Ilva: possibile sequestro dello stabilimento di Taranto
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha indetto una riunione tecnica
sull’Ilva di Taranto che si terrà domani, 13 luglio, alla presenza dei
rappresentanti del ministero dello Sviluppo economico e del ministero
per la Coesione territoriale e della regione Puglia.
Motivo dell’incontro: esaminare le condizioni dello stabilimento “con
particolare riferimento alla recente iniziativa della magistratura a
carico dell’impresa per i reati di inquinamento ambientale” e verificare
lo stato delle iniziative in relazione “all’autorizzazione ambientale
integrata degli impianti” ed “alla bonifica del sito industriale”.
Non
è la prima volta che si tenta di chiudere lo stabilimento di Taranto.
Anche la scorsa estate i carabinieri del nucleo operativo ecologico si
erano fortemente attivati per chiedere il sequestro del centro
siderurgico dopo aver svolto numerose indagini che testimoniavano i
reati commessi dalla società. Reati che vanno dal disatro ambientale
colposo, alle omissioni di cautele contro gli infortuni su lavoro, al
danneggiamento di beni pubblici, allo sversamento di sostanze
pericolose.
Questa volta, però, molti hanno paura che per lo
stabilimento di Taranto sia arrivata davvero la fine. Inquina troppo e
da anni la gente si ammala, su questo non ci sono dubbi. Eppure c’è chi,
a Taranto, non riesce ad essere del tutto contento immaginando una
eventuale chiusura della fabbrica. Cinquemila sono i lavoratori che si
ritroverebbero senza occupazione. La riunione di domani, e poi la
prossima del 19 luglio che dovrebbe determinare le sorti definitive
della società desta quindi un certo timore negli animi dei sindacati.
Timore che la magistratura faccia quello che avrebbe dovuto fare ormai
da molto tempo, dal momento che le indagini sull’Ilva di Taranto sono
partite ormai vent’anni fa.
Se si arrivasse alla chiusura della
fabbrica, infatti, cinquemila persone rischierebbero di trovarsi da un
giorno all’altro per strada. “Un disastro”, dicono i sindacati. Ma
“disastro” è anche la parola che viene usata, non solo dagli
ambientalisti ma anche dai comuni cittadini per definire il danno creato
dalla società in questione in tutti questi anni. Casi di malati di
tumore a causa dell’Ilva di Taranto si sono avuti non solo nelle
vicinanze della fabbrica ma in molte altre zone solo teoricamente
“lontane”. Persino nel basso Salento ci sono stati numerosi casi di
decessi a causa di tumori determinati proprio dall’Ilva, poiché, come
hanno dimostrato molti scienziati, è anche il vento tossico della
fabbrica ad inquinare e ad ammalare, soffiando verso il tacco d’Italia.
Non
si capisce, quindi, quale sia il maggiore disastro, dal momento che le
perizie della magistratura mostrano una correlazione scientifica tra
l’inquinamento, le malattie e lo stabilimento dell’Ilva. Solo a Taranto,
nei 7 anni presi in considerazione dalle indagini, ci sono stati 174
decessi “da inquinamento”, avvenuti in particolare nei quartieri Tamburi
e Borgo.
Leggiamo nella perizia dei magistrati: “È emerso un
eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11 per cento), in
particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71), della
prostata (+50) e della vescica (+69). Tra le malattie non tumorali sono
risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64) e le malattie
cardiache (+14). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno
presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135) e
dell’encefalo (+111). Il quadro di compromissione dello stato di salute
degli operai della industria siderurgica è confermato dall’analisi dei
ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali,
cardiovascolari e respiratorie”.
E i vertici dell’Ilva sembrano
essere coscienti di tutto ciò. Così coscienti che due di loro – il
presidente del gruppo, Nicola Riva e il direttore dello stabilimento,
entrambi indagati – hanno già deciso di mettersi in ombra, di mollare il
gruppo, probabilmente spaventati dai recenti atti resi pubblici dalla
magistratura e dalle riunioni ministeriali che si terranno in questi
giorni.(Eilmensile)
giovedì 12 luglio 2012
Toto-ospedali
Maxiospedali, Taranto ok è polemica sul Brindisino
Sarà allocato in un’area di circa 22 ettari, alle porte di Taranto lungo la direttrice Taranto-San Giorgio Jonico e nelle immediate vicinanze dello svincolo con la statale 100, il nuovo ospedale da 700 posti letto che la Regione intende costruire nell’ambito del piano di edilizia sanitaria. Costerà circa 210 milioni di euro e sarà il primo dei 5 nuovi ospedali che la Regione intende edificare dopo aver raggiunto la firma all’accordo di programma quadro col governo. È quanto è emerso dalla riunione che ieri l’assessore alla Salute Ettore Attolini ha tenuto con il presidente della conferenza dei sindaci dell’area, Ezio Stefàno, e i sindaci dell’area interessata al progetto. Poiché occorreranno 4-5 anni per la realizzazione, è stato concordato di puntare molto sui progetti di riconversione degli ospedali chiusi o in corso di chiusura con la prima e la seconda fase del Piano di Riordino, oltre che alle attività della medicina del territorio.
... (GdM)
Sarà allocato in un’area di circa 22 ettari, alle porte di Taranto lungo la direttrice Taranto-San Giorgio Jonico e nelle immediate vicinanze dello svincolo con la statale 100, il nuovo ospedale da 700 posti letto che la Regione intende costruire nell’ambito del piano di edilizia sanitaria. Costerà circa 210 milioni di euro e sarà il primo dei 5 nuovi ospedali che la Regione intende edificare dopo aver raggiunto la firma all’accordo di programma quadro col governo. È quanto è emerso dalla riunione che ieri l’assessore alla Salute Ettore Attolini ha tenuto con il presidente della conferenza dei sindaci dell’area, Ezio Stefàno, e i sindaci dell’area interessata al progetto. Poiché occorreranno 4-5 anni per la realizzazione, è stato concordato di puntare molto sui progetti di riconversione degli ospedali chiusi o in corso di chiusura con la prima e la seconda fase del Piano di Riordino, oltre che alle attività della medicina del territorio.
... (GdM)
Ancora proclami solenni...
Ilva: Ferrante, nessun disimpegno da Taranto
"Nessun disimpegno e nessun abbandono dell'Ilva rispetto a Taranto. L'azienda e' qui, ci vuole restare, considera Taranto uno stabilimento strategicamente importante nel quale continuare ad investire, a produrre e a mantenere i posti di lavoro". Lo ha affermato Bruno Ferrante, nuovo presidente dell'Ilva, in un incontro stampa nel capoluogo jonico. Ferrante, ex prefetto di Milano dal 2000 al 2005, da due giorni e' il nuovo numero uno dell'Ilva in sostituzione di Nicola Riva, figlio del capostipite Emilio, dimessosi dalla carica assunta a maggio del 2010.(AGI)
«Il nostro futuro legato all'Ilva»
Paura, preoccupazione, ma soprattutto attesa. A Taranto fra i 12mila operai dell'Ilva, l'acciaieria più grande d'Europa, sembra essere scattato il conto alla rovescia in vista della stretta della Procura dopo le indagini sull'inquinamento e l'accusa di disastro colposo e doloso ai vertici dell'azienda. «È nell'aria, temiamo proprio che la magistratura stia per sequestrare gli impianti e l'azienda stia per mandarci a casa» dicono i lavoratori. Sensazioni. Percezioni. Ma molto diffuse tanto da aver spinto gli stessi operai a scrivere al sindaco di Taranto, Ezio Stefàno: «Il nostro futuro è inscindibilmente legato alla capacità dell'Ilva di rimanere competitiva sui mercati. Qualsiasi intervento della magistratura che porti ad una modifica degli assetti produttivi attuali genererebbe un effetto domino tale da determinare la chiusura dello stabilimento». Negli ultimi giorni altri due segnali hanno contribuito ad appesantire il clima: le dimissioni da direttore del siderurgico tarantino di Luigi Capogrosso e di Nicola Riva (figlio del patron Emilio) da presidente dell'Ilva. Capogrosso lascia la direzione dopo 15 anni mentre l'uscita di un Riva dalla gestione diretta dell'azienda (e l'Ilva è un asset fondamentale del gruppo) è a dir poco clamorosa se consideriamo il rapporto strettissimo che la famiglia Riva ha con le sue imprese. Se a maggio 2010, infatti, Emilio Riva lasciò la presidenza dell'Ilva al figlio Nicola, quasi un passaggio di testimone, stavolta non è così perchè al vertice arriva l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, colui che nel 2006 sfidò il sindaco di Milano, Letizia Moratti, nella corsa a Palazzo Marino. Come leggere allora queste dimissioni? L'avvio di un disimpegno dei Riva da Taranto e dall'Ilva? Non sembrerebbe, almeno per ora. In realtà ci sarebbe un filo che lega le dimissioni di Capogrosso e quelle di Riva e porta alla vicenda giudiziaria. In altri termini, sul piano della difesa l'Ilva si starebbe attrezzando a quello che forse considera inevitabile o, comunque, nel novero delle cose possibili: il sequestro degli impianti appunto. Che potrebbe colpire un'area nevralgica come i parchi minerali. «Non posso interferire» dice il sindaco di Taranto. «Attendo con serenità e rispetto – aggiunge – le decisioni dei giudici. La Procura è fatta di gente competente e scrupolosa e sta a loro trovare, per quel che sarà possibile, il giusto equilibrio tra i doveri della legge, la situazione della città e il grande impatto occupazionale che questa fabbrica ha». No al sequestro dicono anche i sindacati metalmeccanici. La strada da seguire, sottolineano, è la prosecuzione del «processo di ambientalizzazione già avviato», processo che sinora ha visto l'Ilva spendere 1,2 miliardi a Taranto, abbattere la diossina grazie anche alla legge regionale, impegnarsi sia nel campionamento in continuo della diossina che nel barrieramento anti-polveri. Nicola Riva e Luigi Capogrosso sono due dei cinque indagati dalla Procura. Gli altri tre sono lo stesso Emilio Riva e due capo area dello stabilimento, Ivan Di Maggio e Angelo Cavallo. Le accuse della Procura sono supportate da due perizie (800 pagine in totale) redatte da altrettanti pool di esperti, secondo i quali, nell'arco dei sette anni esaminati, vi è un nesso fra inquinamento dell'Ilva, malattie all'apparato respiratorio e cardiocircolatorio e decessi per tumore. «L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte» scrivono i periti. Ma «a Taranto non c'è nessuna emergenza sanitaria e ambientale: la perizia dei consulenti del gip è errata e fuorviante» dicono gli esperti e gli avvocati dell'Ilva. E aggiungono: «I fenomeni tumorali a Taranto sono inferiori alla media nazionale e a quella regionale, e i tumori ai polmoni che si registrano nella popolazione maschile sono dovuti al pregresso utilizzo dell'amianto nei cantieri navali». La battaglia sulle perizie non è l'unica, visto che l'Ilva si oppone anche alla revisione dell'Autorizzazione integrata ambientale. È stata rilasciata il 4 agosto scorso ma il ministro Corrado Clini, dietro il pressing delle istituzioni locali, ora la vuole rendere più stringente. (sole24h)
"Nessun disimpegno e nessun abbandono dell'Ilva rispetto a Taranto. L'azienda e' qui, ci vuole restare, considera Taranto uno stabilimento strategicamente importante nel quale continuare ad investire, a produrre e a mantenere i posti di lavoro". Lo ha affermato Bruno Ferrante, nuovo presidente dell'Ilva, in un incontro stampa nel capoluogo jonico. Ferrante, ex prefetto di Milano dal 2000 al 2005, da due giorni e' il nuovo numero uno dell'Ilva in sostituzione di Nicola Riva, figlio del capostipite Emilio, dimessosi dalla carica assunta a maggio del 2010.(AGI)
| Dopo le dimissioni di Riva il nuovo presidente dell'Ilva: «Dialogo con i tarantini» |
| «Il Tavolo per Taranto, convocato dal governo Monti, è un’occasione
importante. L’attenzione verso le questioni che riguardano la città, a
partire dal rapporto con l’Ilva, deve essere alta. Sarà opportuno, nelle
prossime settimane, un incontro con il ministro dell’Interno Anna Maria
Cancellieri perché, ripeto, deve tornare a crescere l’attenzione
nazionale verso Taranto e i suoi problemi. E poi ritengo prirotario il
dialogo tra fabbrica e città». Bruno Ferrante snocciola le parole con cortesia e fermezza. Tempra di ferro e misurata gentilezza salentina, il nuovo presidente dell’Ilva è da pochissimi giorni su una delle poltrone più roventi d’Italia in questo momento. Non è il caldo africano, ma il delicato passaggio giudiziario dettato dall’inchiesta della magistratura su inquinamento e salute a scottare. Le voci di un provvedimento drastico dell’autorità giudiziaria si inseguono a velocità sempre più sostenuta. L’ipotesi di sequestro e chiusura dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, l’effetto immediato di migliaia di licenziamenti decisi dal Gruppo Riva, il caos sociale, sono percepiti in città come qualcosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Presidente, è al timone dell’Ilva da poco tempo al posto di Nicola Riva, figlio del patron Emilio. Inevitabile pensare a un cambio al vertice repentino legato alle vicende giudiziarie. «La magistratura fa il suo lavoro e rispetto l’autorità giudiziaria. Io mi occupo dell’azienda». Come intende farlo? «Sono già a Taranto e spero di poter dare il mio contributo. Devo però conoscere a fondo la realtà, comprenderla in tutte le sue pieghe». È rimasto sorpreso della scelta fatta dal Gruppo Riva? «Sì, mi ha sorpreso la richiesta di collaborazione. Sono stato lieto. Metterò a disposizione dell’Ilva e della città di Taranto la mia esperienza di uomo delle istituzioni. Il mio sforzo sarà teso a realizzare un obiettivo che ritengo prioritario: il dialogo». Con la città? «Il rapporto con la città è fondamentale. Ritengo che la mia nomina debba essere vista come un segnale di grande attenzione nei confronti dell’Ilva, ma anche della città di Taranto». Ammetterà che, al momento, parlare di dialogo tra fabbrica e città, soprattutto avere come obiettivo la ripresa e il rafforzamento di quel dialogo, sembra davvero difficile. «Ho detto in precedenza che il mio obiettivo è riannodare i fili del dialogo. Ritengo prioritario seguire la strada del confronto tra le due realtà. Sono pugliese e so cosa rappresenta l’Ilva per la Puglia e per Taranto. So anche bene cosa rappresenta Taranto per la Puglia, il valore della sua comunità. Ecco perché parlavo di un mio contributo da offrire alle due realtà». A complicare le cose c’è anche la grave crisi economica, in particolare la difficile fase in cui versano l’industria siderurgica e il mercato. «Non c’è dubbio che la crisi è vasta e preoccupa tutti. e non c’è dubbio che la siderurgia sia investita in pieno e ad essere toccata sia anche l’Ilva». Come crede si possa uscire da questa particolare fase? «L’Ilva si è impegnata a garantire i livelli occupazionali e questo impegno non va dimenticato. Sicuramente l’occasione della crisi può portare a riflettere sul fatto che ambiente e lavoro vanno insieme, non possono essere disgiunti tra loro». Pensa quindi che sia giusto confrontarsi con i sindacati? Due giorni fa hanno chiesto di evitare i licenziamenti e realizzare le opere previste dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale. «Incontrerò i sindacati la prossima settimana per cui qualsiasi valutazione è al momento prematura. Io insisto ancora: dobbiamo essere orientati al confronto seguendo la linea del dialogo». Presidente potremmo trovarci di fronte a una nuova manifestazione operaia come quella di fine marzo, la «marcia dei 7mila», in cui i dipendenti Ilva rivendichino ancora il diritto al lavoro? «Non appartiene a me ragionare sulle manifestazioni che possono essere promosse dai sindacati. Ci sono sedi appropriate per manifestare. Io credo nella capacità di discutere per trovare soluzioni. Ecco perché guardo con favore al Tavolo varato dal governo Monti per discutere le questioni della siderurgia e del rapporto con la città. Sono convinto che Taranto e la siderurgia, per la loro importanza, debbano tornare ad essere al centro del dibattito nazionale».Fulvio Colucci (GdM) |
«Il nostro futuro legato all'Ilva»
Paura, preoccupazione, ma soprattutto attesa. A Taranto fra i 12mila operai dell'Ilva, l'acciaieria più grande d'Europa, sembra essere scattato il conto alla rovescia in vista della stretta della Procura dopo le indagini sull'inquinamento e l'accusa di disastro colposo e doloso ai vertici dell'azienda. «È nell'aria, temiamo proprio che la magistratura stia per sequestrare gli impianti e l'azienda stia per mandarci a casa» dicono i lavoratori. Sensazioni. Percezioni. Ma molto diffuse tanto da aver spinto gli stessi operai a scrivere al sindaco di Taranto, Ezio Stefàno: «Il nostro futuro è inscindibilmente legato alla capacità dell'Ilva di rimanere competitiva sui mercati. Qualsiasi intervento della magistratura che porti ad una modifica degli assetti produttivi attuali genererebbe un effetto domino tale da determinare la chiusura dello stabilimento». Negli ultimi giorni altri due segnali hanno contribuito ad appesantire il clima: le dimissioni da direttore del siderurgico tarantino di Luigi Capogrosso e di Nicola Riva (figlio del patron Emilio) da presidente dell'Ilva. Capogrosso lascia la direzione dopo 15 anni mentre l'uscita di un Riva dalla gestione diretta dell'azienda (e l'Ilva è un asset fondamentale del gruppo) è a dir poco clamorosa se consideriamo il rapporto strettissimo che la famiglia Riva ha con le sue imprese. Se a maggio 2010, infatti, Emilio Riva lasciò la presidenza dell'Ilva al figlio Nicola, quasi un passaggio di testimone, stavolta non è così perchè al vertice arriva l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, colui che nel 2006 sfidò il sindaco di Milano, Letizia Moratti, nella corsa a Palazzo Marino. Come leggere allora queste dimissioni? L'avvio di un disimpegno dei Riva da Taranto e dall'Ilva? Non sembrerebbe, almeno per ora. In realtà ci sarebbe un filo che lega le dimissioni di Capogrosso e quelle di Riva e porta alla vicenda giudiziaria. In altri termini, sul piano della difesa l'Ilva si starebbe attrezzando a quello che forse considera inevitabile o, comunque, nel novero delle cose possibili: il sequestro degli impianti appunto. Che potrebbe colpire un'area nevralgica come i parchi minerali. «Non posso interferire» dice il sindaco di Taranto. «Attendo con serenità e rispetto – aggiunge – le decisioni dei giudici. La Procura è fatta di gente competente e scrupolosa e sta a loro trovare, per quel che sarà possibile, il giusto equilibrio tra i doveri della legge, la situazione della città e il grande impatto occupazionale che questa fabbrica ha». No al sequestro dicono anche i sindacati metalmeccanici. La strada da seguire, sottolineano, è la prosecuzione del «processo di ambientalizzazione già avviato», processo che sinora ha visto l'Ilva spendere 1,2 miliardi a Taranto, abbattere la diossina grazie anche alla legge regionale, impegnarsi sia nel campionamento in continuo della diossina che nel barrieramento anti-polveri. Nicola Riva e Luigi Capogrosso sono due dei cinque indagati dalla Procura. Gli altri tre sono lo stesso Emilio Riva e due capo area dello stabilimento, Ivan Di Maggio e Angelo Cavallo. Le accuse della Procura sono supportate da due perizie (800 pagine in totale) redatte da altrettanti pool di esperti, secondo i quali, nell'arco dei sette anni esaminati, vi è un nesso fra inquinamento dell'Ilva, malattie all'apparato respiratorio e cardiocircolatorio e decessi per tumore. «L'esposizione continuata agli inquinanti dell'atmosfera emessi dall'impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell'organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte» scrivono i periti. Ma «a Taranto non c'è nessuna emergenza sanitaria e ambientale: la perizia dei consulenti del gip è errata e fuorviante» dicono gli esperti e gli avvocati dell'Ilva. E aggiungono: «I fenomeni tumorali a Taranto sono inferiori alla media nazionale e a quella regionale, e i tumori ai polmoni che si registrano nella popolazione maschile sono dovuti al pregresso utilizzo dell'amianto nei cantieri navali». La battaglia sulle perizie non è l'unica, visto che l'Ilva si oppone anche alla revisione dell'Autorizzazione integrata ambientale. È stata rilasciata il 4 agosto scorso ma il ministro Corrado Clini, dietro il pressing delle istituzioni locali, ora la vuole rendere più stringente. (sole24h)
mercoledì 11 luglio 2012
Qualcuno ragiona...
