mercoledì 29 ottobre 2014

Una procura continuamente "esposta"!

Endometriosi a Taranto, “L’inquinamento è la causa?” Esposto in Procura

Sono state le emissioni nocive dell’Ilva e della zona industriale di Taranto a causare la diffusione dell’endometriosi in Puglia e l’infertilità nelle donne della provincia ionica? È quanto vogliono sapere i componenti del comitato Taranto Lider, donne tarantine che da anni hanno intrapreso una battaglia a tutela delle migliaia di donne affette dalla grave e semisconosciuta patologia che, nei casi più gravi, può portare all’infertilità femminile. Con un esposto alla procura guidata da Franco Sebastio, infatti, il comitato ha chiesto di verificare se vi sono nessi causali tra inquinamento e malattia, soprattutto dopo le dichiarazioni allarmanti formulate dagli esperti nominati dal gip Patrizia Todisco nelle maxi perizie divenute pietre miliari dell’inchiesta Ilva.
I periti, infatti, hanno spiegato che tra “le manifestazioni acute da diossine” c’è anche “l’endometriosi” anche se hanno poi aggiunto che “i tempi estremamente ridotti con cui il progetto di studio epidemiologico è stato condotto (8 mesi per progettazione, acquisizione dati, controllo di qualità, analisi statistica e redazione del rapporto) non hanno permesso analisi aggiuntive e valutazioni dettagliate” ed è quindi necessario proseguire con la “caratterizzazione della fertilità e della salute riproduttiva. Questi aspetti – scrivono i periti – non sono stati considerati nella presente indagine ma devono essere valutati con attenzione specie in relazione ai possibili effetti tossici degli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici, ndr) e delle diossine”.
Ma cos’è l’endometriosi? “L’ endometriosi è una malattia complessa – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Maria Teresa D’Amato – originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, vescica, ureteri e reni. È una malattia subdola che se non diagnosticata tempestivamente provoca infiammazioni croniche, aderenze e persino infertilità. II violento dolore pelvico cronico durante il ciclo, l’ovulazione e durante i rapporti sessuali, la stanchezza cronica e gli effetti collaterali che colpiscono le donne che ne sono affette, purtroppo, impediscono spesso una normale vita sociale, familiare ed anche professionale”.
E così, a distanza di due anni da quelle perizie, le donne di Taranto Lider hanno chiesto alla procura ionica di continuare a indagare sulla vicenda. Una nuova battaglia da vincere, insomma. Come quella sulla legge regionale sull’endometriosi approvata dal consiglio pugliese lo scorso 30 settembre dopo la proposta giunta proprio dalle donne tarantine. “Abbiamo pensato che non basta denunciare – ha raccontato Roberta Villa – perché la denuncia non offre garanzie alle donne e così, sul modello friulano, abbiamo lavorato alla proposta di legge della quale la consigliera Annarita Lemma (Pd) è prima firmataria”. La proposta è così diventata legge, la seconda in Italia dopo il Friuli, con il voto bipartisan. “Ma noi non ci fermiamo – ha annunciato Grazia Maremonti – perché vogliamo che l’istituzione del registro regionale dell’endometriosi diventi realtà. E previsto dalla legge. Purtroppo i casi sono davvero tanti: è un problema che affligge quasi 3 milioni di donne in Italia (dato notevolmente sottostimato e relativo ad uno studio del 2004) e purtroppo la diagnosi completa avviene anche dopo 9 anni dai primi sintomi. La Regione Puglia ha fatto il primo passo, ora bisogna continuare su questa strada per restituire dignità alle donne che soffrono in silenzio. Lo sa che tante tarantine affette da endometriosi hanno scelto di non firmare l’esposto perché il marito lavora all’Ilva?”.

martedì 28 ottobre 2014

Si stappa champagne. Si tapperanno le emissioni tossiche?

Ilva, gip accoglie richiesta commissario straordinario. Sbloccati 1,2 miliardi

Il Gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta avanzata dal commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi di sbloccare e trasferire nella casse del gruppo 1,2 miliardi di euro circa, cifra sequestrata dalla procura di Milano nell’inchiesta a carico di Adriano Riva e due commercialisti.
La richiesta di dissequestrare della somma da parte dei legali del commissario Gnudi era stata presentata l’11 settembre scorso. Le parti hanno discusso davanti al giudice D’Arcangelo in una udienza che si è svolta il 17 ottobre scorso. In quella occasione, la difesa della famiglia Riva aveva sollevato questione di legittimità costituzionale riguardo la legge denominata "Terra dei fuochi", usata dai legali di Gnudi per avanzare la richiesta di dissequestro.
Il giudice D’Arcangelo, nell’accogliere la domanda del commissario, ha indicato che è stata "accertata la manifesta infondatezza" delle questioni di legittimità costituzionale e che, quindi, "occorre rilevare come sussistano nel caso di specie tutti i presupposti per procedere al trasferimento previsto dalla norma", ovvero i fondi potranno essere utilizzati per il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Il Gip ha disposto che i beni sequestrati siano convertiti in azioni "a titolo di futuro aumento di capitale" dell’Ilva, spiegando che "le azioni di nuova emissione dovranno essere intestate al Fondo unico giustizia e, per esso, al gestore ex legge Equitalia Giustizia spa".
Il sequestro era stato eseguito nel maggio 2013 e riguardava circa 1,2 miliardi di euro. Il sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza, era stato disposto dallo stesso Gip Fabrizio D’Arcangelo, su richiesta dei pm Mauro Clerici e Stefano Civardi. In quella occasione, nell’ordinanza di sequestro si giustificò la decisione, indicando che i fondi "costituiscono il provento dei delitti di appropriazione indebita continuata e aggravata" da parte degli indagati "ai danni della Fire Finanziara spa (oggi Riva Fire, ndr), di truffa aggravata, di infedeltà patrimoniale e di false comunicazioni sociali, oltre che di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e di trasferimento fraudolento di valori".
In questa inchiesta risultano indagati Adriano Riva e due consulenti della famiglia: Franco Pozzi ed Emilio Gnech, accusati di riciclaggio. Era stato iscritto nel registro degli indagati anche Emilio Riva, deceduto nel frattempo. La richiesta di Gnudi di dissequestrare le somme e di farle tornare nella disponibilità della società Ilva è stata possibile in quanto il 21 agosto scorso è entrata in vigore la legge cosiddetta "Terra dei Fuochi", la quale prevede la possibilità di utilizzare i fondi sequestrati in procedimenti diversi da quello per reati ambientali (condotto dalla procura di Taranto), per il risanamento degli impianti dello stabilimento pugliese. (GdM)

Galleggiare sul fondo. Il verde che non c'è

Nel rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, Taranto si piazza al 77° posto su un totale di 104 città monitorate. Una posizione poco gratificante che evidenzia le difficoltà della città dei due mari
Inquinamento atmosferico a livelli d'emergenza e tasso di motorizzazione in crescita, gestione dei rifiuti altalenante e trasporto pubblico in crisi. Questo il quadro che emerge dalla ventunesima edizione di Ecosistema Urbano, il rapporto di Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi di provincia italiani, realizzato in collaborazione con Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore. Il Rapporto quest'anno si concentra sulla qualità delle politiche ambientali dei nostri capoluoghi di provincia, per osservare in modo più approfondito quello che l'amministrazione locale fa, o non fa, per migliorare la mobilità, la gestione dei rifiuti e delle acque e, in generale, la qualità del proprio territorio. L'insieme dei dati ci dice, ancora una volta, che le città italiane vanno a tre velocità: sono lente, lentissime e statiche.
In questo quadro Taranto si piazza solo al  77° posto su un totale di 104 città monitorate, nelle parti "basse" della classifica. La cattiva posizione nella classifica generale è frutto innanzitutto di una serie di dati non disponibili relativi al trasporto pubblico, all’indice modal share, alle isole pedonali, alle piste ciclabili e alla qualità dell’aria. Nelle classifiche parziali, altri risultati poco lusinghieri sono stati:  102° posto per VERDE URBANO FRUIBILE; 74° posto per CONSUMI ELETTRICI DOMESTICI; 89° posto per ENERGIE RINNOVABILI – SOLARE; 63° posto per AREE VERDI TOTALI; 64° posto per RIFIUTI: PRODUZIONE DI RIFIUTI URBANI – dato 2012; 93° posto per RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA – dato 2012 (88° posto col dato 2013, sempre molto basso, dell'11,4%); 57° posto per INCIDENTALITA' STRADALE.
Tra i pochi dati positivi, alcuni sono in buona parte frutto di una  situazione economica difficile: 7° posto per TASSO MOTORIZZAZIONE AUTO e MOTO; 21° posto per CONSUMI IDRICI DOMESTICI. Altri, come la qualità dell'aria, fortemente influenzati dalla forte riduzione della produzione dell'impianto siderurgico: 32° posto per QUALITA' DELL'ARIA – PM10; 1° posto a pari merito con altre 10 città per QUALITA' DELL'ARIA – OZONO; 50° posto per DISPERSIONE DI ACQUA NELLA RETE.
Per Legambiente Taranto, nel capoluogo jonico spiccano, in negativo: i poco più di 3 metri quadri di verde fruibili per abitante che ci assegnano il terzultimo posto tra tutte le città italiane, i tanti dati non disponibili e, tra essi, quelli relativi alle isole pedonali ed alle piste ciclabili: anche a comunicarli i dati sarebbero stati comunque così modesti da lasciarci nei bassifondi delle rispettive classifiche, la raccolta differenziata che continua a non decollare. Una precisazione meritano gli indici per la qualità dell'aria. In particolare il dato positivo del PM10 va considerato con attenzione, essendo fortemente influenzato dalla attuale ridotta capacità produttiva dell'Ilva. Va comunque ricordato che altri inquinanti di produzione industriale rendono più patogene le polveri tarantine. Infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c'è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % di altre città italiane (secondo lo studio MISA) e lo 0.33% di altre città europee (studio SENTIERI).
"Purtroppo - dichiara Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto - il  Rapporto Ecosistema Urbano 2014 conferma una realtà ben nota. A Taranto il verde disponibile per i cittadini è pressoché inesistente e sottoposto ogni anno a ingiustificabili potature "selvagge" che continuiamo a denunciare senza che il Comune si decida a intervenire, la raccolta differenziata langue, le aree pedonali sono limitatissime , non ci sono politiche per costruire una mobilità alternativa all'uso dell'auto e la stessa pista ciclabile in Viale Magna Grecia, da questo punto di vista, risulta di scarsissima utilità, né iniziative volte a favorire l'uso di energie alternative. Manca non solo un progetto, ma persino l'idea di una "altra" Taranto". (Cosmopolismedia)

La più grande collezione di esposti d'Italia!

Presentato, questa mattina, un esposto in Procura da parte di Angelo Bonelli e dal gruppo dei Verdi-Taranto Respira.


