----- Appello -----
"Ambiente svenduto". Con la Procura di Taranto per vincere in tutt'Italia
Aderiamo alla manifestazione nazionale di Taranto del 7 aprile e al
sit-in a Roma del 9 aprile in concomitanza con il pronunciamento della
Corte Costituzionale sulla legge 231/2012 (nota a molti come
"Salva-Ilva"). Questa legge, a dispetto del nome, riguarda tutti gli
stabilimenti inquinanti di interesse strategico nazionale e purtroppo
toglie alle procure italiane la possibilita' di compiere sequestri degli
impianti inquinanti li' dove e' necessario tutelare la salute e la vita
dei cittadini e dei lavoratori esposti.
Il GIP Patrizia Todisco, della Procura di Taranto, ha evidendiato 17 vizi di incostituzionalita' in tale legge.
Riteniamo importante sostenere la manifestazione di Taranto del 7 aprile
e il sit-in a Roma del 9 aprile: invitiamo tutti a parteciparvi.
Se vincono le ragioni di Taranto vincono le ragioni di tutte le citta' italiane.
Se invece perde Taranto perdiamo tutti.
E' in gioco non solo per la tutela della salute dei tarantini ma di
quegli italiani esposti alle emissioni di impianti con emissioni
cancerogene, genotossiche e neurotossiche, in quanto
la legge 231/2012 toglie la tutela ultima costituita dai poteri di
sequestro della magistratura quando i decisori politici falliscono o
sono conniventi con gli inquinatori.
E' in gioco non solo la tutela della salute e dell'ambiente ma la difesa
della stessa Carta Costituzionale, ritenuta ormai un ostacolo per quel
potere politico che vuole togliere alla magistratura la propria
autonomia, specie quando e' tenuta a intervenire in situazioni di
pericolo acclarato.
A leggi che antepongono l'interesse economico alla salute occorre
opporre lo spirito e la lettera della Costituzione che antepone
viceversa l'interesse sociale al profitto.
www.peacelink.it
sabato 16 marzo 2013
venerdì 15 marzo 2013
Se n'è accorta anche l'ISPRA: l'Ilva sbuffa da tutti i pori
...e per fortuna che il Ministero del Circo Clini ha detto che va tutto bene!
Taranto, ispettori Ispra nelle cokerie Ilva: emissioni oltre i limiti
Emissioni fuori legge dall’Ilva, in particolare dalle cokerie. A segnarlo, per ora solo al ministero dell’Ambiente in attesa di inviare una circostanziata relazione alle autorità competenti, è l’Ispra a seguito della tre giorni di ispezione (dal 5 al 7 marzo) compiuta nell’Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsiti dalla nuova Aia. Gli ispettori dell’Ispra, in particolare, avrebbero accertato alcune violazioni dei limiti emissivi prescritti dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale. I funzionari dell’Isti - tuto superiore per la protezione e la ricerca ambientale fanno riferimento al «rispetto della durata delle emissioni visibili durante il carimento della miscela nelle batterie 3-4-5-6-9-10 della cokeria perché i tempi sono quasi sempre superiori ai 30 secondo previsti».
Inoltre, non vengono rispettate «le prestazioni emissive per il parametro polveri nel reparto cokefazione con il superamento del limite di 20 microgrammi di concentrazione di polveri per le batterie 9-10 della cokeria, con particolare accentuazione al superamento nella giornata di wind days verificatosi il 3 marzo. Per le batterie 3-4-5-6 ora ferme, sono stati inoltre verificati il superamento dei limiti emissivi prima della chiusura».
I tecnici dell’Ispra censurano, inoltre, «l’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento 1 e 2, asservite alle batterie 3-4 e 5-6 della cokeria non più in esercizio, emissione superiore ai limiti prima della fermata delle batterie; superamenti sono stati registrati anche per la torre di spegnimento 7 asservita alle batterie 11-12, attualmente in funzione, esaminando i monitoraggi mensili delle emissioni diffuse di polveri». L’Ilva, insomma, continua ad inquinare, visto che dopo la comunicazione di notizia di reato fatta dall’Arpa alla Procura della repubblica a metà febbraio e ancora coperta da diversi omissis, ora anche l’Ispra segnala la violazione dei limiti emissivi previsti dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale.
Tutta da verificare è la perseguibilità penale del «nuovo» inquinamento considerato che la legge salva-Ilva di fatto consente all’azienda di utilizzare gli impianti per 36 mesi dal rilascio dell’Aia, senza incorrere nel rischio di vederseli sequestrare senza facoltà d’uso come avvenne il 26 luglio scorso, quando fu eseguito il provvedimento firmato dal gip Patrizia Todisco che decise così di porre fine alle emissioni, causa di malattie e morte per operai e cittadini. (GdM)
Taranto, ispettori Ispra nelle cokerie Ilva: emissioni oltre i limiti
Emissioni fuori legge dall’Ilva, in particolare dalle cokerie. A segnarlo, per ora solo al ministero dell’Ambiente in attesa di inviare una circostanziata relazione alle autorità competenti, è l’Ispra a seguito della tre giorni di ispezione (dal 5 al 7 marzo) compiuta nell’Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsiti dalla nuova Aia. Gli ispettori dell’Ispra, in particolare, avrebbero accertato alcune violazioni dei limiti emissivi prescritti dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale. I funzionari dell’Isti - tuto superiore per la protezione e la ricerca ambientale fanno riferimento al «rispetto della durata delle emissioni visibili durante il carimento della miscela nelle batterie 3-4-5-6-9-10 della cokeria perché i tempi sono quasi sempre superiori ai 30 secondo previsti».
Inoltre, non vengono rispettate «le prestazioni emissive per il parametro polveri nel reparto cokefazione con il superamento del limite di 20 microgrammi di concentrazione di polveri per le batterie 9-10 della cokeria, con particolare accentuazione al superamento nella giornata di wind days verificatosi il 3 marzo. Per le batterie 3-4-5-6 ora ferme, sono stati inoltre verificati il superamento dei limiti emissivi prima della chiusura».
I tecnici dell’Ispra censurano, inoltre, «l’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento 1 e 2, asservite alle batterie 3-4 e 5-6 della cokeria non più in esercizio, emissione superiore ai limiti prima della fermata delle batterie; superamenti sono stati registrati anche per la torre di spegnimento 7 asservita alle batterie 11-12, attualmente in funzione, esaminando i monitoraggi mensili delle emissioni diffuse di polveri». L’Ilva, insomma, continua ad inquinare, visto che dopo la comunicazione di notizia di reato fatta dall’Arpa alla Procura della repubblica a metà febbraio e ancora coperta da diversi omissis, ora anche l’Ispra segnala la violazione dei limiti emissivi previsti dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale.
Tutta da verificare è la perseguibilità penale del «nuovo» inquinamento considerato che la legge salva-Ilva di fatto consente all’azienda di utilizzare gli impianti per 36 mesi dal rilascio dell’Aia, senza incorrere nel rischio di vederseli sequestrare senza facoltà d’uso come avvenne il 26 luglio scorso, quando fu eseguito il provvedimento firmato dal gip Patrizia Todisco che decise così di porre fine alle emissioni, causa di malattie e morte per operai e cittadini. (GdM)
Non chiamatelo ERIR
L'amministrazione delle sigle e degli acronimi inscena l'ennesima farsa per fingere partecipazione.
Stavolta si presenta (bella partecipazione!) l'Elaborato tecnico sui Rischi di Incidenti Rilevanti, cioè il piano che prevede le possibili cause ed effetti di incidenti nell'area industriale e portuale e stila una serie di indicazioni urbanistiche per prevenirli/affrontarli.
Questo piano dovrebbe essere stato adottato già da almeno 13 anni... ma stiamo parlando di tempi "normali" per un comune che ha come ultimo obiettivo la salute e il bene dei suoi concittadini...
Riportiamo il testo della comunicazione e il manifesto.
Notate il linguaggio profondamente ignorante, un vero fossile di amministrativese ottocentesco, con cui il polveroso compilatore comunale ha infiorettato questo comunicato! (sentendosene sicuramente orgoglioso! - e ci pare anche di riconoscerne lo stile... dovrebbe essere tra i presentatori...).
Notate poi l'ultimo periodo, un vero capolavoro di sgrammaticatura copincollista!
Tutti in comune allora, il 22 marzo a far sentire la nostra voce!
ApQ Città 1° atto aggiuntivo_ Progetto Coordinato di Risanamento del Quartiere Tamburi a Taranto - studi e analisi ambientali_ finanziamento Delibera CIPE n.3/2006.
Redazione dell' Elaborate Tecnico inerente il Rischio di Incidenti Rilevanti ai sensi del D.M. 9 maggio 2001 e .s.m.i. (ERIR)_INCONTRO PUBBLICO DI PRESENTAZIONE
INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO NORMATIVO
l 'art. 4 del Decreto 9 maggio 2001 "Requisiti minimi di sicurezza in materia di pianificazione urbanistica e territoriale per le zone interessate da stabilimenti a rischio di incidente rilevante" prescrive che vengano individuate e disciplinate sui territorio le aree da sottoporre a specifica regolamentazione in funzione delle attività a rischio di incidente rilevante presenti sui territorio comunale. Tale analisi viene condotta mediante lo strumento urbanistico denominate ERIR, Elaborate Tecnico "Rischio di incidenti rilevanti".
Gli strumenti urbanistici, mediante variante specifica, definiscono le aree da sottoporre a regolamentazione, tenuto canto di tutte le problematiche territoriali ed infrastrutturali dell'area.
Allo scopo, gli strumenti urbanistici contengono un Elaborate Tecnico "Rischio di lncidente Rilevante" ai fini della gestione sui territorio del rischio tecnologico ad esso associate.
Le amministrazioni comunali, hanno il compito di adottare opportuni adeguamenti ai propri strumenti urbanistici, in un continua processo iterative di verifica, generate dalla variazione del rapporto tra attività produttiva a rischio e le modificazioni della struttura insediativa del comune stesso, ivi comprese le infrastrutture ad esso asservite, eventualmente in corso di predisposizione.
La valutazione della compatibilità territoriale ed ambientale, per quanto attiene agli strumenti urbanistici, deve necessariamente condurre alla predisposizione di opportune prescrizioni normative e cartografiche riguardanti le aree da sottoporre a speciftea regolamentazione.
L'individuazione e la disciplina di tali aree si fonda su di una valutazione di compatibilità tra stabilimenti ed elementi territoriali ed ambientali vulnerabili e la definizione di una specifica regolamentazione non determina vincoli all'edificabilita dei suoli, ma distanze di sicurezza.
