lunedì 9 marzo 2009

Chiude l'acciaieria 2 all'Ilva. Altri 1000 operai a casa!

La gravissima crisi economica travolge l’Ilva con un effetto domino senza precedenti. Anche l’acciaieria 2, il più grande reparto d’Europa per la produzione di laminati piani, chiude a tempo indeterminato.
Lo stop è giunto ieri, a sorpresa, con una nota diffusa dal gruppo Riva agli organi di informazione. «A causa della crisi finanziaria da domani 9 marzo (oggi - ndr) l’acciaieria 2 verrà fermata. Si tratta di una decisione esclusivamente dettata dal crollo della domanda di acciaio nei tradizionali sbocchi di mercato come auto, elettrodomestici ed edilizia. Il settore dell’auto ha visto, ad esempio, le immatricolazioni crollare del 40 per cento». Questi dati erano già in possesso dell’azienda venerdì scorso, quando a Roma i dirigenti del Gruppo Riva hanno incontrato i sindacati per parlare di cassa integrazione, contratto integrativo, bonus per i lavoratori in esubero. Nessuno ha fatto cenno alla chiusura a tempo indeterminato dell’acciaieria 2. Perché?
Il reparto ha già dimezzato l’attività nelle scorse settimane, ma lo stop non era previsto. Malgrado sia stato proprio il vicepresidente del gruppo, Fabio Riva, a dire ai sindacati che la produzione di acciaio avrebbe subito un taglio del 50 per cento, nell’incontro di quindici giorni fa a Milano, l’Ilva aveva previsto per il reparto solo il ridimensionamento in questa seconda fase di cassa integrazione. Lo schema iniziale relativo alla fermata degli impianti contemplava, infatti, la sola fermata dell’acciaieria numero 1. La decisione di chiudere l’acciaieria 2 ha colto in contropiede i sindacati: venerdì scorso, infatti, né il capo del personale Ilva, Pietro De Biasi, né l’ingegner Italo Biagiotti, incontrando le segreterie nazionali e provinciali di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, ha prospettato questa possibilità. E per quanto possano risultare confortanti le rassicurazioni offerte dal Gruppo Riva sugli investimenti di natura ambientale «quelli avviati nell’acciaieria 2 non subiranno alcun rallentamento ma proseguiranno in linea con quanto previsto nelle linee guida Bat (le migliori tecnologie da adottare per rendere le industrie eco-compatibili - ndr)», crescono i timori dal punto di vista occupazionale e la paura che questa crisi duri molto a lungo con conseguenze imprevedibili.
In cassa integrazione, dal 2 marzo e per 13 settimane, sono 4mila lavoratori. Chiaramente il picco non è stato ancora raggiunto, ma con la chiusura, oggi, dell’acciaieria 2 sarà toccato molto più rapidamente e per un tempo più lungo di quello programmato. «Si ribasce - spiega la nota del Gruppo Riva - che l’acciaieria 2 non si ferma definitivamente e non appena le condizioni di mercato lo permetteranno l’impianto verrà riavviato e tutto il personale richiamato al lavoro nel più breve tempo possibile.
di FULVIO COLUCCI (La Gazzetta del Mezzogiorno)

Arsenale: 1600 lavoratori sostituiti con "hotel di lusso"

Arsenale e dismissioni, si riparte da zero. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa porterà a Cannes, alla fiera immobiliare che inizia domani, il progetto di locazione dei beni demaniali militari. L’idea è quella del fitto, non della vendita (che la legge non prevede). Finirebbero così a monte progetti già da tempo elaborati come quello sostenuto dall’Amministrazione comunale tarantina per trasformare l’incrociatore Vittorio Veneto e la stazione torpediniere in un museo storico. Non va dimenticato che le aree demaniali militari da dismettere nel territorio tarantino non sono poche e hanno grande valore storico e urbanistico: l’isola di San Paolo, Palazzo Brasini già sede della scuola reclute dell’Aeronautica per fare due esempi. Discorso diverso per l’Arsenale. Lo stabilimento attende da tempo segnali concreti di un rilancio che il ministero della Difesa ha più volte sbandierato. «Cederlo per farne altro – ha dichiarato Mimmo Bellangino sindacalista della Cgil – sarebbe l’ennesimo schiaffo alla città. Non sappiamo se la notizia è pura propaganda o è un pezzo di quella verità sull’Arsenale fatta a brandelli e resa nota a pezzi. Noi siamo fermi – ha detto ancora Bellangino – all’incontro del 13 ottobre col sottosegretario Cossiga: si parlò di rilancio, ora si parla di dismissioni, quando, in realtà, le dismissioni delle aree demaniali dovrebbero servire a trovare risorse per la manutenzione e la ripresa delle attività nello stabilimento tarantino. Questa decisione sarebbe l’ennesima alle spalle dei tarantini. All’Arsenale rischiano il posto 1600 lavoratori”.
FULVIO COLUCCI

Sicuri da morire...

di Antonella Zezza
L’associazione Linea 5, ad un anno di attività e ad un anno dall’incidente mortale alla Truck Center, torna sul tema della sicurezza sul lavoro che è il filo rosso che intesse quasi tutte le iniziative dell’associazione nata poco dopo l’incidente alla Thyssenkrupp di Torino.
L’intento è quello di esprimere un preciso atto di responsabilità politica e intellettuale: sottrarre la morte sul lavoro all’eccezionalità, alla casualità, per collocare il diritto al lavoro e alla sicurezza nel cuore della esistenza collettiva e quotidiana. Come scriveva il giornalista Valentino Parlato nel 2007: «La quotidianità dei morti sul lavoro dovrebbe indurci ad una considerazione seria sul mondo nel quale viviamo e sul sistema capitalistico ancora dominante - riferendosi a Prodi che aveva usato l’espressione “martiri del lavoro”, Parlato aggiungeva - evitiamo di parlare di martiri e diciamoci: ordinarie, normali e previste e scontate uccisioni del nostro processo di produzione allargata».
Nel 2007 1210 morti, nel 2008 1060 morti, nel 2009: dal 1 gennaio al 28 febbraio 82 morti, degli infortunati o malati non si sa quasi nulla.
In anteprima nazionale è stato proiettato il documentario “Legami d’acciaio. 626 dove sei…” realizzato dalla giornalista Danila Bellino presente in sala. La giornalista ha dedicato il suo documentario alle tragedie sul lavoro dall’Italia meridionale in su, soffermandosi sui luoghi divenuti simbolo: la Thyssenkrupp di Torino, l’Ilva di Taranto e la Truck Center di Molfetta.
...
Leggi l'articolo completo

Dopo i condoni del "fatto" ecco il condono del "fare"!

Ecco un commento a caldo di Edoardo Salzano relativo al nuovo piano edilizio nazionale lanciato dal Governo Berlusconi (da ComuniVirtuosi).

"Scatenare gli “spiriti animali” della speculazione edilizia più forsennata e rozza per dare uno choc all’economia, un colpo alla burocrazia e un volano enorme all’edilizia: questo, secondo le sue parole, il progetto di politica urbanistica dell’uomo che gli italiani, aiutati da una legge elettorale balorda, hanno scelto per governare. Si potranno aumentare del 20% le cubature di tutti gli edifici residenziali esistenti e della stessa quantità le aree coperte dagli edifici ad altra destinazione. Si potranno demolire e ricostruire, con il 30% in più, gli edifici costruiti prima del 1989. Tutto questo in deroga ai piani regolatori e ai pareri degli uffici: basta la certificazione di un tecnico.

Siamo alla follia. Si cancellano non pochi decenni, ma alcuni secoli di tentativi di regolare un mercato (quello dell’utilizzazione del suolo a fini urbani) che, lasciato alla spontaneità, stava distruggendo le città e rendendone invivibili le condizioni per gli abitanti e le attività.

La regolamentazione del territorio nell’interesse collettivo non nasce nei paesi del socialismo reale, e neppure in quelli del welfare state, ma agli albori del XIX secolo nei paesi del capitalismo maturo. Arrivò più tardi nei paesi in cui le debolezza dell’imprenditoria moderna lasciava ampio spazio alla rendita, come l’Italia. Qui la regolamentazione urbanistica venne introdotta, nell’epoca fascista, dopo un conflitto che vide, all’interno di quel mondo, la vittoria delle forze del profitto su quelle della rendita: fu nel 1942, quando la legge del fascista Gorla fu approvata contro le resistenze dei difensori del privilegio indiscriminato della proprietà privata.

Aumentare le cubature e le superfici delle costruzioni esistenti in deroga a piani (per di più già spesso sovradimensionati) significa compromettere tutte le condizioni della vivibilità: peggiorare le condizioni del traffico, il carico delle reti dell’acqua e delle fogne, ridurre l’efficienza delle scuole, del verde, dei servizi sociali, peggiorare le condizioni dell’aria e dell’acqua, ridurre gli spazi pubblici, rendere più difficile la convivenza.