 Ottobre 2014: la farsa di Taranto s’iscrive in questo lasso di tempo. Il suo epilogo è segnato dallo scorrere lento di due inutili anni. L’alfa e l’omega degli impegni disattesi, del tutto cambi perché nulla cambi. Il 26 luglio del 2012: una data spartiacque, si sperava. L’appuntamento con la storia a lungo atteso. L’avvio di una nuova era. I Riva e il sottobosco di un potere locale denudato, putrido e osceno tanto nelle sue fattezze quanto nei suoi propositi, messi con le spalle al muro. Gli impianti della grande industria posti sotto sequestro perché inconciliabili con un’idea moderna di vita. Il lavoro eroico e sobrio di un magistrato lontano dal narcisismo insopportabile di certe procure. Tutto sembrava volgere al meglio. E, invece, niente. La fabbrica dell’acciaio più scadente d’Europa continua a sputare veleni e a farsi beffa del diritto. Gioca a ridicolizzare la sofferenza umana. Semina morte e malattie con la complicità di uno Stato connivente. Senza alcun alibi, ormai. Trasferitosi alla Leopolda e appeso agli slogan di una politica che si nutre di avanspettacolo e siparietti kitsch. Nonostante 3 Governi, 2 commissari straordinari, 7 decreti salva-Ilva e una sentenza della Corte costituzionale, Taranto resta la pietra dello scandalo di un Paese fantozziano. Troppo brutto per essere vero o, forse, troppo vero per essere ascrivibile alle categorie del brutto.
L’esposto presentato questa mattina in Procura da Angelo Bonelli, e dal gruppo dei Verdi - Taranto Respira, è l’estremo tentativo di ricongiungere un barlume di verità con la storia recente di una città sempre più zona franca della decenza. Cinque i punti su cui si regge il dossier elaborato dalle forze ecologiste e consegnato agli organi inquirenti: mancata attuazione delle prescrizioni Aia; analisi aggiornata del progetto sanitario “Sentieri”; considerazioni sulla perdurante assenza di un Piano industriale elaborato dal Governo che seguisse quello ambientale; parere motivato da parte dell’Unione Europea sulle infrazioni ambientali compiute dallo Stato italiano in relazione alla vicenda Ilva; sentenza n° 85 della Corte costituzionale. I cinque angoli di un immaginario pentagono della vergogna e delle impunità diffuse. Il monitoraggio in continuo sulla qualità dell’aria respirata dai tarantini mai partito. Eppure, questa specifica attività, rappresentava uno dei punti qualificanti della nuova Aia. L’aumento del 54% delle patologie tumorali rispetto alla media pugliese nel biennio 2008-2010 che configura una chiara ed inequivocabile reiterazione del reato. La mancata attuazione del Piano industriale che, come previsto dal decreto 61 del 2013, seguisse dopo trenta giorni quello ambientale pena l’attribuzione di reati civili e penali in capo ai commissari straordinari (prima Bondi e dopo Gnudi). E, ancora: il procedimento d’infrazione, predisposto dalla Commissione europea contro l’Italia, corroborato da una condotta omicida seguita dall’azienda – e dalle istituzioni preposte - contro la popolazione inerme assieme alla non corrispondenza tra la sentenza della Consulta e i lavori di bonifica che sarebbero dovuti partire all’interno dello stabilimento siderurgico.
Non manca niente per gridare al colpo di Stato. C’è di tutto e di più in questa sporca vicenda di gattopardi e pregiudicati. Una sospensione silente della civiltà giuridica. Un vulnus democratico la cui violenza omertosa non ha eguali nel resto del Paese. Lo scivolamento di un'intera città nel cono d’ombra dell’indeterminatezza. L’alfa e l’omega di Taranto, per l’appunto: emblema di un’Italia data in subappalto a buffoni e ciarlatani.  (Cosmopolismedia)

lunedì 27 ottobre 2014

Parliamone in versi e in prosa: la conoscenza è la storia!


Commozione e fierezza a Grottaglie per "Il Mostro" di Vincenzo De Marco

Questo è l'aggettivo adatto alla presentazione del libro " Il Mostro – di Rabbia e d'Amore" avvenuta ieri sera presso la sede dell'Associazione culturale "Utòpia"con sede in via San Francesco de Geronimo 53. Un evento ben organizzato, diverso, dall'atmosfera calda ed accogliente nonostante il freddo fuori da quelle quattro mura. Emozioni dall'inizio alla fine per tutti i presenti e le parti attive coinvolte. L'autore, Vincenzo De Marco, regala alla sua Grottaglie non solo i suoi versi dalla penna sopraffina ma musica, recitazione, dibattiti ed argomenti che arricchiscono. Sì, perché chiunque, ieri, sia stato partecipe è tornato a casa più ricco. Si parla dell'Ilva, della condizione degli operai, del sacrificio che sopportano per lavorare in quel "mostro d'acciaio" assieme a colleghi come fossero fratelli o con persone invece meno sensibili, che esercitano pressioni psicologiche. Il denaro conta lì dentro: tubi, lamiere e profitto. Cosa che non interessa al nostro poeta, perché come specifica, "la poesia non fa mangiare, ma sazia alla grande". E poi racconta di sé, delle esperienze che lo hanno segnato negli anni, della perdita di cari amici e di quella di un collega, Silvano, morto suicida nello stabilimento maledetto. Parla delle tre poesie che descrivono il profondo amore di un padre verso la figlia, fonte di gioia immensa quando è con lui e di nostalgia quando è lontana; il fiore d'oltralpe sempre presente nei suoi pensieri. Di grandi dolori. Da quei distacchi dalle persone care, che lo hanno trascinato spesso nello sconforto più profondo, dal quale ne è uscito sempre vittorioso, grazie al supporto degli amici, della sua forza, della speranza che tutto poteva cambiare. Grazie alla poesia. Ed in effetti, scrivendo, tutto gli passa. Lascia il segno, ma passa. Vorrebbe più unione, De Marco. Lui lotta per la sua terra. Non importa essere di Taranto città, di paesi limitrofi o trovarsi a chilometri di distanza dall' Ilva. Il cielo ormai malato, l'aria irrespirabile, i tumori in costante aumento sono cosa di tutti. A tal proposito colpiva la copertina del libro fotografico "Sansavenir" mostrato dall'autore Pierangelo Laterza ( il quale ha esposto anche delle bellissime fotografie sempre sul tema): copertina color rosso come la terra bruciata mista al marrone come la polvere, quasi fosse carta vetrata. A rappresentare ciò che respiriamo, ciò che si deposita sulle nostre abitazioni, luoghi della nostra splendida Puglia, balconi, monumenti, campi. Rivorremmo il nostro cielo. Interessante l'intervento del Prof. Cataldo Miccoli, uomo colto, semplice ed umano, che ha parlato di similitudini della poesia di De Marco con quelle dei più grandi poeti francesi e con l'italiano Calvino, ed ha descritto l'Ilva con tutte le iniziali dell'alfabeto, così come lo farebbe ai suoi alunni, bambini che devono conoscere e coltivare anche loro la speranza perché, chissà, un giorno tutto questo sarà solo un ricordo. Eccelsa la lettura delle poesie da parte dell'attore Luigi Pignatelli: commovente e sentita tanto da far animare quei versi. Lacrime sui visi dettate dal coinvolgimento, dall'amore, dalla passione. Stefany Chirico poi, che eseguendo come sottofondo le note dell'indimenticato De Andrè, ha reso tutto ancora più suggestivo. Erano presenti tutti, anche gli assenti: vittime, amici lontani solo fisicamente e lui, il grande "Faber". In fondo al tunnel c'è la luce: seguiamola. "Il Mostro" non si fermerà qui. Non deve farlo. Commossa anche colei che ha scritto queste due righe. Tornata a casa come i tantissimi partecipanti che hanno gremito la sala, col cuore pieno. Grazie Vincent Cernia. Che la lotta continui. (Grottaglie24)

Lui è un poeta operaio, da 15 anni all’Ilva. Ora ha deciso di raccontare la fabbrica e la speranza di chi chiede rispetto per le leggi e per la persona
C’è qualcuno che lo definisce “Poeta operaio”, qualcun altro “poeta dagli occhi tristi”, lui è Vincenzo De Marco, operaio Ilva da 15 anni, lavora in altoforno, nella cosiddetta area a caldo della nostra azienda siderurgica. Vincenzo ha  la passione per la scrittura da quando era bambino, coltivata durante la crescita e amplificatasi. Noi di Extra Magazine siamo andati a trovarlo all’interno di un incontro organizzato dall’Hermes Academy di Luigi Pignatelli, “Il Volto” in cui si è parlato di SLA, di arte, di canto, di danza e del libro del nostro poeta operaio, “Il Mostro di Rabbia e d’Amore”, libro di poesie sull’Ilva diviso in 4 parti. 
Perché hai scritto il Mostro? Di cosa parla?

sabato 25 ottobre 2014

E perché non raccontare anche che pianteranno margherite su tutti i balconi?

Tempa rossa, le compagnie petrolifere: «Tagli delle emissioni anche a Taranto»

Le compagnie petrolifere interessate a Tempa Rossa rivisitano il progetto relativo a Taranto e sottolineano: nessun inquinanamento in più. Saranno infatti abbattute sia le emissioni (36 tonnellate l’anno di composti volatili) del nuovo impianto, che una parte di quelle provenienti dalla raffineria Eni di Taranto (28 tonnellate annue). In definitiva, dicono le compagnie, 64 tonnellate di emissioni complessive in meno su base annua.