Ilva, la cellula di fabbrica del Prc: “Vergognoso creare clima di terrore tra i lavoratori”
TARANTO - Riceviamo e pubblichiamo un comunicato della cellula di fabbrica Ilva del Prc (Partito della Rifondazione Comunista) che interviene sul clima esistente all’interno dello stabilimento.
Apprendiamo dagli organi di stampa e da volantini che circolano in fabbrica, che “sedicenti lavoratori Ilva” paventano la chiusura dello stabilimento di Taranto con conseguente perdita di posti di lavoro in seguito ad un procedimento della Magistratura sui danni ambientali provocati nel tempo dalla grande industria.
Troviamo vergognoso ed inaccettabile l’atteggiamento dell’azienda che attraverso i suoi “capi” prova a creare un clima di terrore tra i lavoratori, durante pseudo assemblee abusive nelle quali distribuisce volantini annunciando l’immediata chiusura della fabbrica.
Si sta creando lo stesso clima che ha portato alla manifestazione del 30 marzo, una marcia indecorosa ed irresponsabile nei confronti di uno dei cardini dello Stato, la Magistratura, delle Istituzioni e dei legittimi rappresentanti dei lavoratori.
Nel denunciare questo atteggiamento nocivo sia per i lavoratori che per la città, auspichiamo che riparta il tavolo Governativo sulla questione Taranto, accelerando sulla revisione dell’AIA e sui fondi da destinare alle bonifiche del territorio, nel pieno rispetto del lavoro della Magistratura.
Comprendiamo lo stato d’animo e le preoccupazioni dei lavoratori già massacrati dal Governo Monti e dai partiti che lo sostengono (PD-UDC-PDL) con la cancellazione dell’art. 18, la peggiore riforma delle pensioni e l’aumento delle tasse, ma l’attuale contesto richiede un salto di qualità della classe operaia, che sia capace di mettersi in gioco, diventando padrona del proprio futuro.
Comunicato stampa
Argomenti
aia,
comunicato,
ILVA,
magistratura,
perizia,
processo,
rifondazionecomunista,
riva
I cento passi di Taranto
Si avvicina la sentenza: gli alleati di sempre iniziano a organizzarsi.
Industriali, sindacalisti, politici fanno fronte unico per terrorizzare l'opinione pubblica e collaborare tra loro per pressare la magistratura a chiudere un occhio.
Anzi due occhi, no, tre, dieci e pure cento occhi! Come nei decenni passati, come i cento passi di Peppino Impastato che separavano la gente "per bene" dai mafiosi, e che qui separano il veleno dagli avvelenati.
Nel silenzio soffocato dal terrore.
Ilva di Taranto, si dimette Riva. E' indagato per inquinamento
Arrivano le dimissioni per il presidente Nicola Riva, proseguono i guai giudiziari per il gruppo siderurgico
Si è dimesso poche ore fa Nicola Riva, presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ilva oltre che componente dello stesso Cda. A comunicarlo ufficialmete è la stessa azienda siderurgica: ''Le dimissioni sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il ragionier Nicola Riva per l'attività svolta e ha cooptato il dott. Bruno Ferrante, il quale ha contestualmente assunto la carica di presidente con i relativi poteri''. Nicola Riva e' tra i cinque indagati nell'inchiesta sull'inquinamento ambientale condotta dalla procura jonica. Il 9 maggio 2012 lo stesso Nicola Riva, sicuro del rispetto delle leggi in vigore dell'impianto siderurgico, dichiarava: "L’ultima perizia dei giudici dice che l’Ilva rispetta tutte le leggi in vigore per arrivare a questo risultato abbiamo investito un miliardo di euro e abbiamo impegnato il personale in lunghi corsi di formazione. Il Tar di Lecce ha emesso una sentenza che dice che non c’è alcuna emergenza sanitaria all’Ilva di Taranto. Ora il ministero dell’Ambiente vuole rivedere l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) che e’ stata rilasciata di recente e, se non sbaglio dovrebbe durare cinque-sei anni. Noi non ci siamo mai sottratti, anche se tutto cio’ ci sembra ridicolo. Vogliamo rimanere nel rispetto di tutte le leggi esistenti"
Sempre per quanto riguarda l'impianto di Taranto, ricordiamo che nel 2001 il tribunale di Taranto ha dichiarato Emilio Riva, il figlio Claudio (rispettivamente padre e fratello di Nicola Riva) ed altri dirigenti Ilva colpevoli di tentata violenza privata, per avere demansionato un gruppo di impiegati dell'Ilva nel 1998. Questa sentenza fu poi confermata nel 2006 in Cassazione. Emilio Riva è stato condannato nel febbraio del 2007 a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto tarantino. Il 10 ottobre 2008 la condanna è stata confermata in appello: la Corte d'Appello di Lecce ha condannato alla pena di due anni di reclusione il presidente dell’Ilva, Emilio Riva e ad un anno e otto mesi il direttore dello stabilimento tarantino, Luigi Capogrosso, entrambi accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto cokerie.
L'Ilva, sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, emette il 92% dell'ammontare annuo delle emissioni industriali di diossina (91,5 grammi di PCDD/PCDF su un totale nazionale di 99,5 grammi/anno. (Net1)
--------------------------------------------------------------------------------------
Taranto, Riva lascia l’Ilva al suo posto il superprefetto
Due indagati su cinque lasciano gli incarichi dirigenziali nel giro di una settimana ma, al momento, stabilire collegamenti tra le dimissioni di Nicola Riva, fino a venerdì scorso presidente dell’Ilva, e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico sino al 4 luglio, e l’inchiesta sulle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico - avviata da tempo dalla Procura e giunta a quanto pare allo snodo decisivo - potrebbe essere arbitrario.
Anche se (maliziosamente) si potrebbe pensare a gesti dettati dalla volontà di far cessare eventuali esigenze cautelari. Di fatto la poltrona di Riva sarà occupata da Bruno Ferrante, già prefetto di Milano.
Disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati da due anni e mezzo Emilio Riva, 86 anni, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva, 54 anni, presidente dell’Ilva dal 20 maggio del 2010, Luigi Capogrosso, 57 anni, direttore fino a pochi giorni fa dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, 43 anni, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, 44 anni, capo area del reparto Agglomerato.
In città si è creato un clima di attesa riguardo le mosse della Procura, chiamata a rassegnare le proprie conclusioni sia in ordine a possibili provvedimenti cautelari - stante i reati di pericolo ipotizzati e la permanenza degli stessi autorevolmente certificata dalle oltre 800 pagine delle due perizie depositate nella cancelleria del gip Patrizia Todisco tra febbraio e marzo scorsi - che alla chiusura delle indagini preliminari. La scelta di chiedere l’incidente probatorio fu fatta da un lato per garantire a tutte le parti - iniziando dall’Ilva stessa - di partecipare alle perizia sulle emissioni del siderurgico, e dall’altro con la consapevolezza che sarebbe stato messo definitivamente un punto fermo sull’inquinamento a Taranto. Inquinamento non più perseguito con il getto pericoloso di cose che ha permesso sinora ai responsabili del siderurgico - passati e presenti - di cavarsela senza conseguenze penali apprezzabili, ma con la rubricazione di reati ben più pesanti.
L’ultimo confronto tra le parti c’è stato lo scorso 31 marzo, quando in camera di consiglio, dinanzi al gip Todisco, è stata discussa la perizia redatta dai periti medici. Secondo gli esperti, nei 7 anni presi in considerazione, sarebbero 174 i decessi avvenuti a Taranto e in particolare nei quartieri Tamburi e Borgo, nei quali è stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto all’intera città. I periti hanno poi studiato le condizioni di salute dei lavoratori del centro siderurgico che hanno prestato servizio negli anni 70-90 con la qualifica di operaio. «È emerso - si legge nella perizia - un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell'encefalo (+111%).
Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall'analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie» . Chiuso l’incidente probatorio, gli atti sono tornati al procuratore capo Franco Sebastio, all’aggiunto Pietro Argentino, ai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Lafranco Marazia, chiamati a valutare come procedere, se con la richiesta di provvedimenti al gip titolare del fascicolo - e nel novero delle possibilità c’è anche il sequestro dell’area a caldo, stante l’acccertata emissione di sostanze cancerogene - oppure con la chiusura delle indagini preliminari, anche se una cosa non esclude l'altra. (MIMMO MAZZA - CdM)
----------------------------------------------------------------------------------
Taranto, si dimettono i vertici dell’Ilva. Attesa a breve la chiusura delle indagini
L'azienda non ha spiegato i motivi del passo indietro del direttore Luigi Capogrosso e del presidente del cda Nicola Riva, entrambi indagati per disastro ambientale nell'ambito di un'inchiesta che nei prossimi giorni arriverà a conclusione. E gli operai temono il sequestro dell'impianto
Che cosa succede al vertice dell’Ilva di Taranto? Dopo le recenti dimissioni del direttore dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’ingegner Luigi Capogrosso, l’azienda ha comunicato che Nicola Riva, nipote del patron Emilio, ha lasciato l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della società. “Le dimissioni – si legge nel comunicato inviato alla stampa – sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il Rag. Nicola Riva per l’attività svolta e ha cooptato il Dott. Bruno Ferrante (originario di Lecce, ex prefetto e già candidato sindaco di centrosinistra a Milano, ndr), il quale ha contestualmente assunto la carica di Presidente con i relativi poteri”. Questa la nota stampa.
Ma perché Nicola Riva ha lasciato la guida dell’azienda di famiglia? Questo l’azienda non l’ha spiegato. Riva e Capogrosso sono entrambi indagati dalla procura di Taranto per disastro ambientale nel procedimento che pende dinanzi al gip Patrizia Todisco. Un’inchiesta che dopo la perizia ambientale e quella sanitaria che hanno messo per la prima volta nero su bianco l’allarmante situazione nel capoluogo e nella provincia ionica, sembra oramai a un passo dalla chiusura. Alla luce di quanto emerso dalle relazioni dei tecnici, il pool di magistrati, formato dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile, potrebbe chiedere al giudice l’applicazione di una serie di misure che potrebbero arrivare fino al sequestro degli impianti. Nelle perizie infatti è scritto che dallo stabilimento si diffondono gas, vapori, polveri, contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione della provincia ionica. Dal solo parco minerali – l’area di stoccaggio delle montagne di polvere di ferro e di carbone a pochi metri dal quartiere Tamburi – si diffondono senza controllo ogni anno 668 tonnellate di polveri nocive. Dall’intero stabilimento le emissioni non controllate sarebbero pari a 2mila tonnellate all’anno.
Le voci di un sequestro stanno creando non poca tensione tra i quindicimila lavoratori della fabbrica e dell’indotto. Nelle scorse ore, infatti, gli operai hanno chiesto un incontro al prefetto Claudio Sammartino e al sindaco Ippazio Stefano spiegando che è “sempre più forte la preoccupazione” dei dipendenti per un “probabile e paventato provvedimento della magistratura ionica finalizzato alla chiusura parziale dell’area a caldo dello stabilimento e/o riduzione della marcia degli impianti, con drammatiche conseguenze per il personale addetto”. Per i lavoratori, insomma, la paura maggiore è quella di perdere “immediatamente e irrimediabilmente il posto di lavoro”. Un fatto che secondo gli operai dovrebbe essere considerato “inaccettabile” anche “da qualsiasi persona di buon senso e dalle istituzioni”. ”E’ presto per commentare – ha affermato sulle dimissioni di queste ore il portavoce del cartello ambientalista Altamarea, Alessandro Marescotti – Sappiamo che i periti nominati dalla procura hanno documentato che l’inquinamento a Taranto causa ogni mese la morte di due persone. La magistratura non potrà rimanere inerte. A Taranto – ha aggiunto Marescotti – deve cominciare la messa in sicurezza di emergenza della falda acquifera sotto l’area industriale. Mare e pascoli sono contaminati dalla diossina. Occorre bonificare. Questa sarà la salvezza della città e della sua classe operaia”. (Francesco Casula- ilfattoquotidiano)
--------------------------------------------------------------------------------
Ilva Taranto, i sindacati chiedono riconvocazione Tavolo istituzionale a Roma
“Le scriventi Segreterie Confederali CGIL, CISL, UIL di Taranto unitamente alle Federazioni dei metalmeccanici FIM, FIOM, UILM, di concerto con le rispettive RSU, si sono riunite per fare il punto sul percorso attivato sin dai mesi scorsi relativo alle problematiche del rapporto Lavoro, Ambiente e Salute che interessano lo stabilimento Ilva di Taranto’’: è quanto si legge in una nota di CGIL, CISL, UI L, FIOM, FIM, UILM. ilva_taranto_sindacati_chiedono_tavolo “Questo, in considerazione anche delle ripetute manifestazioni di preoccupazione da parte dei lavoratori all’interno dello stesso stabilimento, per effetto di eventuali provvedimenti che la Magistratura starebbe per assumere. Le Segreterie, precisano, come più volte fatto in passato, quanto sia importante proseguire il processo di ambientalizzazione già avviato e valutano positivamente il recente avvio delle opere di barrieramento finalizzato al contenimento delle polveri, come previsto dall’AIA. Le Segreterie, inoltre, ribadiscono la convinzione che, per avanzare nel processo di ambientalizzazione, sia possibile procedere in continuità della marcia operativa degli impianti come già avvenuto in occasione dell’adeguamento alle prescrizioni impartite dalla legge regionale sulla diossina. Per le ragioni suesposte, ritengono urgente risollecitare la riconvocazione del Tavolo Istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri fortemente voluto dalle organizzazioni sindacali e dalle Istituzioni locali. Ricordano come al suddetto Tavolo, insediatosi il 17 aprile scorso, il Presidente del Consiglio Monti dichiarò la strategicità dello stabilimento Ilva di Taranto per l’economia dell’intero Paese. Le Segreterie, infine, considerano necessario il coinvolgimento delle Istituzioni (Regione, Provincia, Comune) ai massimi livelli, nonché della Proprietà dell’Ilva – alla quale hanno già chiesto un incontro urgente – al fine di gestire al meglio questa fase delicata salvaguardando le migliaia di posti di lavoro dell’Ilva e del suo indotto, fondamentali per l’economia del territorio e per la sua coesione sociale”. (ilfattoquotidiano)
Industriali, sindacalisti, politici fanno fronte unico per terrorizzare l'opinione pubblica e collaborare tra loro per pressare la magistratura a chiudere un occhio.