Significa privilegiare, nell’economia, le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare rispetto a quelle della ricerca, dell’innovazione dei sistemi produttivi, dell’utilizzazione delle risorse peculiari della nostra terra. Non dimentichiamo che scatenare l’attività edilizia indiscriminata provocherà la distruzione di paesaggi, di beni artistici e culturali, di testimonianze storiche e di bellezza: insomma, di tutte le componenti del patrimonio comune, già così debolmente tutelati nel nostro paese.

E riflettiamo sul fatto che affidare le decisioni delle demolizioni e ricostruzioni e degli ampliamenti edilizi al parere tecnico di professionisti pagati dagli stessi operatori immobiliari interessati significa sottrarre ogni decisione non a una parassitaria burocrazia, ma ai pareri di qualificati funzionari pubblici e alla possibilità dei cittadini di concorrere, mediante le procedure della pianificazione urbanistica e l’intervento diretto di partecipazione, alle scelte di trasformazione dei territori sui quali vivono.

Da quale palazzo o palazzetto della politica nascerà il segnale di una protesta che fermi la marcia verso la devastazione?"

Una questione di tutti...

La via italiana del progresso sostenibile


Cinque punti fermi: gestione del territorio, impronta ecologica della macchina comunale, rifiuti, mobilità e nuovi stili di vita. Cinque stelle di merito, come quelle che ogni anno l’Associazione dei Comuni Virtuosi assegna a quei comuni che si sono impegnati per cambiare la propria politica ambientale e ottenendo risultati positivi. Una filosofia di vita pubblica e privata, quella dei comuni virtuosi, che parte sì, dal piccolo, ma con grandi ambizioni, prima fra tutte cambiare la mentalità delle persone e della classe politica italiana. Che non è poco.
Comuni virtuosi è nata nel maggio del 2005 su iniziativa di 4 comuni, Colorno (PR), Monsano (AN), Vezzano Ligure (SP) e Melpignano (LE), che si sono ritrovati intorno alla Libera Università di Alcatraz diretta da Jacopo Fo. Da lì, l’idea di provare a mettersi insieme per costruire uno strumento operativo. Nasce l’associazione che oggi conta 22 comuni iscritti: una realtà molto piccola ma con comuni diffusi su tutto il territorio nazionale, a dimostrare che le esperienze fatte si possono realizzare ovunque. Il coordinatore dell’associazione è Marco Boschini, che ribadisce con forza la necessità culturale di un nuovo linguaggio improntato all’ecologia:
“Abbiamo comuni che contano 500 abitanti e altri che ne contano 50.000. L’obiettivo di fondo è innanzitutto culturale, cioè far passare alla classe dirigente italiana l’idea che è possibile amministrare i territori riducendo l’impronta ecologica del comune attraverso azioni molto concrete sull’efficienza energetica, sulla riduzione dei rifiuti, sulla mobilità sostenibile, sui nuovi stili di vita. Il sito internet è il nostro punto di riferimento dove amministratori, comitati e cittadini possono accedere alla documentazione riguardo ai progetti che stiamo facendo e siamo anche su Facebook
Tra i numerosi esempi di comuni virtuosi c’è chi ha puntato sullo stop al consumo di territorio, come il comune di Cassinetta di Lugagnano (MI) che è stato il primo in Italia ad aver approvato un piano di gestione del territorio a crescita zero, il che significa che in quel comune non si può più cementificare, riducendo drasticamente l’impatto ambientale. Il comune di Capannori (LU) è il primo in Italia ad aver adottato la strategia “rifiuti zero” (la stessa adottata dal comune di San Francisco), cioè hanno approvato una delibera comunale in cui si dice che nel 2020 non produrranno più rifiuti… “se lo può fare san Francisco lo possiamo fare anche noi, bisognerebbe che invece di parlare solo di inceneritori si parlasse anche di queste cose”.
C’è poi l’intervento più difficile, quello del risparmio energetico negli edifici pubblici, difficile perché bisogna affrontare “la pigrizia della classe dirigente italiana che non crede sia possibile fare queste cose e non ha voglia di mettersi in gioco: queste politiche (almeno nel momento iniziale) impongono alle amministrazioni un cambiamento di mentalità, bisogna cambiare fornitori, scrivere le delibere in modo diverso, ma una volta messa in moto la macchina ci si accorge che conviene. A Padova, semplicemente modificando le apparecchiature di illuminazione pubblica, sono riusciti a ridurre di 400.000 euro la spesa corrente annua del bilancio comunale.
E senza dubbio se, soprattutto in un momento di crisi, contano i fatti e non le parole, l’idea dei comuni virtuosi è sicuramente una ricetta “green” di successo. Un successo che Marco Boschini è stato invitato a portare ad Energethica, il Salone delle Energie Rinnovabili e Sostenibili tenutosi a Genova questo fine settimana. Comuni Virtuosiè stata invitata all’interno di un convegno dedicato alla Decrescita Felice, il movimento che sostiene che il legame tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che spesso ad un aumento del Prodotto interno lordo (PIL) si registri una diminuzione della qualità della vita. Boschini lo sostiene apertamente: “Secondo me questo movimento è l’unica vera novità degli ultimi anni ed è proprio in un momento di crisi come questo che la decrescita felice ha un senso, perché per esempio riqualificare da un punto di vista energetico il patrimonio dell’edilizia italiano significa più occupazione, un’occupazione innovativa, virtuosa in cui non si va a edificare nuovi territori, ma si cerca di fare in modo che le nostre case e le nostre industrie taglino le bollette energetiche permettendo un risparmio economico. Quindi prima di parlare di nucleare, di ampliare l’offerta energetica nazionale, bisognerebbe intervenire sulla domanda evitando quegli sprechi fino al 70% dell’energia che produciamo malissimo e consumiamo malissimo. I comuni virtuosi, sia che siano o no iscritti all’Associazione, hanno messo in atto un cambiamento nel modo di fare politica che si contamina con le comunità locali, attivando dei progetti che vanno a coinvolgere i cittadini nel favorire dei piccoli cambiamenti quotidiani nei propri consumi”.

Visita il sito: comunivirtuosi.org

Un'iniziativa del forum Acqua Bene Comune

Mailbombing su componenti Commissione Ambiente Camera dei Deputati
Che le audizioni contemplino tutte le diverse componenti e anime del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua!

Le audizioni per la legge d’iniziativa popolare verranno definite nella prossima riunione dei capigruppo della Commissione Ambiente che si terrà il 10 Marzo. Il ritardo di tale passaggio è dovuto essenzialmente all’ostruzionismo che i componenti della Commissione stanno facendo non presentando la propria lista di audizioni in merito.
E’ necessario, a questo punto, attuare un mailbombing sui componenti della Commissione, al fine di mettere un po’ di pressione richiedendo che le audizioni siano le più ampie possibili e che contemplino tutte le diverse anime del Forum, così come da noi richiesto.
Affinchè sortisca effetto, è importante che l’invio delle mail sia realizzato contemporaneamente dal maggior numero di persone possibili, pertanto
concentriamoci tutti sulla giornata di lunedì 09 marzo.

Cliccate qui per il testo della mail e l’elenco degli indirizzi e-mail dei parlamentari della Commissione Ambiente della Camera ed il testo da inviare loro.

domenica 8 marzo 2009

sabato 7 marzo 2009

Donne e lavoro. Nel giorno della festa il ricordo del dolore.

La forza delle donne. La giornata dell'otto marzo serve anche per ricordare a tutti la particolare forza che le donne hanno dimostrato nei secoli, la loro sopportazione del dolore, anche in condizioni impossibili, la loro costanza e una specie particolare di umiltà. Viene da pensare a tutto questo guardando il volto di Franca Caliolo, vedova di un operaio morto all'ILVA di Taranto, il suo dolore si manifesta già nella fatica che fa parlando della sua tragedia familiare, "eppure devo continuare a parlarne, non solo per ricordare mio marito, ma soprattutto per i nostri figli e per i tanti giovani che non conoscono queste realtà, non sanno cosa vuol dire perdere la persona che ami e, poco dopo, venire abbandonata dalle istituzioni e dalla giustizia".
Era il 18 aprile del 2006 quando il marito moriva per un'intossicazione da gas, ma "nonostante siano passati tre anni il processo non si avvia", sottolinea con forza Franca, "so che molte altre persone sono nella mia stessa condizione, ma la giustizia, lo sappiamo bene, non serve ai morti, serve ai vivi, perché queste cose non devono capitare ancora". La solitudine, questa signora minuta la sintetizza così, "c'è la rabbia per aver perso chi ami, ma subito dopo ci si ritrova da soli con un'unica domanda: ‘e adesso che faccio?', e con la constatazione che la giustizia non scende dall'alto". La stessa percezione delle morti bianche, secondo Franca, "è una cosa un po' strana, cioè tu senti le notizie dei telegiornali, leggi gli articoli, ma contemporaneamente pensi: ‘a noi non capiterà', insomma si cerca di allontanare l'idea, è umano, è un modo di difendersi dalla paura, ma poi a volte capita e ti ritrovi che non sai più che fare". La vicenda della ThyssenKrupp di Torino, "è stata importante per sensibilizzare l'opinione pubblica", spiega Franca, "ma io vorrei che l'attenzione delle persone che lavorano nei media si rivolgesse alle tante tragedie, meno conosciute, ma che sono sparse per tutte l'Italia". In definitiva, al di là dei processi, "noi, familiari delle vittime, sappiamo che il dolore non passa, ma si evolve, il vuoto non si colma", ammonisce lei con voce calma, "non per questo bisogna ritirarsi dalla vita, cerchiamo di fare qualcosa per smuovere le coscienze, dobbiamo continuare a testimoniarlo questo dolore, per cercare di rendere più sicuri i posti di lavoro dove andranno i nostri figli e i nostri nipoti"
Danila Bellino, Articolo21