Il giacimento di Tempa Rossa è in Basilicata e fa capo alle compagnie Total, Shell e Mitsui, le quali hanno individuato Taranto, con la raffineria Eni, come base logistica. Nel senso che il petrolio estratto in Lucania verrà instradato verso Taranto, utilizzando anche la condotta già esistente per il trasporto del greggio della Val d’Agri. Una volta arrivato alla raffineria dell’Eni - che nell’operazione è partner logistico - verrà stoccato in due grandi serbatoi, da costruirsi, e poi caricato sulle navi che atttaccheranno al pontile petroli, già esistente ma da allungare di 350 metri. Quest’impianto presuppone un investimento di 300 milioni, 50 imprese coinvolte e una ricaduta di cantiere di 300 addetti. Contro quest’impianto, però, lunedì prossimo il Consiglio comunale di Taranto discuterà, e probabilmente approverà, una delibera che deriva da un atto di indirizzo della giunta e vieta le opere. Si tratta di una variante urbanistica nell’area del porto. Il Comune è schierato per il no a Tempa Rossa perchè teme un aumento dell’inquinamento. Posizione condivisa anche dalla Regione Puglia, la cui giunta ha chiesto al ministero dell’Ambiente di riesaminare l’autorizzazione (Aia) concessa al progetto di Taranto. Ma per le compagnie non ci sarà nessun inquinamento in più.
Richiamando le prescrizioni dell’Aia-Via di ottobre 2011, Total, Shell e Mitsui dicono che si andrà oltre all’impatto zero chiesto per Tempa Rossa a Taranto. Saranno infatti 64 le tonnellate di Voc - sigla di Volatile organic compounds - “catturate” con le nuove tecnologie per il recupero di vapori di idrocarburi applicate alla caricazione delle petroliere. Spiegano così i tecnici: i vapori presenti nell’aria esistente nei serbatoi vuoti delle navi all’arrivo nel porto, vengono espulsi insieme all’aria che li comprende quando viene immesso il greggio liquido. Con un sistema ermetico a ciclo chiuso, l’aria con i vapori viene captata e convogliata ad un impianto di recupero. Che a Taranto, per Tempa Rossa, sarà a doppio stadio.
In pratica, dicono i tecnici, oltre ad un primo stadio “tradizionale” che funziona sulla base dell'assorbimento selettivo su carboni attivi della frazione di vapori presente nell’aria, c'è un secondo stadio che permette di eliminare, mediante combustione controllata a fiamma circoscritta, la parte più leggera e quantitativamente piccola dei vapori non assorbita dai carboni attivi. Si tratta di una parte costituita da idrocarburi leggeri che stanno nella fascia compresa tra il metano ed il Gpl e che viene tutta trasformata in anidride carbonica ed acqua.
Le compagnie petrolifere hanno dunque esplicitato meglio il loro progetto. Se cambierà verso ad una discussione in Consiglio comunale che sembra orientata tutta per l’alt all’impianto, è però un grosso punto interrogativo considerato anche il momento che vive Taranto con la vicenda Ilva. (Sole24h)

venerdì 24 ottobre 2014

Riva, una famiglia in processo

Accise sull'energia evase dall'Ilva, pm Taranto chiede processo per Nicola Riva

Un nuovo processo è stato chiesto dalla Procura di Taranto a carico di Nicola Riva, presidente dell'Ilva da metà 2010 a metà 2012. L'accusa che gli viene mossa è quella di presunta evasione per non aver pagato le accise rinvenienti dalla produzione di energia con la centrale elettrica dello stabilimento siderurgico di Taranto che l'Ilva anni addietro ha acquisito da Edison. Sette milioni di euro è la somma oggetto di contestazione nell'inchiesta aperta dal pm Enrico Bruschi. A monte c'è un accertamento eseguito dall'Agenzia delle Dogane. Il processo era stato chiesto anche per Emilio Riva, ma l'ex presidente dell'Ilva, padre di Nicola, è morto ad aprile scorso estinguendo anche il reato. Emilio Riva, infatti, ha guidato l'Ilva sino a metà 2010. Poi è subentrato il figlio, al quale è seguito Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, a poche settimane dalla deflagrazione dell'inchiesta giudiziaria di Taranto, quella che a fine luglio 2012 ha visto fra gli altri arrestare (ai domiciliari) gli stessi Emilio e Nicola Riva. Quest'ultimo è anche coinvolto nel processo “madre” di Taranto relativo al disastro ambientale del siderurgico. Per Nicola Riva, il fratello Fabio e altre 47 persone, la Procura ha chiesto al gup il rinvio a giudizio (la relativa udienza è in corso). Per Nicola e Fabio Riva l'accusa è associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale.
La centrale elettricha dell'Ilva ha una funzione importante. Recupera il gas prodotto dall'attività di altiforni e acciaierie e lo trasforma in energia che poi serve ad alimentare l'area a freddo dello stabilimento. La centrale, strutturata con i blocchi 2 e 3, fa capo ad una società ad hoc, Taranto Energia, con un centinaio di dipendenti, controllata dalla stessa Ilva. Nei mesi scorsi, a distanza ravvicinata, c'è stato per due volte un guasto ad uno dei componenti della centrale. Questo ha spinto l'azienda a ridurre l'attività di altiforni e acciaierie e a ricorrere ai contratti di solidarietà per il personale resosi inattivo (un centinaio circa gli addetti interessati). Il rallentamento è scattato per evitare danni all'ambiente. Se altiforni e acciaierie avessero continuato a produrre con lo standard normale, il gas delle lavorazioni non trasformato in energia dalla centrale a causa del guasto, sarebbe finito in atmosfera come emissione. E così sia la gestione di Enrico Bondi che quella di Piero Gnudi (i guasti hanno interessato i periodi di entrambi i commissari) decisero di far decelerare l'area a caldo. Più prolungata la seconda fermata, con strascichi per l'altoforno 2 durati sino alle scorse settimane.
L'impatto di quanto avvenuto alla centrale è richiamato anche nella prima relazione sull'andamento di gestione di Gnudi quando, riferendosi alla forzata riduzione di produzione di luglio e agosto, dice che nel periodo giugno-agosto ci sono state vendite per soli 1,3 milioni di tonnellate con un calo del 20 per cento sul trimestre precedente, marzo-maggio, e del 19 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2013. L'effetto combinato della riduzione delle vendite e dei costi sostenuti per la centrale (l'Ilva dice infatti di aver affrontato “un significativo ma indispensabile sforzo manutentivo”), “hanno conseguentemente aggravato le difficoltà finanziarie che abbiamo riscontrato all'inizio del nuovo periodo di gestione” scrive Gnudi, tant'è che il pagamento degli stipendi ai dipendenti è avvenuto “grazie alle cessioni di certificati di CO2” e comunque è stato necessario far slittare di un mese, da luglio ad agosto, l'erogazione di uno dei premi contrattuali al personale. (Sole24h)

Punti di vista

Sit-in di protesta davanti all'Eni di Taranto

Si è tenuto questa mattina, davanti alla raffineria Eni di Taranto, il sit-in di protesta della CGIL di Taranto. Il sindacato aveva già annunciato 8 ore di sciopero per operai e chimici. Secondo l'azienda, l'attività va spostata in una sede più economicamente conveniente. La raffineria tarantina diventerebbe così solo un deposito, con conseguenti esuberi e tagli al personale, che vive già una situazione difficile per via della recessione economica.
Domani è previsto un corteo a Roma sulla situazione di Taranto: gli organizzatori prevedono circa 2mila persone, che, dopo aver raggiunto la capitale, sfileranno per richiedere maggiore sensibilità da parte delle istituzioni sulle varie vertenze che gravano sul capoluogo jonico.
Taranto non è solo l'Ilva: pur restando la vertenza più grave, c'è Eni (che starebbe pensando di trasferire gran parte della produzione all'estero), e la situazione dei call center in bilico. Proprio di questi giorni è poi la denuncia degli operatori degli asili nido, che non percepiscono lo stipendio da diversi mesi.
Al corteo di Roma dovrebbe intervenire anche Susanna Camusso. I tarantini partiranno da Piazzale dei partigiani e percorreranno le vie principali della capitale fino a Piazza S. Giovanni. Il termine previsto per il corteo è fissato per le ore 12,30. (InfoOggi)

martedì 21 ottobre 2014

Intossicati il Mar Piccolo e la falda

 

Rifiuti: situazione critica a Taranto

I problemi di Taranto non si esauriscono con l’Ilva. La città pugliese ha proprio un cattivo rapporto con l’ambiente. A denunciare la situazione è Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, che, commentando le audizioni del commissario straordinario per la bonifica del Sito d'interesse nazionale di Taranto (area extra Ilva), Vera Corbelli, ha dichiarato che il quadro emerso ‘sul ciclo dei rifiuti rispetto alla realtà di Taranto è più grave di quanto s'immaginasse, in particolare per la zona extra Ilva’.
A preoccupare è, in particolare, ‘l'alto livello di contaminazione di un'area del Mar piccolo di Taranto e delle acque di falda di Statte, dove alcune cave dismesse vennero in passato utilizzate come discariche di rifiuti speciali e pericolosi’. ‘Nel quadro istituzionale e normativo della bonifica dell'area extra Ilva -prosegue- ci sono poi paradossi illustrati da Corbelli che meriteranno ulteriori approfondimenti’. ‘Il commissario del Sin di Taranto Piero Gnudi, da parte sua, -riferisce ancora Bratti- ci ha informato di lavorare senza budget, cosa che lo costringe a pagarsi di tasca propria la carta, i viaggi e le altre spese. Ci auguriamo che venga messo nelle condizioni di lavorare nel modo migliore possibile’.

‘Sono stati anche sottolineati alcuni punti critici della perimetrazione del Sin che non include, ad esempio, il quartiere Tamburi’, sostiene Bratti. ‘Alla fine delle audizioni, la commissione ha chiesto di poter acquisire ulteriore documentazione relativa alla gestione dei rifiuti prodotti dallo stabilimento di Taranto che è considerata oggi -rimarca- una delle più grandi area da bonificare d'Europa’.

Il senso dei Riva per gli "affari"

«Ilva, da Riva la volontà di realizzare sistema frode»

La volontà di Emilio Riva, il proprietario dell’Ilva morto lo scorso aprile e del figlio Fabio "era quella di realizzare un sistema" di "frode" "che potesse essere da loro interamente gestito e controllato, finalizzato a  vendere a clienti esteri i beni prodotti", dalle acciaierie di Taranto "ottenendo il pagamento in contanti e nel contempo beneficiando delle agevolazioni in assenza del presupposto della dilazione".
E' un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
I giudici che tre mesi fa hanno anche disposto la confisca di beni mobili e immobili a tutti gli imputati fino a raggiungere la somma di 90,8 milioni di euro e una provvisionale di 15 milioni da versare al ministero dello sviluppo economico, hanno sottolineato che il sistema architettato dai Riva padre e figlio "doveva consentire non solo la percezione del contributo ma anche la possibilità di trattenere all’estero quanto più denaro possibile".