Anzi due occhi, no, tre, dieci e pure cento occhi! Come nei decenni passati, come i cento passi di Peppino Impastato che separavano la gente "per bene" dai mafiosi, e che qui separano il veleno dagli avvelenati.
Nel silenzio soffocato dal terrore.
Ilva di Taranto, si dimette Riva. E' indagato per inquinamento
Arrivano le dimissioni per il presidente Nicola Riva, proseguono i guai giudiziari per il gruppo siderurgico
Si è dimesso poche ore fa Nicola Riva, presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ilva oltre che componente dello stesso Cda. A comunicarlo ufficialmete è la stessa azienda siderurgica: ''Le dimissioni sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il ragionier Nicola Riva per l'attività svolta e ha cooptato il dott. Bruno Ferrante, il quale ha contestualmente assunto la carica di presidente con i relativi poteri''. Nicola Riva e' tra i cinque indagati nell'inchiesta sull'inquinamento ambientale condotta dalla procura jonica. Il 9 maggio 2012 lo stesso Nicola Riva, sicuro del rispetto delle leggi in vigore dell'impianto siderurgico, dichiarava: "L’ultima perizia dei giudici dice che l’Ilva rispetta tutte le leggi in vigore per arrivare a questo risultato abbiamo investito un miliardo di euro e abbiamo impegnato il personale in lunghi corsi di formazione. Il Tar di Lecce ha emesso una sentenza che dice che non c’è alcuna emergenza sanitaria all’Ilva di Taranto. Ora il ministero dell’Ambiente vuole rivedere l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale, ndr) che e’ stata rilasciata di recente e, se non sbaglio dovrebbe durare cinque-sei anni. Noi non ci siamo mai sottratti, anche se tutto cio’ ci sembra ridicolo. Vogliamo rimanere nel rispetto di tutte le leggi esistenti"
Sempre per quanto riguarda l'impianto di Taranto, ricordiamo che nel 2001 il tribunale di Taranto ha dichiarato Emilio Riva, il figlio Claudio (rispettivamente padre e fratello di Nicola Riva) ed altri dirigenti Ilva colpevoli di tentata violenza privata, per avere demansionato un gruppo di impiegati dell'Ilva nel 1998. Questa sentenza fu poi confermata nel 2006 in Cassazione. Emilio Riva è stato condannato nel febbraio del 2007 a tre anni di reclusione e Claudio Riva a 18 mesi per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento, con riferimento alla gestione della cokeria dell'impianto tarantino. Il 10 ottobre 2008 la condanna è stata confermata in appello: la Corte d'Appello di Lecce ha condannato alla pena di due anni di reclusione il presidente dell’Ilva, Emilio Riva e ad un anno e otto mesi il direttore dello stabilimento tarantino, Luigi Capogrosso, entrambi accusati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro nel reparto cokerie.
L'Ilva, sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, emette il 92% dell'ammontare annuo delle emissioni industriali di diossina (91,5 grammi di PCDD/PCDF su un totale nazionale di 99,5 grammi/anno. (Net1)
--------------------------------------------------------------------------------------
Taranto, Riva lascia l’Ilva al suo posto il superprefetto
Due indagati su cinque lasciano gli incarichi dirigenziali nel giro di una settimana ma, al momento, stabilire collegamenti tra le dimissioni di Nicola Riva, fino a venerdì scorso presidente dell’Ilva, e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico sino al 4 luglio, e l’inchiesta sulle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico - avviata da tempo dalla Procura e giunta a quanto pare allo snodo decisivo - potrebbe essere arbitrario.
Anche se (maliziosamente) si potrebbe pensare a gesti dettati dalla volontà di far cessare eventuali esigenze cautelari. Di fatto la poltrona di Riva sarà occupata da Bruno Ferrante, già prefetto di Milano.
Disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico sono i reati per i quali sono indagati da due anni e mezzo Emilio Riva, 86 anni, presidente dell’Ilva spa sino al 19 maggio 2010, Nicola Riva, 54 anni, presidente dell’Ilva dal 20 maggio del 2010, Luigi Capogrosso, 57 anni, direttore fino a pochi giorni fa dello stabilimento Ilva, Ivan Di Maggio, 43 anni, dirigente capo area del reparto cokerie, Angelo Cavallo, 44 anni, capo area del reparto Agglomerato.
In città si è creato un clima di attesa riguardo le mosse della Procura, chiamata a rassegnare le proprie conclusioni sia in ordine a possibili provvedimenti cautelari - stante i reati di pericolo ipotizzati e la permanenza degli stessi autorevolmente certificata dalle oltre 800 pagine delle due perizie depositate nella cancelleria del gip Patrizia Todisco tra febbraio e marzo scorsi - che alla chiusura delle indagini preliminari. La scelta di chiedere l’incidente probatorio fu fatta da un lato per garantire a tutte le parti - iniziando dall’Ilva stessa - di partecipare alle perizia sulle emissioni del siderurgico, e dall’altro con la consapevolezza che sarebbe stato messo definitivamente un punto fermo sull’inquinamento a Taranto. Inquinamento non più perseguito con il getto pericoloso di cose che ha permesso sinora ai responsabili del siderurgico - passati e presenti - di cavarsela senza conseguenze penali apprezzabili, ma con la rubricazione di reati ben più pesanti.
L’ultimo confronto tra le parti c’è stato lo scorso 31 marzo, quando in camera di consiglio, dinanzi al gip Todisco, è stata discussa la perizia redatta dai periti medici. Secondo gli esperti, nei 7 anni presi in considerazione, sarebbero 174 i decessi avvenuti a Taranto e in particolare nei quartieri Tamburi e Borgo, nei quali è stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto all’intera città. I periti hanno poi studiato le condizioni di salute dei lavoratori del centro siderurgico che hanno prestato servizio negli anni 70-90 con la qualifica di operaio. «È emerso - si legge nella perizia - un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%), in particolare per tumore dello stomaco (+107), della pleura (+71%), della prostata (+50) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e le malattie cardiache (+14%). I lavoratori con la qualifica di impiegato hanno presentato eccessi di mortalità per tumore della pleura (+135%) e dell'encefalo (+111%).
Il quadro di compromissione dello stato di salute degli operai della industria siderurgica è confermato dall'analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie» . Chiuso l’incidente probatorio, gli atti sono tornati al procuratore capo Franco Sebastio, all’aggiunto Pietro Argentino, ai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Lafranco Marazia, chiamati a valutare come procedere, se con la richiesta di provvedimenti al gip titolare del fascicolo - e nel novero delle possibilità c’è anche il sequestro dell’area a caldo, stante l’acccertata emissione di sostanze cancerogene - oppure con la chiusura delle indagini preliminari, anche se una cosa non esclude l'altra. (MIMMO MAZZA - CdM)
----------------------------------------------------------------------------------
Taranto, si dimettono i vertici dell’Ilva. Attesa a breve la chiusura delle indagini
L'azienda non ha spiegato i motivi del passo indietro del direttore Luigi Capogrosso e del presidente del cda Nicola Riva, entrambi indagati per disastro ambientale nell'ambito di un'inchiesta che nei prossimi giorni arriverà a conclusione. E gli operai temono il sequestro dell'impianto
Che cosa succede al vertice dell’Ilva di Taranto? Dopo le recenti dimissioni del direttore dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’ingegner Luigi Capogrosso, l’azienda ha comunicato che Nicola Riva, nipote del patron Emilio, ha lasciato l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della società. “Le dimissioni – si legge nel comunicato inviato alla stampa – sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il Rag. Nicola Riva per l’attività svolta e ha cooptato il Dott. Bruno Ferrante (originario di Lecce, ex prefetto e già candidato sindaco di centrosinistra a Milano, ndr), il quale ha contestualmente assunto la carica di Presidente con i relativi poteri”. Questa la nota stampa.
Ma perché Nicola Riva ha lasciato la guida dell’azienda di famiglia? Questo l’azienda non l’ha spiegato. Riva e Capogrosso sono entrambi indagati dalla procura di Taranto per disastro ambientale nel procedimento che pende dinanzi al gip Patrizia Todisco. Un’inchiesta che dopo la perizia ambientale e quella sanitaria che hanno messo per la prima volta nero su bianco l’allarmante situazione nel capoluogo e nella provincia ionica, sembra oramai a un passo dalla chiusura. Alla luce di quanto emerso dalle relazioni dei tecnici, il pool di magistrati, formato dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero e Giovanna Cannarile, potrebbe chiedere al giudice l’applicazione di una serie di misure che potrebbero arrivare fino al sequestro degli impianti. Nelle perizie infatti è scritto che dallo stabilimento si diffondono gas, vapori, polveri, contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione della provincia ionica. Dal solo parco minerali – l’area di stoccaggio delle montagne di polvere di ferro e di carbone a pochi metri dal quartiere Tamburi – si diffondono senza controllo ogni anno 668 tonnellate di polveri nocive. Dall’intero stabilimento le emissioni non controllate sarebbero pari a 2mila tonnellate all’anno.
Le voci di un sequestro stanno creando non poca tensione tra i quindicimila lavoratori della fabbrica e dell’indotto. Nelle scorse ore, infatti, gli operai hanno chiesto un incontro al prefetto Claudio Sammartino e al sindaco Ippazio Stefano spiegando che è “sempre più forte la preoccupazione” dei dipendenti per un “probabile e paventato provvedimento della magistratura ionica finalizzato alla chiusura parziale dell’area a caldo dello stabilimento e/o riduzione della marcia degli impianti, con drammatiche conseguenze per il personale addetto”. Per i lavoratori, insomma, la paura maggiore è quella di perdere “immediatamente e irrimediabilmente il posto di lavoro”. Un fatto che secondo gli operai dovrebbe essere considerato “inaccettabile” anche “da qualsiasi persona di buon senso e dalle istituzioni”. ”E’ presto per commentare – ha affermato sulle dimissioni di queste ore il portavoce del cartello ambientalista Altamarea, Alessandro Marescotti – Sappiamo che i periti nominati dalla procura hanno documentato che l’inquinamento a Taranto causa ogni mese la morte di due persone. La magistratura non potrà rimanere inerte. A Taranto – ha aggiunto Marescotti – deve cominciare la messa in sicurezza di emergenza della falda acquifera sotto l’area industriale. Mare e pascoli sono contaminati dalla diossina. Occorre bonificare. Questa sarà la salvezza della città e della sua classe operaia”. (Francesco Casula- ilfattoquotidiano)
--------------------------------------------------------------------------------
Ilva Taranto, i sindacati chiedono riconvocazione Tavolo istituzionale a Roma
“Le scriventi Segreterie Confederali CGIL, CISL, UIL di Taranto unitamente alle Federazioni dei metalmeccanici FIM, FIOM, UILM, di concerto con le rispettive RSU, si sono riunite per fare il punto sul percorso attivato sin dai mesi scorsi relativo alle problematiche del rapporto Lavoro, Ambiente e Salute che interessano lo stabilimento Ilva di Taranto’’: è quanto si legge in una nota di CGIL, CISL, UI L, FIOM, FIM, UILM. ilva_taranto_sindacati_chiedono_tavolo “Questo, in considerazione anche delle ripetute manifestazioni di preoccupazione da parte dei lavoratori all’interno dello stesso stabilimento, per effetto di eventuali provvedimenti che la Magistratura starebbe per assumere. Le Segreterie, precisano, come più volte fatto in passato, quanto sia importante proseguire il processo di ambientalizzazione già avviato e valutano positivamente il recente avvio delle opere di barrieramento finalizzato al contenimento delle polveri, come previsto dall’AIA. Le Segreterie, inoltre, ribadiscono la convinzione che, per avanzare nel processo di ambientalizzazione, sia possibile procedere in continuità della marcia operativa degli impianti come già avvenuto in occasione dell’adeguamento alle prescrizioni impartite dalla legge regionale sulla diossina. Per le ragioni suesposte, ritengono urgente risollecitare la riconvocazione del Tavolo Istituzionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri fortemente voluto dalle organizzazioni sindacali e dalle Istituzioni locali. Ricordano come al suddetto Tavolo, insediatosi il 17 aprile scorso, il Presidente del Consiglio Monti dichiarò la strategicità dello stabilimento Ilva di Taranto per l’economia dell’intero Paese. Le Segreterie, infine, considerano necessario il coinvolgimento delle Istituzioni (Regione, Provincia, Comune) ai massimi livelli, nonché della Proprietà dell’Ilva – alla quale hanno già chiesto un incontro urgente – al fine di gestire al meglio questa fase delicata salvaguardando le migliaia di posti di lavoro dell’Ilva e del suo indotto, fondamentali per l’economia del territorio e per la sua coesione sociale”. (ilfattoquotidiano)
Non solo polveri per aria, anche tubi!
Ilva, un tubo precipita dalla gru
e piomba sulle auto: due feriti
Un tubo trasportato da un carrello elevatore all'interno della recinzione dello stabilimento Ilva di Taranto è scivolato lateralmente durante il deposito cadendo sulla recinzione metallica, abbattendola e investendo due auto in transito sulla strada esterna di collegamento Taranto-Statte. I conducenti delle vetture sono rimasti feriti. L'Ilva in un comunicato parla di "lievi contusioni e ferite superficiali" secondo quanto riscontrato "da un primo accertamento delle condizioni sanitarie". Il tubo, del diametro di 16 pollici, era movimentato da un carrello elevatore quando è scivolato rompendo la recinzione, che è caduta su due auto. I feriti sono stati soccorsi da un'ambulanza del Servizio Sanitario dell'Ilva e trasportati al pronto soccorso dell' ospedale 'Santissima Annunziata' di Taranto. La direzione dello stabilimento nella nota "esprime il proprio rammarico per l'accaduto". Sull'episodio indagano i carabinieri.(Repubblica)
lunedì 9 luglio 2012
Fermento sul fronte del porto (e i fanghi?)
Taranto: due anni soltanto per convincere i cinesi a tornare
EVERGREEN DI TAIWAN E HUTCHISON WHAMPOA HANNO DIROTTATO LINEE VERSO IL PIREO. GOVERNO E ENTI LOCALI VARANO UN PIANO DA 400 MILIONI PER RIAMMODERNARE BANCHINE E INFRASTRUTTURE E FARLE TORNARE APPETIBILI PER GLI ARMATORI DEL FAR EAST
sabato 7 luglio 2012
Assennato questua e i medici resuscitano
Strano incontro quello organizzato dal Centro Studi Ilva sulle diossine: tutto il pollaio dell'elite ambiental-sanitaria locale faceva la fila fuori dalle mura di tufo dell'Histò per ascoltare le banalità di tre americani in vena di lezioni elementari (ai tempi di Calvino erano gli italiani a far ben altre lezioni agli americani) per conto di un'agenzia svizzera assoldata dall'Ilva...Tra prosecchi, salatini e domande stupide s'è consumata l'ennesima umiliazione per la città: Giorgio Assennato, Presidente dell'ARPA Puglia ha preso il cappello nelle mani e tendendolo verso i padroni del vapore ha chiesto il loro sostegno per la realizzazione di un centro epidemiologico INDIPENDENTE sul biomonitoraggio dell'individuo. In pratica si chiede a chi si sospetta che ci avveleni di pagare per verificare se è vero o no... A voi lasciamo la libertà di pensare quel che vi pare.
Ma se questa elemosina non ci stupisce più di tanto visto che ai Riva è stato chiesto nel corso dei tempi di finanziare la squadra di calcio, la festa di San Cataldo, il risanamento della città vecchia, il rassodamento dei glutei e dei seni delle tarantine (ma mai nessuno ha istituzionalmente chiesto di bonificare il territorio...) quello che coglie di sorpresa è l'apertura del sepolcro dell'Ordine dei Medici.
Con la nicchia di sottomissione ormai occupata dall'ARPA sono venuti allo scoperto denunciando l'ovvio che nessuno ha (voluto) notare: ma come fa un professionista assoldato da un privato a dire tutta la verità su quel privato?