Lavoro e tumore: un convegno svela le ultime novità

Gli atti del convegno sul rischio cancerogeno occupazionale
Disponibili on line gli atti del convegno “Il rischio cancerogeno occupazionale oggi”. Documenti e dati sulle indagini epidemiologiche, sulle dimensioni del rischio, sulle prospettive per il futuro.
La Scuola Italiana di Formazione e Ricerca in Medicina di Famiglia (Sifmed) in collaborazione con il Patronato INCA CGIL ha organizzato il convegno nazionale “Il rischio cancerogeno occupazionale oggi” che si è tenuto a Milano il 4 e 5 dicembre 2008 alla Camera del Lavoro. Uno degli obiettivi del convegno era una riflessione a tutto campo sul tema del rischio cancerogeno occupazionale in Italia ed Europa, specialmente in relazione a:
- comparti lavorativi maggiormente interessati e gli indirizzi di prevenzione primaria individuati;
- risultati delle verifiche di efficacia delle misure di prevenzione;
- limiti delle indagini epidemiologiche;
- risultati delle esperienze di ricerca attiva dei tumori professionali;
- modalità del loro riconoscimento assicurativo;
- criticità del processo penale;
- registrazione dei lavoratori esposti anche in riferimento al nuovo Testo Unico.
Con la pubblicazione degli atti del convegno queste riflessioni sono ora disponibili per tutti coloro che vogliono approfondire i temi del rapporto tra agenti cancerogeni e ambienti di lavoro e avere accesso a un gran numero di dati e casistiche relative ai tumori professionali.
Per scaricare gli interventi in formato pdf clicca qui

La Difesa si "svende" l'arsenale

... servono soldi per pagare le missioni militari?

Un albergo di lusso al posto di una caserma, di un forte o di una struttura militare ormai in disuso ma situata in posizione 'strategica' sotto il profilo turistico: è una prospettiva destinata a realizzarsi, anche se non nel breve periodo, se andrà a buon fine il processo di progressiva dismissione dei beni che la Difesa considera non più funzionali alle proprie esigenze. Per far conoscere agli investitori il considerevole patrimonio architettonico, storico e culturale della Difesa, il ministero ha deciso di partecipare al Salone mondiale Mipim di Cannes.
"Non andiamo lì per vendere", si affretta a precisare Ignazio La Russa, durante la conferenza stampa di presentazione dell'evento. "Si tratta di una pura opera di informazione sulle opportunità di investimento per chi vorrà assicurarsi immobili di grande prestigio".
Questa grande fiera immobiliare, dal 10 al 13 marzo, sarà la 'vetrina' ideale per promuovere ''strutture poste in luoghi di grande prestigio, spesso nei centri storici delle città d'arte''. In quest'ottica, ha spiegato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una conferenza a Roma, sarà possibile individuare ''strutture da dare in futuro in gestione anche per un utilizzo turistico-alberghiero''. Al Mipim, comunque, la Difesa ''non andrà per vendere. Questa è la 'cornice' di un progetto che ancora deve realizzarsi. Per la 'tela' - chiarisce - ci sarà tempo''.
I beni considerati non più utili dalla Difesa sono un migliaio su tutto il territorio italiano (l'arsenale e l'Isola di S. Andrea a Venezia, la Caserma Montebello a Milano, la Caserma La Marmora a Torino, Forte Cavour dell'Isola Palmara a La Spezia, il Comprensorio San Gallo a Firenze, Palazzo Brasini e l'arsenale a Taranto) e tra questi almeno 200 sono considerati ''di pregio''. Le strutture, ha rilevato il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, potranno essere messe a disposizione dei Comuni, mentre le aree industriali militari non più in attività potrebbero rivelarsi utili per il sistema industriale civile. In cambio delle dismissioni dei beni, la Difesa potrà ottenere ''lavori di ristrutturazione di caserme, opere di manutenzione, realizzazione di nuovi alloggi per il personale''.
Il progetto si concretizzerà anche in virtù della legge 133 del 6 agosto del 2008, che consente al ministero della Difesa di effettuare, in autonomia, l'attività di alienazione, permuta, valorizzazione e gestione dei beni immobiliari. E' stato così avviato il processo di individuazione di tutti i possedimenti demaniali che potrebbero essere messi sul mercato. Dal punto di vista dei militari, ha osservato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini, il flusso di risorse che in questo modo finirà nelle casse dello Stato ''potrà incrementare l'efficienza di questa 'macchina' per il bene del Paese''.
Al Salone Mondiale immobiliare Mipim 2009 la Difesa esporrà ''un consistente repertorio fotografico di quelle installazioni di cui già si prevede l'alienzazione e quindi - spiegano alla Difesa - la conseguente immissione sul mercato immobiliare''. La gran parte delle strutture militari in Italia vanta ''una consistenza storica, architettonica e paesaggistica di inestimabile retaggio tradizionale''. Per dirla con lo slogan che accompagnerà il ministero a Cannes, ''un'eredità di valore''. (Adkronos)
La Russa intende affittare o magari vendere (non subito, l'attuale legge non lo consente) tale patrimonio.
Il fatto è che l'operazione rischia di dar vita ad un "doppione" e sprecare così parte delle risorse recuperate. Perché l'idea di cedere o affittare pezzi del patrimonio pubblico non è una novità: nel precedente governo Prodi era stata avviata una operazione ad hoc, chiamata "Valore Paese", che avrebbe dovuto appunto valorizzare gli immobili della Difesa. Il progetto era stato affidato all'Agenzia del Demanio, guidata allora da Elisabetta Spitz, alla quale - attraverso due decreti - la Difesa stessa aveva "girato" la gestione di circa 400 caserme. L'Agenzia avrebbe dovuto concederle in affitto per 50 anni garantendo agli affittuari la tutela degli investimenti effettuati. Poi il governo è cambiato, la Spitz è stata sostituita con Maurizio Prato e l'operazione non è mai davvero decollata. Peccato che nel frattempo l'Agenzia si fosse dotata di una Spa istituita apposta e tuttora esistente, necessaria per seguire gli affitti (e un domani, probabilmente le vendite). E che la Difesa - che nel frattempo si è ripresa l'Arsenale Venezia "passato" a suo tempo alla Spitz - ancora non ce l'abbia. Quando l'offerta sul mercato davvero ripartirà, gli immobili e terreni di Stato potranno comunque contare sulla "concorrenza" di ben due "agenzie".(Repubblica)

Dopo l'Ilva il cinema?

Il porto turistico non si farà, il cineporto sì. A Bagnoli non attraccheranno gli yacht ma, in compenso, ci sarà spazio per una piccola Cinecittà. Nonostante una bonifica ancora al 40 per cento, i ritardi, i soldi che spariscono e ricompaiono come nel gioco delle tre carte.
Lìoccasione si presenta proprio a Bagnoli nell'Officina meccanica dell'ex Ilva. Ironia della sorte, il Cineporto diventa da subito location di una vera e propria telenovela. Il primo ciak è del 22 novembre 2006. Bagnoli, interno giorno: il governatore Antonio Bassolino e il sindaco Rosa Russo Iervolino annunciano che là, dove per 80 anni si era forgiato l'acciaio, sorgerà un centro di produzione per l'audiovisivo all'avanguardia.
Ci sono le foto in rendering, che fanno intravedere quel che sarà degli 8 mila metri quadri dell'ex corpo di fabbrica: su cinque livelli, uno dei quali interrato, sorgeranno tre teatri di posa, uffici di produzione e post-produzione, sale costumi, sale di scenografia e doppiaggio, camerini, sale visione e uffici casting, sartorie, falegnameria, deposito attrezzature. C?è il nome, altisonante: Bagnoli Studios. I costi annunciati sono 11,4 milioni di euro: i soldi li metterà la Regione Campania e li gestirà la Bagnolifutura, la società di trasformazione urbana al 90 per cento di proprietà del Comune di Napoli.
L'inizio dei lavori è previsto per dicembre 2007. Ma dal giorno dell'annuncio a oggi ci sarà solo la gara per la progettazione e i lavori per un importo pari a 19,6 milioni, otto in più di quanto inizialmente comunicato. Niente altro. Ci pensa Claudio Velardi, divenuto intanto assessore regionale al Turismo, a dare pepe alla trama con un colpo di scena: decide, ad agosto 2008, di spostare quelle risorse su altre iniziative.
La soluzione del giallo la trova Bassolino che impone all'assessore alle Attività produttive, il fedelissimo Andrea Cozzolino, di reperire le risorse per mantener fede all'investimento annunciato davanti alle telecamere 30 mesi fa. Una fiction nella fiction, che ha avuto il merito di distogliere l?attenzione dalle vicende più spinose sul futuro di Bagnoli. Da un lato, c'è la recente decisione del Tar della Campania che ha bocciato il Piano urbanistico esecutivo e, di fatto, bloccato i lavori.
Dall'altro, la scelta del Comune di Napoli di non rimuovere più la cosiddetta "colmata a mare". Quella che per tre ministri all'Ambiente era 'una bomba ecologica' resterà lì ancora a lungo, perché «le risorse a disposizione sono state notevolmente ridotte e non sarebbero sufficienti», secondo il vicesindaco, il notaio Tino Santangelo, che annuncia: «Ne faremo l'Agorà per il Forum Universale delle Culture, che si terrà a Napoli nel 2013». Serviranno altre risorse per la 'messa in sicurezza', una sorta di blindatura in cemento armato lunga quasi un chilometro. (L'Espresso)