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CON SOCIETA' SVIZZERA PROVENTI ILLECITI
"La Ilva sa ha (...) rappresentato per il gruppo Riva lo strumento per poter direttamente incamerare i proventi illeciti derivanti dall’operatività di un sistema di operazioni finanziarie ineccepibile solo dal punto di vista formale". Sistema che sarebbe stato architettato per un "programma di arricchimento della holding", la Riva Fire.
E’ quanto viene sostenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Milano lo scorso 21 luglio ha condannato per una presunta truffa ai danni dello Stato da 100 milioni il vice presidente Fabio Riva a 6 anni e mezzo di carcere, l’ex presidente della finanziaria elvetica Eufintrade Alfredo Lomonaco a 5 anni, l’allora consigliere delegato della svizzera Ilva Sa Agostino Alberti a 3 anni di reclusione e Riva Fire Spa a 1,5 milioni di euro di multa.
Per i giudici Ilva sa, la società elvetica priva di una "reale struttura operativa" e che sarebbe stata costituita con lo scopo di aggirare la normativa (la 'legge Ossolà) sull' erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all’estero, "non aveva alcuna autonomia ed era interamente eterodiretta dalla Ilva spa". In più, a parere del collegio della terza sezione penale, la società svizzera del gruppo, di cui la "fittizietà" come trader è "inequivocabile" non ha mai avuto un guadagno dalla sua operatività e "la merce, inoltre, non veniva mai consegnata alla Ilva sa e veniva direttamente trasportata al cliente finale partendo direttamente dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto".
Per il Tribunale dunque è accertata l’ipotesi dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, secondo cui sarebbe stata creata  una società ad hoc in Svizzera, per l’appunto l’Ilva Sa, che avrebbe avuto lo scopo di aggirare la 'legge Ossola'. In sostanza, la norma prevede che le società che hanno commesse estere ma ricevono i pagamenti in modo dilazionato nel tempo (dai 2 ai 5 anni), possano ricevere stanziamenti da Simest.
L'Ilva, però, secondo l’accusa, non avrebbe potuto incassare questi fondi in quanto veniva pagata con dilazioni che non oltrepassavano i 90 giorni. E così, in base alle indagini, sarebbe stata costituita la società elvetica, con sede a Manno, nel Canton Ticino, che prendeva le commesse all’estero e poi si interfacciava con l’Ilva spa. E questo, si ipotizza, per dilazionare nel tempo i pagamenti e poter usufruire della normativa sulle erogazioni pubbliche.
In tale 'sistemà, "l'interesse dell’ente Riva Fire spa – si legge nelle motivazioni – da cui muove l’intera attività delittuosa ed a cui si ispira programmaticamente, si esprime nell’attività di regista, la cui ingerenza continua e soverchiante svilisce la singola autonomia delle controllate Ilva Sa e Ilva spa fino a renderle, con particolare riguardo all’operazione legata ai contributi erogati da Simest, società meramente asservite al programma di arricchimento della holding". (GdM)

Si "fuma" di più all'aria aperta?

Ilva, la nostra rivoluzione copernicana

A scuola stiamo studiando Galileo Galilei. Mi piace molto ‘Vita di Galileo‘, di Bertolt Brecht. La rivisitazione che ha fatto Brecht di Galileo ha molto da insegnarci ancora oggi. Non è facile spiegare come mai la scienza, nata come spina nel fianco della cultura dogmatica, oggi non sfidi più il potere come un tempo. Prevale la cautela e il passo felpato.
Brecht esalta il potere dell’evidenza e della ragione, a cui gli uomini dovrebbero prima o poi cedere e fa dire al suo Galileo: “Ma la vecchia donna che, la sera prima del viaggio, pone con la sua mano rozza un fascio di fieno in più davanti al mulo; il navigante che, acquistando le provviste, pensa alle bonacce e alle tempeste; il bambino che si ficca in testa il berretto quando lo hanno convinto che pioverà, tutti costoro sono la mia speranza: perché tutti credono al valore degli argomenti. Sì: io credo alla serena supremazia della ragione tra gli uomini. A lungo andare, non le sanno resistere. Non c’è uomo che possa starsene inerte a guardarmi, quando io (prende in mano un sasso e lo lascia cadere a terra) lascio cadere un sasso e dico: questo sasso non cade. Non c’è essere umano in grado di far questo. Troppo grande è il potere di seduzione che emana dalla prova pratica; i più cedono subito, e alla lunga tutti. Il pensare è uno dei massimi piaceri concessi al genere umano”.

A tutto ciò ho pensato quando a scuola abbiamo realizzato un “esperimento galileiano” per verificare cosa succede quando si fuma una sigaretta in classe. Cosa proibita dalla legge. E infatti l’esperimento è stato fatto rigorosamente senza studenti. Lo strumento per l’“esperimento galileiano” è l’analizzatore Ecochem PAS2000, lo stesso che usa l’ARPA per misurare in tempo reale gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), che sono potenzialmente cancerogeni.
Il risultato dell’esperimento è nel grafico blu che indica l’intero lasso di tempo il cui la sigaretta viene fumata, dalla sua accensione al suo spegnimento. E’ stata effettuata una misurazione della concentrazione di IPA ogni 5 secondi. Per una buona metà della sigaretta chi era al terzo banco (l’analizzatore di IPA è stata collocato al terzo banco) non si è accorto quasi di nulla, poi c’è stato l’impatto significativo, il picco e infine gli IPA si sono dispersi e stabilizzati facendo innalzare la concentrazione nell’ambiente chiuso, come si può vedere dal diagramma.
Nel grafico si può vedere anche cosa è successo stamattina a Taranto, affacciandosi al balcone, in un punto non influenzato dal traffico.
Questa è l’altra parte dell’“esperimento galileiano”. La nostra ipotesi di lavoro era: chi fuma in classe vien giustamente multato. E chi inquina – e non viene multato – che impatto produce? Inferiore, uguale o superiore?
Oggi c’era calma di vento e i valori degli IPA cancerogeni sono apparsi subito molto elevati, tali da superare di gran lunga il fumo passivo. Il grafico rosso parla da solo. Poi è arrivato il vento provvidenziale dal mare e gli IPA sono crollati a 2 nanogrammi a metro cubo. Non ci ha salvato il governo ma il meteo.
Su Facebook ho chiesto di fare delle foto mentre gli IPA toccavano il picco di 300 nanogrammi a metro cubo. Le ecosentinelle hanno subito risposto. E le immagini confermano i numeri: una striscia orizzontale opaca offusca la città e l’orizzonte.
Appare assurdo come tutto questo sia diventato a Taranto normalità e non faccia notizia.
Matteo Renzi non ha trovato il tempo per incontrare i pediatri di Taranto che gli volevano parlare.
Tanta indifferenza sta portando il governo ad essere richiamato a livello europeo alle sue responsabilità di protezione della salute e dell’ambiente mentre ILVA continua a produrre emissioni incontrollate.
Il governo appare impegnato – come al tempo di Galileo – a negare l’evidenza. E ormai nel Pd è abitudine non guardare nel telescopio. Non si vedono i fumi. Non si conta i malati. Non si scandalizza di fronte all’eccesso di mortalità. Ci si volta dall’altra parte.
Per fortuna c’è un processo in corso per disastro ambientale, Galileo si prende la rivincita su chi credeva nella teoria tolemaica.
Per nostra fortuna la Commissione Europea è galileiana e prima o poi tutto questo finirà.
La rivoluzione copernicana è cominciata. (A. Marescotti- FQ)

E se è torbido per il Sole...

Come non notare il taglio "di parte" dove sembrerebbe che questa opposizione sia un'iniziativa autonoma del sindaco pressato dai movimenti ambientalisti. Una chiusura ai 300 milioni di investimenti!!
Buona lettura (critica)

Tempa Rossa, il Comune di Taranto vieta le opere nella raffineria Eni

Il Comune di Taranto alza il tiro per vietare la costruzione delle opere del progetto petrolifero Tempa Rossa nell'area della raffineria Eni. Le commissioni Assetto del territorio e Attività produttive hanno sostanzialmente “licenziato” un atto di indirizzo che ora andrà al vaglio del Consiglio comunale per l'approvazione. Con quest'atto si chiede all'assemblea di approvare il piano regolatore del porto di Taranto ad eccezione delle opere di Tempa Rossa, cioè la costruzione di due serbatoi nei quali stoccare il petrolio in arrivo dal giacimento della Basilicata e l'allungamento di 350 metri del pontile petroli della raffineria per l'attracco delle navi destinate a caricare lo stesso greggio. Serbatoi e pontile sono le principali opere della base logistica di Tempa Rossa a Taranto ed è ovvio che a fronte di quest'indirizzo, l'Autorità portuale non potrà che adeguarsi mentre nessuna concessione edilizia sarà rilasciata dal Comune per le stesse opere.
In verità nelle commissioni del Comune si era profilata la possibilità di un compromesso rispetto alla prima ipotesi di atto di indirizzo che risale a metà settembre. Nel senso che le commissioni pensavano di proporre al Consiglio solo l'approvazione del pontile petroli, perchè può essere utilizzato anche per altri scopi, e non la realizzazione dei due serbatoi. È stato invece il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, a chiedere e ottenere che l'atto restasse nella sua formulazione originaria, col divieto di entrambe le infrastrutture, lasciando semmai al Consiglio comunale la facoltà di modificarlo. Questa formulazione rigida ha peró diviso la maggioranza di centrosinistra che governa il Comune di Taranto. Ci sono alcuni gruppi che hanno già dichiarato il voto contrario. Almeno tre le perplessità avanzate: la necessità di aspettare, prima di decidere, il progetto con cui le compagnie petrolifere di Tempa Rossa documentano l'impatto ambientale zero così come chiesto dalla Regione Puglia e dall'Arpa, l'Agenzia per l'ambiente; la possibilità che Total, Shell e Mitsui, cui fa capo Tempa Rossa, impugnino legalmente l'atto contrario del Comune, visto che anni addietro lo stesso Comune ha invece detto sì alle opere; il rischio, infine, che il divieto per i due serbatoi e il pontile petroli determini una specie di effetto-domino, bloccando anche le altre opere portuali che con Tempa Rossa non hanno nulla a che fare.
Il Comune è passato nel giro di qualche anno dal sì al no a Tempa Rossa per ragioni ambientali. Nel mirino, le emissioni inquinanti causate dalla movimentazione del petrolio - si tratta soprattutto di composti volatili - che per il Comune crescerebbero del 12 per cento aggravando la già critica situazione di Taranto per la presenza dell'Ilva. Il Comune dice di aver ricavato il 12 per cento in più di emissioni dai documenti dell'Eni, che con la raffineria è solo partner logistico delle compagnie, visto che il petrolio della Basilicata transiterà solo da Taranto e non sarà lavorato dagli impianti, che invece lavorano l'altro greggio in arrivo dalla Basilicata, quello della Val d'Agri. Total, Shell e Mitsui assicurano invece che l'investimento è a impatto zero e che questa è una delle condizioni base poste dal ministero dell'Ambiente nel rilascio dell'Autorizzazione integrata ambientale. L'Arpa Puglia, a sua volta, evidenzia che l'impatto zero è solo un obiettivo annunciato e non supportato da un progetto specifico, che le compagnie sono state invitate a presentare. La Regione, inoltre, ha chiesto con una delibera di giunta al ministero dell'Ambiente di rivedere l'Aia già data al progetto, che, per l'emergenza ambientale vissuta da Taranto, ora va sottoposto anche alla Valutazione di danno sanitario introdotta da una legge regionale di luglio 2012. Nel frattempo, la Regione, attraverso la commissione Ambiente, ha avviato una serie di audizioni su Tempa Rossa e il 23 ottobre toccherà alle compagnie di Tempa Rossa e all'Autorità portuale di Taranto.
Per Taranto, Tempa Rossa significa 300 milioni di investimenti e la ricaduta, come attività di cantiere valutata in almeno due anni, di 50 imprese e 300 posti di lavoro. Più corposo, invece, l'investimento in Basilicata, nell'area di Potenza, pari a 1,3 miliardi tutti di provenienza privata. Qui le prime opere sono in corso di costruzione. Nell'incontro in Prefettura a Taranto a metà settembre, il premier Matteo Renzi disse che le opere di Tempa Rossa sono strategiche anche per il porto di Taranto e che quindi vanno realizzate. Se ci sono problemi, disse Renzi, li esamineremo nel Tavolo istituzionale Taranto insediato a Palazzo Chigi. Ma il Comune, pure presente col sindaco all'incontro con Renzi, non ha atteso il Governo, nè un passo ulteriore delle compagnie, e, sollecitato anche dalla forte pressione dei movimenti ambientalisti, ha deciso di alzare un muro verso le opere di Tempa Rossa negando ogni autorizzazione. (Sole24h)

