venerdì 20 novembre 2015

Mini Urban 2 bis

Taranto, dove l’ambiente è sviluppo. I 4 progetti che cambieranno la città

Ben 35 organizzazioni coinvolte (83% non profit e 14% profit), 840 mila euro di finanziamento e 4 progetti che cambieranno (in meglio) la città di Taranto. Tutto questo è reso possibile dal bando sperimentale “Ambiente è sviluppo” di Fondazione Con il Sud, grazie al quale sono state selezionate quattro esperienze significative che incideranno positivamente su riqualificazione urbana, turismo sostenibile, lavoro, tutela ambientale, cultura, inclusione sociale, costruzione di legami di comunità.

Si passa dalla coltivazione della canapa “eletta” – da trasformare poi in semilavorati per abbellire la Circummarpiccolo - a iniziative per trasformare il quartiere Tamburi con pratiche artistiche e culturali. Ma si prevedono anche interventi di rigenerazione urbana e di incubatori d’impresa e turismo sostenibile.

Il bando si è posto come obiettivo quello di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale locale, partendo dalle questioni ambientali e dalle relative potenzialità che caratterizzano il territorio tarantino e coinvolgendo la sfera economica, abitativa, sociale e sanitaria in interventi integrati. «Si tratta di una iniziativa sperimentale, con un intento “provocatorio” rispetto all’opinione pubblica locale e nazionale, ma anche molto concreto» ha dichiarato Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud. «A giugno abbiamo lanciato un bando ad hoc per il centro jonico chiedendo alla cittadinanza di proporre, tramite le sue organizzazioni non profit e in rete con università e imprese, degli interventi utili per la città, nell’ottica di uno sviluppo locale che tenga insieme gli aspetti legati al benessere collettivo con quelli della produzione. Come in tutti i nostri bandi, anche in questo caso è stato richiesto di proporre interventi in partenariato con altre realtà locali, proprio per ri-costruire o rafforzare legami sociali e percorsi di coesione, che dal nostro punto di vista rappresentano delle premesse per lo sviluppo di un territorio».

Ecco i progetti approvati: “Terre Elette”, per la coltivazione di canapa “eletta” destinata al quartiere Paolo VI (promosso dall’Associazione di volontariato penitenziario “Noi e Voi Onlus”, contributo di 290 mila euro); “Green Routes” (promosso dall’Associazione Augeo, contributo di 150 mila euro, promuoverà interventi di rigenerazione urbana partecipata e integrazione culturale); “A Tamburi battenti” (promosso dalla Confraternita Maria SS.ma della Scala, contributo di 210 mila euro, trasformerà il quartiere con pratiche artistiche e culturali); “TARAS – Taranto: Azioni per la Riqualificazione Ambientale Sostenibile” (promosso da Programma Sviluppo, contributo di 190 mila euro, destinato alla promozione del turismo sostenibile). (Corrieresociale)

giovedì 19 novembre 2015

Si balla su 30 centimetri di bluff!

Tour dei quartieri- 30 cm di bluff :anche un laboratorio didattico per bambini sabato 21 novembre

Sabato 21 novembre 2015 a partire dalle 17 saremo al quartiere tamburi di Taranto.,in piazza Gesu' divin lavoratore ,per una giornata di confronto,musica,aggregazione,proposta.Abbiamo  accolto con piacere l'invito dei tanti cittadini che spesso ci contattano e gradirebbero confrontarsi con il "comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti" nel loro quartiere di residenza e con l'occasione abbiamo organizzato questa prima giornata del:
"TOUR DEI QUARTIERI"
1° tappa quartiere Tamburi "30 cm di BLUFF".
tra i tanti appuntamenti della giornata
“Te la metto io la terra!!”- Laboratorio didattico per bambini

Sarà dipinto un cielo azzurro e un sole risplendente su di un rotolo di carta lungo circa 10 mt..
Alla base del cielo, sarà disegnata la sagoma di una fabbrica per tutta la lunghezza del foglio, sagoma che, successivamente, sarà ricoperta di colla. Sulla colla ancora fresca, sarà gettata della terra, insieme a simbolici semi. Scuotendo tutto il foglio, solo sulla sagoma resterà fissato il terreno seminato : una “fabbrica di terra”, la terra che l’ha spenta, la terra al posto della fabbrica, la terra su cui poter seminare per raccogliere nuovi frutti

A SEGUIRE IN SERATA MUSICA LIVE CON

Fido Guido
Frank Buffoluto & i Pali Delle Cozze
Sud Foundation Krù
Terraross

Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti

Son problemi...

Ilva, insinuazione al passivo, denuncia dei sindacati: violata la privacy di dipendenti e creditori 

La pubblicazione dell'elenco delle procedure concorsuali sul sito web www.gruppoilvainas.it inerente l'insinuazione al passivo da parte dei lavoratori del siderurgico lede "la privacy dei soggetti interessati in quanto gli stessi, in possesso delle credenziali di accesso sulla propria posizione, hanno la possibilità di consultare la documentazione personale (Cud 2015, documento riconoscimento, cedolini paga) di ciascun dipendente".E' quanto denuncia l'esecutivo di fabbrica Fim, Fiom e Uilm dell'Ilva di Taranto che ha chiesto un incontro urgente ai commissari straordinari, alla Direzione delle Risorse Umane e al responsabile delle relazioni industriali "finalizzato alla risoluzione in via celere" della problematica segnalata. Sono previste oltre 20mila istanze di insinuazione al passivo da parte di altrettanti creditori, tra cui migliaia di dipendenti, nei confronti dell'Ilva di Taranto finita in amministrazione straordinaria dopo aver accumulato un deficit di circa 2,9 miliardi.
La maxiadunanza dei creditori davanti al tribunale fallimentare di Milano è fissata per il 27 novembre. Sul sito www.gruppoilvainas.it, il gruppo ha realizzato "uno strumento di informazione sullo stato della procedura" per gestire il "flusso informativo", con i potenziali creditori che hanno fatto o devono ancora presentare domanda di insinuazione al passivo. E proprio questa procedura ora viene messa in discussione dalle organizzazioni sindacali perché dà accesso alla visualizzazione di tutti i dati dei creditori.(Quot)

Fu operaio

Ilva, Cataldo Ranieri: «Così muore un lavoratore»