In questo senso i suoli eventualmente interessati dalla regolamentazione da parte del piano urbanistico, non perdono la possibilità di generare diritti edificatori.
Per quanto sopra espresso, si invita, quanti in indirizzo, alia presentazione dell'Elaborato tecnico "Rischio di Incidenti rilevanti" relativo all'ambito del Comune di Taranto che si terrà presso la sede
del Comune a Palazzo di Città - Salone degli specchi nel giorno 22 marzo 2013 dalle ore 9:30 alle 13:30 al fine di rendere noto alla cittadinanza ed ai portatori di interesse quanto riportato nell'elaborato da adottare/approvare da parte del Comune e acquisendo, eventualmente osservazioni, in merito.
I1 presente Elaborate tecnico, sarà oggetto di specifica successiva adozione/approvazione, ai fini urbanistici ai sensi di legge dopo il suddetto incontro pubblico, convocato da parte del Comune, per la presentazione dell'elaborato suddetto assicurando la dovuta informazione ai cittadini e per l'acquisizione di eventuali ulteriori contributi da parte dei portatori di interesse. Si rappresenta altresì che il presente Elaborate tecnico è richiamato, quale adempimento da promuovere e adottare, con la massima urgenza, a garanzia della salute pubblica e della sicurezza del lavoro, assicurando per legge, altresì, che i cittadini siano informati sulla problematica.
La Deliberazione di Consiglio Comunale n. 41 del 18.10 2007, di perfezionamento dell'Intesa Città Porta di Taranto e nella precedenza Delibera del Commissario straordinario n. 116/2006, quale atto l'ERIR costituisce atto propedeutico all'adozione definitiva/ approvazione del Piano Regolatore del Porta (PRP) promosso dalla Autorità Portuale di Taranto, ai sensi della legge n.84/94.
Stavolta si presenta (bella partecipazione!) l'Elaborato tecnico sui Rischi di Incidenti Rilevanti, cioè il piano che prevede le possibili cause ed effetti di incidenti nell'area industriale e portuale e stila una serie di indicazioni urbanistiche per prevenirli/affrontarli.
Questo piano dovrebbe essere stato adottato già da almeno 13 anni... ma stiamo parlando di tempi "normali" per un comune che ha come ultimo obiettivo la salute e il bene dei suoi concittadini...
Riportiamo il testo della comunicazione e il manifesto.
Notate il linguaggio profondamente ignorante, un vero fossile di amministrativese ottocentesco, con cui il polveroso compilatore comunale ha infiorettato questo comunicato! (sentendosene sicuramente orgoglioso! - e ci pare anche di riconoscerne lo stile... dovrebbe essere tra i presentatori...).
Notate poi l'ultimo periodo, un vero capolavoro di sgrammaticatura copincollista!
Tutti in comune allora, il 22 marzo a far sentire la nostra voce!
ApQ Città 1° atto aggiuntivo_ Progetto Coordinato di Risanamento del Quartiere Tamburi a Taranto - studi e analisi ambientali_ finanziamento Delibera CIPE n.3/2006.
Redazione dell' Elaborate Tecnico inerente il Rischio di Incidenti Rilevanti ai sensi del D.M. 9 maggio 2001 e .s.m.i. (ERIR)_INCONTRO PUBBLICO DI PRESENTAZIONE
INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO NORMATIVO
l 'art. 4 del Decreto 9 maggio 2001 "Requisiti minimi di sicurezza in materia di pianificazione urbanistica e territoriale per le zone interessate da stabilimenti a rischio di incidente rilevante" prescrive che vengano individuate e disciplinate sui territorio le aree da sottoporre a specifica regolamentazione in funzione delle attività a rischio di incidente rilevante presenti sui territorio comunale. Tale analisi viene condotta mediante lo strumento urbanistico denominate ERIR, Elaborate Tecnico "Rischio di incidenti rilevanti".
Gli strumenti urbanistici, mediante variante specifica, definiscono le aree da sottoporre a regolamentazione, tenuto canto di tutte le problematiche territoriali ed infrastrutturali dell'area.
Allo scopo, gli strumenti urbanistici contengono un Elaborate Tecnico "Rischio di lncidente Rilevante" ai fini della gestione sui territorio del rischio tecnologico ad esso associate.
Le amministrazioni comunali, hanno il compito di adottare opportuni adeguamenti ai propri strumenti urbanistici, in un continua processo iterative di verifica, generate dalla variazione del rapporto tra attività produttiva a rischio e le modificazioni della struttura insediativa del comune stesso, ivi comprese le infrastrutture ad esso asservite, eventualmente in corso di predisposizione.
La valutazione della compatibilità territoriale ed ambientale, per quanto attiene agli strumenti urbanistici, deve necessariamente condurre alla predisposizione di opportune prescrizioni normative e cartografiche riguardanti le aree da sottoporre a speciftea regolamentazione.
L'individuazione e la disciplina di tali aree si fonda su di una valutazione di compatibilità tra stabilimenti ed elementi territoriali ed ambientali vulnerabili e la definizione di una specifica regolamentazione non determina vincoli all'edificabilita dei suoli, ma distanze di sicurezza.
In questo senso i suoli eventualmente interessati dalla regolamentazione da parte del piano urbanistico, non perdono la possibilità di generare diritti edificatori.
Per quanto sopra espresso, si invita, quanti in indirizzo, alia presentazione dell'Elaborato tecnico "Rischio di Incidenti rilevanti" relativo all'ambito del Comune di Taranto che si terrà presso la sede
del Comune a Palazzo di Città - Salone degli specchi nel giorno 22 marzo 2013 dalle ore 9:30 alle 13:30 al fine di rendere noto alla cittadinanza ed ai portatori di interesse quanto riportato nell'elaborato da adottare/approvare da parte del Comune e acquisendo, eventualmente osservazioni, in merito.
I1 presente Elaborate tecnico, sarà oggetto di specifica successiva adozione/approvazione, ai fini urbanistici ai sensi di legge dopo il suddetto incontro pubblico, convocato da parte del Comune, per la presentazione dell'elaborato suddetto assicurando la dovuta informazione ai cittadini e per l'acquisizione di eventuali ulteriori contributi da parte dei portatori di interesse. Si rappresenta altresì che il presente Elaborate tecnico è richiamato, quale adempimento da promuovere e adottare, con la massima urgenza, a garanzia della salute pubblica e della sicurezza del lavoro, assicurando per legge, altresì, che i cittadini siano informati sulla problematica.
La Deliberazione di Consiglio Comunale n. 41 del 18.10 2007, di perfezionamento dell'Intesa Città Porta di Taranto e nella precedenza Delibera del Commissario straordinario n. 116/2006, quale atto l'ERIR costituisce atto propedeutico all'adozione definitiva/ approvazione del Piano Regolatore del Porta (PRP) promosso dalla Autorità Portuale di Taranto, ai sensi della legge n.84/94.
Se questa è una vittoria...
Bene... ora che hanno finito di calarsi le braghe per assicurare la pagnotta, potremo contare sui sindacati per garantire la salute e il futuro della città?
Ilva, via a 3749 contratti di solidarietà esultano gli operai a rischio cig
No alla cassa integrazione straordinaria, via libera ai contratti di solidarietà. È questo il verdetto del vertice decisivo tenuto ieri sera al ministero del Lavoro sulla crisi Ilva. La trattativa tra sindacati e azienda alla presenza del vice ministro Michel Martone, ha consentito di scongiurare il ricorso alla cassa e agli esuberi, come invece aveva annunciato Ilva per attuare il piano di riqualificazione ambientale. L'accordo sul ricorso ai contratti di solidarietà è stato raggiunto "su base annua con verifica semestrale", come ha comunicato con una nota la Fim Cisl. Con questo percorso si ridurrà in maniera considerevole il numero degli operai coinvolti nella procedura connessa al risanamento degli impianti della grande acciaieria.
La rimodulazione del programma, infatti, comporta che nell'anno in corso saranno 3.749 i lavoratori destinatari degli ammortizzatori sociali, con una riduzione massima dell'orario di lavoro del 33%. Viene accantonato, quindi, il programma da incubo prospettato a febbraio. L'azienda, infatti, aveva richiesto la cassa integrazione straordinaria per migliaia di operai nei prossimi ventiquattro mesi, con l'inquietante punta di 6417 lavoratori prevista per l'estate del prossimo anno. Il percorso dei contratti di solidarietà era stato sostenuto in primo luogo dalla Fiom, visto che comporta la possibilità di incidere meno della cassa integrazione sui salari dei lavoratori, consentendo di maturare ferie, tredicesima e premi di produzione.
Tutto stava a verificarne la percorribilità. Un via libera che è giunto ieri sera, con una trattativa a oltranza. (Repubblica)
Ilva, via a 3749 contratti di solidarietà esultano gli operai a rischio cig
No alla cassa integrazione straordinaria, via libera ai contratti di solidarietà. È questo il verdetto del vertice decisivo tenuto ieri sera al ministero del Lavoro sulla crisi Ilva. La trattativa tra sindacati e azienda alla presenza del vice ministro Michel Martone, ha consentito di scongiurare il ricorso alla cassa e agli esuberi, come invece aveva annunciato Ilva per attuare il piano di riqualificazione ambientale. L'accordo sul ricorso ai contratti di solidarietà è stato raggiunto "su base annua con verifica semestrale", come ha comunicato con una nota la Fim Cisl. Con questo percorso si ridurrà in maniera considerevole il numero degli operai coinvolti nella procedura connessa al risanamento degli impianti della grande acciaieria.
La rimodulazione del programma, infatti, comporta che nell'anno in corso saranno 3.749 i lavoratori destinatari degli ammortizzatori sociali, con una riduzione massima dell'orario di lavoro del 33%. Viene accantonato, quindi, il programma da incubo prospettato a febbraio. L'azienda, infatti, aveva richiesto la cassa integrazione straordinaria per migliaia di operai nei prossimi ventiquattro mesi, con l'inquietante punta di 6417 lavoratori prevista per l'estate del prossimo anno. Il percorso dei contratti di solidarietà era stato sostenuto in primo luogo dalla Fiom, visto che comporta la possibilità di incidere meno della cassa integrazione sui salari dei lavoratori, consentendo di maturare ferie, tredicesima e premi di produzione.
Tutto stava a verificarne la percorribilità. Un via libera che è giunto ieri sera, con una trattativa a oltranza. (Repubblica)
"Polvere": ora anche un documentario collettivo
Per finanziare le buone idee c'è un metodo e si chiama "crowfunding
Non fatevi impressionare dal nome altisonante e anglofono, perché si tratta di una sorta di colletta via internet, che si effettua grazie a piattaforme e siti specializzati.