Un'altra fonte:
Si è svolta ieri a Palazzo di Città, la riunione delle commissioni Assetto del territorio e Attività produttive del comune di Taranto, sui temi del porto jonico e di Tempa Rossa. Alla presenza del presidente dell’autorità portuale Sergio Prete e dei rappresentanti dei sindacati di categoria, il Comune ha rimarcato la propria contrarietà al progetto dell’Eni. Il presidente Prete invece ha dichiarato che “novanta petroliere in più annue non rappresenterebbero un pericolo per il territorio”.  
Le due commissioni in sostanza hanno “licenziato” l’atto di indirizzo  - che andrà al vaglio del Consiglio comunale per l'approvazione – con cui si chiede all'assemblea di approvare il piano regolatore del porto di Taranto ad eccezione delle opere di Tempa Rossa, cioè la costruzione di due nuovi impianti di stoccaggio, di 180 mila metri cubi ciascuno, per convogliarvi il petrolio estratto in Basilicata. Nel porto jonico, così, arriverebbe il greggio da caricare su navi cisterne per poi essere trasportato in Francia dove gli impianti della Total provvederebbero alla raffinazione. In caso di approvazione però , Eni, potrebbe presentare ricorso al Tar impugnando una delibera del 2005 (Giunta Di Bello) che prevedeva, appunto, la realizzazione delle opere iniziali del progetto Tempa Rossa. (Cosmopolismedia)

lunedì 20 ottobre 2014

VelENI reali!

Diffondiamo il documento già pubblicato sul sito del Ministero dell'Ambiente dove si accerta la violazione delle prescrizioni contenute nel Decreto AIA del maggio 2010. Si accerta il superamento dei valori limite di accettabilità dei parametri Floruri, Boro e Rame rilevati nelle acque dello scarico A della raffineria Eni di Taranto.
Gli accertamenti, con attività di campionamento non rientranti nelle attività di controllo programmate in ambito AIA, furono effettuati da Arpa Puglia il 15 maggio 2014 in un intervento congiunto con la Guardia di Finanza e Sezione operativa navale.
L'accertamento di violazione è stato inviato anche alla Procura della Repubblica di Taranto. (Peacelink)

Qui si (ri)sana?

COMUNICATO STAMPA DI LEGAMBIENTE

Ilva: il passato finalmente a processo, ma il futuro resta un mistero. Legambiente: irrisolti i gravi problemi di inquinamento, resta poco tempo

Ilva: ha avuto finalmente inizio  il processo per disastro ambientalle. Legambiente nazionale e Legambiente Puglia si sono costituiti quale parte civile, in difesa del popolo inquinato. Ma se il passato va a processo per Legambiente rimangono irrisolti i gravi problemi di inquinamento del più grande impianto siderurgico d'Europa e resta poco tempo per dare risposte esaustive alla richiesta di un futuro sostenibile.
«L'Ilva di Taranto sembra essere sull'orlo del baratro, considerata l'incertezza sulle decisioni che assumerà la magistratura milanese sulla richiesta di utilizzare i fondi sequestrati alla famiglia Riva per realizzare i lavori previsti dall'AIA e la procedura d'infrazione aperta dalla Commissione europea nei confronti dell'Italia per le violazioni ambientali dell'Ilva.
Non è un caso se, in una situazione tendenzialmente di stallo, rispetto a quelli che sono gli adempimenti previsti dalle prescrizioni dell'AIA, si torni ad adombrare l'ipotesi sia di un nuovo intervento della magistratura sia di un nuovo decreto (l'ennesimo) del governo.
È indispensabile un'accelerazione che dia risposte sui futuri assetti proprietari e sulle risorse finanziarie».
È questo il commento di Stefano Ciafani, Francesco Tarantini e Lunetta Franco, rispettivamente Vice Presidente nazionale di Legambiente, Presidente di Legambiente Puglia e Presidente del Circolo Legambiente di Taranto dopo la costituzione di parte civile di Legambiente nel processo per disastro ambientale Ilva, l'esito interlocutorio della richiesta avanzata dal Commissario Ilva di utilizzo dei fondi sequestrati alla famiglia Riva e all'indomani delle nuove osservazioni rivolte all'Italia dalla Commissione europea.
La Commissione aveva già inviato all'Italia due lettere di costituzione in mora, nel settembre 2013 e nell'aprile 2014, con le quali invitava le autorità italiane ad adottare misure per assicurare che l'esercizio dell'impianto Ilva venisse messo in conformità con la direttiva sulle emissioni industriali e con altre norme UE in vigore in materia ambientale. Sebbene alcune carenze siano state risolte, sussistono ancora diverse violazioni della direttiva sulle emissioni industriali e carenze, quali l'inosservanza delle condizioni stabilite nelle autorizzazioni, l'inadeguata gestione dei sottoprodotti e dei rifiuti e protezione e monitoraggio insufficienti del suolo e delle acque sotterranee. La maggior parte dei problemi deriva dalla mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell'acciaio. Ai sensi della direttiva sulle emissioni industriali, le attività industriali ad alto potenziale inquinante devono essere munite di autorizzazione. L'Ilva ha un'autorizzazione per svolgere le sue attività ma non ne rispetta le prescrizioni in numerosi settori. Di conseguenza, l'impianto sprigiona dense nubi di particolato e di polveri industriali, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute della popolazione locale e per l'ambiente circostante.
«Passano i mesi ma le "manifestazioni di interesse" non si tramutano in proposte concrete e sulle effettive intenzioni di Arcelor Mittal, visti i precedenti in Europa, pesano gravi interrogativi.
I lavori per l'AIA appaiono fermi e del passaggio al metano previsto dall'ex commissario Bondi e dall'ex sub commissario Edo Ronchi si sono perse persino le tracce. Per fortuna la produzione è fortemente ridotta e, grazie a questo, le emissioni rilevate da ARPA Puglia appaiono nei limiti. A ciò - continuano Ciafani, Tarantini e Franco - si aggiungono i piccoli e grandi incidenti che nel frattempo si sono verificati all'interno dello stabilimento, i quali aggravano gli interrogativi sulle già precarie condizioni dell'Ilva in termini ambientali e di sicurezza. La Commissione ha concesso all'Italia due mesi per rispondere: noi riteniamo che, a fronte dei ritardi accumulati, solo dando pieni poteri e risorse certe e adeguate ad un Commissario "ambientale" si potranno cambiare le sorti di un territorio costretto a vivere in una situazione, al momento, senza via d'uscita.
Lo ribadiamo: o si risana lo stabilimento o si chiude. Non ci sono alternative».

domenica 19 ottobre 2014

Emissioni informatiche

 Regione Puglia: Anonymous attacca il sito ufficiale

Anonymous ha annunciato di aver attaccato, lo scorso 16 Ottobre, il sito ufficiale della Regione Puglia. L'attacco degli hacker è partito per protesta su quanto avviene nel processo Ilva: secondo chi indaga, la Regione Puglia avrebbe chiesto all'Arpa Puglia di "chiudere un occhio" sui controlli da fare, con conseguenti rischi per la salute dei tarantini.
"Noi non dimentichiamo, vi teniamo d'occhio" spiegano gli Anonymous sul proprio blog, utilizzando gli hashtag che hanno ripercorso sui social network l'intera vicenda: #ilva e #ambientesvenduto (quest'ultimo ripreso dal nome dell'inchiesta della Procura di Taranto sull'inquinamento).
In primo piano,  in primo piano il volto coperto da maschera antigas del protagonista del film ‘V per Vendetta‘ con, alle spalle, l'Ilva di Taranto.
La Regione Puglia non ha rilasciato dichiarazioni in merito alla vicenda, mentre Anonymous ha informato del proprio attacco ieri sul proprio sito ufficiale. Il sito della Regione è andato offline per qualche ora poi il tutto è tornato con alla normalità
Il processo successivo all'inchiesta "Ambiente svenduto" ha coinvolto 49 persone e 3 aziende: ancora diversi i punti oscuri su cui far luce. (InfoOggi)
 

sabato 18 ottobre 2014

Nel cuore di Roma

Il caso Taranto a convegno Lumsa su ambiente


Il 23 ottobre a Roma per iniziativa di Good Morning,Youth
In una stanza dove si fuma c’è una concentrazione di 40 nanogrammi per metro cubo di IPA cancerogeni, ma c’è una citta italiana dove si respirano ogni giorno, per la strada, tra i 40 e 50 nanogrammi, con picchi oltre gli 80. Questa città è Taranto dove la grande acciaieria dell’ILVA è sotto accusa, dopo la decisione della Commissione Europea di passare al secondo stadio della procedura di infrazione contro l’azienda siderurgica. Se ne parlerà a Roma, all’Università Lumsa, il 23 ottobre alle 16 nel corso del convegno “Bella da morire” curato dall’organizzazione studentesca “Good Morning, Youth”. All’incontro interverranno Luigi Oliva per il “Comitato per Taranto”, Palmira Scalamandrè, docente di storia e filosofia del liceo scientifico Battaglini di Taranto, Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia e Fiammetta Mignella Calvosa, docente di sociologia dell’ambiente e del territorio dell’università Lumsa di Roma.

Per ulteriori informazioni: goodmorningyouth@gmail.com

venerdì 17 ottobre 2014

Non cedere mai!

Bonifiche Ilva, i Riva: "Non con i nostri soldi"

La famiglia Riva si oppone all'utilizzo dei soldi che le sono stati sequestrati in Svizzera per il risanamento ambientale dell'Ilva di Taranto. La notizia è emersa oggi durante l'udienza a porte chiuse tenuta al Tribunale di Milano dal giudice per le indagine preliminari Fabrizio D'Arcangelo, che deve decidere sulla proposta avanzata dal commissario straordinario dell'acciaieria, Piero Gnudi, di utilizzare per le bonifiche la somma di 1,2 miliardi sequestrata a Emilio Riva, nel frattempo scomparso, e al fratello Adriano Riva, che si è opposto. Per ora, dunque, I soldi restano nei forzieri di Ubs e Aletti, in attesa che il gip sciolga la riserva (non è stata indicata una data) sulle questioni messe sul tavolo durante l'udienza di questa mattina, da cui molti si aspettavano uno sblocco della situazione.