«Io come lavoratore sono morto»In quanti modi può morire un lavoratore? Schiacciato da un grosso tubo d’acciaio, come Cosimo Martucci, martedì mattina appenaTravolto da un mezzo meccanico, come Angelo Iodice, il 4 settembre 2014. Schiacciato mentre agganciava la motrice ai vagoni, come Claudio Marsella, il 30 ottobre 2012. Investito da una colata di ghisa incandescente, come Alessandro Morricella, morto dopo quattro giorni di agonia il 12 giugno di quest’anno. Precipitando da circa dieci metri d’altezza per un intervento di manutenzione, come Ciro Moccia, il 28 febbraio 2013. Finendo in mare a trenta di metri di profondità intrappolato nella cabina di una gru, come Francesco Zaccaria, ritrovato dopo due giorni di ricerche il 30 novembre 2012. «Sono morto insieme a Francesco» racconta a Inchiostro Verde Cataldo Ranieri del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, il giorno dopo l’ultimo incidente mortale all’Ilva di Taranto. Il sesto in tre anni. Ci spiega che un lavoratore muore anche quando è vittima delle ritorsioni subitperché difende i propri diritti e chiede sicurezza sui reparti, proprio come è successo a lui.
incidentePaga l’operaio, paga la famiglia  Il pensiero di Ranieri corre prima a Martucci e alla sua famiglia. «La morte di un operaio non fa più notizia, ma è morto un padre di famiglia, un marito, un fratello, è morta una persona, per che cosa? A cosa è servita quella morteAlla fine la produzione continua, l’azienda guadagna, paga l’operaio e la sua famigliaEsprimiamo le nostre condoglianze e la nostra solidarietà alla famiglia, non abbiamo altre parole». Ne bastano poche per spiegare che cos’è l’Ilva oggi nelle mani dello Stato. «La situazione è peggiorata rispetto all’era Riva, addirittura. Le procedure di sicurezza sono considerate delle lungaggini. I lavoratori che obiettano problemi di sicurezza vengono presi di mira e quindi diventano per tutti quanti un esempio di come non bisogna comportarsiQuando si persegue chi obietta un problema di sicurezza, i più deboli poi non obiettano più e vanno a lavorare anche in condizioni precarie».
Il prezzo della verità – La morte di Francesco Zaccaria è un ricordo durissimo per Ranieri. «Io come lavoratore sono mortoSono morto insieme a Francesco quando è caduta la gru. Ho raccontato delle verità che non stavano emergendo: si stava dando la colpa esclusivamente al vento mentre invece c’erano delle responsabilità per la mancata sicurezza e per la mancata manutenzione. E perché il mio collega era sulla gru nonostante l’allarme meteo?». Parole che hanno dato fastidio all’azienda e che gli sono costate care. «Da due anni e mezzo non esisto, mi hanno messo tutti i lavoratori contro: sono arrivato al punto che chiedo di essere messo in solidarietà perché non ce la faccio». 
ranieriNonostante questo ha continuato con i Liberi e Pensanti «a dire agli operai le cose come stanno. Sia l’azienda che i sindacati in questi anni hanno lavorato per metterci contro tutti i lavoratori con l’onta del fango. Abbiamo denunciato il sistema dei fiduciari, abbiamo denunciato i capireparto, abbiamo fatto e facciamo emergere ancora oggi tante cose che magari non emergerebbero. Ogni giorno succedono mancati incidenti mortali, poi c’è la volta che va male e quindi si piange il morto». Come adesso con Martucci. Come con Morricella pochi mesi fa. «Quella volta è successa una cosa gravissima: l’azienda ha detto ai sindacati che non c’è rimedio, che non può intervenire. Praticamente si rischia la vita e per decreto si può rischiare la vita: se succede di nuovo è un danno collaterale»
Ranieri ha lasciato da tempo il sindacato. «Ho dato le dimissioni dalla Fiom perché era un muro che non riuscivamo a sfondare. Nel 2007, quando ero segretario, abbiamo messo al corrente la Fiom nazionale dello schifo che stava accadendo a Taranto, compreso il Vaccarella. La risposta è stata: mettiamo tutto a tacere. Ne siamo usciti schifatiOra il sindacato è impegnato soltanto nella guerra alla delega, nemmeno un comunicato per smentire il 91% dell’Aia applicata che è una vergognosa bugia. Se è stato applicato il 91% dell’Aia perché il 40% dei lavoratori è ancora in solidarietà? Perché non si parla più di copertura dei parchi minerali?».
2 agostoDue agosto 2012un nuovo punto di partenza  «Nessuno sapeva di quel tre ruote» che sarebbe entrato in piazza della Vittoria con a bordo un gruppo di lavoratori pronti a confrontarsi con i sindacati. Due giorni prima della manifestazione avevano chiesto di partecipare e di poter intervenire, ma non ci fu risposta. Delle altre tute blu che gremivano il centro di Taranto «nessuno ci ha contrastato, nessuno ci contraddiceva perché stavamo dicendo la verità. Hanno una buona stima di noi perché quando eravamo in Fiom non siamo mai scesi a compromessi. Sappiamo che scendere a compromessi con questi poteri forti è come avere un debito da saldare». Su quel tre ruote salì anche Raffaele Cataldi che oggi fa sempre parte del Comitato e porta avanti «senza delegare» la sua battaglia per un «diritto non riconosciuto» in fabbrica. «Non abbiamo mai fatto una protesta per tutti i lavoratori che si sono ammalati e sono morti, non abbiamo mai fatto una protesta per i bambini di Taranto che a causa dell’inquinamento si ammalano: abbiamo fatto proteste solo quando c’è stato a rischio il posto di lavoro e questo non è normale».
I Liberi e Pensanti spezzano le catene del ricatto occupazionale  «Nessuno parlava delle persone che morivano e muoiono ancora d’inquinamento» dice Ranieri mentre riavvolge il nastro su questo pezzo di storia personale e di movimento nato dal basso. «Non abbiamo mai detto chiudiamo l’Ilva e andiamo a casa ma sappiamo che gli impianti non possono essere risanati perché ci vogliono tanti soldi, chi li deve mettere? Il privato ha fatto capire di no perché sarebbe un investimento a fondo perduto. L’unico modo di fare acciaio a Taranto è uccidendo le persone. Noi difendiamo il lavoro e i lavoratori, non l’Ilva. Perché non cominciamo a trovare le alternative? Senza una chiusura programmata si creerebbe un disastro: perché non si investono i soldi sequestrati per salvare i lavoratori? Bonifica e riqualificazione, un piano speciale per una no tax area: questa è la strada».
ranieri 2 agosto La risposta della città – «Nonostante gli sforzi, la passione che ci abbiamo messo, alla fine la gente delega lo stesso. Ci aspettiamo che cominci davvero a partecipare». Non a caso dal 2012 ad oggi sembra essersi un po’ placata quella contaminazione positiva che si era creata attorno alle sorti della città: il concerto del primo maggio organizzato dai Liberi e Pensanti rappresenta uno straordinario momento di partecipazione con un pubblico di oltre 150mila presenze, ma soprattutto dà respiro all’economia di Taranto. Ma è l’eccezione, è soltanto per un giorno. Dopo cosa accade? «Ognuno pensa al suo orticello». E l’attenzione dei Liberi e Pensanti è rivolta al quartiere Tamburi, ai bambini che ci vivono. «Ci sono 1.200 bambini nelle scuole a 200 metri dai parchi minerali. Quei bambini respirano veleni. Come si fa con l’inizio delle bonifiche a non prevedere un sistema di filtraggio dell’aria nelle scuole? Lo abbiamo chiesto al sindaco invitandolo poi a dimettersi. Nel 2013 Alfio Pini disse che i lavori di bonifica per Taranto cominciano con otto milioni e mezzo di stanziamento e si parte dalle cinque scuole dei Tamburi: sono mai arrivati questi soldi? Dove li hanno spesi? Cosa è cambiato in questi tre anni al quartiere Tamburi? Le bonifiche che stanno facendo sono un’offesa all’intelligenza delle persone. Due milioni di euro di soldi pubblici buttati. Quei soldi potevano essere spesi per esempio per curare i Tamburi, per fare le pulizie ogni giorno, per far lavorare i giovani disoccupati».
Una possibile candidatura – Forse per questo i tempi sono maturi per il Comitato per dare una prospettiva al proprio impegno e alle proprie idee. Convogliare le forze in un progetto politico, quindi candidarsi per offrire un’alternativa di governo alla città. «Sì, ne abbiamo parlato perché si prospetta la possibilità di lasciare questa città in mano a chi l’ha governata per tanti anni e ci ha ridotto in queste condizioni». La volontà comune sarebbe quella di «fare politica senza clientelismo, senza promesse, occupandosi dei problemi della collettività e non è facile. Sarebbe una decisione da ponderare non una ma centomila volte perché se dovessimo decidere di fare questo passo sarebbe per fare qualcosa di buono e fare qualcosa di buono con questo sistema italiano è difficile». Dunque «spetta alla politica pretendere una svolta per TarantoInvestiamo sul porto, Ilva non è più il futuroTaranto ha pagato per il Pil nazionale e adesso vogliamo risorse per le alternative, non per buttarle in un ferro vecchio».

Acciaio vivo!