venerdì 6 marzo 2009

Arte effimera

Trasformare le impalcature dei cantieri di restauro di alcuni monumenti pugliesi in opere d’arte a cielo aperto: è l’obiettivo di 'Arte in cantiere. Opere d’arte sui ponteggì, promossa dall’assessorato ai Beni culturali della Regione Puglia con la collaborazione della direzione regionale per i Beni culturali, e presentata oggi dall’assessore regionale i Beni culturali, Domenico Lomelo, e dal direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici della Puglia, Ruggero Martines.
L'idea è di affidare ad artisti, senza limiti di età nè di provenienza, la realizzazione di un’opera che sarà esposta sui teloni a copertura delle impalcature. Le opere saranno selezionate tra quelle che parteciperanno al bando di concorso che lunedì prossimo sarà pubblicato su due quotidiani nazionali e due locali. "Poichè nel mondo artistico – secondo Martines – esiste una penalizzazione delle artiste di sesso femminile, abbiamo previsto di riservare una 'quota rosà: la metà ad artisti uomini, la metà ad artiste donne".
I fondi stanziati dall’assessorato sono ammontano a 200mila euro, dai quali saranno anche pagati i premi, di 5.000 euro ognuno, agli artisti che verranno selezionati da una giuria di esperti. Per il momento sono dodici gli edifici in restauro sui quali gli artisti sono chiamati ad esprimersi: il palazzo Sylos Calò di Bitonto, la Cattedrale di Ruvo di Puglia, la pinacoteca Palazzo Minerva di Canosa, la Cattedrale di Trani, il Palazzo Imperiali a Brindisi, il Palazzo di Città di Ostuni, la Cattedrale di Foggia, la chiesa San Leonardo di Foggia, il Castello Carlo V e la Cattedrale di Lecce, le chiese di San Domenico e San Pasquale a Taranto. Ma non è escluso che il numero dei monumenti possa aumentare.
Lomelo ha concluso sottolineando che l’iniziativa servirà "ad avvicinare l’impegno delle istituzioni sulla tutela, la valorizzazione e il recupero dei beni culturali", ai giovani "delle accademie e dei conservatori che potranno" così "diventare protagonisti".

Falso allarme...

Il Ministero dell'Ambiente, dopo quattro anni di ritardo nel rilascio dell'Autorizzazione Integrata Ambientale si permette di accusare la Regione Puglia di ritardo nell'approvazione del disegno di legge che modifica la scadenza per l'entrata in funzione dell'impianto ad urea...
E noi sotto le ciminiere a respirare e seguire il teatrino!

Cultura: la testa fuori dal buco

Un paio di suggerimenti ai nostri assessori "struzzi"
A Bitonto nasce la prima Galleria Nazionale di Puglia. Una ricca collezione e un palazzo storico donati allo Stato che ha realizzato un museo degno di questo nome.
E intanto Pierri fa marcire le tele del Carella, Palazzo d'Ayala, Palazzo Pantaleo, Carducci, la collezione Tursi, il premio Taranto, e con loro tre quarti di tessuto antico della città vecchia... Quanto è lontana Bitonto!
E se facessimo una colletta per far girare i nostri assessori a conoscere un pò di mondo? Bastassero tre anni di militare a Cuneo!

A Bari si attivano processi di identità transculturale di alto livello con confronti tra intellettuali su temi di assoluta attualità.
e qui?
Scusate, dimenticavamo i concerti di Nino d'Angelo e dei Camaleonti. Allora siamo "avanti"!

Losappio rassicura sul "Parco colabrodo"

“Come è noto il Parco della Terra delle Gravine è stato istituito dopo 20 anni di attese e di rinvii con la legge regionale 18/05 su iniziativa della Giunta Vendola.
“Le finalità della legge sono indicate nell’art. 2 e puntano a salvaguardare e recuperare le biocenosi, gli habitat e le specie animali e vegetali individuate nelle direttive CEE.
“Tutti coloro che fanno precedere le proprie obiezioni da frasi di circostanza a sostegno del Parco dovrebbero pertanto riconoscersi in queste finalità.
“L’art. 1, concernente la istituzione dell’area protetta, prevede la possibilità per le aziende agricole e i titolari di diritti reali di presentare con determinate modalità domanda di esclusione dal Parco.
“Si tratta di un “compromesso” raggiunto dal Consiglio fra diverse concezioni ed esigenze, tutela della natura e delle sue risorse e valorizzazione dell’attività economica e in particolare di quella zootecnica. “Un equilibrio che portò al varo della legge con ampio consenso.
Tale possibilità, indicata solo in questa fra le 13 leggi istitutive i parchi pugliesi approvate nella legislatura, è oggi all’attenzione della Conferenza dei Servizi indicata dalla legge 19/97, dopo l’espletamento delle procedure di accertamento della validità delle domande pervenute.
“Di ciò dunque, si discute con i Comuni e in Conferenza dei servizi e non di altre, annunciate esigenze che non sono contemplate nella legge e ne vengono esplicitamente escluse.
“Il Parco, dunque, non è in discussione.
“Si ragiona del rispetto della legge e di come applicare l’art. 1, sapendo che sono giunte richieste di esclusione per il 27% della superficie, circa 7000 ha, in grande parte all’interno del perimetro.
“Questa circostanza rende difficile la separazione di tanti e a volte piccoli appezzamenti nell’interno del Parco e ha spinto la Regione a presentare alla Conferenza l’ipotesi di inserire una terza zona, a modifica della zonizzazione provvisoria, nella quale non si applicheranno le norme di salvaguardia previste dalla legge.
“Il tema è oggi alla riflessione delle Amministrazioni Comunali sapendo che la legge 18/05 non prevede la esclusione automatica dal Parco sulla base di una richiesta, ma indica invece la procedura dell’intesa fra Comune di riferimento e Regione.
“ La Regione conferma la disponibilità a una verifica serena delle esigenze del mondo produttivo sapendo però che le aree di maggior pregio naturalistico, anche se in alcuni cassi private, non possono essere sottratte al Parco pena lo snaturamento delle sue finalità.” (Press Regione)

giovedì 5 marzo 2009

Democrazia nera come il petrolio!



A Taranto l'ENI non vuole fare niente per contenere l'inquinamento della raffineria... in compenso in Iraq, dopo tutto il bagno di democrazia a suon di bombe e kamikaze, ecco che Scaroni si presenta puntuale a chiedere il conto per il "nostro lavoro di pace":

L'Eni è in pole position per aggiudicarsi il contratto relativo allo sfruttamento del giacimento petrolifero di Nassiriya. Un campo petrolifero che, secondo le stime del ministero del petrolio iracheno, vanta riserve per circa 4,4 miliardi di barili, con un potenziale di produzione di almeno 300.000 barili al giorno. Una stima, quest'ultima, nettamente al di sotto della valutazione dell'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, Paolo Scaroni, secondo il quale potrebbe raggiungere il milione di barili.
La conferma indiretta del prossimo buon esito della gara è venuta dal ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, partito oggi per Bagdad. Scajola, nel corso di un'intervista al Giornale ha preannunciato che durante la sua permanenza in Iraq firmerà "un accordo che ci permetterà di avere in Italia un'altissima percentuale del petrolio estratto" in quel Paese. Un'intesa a livello governativo che potrebbe preludere alla prossima sigla del contratto anche da parte dell'Eni.
La scorsa settimana il ministero iracheno del petrolio aveva annunciato che il governo avrebbe finito di esaminare le offerte presentate dalle compagnie entro febbraio, per decidere a marzo a chi assegnare il contratto.
Si tratta di uno dei molti giacimenti iracheni già scoperti ma non ancora sfruttati. Anche i vertici dell'Eni seguono gli sviluppi finali della vicenda con crescente ottimismo, come ha dimostrato lo stesso amministratore delegato Paolo Scaroni che, nel corso di un'intervista a "Domenica in", ha ribadito di avere "l'ambizione che l'Eni sarà la prima compagnia internazionale che sbarca" in Iraq.
"Mi auguro - ha detto - che questo avvenga nei prossimi mesi. La nuova frontiera che vogliamo aprire è l'Iraq. Un po' la nuova mecca del petrolio". Quello di Nassiriya è un giacimento ben conosciuto dall'Eni, sul quale il gruppo energetico ha compiuto in passato studi geologici e ipotesi di sfruttamento sia con personale italiano, sia con personale iracheno.
ANSA

Ecco perché gli italiani erano a Nassiriya!!!
Quante cose si comprendono meglio, dopo (per chi sopravvive...)!