Le attese, infatti, erano per una decisione positiva, alla luce della norma ad hoc introdotta nel febbraio di quest'anno dal governo di Matteo Renzi, grazie alla quale l'ingente somma avrebbe potuto rientrare in Italia per essere utilizzata da Gnudi per dare corpo al piano di risanamento ambientale, imprescindibile per riportare in piena operatività il grande stabilimento pugliese e favorire l'acquisto da parte di uno dei gruppi che si sono candidati.
Da quel che è trapelato dopo l'udienza, si comprende invece che il percorso è ancora irto di ostacoli e che il lieto fine è tutt'altro che scontato. Innanzitutto perché i difensori di Adriano Riva, azionista di minoranza del gruppo Riva Fire-Ilva, hanno posto una questione di costituzionalità. Se il gip la riterrà ricevibile dovrà attivare la Corte Costituzionale, con i tempi che ne conseguono; in caso contrario egli stesso potrà rigettarla per manifesta infondatezza o irrilevanza.
La procura invece non si è opposta a questo meccanismo, ma ha messo sul tavolo una serie di questioni sostanziali che, a parer dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, andrebbero valutate attentemente. Il nodo centrale del ragionamento è la certezza che i fondi vengano effettivamente utilizzati per la messa in regola degli impianti. La norma voluta dal governo prevede che si proceda a un aumento di capitale di Ilva, ma se la società dovesse fallire prima del compimento dei lavori dove andrebbero a finire queste somme? Entrerebbero nel riparto dei creditori, in massima parte banche, e a Taranto resterebbero solo le macerie ambientali.
Per evitare questo pericolo la strada da percorrere sarebbe quella dell'entrata in una procedura concorsuale della società, ad esempio sotto l'egida di una Prodi bis o altra norma creata ad hoc. Una volta messa in salvo la continuità aziendale, sulla quale adesso vi sono molti dubbi, si potrebbe procedere con il grande riassetto delle attività, sia ambientale sia economico. Ma questo vuol dire che la famiglia Riva dev'essere totalmente estromessa dalla proprietà e che non abbia più alcuna voce in capitolo neanche nella sua cessione. (L'E)

La civiltà dell'infrazione

Ilva, 1.000 parti civili. Chiesti 20 mld di danni. L'Ue insiste sull'infrazione

C'è una città intera che chiede giustizia per il disastro ambientale provocato dall’Ilva. Oggi è ripresa l’udienza preliminare del processo "Ambiente svenduto" e all’esterno della caserma dei vigili del fuoco un gruppo di operai indossava la maglietta con le foto dei colleghi morti in incidenti sul lavoro o per malattia professionale. Dentro l’aula una processione lentissima: quella dei legali che hanno depositato le richieste di costituzione di parte civile.
Sono più di mille, suddivise tra circa 800 presunte parti danneggiate e le 286 parti offese individuate dalla Procura di Taranto e indicate nella richiesta di rinvio a giudizio. Sono ancora da quantificare le richieste di risarcimento danni, che in questa fase hanno un valore puramente simbolico perchè non compete al giudice delle udienze preliminari decidere in merito.
L'udienza è stata aggiornata al 21 novembre prossimo. In quella sede il gup Vilma Gilli scioglierà la riserva sulle costituzioni di parte civile e valuterà le eccezioni del collegio difensivo. I pubblici ministeri chiederanno di acquisire anche gli ultimi atti della Commissione europea, che ha deciso di passare al secondo stadio (il 'parere motivatò) della procedura d’infrazione aperta nei confronti dell’Italia a causa dell’inquinamento dell’Ilva.
Sono 52 gli imputati alla sbarra (49 persone fisiche e tre società) tra vertici dell’Ilva, politici, amministratori e funzionari di enti e ministeri. Hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la Regione Puglia, pur senza quantificare il danno; il Comune e la Provincia di Taranto, con una richiesta di risarcimento di 10 miliardi di euro ciascuno, e il Comune di Statte. Lo hanno fatto nel processo che annovera tra gli imputati il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (accusato di concussione aggravata), il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno (omissione in atti d’ufficio) e l’ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido (concussione).
Tra le parti offese ci sono i famigliari di Francesco Zaccaria e Claudio Marsella, i due operai Ilva morti in incidenti sul lavoro tra ottobre e novembre del 2012 (gli eredi di Zaccaria hanno chiesto complessivamente 5 milioni di euro), i sindacati confederali e metalmeccanici, la Provincia di Lecce, Legambiente, Confagricoltura, il Wwf, il parroco della chiesa San Francesco De Geronimo, il titolare di una casa di cura, operai dell’Ilva e dell’indotto, lavoratori cimiteriali. Ed ancora: Peacelink, Altamarea, Cittadinanza Attiva, Contramianto, l'Istituto autonomo case popolari di Taranto, una decina tra società e cooperative, Slow Food Puglia, mitilicoltori, allevatori, proprietari di cappelle funerarie del cimitero di San Brunone e centinaia di proprietari di immobili, che risultano deprezzati, del quartiere Tamburi.
Domani, intanto, dinanzi al gip del tribunale di Milano Fabrizio D’Arcangelo, si terrà l’udienza sull'istanza depositata dal commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, per sbloccare e trasferire nelle casse del gruppo la somma di 1,2 miliardi di euro fatta sequestrare alla famiglia Riva dalla magistratura milanese nel maggio del 2013. Per Giorgio Ambrogioni, presidente di Federmanager, "è vitale poter disporre rapidamente degli ingenti fondi sequestrati alla famiglia Riva" a fronte della "gravissima crisi finanziaria" per l’azienda, che "potrebbe decretarne a breve una fine irreversibile, con tutti i pesanti risvolti conseguenti in termini sociali ed economici". Parole che fanno emergere un paradosso: l’Ilva ha le casse vuote, mentre piovono richieste di risarcimento miliardarie. (GdM)

Registriamo

Ilva: infortunio a Taranto, ustionato operaio

Un operaio e' rimasto ustionato al volto in un incidente verificatosi nel primo pomeriggio nello stabilimento Ilva di Taranto. L'infortunio e' accaduto nell'acciaieria 1, mentre l'operaio era impegnato in un intervento di manutenzione. In una nota, l'azienda ha reso noto che da una tubazione in riparazione, contenente al suo interno calce, e' fuoriuscito un flusso di materiale che ha investito l'operaio, che ha riportato una ustione in prossimita' degli occhi. Sul posto e' prontamente intervenuto il personale del servizio sanitario di stabilimento, che ha provveduto al trasferimento presso l'ospedale Moscati di Taranto. (AGI)

PercentuAIA!

L'ILVA è fuori norma al 24%

"Abbiamo approvato un'Aia che e' una delle piu' avanzate al mondo, la stiamo attuando - siamo al 75% - e mi sono anche un po' meravigliato che ci sia ancora questa procedura di infrazione".
Quando il Commissario straordinario dell'Ilva Piero Gnudi dice una cosa del genere, riferendosi al parere motivato della Commissione Europea sull'ILVA, si dà la zappa sui piedi.
Infatti le prescrizioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) sono 96 per l'ILVA. Di queste 96 prescrizioni ben 95 dovevano essere GIA' STATE REALIZZATE alla data di oggi.
Solo per la prescrizione n.1 (copertura parchi minerali) veniva concesso tempo fino al 27/10/2015.
Basta vedere la tabella riassuntiva delle prescrizioni AIA:
http://www.isprambiente.gov.it/it/garante_aia_ilva/aia-e-controlli/tabella-riassuntiva-delle-prescrizioni-aia/ILVAtabellaprescrizioniriesamefinale.pdf
Quindi l'ILVA per essere a norma di fronte alla Commissione Europea ad oggi dovrebbe aver realizzato il 99% delle prescrizioni dell'AIA e non il 75%, come ammette Gnudi.
L'AIA è infatti un permesso di produzione e di tutela dell'ambiente che va rispettato integralmente in tutt'Europa.
Il 24% di prescrizioni AIA ILVA non realiizzate sono proprio quelle più costose e più importanti per la tutela dell'ambiente e della salute.
Quando il Commissario Straordinario dell'ILVA fa una dichiarazione così, implicitamente dice che l'ILVA non è a norma al 24% (99%-75%=24%), se si fa il conteggio delle prescrizioni dell'AIA del 2012 che - sulla base della stessa legge "Salva ILVA" - avrebbero dovuto garantire una fabbrica "sicura". La stessa Corte Costituzionale aveva dato disco verde alla legge "Salva-ILVA" a condizione che fosse rispettato il cronoprogramma AIA. Oggi scopriamo che quel cronoprogramma non è realizzato per un quarto! E questo lo apprendiamo per esplicita ammissione di chi dovrebbe garantire l'attuazione integrale dell'AIA!.
Se un meccanico dicesse che la nostra auto è a norma al 75%, saremmo sicuri di viaggiare? E se in quel 25% non a norma ci fossero proprio i freni?
E se i carabinieri ci fermassero mentre guidiamo un'auto a norma al 75%, siamo sicuri che ci consentono di ripartire e non ci fanno una multa?
L'Europa non accetta fabbriche parzialmente a norma.
E per questo stanno passando alla fase 2 della procedura di infrazione.