Taranto, esplosione all'Ilva durante la fase di colaggio. Spavento, nessun ferito

L'esplosione è avvenuta alle 6.50, dieci minuti prima del cambio turno. Un’improvvisa fiammata nell’impianto di Colata continua 1 dell’Ilva di Taranto ha generato uno scoppio con schizzi di acciaio liquido ad altissima temperatura che per fortuna non hanno investito gli operai al lavoro in quel momento. Si è sfiorata, dunque, l’ennesima tragedia in fabbrica a meno di 24 ore di distanza dall’incidente nel cantiere Aia del reparto Agglomerato, costato la vita a Cosimo Martucci, 49enne di Massafra, dipendente della ditta d’appalto Pitrelli, travolto e ucciso da un grosso tubo d’acciaio durante le fasi di scarico di pezzi di carpenteria metallica della nuova condotta per l’aspirazione di fumi e polveri. La morte è sopraggiunta per le profonde lesioni al cranio. Domani alle 11 si svolgeranno i funerali dell’operaio nella sala del regno dei Testimoni di Geova.
In relazione all’incidente di oggi nel reparto Cco1, dove l'acciaio allo stato liquido viene versato in colata continua per ottenere le bramme che successivamente vengono laminate, l'azienda ha spiegato che "a causa di una reazione dell’acciaio in paniera si è verificato un principio di incendio". Sul posto sono state attivate le procedure di sicurezza e sono intervenuti i vigili del fuoco aziendali. L’area interessata è quella dell’Acciaieria 1, tra gli impianti dell’area a caldo sottoposti a sequestro il 26 luglio 2012 nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. "Per lo spavento – ha precisato l’Ilva - alcuni dipendenti sono stati accompagnati in infermeria e dopo gli accertamenti sono stati dimessi". In attesa degli interventi di ripristino nel reparto Cco 1, l’Acciaieria 1 è rimasta in marcia con la seconda colata continua (Cco5).
Per la Cgil nazionale "due incidenti in due giorni, di cui uno mortale, non sono più in alcun modo tollerabili. Sono evidenti le gravi inadempienze e i ritardi nell’attuazione del piano di risanamento ambientale e di sicurezza degli impianti rispetto ai quali devono rispondere i commissari dell’Ilva".
Questa mattina, alle 7, è terminato intanto lo sciopero dei dipendenti dell’Ilva e delle ditte dell’appalto proclamato dai sindacati. L’adesione è stata al di sotto delle aspettative. Ha incrociato le braccia il 23% della forza lavoro. In tutto 993 operai: 484 nel primo turno, 219 nel secondo, 190 nel terzo. Alcuni lavoratori hanno deciso di devolvere il corrispettivo di ore di ferie alla famiglia del collega deceduto. In mattinata, invece, una delegazione del Comitato europeo dell’acciaio di IndustriAll Europa, a Taranto per partecipare a una riunione sulla siderurgia programmata da tempo, ha deposto una corona di fiori sul luogo dell’infortunio mortale prima di visitare gli impianti. Domani a Massafra è lutto cittadino. (GdM)

mercoledì 18 novembre 2015

Ultime notizie!

 

Taranto. Esplosione al reparto acciaieria Ilva. 

Tra i presenti in stato di schoc, anche diversi sindacalisti che hanno scoperto di trovarsi nel 2015!

La parodia dei sindacati e gli incidenti veri

Taranto, esplosione in un reparto dell'Ilva, operaio sotto choc in infermeria

Nuovo incidente all'Ilva a 24 ore da quello in cui è morto Cosimo Martucci, 49 anni, colpito in testa da una tubatura. Per fortuna senza conseguenze per i lavoratori. Una esplosione al reparto colata continua è stata avvertita dai lavoratori. Si è trattato di una "reazione durante la fase di colaggio" riferiscono Rsu del reparto, "che ha procurato un'esplosione con la fuoriuscita di un quantitativo di acciaio fuso". Un lavoratore, per il forte spavento, è stato portato in infermeria.

Terminato intanto lo sciopero indetto dai sindacati per lavoratori diretti e dell'indotto Ilva alla notizia della morte di Cosimo Martucci, dipendente della Pitrelli, colpito alla testa da un tubo scivolato dal camion durante le operazioni di scarico nell'area agglomerato del siderurgico.  L'astensione dal lavoro ha registrato una bassa adesione, intorno al 20%, almeno nei primi due turni. Alcuni operai, però, hanno deciso di devolvere il corrispettivo di ore alla famiglia del collega deceduto.

L'area è interessata dai lavori previsti dall'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale necessaria allo stabilimento per continuare a produrre. "L'adesione si è fermata al 25-30 per cento - spiega Mimmo Panarelli della Fim Cisl - perché l'astensione è stata dichiarata d'urgenza e molti di noi erano fuori azienda per un convegno con i colleghi sindacalisti della siderurgia di tutta Europa".

Una quarantina di delegati sindacali siderurgici  belgi, olandesi, austriaci, tedeschi, slovacchi, britannici, finlandesi, svedesi, italiani, francesi e spagnoli oggi depone una corona di fiori sul luogo dove si è verificata la tragedia per poi visitare gli impianti.

Fra i dipendenti tornano paura e dubbi sulle misure di sicurezza all'interno dell'Ilva. "I nostri lavoratori - commenta Antonio Taló della Uilm - sono dei professionisti. Anche se c'è paura e sgomento per un incidente assurdo, se si considera che trasporti di tubature si fanno ogni giorno in Ilva, stamattina si sono presentati al lavoro pronti con tuta e casco".

Intanto carabinieri, ispettori del lavoro e vigili del fuoco indagano sull'incidente costato la vita a Martucci. Il lavoratore era piegato a sganciare le fasce che trattenevano due enormi tubi di sezione quadrata, raccontano alcuni testimoni, quando l'imbragatura di una delle condutture ha ceduto facendola inclinare violentemente su di un lato. La conduttura ha colpito mortalmente il lavoratore alla testa. Gli investigatori sospettano che le due condutture fossero sistemate male sul pianale e che la presenza di due enormi tubi anziché uno solo possa essere la causa dell'incidente. L'intera area è finita sotto sequestro (Rep)

martedì 17 novembre 2015

L'ennesima vittima di otto decreti di Stato

Schiacciato da un tubo
muore un operaio all'Ilva
Area sequestrata e sciopero

Un operaio della ditta d’appalto 'Pitrellì è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nel reparto Agglomerato dell’Ilva di Taranto. La vittima è Cosimo Martucci, 49enne di Massafra (Taranto). È rimasto schiacciato da una grossa condotta metallica utilizzata per l’aspirazione dei fumi che si è sganciata dall’imbracatura, travolgendolo. L’incidente è avvenuto in un piazzale nei pressi del reparto Agl2 (Agglomerato) dello stabilimento siderurgico. 

L’operaio pare sia morto poco dopo l’arrivo dell’ambulanza. Personale dello Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) dell’Azienda sanitaria locale sta raccogliendo informazioni per stabilire le cause dell’incidente.

AREA SEQUESTRATA - La procura di Taranto ha aperto un fascicolo d’inchiesta sulla morte di Cosimo Martucci. L’area dove è avvenuto l'incidente è stata sottoposta a sequestro in attesa degli accertamenti per stabilire la dinamica dell’accaduto.

Sul posto si sono recati il procuratore Franco Sebastio e il sostituto procuratore Rosalba Lopalco. L’ultimo incidente, prima di quello di oggi, che costò la vita a un operaio all’interno dello stabilimento si era verificato l’8 giugno scorso. Quattro giorni dopo (il 12 giugno) morì per le gravissime ferite riportate il 35enne Alessandro Morricella, che era stato investito da una fiammata, mista a un getto di ghisa incandescente, mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2. Il 4 settembre 2014, in un altro incidente, morì Angelo Iodice, di 54 anni, originario della provincia di Caserta, della ditta 'Global Servicè dell’appalto Ilva, che fu travolto sui binari da un mezzo meccanico nell’area dell’Acciaieria 1.

PROCLAMATO LO SCIOPERO IMMEDIATO - Le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo sciopero immediato degli operai dell’Ilva e delle ditte appaltatrici in seguito all’incidente.

 «Ancora una volta rivendichiamo duramente e fermamente le ragioni di sicurezza in fabbrica indiscutibilmente messe in discussione da tutte una serie di ritardi e carenze organizzative, più volte denunciate dalle organizzazioni sindacali». Lo scrivono le Rappresentanze sindacali unitarie di Fim, Fiom, Uilm ed Flmu annunciando lo sciopero dei lavoratori dell’Ilva e delle ditte dell’appalto fino alle 7 di domani mattina in seguito all’incidente in cui ha perso la vita il 49enne operaio di Massafra Cosimo Martucci, della ditta Pitrelli, nelle vicinanze del reparto Agl 2 (Agglomerato). Il lavoratore, scrivono i sindacati, è rimasto schiacciato «durante le manovre di sistemazione di un tratto di carpenteria metallica».

Riguardo al tema dei contratti, ha proseguito Barbagallo, «noi avevamo avanzato una proposta a febbraio, il 25 novembre si confronteranno i nostri segretari» dei diversi sindacati «che si occupano di contrattazione e speriamo che tirino fuori un progetto».

Ad ogni modo, sul versante di una proposta unitaria, ha argomentato ancora il segretario generale della Uil, «noi siamo pronti da tempo, mi pare che il confronti sui tavoli contrattuali di categoria stia andando avanti ed è opportuno che i nostri responsabili che seguono la contrattazione il 25 riescano a fornirci materia per definire una proposta unitaria alla controparte».