L’Ordine dei medici: l’Ilva paga i suoi relatori, ovvie le conclusioni
«Chiamare al tavolo professionisti che dichiarano compensi economici dall’azienda non garantisce la necessaria imparzialità, che è propria di ogni confronto scientifico, su temi di così grande rilevanza per la pubblica salute». Il giorno dopo il confronto su inquinamento ed effetti sulla salute offerto dal workshop “Diossina e salute: le esperienze internazionali”, organizzato dal Centro Studi Ilva, con tre relatori statunitensi, è la Commissione ambiente dell’Ordine dei Medici a prendere esplicitamente distanza dall’operazione. Pur valutando positivamente il percorso di confronto intrapreso, l’Ordine dei Medici non può non osservare che «un maggiore apporto alle conoscenze sarebbe garantito da scienziati indipendenti e privi di dichiarati e palesi conflitti di interesse».
L’osservazione era stata mossa criticamente già nel corso del dibattito che aveva fatto seguito allo sviluppo delle relazioni dei tecnici statunitensi i quali, sulla base dei dati noti e loro comunicati, avevano sostenuto che la situazione di Taranto non desta particolari allarmismi. La nota dell’Ordine dei Medici incalza ancora di più: «I relatori hanno mostrato di avere scarse e parziali conoscenze dei dati relativi alla contaminazione dell’ambiente tarantino, e dichiarato di non conoscere i dati sanitari relativi alla popolazione tarantina esposta all’inquinamento emersi dalla perizia epidemiologica ed anche ricavabili dalla copiosa letteratura scientifica sull’argomento».
Da qui il commento: «E’ del tutto evidente che, a fronte di questa scarsa competenza sulla situazione tarantina, è difficile accettare conclusioni ottimistiche che risultano prive di fondamento scientifico». Dura, dunque, la posizione dei medici nei confronti dell’opera - zione portata avanti dal Centro Studi Ilva che si è avvalso di tre grossi nomi: Walter J. Shields, scienziato e direttore della practice "Scienze della terra ed ambientali"; Donald G. Patterson, membro del Senior Biomedical Research Service nella divisione Organic Analytical Toxicology per la Salute Ambientale presso i centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, Atlanta; Suresh H. Moolgavkar, Professore di Epidemiologia e Corporate Vice President e Direttore del Centro di Epidemiologia, Biostatistica e Biologia Computazionale. Tutti componenti della Exponent, la società a cui l’Ilva ha chiesto di studiare il caso Taranto e che, con questo obiettivo, ha messo in campo venti scienziati ed ingegneri.
La commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici, infine, condivide quanto rimarcato dagli esperti statunitensi riguardo alle polveri sottili PM 10. «Coerentemente con quanto affermato dai periti Forastiere, Biggeri , Triassi (nella maxi perizia chiesta dal gip Todisco nell’ambito del processo per inquinamento contro i vertici Ilva, ndr) – viene affermato dai medici - 20 mg/m3 è il livello di soglia da non superarsi in aria ambiente, in riferimento ai danni alla salute così come indicato dall’Org anizzazione Mondiale della Sanità». (MR Gigante - GdM)
Argomenti
arpa,
assennato,
centro studi ilva,
comunicato,
convegno,
Donald Patterson,
epidemiologia,
Exponent,
histò,
ILVA,
medici,
Suresh Moolgavkar,
Walter Shields
venerdì 6 luglio 2012
Il nemico molla? I sindacati se la fanno sotto!
Lascia il direttore Ilva manduriano Luigi Capogrosso
Sindacati sorpresi
Cosa succede all’Ilva? Le dimissioni dalla carica di direttore dello stabilimento siderurgico di Luigi Capogrosso, più del trasferimento alla Fiat del direttore delle relazioni industriali del Gruppo Riva, Pietro De Biasi, sollevano domande. Alcuni interrogativi sono legati alla crisi economica, altri all’emergenza ambientale e ai riflessi dell’inchiesta della magistratura su inquinamento e salute. «Di De Biasi sapevamo, mentre l’uscita di Capogrosso, dopo 15 anni alla direzione dello stabilimento, è stata una sorpresa» commenta il segretario generale della Uilm, Antonio Talò. Il posto di De Biasi sarà occupato dal direttore dell’area ghisa Salvatore De Felice.
«L’avvicendamento di Capogrosso era nell’aria» sottolinea il segretari della Fim Cisl Mimmo Panarelli: «Se questo ha legami con l’inchiesta della magistratura (Capogrosso è indagato, ndr)? Non saprei rispondere. All’Ilva la preoccupazione per quel che potrebbe succedere è palpabile. Noi siamo preoccupati pensando ai lavoratori e al muro contro muro magistratura-Riva. Lo spettro di un sequestro degli impianti e di una reazione aziendale - mobilità, licenziamenti - agita i sonni dei sindacalisti. Come ha ricordato in un recente intervento proprio il segretario della Uilm Talò, nelle assemblee gli operai hanno mostrato ai sindacati i loro timori. «L’Ilva potrebbe fermare tutto perché già la crisi morde e ha quasi interrotto la produzione a freddo dei tubi e dei treni nastri, riducendo quella a caldo di un buon 40 per cento. Gli effetti potremmo vederli anche sugli stabilimenti del Nord, a Genova per esempio» ricorda Talò. In realtà una domanda corre, fuori dalle dichiarazioni ufficiali. (Manduriaoggi)
Metalmeccanici: in Ilva Taranto consenso a ipotesi Fim e Uilm
Con 6417 si', 1056 no, 351 schede tra bianche e nulle, i lavoratori dell'Ilva di Taranto hanno espresso il loro consenso all'ipotesi della piattaforma contrattuale proposta da Fim e Uilm. "Si tratta di un risultato importante che dimostra l'apprezzamento per il buon lavoro svolto e per un risultato positivo ottenuto nella fase piu' acuta della crisi economica", commenta il segretario di settore Ilva della Fim Cisl di Taranto, Vincenzo Castronuovo. In termini percentuali, rispetto al numero degli elettori che si sono recati alle urne al termine di ogni assemblea consumatasi nello stabilimento Ilva di Taranto dal 18 giugno al 5 luglio, i si' corrispondono all'82,01%, i no al 13,50%. "Un dato senza dubbio positivo", aggiunge. "La consultazione ha prodotto un risultato importante, soprattutto in considerazione della crisi economica e produttiva che stiamo attraversando", spiega Castronuovo. "L'ipotesi della piattaforma per il rinnovo del contratto proposta rappresenta un forte avanzamento per la tutela dei diritti e per il salario, nel settore dei metalmeccanici", prosegue. "Questo risultato carica di ulteriore responsabilita' le organizzazioni sindacali di Fim e Uilm, le quali, facendo propria ogni esigenza in termini di rinnovo contrattuale, danno continuita' al contratto vigente siglato il 15 ottobre 2009 e, attraverso l'azione congiunta, intendono, a partire da oggi, aprire il negoziato con Federmeccanica, affinche' si possa giungere entro dicembre 2012 alla stesura del nuovo contratto. Tale azione - conclude Castronuovo - consentirebbe a tutti i lavoratori metalmeccanici di ottenere gia' da gennaio 2013 i nuovi aumenti contrattuali".(Libero)
Massafra, anno zero
Comunicato Stampa dopo il Consiglio Comunale del 04 Luglio 2012.
Le ragioni del Comitato si diffondono in Consiglio Comunale. Il Comitato, dopo aver valutato molto negativamente il giorno e l'ora della convocazione che non permetteva una partecipazione ampia dei cittadini, valuta in maniera sostanzialmente positiva i risultati ottenuti in sede di Consiglio Comunale del 4 luglio u.s. Difatti, la mobilitazione attuata insistentemente durante gli ultimi quattro mesi ha sortito un qualche effetto su alcune forze politiche che, avendo acquisito le ragioni del comitato, le abbracciano in parte o in toto. Riteniamo giusto ringraziare il Consigliere Maurizio Baccaro per il suo impegno che ha permesso (per la seconda volta) la convocazione del Consiglio Comunale monotematico, e per aver ribadito il parere negativo di SEL relativamente al progetto di raddoppio dell’inceneritore. Il PD, l’UDC e LA COSTITUENTE DI CENTRO del dott. Cofano hanno proposto una mozione che impegna il Sindaco a farsi promotore verso la Provincia di Taranto di una iniziativa per bloccare i percorsi autorizzativi di vari impianti potenzialmente inquinanti tra cui anche quello del Raddoppio dell’Inceneritore di Appia Energy e, alla luce del parere tecnico espresso dall’ARPA, su quest’ultimo impianto, a farsi garante della salute dei cittadini. A ciò, si aggiunge qualche perplessità che inizia a serpeggiare anche tra la maggioranza: nella stessa assise l’avv. De Giorgio ha sollevato qualche dubbio circa la possibilità che il raddoppio dell’impianto possa essere considerato di “pubblico interesse” e possa ritenersi utile dal punto di vista occupazionale e della salute. Resta l’opinione favorevole al nuovo insediamento dei due principali partiti di maggioranza,” La Puglia prima di tutto” e il PDL. D’altra parte, il Sindaco non esplicita la sua posizione ( anche se il suo partito si è finalmente espresso). Viene approvato un ordine del giorno col quale la maggioranza invita il Sindaco a “seguire” l’iter del progetto, soprattutto per quanto riguarda la valutazione di Impatto sanitario richiesta ancora una volta dall’ARPA di cui già è noto il parere negativo, espresso con chiarezza durante la prima conferenza dei servizi. Il comitato continua a chiedere che l’amministrazione riveda il proprio parere favorevole, espresso in sede di Conferenza di servizi lo scorso 18 maggio e indica il Referendum previsto dallo Statuto Comunale e al quale lo stesso Sindaco non si è mai detto esplicitamente contrario. Il sindaco, ricordiamo inoltre, è il primo responsabile sanitario del nostro territorio e deve guardare in primis al benessere e alla salute dei cittadini. Il comitato continuerà in piena serenità, ma con fermezza, la propria battaglia, nella fedeltà alle profonde convinzioni che lo sostengono. Convinzioni che sono frutto di conoscenze e di esperienze e non di spinte emotive o di informazioni superficiali. Il Comitato continuerà a prendere le distanze da quanti vogliano strumentalizzare il suo impegno e le sue iniziative, e ad accogliere quanti hanno a cuore la cittadinanza attiva, la salute delle persone, la tutela dell’ambiente e un futuro sostenibile per il territorio.
Comitato per la Corretta Gestione dei Rifiuti a Massafra(contro il Raddoppio dell'Inceneritore)
Le ragioni del Comitato si diffondono in Consiglio Comunale. Il Comitato, dopo aver valutato molto negativamente il giorno e l'ora della convocazione che non permetteva una partecipazione ampia dei cittadini, valuta in maniera sostanzialmente positiva i risultati ottenuti in sede di Consiglio Comunale del 4 luglio u.s. Difatti, la mobilitazione attuata insistentemente durante gli ultimi quattro mesi ha sortito un qualche effetto su alcune forze politiche che, avendo acquisito le ragioni del comitato, le abbracciano in parte o in toto. Riteniamo giusto ringraziare il Consigliere Maurizio Baccaro per il suo impegno che ha permesso (per la seconda volta) la convocazione del Consiglio Comunale monotematico, e per aver ribadito il parere negativo di SEL relativamente al progetto di raddoppio dell’inceneritore. Il PD, l’UDC e LA COSTITUENTE DI CENTRO del dott. Cofano hanno proposto una mozione che impegna il Sindaco a farsi promotore verso la Provincia di Taranto di una iniziativa per bloccare i percorsi autorizzativi di vari impianti potenzialmente inquinanti tra cui anche quello del Raddoppio dell’Inceneritore di Appia Energy e, alla luce del parere tecnico espresso dall’ARPA, su quest’ultimo impianto, a farsi garante della salute dei cittadini. A ciò, si aggiunge qualche perplessità che inizia a serpeggiare anche tra la maggioranza: nella stessa assise l’avv. De Giorgio ha sollevato qualche dubbio circa la possibilità che il raddoppio dell’impianto possa essere considerato di “pubblico interesse” e possa ritenersi utile dal punto di vista occupazionale e della salute. Resta l’opinione favorevole al nuovo insediamento dei due principali partiti di maggioranza,” La Puglia prima di tutto” e il PDL. D’altra parte, il Sindaco non esplicita la sua posizione ( anche se il suo partito si è finalmente espresso). Viene approvato un ordine del giorno col quale la maggioranza invita il Sindaco a “seguire” l’iter del progetto, soprattutto per quanto riguarda la valutazione di Impatto sanitario richiesta ancora una volta dall’ARPA di cui già è noto il parere negativo, espresso con chiarezza durante la prima conferenza dei servizi. Il comitato continua a chiedere che l’amministrazione riveda il proprio parere favorevole, espresso in sede di Conferenza di servizi lo scorso 18 maggio e indica il Referendum previsto dallo Statuto Comunale e al quale lo stesso Sindaco non si è mai detto esplicitamente contrario. Il sindaco, ricordiamo inoltre, è il primo responsabile sanitario del nostro territorio e deve guardare in primis al benessere e alla salute dei cittadini. Il comitato continuerà in piena serenità, ma con fermezza, la propria battaglia, nella fedeltà alle profonde convinzioni che lo sostengono. Convinzioni che sono frutto di conoscenze e di esperienze e non di spinte emotive o di informazioni superficiali. Il Comitato continuerà a prendere le distanze da quanti vogliano strumentalizzare il suo impegno e le sue iniziative, e ad accogliere quanti hanno a cuore la cittadinanza attiva, la salute delle persone, la tutela dell’ambiente e un futuro sostenibile per il territorio.
Comitato per la Corretta Gestione dei Rifiuti a Massafra(contro il Raddoppio dell'Inceneritore)
Argomenti
appia,
comitato,
inceneritore,
marcegaglia,
massafra,
tamburrano
Potevamo liberarci di Florido!
Entro
il primo gennaio 2013 saranno istituite 10 città metropolitane: Roma,
Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio
Calabria. In questi casi saranno soppresse le province.
Reggio Calabria
Popolazione Residente
186.547 (M 89.494, F 97.053)
Densità per Kmq: 790,4
Superficie: 236,02 Kmq
Popolazione della provincia, 566.977 abitanti
Taranto
Popolazione Residente
191.810 (M 90.944, F 100.866)
Densità per Kmq: 881,9
Superficie: 217,50 Kmq
Popolazione della provincia, 580.028 abitanti
E poi dicono che gli uomini d'onore in parlamento non pagano...
Reggio Calabria
Popolazione Residente
186.547 (M 89.494, F 97.053)
Densità per Kmq: 790,4
Superficie: 236,02 Kmq
Popolazione della provincia, 566.977 abitanti
Taranto
Popolazione Residente
191.810 (M 90.944, F 100.866)
Densità per Kmq: 881,9
Superficie: 217,50 Kmq
Popolazione della provincia, 580.028 abitanti
E poi dicono che gli uomini d'onore in parlamento non pagano...
giovedì 5 luglio 2012
L'Ilva copre col velo le sue (e le nostre) vergogne...
... ma il marcio resta intatto e più velenoso che mai!!!
Pubblichiamo questo articolo copiaincollato da diversi giornali da un comunicato stampa Ilva... senza un minimo di valutazione. Bel mestiere quello di giornalista: control C, control V!
Taranto, una rete di 21 metri per contenere le polveri dell'Ilva
Si è svolta oggi nello stabilimento Ilva di Taranto la cerimonia inaugurale della posa in opera del primo palo di sostegno della barriera di contenimento delle polveri nell'area parchi minerali e fossili. Lo scorso marzo l'Ilva aveva annunciato la realizzazione della barriera di contenimento delle polveri, secondo gli accordi sottoscritti con gli Atti di intesa. Si tratta di una struttura della lunghezza di 1.600 metri ed alta 21 metri, realizzata nell'area parchi, al confine tra i parchi minerali e la recinzione esterna dello stabilimento, seguendo la direttrice nord lungo la strada provinciale Taranto-Statte e, lato sud, lungo la statale Taranto-Grottaglie. «L'obiettivo di questa barriera - è detto in una nota dell'Ilva - è di contenere le polveri della zona dei parchi minerali e fossili verso l'esterno, soprattutto verso il quartiere Tamburi. La rete, con la sua porosità, ha un'azione di intrappolamento delle polveri, oltre che rallentare la velocità del vento». Questo intervento era stato inserito come prescrizione nel programma di interventi per la riduzione delle emissionì previsto dal decreto di Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il costo complessivo dell'opera sarà di circa otto milioni di euro. (Quotidiano)
E che dire dei sindacati leccac...? Poveri loro, e noi!
L’intervento della Cisl e della Fim Cisl
Comunicato stampa
ILVA: PRIMO PALO DEL BARRIERAMENTO DEI PARCHI MINERALI
LEGAMBIENTE: MISURA INADEGUATA. NECESSARIA COPERTURA PARCHI MINERALI. DA INSERIRE NELLA NUOVA A.I.A.