L'ENI preferisce inquinare per risparmiare energia!!!

Che stranezze, quando si trattava di ottenere l'autorizzazione al raddoppio della raffineria, l'ENI sostenne che gli impianti erano obsoleti e che aumentando la produzione avrebbero apportato delle migliorie tecniche per abbattere gli inquinanti...
Ora che devono ottenere l'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) europea, sostengono che i loro impianti sono al passo conle migliori tecnologie al punto che se si applicano migliorie si rischia di inquinare di più...
C'è da sentirsi un pò presi in giro, come scrive Peacelink nelle sue osservazioni all'AIA dell'ENI!


Al Ministro dell’Ambiente, Alla Commissione AIA, Al Presidente della Regione Puglia, All’Arpa Puglia, Al Presidente della Provincia di Taranto, Al Sindaco di Taranto.
Oggetto: osservazioni sull’Autorizzazione Integrata Ambientale per l’ENI


L’ENI ritiene che le Migliori Tecnologie Disponibili (MTD) per ridurre le emissioni inquinanti non siano applicabili alla propria raffineria di Taranto per ciò che riguarda i sistemi di trattamento secondari e di lavaggio dei gas di scarico.
E’ quanto riportato nell’allegato D.3.1A (scheda D.3.1) della documentazione fornita nell’ambito delle integrazioni per l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
Nella vastissima documentazione tecnica depositata dall’ENI nel sito del Ministero dell’Ambiente, PeaceLink ha individuato questa nota che di fatto sembra vanificare lo spirito dell’AIA. Come è noto l’AIA deriva dalla direttiva europea IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control) la quale ha come scopo principale la riduzione delle emissioni inquinanti che è resa possibile anche dall’adozione delle Migliori Tecnologie Disponibili.
L’ENI ha comunicato la nota al Ministro dell’Ambiente nell’ambito della procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e nelle ultime quattro righe delle “conclusioni” a pagina 5 si legge testualmente:
“Pertanto, alla luce delle considerazioni sopra esposte, ENI ritiene che tali tecniche inserite nelle Linee Guida sulle MTD per le raffinerie non risultino applicabili alla propria raffineria di Taranto e pertanto non possano considerarsi come MTD per il caso specifico” (“Nota tecnica sull’applicabilità delle MTD relativa a sistemi di trattamento secondari e lavaggio waste gas”, allegato D.3.1A (scheda D.3.1).
Secondo l’ENI infatti le MTD ridurrebbero in media le emissioni di ossidi di azoto (NOx) solo dello 0,15%, di anidride solforosa (SO2) dell’1,09% e di polveri dello 0,04%.
Troppo poco, sostiene l’ENI, per giustificarne l’adozione (“marginali” ed “esigui” vengono definiti i benefici). Secondo l’ENI le Migliori Tecnologie Disponibili in questo caso avrebbero effetti addirittura controproducenti perché, se applicate, produrrebbero un “aumento della quantità di rifiuti” e un “aumento dei consumi energetici per il funzionamento delle apparecchiature”, si legge nella nota dell’ENI.
Rimaniamo stupefatti per simili scelte e riteniamo inaccettabile che una grande azienda come l’ENI emuli l’Ilva nel ritenere “non applicabili” le migliori tecnologie che nel resto dell’Europa sono adottate per ridurre le emissioni inquinanti.
L'AIA non è stata ancora concessa all'ENI.
Riteniamo pertanto opportuno che vada rispettato lo spirito e la lettera della normativa relativa all’AIA, ossia il Decreto Legislativo 4 agosto 1999, n. 372 ("Attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento") e Decreto Legislativo 18 febbraio 2005, n. 59 (“Attuazione integrale della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento”).
Il Decreto Legislativo 59 del 2005 all’art.3 comma 1 afferma che "l'autorità competente, nel determinare le condizioni per l'autorizzazione integrata ambientale, tiene conto dei seguenti principi generali: devono essere prese le opportune misure di prevenzione dell'inquinamento, applicando in particolare le migliori tecniche disponibili".
Nell’art. 8 (“Migliori tecniche disponibili e norme di qualità ambientale”) è sancito quanto segue:
“Se, a seguito di una valutazione dell'autorità competente, che tenga conto di tutte le emissioni coinvolte, risultasse necessario applicare ad impianti, localizzati in una determinata area, misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale, l'autorità competente può prescrivere nelle autorizzazioni integrate misure supplementari particolari più rigorose, fatte salve le altre misure che possono essere adottate per rispettare le norme di qualità ambientale”.
Riteniamo che per Taranto vi siano tutti i presupposti per invocare l’articolo 8 e perché si applichino le “misure più rigorose” in quanto è riconosciuta per legge “città ad alto rischio di crisi ambientale”.
Invochiamo il principio che in un’area altamente industrializzata come quella di Taranto tutte le Autorizzazioni Integrate Ambientali debbano convergere verso un obiettivo finale: quello del dimezzamento complessivo dell’inquinamento nell’arco di cinque anni.
Tale obiettivo va considerato un obiettivo minimo per le emissioni convogliate. Per alcune emissioni particolarmente nocive e per le emissioni diffuse si deve fare ancora di più.
Occorre fissare dei quantitativi annui di emissione – sostanza per sostanza - da non superare complessivamente nell’area industriale, in linea con lo spirito e la lettera dell’Accordo di Programma.
Un taglio del 10% annuo delle emissioni, partendo dai valori più bassi dichiarati nel registro INES negli ultimi anni, è da ritenersi per noi ragionevole e raggiungibile, nonché necessario. Attraverso questa strategia del 10% per 5 anni consecutivi si può raggiungere un taglio del 50% delle emissioni complessive.
Ripetiamo: per noi è l’obiettivo minino. Rimaniamo profondamente preoccupati perché non emerge, nel lavoro fin qui svolto, un calcolo complessivo del miglioramento ambientale che deriverebbe a Taranto dalle Autorizzazioni Integrate Ambientali che stanno per essere rilasciate.

Si richiede che questa email venga considerata comunicazione ufficiale e protocollata, nonché inserita sul sito del Ministero dell'Ambiente come "osservazione del pubblico".

Prof. Alessandro Marescotti, Ing. Biagio De Marzo
nota ENI su MTD

mercoledì 4 marzo 2009

Ecco l'articolo del National Geographic su Taranto

..ovviamente si parla di inquinamento!

Nat Geo3

aggiungiamo un regalino...
diox4

Affari sporchi e "regali speciali"

BRINDISI: CHIUSO TERMOVALORIZZATORE

SIGILLI AL TERMOVALORIZZATORE DI BRINDISI DA PARTE DEI CC DEL NOE, SEQUESTRO DI FUSTI DI SOSTANZE PERICOLOSE E ACQUISIZIONE DI MATERIALE AMMINISTRATIVO E TECNICO.
I CONTROLLI ALL'INTERNO DELLA STRUTTURA SONO STATI ESEGUITI A SEGUITO DI UN'INCHIESTA APERTA DALLA MAGISTRATURA SULLA STRUTTURA GESTITA DALLA MULTINAZIONALE FRANCESE VEOLIA.
IL BLITZ DEI CC MARTEDI MATTINA CON IL PM GIUSEPPE DE NOZZA .
ALL'IMPIANTO, UNO DEI POCHI IN ITALIA PER IL TRATTAMENTO E LO STOCCAGGIO DI RIFIUTI SPECIALI PERICOLOSI, LA PROVINCIA NEGò DUE ANNI FA L'AUTORIZZAZIONE PER UN AUMENTO DELLO STOCCAGGIO DECRETANDONE LA CHIUSURA E LA MESSA IN SICUREZZA, E OBBLIGANDO IL CONSORZIO ASI E IL GESTORE A VERSARE UNA FIDEIUSSIONE A GARANZIA DI 6 MILIONI DI EURO.E INVIANDO IN PROCURA DOCUMENTAZIONE SULLA VICINANZA DEL SITO ALLA FALDA E AD UN CANALE.POI UNA DECINA DI GIORNI FA UNA SEGNALAZIONE DA PARTE DELLA VEOLIA SULLA PRESENZA DI UNA 15INA DI FUSTI DI SOSTANZE TOSSICHE PERICOLOSE NELL'IMPIANTO. Telenorba

I panni sporchi si lavano a... Roma!