Anche perchè, ha aggiunto, «adesso è arrivato il momento per confrontarci, per trovare una soluzione unitaria per andare al tavolo con le controparti. Il 25 - ha ribadito - ci sarà un incontro con i tecnici ed i segretari che seguono la contrattazione: bisogna vedere se ci sarà una sintesi per una proposta unitaria - ha concluso -: la stiamo aspettando da febbraio».

USB - «Questo ennesimo incidente mortale è la riprova del fallimento totale della gestione commissariale, una gestione che non mette in condizione i lavoratori di operare in sicurezza e che finora ha pensato di andare avanti a colpi di falsi proclami». Lo sottolinea in una nota Francesco Rizzo, coordinatore dell’Usb (Unione sindacale di base) di Taranto commentando la notizia dell’incidente avvenuto stamani nel reparto Agglomerato 2 costato la vita al 49enne operaio della ditta Pitrelli Cosimo Martucci, schiacciato dalla condotta metallica per l’aspirazione dei fumi.

«Nel momento in cui giungeva la notizia del decesso del povero collega Cosimo - spiega Rizzo - eravamo intenti a segnale agli enti competenti la mancanza di Dpi, i dispositivi di protezione, all’interno dello stabilimento: questa è la situazione in cui viviamo tutti i giorni nello stabilimento. E' oramai chiaro che la gestione commissariale ci sta stritolando nella contraddizione salute-sicurezza o lavoro». Qualche giorno fa, conclude il coordinatore dell’Usb, «il commissario Gnudi, intervenendo a Bari, ha esplicitamente detto che sfidava chiunque a fare meglio di quanto ha fatto lui. Questo è il risultato caro commissario».

INTERROGAZIONE AL GOVERNO - Il deputato tarantino Gianfranco Chiarelli (Conservatori e riformisti) ha presentato una interrogazione urgente ai ministri dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico e dell’Economia sulla questione Ilva, che abbraccia sia la situazione ambientale sia la questione della sicurezza dopo l’incidente di oggi costato la vita al 49enne operaio Cosimo Martucci. Chiarelli, in particolare, chiede di sapere se i rappresentanti del governo siano a conoscenza "delle condizioni di lavoro che sottopongono chi opera all’interno dello stabilimento siderurgico a gravi rischi, come conferma l'ennesimo incidente mortale", se siano "a conoscenza dei gravi ritardi accumulati nella realizzazione del piano di rilancio ed ambientalizzazione dell’Ilva di Taranto" e "dell’allarme lanciato dall’Arpa Puglia in relazione ai picchi di emissioni nocive registrate negli ultimi tempi, ed in particolare nelle giornate di vento".

Il deputato ricorda poi la crisi dell’indotto e chiede "quali provvedimenti intendano adottare per affrontare tali gravi emergenze, e se ritengano di valutare la necessità di intervenire nei confronti degli attuali commissari e del management aziendale, apportando ogni utile cambiamento, atteso l'evidente mancato raggiungimento degli obiettivi". (gdm)

Puzza di rifiuti

Comunicato di Vigiliamo per la discarica, 16 novembre 2015
DISCARICA DI GROTTAGLIE - NUOVA PROPRIETÀ E FIDEIUSSIONI
Già acquistata dalla municipalizzata lgh, sta per passare alla multinazionale A2A. Ma qualcuno si sta interessando delle fideiussioni o si finirà come la discarica di Lizzano?
*  *  *
Il problema finanziario, strettamente connesso a quello della sicurezza, e notizie recenti ci spingono a rivolgere due domanda al sindaco Alabrese.
Lo sa che la società Lgh - holding che raggruppa le municipalizzate di Cremona, Crema, Pavia, Lodi e Rovato, e attuale proprietaria della discarica - sta per essere venduta alla multinazionale A2A, colosso energetico di Milano e Brescia?
Quali provvedimenti ha preso o intende prendere per accertarsi che siano state versate, e siano congrue, le fideiussioni necessarie alla gestione e ai 30 anni di post gestione dei tre lotti della discarica, ormai prossimi alla post gestione e all’esaurimento?
grottaglie discarica
Infatti il 23 dicembre prossimo si concluderà la fusione di Lgh con A2A che, per 125 milioni, acquisterà il 51% della municipalizzata che attualmente detiene la proprietà della discarica ex Ecolevante. A quanto si legge nelle cronache locali lombarde, la fusione sarebbe sostenuta da gran parte della maggioranza PD che guida i Comuni interessati, mentre la minoranza parla di “suicidio” e di “svendita” dell’azienda pubblica.
Il cambio di proprietà comporterà anche il cambiamento del quadro direttivo, in quanto l’amministratore delegato con poteri decisionali apparterrà alla multinazionale A2A e non più alla holding Lgh.
E seri interrogativi cominciano ad essere sollevati sulla legittimità dell’operazione, dal momento che, pur essendo Lgh una società pubblica, la sua vendita sarà effettuata con una trattativa privata e non con una gara ad evidenza pubblica.
Pertanto la domanda sul versamento e la congruità delle fideiussioni previste per legge richiede serie e documentate risposte, che fino ad ora non sono state date né dalla Regione, né dalla Provincia, né dal Comune di Grottaglie, nonostante le reiterate richieste del comitato Vigiliamo per la discarica.
Di certo ci sono alcuni fatti e circostanze che fanno riflettere. Come la sentenza del Tar di Lecce del 5 aprile 2005 che, a seguito del ricorso di Vigiliamo, riconosceva come non congrue le fideiussioni presentate da Ecolevante per il I e II lotto.
Grottaglie Ecolevante
Un comunicato del 2008 dell’allora assessore regionale all’ambiente Losappio in risposta ad una interrogazione del consigliere di minoranza Lospinuso, in cui si legge che Ecolevante contesterebbe l’obbligo delle fideiussioni finanziarie, indispensabile per l’esercizio dell’attività (http://www.regione.puglia.it/index.php?at_id=2&page=pressregione&id=4861&opz=display).
E la diffida del maggio 2014 dell’allora dirigente del Settore Ambiente della Provincia, avv. Stefano Semeraro, ai gestori di Ecolevante-Lgh e delle altre discariche della provincia di Taranto, a prestare entro 30 giorni le necessarie fideiussioni.
Queste fideiussioni che la legge prevede sono state presentate? Sono congrue? Non sembrano ci siano risposte soddisfacenti, anzi, sembra che non ci siano affatto risposte.
Eppure, quanto sta succedendo alla discarica Vergine dopo il sequestro, dimostra che senza fideiussioni per la gestione e il trentennale periodo di post gestione, la discarica diventa una vera e propria bomba ecologica che costituisce gravissimo pericolo per la salute e per l’ambiente. Con enormi conseguenze economiche  per il Comune nel territorio del quale ricade la discarica, il quale sarà costretto a sborsare milioni di euro per la gestione dei gas, del percolato e per la bonifica.
Solo la certezza che ci siano le fideiussioni per “le discariche di Grottaglie”, come sono definiti i tre lotti nel sito di Lgh, possono parzialmente disinnescare la bomba ecologica presente a Grottaglie.
Quali garanzie in tal senso sono in grado di dare Regione, Provincia e Comune dopo oltre sedici anni dall’entrata in funzione del primo lotto? In questi casi, il silenzio costituisce una gravissima colpa non solo nei confronti degli attuali cittadini, ma soprattutto nei confronti delle future generazioni.
Etta Ragusa
coordinatrice di Vigiliamo per la discarica
e capogruppo consiliare di Rinascita civica-Città attiva

lunedì 16 novembre 2015

Un parere tecnico

Il futuro dell’Ilva non è solo nell’uso del preridotto

Sulle vicende dell’Ilva ma soprattutto su come quest’industria potrà riorganizzarsi e riposizionarsi, pubblichiamo, da oggi, una serie di approfondimenti di Biagio De Marzo, ingegnere e per diversi anni dirigente dell’Italsider pubblica.

