posizione nella classifica generale è frutto innanzitutto di una serie di dati non disponibili relativi al trasporto pubblico, all’indice modal share, alle isole pedonali, alle piste ciclabili e alla qualità dell’aria. Nelle classifiche parziali, altri risultati poco lusinghieri sono stati:  102° posto per VERDE URBANO FRUIBILE; 74° posto per CONSUMI ELETTRICI DOMESTICI; 89° posto per ENERGIE RINNOVABILI – SOLARE; 63° posto per AREE VERDI TOTALI; 64° posto per RIFIUTI: PRODUZIONE DI RIFIUTI URBANI – dato 2012; 93° posto per RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA – dato 2012 (88° posto col dato 2013, sempre molto basso, dell'11,4%); 57° posto per INCIDENTALITA' STRADALE.
Tra i pochi dati positivi, alcuni sono in buona parte frutto di una  situazione economica difficile: 7° posto per TASSO MOTORIZZAZIONE AUTO e MOTO; 21° posto per CONSUMI IDRICI DOMESTICI. Altri, come la qualità dell'aria, fortemente influenzati dalla forte riduzione della produzione dell'impianto siderurgico: 32° posto per QUALITA' DELL'ARIA – PM10; 1° posto a pari merito con altre 10 città per QUALITA' DELL'ARIA – OZONO; 50° posto per DISPERSIONE DI ACQUA NELLA RETE.
Per Legambiente Taranto, nel capoluogo jonico spiccano, in negativo: i poco più di 3 metri quadri di verde fruibili per abitante che ci assegnano il terzultimo posto tra tutte le città italiane, i tanti dati non disponibili e, tra essi, quelli relativi alle isole pedonali ed alle piste ciclabili: anche a comunicarli i dati sarebbero stati comunque così modesti da lasciarci nei bassifondi delle rispettive classifiche, la raccolta differenziata che continua a non decollare. Una precisazione meritano gli indici per la qualità dell'aria. In particolare il dato positivo del PM10 va considerato con attenzione, essendo fortemente influenzato dalla attuale ridotta capacità produttiva dell'Ilva. Va comunque ricordato che altri inquinanti di produzione industriale rendono più patogene le polveri tarantine. Infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c'è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % di altre città italiane (secondo lo studio MISA) e lo 0.33% di altre città europee (studio SENTIERI).
"Purtroppo - dichiara Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto - il  Rapporto Ecosistema Urbano 2014 conferma una realtà ben nota. A Taranto il verde disponibile per i cittadini è pressoché inesistente e sottoposto ogni anno a ingiustificabili potature "selvagge" che continuiamo a denunciare senza che il Comune si decida a intervenire, la raccolta differenziata langue, le aree pedonali sono limitatissime , non ci sono politiche per costruire una mobilità alternativa all'uso dell'auto e la stessa pista ciclabile in Viale Magna Grecia, da questo punto di vista, risulta di scarsissima utilità, né iniziative volte a favorire l'uso di energie alternative. Manca non solo un progetto, ma persino l'idea di una "altra" Taranto". (Cosmopolismedia)

La più grande collezione di esposti d'Italia!

Presentato, questa mattina, un esposto in Procura da parte di Angelo Bonelli e dal gruppo dei Verdi-Taranto Respira.