Soddisfatta dai rassicuranti dati forniti dagli epidemiologi americani invitati a Taranto dal Centro Studi Ilva, l’azienda si impone ancora oggi sulle prime pagine dei media per la posa del primo palo del barrieramento con maxiteloni dei parchi materie prime. Come è noto il progetto prevede la realizzazione di “barriere” di tela alte 21 metri lungo la Taranto - Statte e la Taranto – Grottaglie per contenere lo spolverio di minerali che colpisce soprattutto (ma non solo) il quartiere Tamburi. Un barrieramento che sarebbe dunque quasi inutile considerata la modestissima pericolosità delle polveri sottili e i dati non preoccupanti relativi all’inquinamento secondo quanto affermato dagli studiosi americani!!! Peccato che diversi studi (SIDRIA, APHEA, MISA 1 e 2, SISTI) abbiano accertato la correlazione tra aumento dei livelli di PM10 e diverse patologie nel breve periodo con effetti sia in termini di ricoveri che di decessi. Particolarmente interessate sono malattie respiratorie e cardiache nel loro complesso. Peccato inoltre che le due centraline di monitoraggio di via Archimede e via Machiavelli abbiano fatto registrare superamenti dei limiti di legge (non limiti imposti dagli ambientalisti) previsti per la media giornaliera su base annuale: 40 in via Archimede e 45 in via Machiavelli e peccato che, data la collocazione delle centraline a ridosso dell’area industriale, è del tutto evidente come all’origine di questi superamenti vi siano emissioni provenienti soprattutto dall’Ilva. In particolare sotto accusa sono, oltre ad impianti come l’agglomerato e la cokeria, i parchi minerali. Conferme in tal senso si sono ottenute con la sentenza di condanna subita dall’Ilva il 28 settembre 2005 in sede di Cassazione Questi dati prefigurano un rischio sanitario per la popolazione esposta. L’Ilva sostiene che diverse città italiane abbiano un maggior inquinamento da polveri sottili, ma dimentica che le polveri di Taranto veicolano su di sé altri inquinanti di produzione industriale che le rendono più patogene , infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c’è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % riportato da altri studi italiani ( MISA ) o sulle città europee ( 0.33% ) (riportato nello studio SENTIERI ) La situazione di rischio sanitario profilatasi con il PM10, peraltro in un riconosciuto contesto di forti criticità ambientali (non riconosciuto come tale solo dai professori americani invitati dall’azienda), impone finalmente l’adozione di provvedimenti adeguati : in primo luogo, la copertura dei parchi minerali. Si ribadisce come la soluzione del barrieramento la cui realizzazione è stata iniziata oggi sia del tutto inadeguata. Ad essere intercettate sarebbero infatti soprattutto le polveri pesanti aerodisperse e solo nella misura del 50%, mentre il barrieramento risulterebbe inefficace per le polveri sottili come PM10 e PM 2,5. La copertura dei parchi minerali è del tutto fattibile come dimostrato da un progetto presentato nel 2005 dal Politecnico di Taranto che prevede la realizzazione di apposite tensostrutture. Legambiente ha posto questa tra le misure irrinunciabili per la nuova AIA che dovrà essere concessa all’Ilva.
Pubblichiamo questo articolo copiaincollato da diversi giornali da un comunicato stampa Ilva... senza un minimo di valutazione. Bel mestiere quello di giornalista: control C, control V!
Taranto, una rete di 21 metri per contenere le polveri dell'Ilva
Si è svolta oggi nello stabilimento Ilva di Taranto la cerimonia inaugurale della posa in opera del primo palo di sostegno della barriera di contenimento delle polveri nell'area parchi minerali e fossili. Lo scorso marzo l'Ilva aveva annunciato la realizzazione della barriera di contenimento delle polveri, secondo gli accordi sottoscritti con gli Atti di intesa. Si tratta di una struttura della lunghezza di 1.600 metri ed alta 21 metri, realizzata nell'area parchi, al confine tra i parchi minerali e la recinzione esterna dello stabilimento, seguendo la direttrice nord lungo la strada provinciale Taranto-Statte e, lato sud, lungo la statale Taranto-Grottaglie. «L'obiettivo di questa barriera - è detto in una nota dell'Ilva - è di contenere le polveri della zona dei parchi minerali e fossili verso l'esterno, soprattutto verso il quartiere Tamburi. La rete, con la sua porosità, ha un'azione di intrappolamento delle polveri, oltre che rallentare la velocità del vento». Questo intervento era stato inserito come prescrizione nel programma di interventi per la riduzione delle emissionì previsto dal decreto di Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il costo complessivo dell'opera sarà di circa otto milioni di euro. (Quotidiano)
E che dire dei sindacati leccac...? Poveri loro, e noi!
L’intervento della Cisl e della Fim Cisl
«Ieri mattina, nello stabilimento Ilva di Taranto, si è tenuta la cerimonia inaugurale per la posa in opera del primo palo di sostegno della barriera di contenimento delle polveri, nell’area parchi minerali e fossili.
Tale operazione, inserita lo scorso 19 luglio 2011, come prescrizione nel programma di interventi per la riduzione delle emissioni verso l’esterno (in particolar modo nel Quartiere Tamburi) previsto dal decreto Aia, permetterà di reprimere la fuoriuscita delle polveri.
Di primaria importanza la realizzazione della struttura, la cui fabbricazione - così come quella presentata oggi - avverrà presso lo stesso stabilimento Ilva di Taranto.
Questo rappresenta per noi un primo motivo d’orgoglio, perché ancora una volta è dimostrato che questo stabilimento è formato da persone con professionalità elevate, tali da permettere, sia in termini progettuali che realizzativi, di creare gli importanti manufatti.
La Cisl e la Fim ritengono importante l’avvio e la realizzazione del progetto di “barrieramento”, poiché lo stesso potrà dare ulteriori risposte sul tema ambientale nell’avviato cammino verso l’ecocompatibilità.
La Cisl e Fim, infine, plaudono all’azione intrapresa dall’Azienda che giunge con forte anticipo rispetto a quanto disposto dal decreto.
Un forte segnale di responsabilità da parte dell’Ilva che, in sintonia con l’azione volta all’ecocompatibilità fortemente promossa dalle Organizzazioni sindacali, contribuirà a rafforzare l’impegno a tutela dell’ambiente». (Manduriaoggi)
E Legambiente è l'unica fuori dal coro:Comunicato stampa
ILVA: PRIMO PALO DEL BARRIERAMENTO DEI PARCHI MINERALI
LEGAMBIENTE: MISURA INADEGUATA. NECESSARIA COPERTURA PARCHI MINERALI. DA INSERIRE NELLA NUOVA A.I.A.
Soddisfatta dai rassicuranti dati forniti dagli epidemiologi americani invitati a Taranto dal Centro Studi Ilva, l’azienda si impone ancora oggi sulle prime pagine dei media per la posa del primo palo del barrieramento con maxiteloni dei parchi materie prime. Come è noto il progetto prevede la realizzazione di “barriere” di tela alte 21 metri lungo la Taranto - Statte e la Taranto – Grottaglie per contenere lo spolverio di minerali che colpisce soprattutto (ma non solo) il quartiere Tamburi. Un barrieramento che sarebbe dunque quasi inutile considerata la modestissima pericolosità delle polveri sottili e i dati non preoccupanti relativi all’inquinamento secondo quanto affermato dagli studiosi americani!!! Peccato che diversi studi (SIDRIA, APHEA, MISA 1 e 2, SISTI) abbiano accertato la correlazione tra aumento dei livelli di PM10 e diverse patologie nel breve periodo con effetti sia in termini di ricoveri che di decessi. Particolarmente interessate sono malattie respiratorie e cardiache nel loro complesso. Peccato inoltre che le due centraline di monitoraggio di via Archimede e via Machiavelli abbiano fatto registrare superamenti dei limiti di legge (non limiti imposti dagli ambientalisti) previsti per la media giornaliera su base annuale: 40 in via Archimede e 45 in via Machiavelli e peccato che, data la collocazione delle centraline a ridosso dell’area industriale, è del tutto evidente come all’origine di questi superamenti vi siano emissioni provenienti soprattutto dall’Ilva. In particolare sotto accusa sono, oltre ad impianti come l’agglomerato e la cokeria, i parchi minerali. Conferme in tal senso si sono ottenute con la sentenza di condanna subita dall’Ilva il 28 settembre 2005 in sede di Cassazione Questi dati prefigurano un rischio sanitario per la popolazione esposta. L’Ilva sostiene che diverse città italiane abbiano un maggior inquinamento da polveri sottili, ma dimentica che le polveri di Taranto veicolano su di sé altri inquinanti di produzione industriale che le rendono più patogene , infatti per ogni incremento di 10 microgrammi di PM a Taranto c’è un aumento dello 0.69 % di mortalità contro lo 0.31 % riportato da altri studi italiani ( MISA ) o sulle città europee ( 0.33% ) (riportato nello studio SENTIERI ) La situazione di rischio sanitario profilatasi con il PM10, peraltro in un riconosciuto contesto di forti criticità ambientali (non riconosciuto come tale solo dai professori americani invitati dall’azienda), impone finalmente l’adozione di provvedimenti adeguati : in primo luogo, la copertura dei parchi minerali. Si ribadisce come la soluzione del barrieramento la cui realizzazione è stata iniziata oggi sia del tutto inadeguata. Ad essere intercettate sarebbero infatti soprattutto le polveri pesanti aerodisperse e solo nella misura del 50%, mentre il barrieramento risulterebbe inefficace per le polveri sottili come PM10 e PM 2,5. La copertura dei parchi minerali è del tutto fattibile come dimostrato da un progetto presentato nel 2005 dal Politecnico di Taranto che prevede la realizzazione di apposite tensostrutture. Legambiente ha posto questa tra le misure irrinunciabili per la nuova AIA che dovrà essere concessa all’Ilva.
Puzza di condanna: Riva assolda gli USA
Gli esperti americani: i dati sull’inquinamento di Taranto non allarmano
Inquinamento, i dati a disposizione non confermano gli allarmismi. Ma soprattutto, stando a ciò che si conosce oggi, non è possibile stabilire un’esatta relazione tra i livelli di emissione dell’acciaieria dell’Ilva e gli effetti sulla salute della popolazione. Il Centro studi Ilva affida a tre studiosi americani della società di consulenza Exponent, ritenuta leader mondiale nelle ricerche legate a inquinamento e salute, una sorta di operazione verità. E’ stato questo, ieri a Taranto nella cornice dell’Histò San Pietro sul Mar Piccolo, l’obiettivo dell’incontro sul tema: «Diossina e salute: le esperienze internazionali».
I tre relatori chiamati a sostenere le ragioni scientifiche di una posizione di prudenza e della richiesta di approfondimenti sono Walter J. Shields, scienziato e direttore della practice «Scienze della terra ed ambientali»; Donald G. Patterson, membro del Senior Biomedical Research Service nella divisione Organic Analytical Toxicology per la Salute ambientale presso i centri per il controllo e la prevenzione delle Malattie di Atlanta; Suresh H. Moolgavkar, professore di Epidemiologia e Corporate vice president e direttore del Centro di epidemiologia, biostatistica e biologia computazionale.
A coordinare i lavori, in qualità di moderatore, Carlo Monti, senior managing scientist. Dai relatori al moderatore, tutti esperti e componenti della Exponent, la società a cui l’Ilva ha chiesto di studiare il caso Taranto e che per questo obiettivo ha messo in campo venti scienziati ed ingegneri. Senza che venga mai esplicitamente ammesso, è sin fin troppo evidente il tentativo di mettere in piedi una risposta forte e scientificamente solida alla perizia realizzata nell’ambito della maxi inchiesta condotta a Taranto dal gip Todisco contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva.
A spiegare, invece, gli obiettivi che l’Ilva si è posta con l’incontro di ieri e, più in generale, con i primi tre appuntamenti annuali già realizzati, è il direttore del Centro studi Ilva, Giancarlo Quaranta. «L'intento - dice - è quello di proporre alcune riflessioni sulla misurazione degli agenti inquinanti, sull'identificazione delle fonti e sulle possibili correlazioni con la salute umana. Solo pochi gli accenni alla situazione specifica di Taranto - continua Quaranta - . I dati a disposizione, così ci dicono gli studiosi, non confermano gli allarmismi di alcuni ma certo è necessario continuare il dialogo sforzandosi tutti di attenersi alle regole del dibattito scientifico che impone un continuo confronto tra metodologie, matrici di lettura dei dati, valutazione dei risultati. A tracciare un quadro veritiero non ci si arriva senza questo processo di confronto».
L’operazione confronto e verità ha visto tre distinti momenti: martedì una prima giornata di riflessioni con il management industriale, ieri il dibattito pubblico con enti ed istituzioni, quest’o ggi un momento di confronto a Roma con parlamentari e autorità di controllo. Sostanzialmente questa la mission dei tre studiosi: Shields è stato chiamato ad illustrare metodi e limiti dei processi di misurazione della concentrazione di inquinanti, diossina-ipa-pcb. A Patterson è toccato raccontare dell'esperienza internazionale nella misurazione della concentrazione di diossina, pcb e furani negli organismi umani. Moolgavkar ha delineato, infine, la difficoltà nell’analisi degli impatti di lungo e breve termine dell'inquinamento dell'aria sulla mortalità (M R Gigante - GdM)
Ecco gli interventi dei relatori: Diossina e Salute, Le Esperienze Internazionali_Centro Studi Ilva_4lug2012
Inquinamento, i dati a disposizione non confermano gli allarmismi. Ma soprattutto, stando a ciò che si conosce oggi, non è possibile stabilire un’esatta relazione tra i livelli di emissione dell’acciaieria dell’Ilva e gli effetti sulla salute della popolazione. Il Centro studi Ilva affida a tre studiosi americani della società di consulenza Exponent, ritenuta leader mondiale nelle ricerche legate a inquinamento e salute, una sorta di operazione verità. E’ stato questo, ieri a Taranto nella cornice dell’Histò San Pietro sul Mar Piccolo, l’obiettivo dell’incontro sul tema: «Diossina e salute: le esperienze internazionali».
I tre relatori chiamati a sostenere le ragioni scientifiche di una posizione di prudenza e della richiesta di approfondimenti sono Walter J. Shields, scienziato e direttore della practice «Scienze della terra ed ambientali»; Donald G. Patterson, membro del Senior Biomedical Research Service nella divisione Organic Analytical Toxicology per la Salute ambientale presso i centri per il controllo e la prevenzione delle Malattie di Atlanta; Suresh H. Moolgavkar, professore di Epidemiologia e Corporate vice president e direttore del Centro di epidemiologia, biostatistica e biologia computazionale.
A coordinare i lavori, in qualità di moderatore, Carlo Monti, senior managing scientist. Dai relatori al moderatore, tutti esperti e componenti della Exponent, la società a cui l’Ilva ha chiesto di studiare il caso Taranto e che per questo obiettivo ha messo in campo venti scienziati ed ingegneri. Senza che venga mai esplicitamente ammesso, è sin fin troppo evidente il tentativo di mettere in piedi una risposta forte e scientificamente solida alla perizia realizzata nell’ambito della maxi inchiesta condotta a Taranto dal gip Todisco contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva.
A spiegare, invece, gli obiettivi che l’Ilva si è posta con l’incontro di ieri e, più in generale, con i primi tre appuntamenti annuali già realizzati, è il direttore del Centro studi Ilva, Giancarlo Quaranta. «L'intento - dice - è quello di proporre alcune riflessioni sulla misurazione degli agenti inquinanti, sull'identificazione delle fonti e sulle possibili correlazioni con la salute umana. Solo pochi gli accenni alla situazione specifica di Taranto - continua Quaranta - . I dati a disposizione, così ci dicono gli studiosi, non confermano gli allarmismi di alcuni ma certo è necessario continuare il dialogo sforzandosi tutti di attenersi alle regole del dibattito scientifico che impone un continuo confronto tra metodologie, matrici di lettura dei dati, valutazione dei risultati. A tracciare un quadro veritiero non ci si arriva senza questo processo di confronto».