«Restituite a Taranto l’industria dell’acciaio». Su «Il Sole 24 Ore» dell’11 agosto 2015 è stato pubblicato l’articolo, con questo titolo, di Massimo Mucchetti, senatore Pd e presidente della commissione Industria del Senato, già vice direttore del «Corriere della Sera». Mucchetti riassume le vicende degli ultimi anni dell’Ilva di Taranto e ne delinea la propria visione di futuro centrata sull’impiego totale del preridotto e dello shale gas al posto del carbon coke e dell’agglomerato, la cui produzione costituisce la principale fonte dell’inquinamento industriale a Taranto. Tale ipotesi è riapparsa qualche giorno fa nel dibattito locale con qualche forzatura e parecchia approssimazione. Noi dissentiamo da tale ipotesi attraverso obiezioni ai punti salienti dell’articolo del senatore Mucchetti, ben più attrezzato degli improvvisati esperti locali.
Salvataggio del siderurgico. Il commissariamento dell’Ilva deve portare al salvataggio del centro siderurgico di Taranto nel rispetto dei vincoli ambientali; il fallimento dell’azienda avrebbe gravi conseguenze sociali ed economiche. Obiezione: vanno rispettati per primi i vincoli sanitari: dalla loro inosservanza è scaturito «Ambiente svenduto» con il seguito delle ingiunzioni giudiziarie.
Pareggio operativo. L’Ilva raggiunge il pareggio operativo con una produzione giornaliera di 21.500 tonnellate. Obiezione: ciò vale nell’attuale assetto di ciclo siderurgico integrale, fatto di impianti «dimezzabili» (parchi primari e preparazione, 10 cokerie, 2 agglomerati, 4 altoforni, 2 acciaierie, 2 treni nastri, e così via, per quello sciagurato «raddoppio» degli anni ’70). Questo per significare che il pareggio operativo potrebbe essere raggiunto con una produzione giornaliera corrispondente a un diverso assetto del ciclo siderurgico integrale, che, però, assicuri anche un rischio sanitario accettabile.
Cade Bondi ma le perdite aumentano. A metà 2014, con l’Ilva che perdeva 35 milioni al mese, si decise di «cambiare passo» lasciando cadere il piano industriale dell’allora commissario Bondi, sostituito da Gnudi. Nella seconda metà del 2014 si registrò un aumento dei debiti tale da rendere inevitabile il ricorso all’amministrazione straordinaria. Da agosto 2015 l’azienda, spento per fine campagna l’altoforno principale Afo 5 e riattivato l’Afo 1, marcia con tre altoforni (1, 2 e 4) con una produzione giornaliera parecchio inferiore a quella del pareggio operativo con conseguenti significative perdite.
Utilizzo del preridotto. In attesa della ripartenza di Afo 5, per fermare l’emorragia e aumentare la produttività degli impianti attivi senza aggravare l’impatto ambientale, viene ipotizzato, sulla base di «sentito dire» un massiccio utilizzo del preridotto. «Quando a Taranto si potrà arrivare all’utilizzo del solo preridotto con soli forni elettrici, a parità di produttività gli idrocarburi aromatici spariranno del tutto dalle emissioni, le polveri sottili scenderanno al 5% dei livelli attuali e la CO2 sarà un terzo di quella attuale». Obiezione: è sconcertante che su una situazione così complessa e grave si formulino o si sostengano soluzioni sulla base di «sentito dire». Per un impianto di dimensioni eccezionali come l’Ilva di Taranto, occorre consultare non eccellenti personaggi privi di esperienza operativa e manageriale ma i migliori siderurgici del mondo come i giapponesi o i sud coreani. In particolare, la Nippon Steel & Sumitomo Metal Corporation, che non è interessata al mercato europeo dell'acciaio, negli anni ’80 è già stata a Taranto a fianco dell’allora Italsider e tutti ne fummo arricchiti professionalmente.
Il preridotto nelle acciaierie del Nord. Il piano industriale di Bondi, centrato sull’innovazione del preridotto, era stato contrastato da Federacciai, che lo bollò ex cathedra come non sostenibile sul piano economico. «Oggi guardano al preridotto alcune delle maggiori acciaierie del Nord per contrastare, con quella innovazione, la scarsità e la crescente onerosità del rottame, la loro materia prima». Obiezione: le maggiori acciaierie del Nord che guardano al preridotto sono tutte acciaierie elettriche, cioè con impiantistica, processi, logistica e mercato completamente diversi da quelli dell’Ilva di Taranto, per non parlare della enorme differenza nelle dimensioni e nella produzione annua.
Un processo produttivo più snello e flessibile. «L’Ilva dovrebbe guardare all’innovazione del preridotto non solo per obiettivi congiunturali, ma anche per avere un processo produttivo più snello e flessibile, non più basato solo sul carbone». L’Ilva del 2015 produce gli stessi acciai dell’Ilva pubblica degli anni ‘90, mentre i concorrenti europei hanno sviluppato nuove categorie e specialità di acciaio che hanno conquistato i mercati. Obiezione: l’innovazione del preridotto nella siderurgia integrale è alle prime armi e viene impiegata a piccole dosi. Nel mondo non c’è nessuno stabilimento siderurgico a ciclo integrale che impiega più del 4% di preridotto. Si è molto lontani, inoltre, dal poter fare a meno della trasformazione del carbon fossile in coke e dell’agglomerato. Come si è molto lontani dal poter sostituire convenientemente i gas di cokeria e di altoforno nelle monumentali centrali elettriche che alimentano l’intero stabilimento. In più, si precisa che la qualità dell’acciaio si migliora operando sui processi in acciaieria, ferma restando la qualità della ghisa prodotta con coke e agglomerato.
Rapporto con città e Magistratura. «Lo sviluppo di nuovi prodotti e l’incremento di produttività degli impianti possono realizzarsi solo se gli operatori si troveranno senza incombenze e pressioni di natura ecologica, che deconcentrano i gestori e compromettono la produttività». «La Magistratura di Taranto ha commesso anche errori materiali e giuridici clamorosi come è emerso nei lavori della commissione Industria del Senato, oltre che in Cassazione, ma resta un interlocutore stimabile e utile alla società, in ogni caso decisivo». Il rapporto con la città, e pure con la Magistratura, deve migliorare e questo potrà avvenire se sarà di tutta evidenza l’impegno dell’azienda ad affrontare la sorgente di gran parte dei pericoli ambientali che ne frenano l’attività. Obiezione: il nuovo vertice aziendale ancora non è riuscito a scalfire la muraglia cittadina di diffidenza e ostilità verso lo stabilimento che si è creata negli anni.
Metamorfosi con preridotto e shale gas. La maggiore sorgente di pericolo è il carbon fossile e la sua trasformazione in coke; l’Ilva deve gestire a ridosso della città 10 grandi cokerie. È prevedibile che sorgano altri conflitti senza un progetto di graduale superamento del carbone. Per questo, per l’Ilva di Taranto si ipotizza una «metamorfosi» impiantistica e tecnologica del ciclo siderurgico, basata sull’uso del preridotto e «favorita dal basso costo del gas naturale e dalla rimozione delle sanzioni all’Iran associata allo sfruttamento dello shale gas». Tale «metamorfosi nel 2030 potrebbe portare l’Ilva a liberarsi dal carbon fossile con il duplice effetto di riportare la pace in città e di mettere in scacco i concorrenti europei». «Svedesi e norvegesi hanno programmato la produzione di acciaio con solo preridotto entro il 2018, mettendo in sofferenza un’Ilva tradizionale». L’Italia avrebbe grandissimi vantaggi se riuscisse ad intestare in Europa
come innovazione la «metamorfosi di Ilva con solo preridotto». Essa produrrebbe: lo stop a francesi e tedeschi contrari al salvataggio di Ilva per aiuti di Stato; il riprendere la partita dei finanziamenti Bei a Ilva; una grande partita industriale per il Paese. «In ogni caso, se non si fa ripartire l’Ilva con un processo produttivo semplificato e più compatibile con l’ambiente, l’intero Mezzogiorno resterà al palo. Con un effetto negativo sensibile pure sulla bilancia commerciale dell’intero Paese». Obiezione: alla luce delle ragioni già dette, riteniamo semplicistica, oltre che scarsa di ipotesi impiantistiche, l’indicazione della «metamorfosi» che nel 2030 potrebbe portare l’Ilva a liberarsi dal carbon fossile con il duplice effetto di riportare la pace in città e di mettere in scacco i concorrenti europei. Una concreta e realistica risposta ai must del rapporto con Magistratura e città e della riduzione del benzoapirene dovrà essere formulata tenendo conto di tanti aspetti importanti e determinanti ignorati o sottovalutati non solo da Mucchetti. Condividiamo l’auspicio di Mucchetti per il «ruolo che potrebbe assumere l’Italia in Europa ove si intestasse la battaglia dell’innovazione per l’Ilva», ma sarebbe sbagliato avviare tale battaglia all’insegna della «metamorfosi con preridotto totale».
Ing. Biagio De Marzo - GdM