 Ottobre 2014: la farsa di Taranto s’iscrive in questo lasso di tempo. Il suo epilogo è segnato dallo scorrere lento di due inutili anni. L’alfa e l’omega degli impegni disattesi, del tutto cambi perché nulla cambi. Il 26 luglio del 2012: una data spartiacque, si sperava. L’appuntamento con la storia a lungo atteso. L’avvio di una nuova era. I Riva e il sottobosco di un potere locale denudato, putrido e osceno tanto nelle sue fattezze quanto nei suoi propositi, messi con le spalle al muro. Gli impianti della grande industria posti sotto sequestro perché inconciliabili con un’idea moderna di vita. Il lavoro eroico e sobrio di un magistrato lontano dal narcisismo insopportabile di certe procure. Tutto sembrava volgere al meglio. E, invece, niente. La fabbrica dell’acciaio più scadente d’Europa continua a sputare veleni e a farsi beffa del diritto. Gioca a ridicolizzare la sofferenza umana. Semina morte e malattie con la complicità di uno Stato connivente. Senza alcun alibi, ormai. Trasferitosi alla Leopolda e appeso agli slogan di una politica che si nutre di avanspettacolo e siparietti kitsch. Nonostante 3 Governi, 2 commissari straordinari, 7 decreti salva-Ilva e una sentenza della Corte costituzionale, Taranto resta la pietra dello scandalo di un Paese fantozziano. Troppo brutto per essere vero o, forse, troppo vero per essere ascrivibile alle categorie del brutto.
L’esposto presentato questa mattina in Procura da Angelo Bonelli, e dal gruppo dei Verdi - Taranto Respira, è l’estremo tentativo di ricongiungere un barlume di verità con la storia recente di una città sempre più zona franca della decenza. Cinque i punti su cui si regge il dossier elaborato dalle forze ecologiste e consegnato agli organi inquirenti: mancata attuazione delle prescrizioni Aia; analisi aggiornata del progetto sanitario “Sentieri”; considerazioni sulla perdurante assenza di un Piano industriale elaborato dal Governo che seguisse quello ambientale; parere motivato da parte dell’Unione Europea sulle infrazioni ambientali compiute dallo Stato italiano in relazione alla vicenda Ilva; sentenza n° 85 della Corte costituzionale. I cinque angoli di un immaginario pentagono della vergogna e delle impunità diffuse. Il monitoraggio in continuo sulla qualità dell’aria respirata dai tarantini mai partito. Eppure, questa specifica attività, rappresentava uno dei punti qualificanti della nuova Aia. L’aumento del 54% delle patologie tumorali rispetto alla media pugliese nel biennio 2008-2010 che configura una chiara ed inequivocabile reiterazione del reato. La mancata attuazione del Piano industriale che, come previsto dal decreto 61 del 2013, seguisse dopo trenta giorni quello ambientale pena l’attribuzione di reati civili e penali in capo ai commissari straordinari (prima Bondi e dopo Gnudi). E, ancora: il procedimento d’infrazione, predisposto dalla Commissione europea contro l’Italia, corroborato da una condotta omicida seguita dall’azienda – e dalle istituzioni preposte - contro la popolazione inerme assieme alla non corrispondenza tra la sentenza della Consulta e i lavori di bonifica che sarebbero dovuti partire all’interno dello stabilimento siderurgico.
Non manca niente per gridare al colpo di Stato. C’è di tutto e di più in questa sporca vicenda di gattopardi e pregiudicati. Una sospensione silente della civiltà giuridica. Un vulnus democratico la cui violenza omertosa non ha eguali nel resto del Paese. Lo scivolamento di un'intera città nel cono d’ombra dell’indeterminatezza. L’alfa e l’omega di Taranto, per l’appunto: emblema di un’Italia data in subappalto a buffoni e ciarlatani.  (Cosmopolismedia)

lunedì 27 ottobre 2014

Parliamone in versi e in prosa: la conoscenza è la storia!