Alessandro Marescotti - Presidente di PeaceLink

mercoledì 15 ottobre 2014

Dalla parte delle donne


L’associazione Donne Taranto Unite sostiene la battaglia per il ripristino di diritti troppo a lungo negati ai residenti jonici. In primis quelli che attengono la sfera delle tutele ambientali e della salvaguardia delle vite umane. Per questo, nelle ultime ore, hanno indirizzato una richiesta al sindaco e all’intero Consiglio comunale di Taranto, affinché – entro 15 giorni – gli stessi possano approvare un provvedimento con il quale si escluda “dalla variante al vigente Piano Regolatore le opere che interessano il progetto di Tempa Rossa”. Interventi che, nella fattispecie, attengono il prolungamento del pontile petroli e la costruzione di appositi serbatoi. In egual misura, sostengono le attiviste ambientaliste, sarà necessario procedere ad una revisione dell’Atto d’Intesa Città-Porto in grado di “recepire gli strumenti urbanistici contenuti nel Decreto Ministeriale del 9 maggio 2011 in materia di direttiva Seveso”.
Qualora queste richieste non dovessero tramutarsi in atti amministrativi concreti, e nei tempi utili, le referenti dell’associazione non escludono di adire le vie giudiziarie perché non si violino, ancora una volta, i diritti inviolabili dei tarantini. (CM)

Non per gloria ma per denaro

Ilva, parti lese all'attacco pronta la richiesta danni da venti miliardi di euro

Venti miliardi di euro è il risarcimento che le 280 parti lese nel procedimento stanno per chiedere agli imputati del processo "Ambiente svenduto" che domani tornerà in aula a Taranto dopo il via libera della Cassazione. Il Comune di Taranto ha già annunciato che è pronto a presentare una richiesta di risarcimento danni da dieci miliardi. Nei prossimi giorni la formalizzeranno anche Provincia e Regione che, pur avendo i vertici imputati nel procedimento (dall'ex presidente Gianni Florido al Governatore Nichi Vendola), hanno deciso la costituzione di parte civile. C'è poi la partita dei 242 proprietari di casa del Tamburi assediate dalle polveri minarli.
Domani a Milano ci sarà uno snodo fondamentale della vicenda: il giudice dovrà decidere se permettere al commissario Piero Gnudi di utilizzare il miliardo e 800milioni sequestrati ai Riva per motivi fiscali. Gnudi ha infatti chiesto di usarli per il funzionamento dell'azienda, a partire dalla realizzazione delle opere di ambientalizzazione. Intanto la situazione patrimoniale è ballerina: le casse sono vuote e già a novembre, se le banche non sbloccano la seconda tranche del prestito ponte l'azienda andrà fortemente in sofferenza. Anche per questo si continuano a battere altre piste. Domani dovrebbe esserci un incontro con il ceo di China Development Bank da cui potrebbe svilupparsi un'offerta alternativa. Ieri intanto il commissario straordinario Gnudi, accompagnato dal subcommissario, Corrado Carrubba, ha incontrato a Taranto il prefetto Umberto Guidato e il sindaco Ippazio Stefàno per aggiornarli sul lavoro svolto negli ultimi mesi. Gnudi, dicono dall'Ilva, ha ribadito "il fermo impegno a proseguire nel piano di risanamento ambientale, visto che a oggi, Ilva ha ottemperato a circa il 75 per cento delle prescrizioni Aia".
Chi pagherà? Certo non l'eventuale nuova proprietà. Che al momento resta però sempre un'incognita. In pole posistion continua essere la multinazionale ArcelorMittal. Il principale azionista del gruppo è l'indiano Mittal ma il 46 per cento del fatturato è conseguito in Europa e il 37 per cento in America: nel 2013 sono stati i primi produttori al mondi di acciaio con 91,2 milioni di tonnellate quasi doppiano i giapponesi di Nippon Steel. Anche per questo in un primo momento si era pensato che, per limiti imposti dall'Antitrust, non potessero acquisire Ilva. Ma il problema oggi sembra risolto. Sul tavolo però restano alcuni nodi, primo tra tutti quello del costo dell'operazione. Domani a Milano ci sarà uno snodo fondamentale della vicenda: il giudice dovrà decidere se permettere al commissario Piero Gnudi di utilizzare il miliardo e 800milioni sequestrati ai Riva per motivi fiscali. Gnudi ha infatti chiesto di usarli per il funzionamento dell'azienda, a partire dalla realizzazione delle opere di ambientalizzazione. Se arrivasse un sì, arriverebbe una garanzia enorme per i futuri acquirenti e anche per le banche che devono sbloccare la seconda tranche del prestito ponte. Il prezzo d'acquisto dell'Ilva, dunque, salirebbe. Con un no invece la situazione sarebbe molto più complicata, perché dal prezzo d'acquisto dovrebbero venire anche le risorse per il risanamento. Arcelor sul punto è stata chiara: non ha nessuna intenzione di pagare le bonifiche del pregresso. Mentre si impegna a garantire per il futuro. Stesso discorso vale per il discorso occupazionale: i sei milioni di tonnellate attuali sono troppo bassi per mantenere questa forza lavoro. Se si arriva agli ot- to, previsti comunque dall'Aia, la situazione diventa diversa. Insomma tutti punti che si chiariranno soltanto domani dopo la decisione del giudice di Milano.
Intanto Gnudi però tira la cinghia. La situazione patrimoniale è ballerina: le casse sono vuote e già a novembre, se le banche non sbloccano la seconda tranche del prestito ponte (i tre istituti sono Intesa San Paolo, Unicredit e Banco Popolare) l'azienda andrà fortemente in sofferenza. Anche per questo si continuano a battere altre piste. Domani dovrebbe esserci un incontro con il ceo di China Development Bank da cui potrebbe svilupparsi un'offerta alternativa. Mentre resta da capire il ruolo dei Riva. Se da Milano arrivasse un no alla richiesta di Gnudi di utilizzare il denaro sequestrato, la famiglia italiana rientrerebbe nella partita. Non è un caso che si è mossa Mediobanca forte dell'appoggio di un gruppo di investitori stranieri.
Ieri intanto il commissario straordinario Gnudi, accompagnato dal subcommissario, Corrado Carrubba, ha incontrato a Taranto il prefetto Umberto Guidato e il sindaco Ippazio Stefàno per aggiornarli sul lavoro svolto negli ultimi mesi. Gnudi, dicono dall'Ilva, ha ribadito "il fermo impegno a proseguire nel piano di risanamento ambientale, visto che a oggi, Ilva ha ottemperato a circa il 75 per cento delle prescrizioni Aia, di recupero dell'efficienza produttiva e commerciale e di reperimento delle risorse finanziarie a supporto del raggiungimento di questi obiettivi".
  (Rep)

Ilva, riprende il processo Gnudi rivuole 1,2 miliardi. E da Bruxelles nuove accuse

Archiviata la decisione della Cassazione che ha confermato Taranto quale sede processuale, bocciando l’istanza di rimessione avanzata dai legali di una quindicina di imputati per far trasferire il processo a Potenza, domani comincerà ad entrare nel vivo l’udienza preliminare a carico dei vertici dell’Ilva, di politici, amministratori e funzionari di enti e ministeri per il disastro ambientale che sarebbe stato provocato dallo stabilimento siderurgico nella poco meno che ventennale gestione privata della famiglia Riva.
Alla sbarra ci sono 52 imputati (formalmente 53, ma l’ex patron dell’Ilva, Emilio Riva, è morto il 30 aprile scorso), ovvero 49 persone e tre società, vale a dire Ilva spa, Riva Fire (la holding del gruppo che controlla Ilva) e Riva Forni Elettrici. Tutti gli imputati sono in stato di libertà ad eccezione di Fabio Riva, all’epoca dei fatti contestati vice presidente di Riva Fire, che è in libertà su cauzione a Londra e destinatario di due ordinanze di custodia cautelare in carcere, la prima per il procedimento di Taranto e la seconda emessa dal gip del tribunale di Milano per un’altra vicenda giudiziaria.
Tra i politici imputati c'è anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in riferimento ad una vicenda legata all’Arpa Puglia. In tutto sono 286 le persone offese indicate dalla Procura nella richiesta di rinvio a giudizio, tra le quali i ministeri dell’Ambiente e della Salute, il Comune e la Provincia di Taranto e la Regione Puglia. L’udienza di domani si concentrerà sulle richieste di costituzione di parte civile e di risarcimento danni, che si preannunciano miliardarie, sulle quali dovrà pronunciarsi il gup Vilma Gilli.
Per l’Ilva sarà un fine settimana complesso che potrebbe incidere anche sul futuro del gruppo. Venerdì prossimo, 17 ottobre, dinanzi al gip del tribunale di Milano Fabrizio D’Arcangelo si terrà infatti l’udienza sull'istanza depositata dal commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi, per 'sbloccarè e trasferire nelle casse del gruppo la somma di 1,2 miliardi di euro fatta sequestrare alla famiglia Riva dalla magistratura milanese nel maggio del 2013 nell’ambito di un’inchiesta su una presunta truffa ai danni dello Stato e un presunto trasferimento fittizio di beni proprio dalle casse dell’Ilva verso altri lidi. La richiesta di Gnudi si basa sulla nuova normativa che prevede l’utilizzo dei fondi sequestrati anche in procedimenti diversi da quello per reati ambientali, in modo da poterli utilizzare per risanare gli impianti dello stabilimento tarantino.
Proprio ieri Gnudi, accompagnato dal subcommissario, Corrado Carrubba, ha incontrato a Taranto il prefetto, Umberto Guidato, e il sindaco Ippazio Stefàno per aggiornarli sul lavoro svolto negli ultimi mesi, dopo aver compiuto un sopralluogo in fabbrica. Lo sblocco di quella ingente somma di denaro potrebbe rappresentare una bocca d’ossigeno decisiva per le sorti del colosso d’acciaio.
Ma il caso Ilva torna a far parlare di sè anche a Bruxelles. La Commissione europea ha deciso di inviare alle autorità italiane un parere motivato, seconda fase della procedura d’infrazione già aperta a suo tempo, perchè non avrebbe fatto abbastanza per garantire il rispetto degli impegni assunti dall’Ilva. "In realtà, abbiamo approvato una Aia che è una delle più avanzate che esiste al mondo. La stiamo attuando, e mi sono anche un pò meravigliato che ci sia ancora questa procedura di infrazione", dice il Commissario straordinario dell’Ilva, Piero Gnudi: "andremo a Bruxelles a cercare di chiarire la nostra posizione", ha aggiunto.
L'apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per l'Ilva di Taranto risale al settembre 2013. Dello scorso aprile è invece l’invio di una lettera di messa in mora complementare in cui si ipotizzava la sospensione dell’attività dello stabilimento. Nella stessa lettera venivano contestate alle autorità italiane ulteriori violazioni di norme ambientali, in particolare di alcuni articoli della direttiva sulle emissioni industriali (Ied) e di quella Seveso. L’Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles il 26 giugno, ma le risposte non devono aver convinto il commissario Ue all’ambiente Janez Potocnik.
"La soluzione del problema è trovare un nuovo azionista", ribadisce Gnudi, in audizione al Senato. "Abbiamo in corso le trattative, in data room sono in tre. Indubbiamente la trattativa in cui siamo più avanti è quella con ArcelorMittal", poi "ci sono Jindal e Arvedi", conferma. "Non è una cosa di breve periodo: è una trattativa complicata, e come tale ci vuole tempo". In data room oggi "tutti partner industriali", ma "c'è anche un fondo che ha chiesto di entrare, e lo faremo entrare". (GdM)

La fiera delle burle

«Surreali e scandalose le dichiarazioni del commissario Gnudi»