Questo è proprio il metodo che il collettivo Gunpania ha deciso di utilizzare per riuscire a realizzare il documentario “Polvere”, a proposito dell’ Ilva di Taranto di cui avevamo già pubblicato il trailer:
http://comitatopertaranto.blogspot.it/2013/02/ri-educational-channel.html
Questo è proprio il metodo che il collettivo Gunpania ha deciso di utilizzare per riuscire a realizzare il documentario “Polvere”, a proposito dell’ Ilva di Taranto di cui avevamo già pubblicato il trailer:
http://comitatopertaranto.blogspot.it/2013/02/ri-educational-channel.html
Taranto - ''Polvere'' - The Italian Dust
Inquinamento, tumori, corruzione delle istituzioni, periferie disagiate, disoccupazione: sono questi i punti cardine su cui verterà il documentario “Polvere”. La stessa polvere che per più di 50 anni è fuoriuscita dai camini dell’Ilva di Taranto, e che è entrata nei polmoni di operai e abitanti del Rione Tamburi, quartiere adiacente al polo industriale di Taranto.
La stessa Polvere che per oltre 50 anni ha contaminato la miticoltura
e l’agricoltura, settori sui quali l’economia di Taranto si è sempre
fondata.
Cosa rimane della Taranto antico borgo marinaro, e notevole sito archeologico di età della Magna Grecia?
La città ha subito un’industrializzazione forzata, che ha deturpato e affossato la città a colpi di colate di cemento, inquinamento e malattie: secondo i dati del progetto “Sentieri” (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), i morti in 10 anni per malattie riconducibili all’inquinamento sono stati 11850. A morire sono anche bambini di appena 3 anni.
Tutto questo avviene nella generale indifferenza delle istituzioni, che si passano la palla avvelenata e si discolpano. In prima fila i proprietari, i Milanesi Riva: in alcune intercettazioni telefoniche, il giovane rampollo della famiglia, si è persino lasciato andare in inopportuni commenti sull’alta incidenza di morti di tumore a Taranto.
Secondo alcuni magistrati l’Ilva va chiusa, secondo gli operai e i politici va bonificata. Intanto i cittadini continuano ad ammalarsi.
La cosa peggiore della vicenda è che il diritto alla salute è stato sacrificato in virtù del diritto al lavoro. Si è chiesto ai cittadini di scegliere tra lavoro e salute: una falsa scelta, un ricatto subdolo.
In Questo documentario non si parlerà solo di Ilva: a Taranto ci sono 4 discariche, un enorme cementificio, un termovalorizzatore e una raffineria dell’Eni.
Mostreremo a tutti anche il lato meno spettacolare della vicenda, ciò che è fuori dal cono di luce proiettato dai mass media: la parte vecchia di Taranto, stupendo borgo marinaro ormai fatiscente, i rioni periferici della città pugliese (come il Rione Salinella e il Quartiere Paolo Sesto). In Italia non esiste solo Scampìa.
Molti interventi del documentario sono in dialetto tarantino: il dialetto è rabbia, chi si arrabbia non cerca la mediazione della forma “corretta”.
Il documentario sarà sottotitolato in inglese, data la rilevanza non sono nazionale del caso.
La visibilità raggiunta attraverso il nostro canale di informazione web: www.youtube.com/Gunpania è notevole, come è altrettanto notevole la partecipazione degli utenti al nostro blog www.gunpania.it.
Sul blog è possibile reperire tutte le informazioni: chi siamo, i nostri documentari, la nostra voglia di informare e di recuperare la tradizione. Dai nostri documentari emerge finalmente un’ altra immagine del Meridione, che non è solo Gomorra, ma è anche la speranza di potercela fare, con la giusta dose di sudore, fatica e costanza. Doti che appartengono anche a chi è nato al Sud.
Di seguito altri link per scoprire di più su di noi:
www.gunpania.it
https://twitter.com/Gunpania
https://www.facebook.com/pages/Gunpania/185977781467845?fref=ts
Cosa rimane della Taranto antico borgo marinaro, e notevole sito archeologico di età della Magna Grecia?
La città ha subito un’industrializzazione forzata, che ha deturpato e affossato la città a colpi di colate di cemento, inquinamento e malattie: secondo i dati del progetto “Sentieri” (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), i morti in 10 anni per malattie riconducibili all’inquinamento sono stati 11850. A morire sono anche bambini di appena 3 anni.
Tutto questo avviene nella generale indifferenza delle istituzioni, che si passano la palla avvelenata e si discolpano. In prima fila i proprietari, i Milanesi Riva: in alcune intercettazioni telefoniche, il giovane rampollo della famiglia, si è persino lasciato andare in inopportuni commenti sull’alta incidenza di morti di tumore a Taranto.
Secondo alcuni magistrati l’Ilva va chiusa, secondo gli operai e i politici va bonificata. Intanto i cittadini continuano ad ammalarsi.
La cosa peggiore della vicenda è che il diritto alla salute è stato sacrificato in virtù del diritto al lavoro. Si è chiesto ai cittadini di scegliere tra lavoro e salute: una falsa scelta, un ricatto subdolo.
In Questo documentario non si parlerà solo di Ilva: a Taranto ci sono 4 discariche, un enorme cementificio, un termovalorizzatore e una raffineria dell’Eni.
Mostreremo a tutti anche il lato meno spettacolare della vicenda, ciò che è fuori dal cono di luce proiettato dai mass media: la parte vecchia di Taranto, stupendo borgo marinaro ormai fatiscente, i rioni periferici della città pugliese (come il Rione Salinella e il Quartiere Paolo Sesto). In Italia non esiste solo Scampìa.
Molti interventi del documentario sono in dialetto tarantino: il dialetto è rabbia, chi si arrabbia non cerca la mediazione della forma “corretta”.
Il documentario sarà sottotitolato in inglese, data la rilevanza non sono nazionale del caso.
La visibilità raggiunta attraverso il nostro canale di informazione web: www.youtube.com/Gunpania è notevole, come è altrettanto notevole la partecipazione degli utenti al nostro blog www.gunpania.it.
Sul blog è possibile reperire tutte le informazioni: chi siamo, i nostri documentari, la nostra voglia di informare e di recuperare la tradizione. Dai nostri documentari emerge finalmente un’ altra immagine del Meridione, che non è solo Gomorra, ma è anche la speranza di potercela fare, con la giusta dose di sudore, fatica e costanza. Doti che appartengono anche a chi è nato al Sud.
Di seguito altri link per scoprire di più su di noi:
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giovedì 14 marzo 2013
Da tre mesi a tre anni non è sostanziale!
Ma tra gli ultimi tendoni del circo Clini, col placet del Garante Pulcinella, pardòn, Escipoosito, si copre tutto con giochi di parole e sfogliatelle retoriche.
Siamo passati dal ghe pensi mi al più mediterraneo scurdammece 'o passate!
Tanto quei fessi dei tarantini lavorano e muoiono per gli amici di Brescia.
Ministero, da Ilva non ci sono inadempienze su Aia
"Al momento non risultano inadempienze" da parte dell'Ilva nella attuazione delle prescrizioni stabilite dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Lo afferma il ministero dell'Ambiente, che "ha preso atto del rapporto trimestrale predisposto da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)" sull'attuazione dell'Aia ed è "finalizzato ad assicurare che l'impresa realizzi nei tempi prestabiliti gli interventi prescritti".In una nota, il ministero spiega che "nel merito del rispetto della tempistica, si ricorda che la normativa in materia di Autorizzazione Integrata Ambientale, richiamata dalla legge 231 del 2012 'Salva Taranto', prevede che l'impresa possa richiedere modifiche 'non sostanziali' alla tempistica degli interventi prescritti sulla base di motivazioni tecniche ed economiche. Ilva ha presentato al Ministero dell'Ambiente il 17 febbraio scorso una richiesta di variazione della tempistica della copertura dei nastri, chiarendo le motivazioni tecniche ed economiche anche in relazione alle circostanze che si sono determinate dopo il rilascio dell'AIA il 26 ottobre 2012".
Nel merito, prosegue la nota, "va rilevato che la lunghezza dei nastri (circa 90 km per limitarci ai principali) richiede tempo per completare la copertura, che peraltro è iniziata ed in linea con la tempistica prevista per il primo trimestre. La richiesta di Ilva non modifica i tempi per la conclusione degli interventi (36 mesi) ma ne prevede la rimodulazione. Pertanto sulla base di quanto previsto dall'Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata il 26 ottobre 2012 e delle successive integrazioni in applicazione delle norme in vigore, non risultano inadempienze da parte dell'azienda". (ANSA)
... a proposito di bresciani... per Nicolino Riva ancora un po' di ferie forzate sul sofà di casa:
Ilva: Tribunale,no a liberta'Nicola Riva
Il Tribunale del riesame ha respinto l'appello dei difensori dell'ex presidente dell'Ilva Nicola Riva. I legali avevano presentato ricorso contro l'ordinanza del gip che il 9 febbraio aveva confermato per il dirigente gli arresti domiciliari. Per i giudici, se e' vero che Riva ha lasciato ogni carica societaria, e' altrettanto vero che questo ''non esclude'' che egli ''continui a mantenere condotte antigiuridiche'' e che possa procurarsi ''testimonianze e dichiarazioni compiacenti". (ANSA)
Argomenti
aia,
arpa,
Clini,
ILVA,
ispra,
ministeroambiente,
nicola riva,
Vitaliano Esposito
Ora è colpa dei custodi...
Gli avvocati dell'ilva sembrano non sapere più su chi sparare
Ora hanno puntato i custodi, colpevoli di aver custodito male l'acciaio PRODOTTO MENTRE GLI IMPIANTI ERANO SOTTO SEQUESTRO!
E poi?
Perchè non querelare i giudici per aver impedito a Nicola Riva di andare a farsi la settimana bianca perchè costretto agli arresti domiciliari?
E perchè non fare un esposto ai vicini di casa dei Riva che guardano la tv fino a tardi?
Ieri un cane randagio che scorazzava tra i rotoli d'acciaio è stato denunciato per danneggiamento: ha pisciato sul corpo del reato!!!
E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari
L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (Mazza - GdM)
Ora hanno puntato i custodi, colpevoli di aver custodito male l'acciaio PRODOTTO MENTRE GLI IMPIANTI ERANO SOTTO SEQUESTRO!
E poi?
Perchè non querelare i giudici per aver impedito a Nicola Riva di andare a farsi la settimana bianca perchè costretto agli arresti domiciliari?