domenica 15 novembre 2015

I nodi (puzzolenti) finalmente vengono al pettine

L’allarme lanciato dalla Gazzetta lo scorso 4 ottobre era fondato. Lo stato di abbandono in cui versa la discarica Vergine, ubicata nell'isola amministrativa del Comune di Taranto, tra Lizzano, Monteparano e Fragagnano, e chiusa dal 10 febbraio del 2014 a seguito del provvedimento di sequestro firmato dal gip Valeria Ingenito su richiesta del pm Lanfranco Marazia, rischia di costare almeno mezzo milione all’ente guidato dal sindaco Stefàno e di provocare ulteriori problemi all’ambiente. L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti speciali nel quale sono stati conferiti milioni di tonnellate e tonnellate di materiale di derivazione industriale (e non solo), è privo di qualsiasi tutela ambientale ed economica.
Lo scorso 19 ottobre il dirigente del settore Ambiente del Comune di Taranto, Alessandro De Roma, ha inviata una lettera al prefetto e per conoscenza ad altre autorità sollecitando un intervento per rimuovere il percolato formatosi, intervento il cui impatto economico è stato valutato in ben 500 mila euro. Soldi che rischia di scucire il Comune di Taranto perché la società Vergine srl è stata posta in liquidazione e, come scritto dalla Gazzetta, non ci sono più fideiussioni poste a garanzia della post gestione dell’impianto.
Il 24 marzo scorso il dirigente del settore Ambiente della Provincia Martino Dilonardo ha infatti revocato l'Aia rilasciata al gestore Vergine srl (subentrata dopo il cessione di ramo d’azienda operato dalla Vergine spa) per l'assenza totale di garanzie finanziarie. L’attività di una discarica si compone di più fasi, che vanno dalla preparazione, realizzazione e gestione fino al post-chiusura. Per evitare che i gestori abbandonino il sito una volta esaurito, evitando così di adottare le cautele previste per prevenire l'inquinamento della falda e dei terreni circostanti e di svolgere gli interventi di ordinaria manutenzione a partire dalla raccolta e lo smaltimento del percolato prodotto dai rifiuti, in sede autorizzativa la legge prevede la richiesta di adeguate garanzie finanziarie. In questo caso, le fideiussioni inizialmente erano pari a 20 milioni per la gestione operativa e quasi 11 milioni per la gestione post operativa dell'impianto di contrada Palombara, e 9 milioni e 4 milioni e mezzo per l'impianto di contrada Mennole, entrambi riferibili alla Vergine.
Dal 2005, però, la normativa è cambiata in maniera vorticosa per interventi nazionali e regionali, fino a giungere al vaglio della Corte Costituzionale che con sentenza 67/2014 ha dichiarato incostituzionale la legge regionale del 2006 con la quale la Regione Puglia aveva autonomamente deciso di stabilire i criteri generali ai fini della determinazione delle garanzie finanziarie. Cogliendo la palla al balzo, i proprietari della discarica hanno ottenuto il 16 aprile 2014, con un provvedimento firmato dall'allora dirigente del settore Ambiente della Provincia Stefano Semeraro, lo svincolo delle fideiussioni per quasi 5 milioni di euro (gli importi iniziali erano stati nel frattempo ridotti) per gli impianti di Palombara e Mennole dopo che il 29 ottobre del 2013 l'allora dirigente del settore Ambiente della Provincia Maria Spartera aveva provveduto alla restituzione di fideiussioni per 9 milioni e duecentomila euro, riservandosi invece per i titoli riguardanti la gestione post operativa. Il 16 aprile del 2014, giorno della restituzione delle fideiussioni, l'impianto però era ormai chiuso per l'intervento della magistratura e dunque, pur adempiendo alla diffida della società, alcuna verifica è stata fatta riguardo le garanzie economiche per la post-gestione della discarica. L'ente ha rimesso mani al dossier Vergine un mese dopo, il 19 maggio del 2014, avviando la procedura per la revoca dell'Aia perché un conto era la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima la legge regionale sulle fideiussioni, altro è trovarsi al cospetto della totale assenza di garanzie finanziarie.
La Provincia ha inviato una diffida alla Vergine che ha impugnato tale atto, soccombendo però sia al Tar che al Consiglio di Stato e dunque nel marzo 2015 ha proceduto alla revoca dell'Autorizzazione integrata ambientale per entrambi gli impianti (Palombara e Mennole), ricordando peraltro che la società Vergine è comunque tenuta al puntuale rispetto di tutte le prescrizioni di manutenzione, sorveglianza e controlli dei due impianti. Ma, senza garanzie finanziarie nelle mani della Provincia, si tratta di prescrizioni prive di reale efficacia, tenuto conto che nel frattempo la società è stata posta in liquidazione e che dunque i costi per le manutenzioni rischiano di gravare interamente sulle casse del Comune di Taranto.
L’associazione Attiva Lizzano in una nota denuncia «gli odori sgradevoli che, soprattutto in alcune ore della giornata, infestano il centro abitato del Comune di Lizzano» e chiede alle autorità competenti« informazioni sullo stato della discarica che, malgrado gli sforzi della Magistratura, è diventata più che mai maleodorante e sempre più pericolosa per la salute di adulti e bambini». (GdM)

giovedì 12 novembre 2015

I veri rappresentanti dei cittadini!

Report dell'incontro con il sindaco Stefàno (scuole del rione tamburi).

Questa mattina abbiamo incontrato il sindaco Stefano per parlare della situazione delle scuole Tamburi interessate dai lavori di "bonifica" e riqualificazione.

Vogliamo prima di tutto ringraziare i genitori degli alunni frequentanti le scuole in questione per la loro presenza e la loro testimonianza.
Siamo rimasti molto sorpresi nel sapere che nessuno dei presenti, nè dei tecnici comunali che hanno stilato il progetto poi approvato dagli organi competenti, fosse a conoscenza dell'esistenza di una normativa
SPECIFICA in materia di edilizia scolastica da applicare nelle scuole situate in zone altamante a rischio di inquinamento.
Lo stesso sindaco ha ammeso che, in seguito alla
nostra segnalazione e quindi del servizio di Striscia La Notizia, ha convocato  Arpa, Asl e Cnr alle quali ha chiesto se effettivamente sia necessario predisporre la scuola di questi sistemi di filtraggio visto che nella relazione dell' Agenzia di Protezione Ambientale è riportato che
"i valori degli inquinanti aereo dispersi risultavano inferiori ai limiti fissati dalla normativa vigente per la protezione umana"
(cfr. lettera del Sindaco allegata del 11/01/2015).
Abbiamo rammentato al Sindaco, che i lavori in corso nelle scuole non sono lavori di BONIFICA , ma di semplice RIQUALIFICAZIONE disattendendo l'atto di intesa sottoscritto nel Luglio del 2013 con il commissario alle bonifiche
Alfio Pini.
Questo il resoconto dell'incontro odierno che avremmo voluto concludere rassicurando i genitori dei bambini e i bambini stessi ,circa la salubrità dell'aria almeno all'interno delle aule della scuole, invece possiamo solo dire che, solo dopo aver verificato la validità della normativa e aver chiesto il parere ad ASL ed ARPA, saranno, forse, installati questi sistemi di filtraggio dell'aria.

di seguito i link relativi al primo decreto  ministeriale del 1975 ,poi sostituito con la legge del 1996 
Decreto ministeriale del 1975
 Legge 11 gennaio 1996:

La città di IPAzio!