"Il commissario Ilva Gnudi ha annunciato che il 75% delle prescrizioni ambientali sono state attuate nello stabilimento siderurgico di Taranto. Ritengo queste affermazioni surreali e scandalose !!!! Gnudi parla del 75% di prescrizioni ambientali attuate, questo significherebbe che sarebbero stati investiti, approssimativamente, 1,35 miliardi di euro sino ad oggi . Ma sappiamo analizzando, i report e i bilanci,delle difficoltà economiche dell'azienda che è dovuta ricorrere ad un prestito ponte di 250 milioni di euro chiesto alle banche e garantito dallo stato per pagare gli stipendi. Le affermazioni di Gnudi sono così surreali e scandalose se pensiamo che il 9 giugno del 2014, solo 4 mesi fa, l'ex sub commissario Ronchi presentando i dati sull'attuazione delle misure ambientali indicava in 1,8 miliardi di euro i costi per l'attuazione delle prescrizioni ambientali e in 600 milioni quelle per la sicurezza sul lavoro. A ciò si devono aggiungere le somme per gli investimenti tecnici che sono pari a 1,75 miliardi di euro. Totale 4,1 miliardi di euro. L'Ilva nel giugno del 2014 ha dovuto sospendere gli ordinativi fatti alla Siemens dei quattro filtri a manica per l'agglomerato perchè non c'erano risorse economiche , circa 60 milioni di euro, per acquistarli. Non farò cadere nel vuoto le dichiarazioni di Gnudi e ritengo urgente che la procura di Taranto debba occuparsi dell'attuazione delle prescrizioni nello stabilimento Ilva di Taranto. Per questa ragione presenterò un esposto in procura affinché si verifichi con estrema urgenza la corrispondenza delle dichiarazioni del commissario Gnudi con la reale situazione delle prescrizioni adottate all'Ilva di Taranto. Sfido comunque il commissario Gnudi a consentire ad una delegazione di consiglieri comunali di Taranto ad entrare nello stabilimento e di verificare l'attuazione delle prescrizioni" (A. Bonelli)

Infrangente

Ilva: Commissione Ue, avanti con procedura di infrazione

La Commissione europea incalza l'Italia sul caso Ilva di Taranto. L'esecutivo europeo, a quanto si è appreso, ha deciso di inviare alle autorità italiane un parare motivato, seconda fase della procedura d'infrazione già aperta a suo tempo, perchè non avrebbe fatto abbastanza per garantire il rispetto degli impegni assunti dall'Ilva.
L'apertura della procedura d'infrazione contro l'Italia per l'Ilva di Taranto risale al settembre 2013. Dello scorso aprile è invece l'invio di una lettera di messa in mora complementare in cui si ipotizzava la sospensione dell'attività dello stabilimento. Nella stessa lettera venivano contestate alle autorità italiane ulteriori violazioni di norme ambientali, in particolare di alcuni articoli della direttiva sulle emissioni industriali (Ied) e di quella Seveso.
L'Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles il 26 giugno. Ma l'analisi degli argomenti presentati dalle autorità nazionali non deve aver convinto gli uomini del commissario Ue all'ambiente Janez Potocnik, il quale ha quindi deciso di passare alla fase due della procedura. Ora l'Italia ha qualche settimana di tempo per replicare al parere motivato: se anche questa volta non riuscirà a convincere Bruxelles, rischia di essere deferita alla Corte di giustizia dell'Unione.
Gnudi,sorprende che ci sia ancora procedura infrazione - "In realtà, abbiamo approvato una Aia che è una delle più avanzate che esiste al mondo. La stiamo attuando, e mi sono anche un po' meravigliato che ci sia ancora questa procedura di infrazione", dice il Commissario straordinario dell'Ilva, Piero Gnudi, commentando le notizie che arrivano dalla Commissione Ue sulla procedura di infrazione contro l'Italia per il caso dell'Ilva di Taranto. "Andremo a Bruxelles a cercare di chiarire la nostra posizione", ha aggiunto, a margine di una audizione in Senato.
"La soluzione del problema è trovare un nuovo azionista", ribadisce Gnudi, in audizione al Senato. "Abbiamo in corso le trattative, in data room sono in tre. Indubbiamente la trattativa in cui siamo più avanti è quella con ArcelorMittal", poi "ci sono Jindal e Arvedi", conferma. "Non è una cosa di breve periodo: è una trattativa complicata, e come tale ci vuole tempo". In data room oggi "tutti partner industriali", ma "c'è anche un fondo che ha chiesto di entrare, e lo faremo entrare".
Bonelli, commissione Ue sconfessa Gnudi e Galletti - "Una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi e del ministro dell'Ambiente Galletti": così il co-portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, definisce la decisione della commissione europea di andare avanti con la procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per il caso Ilva. "La decisione della commissione europea - sostiene Bonelli - di depositare un parere motivato e di continuare nella procedura d'infrazione contro il governo italiano, perché non avrebbe fatto abbastanza per garantire gli impegni sull'Ilva, è una secca sconfessione dell'operato del commissario Gnudi, che proprio ieri aveva parlato dell'attuazione del 75% delle prescrizioni ambientali nello stabilimento siderurgico di Taranto, e del ministro dell'Ambiente Galletti". (ANSA)

I pediatri cassandre nella città del sindaco pediatra

Ilva, l’allarme dei pediatri tarantini ancora in attesa di incontrare Renzi

Tanto tuonò che piovve. Alla fine i pediatri tarantini hanno potuto incontrare un delegato del Governo per illustrare le problematiche sanitarie del territorio ionico. Non è stato possibile, finora, parlare direttamente col premier Renzi, come richiesto formalmente ad agosto, e neanche con l’on. Faraone (Pd), che avrebbe dovuto incontrare una delegazione di medici lo scorso 25 settembre. Incontro saltato. Senza preavviso. Così, delega dopo delega, il testimone è passato all’on. Campana della direzione nazionale del Pd, che ha avuto un colloquio con i pediatri domenica scorsa, in quel di Trepuzzi, in provincia di Lecce. Non in riva allo Jonio, quindi. Come se almeno questa accortezza, nei confronti di chi testimonia il dramma di un’intera comunità provata dall’inquinamento, non fosse dovuta.
«Abbiamo presentato la criticità della situazione sanitaria tarantina e chiesto ragione della decisione del governo di consentire la prosecuzione dell’attività produttiva dell’ILVA a fronte di quanto documentato dal documento di Valutazione del Danno Sanitario ILVA (ARPA Puglia) che dimostra che al 2016,ad AIA rivista attuata , rimarrà un rischio cancerogeno “inaccettabile” per via inalatoria per 12.000 cittadini di Taranto – si legge in una nota a firma della dott.ssa Annamaria Moschetti, Associazione Culturale Pediatri Puglia e Basilicata e del dottor  Oronzo Forleo, neonatologo responsabile della “Terapia Intensiva Neonatale” di Taranto – abbiamo sottolineato la insufficienza di uomini e mezzi nel settore della pediatria ospedaliera incapace di fare fronte all’emergenza pediatrica sanitaria tarantina. Abbiamo inoltre rimarcato di accogliere con piacere e favore questo incontro, ma di ritenerlo assolutamente interlocutorio in attesa di conferire col premier Renzi”.
L’on. Campana si è impegnata a sostenere presso il primo ministro Renzi la richiesta dei rappresentanti dei pediatri di Taranto di un incontro con il premier. Inoltre, ha comunicato che l’ on. Braga del PD è stata a sua volta delegata ad incontrare a breve i medici tarantini. «Noi pediatri accettiamo volentieri di incontrare anche l’On Braga- è scritto nella nota – in attesa sempre di incontrare il premier Renzi unico destinatario della nostra richiesta”.  Sarà mai la volta buona? 
(A. Cong - Inchiostroverde)

Quanto è difficile svendere!!

Ilva, tempi lunghi per l’arrivo di Arcelor

«La trattativa con Arcelor Mittal sta andando avanti ma è un po’ difficile che si chiuda entro l’anno. Penso, piuttosto, all’inizio del prossimo». Ieri a Taranto per incontrare il prefetto Umberto Guidato e il sindaco Ezio Stefàno, il commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, fa il punto sul negoziato. Con lui anche il sub commissario Corrado Carrubba. Alla vigilia dell’audizione di stasera in Senato (commissione Industria), Gnudi dice alle autorità di Taranto che il 75 per cento delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale sono state «ottemperate». Si tratta di 87 linee di intervento. E che ad agosto scorso risultano tra spesi e impegnati (ma riferiti anche alla gestione commissariale Bondi-Ronchi) 583,208 milioni. Per Gnudi, insomma, l’azienda non è in ritardo sull’Aia considerato che quest’ultima fissa come tabella di marcia l’80 per cento delle prescrizioni a fine luglio 2015 e il totale ad agosto 2016. A prefetto e sindaco, si legge nella nota dell’azienda, Gnudi ribadisce «il fermo impegno a proseguire nel piano di risanamento ambientale, di recupero dell’efficienza produttiva e commerciale e di reperimento delle risorse finanziarie a supporto del raggiungimento di questi obiettivi».Attuare l’Aia, dare all’Ilva una base stabile con nuovi azionisti e trovare le risorse necessarie alla gestione dell’azienda. Ecco i tre fronti del commissario. «Abbiamo più offerte - dice Gnudi - anche se è indubbio che con Arcelor Mittal siamo più avanti. Loro sono anche più strutturati e hanno una divisione che si occupa delle acquisizioni». Tuttavia si vedrà se la spunterà davvero Arcelor Mittal insieme a Marcegaglia. La trattativa va avanti ma a piccoli passi. Arcelor Mittal incontra quasi ogni settimana Gnudi, c’è un approfondimento a tutto campo, ma l’offerta di acquisto è stata ancora presentata. Non c’è perché la multinazionale e il commissario stanno anche trattando sui costi del risanamento ambientale. Il punto da chiarire è: se li accolleranno tutti gli acquirenti o vi parteciperà la gestione commissariale, magari se il gip di Milano dovesse dare venerdì l’ok all’uso dei soldi (1,9 miliardi) sequestrati ai Riva?
«Il commissario dell'Ilva mi ha detto che le priorità sono il risanamento dell'ambiente e la tutela dei posti di lavoro» commenta il sindaco Stefàno. «Gli ho evidenziato - prosegue - che questa è anche la linea delle istituzioni e del governo, come lo stesso presidente Matteo Renzi ha detto proprio a Taranto a metà settembre in Prefettura. A fronte di questioni così importanti, che attengono la salute e la vita di tantissimi cittadini, non ci si può dividere, non ci si può disunire. Se una battaglia va combattuta su questo terreno, va combattuta unitariamente. Non ci possono essere istituzioni che indietreggiano». Il sindaco ha anche raccomandato a Gnudi «trasparenza». «Ho fatto presente al commissario dell'Ilva - afferma Stefàno - che Taranto ha già il muraglione della Marina che impedisce la visuale su un'area militare e non possiamo permetterci di avere un altro muraglione, quello dell'Ilva. L'azienda deve quindi essere trasparente e informare su quanto fa perchè i cittadini sappiano e abbiano percezione e contezza che le cose cominciano a cambiare». (Palmiotti)