E perchè non fare un esposto ai vicini di casa dei Riva che guardano la tv fino a tardi?
Ieri un cane randagio che scorazzava tra i rotoli d'acciaio è stato denunciato per danneggiamento: ha pisciato sul corpo del reato!!!
E l’azienda sollecita la revoca dell’incarico ai custodi giudiziari
L’Ilva passa al contrattacco e dopo aver presentato, tramite l’avvocato Donato Pace, una querela alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri in servizio alla Procura di Potenza (competente per fatti riguardanti magistrati in servizio a Taranto), si rivolge al procuratore capo Franco Sebastio per segnalare il comportamento dei custodi giudiziari (gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento; il commercialista Mario Tagarelli), sollecitando provvedimenti nei loro confronti, compresa la revoca dell’incarico.
A unire la querela finita lo scorso 4 marzo alla Procura di Potenza (nella quali si ipotizzerebbero una serie di abusi) a quella firmata dal presidente del siderurgico Bruno Ferrante tre giorni dopo e depositata dall’avvocato Egidio Albanese, c’è il sequestro dell’acciaio prodotto quando agli impianti dell’area a caldo erano stati posti i sigilli senza facoltà d’uso. Un milione e cinquecentomila tonnellate d’acciaio sequestrate il 26 novembre scorso dai finanzieri del Gruppo di Taranto per un valore oscillante tra gli 800 milioni e il miliardo di euro. Il gip Patrizia Todisco considera quell’acciaio frutto del reato, i legali del gruppo Riva hanno più volte impugnato quel provvedimento, non riuscendo però a tornare in possesso della merce nemmeno in forza dell’emendamento ad hoc preparato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini e inserito nella legge salva-Ilva. Sul punto, il prossimo 9 aprile si esprimerà la Corte Costituzionale, su richiesta dei magistrati tarantini ma nel frattempo, lo scorso 15 febbraio il gip Patrizia Todisco ha ordinato la vendita di quell’acciaio, destinando il ricavato ad un conto bloccato. Per ordinare la vendita, il gip ha agito sulla scorta di un parere stilato dai custodi giudiziari secondo i quali coils e lamiere correvano il rischio di deteriorarsi. L’Ilva, che martedì scorso ha discusso dinanzi al tribunale dell’appello un ricorso per ottenere l’annullamento del provvedimento firmato dal giudice Todisco, ora contesta anche il concetto di deteriorabilità dell’acciaio sequestrato posto a fondamento della vendita, sostenendo che se l’acciaio si trova in non ottimali condizioni di stoccaggio e immagazzinamento è proprio per colpa dei custodi che, pur avendone la titolarità, dal giorno del sequestro non hanno fatto nulla per salvaguardarlo, non compiendo, addirittura, nemmeno un sopralluogo. (Mazza - GdM)
Solidarietà...
Aaaah, sarà per questo che i sindacati erano distratti anche loro dalle inadempienze sull'AIA?
Ilva/ Al ministero si lavora sui contratti di solidarieta'
Ilva e sindacati metalmeccanici stanno lavorando sui contratti di solidarieta' nel siderurgico di Taranto in alternativa alla cassa integrazione straordinaria. E' quanto emerge da fonti sindacali mentre e' in corso al ministero del Welfare la riunione tra le parti, peraltro cominciata in ritardo rispetto all'orario previsto (le 17). Le stesse fonti affermano che i sindacati sarebbero abbastanza uniti sulla richiesta dei contratti di solidarieta', sui quali, peraltro, anche l'azienda nei giorni passati ha manifestato disponibilita'. I sindacati hanno chiesto al ministero che ogni anno ci sia una verifica sull'andamento dei contratti mentre ogni sei mesi ce ne sia una sull'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale. (Affaritaliani)
Ilva/ Al ministero si lavora sui contratti di solidarieta'
Ilva e sindacati metalmeccanici stanno lavorando sui contratti di solidarieta' nel siderurgico di Taranto in alternativa alla cassa integrazione straordinaria. E' quanto emerge da fonti sindacali mentre e' in corso al ministero del Welfare la riunione tra le parti, peraltro cominciata in ritardo rispetto all'orario previsto (le 17). Le stesse fonti affermano che i sindacati sarebbero abbastanza uniti sulla richiesta dei contratti di solidarieta', sui quali, peraltro, anche l'azienda nei giorni passati ha manifestato disponibilita'. I sindacati hanno chiesto al ministero che ogni anno ci sia una verifica sull'andamento dei contratti mentre ogni sei mesi ce ne sia una sull'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale. (Affaritaliani)
Per ricordare
La tragedia del tornado che spazza gli impianti dell'Ilva e semina distruzione.
La pacatezza dei tarantini, sui Tamburi... abituati all'orrore della quotidianità.
La pacatezza dei tarantini, sui Tamburi... abituati all'orrore della quotidianità.
Pronto, casa Esposito?
Comunicato di Legambiente
Arpa Puglia: prescrizioni AIA ILVA disattese. Legambiente scrive al Garante: intollerabile ogni ritardo
In risposta ad una nostra specifica richiesta il Garante per l'AIA Ilva ci aveva comunicato che "effettivamente nel corso della scorsa settimana sono stati effettuati accertamenti da parte dei tecnici dell'ISPRA, in ordine allo stato di attuazione delle prescrizioni previste dall'AIA. Le risultanze di tali accertamenti saranno riportati sul sito "Garante dell' A.I.A. per l' ILVA", non appena disponibili".
In seguito alla notizia riportata dagli organi di informazione, della comunicazione inviata alla Procura della Repubblica di Taranto da ARPA PUGLIA a firma del direttore generale Giorgio Assennato, del direttore scientifico Massimo Blonda e di una funzionaria, Simona Sasso, e ritenendo che ogni ritardo nell'adempimento alle prescrizioni previste dall'AIA per lo stabilimento ILVA di Taranto sia intollerabile, siamo tornati a chiedere al Garante di rendere noto con la massima urgenza lo stato di attuazione delle prescrizioni.
Questa la lettera che abbiamo inviato:
Gentile dr. Esposito,
proprio oggi gli organi di informazione hanno dato notizia di una comunicazione inviata lo scorso 13 febbraio da ARPA Puglia alla Procura di Taranto nel quale, secondo quanto riportato, si leggerebbe che:
"risultano non ancora ottemperate dall'Ilva diverse prescrizioni. A titolo esemplificativo, si citano quelle relative a nastri e cadute il cui completamento è stato posticipato al 27 ottobre 2015, ovvero si è passati dai tre mesi prescritti ai 3 anni comunicati dall'azienda, alla chiusura completa degli edifici con captazione e convogliamento dell'aria degli ambienti confinati il cui completamento è stato posticipato dal 27 aprile 2013 al 30 giugno 2014"
"i differimenti temporali non fanno altro che incrementare il fenomeno di danno ambientale già in atto. Durante, infatti , le attività di carico-scarico delle materie prime dai parchi minerari agli impianti produttivi vengono disperese in atmosfera ingenti quantità di materiale polverulento. Un fenomeno inquinante non meno invasivo degli sversamenti accidentali a mare registratisi nell'ultimo periodo durante le operazioni di scarico agli sporgenti dell'area portuale in uso ad Ilva"
"non si comprendono i tempi di realizzazione prospettati dall'Ilva in quanto non ascrivibili ad una difficoltà tecnica"
Immaginiamo che ARPA Puglia abbia fatto anche a Lei la stessa comunicazione e siamo pertanto di nuovo a richiederLe di conoscere ufficialmente, con la massima urgenza, lo stato di attuazione delle prescrizioni AIA per l'ILVA di Taranto, con particolare riferimento a quanto osservato da Arpa Puglia.
Riteniamo che ogni ritardo sui tempi previsti dall'AIA sia assolutamente intollerabile in ragione dei danni apportati alla salute dei cittadini di Taranto.
Distinti saluti.
Lunetta Franco, Presidente Legambiente Circolo di Taranto
mercoledì 13 marzo 2013
Le emissioni fuggitive continuano a sfuggire!
Mentre l'ARPA locale fa osservare deviazioni pericolose dal cronoprogramma AIA, l'ISPRA nazionale non si accorge che il richiesto controllo delle emissioni fuggitive è ... sfuggito! E con lui tutta la possibilità di garantire la sicurezza ambientale sulle sostanze cangerogene disperse dalle cokerie!E intanto il GARANTE si fa na bella spaghettata alla faccia nostra?
uè uè... Escipositoooo, ma u vò ffà 'o ggarante o nnò?
Ilva, prescrizione n. 89 su emissioni fuggitive. Qualcosa non torna…
C’è qualcosa che non torna. Spulciando tra le prescrizioni Aia imposte all’Ilva, contenute nella tabella trimestrale* (ottobre 2012-gennaio 2013) che riassume lo stato di attuazione, ci imbattiamo nella numero 89, relativa al controllo delle emissioni fuggitive nelle cokerie. Ecco cosa dice: “Si prescrive all’azienda di implementare, nei tempi tecnici strettamente necessari da comunicare all’Ente di controllo, un sistema di monitoraggio in continuo di IPA E BTEX e campionamento polveri sulle macchine caricatrici e sfornatrici delle cokerie, il quale consenta un prelievo mediato lungo l’intero sviluppo delle batterie, e di adottare un sistema di monitoraggio ad alta risoluzione temporale lungo tutto il perimetro dello stabilimento (Fence monitoring)”.
Questa prescrizione ha come scadenza il 27 ottobre 2012. Eppure, in data 25 gennaio 2013, l’azienda comunica che l’attività è ancora “in corso”. Facendo riferimento ad una richiesta d’acquisto (la n. 45643/2012), l’Ilva dichiara di aver interpellato quattro aziende: Project Automation, Loccioni, Environnement e Prisma. Questo il nuovo termine indicato dall’Ilva: 30/06/2013. Fin qui quanto riportato nel sito del Garante. A InchiostroVerde, però, risulta un retroscena importantissimo. In una comunicazione datata 31 gennaio 2013, quindi solo pochi giorni dopo (è un caso?), l’Ilva fornisce nuove informazioni al ministero dell’Ambiente, all’Ispra e ad Arpa Puglia.
A siglare il documento è l’ormai ex direttore dello stabilimento tarantino Adolfo Buffo. Facendo riferimento proprio alla prescrizione numero 89, relativa “all’implementazione di un sistema di monitoraggio in continuo di IPA e BTEX e campionamento polveri sulla macchine caricatrici e sfornatrici delle cokerie”, Buffo spiega che sono state contattate quattro ditte fornitrici di sistemi di monitoraggio ambientali con l’obiettivo di individuare la soluzione tecnica per ottemperare alla suddetta prescrizione.