Mille lenzuola, esposte per un mese sui balconi di Taranto, sono state consegnate al Treno verde di Legambiente per essere recapitate al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. L’iniziativa rientra nella campagna 'Mal'Aria 2009'.
Alcune lenzuola sono state consegnate dagli alunni della scuola 'Vicò del rione Tamburi. "Vogliamo che il ministro – sottolinea in una nota il presidente del Circolo Legambiente di Taranto, Lunetta Franca – si renda conto della qualità dell’aria che respirano ogni giorno i tarantini".
"Valutiamo positivamente l’intesa raggiunta tra ministero dell’Ambiente, Regione Puglia ed enti locali sull'Ilva di Taranto sulle emissioni di diossina, ma l’accordo – conclude – è solo il primo passo per affrontare concretamente la questione e Legambiente non ha intenzione di abbassare la guardia". La Gazzetta del Mezzogiorno

A Taranto vengono a spiegarci come si smina la Cambogia???

...e i Tamburi come si "sminano"?

(ASCA) - Roma, 4 mar - Si terra' a Taranto domani e dopodomani il seminario dal titolo ''New Technologies for Demining and Human Security'', coordinato dal ministero degli Esteri in ambito ASEM (Asia-Europe Meeting, il principale foro multilaterale delle relazioni euro-asiatiche nei settori politico, economico e culturale) che sara' presieduto dall'Italia e dalla Cambogia.
Elsag Datamat, una societa' Finmeccanica annuncia il seminario organizzato con la fattiva collaborazione della Regione Puglia, della Provincia e del Comune di Taranto. Il seminario, spiega una nota della Farnesina, ha tra gli obiettivi principali di favorire lo scambio di esperienze tra i paesi partecipanti, allo stesso tempo esaminando le nuove tecnologie disponibili ed il loro potenziale in supporto alla cooperazione internazionale.
Leggi l'articolo completo

Altri 65000 mq di monnezza!

Scoperta e sequestrata dalla GdF nelle campagne di Martina Franca un'area di 65.000 mq utilizzata come discarica abusiva. I militari hanno denunciato una persona che aveva la disponibilita' dell'area. Nella discarica erano state stoccate oltre 300 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi tra cui eternit, pneumatici, materiale ferroso e plastico ed elettrodomestici ingombranti. (ANSA)
Negli ultimi dodici mesi le Fiamme Gialle del comando regionale Puglia, hanno sequestrato 107 aree destinate a discariche abusive per un totale di oltre 1.282.000 metri quadri nonche' oltre 52.200 tonnellate di rifiuti speciali e/o pericolosi. Nelle operazioni di servizio sono state denunciate 489 persone.(Adnkronos)

Anche i cittadini nel loro piccolo...devastano Taranto!

E chissà quanto sono "buoni" i datteri pescati a Punta Rondinella, tra gli scarichi industriali e il porto mercantile!

Taranto, le Fiamme Gialle sequestrano datteri e ricci di mare

Continua incessante l’impegno profuso dalle Fiamme Gialle della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Taranto, in materia di polizia ambientale, marittima , economico-finanziaria ed a tutela del lavoro regolare. Le Unità Navali del Corpo, con l’ausilio del personale appartenente al Nucleo Sommozzatori alla sede, hanno sorpreso, in località Punta Rondinella, un sub intento alla pesca del dattero di mare, e sequestrato 1 kg dello stesso nonché l’attrezzatura utilizzata per l’illecita attività. Al termine dell’operazione 1 (una) persona è stata denunciata.
La pesca di frodo del dattero di mare è ancora frequente lungo il litorale ionico, in virtù della richiesta sempre elevata del succulente “frutto” , nonché del lauto guadagno per chi si dedica a tale illecità attività, realizzando sostanziosi guadagni ovviamente “in nero” che sfuggono a qualsivoglia forma di imposizione tributaria. Per estrarre i datteri di mare vengono impiegati piccozze, scalpelli, martelli pneumatici e persino piccole cariche esplosive, una vera rovina ambientale, uno dei più gravi fenomeni di erosione della biodiversità nell’ambiente marino.
Leggi l'articolo completo

Casa della Cultura?

Lettera aperta agli Amministratori del Comune e della Provincia di Taranto

Altri hanno, nelle scorse settimane, messo in evidenza le precarie condizioni della Biblioteca/Emeroteca “Acclavio”: umidità assolutamente intollerabile per dipendenti ed utenti (anche per il sistema di riscaldamento assolutamente inadeguato), infiltrazione di acqua nel solaio dell’Emeroteca e via discorrendo. Mi associo, quale assiduo frequentatore soprattutto dell’Emeroteca, alle loro giuste e sacrosante proteste.
La verità è che la struttura, progettata e nata nata per contenere un’esposizione di mobili con relativo deposito, si mostra per quella che è: assolutamente inadeguata per le funzioni che dovrebbe svolgere attualmente; né è pensabile intervenire con interventi di “adeguamento” che, a mio parere, risulterebbero costosissimi e sostanzialmente inefficaci.
Si tratta quindi, sempre a mio parere, di mettersi a lavorare per costruire una nuova soluzione: a Bari quello che era il vecchio macello comunale è diventato, dopo opportuna ed idonea ristrutturazione, l’accogliente struttura dell’Archivio di Stato, della Biblioteca Nazionale e dell’Emeroteca
Perché non pensare a qualcosa di analogo anche a Taranto? Nella nostra Città non mancano certo strutture di pregio abbandonate che potrebbero essere trasformate in una Casa della Cultura degna di questo nome, magari attingendo a fonti di finanziamento europee.
Indico, con una riflessione immediata e superficiale, solo alcuni possibili contenitori: l’ ex Liceo Ferraris in via Mazzini, abbandonato da anni, di proprietà della Provincia che potrebbe gestire, insieme al Comune, un eventuale progetto; l’ ex Ospedale vecchio, abbandonato da qualche anno; l’ex circolo della Marina Militare in Via Di Palma (di fronte all’Arsenale), anch’esso abbandonato da anni.
Probabilmente con una riflessione più approfondita ed organica si individuerebbero anche altre soluzioni che potrebbero dare alla Casa della Cultura una sede adeguata e confortevole.
Pinuccio Stea (storico locale)

Altr'Italia... (purtroppo!)

Tav, AD Impregilo condannato per smaltimento rifiuti
FIRENZE (Reuters) - Il giudice del tribunale di Firenze, Alessandro Nencini, ha condannato 27 persone, tra cui l'amministratore delegato di Impregilo, per lo smaltimento illecito di rifiuti durante i lavori di costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità Firenze-Bologna.
Alberto Rubegni, presidente di Cavet (Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana) e amministratore delegato di Impregilo -- la società che detiene circa il 75% del consorzio che ha avuto in appalto i lavori Tav -- è stato condannato a cinque anni di reclusione per smaltimento illecito di rifiuti insieme al consigliere delegato di Cavet Carlo Silva e al direttore generale Giovanni Guagnozzi.
Il consorzio è stato anche condannato a un risarcimento complessivo di 150.160.000 euro, dei quali 50 milioni ciascuno a favore di ministero dell'Ambiente, Regione Toscana e provincia di Firenze, e la somma restante ad altri piccoli comuni.
...
Leggi l'articolo completo

martedì 3 marzo 2009

La Regione rispetta gli impegni di Roma...

...e l'ILVA?

Con l'approvazione di un disegno di legge la giunta regionale pugliese ha deciso oggi di modificare le date entro cui i valori limite di immissione in atmosfera di Pcdd/F (diossina) degli impianti Urea esistenti in Puglia dovranno essere contenuti nel Protocollo di Aarhus. Si apprende da un comunicato della Regione Puglia. Gli esiti del Tavolo Tecnico riunito a Roma portarono, il 19 febbraio scorso, alla sottoscrizione di un Protocollo aggiuntivo all'Accordo di Programma sottoscritto a Bari l'11 aprile 2008. La Regione Puglia si impegno' a consentire allo stabilimento Ilva di Taranto l'applicazione del procedimento Urea finalizzato all'abbattimento delle diossine in un lasso di tempo prolungato sino al 30 giugno 2009. L'Ilva si e' impegnata a presentare entro il 31 dicembre 2009 un progetto ambientale per ridurre ulteriormente l'emissione di diossine fino allo 0,4 ng. Nel documento, approvato da tutte le parti sociali, si impegnava pertanto la Regione Puglia (art.1) ad emanare, entro e non oltre il 31 marzo 2009, una norma prioritaria che costituisca interpretazione autentica della legge regionale 19 dicembre 2008, il n.44. Il ddl approvato oggi - si legge nel comunicato della Regione Puglia - segna quindi il seguente calendario: a) a partire dal 30 giugno 2009: somma di Pcdd e Pcdf 2,5 ng TEQ/Nm3; b) a partire dal 31 dicembre 2010: somma di Pccd e Pcdf 0.4 ng TEQ/ Nm3.(Iris)

Diossina, a Bari sono più "legali" di noi!!!