Commozione e fierezza a Grottaglie per "Il Mostro" di Vincenzo De Marco

Questo è l'aggettivo adatto alla presentazione del libro " Il Mostro – di Rabbia e d'Amore" avvenuta ieri sera presso la sede dell'Associazione culturale "Utòpia"con sede in via San Francesco de Geronimo 53. Un evento ben organizzato, diverso, dall'atmosfera calda ed accogliente nonostante il freddo fuori da quelle quattro mura. Emozioni dall'inizio alla fine per tutti i presenti e le parti attive coinvolte. L'autore, Vincenzo De Marco, regala alla sua Grottaglie non solo i suoi versi dalla penna sopraffina ma musica, recitazione, dibattiti ed argomenti che arricchiscono. Sì, perché chiunque, ieri, sia stato partecipe è tornato a casa più ricco. Si parla dell'Ilva, della condizione degli operai, del sacrificio che sopportano per lavorare in quel "mostro d'acciaio" assieme a colleghi come fossero fratelli o con persone invece meno sensibili, che esercitano pressioni psicologiche. Il denaro conta lì dentro: tubi, lamiere e profitto. Cosa che non interessa al nostro poeta, perché come specifica, "la poesia non fa mangiare, ma sazia alla grande". E poi racconta di sé, delle esperienze che lo hanno segnato negli anni, della perdita di cari amici e di quella di un collega, Silvano, morto suicida nello stabilimento maledetto. Parla delle tre poesie che descrivono il profondo amore di un padre verso la figlia, fonte di gioia immensa quando è con lui e di nostalgia quando è lontana; il fiore d'oltralpe sempre presente nei suoi pensieri. Di grandi dolori. Da quei distacchi dalle persone care, che lo hanno trascinato spesso nello sconforto più profondo, dal quale ne è uscito sempre vittorioso, grazie al supporto degli amici, della sua forza, della speranza che tutto poteva cambiare. Grazie alla poesia. Ed in effetti, scrivendo, tutto gli passa. Lascia il segno, ma passa. Vorrebbe più unione, De Marco. Lui lotta per la sua terra. Non importa essere di Taranto città, di paesi limitrofi o trovarsi a chilometri di distanza dall' Ilva. Il cielo ormai malato, l'aria irrespirabile, i tumori in costante aumento sono cosa di tutti. A tal proposito colpiva la copertina del libro fotografico "Sansavenir" mostrato dall'autore Pierangelo Laterza ( il quale ha esposto anche delle bellissime fotografie sempre sul tema): copertina color rosso come la terra bruciata mista al marrone come la polvere, quasi fosse carta vetrata. A rappresentare ciò che respiriamo, ciò che si deposita sulle nostre abitazioni, luoghi della nostra splendida Puglia, balconi, monumenti, campi. Rivorremmo il nostro cielo. Interessante l'intervento del Prof. Cataldo Miccoli, uomo colto, semplice ed umano, che ha parlato di similitudini della poesia di De Marco con quelle dei più grandi poeti francesi e con l'italiano Calvino, ed ha descritto l'Ilva con tutte le iniziali dell'alfabeto, così come lo farebbe ai suoi alunni, bambini che devono conoscere e coltivare anche loro la speranza perché, chissà, un giorno tutto questo sarà solo un ricordo. Eccelsa la lettura delle poesie da parte dell'attore Luigi Pignatelli: commovente e sentita tanto da far animare quei versi. Lacrime sui visi dettate dal coinvolgimento, dall'amore, dalla passione. Stefany Chirico poi, che eseguendo come sottofondo le note dell'indimenticato De Andrè, ha reso tutto ancora più suggestivo. Erano presenti tutti, anche gli assenti: vittime, amici lontani solo fisicamente e lui, il grande "Faber". In fondo al tunnel c'è la luce: seguiamola. "Il Mostro" non si fermerà qui. Non deve farlo. Commossa anche colei che ha scritto queste due righe. Tornata a casa come i tantissimi partecipanti che hanno gremito la sala, col cuore pieno. Grazie Vincent Cernia. Che la lotta continui. (Grottaglie24)

Lui è un poeta operaio, da 15 anni all’Ilva. Ora ha deciso di raccontare la fabbrica e la speranza di chi chiede rispetto per le leggi e per la persona
C’è qualcuno che lo definisce “Poeta operaio”, qualcun altro “poeta dagli occhi tristi”, lui è Vincenzo De Marco, operaio Ilva da 15 anni, lavora in altoforno, nella cosiddetta area a caldo della nostra azienda siderurgica. Vincenzo ha  la passione per la scrittura da quando era bambino, coltivata durante la crescita e amplificatasi. Noi di Extra Magazine siamo andati a trovarlo all’interno di un incontro organizzato dall’Hermes Academy di Luigi Pignatelli, “Il Volto” in cui si è parlato di SLA, di arte, di canto, di danza e del libro del nostro poeta operaio, “Il Mostro di Rabbia e d’Amore”, libro di poesie sull’Ilva diviso in 4 parti. 
Perché hai scritto il Mostro? Di cosa parla?