Buffo riferisce che “tutte le ditte interessate hanno evidenziato di ritenere impraticabile la realizzazione del suddetto sistema di monitoraggio in continuo principalmente per la presenza di vibrazioni e shock meccanici anche di forte intensità che non permetterebbero l’operatività della strumentazione oltre a problematiche connesse all’eventuale posizionamento della strumentazione sulle macchine caricatrici e sfornatrici”. In base a quanto afferma l’azienda, “una delle quattro ditte interessate si è però resa disponibile ad effettuare un’attività sperimentale della durata di due mesi con un sistema di monitoraggio ambientale”. Questa la decisione comunicata da Buffo ai destinatari della nota: “Alla luce di quanto sopra esposto si evidenzia che si procederà nella suddetta attività sperimentale”.
Morale della favola: ai cittadini che consultano il sito del Garante per l’Aia si dice che l’attuazione della prescrizione n. 89 è “in corso”, mentre agli enti (ministero dell’Ambiente, Ispra e Arpa) si comunica che essa è impraticabile e che al massimo ci si potrà affidare ad una sperimentazione di un paio di mesi. Senza dimenticare, ovviamente, che tale prescrizione aveva come termine previsto il 27 ottobre 2012. A questo punto, vorremmo conoscere il parere del dottor Vitaliano Esposito, a cui i tarantini chiedono di esercitare attivamente il suo ruolo di garante. Senza concedersi distrazioni e, soprattutto, senza praticare un ingiustificato buonismo nei confronti di un’azienda che finora non ha dato prova di sufficiente affidabilità. (A. Congedo - Inchiostroverde)
Fratello vento...
ARPA comunica:
Previsto "wind-day" il 15/03/2013
Ai sensi del Piano contenente le
prime misure di intervento per il risanamento della qualità dell'aria
del quartiere Tamburi (TA) per gli inquinanti benzo(a)pirene e PM10,
approvato con Deliberazione di Giunta Regionale n.1944 del 2/10/2012,
e al fine di consentire gli adempimenti previsti dal Piano suddetto a
carico delle Aziende interessate, si comunica che in data 15/03/2013 è
previsto un "wind-day".Previsto "wind-day" il 15/03/2013
Rendetelo pubblico!!
Bufera a Taranto «Bonifica, ma l’Ilva non rispetta i patti»
L’Ilva non sta rispettando le prescrizioni previste dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale firmata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo scorso 26 ottobre e dunque sta continuando ad inquinare, aumentando il danno ambientale già in atto.
A sostenerlo, con una vera e proprio comunicazione di reato inviata alla Procura lo scorso 13 febbraio sono il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, il direttore scientifico Massimo Blonda e il funzionario Simona Sasso.
Il documento, sia pure largamente omissato, è stato depositato ieri mattina dai sostituti procuratori Giovanna Cannarile e Remo Epifani dinanzi al tribunale dell’appello, chiamato a valutare i ricorsi presentati dai legali dell’Ilva per ottenere la revoca degli arresti domiciliari a cui è sottoposto dal 26 luglio scorso l’ex presidente Nicola Riva e l’annullamento del provvedimento con il quale il gip Patrizia Todisco ha disposto la vendita dell’acciaio sequestrato lo scorso 26 novembre in quanto ritenuto frutto del reato.
I pubblici ministeri hanno depositato solo un piccolo stralcio dell’informativa dell’Arpa per sottolineare il rischio di reiterazione del reato in caso di ritorno in libertà di Nicola Riva, un rischio che toccherà al tribunale apprezzare (i legali dell’Ilva hanno ovviamente sottolineato che certo la situazione non può cambiare in caso di revoca della custodia cautelare, avendo Nicola Riva lasciato tutte le cariche societarie) ma nel frattempo il documento dell’Arpa apre scenari tutti da valutare.
Proprio mentre gli ispettori dell’Ispra tornano a Roma, concludendo la visita all’Ilva per verificare il rispetto dell’Aia con un bilancio che in alcuni casi (o come ai bei tempi andati?) assume addirittura toni trionfalistici, piomba la censura, pregna di aspetti penalmente rilevanti, dell’Aspra.(GdM)
L’Ilva non sta rispettando le prescrizioni previste dalla nuova Autorizzazione integrata ambientale firmata dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo scorso 26 ottobre e dunque sta continuando ad inquinare, aumentando il danno ambientale già in atto.
A sostenerlo, con una vera e proprio comunicazione di reato inviata alla Procura lo scorso 13 febbraio sono il direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, il direttore scientifico Massimo Blonda e il funzionario Simona Sasso.
Il documento, sia pure largamente omissato, è stato depositato ieri mattina dai sostituti procuratori Giovanna Cannarile e Remo Epifani dinanzi al tribunale dell’appello, chiamato a valutare i ricorsi presentati dai legali dell’Ilva per ottenere la revoca degli arresti domiciliari a cui è sottoposto dal 26 luglio scorso l’ex presidente Nicola Riva e l’annullamento del provvedimento con il quale il gip Patrizia Todisco ha disposto la vendita dell’acciaio sequestrato lo scorso 26 novembre in quanto ritenuto frutto del reato.
I pubblici ministeri hanno depositato solo un piccolo stralcio dell’informativa dell’Arpa per sottolineare il rischio di reiterazione del reato in caso di ritorno in libertà di Nicola Riva, un rischio che toccherà al tribunale apprezzare (i legali dell’Ilva hanno ovviamente sottolineato che certo la situazione non può cambiare in caso di revoca della custodia cautelare, avendo Nicola Riva lasciato tutte le cariche societarie) ma nel frattempo il documento dell’Arpa apre scenari tutti da valutare.
Proprio mentre gli ispettori dell’Ispra tornano a Roma, concludendo la visita all’Ilva per verificare il rispetto dell’Aia con un bilancio che in alcuni casi (o come ai bei tempi andati?) assume addirittura toni trionfalistici, piomba la censura, pregna di aspetti penalmente rilevanti, dell’Aspra.(GdM)
Argomenti
aia,
assennato,
Cannarile,
ILVA,
Massimo Blonda,
Remo Epifani,
riva,
Simona Sasso
Chi se la beve?
Oggetto: richiesta
informazioni sulla potabilità dell'acqua Taranto
vi scriviamo poiché recentemente la televisione e
la stampa hanno comunicato informazioni preoccupanti in merito alla
potabilità dell'Acqua somministrata nella città di Taranto.
Qui di seguito trascriviamo quanto
segnalato dalla emittente televisiva “Studio 100” rintracciabile
al link
http://www.studio100.it/ taranto/916-acqua-potabile- cancerogena-taranto-futura-si- domanda
"ACQUA POTABILE CANCEROGENA?
TARANTO FUTURA SI DOMANDA. Stando a quanto afferma l'avv. Nicola
Russo, le analisi di prassi non sarebbero state effettuate,
Russo ha detto che esiste una deroga della Regione datata 2010.
Pertanto, il Comitato chiede alla ASL e all'Arpa di conoscere la
qualità dell'acqua che beviamo in quanto negli ultimi
campionamenti la presenza di sostante nocive (e cancerogene) avrebbe
superato i limiti previsti dalle normative vigenti”.
e la notizia pubblicata da “Telerama”
rintracciabile al link
http://www.trnews.it/ilva-si- no-cittadini-al-referendum-il- 14-aprile/
che sul finale dell'articolo cita: “E
sempre in tema di inquinamento, urgenti sono i controlli sull’acqua.
Controlli che non
avvengono da 3 anni. Dal 2010 quando fu
accertata la presenza di 50 microgrammi, a fronte di 30 previsti per
legge, di sostanze altamente inquinanti come bromo, fosforo e piombo.
Tutti elementi nocivi per la salute in particolare dei bambini al di
sotto dei 3 anni”.
Sulla base delle
informazioni sopracitate e considerato che il referente per Taranto e
provincia del Comitato pugliese “Acqua Bene Comune” aveva già
posto simili interrogativi con una comunicazione ufficiale inviata
attraverso posta certificata a partire dallo scorso 2 marzo, al
Direttore Generale e alla Direzione Generale dell'ARPA Puglia, al DAP
(Dipartimento Arpa di Taranto), al Direttore Generale dell'Azienda
Sanitaria Locale ASL di Taranto, al Direttore del Dipartimento di
Prevenzione, al Direttore responsabile del SIAN (Servizio Igiene
degli Alimenti e della Nutrizione), al Sindaco di Taranto, nonché
all'Ufficio Relazioni con il Pubblico dell'ASL, ma che ad oggi non
hanno ricevuto risposta
vi chiediamo di:
- chiarire la vicenda in merito alle deroghe e di comunicare se attualmente vi siano deroghe sulla potabilità dell’acqua a Taranto e in Puglia.
- fornire i dati sulla potabilità dell’acqua erogata a Taranto, indicando se negli ultimi tre anni siano stati effettuati controlli.
- chiarire quale siano i risultati dei presunti “ultimi campionamenti la presenza di sostante nocive (e cancerogene ) che avrebbero superato i limiti previsti dalle normative vigenti” come segnalato dalla stampa.
In attesa di una vostra risposta, si
porgono cordiali saluti.
Bari
12/03/2013
Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune”
– Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
martedì 12 marzo 2013
Piano?
Il piano Ilva per Taranto: inconsistente, inadeguato e sospetto
Il piano dell’Ilva per ristrutturare e tutelare l’ambiente non è credibile, apre la cassa integrazione e prepara il tramonto dell’impianto di Taranto
Il piano dell’Ilva per ristrutturare e tutelare l’ambiente non è credibile, apre la cassa integrazione e prepara il tramonto dell’impianto di Taranto
Il 19 febbraio 2013 Ilva ha presentato un piano
operativo per lo stabilimento di Taranto ritenendo così di ottemperare a
quanto richiesto dal documento AIA 2012. Nello stesso tempo l’azienda
ha richiesto la cassa integrazione per 6.500 operai, giustificandola
appunto con le fermate lavoro rese necessarie dalla ristrutturazione.
L’analisi del piano dimostra come l’azienda non intenda affrontare il risanamento di Taranto ma anzi usi l’emergenza ambientale per portare avanti strategie di sganciamento dall’area tarantina.