L’operazione confronto e verità ha visto tre distinti momenti: martedì una prima giornata di riflessioni con il management industriale, ieri il dibattito pubblico con enti ed istituzioni, quest’o ggi un momento di confronto a Roma con parlamentari e autorità di controllo. Sostanzialmente questa la mission dei tre studiosi: Shields è stato chiamato ad illustrare metodi e limiti dei processi di misurazione della concentrazione di inquinanti, diossina-ipa-pcb. A Patterson è toccato raccontare dell'esperienza internazionale nella misurazione della concentrazione di diossina, pcb e furani negli organismi umani. Moolgavkar ha delineato, infine, la difficoltà nell’analisi degli impatti di lungo e breve termine dell'inquinamento dell'aria sulla mortalità (M R Gigante - GdM)
Ecco gli interventi dei relatori: Diossina e Salute, Le Esperienze Internazionali_Centro Studi Ilva_4lug2012
Argomenti
convegno,
Donald Patterson,
epidemiologia,
Exponent,
histò,
ILVA,
incidente probatorio,
perizia,
processo,
Quaranta,
Suresh Moolgavkar,
Walter Shields
L'atomica di Tamburrano, il re dei rifiuti
Inceneritore di Massafra, le opposizioni si spaccano e la maggioranza si affida al sindaco
Seduta-fiume sul raddoppio Appia Energy: alla fine è stato approvato un odg che consegna l'ultima parola a Tamburrano
Lontano mille miglia da una posizione unanime. È apparso così il Consiglio comunale di Massafra, riunitosi ieri mattina per discutere sul progetto di raddoppio della centrale termoelettrica. Le posizioni divergenti sul tema tra maggioranza ed opposizione e tra la stessa minoranza sono emerse in maniera forte nel corso della seduta, durante la quale sono stati presentati ben tre ordini del giorno. Alla fine è stato approvato a maggioranza (13 voti favorevoli e 6 contrari) il documento argomentato dal consigliere Fernando Pelillo a nome dei gruppi di maggioranza PdL, Ppt, IoSud, Massafra Cambia e del consigliere indipendente Luigi Convertino che, prendendo atto dell’ampio dibattito in corso ad ogni livello, delega e impegna il sindaco a seguire tutte le fasi che porteranno ad esprimere il parere definitivo, dopo la presentazione dell’importante documento sull’impatto sanitario esistente e sulle conseguenze che a quest’ultimo potranno derivare dalla presenza del nuovo impianto. Bocciati invece gli altri due ordini del giorno. Il primo è stato presentato dal consigliere Maurizio Baccaro (Sel), il quale chiesto al Consiglio di esprimere «parere negativo al rilascio delle autorizzazioni per l’impianto e di dare mandato al sindaco di trasmetterlo alla Conferenza dei Servizi; di chiedere all’Amministrazione di predisporre l’annullamento d’ufficio, in via di autotutela amministrativa, del parere favorevole espresso nella prima seduta della Conferenza dei servizi; di chiedere al sindaco di avviare una procedura di indagine con il coinvolgimento di Asl, Arpa e di tutti gli Enti preposti, mirata ad approfondire e individuare, con certezza, fonti e cause degli elevati valori di diossine e furani riscontrati all’interno del territorio comunale durante la campagna di monitoraggio 2009/2010, al fine di intervenire per tutelare la salute dei cittadini e di chiedere, in ogni caso, alla Provincia di Taranto la sospensione dell’iter autorizzativo in riferimento a questo nuovo impianto di combustione, nel Comune di Massafra, fino a completamento di tale procedura di indagine». Il gruppo del Pd e i consiglieri Giuseppe Cofano (Costituente di Centro) e Nicola Zanframundo (Udc) hanno invece presentato un ordine del giorno che riprende quello presentato dai consiglieri regionali di centrosinistra, relativo ad una moratoria in ordine al rilascio di nuove autorizzazioni o di ampliamento di impianti per il trattamento termico del Cdr, impegnando inoltre il sindaco a «farsi promotore verso la Provincia di Taranto di una iniziativa per bloccare i percorsi autorizzativi di tali impianti e, alla luce del parere tecnico negativo espresso dall’Arpa Puglia nella conferenza di servizi del 18 maggio, a farsi garante della salute dei cittadini». «Il sindaco – ha rimarcato il consigliere Michele Mazzarano – ha in mano le possibilità per fermare tutto». Tra gli intervenuti, dai banchi della maggioranza, Antonio De Giorgio si è chiesto a chi giova il raddoppio della centrale, Maurizio Ludovico si è soffermato sull’iter della Conferenza dei servizi e Pelillo ha espresso la sua posizione politica favorevole al raddoppio dell’impianto. A nulla è valso il suggerimento di Zanframundo, seguito da sospensione, di unificare i tre documenti presentati. Prima del voto, il sindaco Tamburrano ha affermato che la sua responsabilità continuerà ad essere massima nel prosieguo della Conferenza dei servizi. Al Consiglio non ha fatto mancare la propria presenza il Comitato per la corretta gestione dei rifiuti, costituito da cittadini, il quale continua a chiedere il ritiro dei pareri favorevoli del Comune e del Dipartimento di Prevenzione Asl e a dire “no” al raddoppio dell’inceneritore. In apertura, il presidente Pilolli ha dato lettura di un documento della Coldiretti di Taranto. Francesca Piccolo - CdG
Seduta-fiume sul raddoppio Appia Energy: alla fine è stato approvato un odg che consegna l'ultima parola a Tamburrano
Lontano mille miglia da una posizione unanime. È apparso così il Consiglio comunale di Massafra, riunitosi ieri mattina per discutere sul progetto di raddoppio della centrale termoelettrica. Le posizioni divergenti sul tema tra maggioranza ed opposizione e tra la stessa minoranza sono emerse in maniera forte nel corso della seduta, durante la quale sono stati presentati ben tre ordini del giorno. Alla fine è stato approvato a maggioranza (13 voti favorevoli e 6 contrari) il documento argomentato dal consigliere Fernando Pelillo a nome dei gruppi di maggioranza PdL, Ppt, IoSud, Massafra Cambia e del consigliere indipendente Luigi Convertino che, prendendo atto dell’ampio dibattito in corso ad ogni livello, delega e impegna il sindaco a seguire tutte le fasi che porteranno ad esprimere il parere definitivo, dopo la presentazione dell’importante documento sull’impatto sanitario esistente e sulle conseguenze che a quest’ultimo potranno derivare dalla presenza del nuovo impianto. Bocciati invece gli altri due ordini del giorno. Il primo è stato presentato dal consigliere Maurizio Baccaro (Sel), il quale chiesto al Consiglio di esprimere «parere negativo al rilascio delle autorizzazioni per l’impianto e di dare mandato al sindaco di trasmetterlo alla Conferenza dei Servizi; di chiedere all’Amministrazione di predisporre l’annullamento d’ufficio, in via di autotutela amministrativa, del parere favorevole espresso nella prima seduta della Conferenza dei servizi; di chiedere al sindaco di avviare una procedura di indagine con il coinvolgimento di Asl, Arpa e di tutti gli Enti preposti, mirata ad approfondire e individuare, con certezza, fonti e cause degli elevati valori di diossine e furani riscontrati all’interno del territorio comunale durante la campagna di monitoraggio 2009/2010, al fine di intervenire per tutelare la salute dei cittadini e di chiedere, in ogni caso, alla Provincia di Taranto la sospensione dell’iter autorizzativo in riferimento a questo nuovo impianto di combustione, nel Comune di Massafra, fino a completamento di tale procedura di indagine». Il gruppo del Pd e i consiglieri Giuseppe Cofano (Costituente di Centro) e Nicola Zanframundo (Udc) hanno invece presentato un ordine del giorno che riprende quello presentato dai consiglieri regionali di centrosinistra, relativo ad una moratoria in ordine al rilascio di nuove autorizzazioni o di ampliamento di impianti per il trattamento termico del Cdr, impegnando inoltre il sindaco a «farsi promotore verso la Provincia di Taranto di una iniziativa per bloccare i percorsi autorizzativi di tali impianti e, alla luce del parere tecnico negativo espresso dall’Arpa Puglia nella conferenza di servizi del 18 maggio, a farsi garante della salute dei cittadini». «Il sindaco – ha rimarcato il consigliere Michele Mazzarano – ha in mano le possibilità per fermare tutto». Tra gli intervenuti, dai banchi della maggioranza, Antonio De Giorgio si è chiesto a chi giova il raddoppio della centrale, Maurizio Ludovico si è soffermato sull’iter della Conferenza dei servizi e Pelillo ha espresso la sua posizione politica favorevole al raddoppio dell’impianto. A nulla è valso il suggerimento di Zanframundo, seguito da sospensione, di unificare i tre documenti presentati. Prima del voto, il sindaco Tamburrano ha affermato che la sua responsabilità continuerà ad essere massima nel prosieguo della Conferenza dei servizi. Al Consiglio non ha fatto mancare la propria presenza il Comitato per la corretta gestione dei rifiuti, costituito da cittadini, il quale continua a chiedere il ritiro dei pareri favorevoli del Comune e del Dipartimento di Prevenzione Asl e a dire “no” al raddoppio dell’inceneritore. In apertura, il presidente Pilolli ha dato lettura di un documento della Coldiretti di Taranto. Francesca Piccolo - CdG
Argomenti
appia,
inceneritore,
massafra,
rifiuti,
tamburrano
No TRIV!
VALBASENTO- PISTICCI- ( MT) 14 e 15 Luglio 2012
APPELLO!!!!!!!
Presentato come unica possibile salvifica via di un “nuovo modello di sviluppo” in funzione antirecessiva, il “modello regionale unico e distintivo con percorsi attuativi eccezionali”, stando alla relazione di accompagnamento dell’art 16, dovrebbe garantire, nella sola Basilicata, una produzione aggiuntiva di idrocarburi nei prossimi 20 anni con almeno 17 miliardi di Euro tra royalties ed entrate fiscali. In realtà l’applicazione dell’art 16 ( con l’incremento delle estrazioni da 80.000 a 174.000 barili al giorno entro il 2015 per la sola Basilicata ) rappresenta, per i nostri territori, l’equivalente di una pietra tombale.
Importanti invasi di acqua destinati all’irrigazione ed alla potabilizzazione di vaste aree della regione Basilicata e della Puglia risultano fortemente contaminate, così come crescono i depositi di rifiuti speciali di lavorazione, senza nemmeno rispettare gli stessi parchi naturali! Tutto ciò mentre intere aree come la Valbasento, lungi dall’essere bonificate, ricevono ogni giorno il carico velenoso di decine di camions di rifiuti speciali dai poli chimici di diverse regioni italiane e dove si stanno approntando due enormi caveau per lo stoccaggio di gas russo proveniente dal Mar Caspio! Senza tenere presente che si tratta di zone sismiche e dimenticando quanto di recente avvenuto in Emilia Romagna. Consapevoli dell’importanza che rivestono le decretazioni previste dall’art 16 e successive, che tra l’altro preludono all’ampliamento delle ricerche e della coltivazione petrolifera intensiva non solo in terraferma, ma anche in mare, intendiamo lavorare alla costituzione di un COORDINAMENTO NAZIONALE che, attraverso azioni di monitoraggio costante dei territori, possa denunciare la depredazione delle risorse e proporre in alternativa politiche sostenibili . Per questo come associazioni, movimenti, amministratori locali, cittadine e cittadini proponiamo di riunirci nel COORDINAMENTO NO TRIV – LIBERIAMO MARE E TERRA DALLE TRIVELLE per un'idea altra di sviluppo energetico che stabilisca una via d'uscita dalle energie fossili.
NON LASCIARE CHE VENGA MESSO A RISCHIO IL FUTURO DELLA BASILICATA E DI ALTRI TERRITORI!
Partecipa al percorso, che partendo dal Sud stiamo immaginando, con l'obiettivo di rafforzare le battaglie che da tempo si stanno portando avanti in Basilicata e in altre parti d’Italia per contrastare gli effetti devastanti delle TRIVELLAZIONI.
Per questo chiediamo a tutti i soggetti associativi, sindacali e politici che lottano in Italia contro le pratiche di devastazione indotte dalle dinamiche estrattive; a tutte le realtà di resistenza alle grandi opere e a quelle che si oppongono alla produzione combustiva praticando la logica “Rifiuti Zero”; ai movimenti per l’acqua pubblica; a chi sostiene in prima persona le innumerevoli vertenze per la difesa e la salvaguardia del territorio contro gli scempi imposti dalle imperanti politiche neoliberiste, di partecipare alle due giornate di incontro e di confronto per la costituzione del COORDINAMENTO “NO TRIV – LIBERIAMO MARE E TERRA DALLE TRIVELLE”
in programma per il 14 e 15 Luglio 2012 in VALBASENTO - PISTICCI- ( MT)
c/o PISTICCI SCALO - CAMPETTO MULTIUSO E PARCOGIOCHI.Infoadesione: coordinamentonotriv@gmail.com/ facebook: coordinamentonazionalenotriv
mercoledì 4 luglio 2012
Dopo il profitto, la difesa del padrone (e sua)
...Capogrosso da "grosso capo" a perito tecnico...
Luigi Capogrosso lascia la direzione dell'Ilva.
Lo stabilimento comunica le dimissioni dell'ingegnere.
"In data odierna l'Ilva Spa-spiega- ha comunicato ai propri dipendenti dello Stabilimento di Taranto di aver ricevuto le dimissioni del Direttore Ing. Luigi Capogrosso, che è cessato dalla propria carica dopo oltre 15 anni in tale ruolo. La Società, accettando le dimissioni, ha espresso il massimo apprezzamento per il lavoro svolto che ha consentito allo Stabilimento di conseguire straordinari risultati sul piano del miglioramento della sicurezza sul lavoro e ambientale, oltrechè su quello produttivo. L'ing Capogrosso manterrà la qualifica di Dirigente e si dedicherà in particolare al supporto tecnico per la difesa dell'attività dello Stabilimento e dei suoi dipendenti nell'ambito dei noti procedimenti in corso. La direzione è stata affidata all'Ing. De Felice, da anni Dirigente dello Stabilimento Ilva di Taranto".
Capogrosso ricordiamo insieme ad altre 28 persone tra dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento siderurgico di Taranto erano stati rinviati a giudizio in quanto ritenuti responsabili della morte di quindici operai Ilva a causa della prolungata esposizione all'amianto. Accanto ad essi tra gli imputati anche i vertici dell'azienda Emilio Riva e suo figlio Fabio direttore dello stabilimento. (Cosmopolis)
Luigi Capogrosso lascia la direzione dell'Ilva.
Lo stabilimento comunica le dimissioni dell'ingegnere.
"In data odierna l'Ilva Spa-spiega- ha comunicato ai propri dipendenti dello Stabilimento di Taranto di aver ricevuto le dimissioni del Direttore Ing. Luigi Capogrosso, che è cessato dalla propria carica dopo oltre 15 anni in tale ruolo. La Società, accettando le dimissioni, ha espresso il massimo apprezzamento per il lavoro svolto che ha consentito allo Stabilimento di conseguire straordinari risultati sul piano del miglioramento della sicurezza sul lavoro e ambientale, oltrechè su quello produttivo. L'ing Capogrosso manterrà la qualifica di Dirigente e si dedicherà in particolare al supporto tecnico per la difesa dell'attività dello Stabilimento e dei suoi dipendenti nell'ambito dei noti procedimenti in corso. La direzione è stata affidata all'Ing. De Felice, da anni Dirigente dello Stabilimento Ilva di Taranto".
Capogrosso ricordiamo insieme ad altre 28 persone tra dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento siderurgico di Taranto erano stati rinviati a giudizio in quanto ritenuti responsabili della morte di quindici operai Ilva a causa della prolungata esposizione all'amianto. Accanto ad essi tra gli imputati anche i vertici dell'azienda Emilio Riva e suo figlio Fabio direttore dello stabilimento. (Cosmopolis)
Regionale 8?