Bari, 3 mar. - (Adnkronos) - ''In applicazione alla legge regionale 44 del 2008 meglio conosciuta come 'legge antidiossine', lo stabilimento Lucchini di Bari, nell'ambito degli adempimenti previsti dalla norma, ha avanzato alla Regione nei giorni scorsi richiesta di conferma del piano di campionamento gia' previsto per la procedura Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale ndr)''. Lo rende noto l'assessore all'Ecologia della Regione Puglia, Michele Losappio.
''Si tratta di una delle prime applicazioni della legge - aggiunge - che ne confermano la validita' e la praticabilita'. La legge, dunque, funziona e consente un monitoraggio attento, finalizzato al funzionamento degli impianti nel rispetto della salute dei cittadini. Emerge, inoltre, come la stessa legge -conclude Losappio- non sia diretta solo verso un impianto ma abbia finalita' generali non ritorsive e volte a definire il giusto equilibrio fra esigenze che non devono essere contrapposte''. Il riferimento e' allo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto che ha chiesto e ottenuto nei giorni scorsi, grazie alla mediazione del Governo, un lieve rinvio dei termini per l'applicazione delle norme.

Operai morti per inquinamento: l'Ilva a processo

«I nostri cari morti per lavoro l'Ilva di Taranto ci risarcisca»

Richieste di risarcimento milionarie sono state presentate dagli eredi di alcuni operai morti per malattie che avrebbero contratto lavorando all’interno dello stabilimento siderurgico Italsider prima e Ilva poi. Oltre a una decina di familiari delle vittime, ha chiesto di costituirsi parte civile anche la Fiom Cgil. Sono imputati 32 ex dirigenti del Siderurgico per cooperazione in omicidio colposo e cooperazione in omissione colposa di cautele o difese contro gli infortuni sul lavoro. Una trentina i casi di operai morti o che hanno contratto gravi malattie lavorando a contatto con quella che il pm Italo Pesiri ha definito «una particolare miscela di elementi dannosi per la salute».
Gli episodi presi in esame riguardano un arco di tempo di 35 anni. Tra le carte processuali c’è la storia in filigrana dell’Italsider, della monocultura siderurgica, del passaggio dalle Partecipazioni statali al Gruppo Riva, della lotta all’inquinamento. La magistratura tarantina ha puntato l’indice sulle conseguenze sociali, sanitarie e ambientali della presenza dello stabilimento siderurgico. In alcuni casi, come evidenziato dall’avv. Giuseppe Lecce, uno dei difensori di parte civile, le consulenze tecniche hanno già evidenziato il nesso di causalità fra le patologie di cui sono rimasti vittime gli operai ed il loro luogo di lavoro e l’Inail eroga già assegni vitalizi agli eredi. Il legale ha citato per la responsabilità civile il rappresentante legale pro tempore dell’Ilva. Gli imputati, sempre a parere del pm Pesiri, avrebbero omesso di informare i dipendenti dello stabilimento dei rischi che la loro salute stava correndo alla luce delle sostanze e degli elementi, come le polveri, con cui avevano contatto.
Gli altri familiari delle vittime sono rappresentati in giudizio dagli avvocati Rosario Orlando (che ha chiesto per tre assistiti un risarcimento di un milione e mezzo di euro), Stefania Pollicoro, Caterina Campanelli e Francesco Nevoli. L’inchiesta fu avviata in seguito a una denuncia contro ignoti presentata da un avvocato di Matera, figlio di un operaio del Siderurgico morto per neoplasia. Le indagini sono state supportate dall’acquisizione di un’imponente mole di documenti e di testimonianze e dalle consulenze tecniche assegnate per ricostruire, partendo dalle cartelle cliniche degli operai deceduti per malattie ritenute di natura professionale, la diretta conseguenza del decesso con l' assorbimento o l' inalazione di sostanza letali, prima fra tutte l' amianto, che è comunque la sostanza che ha causato le morti per asbestosi.
Sono finiti sul banco degli imputati coloro che fra il 1960 ed il 1995, ha ricoperto ruoli dirigenziali nell’ambito dell’allora Italsider-Ilva. Il cocktail di sostanze tossiche sarebbe stato composto soprattutto da acidi tossici, apirolio, diossina, polveri di amianto, polveri sottili, carbone, silice, particelle di ferro, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, policlorobifenili, mercurio, anidride carbonica. I dirigenti avrebbero dovuto informare i dipendenti dei rischi che correvano.
L’udienza preliminare è stata aggiornata al 20 aprile prossimo. In quella sede, i difensori degli imputati presenteranno le loro eccezioni e il gup Carriere si esprimerà sulle richieste di costituzione di parte civile.
La Gazzetta del Mezzogiorno

Rassegna stampa: varietà






lunedì 2 marzo 2009

Salviamo la nostra storia!

Vi chiediamo di inviare, in massa, il seguente appello via mail agli indirizzi di seguito specificati e di inoltrare alle varie mailing list che possono essere interessate:

segreteria.presidente@regione.puglia.it
n.vendola@regione.puglia.it
assessore.ecologia@regione.puglia.it

messaggio da inviare:
IN QUESTI GIORNI IL PARCO TERRA DELLE GRAVINE CORRE IL RISCHIO DI SCOMPARIRE: SONO INFATTI IN DISCUSSIONE, ALLA REGIONE, LE DOMANDE DI ESCLUSIONE PRESENTATE DA PROPRIETARI DI SUOLI E AZIENDE CHE, SE ACCOLTE, PORTEREBBERO DI FATTO A DECRETARE LA MORTE DELL'AREA PROTETTA.
CHIEDIAMO CON FORZA CHE QUESTO NON ACCADA E CHE IL PARCO RIESCA A DIVENTARE STRUMENTO DI TUTELA E DI VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO, INDISPENSABILE IN UN PERCORSO ALTERNATIVO ED ECOSOSTENIBILE DI SVILUPPO.

Cassa disIntegrazione all'Ilva

Un centinaio di lavoratori dello stabilimento dell’Ilva di Taranto è stato collocato in cassa integrazione ordinaria senza alcun preavviso. Lo denuncia la Fiom Cigl di Taranto. “Questa mattina – è detto in una nota – si sono visti negare l’ingresso allo stabilimento in quanto il badge risultava disabilitato, per effetto della collocazione in cassa integrazione ordinaria, mentre molti altri lavoratori sono entrati regolarmente in fabbrica ma si sono visti rifiutare il loro inizio lavoro all’interno dei reparti”. La direzione dell’Ilva, riferisce la Fiom, ha poi spiegato che non avendo potuto inviare per tempo la comunicazione scritta, ha in questo modo ovviato consegnando a mano il provvedimento con effetto retroattivo a partire dall’inizio del turno di lavoro, cioè dalle ore 7 di oggi. “Le rappresentanze sindacali unitarie e l’esecutivo di Fabbrica della Fiom – conclude il comunicato – stigmatizzano il grave comportamento della direzione dell’Ilva che, in un momento così difficile per la vita dei lavoratori a causa della crisi in atto, pretende di scaricare totalmente sui lavoratori le conseguenze della crisi, anche superando le norme previste per la gestione della cassa integrazione ordinaria”. Circa quattromila dipendenti dello stabilimento siderurgico tarantino, un quarto del totale, è attualmente in cassa integrazione. (La Gazzetta del Mezzogiorno)