Il documento dell’azienda non fornisce cifre, ma indica le principali aree di intervento e i tempi di realizzazione. Il programma si dovrebbe sviluppare nell’arco del 2013 e 2014 e prevede la fermata e il conseguente rifacimento delle batterie di cokeria, la copertura del parco minerali, interventi sull’impianto di agglomerazione e sui convertitori. Per quanto riguarda gli altiforni, resterebbe in pieno funzionamento l’impianto 4, verrebbero invece fermate l’unità 1, da gennaio 2013 a luglio 2014, l’unità 5, che verrebbe chiusa da agosto a dicembre 2015, e l’unità 2 per tutto il 2013. È evidente come l’Ilva cerchi di sincronizzare le operazioni di rifacimento delle batterie della cokeria con gli interventi sugli altiforni.
La cokeria è una delle principali fonti di inquinamento. L’azienda ha escluso la possibilità di spostare questa unità produttiva in modo da collocarla più lontano dalle aree abitate. Ha, inoltre, deciso di rifare le batterie, anche le più critiche, come le 3, 4, 5, 6, (che erano state spente e riaccese a freddo), senza prendere in considerazione la possibilità di chiuderle definitivamente e di costruirne delle nuove, con tecnologie più moderne e quindi a più basse emissioni.
Il dubbio che la soluzione del semplice rifacimento delle batterie sia insufficiente sotto il profilo ambientale deve essere venuto anche all’Ilva. L’azienda ha infatti prospettato l’adozione della tecnologia denominata “Coke Dry Quenching”, in sostituzione dell’attuale “Wet Dry Quenching”. Messa a punto negli anni ’60 nell’allora Unione Sovietica, il raffreddamento a secco rispetto a quello ad acqua è una tecnologia largamente diffusa in Giappone e in Corea (è adottata rispettivamente da circa il 90% e il 70% degli impianti di questi due paesi) ed è in rapida espansione in Cina, dove sembra sia presente in almeno il 30% degli stabilimenti.
Questa tecnologia abbatte drasticamente i consumi energetici, permette un recupero dei vapori di risulta (rendendo possibile la cogenerazione e il teleriscaldamento), riduce le emissioni, sia di CO2 che di altre sostanze, e migliora la qualità del prodotto di coke. È poco utilizzata nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, in quanto l’investimento necessario è venti volte superiore rispetto alla spesa richiesta dalla “Wet Dry Quenching”. Inoltre, per le caratteristiche del coke prodotto, aumentano notevolmente le emissioni inquinanti nella movimentazione del prodotto da cokeria agli altiforni.
Un eventuale utilizzo della “Coke Dry Quenching” richiede una revisione complessiva della logistica di stabilimento e non è serio evocarla senza un progetto complessivo del layout e in particolare dei sistemi di movimentazione. Come si può pensare di adottare questa tecnologia prevedendo un semplice rifacimento delle batterie di cokeria, peraltro vetuste (hanno almeno 30 anni di vita)? E poi, per quali motivi l’azienda non ha fatto già ricorso alla Coke Dry Quenching? Non è vero, quindi, che lo stabilimento di Taranto doveva e deve per forza inquinare? Si confermano, implicitamente, le gravi responsabilità della proprietà e la mancanza di una reale politica di investimenti rivolta non solo alla salvaguardia ambientale ma anche alla ricerca della competitività.
L’autorità giudiziaria ha più volte chiesto un intervento immediato sull’altoforno 5, ritenendolo una fonte importante di inquinamento. Ebbene l’azienda ha deciso di fermare l’altoforno 2 (rifatto nel 2007!) e di rifare il 5 solo nella seconda metà del 2014. Per dispetto verso la magistratura? Probabilmente perché l’azienda continua ad anteporre le esigenze produttive all’ambiente. Infatti, Ilva intende mantenere una capacità produttiva di 6,3 milioni di tonnellate all’anno e ritiene che ciò sia possibile solo tenendo in funzionamento contemporaneamente gli altiforni 4 e 5, che hanno ciascuno una capacità produttiva nell’ordine dei 3-4 milioni all’anno. Ma perché non approfittare della crisi attuale, che vede una forte caduta della domanda di acciaio, per rifare l’altoforno 5 e prepararsi meglio all’auspicata ripresa del 2014 e 2015? Siamo sicuri che verrà veramente fermato l’altoforno 5 nel 2014? Siamo sicuri che l’azienda si muova in un orizzonte che vada oltre al 2014?
Un’analisi, anche sommaria, del piano Ilva non può non evidenziarne l’inconsistenza. L’azienda continua a “galleggiare” in una prospettiva di breve termine, mirando a prendere tempo. Questo giudizio è confermato anche dagli stanziamenti previsti. Questa informazione la dobbiamo ricavare da La Repubblica del 19 febbraio 2013, in quanto l’azienda non si è preoccupata di corredare il programma temporale con i valori previsti di investimento. Apprendiamo, in questo modo, che lo stanziamento previsto è di 2,2 miliardi di euro, ben al di sotto delle stime di esperti che indicano in oltre 3,5 miliardi di euro la cifra minima per un adeguato intervento di risanamento. Se poi togliamo dalla somma prevista dall’azienda 500 milioni di spesa per l’adozione della “Coke Dry Quenching”, sulla cui effettiva realizzazione si possono legittimamente esprimere dei dubbi, risulta che lo stanziamento è di 1,5 miliardi in due anni: 750 milioni in un anno, poco più del valore degli ammortamenti del Gruppo nel 2011 (584 milioni di euro). Senza dubbio un bello sforzo per il risanamento di uno stabilimento delle dimensioni e dei problemi ambientali di Taranto!
Ma siamo sicuri che l’Ilva voglia, o possa, effettuare un congruo investimento sullo stabilimento? L’analisi del piano fa pensare che l’azienda intenda prendere tempo e abbia già in mente uno sganciamento. Questo sospetto viene confermato dalla distribuzione della cassa integrazione nei diversi reparti dello stabilimento. Essa infatti riguarda principalmente gli addetti dell’area a freddo, non interessata dalla ristrutturazione, anche se quest’ultima viene richiamata per giustificare la sospensione dal lavoro di 6.500 persone. Al di là del cinico uso dell’ambiente per farsi riconoscere un aiuto a ridurre i costi a fronte di una caduta dei volumi di vendita, sembrerebbe che Ilva voglia concentrare la produzione dell’area a freddo negli altri stabilimenti del Gruppo e gestire l’area a caldo in modo opportunistico, aspettando di vedere cosa succede: tutto ciò a danno dell’ambiente e della sopravvivenza del sito tarantino.
È necessaria un’operazione verità, che sveli la reale posizione della proprietà, e del governo ancora in carica, e spinga a prendere al più presto i necessari provvedimenti. Ricordiamoci che l’articolo 4 del decreto legge del 3 dicembre 2012 prevede che il garante possa assumere “provvedimenti di amministrazione straordinaria” a fronte di inadempienze dell’azienda. Sarebbe, però, necessario che il garante “non dormisse sonni tranquilli” e svolgesse fino in fondo le sue funzioni di vigilanza.(Sbilanciamoci)
L’analisi del piano dimostra come l’azienda non intenda affrontare il risanamento di Taranto ma anzi usi l’emergenza ambientale per portare avanti strategie di sganciamento dall’area tarantina.
Il documento dell’azienda non fornisce cifre, ma indica le principali aree di intervento e i tempi di realizzazione. Il programma si dovrebbe sviluppare nell’arco del 2013 e 2014 e prevede la fermata e il conseguente rifacimento delle batterie di cokeria, la copertura del parco minerali, interventi sull’impianto di agglomerazione e sui convertitori. Per quanto riguarda gli altiforni, resterebbe in pieno funzionamento l’impianto 4, verrebbero invece fermate l’unità 1, da gennaio 2013 a luglio 2014, l’unità 5, che verrebbe chiusa da agosto a dicembre 2015, e l’unità 2 per tutto il 2013. È evidente come l’Ilva cerchi di sincronizzare le operazioni di rifacimento delle batterie della cokeria con gli interventi sugli altiforni.
La cokeria è una delle principali fonti di inquinamento. L’azienda ha escluso la possibilità di spostare questa unità produttiva in modo da collocarla più lontano dalle aree abitate. Ha, inoltre, deciso di rifare le batterie, anche le più critiche, come le 3, 4, 5, 6, (che erano state spente e riaccese a freddo), senza prendere in considerazione la possibilità di chiuderle definitivamente e di costruirne delle nuove, con tecnologie più moderne e quindi a più basse emissioni.
Il dubbio che la soluzione del semplice rifacimento delle batterie sia insufficiente sotto il profilo ambientale deve essere venuto anche all’Ilva. L’azienda ha infatti prospettato l’adozione della tecnologia denominata “Coke Dry Quenching”, in sostituzione dell’attuale “Wet Dry Quenching”. Messa a punto negli anni ’60 nell’allora Unione Sovietica, il raffreddamento a secco rispetto a quello ad acqua è una tecnologia largamente diffusa in Giappone e in Corea (è adottata rispettivamente da circa il 90% e il 70% degli impianti di questi due paesi) ed è in rapida espansione in Cina, dove sembra sia presente in almeno il 30% degli stabilimenti.
Questa tecnologia abbatte drasticamente i consumi energetici, permette un recupero dei vapori di risulta (rendendo possibile la cogenerazione e il teleriscaldamento), riduce le emissioni, sia di CO2 che di altre sostanze, e migliora la qualità del prodotto di coke. È poco utilizzata nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, in quanto l’investimento necessario è venti volte superiore rispetto alla spesa richiesta dalla “Wet Dry Quenching”. Inoltre, per le caratteristiche del coke prodotto, aumentano notevolmente le emissioni inquinanti nella movimentazione del prodotto da cokeria agli altiforni.
Un eventuale utilizzo della “Coke Dry Quenching” richiede una revisione complessiva della logistica di stabilimento e non è serio evocarla senza un progetto complessivo del layout e in particolare dei sistemi di movimentazione. Come si può pensare di adottare questa tecnologia prevedendo un semplice rifacimento delle batterie di cokeria, peraltro vetuste (hanno almeno 30 anni di vita)? E poi, per quali motivi l’azienda non ha fatto già ricorso alla Coke Dry Quenching? Non è vero, quindi, che lo stabilimento di Taranto doveva e deve per forza inquinare? Si confermano, implicitamente, le gravi responsabilità della proprietà e la mancanza di una reale politica di investimenti rivolta non solo alla salvaguardia ambientale ma anche alla ricerca della competitività.