TALSANO –AVETRANA, ULTIMA CORSA
Con preghiera di ampia diffusione Chi, durante le ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale di Taranto, ha seguito in TV i primi exit-poll che annunciavano la probabile designazione di Gianni Florido, PD, quale Presidente della Provincia, avrà avuto un sussulto : nella sede del comitato elettorale, circondato dalle telecamere, a’babbomortocaldo’ come direbbero i toscani, Gianni Florido, quello che non ancora ufficialmente era da considerarsi il neo Presidente della Provincia di Taranto, ebbe una sortita indimenticabile per lungimiranza , spessore politico, senso della realtà, amore per il territorio e considerazione sociale ; in una Provincia con il più alto tasso di neoplasie polmonari d’Europa secondo la stessa OMS, con una vocazione turistico culturale altissima ma umiliata dagli interessi metallurgici di quel Riva cognato dell’ex Presidente del Consiglio Dini (che gli ‘regalò l’ ITALSIDER mentre a Bagnoli la si smantellava per fare Tecnopolis), con un capoluogo messo in ginocchio dalla allegra gestione Di Bello, attorniato da una fascia costiera bellissima ma massacrata dagli abusi e tra campagne annichilite dal doppio impiego e dal servile adeguamento alle politiche comunitarie, cosa disse il Presidente Florido perché si capisse subito la ‘ stoffa’ del personaggio politico e la ‘filosofia’ che avrebbe verosimilmente illuminato il suo mandato ? Cosa avrebbe tramandato ai posteri, il futuro Presidente, attraverso gli speakers delle tv locali che, a caldo, gli chiedevano quale sarebbe stata la priorità del proprio ufficio se confermate le percentuali di voti espressi a suo favore? “Faremo la regionale otto !” annunciò il Presidente, questo ebbe urgenza di dire, questo e solo questo, senza neanche i ringraziamenti di routine, con la stessa enfasi e con lo stesso effetto tra gli astanti di chi annuncia contento contento che due più due fa quattro e che l’acqua è bagnata. A chi annunciava la lieta novella? Agli imprenditori agricoli ed agli allevatori intorno a Statte rovinati dalla diossina ed ancora in causa per essere risarciti? Ai parenti delle vittime di incidenti stradali sulla Taranto –Massafra? Ai senza acquedotto e senza fogna di Taranto ‘vecchia’? Agli studenti senza riscaldamento e senza intonaci ? A Giovanni Rana, che con le cozze di Taranto voleva farci i ravioli e non i falò negli inceneritori? Ai cittadini di Sava, raffinatamente ricattati con un depuratore che scaricherà a mare e messi contro quelli di Avetrana , Maruggio, Manduria ? A Marescotti ed al suo seguito di ‘ puliti sognatori’? A quelli del WWF che hanno vegliato due mesi un nido di tartaruga a Torre Ovo, o alla signora Antonina, pensionata di Monacizzo ? A chiunque parlasse Florido, parlava evidentemente solo agli ‘addetti ai lavori’, poiche’ a tutt’oggi nessuno o pochissimi sanno cosa sia la ‘Regionale 8’, a nessun comune mortale tarantino o lizzanese o manduriano essendo mai potuto importare, assorbiti da tutt’altre urgenze della vita reale, da dove venga, quanto costi in euro e in scempio del territorio , come sia potuta passare nel silenzio più totale - rotto solo dall’imbarazzante exploit di Florido- una simile mostruosità, il cui iter è in avanzato stato di realizzazione oltre che di putrefazione, risalendo il progetto originario, grande Florido, a circa mezzo secolo fa. La famigerata ‘Regionale otto’ viene infatti partorita dalle ‘raffinatissime menti’ dell’establishement politico-affaristico democristiano negli anni sessanta con il nome di ‘Circumsalentina’, perché il suo tracciato percorreva tutta la Penisola Salentina, da Taranto ad Otranto, duplicando semplicemente la litoranea, correndole in parallelo a distanza di non più di 1,5 o due chilometri. Era una tale porcheria che fu rigettata dagli stessi monocolore dc che amministravano Otranto, Leuca, Gallipoli, Nardò, e non se ne fece più niente. Tenuta nel cassetto delle scrivanie politiche e negli studi tecnici ‘accreditati’ per circa 30 anni (!) la Circomsalentina è per certi ambienti come il Brunello di Montalcino, più passano gli anni, più è appetibile, e più ‘vale’. Alla fine degli anni 90 e’ il gioiello di famiglia di ingegneri, costruttori, inpresari e loro referenti politico-amministrativi i quali, passandosela di mano in mano, la accorciano nel tracciato, ma la raddoppiano nella sede, le cambiano addirittura nome, ‘Regionale Otto’, che fa più chic, anche se il percorso è ridotto ad un un terzo di quello iniziale. Passano i decenni, ma il progetto sfida crisi economiche, politiche, sociali e ricompare, è proprio il caso di dirlo, in bocca a Gianni Florido, questa volta a quattro corsie, munito di svincoli autostradali e bretelle e complanari, ma .... è ancora più corto , il tracciato muore dopo Avetrana, per cui si chiama ora, con apprezzabile realismo in tempi di crisi, “ Talsano –Avetrana “. Nella pomposa enfasi dei piazzisti del progetto , la ‘TA-AV ‘(!) porterà mirabilia, sviluppo e decongestionamento, forse anche qualche perlina, specchietti e polvere da sparo per le tribù locali, passando più o meno sullo stesso tracciato della bisnonna ‘ Circumsalentina’ , in parallelo alla litoranea, devastando per 56 km con svincoli, complanari, strade di servizio ed altre porcherie inutili una fetta di territorio tra le più integre della fascia pre-costiera pugliese, equiparandoci al tratto adriatico dove corre la superstrada Brindisi -Bari ; uno scempio forse irrimediabile vista la pervicacia della provincia, la trasversalità delle lobby politiche e dei comitati d’affari interessati, nonchè i tempi stretti per contrastare questa zozzeria : il quindici settembre scadono i termini per presentare osservazioni da parte dei cittadini e dei comuni interessati, ovvero tutti quelli da Taranto a Porto Cesareo e, se non intervengono novità eclatanti, o una strenua opposizione, o problemi ‘endogeni’ alle lobby politiche e appaltatrici (come l’ultima rissa innanzi al TAR tra ditte partecipanti all’appalto e che ha determinato l’annullamento della gara per uno dei lotti), cambierà il paesaggio del mar Piccolo nei pressi della Salina Grande, scompariranno interi ettari di ulivi secolari e bellissimi, scomparirà la sorgente del fiume Borraco, molte masserie tra cui quella della Marina, gran parte della sezione interna della pineta dell’Arneo, lunghe porzioni della palude del Conte, le grotte e gli insediamenti neolitici a sud di Avetrana, eccetera, eccetera, così che tutto il territorio pre costiero che costeggia la cosiddetta ‘tarantina’ sarà massacrato da svincoli faraonici, 32 metri per quattro corsie di sede stradale principale più complanari e strade di servizio, un insulto alle vocazioni turistiche della fascia costiera ionico salentina orientale, la fine vera e propria dello sviluppo sostenibile di questo territorio. Con la mancanza d pudore connaturata a questo genere di operazioni, i relatori del progetto nascondono sotto un linguaggio tenico la devastazione di molti siti naturali di interesse comunitario (SIC), inserendo col copia-incolla nella Valutazione di Impianto Ambientale elenchi di uccelletti e serpentelli varii con tanto di nome scientifico affianco, ipocrite foglie di fico seriali per dirci che loro ‘hanno studiato’, gliene frega qualcosa di quello che stanno per far scomparire, nel silenzio più assoluto di alcuni magistrati a dir poco ‘distratti’, delle amministrazioni e della politica locale, da sempre ‘aduse ad obbedir tacendo’, mai capaci di un gesto di generoso affrancamento che sottragga questo territorio alla gogna del degrado, del malaffare politico ed istituzionale, della sentina in cui confluiscono i progetti più dissennati, dalle centrali atomiche agli impianti truffa dell’Arneo sul Chidro, dai dissalatori ai ponti litoranei, dal depuratore di Lizzano, che scarica in uno dei rarissimi corsi d’acqua di questa fascia costiera, a quello di Specchiarica, che convoglierà gli scarichi di quattro comuni in una mare a bandiera blu, di fronte all’oasi naturale della Salina. Con buona pace di Nichi Vendola , ma soprattutto di chi si aspettava da lui , il ‘pre-si-den-te-po-e-ta’, qualcosa di meglio di una rima baciata col peggio della politica passata.
- Francesco Di Lauro –avvocato -
Presidente pro tempore della Ass. ‘Azzurro Ionio’
Membro del Collegio Nazionale dei Probi viri del WWF
Con preghiera di ampia diffusione Chi, durante le ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale di Taranto, ha seguito in TV i primi exit-poll che annunciavano la probabile designazione di Gianni Florido, PD, quale Presidente della Provincia, avrà avuto un sussulto : nella sede del comitato elettorale, circondato dalle telecamere, a’babbomortocaldo’ come direbbero i toscani, Gianni Florido, quello che non ancora ufficialmente era da considerarsi il neo Presidente della Provincia di Taranto, ebbe una sortita indimenticabile per lungimiranza , spessore politico, senso della realtà, amore per il territorio e considerazione sociale ; in una Provincia con il più alto tasso di neoplasie polmonari d’Europa secondo la stessa OMS, con una vocazione turistico culturale altissima ma umiliata dagli interessi metallurgici di quel Riva cognato dell’ex Presidente del Consiglio Dini (che gli ‘regalò l’ ITALSIDER mentre a Bagnoli la si smantellava per fare Tecnopolis), con un capoluogo messo in ginocchio dalla allegra gestione Di Bello, attorniato da una fascia costiera bellissima ma massacrata dagli abusi e tra campagne annichilite dal doppio impiego e dal servile adeguamento alle politiche comunitarie, cosa disse il Presidente Florido perché si capisse subito la ‘ stoffa’ del personaggio politico e la ‘filosofia’ che avrebbe verosimilmente illuminato il suo mandato ? Cosa avrebbe tramandato ai posteri, il futuro Presidente, attraverso gli speakers delle tv locali che, a caldo, gli chiedevano quale sarebbe stata la priorità del proprio ufficio se confermate le percentuali di voti espressi a suo favore? “Faremo la regionale otto !” annunciò il Presidente, questo ebbe urgenza di dire, questo e solo questo, senza neanche i ringraziamenti di routine, con la stessa enfasi e con lo stesso effetto tra gli astanti di chi annuncia contento contento che due più due fa quattro e che l’acqua è bagnata. A chi annunciava la lieta novella? Agli imprenditori agricoli ed agli allevatori intorno a Statte rovinati dalla diossina ed ancora in causa per essere risarciti? Ai parenti delle vittime di incidenti stradali sulla Taranto –Massafra? Ai senza acquedotto e senza fogna di Taranto ‘vecchia’? Agli studenti senza riscaldamento e senza intonaci ? A Giovanni Rana, che con le cozze di Taranto voleva farci i ravioli e non i falò negli inceneritori? Ai cittadini di Sava, raffinatamente ricattati con un depuratore che scaricherà a mare e messi contro quelli di Avetrana , Maruggio, Manduria ? A Marescotti ed al suo seguito di ‘ puliti sognatori’? A quelli del WWF che hanno vegliato due mesi un nido di tartaruga a Torre Ovo, o alla signora Antonina, pensionata di Monacizzo ? A chiunque parlasse Florido, parlava evidentemente solo agli ‘addetti ai lavori’, poiche’ a tutt’oggi nessuno o pochissimi sanno cosa sia la ‘Regionale 8’, a nessun comune mortale tarantino o lizzanese o manduriano essendo mai potuto importare, assorbiti da tutt’altre urgenze della vita reale, da dove venga, quanto costi in euro e in scempio del territorio , come sia potuta passare nel silenzio più totale - rotto solo dall’imbarazzante exploit di Florido- una simile mostruosità, il cui iter è in avanzato stato di realizzazione oltre che di putrefazione, risalendo il progetto originario, grande Florido, a circa mezzo secolo fa. La famigerata ‘Regionale otto’ viene infatti partorita dalle ‘raffinatissime menti’ dell’establishement politico-affaristico democristiano negli anni sessanta con il nome di ‘Circumsalentina’, perché il suo tracciato percorreva tutta la Penisola Salentina, da Taranto ad Otranto, duplicando semplicemente la litoranea, correndole in parallelo a distanza di non più di 1,5 o due chilometri. Era una tale porcheria che fu rigettata dagli stessi monocolore dc che amministravano Otranto, Leuca, Gallipoli, Nardò, e non se ne fece più niente. Tenuta nel cassetto delle scrivanie politiche e negli studi tecnici ‘accreditati’ per circa 30 anni (!) la Circomsalentina è per certi ambienti come il Brunello di Montalcino, più passano gli anni, più è appetibile, e più ‘vale’. Alla fine degli anni 90 e’ il gioiello di famiglia di ingegneri, costruttori, inpresari e loro referenti politico-amministrativi i quali, passandosela di mano in mano, la accorciano nel tracciato, ma la raddoppiano nella sede, le cambiano addirittura nome, ‘Regionale Otto’, che fa più chic, anche se il percorso è ridotto ad un un terzo di quello iniziale. Passano i decenni, ma il progetto sfida crisi economiche, politiche, sociali e ricompare, è proprio il caso di dirlo, in bocca a Gianni Florido, questa volta a quattro corsie, munito di svincoli autostradali e bretelle e complanari, ma .... è ancora più corto , il tracciato muore dopo Avetrana, per cui si chiama ora, con apprezzabile realismo in tempi di crisi, “ Talsano –Avetrana “. Nella pomposa enfasi dei piazzisti del progetto , la ‘TA-AV ‘(!) porterà mirabilia, sviluppo e decongestionamento, forse anche qualche perlina, specchietti e polvere da sparo per le tribù locali, passando più o meno sullo stesso tracciato della bisnonna ‘ Circumsalentina’ , in parallelo alla litoranea, devastando per 56 km con svincoli, complanari, strade di servizio ed altre porcherie inutili una fetta di territorio tra le più integre della fascia pre-costiera pugliese, equiparandoci al tratto adriatico dove corre la superstrada Brindisi -Bari ; uno scempio forse irrimediabile vista la pervicacia della provincia, la trasversalità delle lobby politiche e dei comitati d’affari interessati, nonchè i tempi stretti per contrastare questa zozzeria : il quindici settembre scadono i termini per presentare osservazioni da parte dei cittadini e dei comuni interessati, ovvero tutti quelli da Taranto a Porto Cesareo e, se non intervengono novità eclatanti, o una strenua opposizione, o problemi ‘endogeni’ alle lobby politiche e appaltatrici (come l’ultima rissa innanzi al TAR tra ditte partecipanti all’appalto e che ha determinato l’annullamento della gara per uno dei lotti), cambierà il paesaggio del mar Piccolo nei pressi della Salina Grande, scompariranno interi ettari di ulivi secolari e bellissimi, scomparirà la sorgente del fiume Borraco, molte masserie tra cui quella della Marina, gran parte della sezione interna della pineta dell’Arneo, lunghe porzioni della palude del Conte, le grotte e gli insediamenti neolitici a sud di Avetrana, eccetera, eccetera, così che tutto il territorio pre costiero che costeggia la cosiddetta ‘tarantina’ sarà massacrato da svincoli faraonici, 32 metri per quattro corsie di sede stradale principale più complanari e strade di servizio, un insulto alle vocazioni turistiche della fascia costiera ionico salentina orientale, la fine vera e propria dello sviluppo sostenibile di questo territorio. Con la mancanza d pudore connaturata a questo genere di operazioni, i relatori del progetto nascondono sotto un linguaggio tenico la devastazione di molti siti naturali di interesse comunitario (SIC), inserendo col copia-incolla nella Valutazione di Impianto Ambientale elenchi di uccelletti e serpentelli varii con tanto di nome scientifico affianco, ipocrite foglie di fico seriali per dirci che loro ‘hanno studiato’, gliene frega qualcosa di quello che stanno per far scomparire, nel silenzio più assoluto di alcuni magistrati a dir poco ‘distratti’, delle amministrazioni e della politica locale, da sempre ‘aduse ad obbedir tacendo’, mai capaci di un gesto di generoso affrancamento che sottragga questo territorio alla gogna del degrado, del malaffare politico ed istituzionale, della sentina in cui confluiscono i progetti più dissennati, dalle centrali atomiche agli impianti truffa dell’Arneo sul Chidro, dai dissalatori ai ponti litoranei, dal depuratore di Lizzano, che scarica in uno dei rarissimi corsi d’acqua di questa fascia costiera, a quello di Specchiarica, che convoglierà gli scarichi di quattro comuni in una mare a bandiera blu, di fronte all’oasi naturale della Salina. Con buona pace di Nichi Vendola , ma soprattutto di chi si aspettava da lui , il ‘pre-si-den-te-po-e-ta’, qualcosa di meglio di una rima baciata col peggio della politica passata.
- Francesco Di Lauro –avvocato -
Presidente pro tempore della Ass. ‘Azzurro Ionio’
Membro del Collegio Nazionale dei Probi viri del WWF
Argomenti
avetrana,
florido,
litorale,
provinciataranto,
Regionale 8
lunedì 2 luglio 2012
Quanto costano i tumori tarantini?
Nella Provincia di Taranto 3mila nuovi tumori all’anno
In riferimento alla relazione del Prof. Giorgio Assennato, Direttore Arpa Puglia, invitato al Simposio Internazionale dal tema: “Benzene, leucemia infantile, e tumori ematopoietici linforeticolarie”, svoltosi nei giorni scorsi a New York e riferito alla presentazione dei dati d’incidenza di tumori a Taranto, in particolare leucemie infantili, ci tengo a fare dovute precisazioni. Il professore Assennato ha citato un possibile danno da inquinamento valutato in 5 milioni di euro all’anno ma io, come più volte ho ribadito, deduco che i predetti 5 milioni siano molto sottostimati.
Accade che la valutazione viene estrapolata nella maniera che segue: nella provincia di Taranto abbiamo circa 3mila nuovi tumori all’anno e da come dicono anche i periti impegnati nella maxi – inchiesta condotta a Taranto dal GIP Todisco, e che riguarda i reati di disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, che vedono come indagati i massimi dirigenti ILVA, per cui si stima che ci sia una maggiore incidenza di tumori considerato in un aumento del 30% rispetto ad altri centri italiani io stimo che calcolando una variabile dal 10 al 30% di una maggiore incidenza di tumori dobbiamo giudicare all’incirca un costo approssimativo di questi tumori in eccesso di circa 50 mila euro all’anno per le cure del 1° anno e circa 20 mila euro all’anno negli gli anni successivi, includendo ovviamente: gli atti diagnostici, gli esami, le valutazioni cliniche eventuali interventi chirurgici, eventuali terapie citostatiche, eventuali radioterapie o quant’altro o complicanze ulteriori.