Comincia da oggi per un primo gruppo di dipendenti Ilva la seconda fase di cassa integrazione. Gli esuberi, 4mila in tutto, raggiungeranno il tetto massimo nei prossimi giorni. Il periodo di «cassa», previsto dall’accordo firmato mercoledì scorso dal Gruppo Riva e dal sindacato Fim Cisl, è di tredici settimane: si concluderà, quindi, il primo giugno. L’Ilva ha annunciato l’ulteriore ricorso alla cassa integrazione agli inizi della scorsa settimana. E’ stato il vicepresidente del Gruppo, Fabio Riva, durante la riunione a Milano nella sede di Federacciai, a confermare il provvedimento iscrivendolo nella generale tendenza negativa figlia della recessione. La produzione dello stabilimento siderurgico calerà del 50 per cento nel 2009. Non è escluso il ricorso a nuovi provvedimenti di cassa integrazione vista l’incertezza sui tempi di uscita dalla crisi.
Altro dato preoccupante: lo stop imposto dalla crisi alla verticalizzazione del prodotto. L’Ilva stava investendo per superare la fase dei semilavorati e offrire così al mercato degli utilizzatori (fabbriche di autoveicoli, di elettrodomestici, ecc.) solo prodotti finiti. Questo avrebbe consentito, superata la crisi, di riassorbire più velocemente gli esuberi generati dalla fase recessiva nelle attività di completamento dei prodotti. La crisi ha tarpato le ali agli investimenti e ora si teme che, in futuro, al di là del momento difficile, sarà comunque più arduo riprendere la strada di politiche occupazionali espansive. Unica nota positiva dell’incontro di Milano è stata la conferma, da parte di Riva, degli investimenti in materia ambientale e la fase avanzata dei lavori di costruzione dell’impianto Urea che servirà all’abbattimento delle emissioni di diossina a partire da giugno.
L’intesa sulla cassa integrazione non è stata siglata dagli altri due sindacati dei metalmeccanici: Fiom Cgil e Uilm Uil. La Fiom contesta i termini dell’accordo soprattutto nella parte salariale, chiedendo per i lavoratori in esubero un trattamento economico integrativo che permetta loro di contenere le perdite in busta paga dovute al periodo di cassa integrazione. La Fiom insiste perché questo contributo non sia una tantum ma mensile, cioè finché l’azienda ricorrerà all’ammortizzatore sociale. Il sindacato guidato da Franco Fiusco chiede anche l’assunzione di tutti i lavoratori interinali anche se sul punto Fim Cisl e Uilm Uil hanno polemizzato, rivendicando a sé la difesa dei precari, operai senza tutele i quali vengono già licenziati a centinaia alla scadenza del contratto per le difficoltà legate alla crisi dell’acciaio.
La Uilm, invece, non è contraria all’accordo di mercoledì scorso, ma lo ritiene incompleto dal punto di vista economico e per questo non lo ha firmato. Il segretario Rocco Palombella giudica positivamente la riduzione del numero di cassintegrati (da 5mila 100 circa a 4mila), così come il riconoscimento del rateo di tredicesima piuttosto che il periodo di formazione professionale per i lavoratori in esubero. La Uilm vuole però legare l’accordo sulla «cassa » alla partita del contratto integrativo di cui azienda e sindacati discuteranno venerdì prossimo a Roma. In quella sede sarà chiesta un’altra integrazione salariale una tantum in favore dei dipendenti in esubero così come fu proposto con successo a dicembre quando Gruppo Riva, Fiom, Fim e Uilm firmarono il primo accordo sulla «cassa». Accolta la richiesta, la Uilm ha già annunciato la sua firma in calce all’intesa. Le polemiche sullo strappo consumatosi mercoledì scorso al tavolo della trattativa fra le sigle sindacali sono esplose in maniera virulenta.
La Fim e la Uilm, per quanto divise formalmente dalla firma in calce all’intesa col Gruppo Riva, hanno attaccato la Fiom: «E’ contro i precari - hanno spiegato i segretari della Fim Giuseppe Lazzaro e della Uilm Rocco Palombella - perché vuol farli licenziare ». «Falso - ha replicato il segretario della Fiom Franco Fiusco - perché noi vogliamo, invece, l’assunzione di tutti i lavoratori interinali: solo così avrebbero le tutele previste dal contratto siderurgico». La spaccatura, apparentemente insanabile, ha vissuto sabato un nuovo capitolo. Il segretario della Uilm, Rocco Palombella, ha proposto alla Fiom Cgil un referendum: chiedere ai lavoratori se a loro giudizio l’accordo va bene o se non è piuttosto preferibile l’intesa firmata da tutti e tre i sindacati dei metalmeccanici nello stabilimento Ilva di Genova e ritenuta dalla Fiom migliore di quella raggiunta a Taranto. (La Gazzetta del Mezzogiorno)

domenica 1 marzo 2009

L'elemosina delle sedie

Ecco le sedie che l'Ilva ha dato in elemosina alla Provincia per arredare l'Auditorium di via Grazia Deledda, nel quartiere Tamburi a ridosso di minerali e ciminiere incontrollati.
Vi risparmio i commenti penosamente entusiastici che politici, amministratori e gestori della struttura hanno espresso per Riva... Il paròn se l'è cavata veramente con poco!
Molti spettatori, indignati da tanto servilismo, hanno preferito sedere per terra nel corso degli spettacoli teatrali della rassegna TATA' organizzata dal CREST (concessionario della struttura).
Quanti morti per ogni sedia?
E se (come un tempo facevano le famiglie con i banchi delle chiese) la Provincia si svegliasse dal sonno della ragione, e mettesse delle targhe dietro ogni sedia con i nomi di quanti hanno interrotto prematuramente la loro esistenza, morti per l'industria e il profitto di questa gente?
Fantascienza? Forse si con questi amministratori...
Intanto noi ci siamo presi la briga di indicare il posto riservato al convitato di pietra, "proprietario" delle sedie e non solo di quelle...


L'Ilva devasta l'atmosfera? Pagano gli italiani!!!

UNMILIARDOTRECENTOVENTICINQUEMILA EURO L'ANNO!!!


«Biossido di carbonio, Italia multata a causa dell'Ilva»

«L'Italia paga 42 euro al secondo di sanzione per avere sforato il limite di produzione di biossido di carbonio rispetto ai limiti imposti dal protocollo di Kyoto. Purtroppo la Puglia ha un ruolo determinante in questo». E Taranto, con i suoi impianti industriali, a partire dal centro siderurgico dell’Ilva, detiene un ruolo primario.
Questa è la denuncia di Marcello Vernola, eurodeputato (vicecapodelegazione Forza Italia-Ppe) e componente della commissione Ambiente del Parlamento Europeo, nonché relatore ombra sulla direttiva per le emissioni industriali. «Sono più di 3 milioni e 600 mila euro al giorno. Dall’1 gennaio 2008 la sanzione a carico dell’Italia è attualmente di quasi un miliardo 600 milioni di euro. L’Italia, nel 2006, aveva sforato (dati Kyoto club) di 80 milioni di tonnellate i limiti del protocollo di Kyoto e ogni tonnellata in eccesso costa 20 euro. Si teme che, in mancanza di un’inversione di tendenza, nel 2012 si possa arrivare a 128 milioni di tonnellate di sforamento. Causa principale, la dipendenza di produzione energetica da combustibili fossili e il ritardo nella produzione energetica da fonti alternative».
Ma Taranto con Brindisi cosa c'entra? Ha un ruolo primario, si è detto prima. «Nel solo arco jonico-salentino le tre aziende Brindisi Sud (è l’impianto dell’Enel - ndr), Ilva di Taranto e centrale termoelettrica di Taranto avevano prodotto nel 2007 complessivamente 35 milioni di tonnellate di CO2, costituendo il primo, secondo e terzo posto per l’inquinamento da biossido di carbonio in Italia. Brindisi sud 14 milioni e mezzo di tonnellate, Ilva 10 milioni e mezzo, centrale termoelettrica di Taranto oltre 9 milioni». Solo a Taranto, dunque, 20 milioni di tonnellate di biossido di carbonio prodotte, citando quelle due sole aziende (e ci sono anche le altre).
«Insomma - sottolinea l’eurodeputato Vernola - un gravissimo contributo, anche in termini economici, per il pagamento della sanzione viene da tre importanti realtà industriali del nostro territorio. Da qui l’urgenza di una riorganizzazione ecocompatibile, anche per quelle produzioni, come sollecito da tempo. Sul piano ambientale, continuare così è oggettivamente impossibile. Sul piano economico, quel miliardo e 600 milioni, una cifra spaventosa, letteralmente buttata in fumo dalla comunità nazionale, poteva invece essere utilizzato in altra maniera con tante necessità che abbiamo.
Fortunatamente, per l’Ilva è intervenuta la mediazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a ricondurre alla concretezza i termini per rispettare la norma regionale, magari giusta nel principio ma giunta dopo tanti ritardi del governo regionale e che finiva per far pagare tali ritardi all’impresa. Una norma eccessivamente onerosa, praticamente impossibile da rispettare nei tempi. Invece - conclude Vernola - servono atti concreti per una inversione di rotta non più procrastinabile».

A proposito di paure...

Ecco una valida ricerca statistica sulla percezione della sicurezza in Italia.
L'indagine registra, tra le altre, un aspetto molto interessante: la percezione dell'insicurezza da criminalità cala in modo considerevole tra il 2007 e la fine del 2008, soppiantata da....? la paura per la crisi economica mondiale. Negli ultimi mesi del 2008, cioè, le persone percepiscono più fortemente l'insicurezza derivante dai problemi economici globali piuttosto che dalla criminalità. Cosa succede dopo lo sappiamo bene, purtroppo l'indagine è del novembre 2008 e quindi si ferma lì, ma noi abbiamo ben visto cosa è accaduto. I media hanno virato tutte le precedenti notizie su banche fallite, indici di borsa in picchiata, mutui subprime sulle notizie della criminalità. La tattica di compiacere il manovratore di turno distogliendo lo sguardo dei governati dalle sue incapacità, inettitudini e complicità si è risolta nell'indice puntato su minoranze.
Materiale per machiavelli prossimi venturi.
p.s. La via d'uscita, l'intensificarsi di relazioni tra le persone: non solo le persone con molte relazioni sociali dichiarano di sentirsi meno angosciate e impaurite, ma una buona fetta di intervistati pensa sia proprio questo il modo efficace per "proteggersi".
(P.V.)

Sicurezza Italia 2008