L’autorità giudiziaria ha più volte chiesto un intervento immediato sull’altoforno 5, ritenendolo una fonte importante di inquinamento. Ebbene l’azienda ha deciso di fermare l’altoforno 2 (rifatto nel 2007!) e di rifare il 5 solo nella seconda metà del 2014. Per dispetto verso la magistratura? Probabilmente perché l’azienda continua ad anteporre le esigenze produttive all’ambiente. Infatti, Ilva intende mantenere una capacità produttiva di 6,3 milioni di tonnellate all’anno e ritiene che ciò sia possibile solo tenendo in funzionamento contemporaneamente gli altiforni 4 e 5, che hanno ciascuno una capacità produttiva nell’ordine dei 3-4 milioni all’anno. Ma perché non approfittare della crisi attuale, che vede una forte caduta della domanda di acciaio, per rifare l’altoforno 5 e prepararsi meglio all’auspicata ripresa del 2014 e 2015? Siamo sicuri che verrà veramente fermato l’altoforno 5 nel 2014? Siamo sicuri che l’azienda si muova in un orizzonte che vada oltre al 2014?
Un’analisi, anche sommaria, del piano Ilva non può non evidenziarne l’inconsistenza. L’azienda continua a “galleggiare” in una prospettiva di breve termine, mirando a prendere tempo. Questo giudizio è confermato anche dagli stanziamenti previsti. Questa informazione la dobbiamo ricavare da La Repubblica del 19 febbraio 2013, in quanto l’azienda non si è preoccupata di corredare il programma temporale con i valori previsti di investimento. Apprendiamo, in questo modo, che lo stanziamento previsto è di 2,2 miliardi di euro, ben al di sotto delle stime di esperti che indicano in oltre 3,5 miliardi di euro la cifra minima per un adeguato intervento di risanamento. Se poi togliamo dalla somma prevista dall’azienda 500 milioni di spesa per l’adozione della “Coke Dry Quenching”, sulla cui effettiva realizzazione si possono legittimamente esprimere dei dubbi, risulta che lo stanziamento è di 1,5 miliardi in due anni: 750 milioni in un anno, poco più del valore degli ammortamenti del Gruppo nel 2011 (584 milioni di euro). Senza dubbio un bello sforzo per il risanamento di uno stabilimento delle dimensioni e dei problemi ambientali di Taranto!
Ma siamo sicuri che l’Ilva voglia, o possa, effettuare un congruo investimento sullo stabilimento? L’analisi del piano fa pensare che l’azienda intenda prendere tempo e abbia già in mente uno sganciamento. Questo sospetto viene confermato dalla distribuzione della cassa integrazione nei diversi reparti dello stabilimento. Essa infatti riguarda principalmente gli addetti dell’area a freddo, non interessata dalla ristrutturazione, anche se quest’ultima viene richiamata per giustificare la sospensione dal lavoro di 6.500 persone. Al di là del cinico uso dell’ambiente per farsi riconoscere un aiuto a ridurre i costi a fronte di una caduta dei volumi di vendita, sembrerebbe che Ilva voglia concentrare la produzione dell’area a freddo negli altri stabilimenti del Gruppo e gestire l’area a caldo in modo opportunistico, aspettando di vedere cosa succede: tutto ciò a danno dell’ambiente e della sopravvivenza del sito tarantino.
È necessaria un’operazione verità, che sveli la reale posizione della proprietà, e del governo ancora in carica, e spinga a prendere al più presto i necessari provvedimenti. Ricordiamoci che l’articolo 4 del decreto legge del 3 dicembre 2012 prevede che il garante possa assumere “provvedimenti di amministrazione straordinaria” a fronte di inadempienze dell’azienda. Sarebbe, però, necessario che il garante “non dormisse sonni tranquilli” e svolgesse fino in fondo le sue funzioni di vigilanza.(Sbilanciamoci)
lunedì 11 marzo 2013
Si tolgono le tovaglie dai tavoli
Ilva, indagini sulla Regione Puglia ascoltato il dirigente dell'Ambiente
Favori e controlli mai effettuati sul rispetto di accordi siglati nel corso degli anni. E sotto la lente di ingrandimento finiscono in particolare i rapporti tra la Regione e l'Ilva. Così la grande fabbrica finisce nuovamente sulla graticola. Questa volta però, i Riva e i loro manager sono in buona compagnia. E' il terzo livello, infatti, l'obiettivo dell'attività condotta nelle ultime settimane dagli uomini della Guardia di Finanza di Taranto.
Un aspetto sul quale si è decisamente accelerato con una raffica di interrogatori che è andata ad integrare questo filone dell'inchiesta denominata "Ambiente svenduto". Tra le persone ascoltate vi è anche Antonello Antonicelli, il dirigente dell'assessorato regionale all'Ambiente. Quest'ultimo, di fronte ai finanzieri, avrebbe difeso l'operato del suo ufficio e quello del presidente Nichi Vendola nell'ambito dei rapporti con la grande industria di Taranto.
Nel mirino dei militari funzionari e amministratori pubblici che avrebbero dovuto verificare il rispetto degli accorgimenti previsti dai vari accordi di programma che hanno contraddistinto i rapporti tra la grande industria e gli enti locali, a cominciare proprio dalla Regione. Impegni che non di rado sono stati disattesi. Sull'Ilva e sull'ambientalizzazione dei suoi impianti inquinanti, infatti, da sempre è in piedi un dibattito che però ha prodotto risultati limitati, visto quanto riscontrato dalle indagini condotte dalla procura di Taranto.
Ora il sospetto è che il ricorso sistematico a incontri, vertici e tavoli istituzionali abbia nascosto la volontà di evitare interventi rigidi e urgenti sull'attività della grande industria. Un sospetto che chiaramente va verificato analizzando atti e comportamenti che gli enti locali e i loro rappresentanti hanno adottato nei confronti della grande fabbrica. Di qui la pioggia di interrogatori di dirigenti e funzionari, ascoltati in qualità di persone informate dei fatti.
Quei verbali sono andati ad integrare il già corposo faldone all'attenzione del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio. Elementi che potrebbero portare ad altri picchi della clamorosa inchiesta scattata nel luglio scorso con il sequestro dell'area a caldo dello stabilimento. (Repubblica)
Favori e controlli mai effettuati sul rispetto di accordi siglati nel corso degli anni. E sotto la lente di ingrandimento finiscono in particolare i rapporti tra la Regione e l'Ilva. Così la grande fabbrica finisce nuovamente sulla graticola. Questa volta però, i Riva e i loro manager sono in buona compagnia. E' il terzo livello, infatti, l'obiettivo dell'attività condotta nelle ultime settimane dagli uomini della Guardia di Finanza di Taranto.
Un aspetto sul quale si è decisamente accelerato con una raffica di interrogatori che è andata ad integrare questo filone dell'inchiesta denominata "Ambiente svenduto". Tra le persone ascoltate vi è anche Antonello Antonicelli, il dirigente dell'assessorato regionale all'Ambiente. Quest'ultimo, di fronte ai finanzieri, avrebbe difeso l'operato del suo ufficio e quello del presidente Nichi Vendola nell'ambito dei rapporti con la grande industria di Taranto.
Nel mirino dei militari funzionari e amministratori pubblici che avrebbero dovuto verificare il rispetto degli accorgimenti previsti dai vari accordi di programma che hanno contraddistinto i rapporti tra la grande industria e gli enti locali, a cominciare proprio dalla Regione. Impegni che non di rado sono stati disattesi. Sull'Ilva e sull'ambientalizzazione dei suoi impianti inquinanti, infatti, da sempre è in piedi un dibattito che però ha prodotto risultati limitati, visto quanto riscontrato dalle indagini condotte dalla procura di Taranto.
Ora il sospetto è che il ricorso sistematico a incontri, vertici e tavoli istituzionali abbia nascosto la volontà di evitare interventi rigidi e urgenti sull'attività della grande industria. Un sospetto che chiaramente va verificato analizzando atti e comportamenti che gli enti locali e i loro rappresentanti hanno adottato nei confronti della grande fabbrica. Di qui la pioggia di interrogatori di dirigenti e funzionari, ascoltati in qualità di persone informate dei fatti.
Quei verbali sono andati ad integrare il già corposo faldone all'attenzione del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio. Elementi che potrebbero portare ad altri picchi della clamorosa inchiesta scattata nel luglio scorso con il sequestro dell'area a caldo dello stabilimento. (Repubblica)
Precari in linea!
Sono una “risorsa” altro che “precari”. Sotto i
fumi dell’acciaieria più grande d’Europa, e la più inquinante, può
nascere anche la bellezza. Che non è un concetto astratto, ma risiede e
cresce in un gruppo di ragazzi di Taranto, gli artefici, di un sito,
dalla grafica lineare ed elegante, un blog aperto in divenire, un luogo
dove poter parlare liberamente: Precari/eTA. Chi sono è spiegato
perfettamente, nel primo editoriale, datato 3 marzo. Quindi questa
pagina allargata sul mondo è recentissima. «Siamo le operatrici e gli operatori telefonici della più grande azienda di call center d’Italia – si legge – Siamo operai stanchi di subire il ricatto di dovere scegliere tra il lavoro e la salute. Prima di arrivare ai 30 anni abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle il significato di cassa integrazione. Siamo disoccupati. Siamo studenti lavoratori, ma viviamo ancora con i nostri genitori».
E’ un bacino larghissimo di anime che tenderebbero alla fuga, ma che prima di scappare, se mai decidessero di lasciare alle loro spalle casa e famiglia, hanno deciso di parlare. I loro nomi, sono nei lunghi scritti che compongono il mosaico del sito. Spulciandolo c’è una diversità di contenuti, tutti validi, ma un solo filo conduttore: la voglia di essere protagonisti di un riscatto generazionale. E Taranto, la città del «ce me ne futt a me», diventa, in un momento dove la politica a tutti i livelli latita, per questo le decisioni vengono prese dalla magistratura, l’ombelico del mondo, il “centro di gravità” del cambiamento. Gli argomenti trattati sono vari, seppure il sito www.precarieta.info sia giovane. Si spazia dalla nuova emergenza profughi a quella occupazionale, dal moto perpetuo di sdegno per una fabbrica che inquina, ad elaborati dove si discerne di cultura e tarentinità. Sono loro la Taranto di domani. Loro a cui oggi il futuro, quello di uno stipendio a fine mese, è negato. Quel futuro che li ingabbia nel “qui e ora”, sotto forma di precarietà permanente. Potevano restare in silenzio, continuare a argomentare tra di loro, ed invece hanno scelto di “essere la differenza”. Come? Mettendo benzina alla rabbia, ma colorandola di aspettative e visioni. È solo così che il rancore non uccide i sogni, semmai li alimenta, nel desiderio del riscatto. Si legge ancora nella presentazione, che è un frullato di emozioni in divenire: «Siamo consapevoli di essere i figli della sconfitta, ma abbiamo deciso di ribellarci. Oggi prendiamo parola perché vogliamo raccontare alla città tutta, della nostra generazione. Di una precarietà decisa sui nostri corpi e sulle nostre esistenze da padroni, sindacati e partiti. Sappiamo di essere in tanti e non vogliamo più rimanere isolati. La felicità è un diritto. Per tutti». (GdM)
domenica 10 marzo 2013
Caro garante ti scrivo...