Stando a questi costi che sono sicuramente minimali se noi ipotizziamo una maggiore incidenza del 10% ci viene che noi ogni anno abbiamo circa 300 tumori e stando ai costi come descritti finora viene per cui il costo minimo stimato è di circa 15 milioni di euro a cui vanno aggiunti i costi degli anni successivi e considerando una media di sopravvivenza di circa 4 anni per ciascun tumore arriviamo ad un costo di circa 21 milioni di euro all’anno se i tumori sono in incremento a Taranto del 10%, e di 63 milioni di euro all’anno se invece questo incremento è dell’ordine del 30%. Non si esaurisce qui il problema perché ai predetti costi crudi della malattia dobbiamo aggiungere: i costi di perdita del lavoro e quindi il danno economico che questa persona ha subito, e quindi che la società anche subisce, per effetto della malattia, i costi maggiorati degli investimenti in strutture ospedaliere per far fronte alla maggiore quantità di pazienti che gravitano sul territorio, i costi di parenti ed eventuali accompagnatori di questi pazienti che tra sostegno al paziente in terapia e/o nella mobilità passiva affrontano un danno anche economico.
Inoltre, i costi diretti sulla salute non possono essere misurati solo in merito all’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento che si manifesta con i soli tumori perché ci sono tate altre malattie che hanno correlazione con l’ambiente in cui si vive e sono malattie che hanno a che fare con l’apparato respiratorio, l’apparato cardiocircolatorio, l’apparato nervoso e le tutta la varietà di disimmunopatie nonché alterazioni di tipo allergotossico. In tutto ciò si instaura il problema di danno cronico ambientale per il quale si perde la presenza e l’eterogeneità di economie diverse e non inquinanti sul territorio: l’agroalimentare, la zootecnia, la mitilicoltura, l’itticoltura etc etc. ecco perché credo che i danni economici indotti dall’inquinamento ambientale siano molto ma molto superiori rispetto a quelli resi manifesti dal prof Assennato. Egli si riferisce alla specificamente alla questione salute ma anche restando in quel parametro si assiste a costi nettamente superiori, ecco perché ribadisco di divulgare, in ordine agli insediamenti inquinanti sul territorio, come stanno realmente le cose”. (Patrizio Mazza, consigliere regionale IdV - Statoquotidiano)
In riferimento alla relazione del Prof. Giorgio Assennato, Direttore Arpa Puglia, invitato al Simposio Internazionale dal tema: “Benzene, leucemia infantile, e tumori ematopoietici linforeticolarie”, svoltosi nei giorni scorsi a New York e riferito alla presentazione dei dati d’incidenza di tumori a Taranto, in particolare leucemie infantili, ci tengo a fare dovute precisazioni. Il professore Assennato ha citato un possibile danno da inquinamento valutato in 5 milioni di euro all’anno ma io, come più volte ho ribadito, deduco che i predetti 5 milioni siano molto sottostimati.
Accade che la valutazione viene estrapolata nella maniera che segue: nella provincia di Taranto abbiamo circa 3mila nuovi tumori all’anno e da come dicono anche i periti impegnati nella maxi – inchiesta condotta a Taranto dal GIP Todisco, e che riguarda i reati di disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, che vedono come indagati i massimi dirigenti ILVA, per cui si stima che ci sia una maggiore incidenza di tumori considerato in un aumento del 30% rispetto ad altri centri italiani io stimo che calcolando una variabile dal 10 al 30% di una maggiore incidenza di tumori dobbiamo giudicare all’incirca un costo approssimativo di questi tumori in eccesso di circa 50 mila euro all’anno per le cure del 1° anno e circa 20 mila euro all’anno negli gli anni successivi, includendo ovviamente: gli atti diagnostici, gli esami, le valutazioni cliniche eventuali interventi chirurgici, eventuali terapie citostatiche, eventuali radioterapie o quant’altro o complicanze ulteriori.
Stando a questi costi che sono sicuramente minimali se noi ipotizziamo una maggiore incidenza del 10% ci viene che noi ogni anno abbiamo circa 300 tumori e stando ai costi come descritti finora viene per cui il costo minimo stimato è di circa 15 milioni di euro a cui vanno aggiunti i costi degli anni successivi e considerando una media di sopravvivenza di circa 4 anni per ciascun tumore arriviamo ad un costo di circa 21 milioni di euro all’anno se i tumori sono in incremento a Taranto del 10%, e di 63 milioni di euro all’anno se invece questo incremento è dell’ordine del 30%. Non si esaurisce qui il problema perché ai predetti costi crudi della malattia dobbiamo aggiungere: i costi di perdita del lavoro e quindi il danno economico che questa persona ha subito, e quindi che la società anche subisce, per effetto della malattia, i costi maggiorati degli investimenti in strutture ospedaliere per far fronte alla maggiore quantità di pazienti che gravitano sul territorio, i costi di parenti ed eventuali accompagnatori di questi pazienti che tra sostegno al paziente in terapia e/o nella mobilità passiva affrontano un danno anche economico.
Inoltre, i costi diretti sulla salute non possono essere misurati solo in merito all’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento che si manifesta con i soli tumori perché ci sono tate altre malattie che hanno correlazione con l’ambiente in cui si vive e sono malattie che hanno a che fare con l’apparato respiratorio, l’apparato cardiocircolatorio, l’apparato nervoso e le tutta la varietà di disimmunopatie nonché alterazioni di tipo allergotossico. In tutto ciò si instaura il problema di danno cronico ambientale per il quale si perde la presenza e l’eterogeneità di economie diverse e non inquinanti sul territorio: l’agroalimentare, la zootecnia, la mitilicoltura, l’itticoltura etc etc. ecco perché credo che i danni economici indotti dall’inquinamento ambientale siano molto ma molto superiori rispetto a quelli resi manifesti dal prof Assennato. Egli si riferisce alla specificamente alla questione salute ma anche restando in quel parametro si assiste a costi nettamente superiori, ecco perché ribadisco di divulgare, in ordine agli insediamenti inquinanti sul territorio, come stanno realmente le cose”. (Patrizio Mazza, consigliere regionale IdV - Statoquotidiano)
domenica 1 luglio 2012
Ilva. Qui prodest?
UNO STUDIO DEL CENTRO STUDI SIDERWEB HA FATTO UN CALCOLO INTERESSANTE
L’Italia senza Ilva? -0,05% del Pil
Quante volte negli ultimi anni, in mezzo alle tante polemiche e parole spese sull’inquinamento della città di Taranto, ci siamo sentiti dire che l’Ilva è un’azienda fondamentale per l’economia italiana, regionale, provinciale e cittadina? Tante, tantissime. Ce lo hanno ripetuto i politici, i sindacati, economisti e studiosi del mercato, guru del mondo dell’acciaio, ex sindacalisti diventati politici, ex lavoratori e dirigenti Ilva diventati ambientalisti, studiosi diventati una specie di oracolo in materia, e chi più ne ha più ne metta. Addirittura siamo arrivati all’assurdo dal sentirci dire che Taranto è una città “storicamente a vocazione industriale”. Che se non fosse per i due mari che la bagnano, ci sarebbe da credergli ad occhi chiusi. Ci è stato anche detto a più riprese che val bene foraggiare qualunque altro tipo di economia, ma solo e soltanto se essa cresca accanto a quelle industriale e non, anatema degli anatemi, che diventi una reale alternativa ad essa. Dunque, industria, Pil, esportazioni, economia che gira, soldi, stipendi, lavoro, progetti di vita, futuro. E miliardi, tanti miliardi per rendere l’Ilva il più eco-compatibile possibile. Sì, perché abbiamo anche dovuto ascoltare per anni la favola che un impianto grande due volte una città come Taranto, si possa trasformare, o meglio, ambientalizzare. Dovevamo essere tra le città più ricche e all’avanguardia del paese: vuoi mettere la fortuna di avere sul territorio Ilva, Eni, Cementir, discariche e quant’altro? Per non parlare di tutta l’economia dell’indotto? Centinaia di imprese, di imprenditori pronti a far soldi ed arricchire la provincia regina del Sud. Avremmo dovuto avere un polo scientifico tecnologico all’avanguardia, un’Università indipendente e tra le migliori nel mondo. Per non parlare delle strutture ospedaliere: vuoi anche soltanto per reggere l’urto impressionante e devastante degli “effetti collaterali” di tanto ben di Dio. Avremmo dovuto avere una città in cui la classe meno abbiente sarebbe dovuta essere al massimo il ceto medio. Per non parlare del turismo culturale e marittimo: siamo stati la capitale della Magna Grecia, possediamo opere, strutture e suppellettili unici nel mondo: altrove si venderebbero l’anima anche solo per avere un decimo del nostro patrimonio archeologico. Per non parlare del nostro clima, del nostro mare, dei nostri tramonti. Ma evidentemente più di qualcosa non ha funzionato. Visto che a partire dagli anni ’80 la popolazione di Taranto non fa altro che diminuire, anno dopo anno. Irrimediabilmente. Una fuga non verso la vittoria, ma verso la salvezza. Di migliaia di giovani, famiglie. Abbiamo perso amici, parenti, amori, sogni, speranze. E poi ancora AIA, ricorsi continui al TAR, bonifiche, campionamenti in continuo, camini che fumano, falde inquinate, scarichi a mare, zone interdette, inchieste, reati, incidenti probatori, animali abbattuti a migliaia, divieti di pascolo, malattie, tumori di ogni forma e grado e per ogni organo, bambini, donne, uomini, anziani: non si è salvata nessuna forma di vita. Inutile parlare di acqua, terra, aria.
Tutto questo per ottenere cosa? Impossibile rispondere senza farsi venire un principio di ictus. E così, in attesa che la Procura di Taranto si pronunci dopo la maxi-perizia formulata di periti nominati dal Gip Todisco, il centro studi di Siderweb, il portale della siderurgia italiana, sulla base dei dati di bilancio 2010 estratti dallo studio “Bilanci d’Acciaio”, ha provato a fare un calcolo: verificare l’impatto della possibile chiusura (alla quale non crede nemmeno il più ottimista degli idealisti) del polo siderurgico sul Pil di Italia, regione Puglia e provincia di Taranto. Uno studio del 2008 della Banca d’Italia aveva calcolato per la provincia di Taranto un valore aggiunto del 75% del Pil: un dato al cospetto del quale si è sempre fatto più di un passo indietro. Ma da allora sono passati quattro anni, e qualcosa deve essere pur cambiato, complice anche la crisi economica mondiale che però, bene o male, al momento ha soltanto sfiorato il mondo dell’acciaio. Bene, questo nuovo studio ha calcolato che “il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0,05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1,24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7,7%”. Il peso, ovviamente, aumenta se si “considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti si può stimare intorno allo 0,15% il peso sul Pil italiano, inoltre se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero il pese raggiunge il 47,5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8,24% sul confronto regionale. Infine in relazione all’indotto nel confronto provinciale si tocca il 12,03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2,4%”. Dati che parlano da soli. Ma che devono assolutamente essere da monito a tutti: perché sono la spia di un qualcosa che lentamente cambia. Il segnale che è il momento giusto per sposare la causa delle famose alternative economiche. Dati che possono essere usati anche nei tavoli di concertazione come quelli che si apriranno per il riesame dell’AIA. Certo, sempre di numeri stiamo parlando. Ma se è vero che la Procura di Taranto non chiuderà né ora né in futuro l’Ilva, è altresì indubitabile che questo territorio abbia nel suo dna le possibilità per puntare sulle sue risorse primarie: sulla sua cultura, sulla sua storia, sul suo territorio. Se poi vogliamo continuar star qui a credere alle favole… Gianmario Leone (Taranto Oggi)
L’Italia senza Ilva? -0,05% del Pil
Quante volte negli ultimi anni, in mezzo alle tante polemiche e parole spese sull’inquinamento della città di Taranto, ci siamo sentiti dire che l’Ilva è un’azienda fondamentale per l’economia italiana, regionale, provinciale e cittadina? Tante, tantissime. Ce lo hanno ripetuto i politici, i sindacati, economisti e studiosi del mercato, guru del mondo dell’acciaio, ex sindacalisti diventati politici, ex lavoratori e dirigenti Ilva diventati ambientalisti, studiosi diventati una specie di oracolo in materia, e chi più ne ha più ne metta. Addirittura siamo arrivati all’assurdo dal sentirci dire che Taranto è una città “storicamente a vocazione industriale”. Che se non fosse per i due mari che la bagnano, ci sarebbe da credergli ad occhi chiusi. Ci è stato anche detto a più riprese che val bene foraggiare qualunque altro tipo di economia, ma solo e soltanto se essa cresca accanto a quelle industriale e non, anatema degli anatemi, che diventi una reale alternativa ad essa. Dunque, industria, Pil, esportazioni, economia che gira, soldi, stipendi, lavoro, progetti di vita, futuro. E miliardi, tanti miliardi per rendere l’Ilva il più eco-compatibile possibile. Sì, perché abbiamo anche dovuto ascoltare per anni la favola che un impianto grande due volte una città come Taranto, si possa trasformare, o meglio, ambientalizzare. Dovevamo essere tra le città più ricche e all’avanguardia del paese: vuoi mettere la fortuna di avere sul territorio Ilva, Eni, Cementir, discariche e quant’altro? Per non parlare di tutta l’economia dell’indotto? Centinaia di imprese, di imprenditori pronti a far soldi ed arricchire la provincia regina del Sud. Avremmo dovuto avere un polo scientifico tecnologico all’avanguardia, un’Università indipendente e tra le migliori nel mondo. Per non parlare delle strutture ospedaliere: vuoi anche soltanto per reggere l’urto impressionante e devastante degli “effetti collaterali” di tanto ben di Dio. Avremmo dovuto avere una città in cui la classe meno abbiente sarebbe dovuta essere al massimo il ceto medio. Per non parlare del turismo culturale e marittimo: siamo stati la capitale della Magna Grecia, possediamo opere, strutture e suppellettili unici nel mondo: altrove si venderebbero l’anima anche solo per avere un decimo del nostro patrimonio archeologico. Per non parlare del nostro clima, del nostro mare, dei nostri tramonti. Ma evidentemente più di qualcosa non ha funzionato. Visto che a partire dagli anni ’80 la popolazione di Taranto non fa altro che diminuire, anno dopo anno. Irrimediabilmente. Una fuga non verso la vittoria, ma verso la salvezza. Di migliaia di giovani, famiglie. Abbiamo perso amici, parenti, amori, sogni, speranze. E poi ancora AIA, ricorsi continui al TAR, bonifiche, campionamenti in continuo, camini che fumano, falde inquinate, scarichi a mare, zone interdette, inchieste, reati, incidenti probatori, animali abbattuti a migliaia, divieti di pascolo, malattie, tumori di ogni forma e grado e per ogni organo, bambini, donne, uomini, anziani: non si è salvata nessuna forma di vita. Inutile parlare di acqua, terra, aria.
Tutto questo per ottenere cosa? Impossibile rispondere senza farsi venire un principio di ictus. E così, in attesa che la Procura di Taranto si pronunci dopo la maxi-perizia formulata di periti nominati dal Gip Todisco, il centro studi di Siderweb, il portale della siderurgia italiana, sulla base dei dati di bilancio 2010 estratti dallo studio “Bilanci d’Acciaio”, ha provato a fare un calcolo: verificare l’impatto della possibile chiusura (alla quale non crede nemmeno il più ottimista degli idealisti) del polo siderurgico sul Pil di Italia, regione Puglia e provincia di Taranto. Uno studio del 2008 della Banca d’Italia aveva calcolato per la provincia di Taranto un valore aggiunto del 75% del Pil: un dato al cospetto del quale si è sempre fatto più di un passo indietro. Ma da allora sono passati quattro anni, e qualcosa deve essere pur cambiato, complice anche la crisi economica mondiale che però, bene o male, al momento ha soltanto sfiorato il mondo dell’acciaio. Bene, questo nuovo studio ha calcolato che “il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0,05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1,24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7,7%”. Il peso, ovviamente, aumenta se si “considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti si può stimare intorno allo 0,15% il peso sul Pil italiano, inoltre se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero il pese raggiunge il 47,5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8,24% sul confronto regionale. Infine in relazione all’indotto nel confronto provinciale si tocca il 12,03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2,4%”. Dati che parlano da soli. Ma che devono assolutamente essere da monito a tutti: perché sono la spia di un qualcosa che lentamente cambia. Il segnale che è il momento giusto per sposare la causa delle famose alternative economiche. Dati che possono essere usati anche nei tavoli di concertazione come quelli che si apriranno per il riesame dell’AIA. Certo, sempre di numeri stiamo parlando. Ma se è vero che la Procura di Taranto non chiuderà né ora né in futuro l’Ilva, è altresì indubitabile che questo territorio abbia nel suo dna le possibilità per puntare sulle sue risorse primarie: sulla sua cultura, sulla sua storia, sul suo territorio. Se poi vogliamo continuar star qui a credere alle favole… Gianmario Leone (Taranto Oggi)
Argomenti
acciaio,
crisi economica,
economia,
ILVA,
PIL,
siderurgico
Iscriviti a:
Post (Atom)