Taranto, sostanze cancerogene emesse dall'Ilva nell'aria. La denuncia di Peacelink: 'La Asl lanci l'allerta Ipa e informi i cittadini'

“Stamattina per via delle condizioni meteo (vento da nord-ovest, ossia dall'area industriale) gli Ipa alle 7 di mattina hanno superato la soglia di 100 nanogrammi a metro cubo. Nessuno a Taranto avvisa i cittadini sui comportamenti da adottare". È la comunicazione diffusa dal presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti.  “Gli Ipa – continua - sono cancerogeni e, secondo Arpa, provengono dall'Ilva per il 99% delle emissioni totali locali. Chiediamo alla Asl di lanciare le allerta Ipa e di creare un sistema di 'Wind Days per i cittadini' in modo da avvisarli quando si prevedono picchi di aria cancerogena. Basta consultare le previsioni meteo e avvisare la popolazione, non è difficile”.
Secondo Marescotti la comunicazione tempestiva ai cittadini servirebbe per evitare che in quelle ore avvenga il cambio dell’aria in casa: “Cambiare l’aria durante i momenti di picco significa riempire la casa di aria cancerogena. Non riteniamo completo il sistema dei Wind Days attuale. Tale sistema avvisa solo l'Ilva: vogliamo anche che si avvisino i cittadini”. (Ilikepuglia)

"Gli IPA sono killer cancerogeni che viaggiano sulle micropolveri e che vengono sospinti dal vento sulla città quando il vento viene da nord-ovest. Questa mattina non c'è il tempo per produrre grafici e calcolare medie. Ma i valori erano e sono ancora molto elevati. Consiglio pratico: cambiate l'aria dopo le 10. Con il sole si dilata lo strato d'aria inquinata e la concentrazione di IPA diminuisce. Evitate adesso di riempirvi la casa di aria più cancerogena di quanto non lo sarebbe nelle prossime ore."

martedì 10 novembre 2015

And all around





'In Between', l'arte racconta i veleni di Taranto


I veleni di Taranto sono i protagonisti di 'In Between', un progetto di dialogo grafico realizzato da due pugliesi: la trentenne Claudia D'Alò, "fotografa di realtà", e il 35enne Gabriele Benefico, "illustratore di sogni", come si definiscono i due, compagni nel lavoro e nella vita. Al centro delle illustrazioni ci sono Taranto, città natale di entrambi, e metropoli europee come Parigi e Berlino. L'idea è quella di "ritrarre da vicino luoghi e panorami, accompagnati idealmente da un gruppo di personaggi frutto della fantasia: un pallido mistero sullo sfondo di un'impegnativa quotidianità". Immagini liberamente ispirate "alla Venezia di Moebius" (Luca Guerra) (RepBa)

lunedì 9 novembre 2015

Bau!

L'attacco di Emiliano: sull'Ilva il Governo si confronti con la Regione

«In una vicenda come questa mi chiedo come sia possibile non interessare mai la Regione Puglia». L'argomento Ilva scalda la seduta del consiglio regionale. A parlare è il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che, oggi ha lamentato lo scarso coinvolgimento .
«Non c'è ragione. Non mi si può dire che la Regione non è legittimata ad essere informata di ciò che accade perché se quella fabbrica precipitasse rapidamente, saremo noi assieme al Governo a dover gestire le conseguenze catastrofiche», ha detto rispondendo a Bari in Consiglio regionale ad un'interrogazione sull'Ilva.
«Allora perché non cominciamo a farlo subito, fornendoci i dati che tre commissari riterranno siano conoscibili. Ci sono tante crisi aziendali dove - ha aggiunto - l'eventuale assenza della Regione sarebbe vista dal Governo come un tradimento. In questa vicenda non abbiamo mai fatto neanche un tavolo per discutere dell'Ilva come abbiamo discusso della Bridgestone o della Marcegaglia. Se c'è un'idea su come uscire da questo pastrocchio e questa idea va gestita con riservatezza allora è anche giusto non informarmi. Se però questa soluzione non l'hanno perdiamo il controllo della situazione e noi abbiamo pieno titolo per pretendere dai commissari e dal Governo di sapere cosa sta accadendo».
L'affondo è durissimo: «Si stava affrontando la questione - ha sottolineato Emiliano - con una geniale idea all'italiana, corrispondente a una forzatura giuridica non da poco, perché intendevamo utilizzare il danaro di proprietà dell'imputato di un processo penale in corso per riambientalizzare l'Ilva prima che la confisca della somma diventasse definitiva. Questo progetto geniale si è inceppato nella magistratura svizzera e adesso non riusciamo ad ottenere questa somma».
«Sia chiaro - ha concluso Emiliano - che non sto discutendo se il progetto del Governo mi piace o non mi piace, perché io sono pronto a collaborare lealmente, anche su cose che non mi convincono, perché questo è il mio compito, rispettare le leggi» (Quot)

Un vuoto di strategie pieno di inquinanti

Ilva, un vuoto di strategie tra ritardi inaccettabili, promesse non mantenute e nodi ineludibili

Siamo ancora in attesa che il Ministro dell'Ambiente presenti alle Camere la relazione sull'attuazione dell'AIA e sulle risultanze dei controlli ambientali effettuati, prevista per i primi di settembre in base all'ultimo decreto Ilva. E' un ritardo che si aggiunge, a fronte delle disponibilità previste dalla Legge di Stabilità, all'assenza di provvedimenti volti al potenziamento degli organici del dipartimento di Taranto di ARPA Puglia e, quindi della sua attività di monitoraggio e controllo sugli stabilimenti industriali presenti nel territorio jonico, a partire dal siderurgico.
Provvedimenti promessi in sede di approvazione dell'ultimo decreto Ilva e scomparsi dall'agenda politica del governo e dei parlamentari.
E' un fatto vergognoso e inaccettabile: la garanzia che il quadro delle emissioni sia sotto controllo, importante in assoluto e irrinunciabile nella situazione in cui si trova oggi Taranto, può darla solo un'efficace azione di monitoraggio e controllo che richiede, com'è ovvio, uomini e mezzi. Che a Taranto, invece e notoriamente, non sono presenti in modo adeguato. Perché non si fa nulla? Perché le promesse non vengono mantenute? Non ci sono scuse plausibili ma solo un comportamento che legittima i sospetti sulla effettiva volontà di controllare pienamente quello che accade sul territorio jonico in termini di impatto ambientale.
Ma qual è la strategia del governo, al di là di roboanti proclami?
A vedere gli interventi messi in campo finora e i ritardi cumulati sembra esserci molta confusione e un prendere tempo che pare ignorare il punto fondamentale che ripetiamo da anni: l'Ilva, o si risana in tempi rapidi e si rende davvero compatibile con la città, o non può che, presto o tardi, chiudere. Se non si persegue concretamente una strategia industriale ecocompatibile, di fatto si continua a farla sopravvivere in modo artificiale con costi altissimi ma senza gettare nessuna base per il futuro. Ma davvero si pensa, senza avere un piano industriale, di individuare un partner siderurgico nella newco perennemente annunciata?
Davvero si pensa di poter raggiungere la produzione autorizzata di 8 milioni di tonnellate conservando l'attuale assetto produttivo, per cui, anche ad impianti risanati, come ha indicato ARPA Puglia nella sua Valutazione del Danno sanitario, si lascerebbero 12.000 abitanti del quartiere Tamburi esposti a un rischio inaccettabile per gli standard dell'Organizzazione Mondiale della Sanità? Se si vuole continuare a produrre acciaio a Taranto bisogna intraprendere altre strade: una passa dal risanamento degli attuali impianti ma con una produzione drasticamente ridotta. L'altra strada percorribile passa da un profondo ammodernamento tecnologico del processo produttivo e dall'introduzione di nuove tecnologie meno inquinanti che rendano lo stabilimento siderurgico all'avanguardia in termini di impatto ambientale. Ma la sperimentazione sul metano e sul ferro preridotto intrapresa dal precedente commissario Bondi, che avevamo visto con favore perché capace di abbattere anche del 90% le emissioni dei principali più pericolosi inquinanti, è stata accantonata.
Sono nodi ineludibili che non si sciolgono da soli e che si sovrappongono alla necessità che vengano rispettati i tempi stabiliti per la piena realizzazione degli interventi previsti dall'A.I.A. Tempi che non si può continuare a dilazionare senza, di fatto, venir meno a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale in termini di diritto alla salute e al lavoro.
Noi siamo fortemente preoccupati
sullo stato di attuazione degli interventi e scettici sul rispetto di un termine, quello del 4 agosto 2016, che, considerata l'entità degli interventi da effettuare, ci appare sempre più difficile da rispettare visto che dallo stesso ci separano solo 9 mesi.
Per questo, di fronte alla possibilità assegnata dalla legge di Stabilità in esame al Senato ai Commissari straordinari dell'Ilva di accedere a  finanziamenti assistiti dalla garanzia dello Stato (quali anticipazioni nell'attesa che divengano effettivamente disponibili le risorse sequestrate in Svizzera ai Riva dalla magistratura milanese)  per attuare gli interventi previsti dal Piano ambientale  abbiamo scritto all'Organo Commissariale dell'Ilva chiedendo di sapere a quali specifici interventi tali finanziamenti saranno destinati, per quali singoli importi e con quali tempi di realizzazione previsti, tenuto conto  il termine previsto per la  ultimazione di quanto previsto  dell'A.I.A. è stato più volte e già ampiamente prorogato rispetto alla scadenza originaria. (Legambiente Taranto)

Porello!!