Ecco i contatti per comunicare con il garante per l'AIA Ilva
Per scrivere email al Garante:
garanteilva@isprambiente.it
Sede presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri:
Largo Chigi, 19 - 00187 Roma
Tel.: +39 0667792513
Sede presso l'ISPRA:
Via Vitaliano Brancati, 48 - 00144 Roma
Tel.: +39 0650072349
Sede provvisoria presso la prefettura di Taranto:
Via Anfiteatro, 8 - 74123 Taranto
Il sito e'
http://www.isprambiente.gov. it/it/garante_aia_ilva
Per scrivere email al Garante:
garanteilva@isprambiente.it
Sede presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri:
Largo Chigi, 19 - 00187 Roma
Tel.: +39 0667792513
Sede presso l'ISPRA:
Via Vitaliano Brancati, 48 - 00144 Roma
Tel.: +39 0650072349
Sede provvisoria presso la prefettura di Taranto:
Via Anfiteatro, 8 - 74123 Taranto
Il sito e'
http://www.isprambiente.gov.
sabato 9 marzo 2013
Cominciano a germogliare le cause per decessi
Ilva, causa civile morte donna rione Tamburi: chiesto risarcimento 1,6 milioni
Nei giorni scorsi l'avvocato Fabrizio Giusti ha presentato la prima di una serie di cause civili, con relative richieste di risarcimento, in cui si sostiene che alcuni cittadini di Taranto sono stati gravemente danneggiati, si sono ammalati o sono addirittura deceduti a causa dei fumi e degli sversamenti tossici e inquinanti dello stabilimento siderurgico Ilva. Il primo caso riguarda i congiunti (marito e due figli) di una casalinga di 60 anni morta meno di due anni fa per una grave forma tumorale alla cervice uterina.
La signora viveva nel rione Tamburi, lo stesso che si trova a ridosso del siderurgico dove la concentrazione di inquinanti e' piu' marcata, come maggiore e' l'incidenza delle patologie tumorali. L'impianto probatorio si avvale della documentazione formata e acquisita agli atti del processo penale a carico dell'Ilva per presunto disastro ambientale, nell'ambito del quale il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha disposto, mediante l'incidente probatorio, due accertamenti peritali e, precisamente, una perizia medico-epidemiologica ed una perizia chimico-ambientale.
Le perizie hanno collegato, nel primo caso l'incremento delle malattie tumorali nella zona di Taranto rispetto alla media nazionale all'attivita' inquinante dell'Ilva e, nel secondo, le sostanze inquinanti rinvenute e monitorate alle specifiche emissioni caratteristiche del processo produttivo dell'Ilva e non di altre industrie presenti sul territorio. L'avvocato Giusti si avvarra' anche dei risultati del Progetto Sentieri, uno studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio ambientale, predisposto dall'Istituto Superiore di Sanita', che descrive per varie forme di patologie monitorate l'incremento di incidenza sul territorio tarantino rispetto alla media nazionale, regionale e provinciale. I ricorrenti agiscono come congiunti della signora deceduta, la quale prima di morire avrebbe gia' maturato un diritto al risarcimento del danno che, pertanto, si trasferisce ai suoi eredi che chiedono, quindi, un risarcimento di un milione di euro. Ma anche in proprio per le sofferenze da essi patite per causa della malattia e la morte della loro congiunta, chiedendo, percio', un ulteriore risarcimento di duecentomila euro per ciascuno di essi. (Adnkronos)
Nei giorni scorsi l'avvocato Fabrizio Giusti ha presentato la prima di una serie di cause civili, con relative richieste di risarcimento, in cui si sostiene che alcuni cittadini di Taranto sono stati gravemente danneggiati, si sono ammalati o sono addirittura deceduti a causa dei fumi e degli sversamenti tossici e inquinanti dello stabilimento siderurgico Ilva. Il primo caso riguarda i congiunti (marito e due figli) di una casalinga di 60 anni morta meno di due anni fa per una grave forma tumorale alla cervice uterina.
La signora viveva nel rione Tamburi, lo stesso che si trova a ridosso del siderurgico dove la concentrazione di inquinanti e' piu' marcata, come maggiore e' l'incidenza delle patologie tumorali. L'impianto probatorio si avvale della documentazione formata e acquisita agli atti del processo penale a carico dell'Ilva per presunto disastro ambientale, nell'ambito del quale il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha disposto, mediante l'incidente probatorio, due accertamenti peritali e, precisamente, una perizia medico-epidemiologica ed una perizia chimico-ambientale.
Le perizie hanno collegato, nel primo caso l'incremento delle malattie tumorali nella zona di Taranto rispetto alla media nazionale all'attivita' inquinante dell'Ilva e, nel secondo, le sostanze inquinanti rinvenute e monitorate alle specifiche emissioni caratteristiche del processo produttivo dell'Ilva e non di altre industrie presenti sul territorio. L'avvocato Giusti si avvarra' anche dei risultati del Progetto Sentieri, uno studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio ambientale, predisposto dall'Istituto Superiore di Sanita', che descrive per varie forme di patologie monitorate l'incremento di incidenza sul territorio tarantino rispetto alla media nazionale, regionale e provinciale. I ricorrenti agiscono come congiunti della signora deceduta, la quale prima di morire avrebbe gia' maturato un diritto al risarcimento del danno che, pertanto, si trasferisce ai suoi eredi che chiedono, quindi, un risarcimento di un milione di euro. Ma anche in proprio per le sofferenze da essi patite per causa della malattia e la morte della loro congiunta, chiedendo, percio', un ulteriore risarcimento di duecentomila euro per ciascuno di essi. (Adnkronos)
venerdì 8 marzo 2013
Le pecore docili si sono messe a scalpitare?
La cassa integrazione è di fatto già partita anche se non c’è ancora l’accordo nero su bianco. Ma, nonostante i messaggi rassicuranti dell’azienda sul fatto che non si tratterà di esuberi strutturali e che tutti i 6500 operai saranno reintegrati al termine del periodo di fermo, la tensione in fabbrica resta altissima. E le scintille si trasformano nella paura che la situazione possa degenerare ancora. Così adesso sono i carabinieri ad indagare su un misterioso episodio denunciato nella giornata di ieri. Un caporeparto dell’area laminazione dell’Ilva ha ricevuto infatti un messaggio in cui viene minacciato di morte. Il caporeparto, nelle ore precedenti alla ricezione dell’ammonimento minatorio, aveva annunciato il ricorso alla cassa integrazione per il settore di sua competenza. Sull’episodio, come già detto, i carabinieri stanno svolgendo una serie di accertamenti. Un’inchiesta mantenuta nello stretto riserbo. L’unica informazione che è trapelata riguarda la provenienza della telefonata. Il messaggio sarebbe partito da una cabina telefonica che si trova nel centro di Taranto.
L’Ilva, nelle stesse ore, era al ministero del Lavoro proprio per definire la procedura per il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per un massimo di 6417 unità dello stabilimento di Taranto. Ammortizzatori richiesti fino a tutto il 2015 per effettuare i lavori previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale che comporteranno la fermata di diversi impianti dell’area a caldo. L’accordo non è ancora stato sottoscritto ma sono già partite le lettere ai primi dipendenti interessati dalle fermate. L’attuale periodo sarà comunque coperto dall’intesa, che avrà effetti retroattivi. Il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante, l’altro ieri a Roma, aveva manifestato disponibilità a vagliare anche la possibilità di sostituire la cassa integrazione con i contratti di solidarietà, proposti da Fiom e Fim.
Ieri pomeriggio intanto dirigenti aziendali e sindacati hanno continuato il confronto tecnico a Taranto. Nel pomeriggio i responsabili dello stabilimento, in vista del nuovo incontro al ministero del Lavoro fissato per giovedì prossimo, si sono incontrati con le Rsu e segretari provinciali. Le organizzazioni dei metalmeccanici provano a ridurre i numeri, spostare operai da un reparto all’altro, per evitare il più possibile che i lavori di ambientalizzazione dell’Ilva si trasformino in un boomerang contro i dipendenti. «Al danno si aggiunge la beffa», dicono molti operai. Serpeggia il malumore perché dopo aver respirato polveri e fumi adesso saranno sempre loro a dover “pagare” la fermata per rendere gli impianti ecocompatibili con la mannaia degli ammortizzatori sociali, ben al di sotto delle retribuzioni. Preoccupazioni importanti, concrete, che si intrecciano ai conti da pagare tutti i giorni e che fanno divampare i focolai di tensioni mai spente. (Quotidiano)
«Noi sappiamo cosa significa questa forma di contrattazione e abbiamo seri dubbi sulla sua realizzazione, specie perchè non è per nulla chiaro l’aspetto principale: chi finanzia l’operazione?». Lo sottolineano in una nota Francesco Rizzo e Lorenzo Semeraro del coordinamento Usb (Unione sindacale di base) di Taranto riferendosi all’ipotesi del ricorso ai contratti di solidarietà al posto della cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione annunciata dall’Ilva per un massimo di 6.417 dipendenti dello stabilimento ionico.
«Cosa si sta preparando – si chiedono i due rappresentanti dell’Usb – per le migliaia di lavoratori Ilva in questo momento? Molto probabilmente non sarà possibile la cassa in deroga poichè priva di copertura finanziaria, perciò si 'rigira la frittata', servendo una minestra che all’apparenza potrebbe sembrare diversa, ma non lo è, perchè a pagare saranno ancora i lavoratori».
L'Usb ritiene giusto che «l'onere e le responsabilità di quanto accade siano a totale carico della famiglia proprietaria». Il sindacato denuncia inoltre il ricorso da parte dell’azienda a provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori che non accettano questa situazione. «Quanti lavoratori – osservano – diventano quotidianamente oggetto di vessazioni ed altre violenze? Il sistema è collaudato, è perfetto, costringe ad abbandonare le armi, a dimettersi, oppure ad essere licenziato per cumulo di sanzioni disciplinari. E' vecchio il trucco, tutti lo sanno ma pochi ne parlano o intervengono». (GdM)
Argomenti
cassaintegrazione,
ILVA,
operai,
sindacati,
USB
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