Ilva, Riva in cella da 5 mesi. Il legale: sta male, liberatelo

Fabio Riva si affida all’avvocato Franco Coppi e ricorre in Cassazione contro il provvedimento con il quale il tribunale dell’appello l’11 agosto scorso ha confermo il «no» espresso il 13 luglio scorso dal giudice per l’udienza preliminare Vilma Gilli alla revoca della custodia in carcere o quanto meno alla sostituzione con gli arresti domiciliari. Il figlio del defunto patron Emilio si trova rinchiuso nel carcere di Taranto dal 5 giugno scorso, quando dopo 31 mesi di latitanza si consegnò alla giustizia italiana.Il 60enne, numero due dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto, fu scovato il 22 gennaio del 2013 dagli agenti dell’Interpol a Londra. Fabio Riva tornò subito in libertà, ma senza passaporto, dopo aver pagato sull’unghia 100mila sterline (circa 120mila euro) di cauzione. La Guardia di Finanza era da giorni sulle sue tracce. Latitante dal 26 novembre del 2012, giorno nel quale i militari bussarono inutilmente alla porta della sua abitazione di Milano per arrestarlo e condurlo nel carcere di Taranto, in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, Fabio Riva si è sempre opposto alla procedura di estradizione avviata prima dalla Procura di Taranto e, successivamente, da quella di Milano (che procede nei suoi confronti per truffa aggravata ai danni dello Stato). A tradirlo furono le visite, costanti nel tempo, ricevute dai suoi familiari. Proprio seguendo i suoi parenti sulla tratta Milano-Londra, i militari delle Fiamme Gialle, agendo in stretto contatto con l’Interpol a seguito del mandato di arresto europeo firmato dal gip Patrizia Todisco il 10 dicembre del 2012, riuscirono a individuare il luogo in cui Fabio Riva si nascondeva. Il lungo lavoro, fatto di pedinamenti, appostamenti e rilievi fotografici, è passato anche attraverso la Francia, con una perquisizione eseguita subito dopo Capodanno, assieme alla gendarmeria, a Beaulieu sur mer, vicino Nizza, dove era ormeggiato lo yacht di Fabio Riva. Perquisizione che diede però esito negativo. Le attenzione si concentrarono così su Londra, sino al blitz del gennaio 2013. Era stato lo stesso Fabio Riva, agli inizi di dicembre del 2012, a far sapere di trovarsi a Londra, con una lettera che i suoi avvocati Nerio Diodà e Stefano Goldstein avevano consegnato sia alla Procura sia al gip.
Pesantissime le accuse formulate nei suoi confronti. Fabio Riva è imputato, assieme, tra gli altri, al fratello Nicola (sottoposto ai domiciliari il 26 luglio 2012 con il padre Emilio, morto il 30 aprile del 2014) per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, accuse che gli sono valse una richiesta di rinvio a giudizio sulla quale deciderà il gup Vilma Gilli a luglio.
Sono decine di migliaia le telefonate di Fabio Riva intercettate dai finanzieri e finite agli atti dell’inchiesta, colloqui dai quali sono emersi i rapporti che l’Ilva, tramite proprio Fabio Riva, aveva intessuto con il potere politico tarantino, pugliese e nazionale allo scopo di ricevere autorizzazioni per i propri impianti e ottenere un trattamento di favore da parte degli organi di controllo. Notissima è la telefonata di Fabio Riva ad un consulente del gruppo nella quale, commentando i dati sull’emergenza sanitaria a Taranto, il vicepresidente di Riva Group si lascia andare ad un poco edificante: «Due casi di tumore in più all’anno… una minchiata».
Ora Fabio Riva, unico detenuto tra i 47 imputati del processo «Ambiente svenduto», confida nella Corte di Cassazione, che discuterà il ricorso presentato dagli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia il prossimo 11 dicembre, per riacquistare la libertà o almeno lasciare il carcere, anche alla luce di condizioni di salute non proprio eccellenti, e per questo costantemente monitorate dai responsabili della casa circondariale, anche con consulti eseguiti negli ospedali cittadini. (GdM)

Quisquilie renziane e regalini a Riva & co.

Fisco, Ilva assolta da accusa di frode da 52 milioni. Il governo Renzi ha depenalizzato il reato

L’intento con cui vengono fatte le leggi spesso si vede dai loro effetti: l’“abuso del diritto” non è più reato, e per questo il processo ai danni dell’ex patron dell’Ilva, Emilio Riva (morto nell’aprile 2014), due ex manager del gruppo e un dirigente della Deutsche Bank per una presunta frode da 52 milioni di euro si è concluso mercoledì con l’assoluzione degli imputati. È l’effetto del combinato disposto di due decreti attuativi della delega fiscale approvati dal governo Renzi ed entrati in vigore il primo ottobre. Il motivo? Hanno depenalizzato l’abuso del diritto, il comportamento che racchiude tutte le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano vantaggi fiscali indebiti per le imprese, ma con effetti anche sulla frode fiscale realizzata proprio mediante esso.
Nel febbraio dello scorso anno, oltre a Emilio Riva, erano stati mandati a processo Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, rispettivamente responsabile finanziario e responsabile fiscale (nonché componente del cda) del gruppo Riva, e Angelo Mormina, per l’incarico avuto in qualità di managing director di Deutsche Bank (filiale di Londra). L’accusa nei loro confronti era di aver violato l’art. 3 della legge 74/2000 (“dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”), al fine di evadere le imposte sui redditi, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolarne l’accertamento, indica elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi. In questo caso, l’accusa era di aver “creato” elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse.
Gli indagati, in sostanza, nella dichiarazione dei redditi per il 2007 “ponevano in essere una complessa operazione di finanza strutturata all’unico scopo di consentire alla consolidata Ilva Spa l’abbattimento del reddito, mediante l’utilizzazione di elementi passivi fittizi per 158 milioni di euro e conseguentemente per la consolidante Riva Fire Spa, una pari riduzione della base imponibile per un’evasione di imposta Ires pari a 52,4 milioni di euro”, si leggeva nel capo di imputazione. Ieri la prima sezione penale non ha fatto altro che accogliere la richiesta del pm Stefano Civardi formulata proprio alla luce delle modifiche apportate dalla riforma fiscale alla legge 74 del 2000: gli imputati hanno pagato le sanzioni amministrative (per Emilio Riva il reato si è estinto con la sua morte).
Cos’è successo? Il primo decreto fiscale ha depenalizzato l’abuso del diritto, mentre il secondo (che ha riformato i reati tributari) ha chiarito che questo non può essere associato alla frode prevista dall’art. 3 della legge del 74 del 2000. In esso sono state ricomprese le “operazioni simulate oggettivamente o soggettivamente” (art. 1), che però non integrano quelle previste dall’abuso d’ufficio. E per quest’ultimo restano solo le sanzioni amministrative. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato” è infatti la formula scritta nel dispositivo con cui al Tribunale di Milano si è chiuso il processo.
Nel febbraio scorso, il pm Francesco Greco, capo del pool reati finanziari della Procura di Milano si era detto preoccupato in relazione ai decreti fiscali per “il contrasto che si potrebbe creare tra frode fiscale e abuso del diritto, perché io non ho mai visto un caso di abuso del diritto che non fosse fraudolento”. Il contrasto è stato sanato così. Nell’aprile scorso, Confindustria ha esultato per il varo del decreto sull’abuso del diritto da parte del Consiglio dei ministri: “Finalmente l’Italia si dota di una norma generale anti-elusiva come richiedevamo da tempo”.
di Carlo Di Foggia e Valeria Pacelli da Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2015