giovedì 19 giugno 2014

Avanti un altro

Legambiente si costituisce parte civile nel processo Ilva per disastro ambientale

Giovedì 19 giugno all'udienza preliminare del processo ILVA, Legambiente Nazionale e Legambiente Puglia, quest'ultima anche in rappresentanza del Circolo Legambiente di Taranto, tramite i loro legali di fiducia Avv. Eligio Curci e Avv. Ludovica Coda, si costituiranno parte civile - in relazione a tutti i capi d'imputazione contestati dalla Procura - contro gli imputati che nel corso degli anni hanno operato attivamente o non hanno impedito il perpetuarsi di una gravissima situazione di danno ambientale che ha determinato e determina ancora oggi una pesantissima compromissione del territorio, delle risorse naturali e della salute collettiva.
Nell'atto di costituzione di parte civile l'associazione, rappresentativa dell'interesse alla tutela ambientale e da sempre attiva per la protezione dell'ambiente, ha quantificato in dieci milioni di euro la richiesta di risarcimento per danni materiali e morali.
Legambiente prevede infatti tra i propri scopi statutari, la tutela e la valorizzazione dell'ambiente in tutte le sue forme ed aspetti inerenti la salubrità dell'atmosfera, del suolo, delle risorse naturali, della salute collettiva, delle specie animali, del territorio e del paesaggio.
Tutti questi aspetti, a Taranto, sono stati fortemente compromessi e lesi nel corso degli anni.
La scelta, che l'associazione considera scontata, di costituirsi parte civile nel processo per disastro ambientale nasce dalla volontà di pretendere il radicale rispetto dell'ambiente, anche e soprattutto nel territorio di Taranto e dalla esigenza di voler far riconoscere la lesione dei propri diritti, esercitati in tutte le sedi istituzionali e non, con una azione costante, protrattasi negli anni.
Non è la prima volta: già in precedenti processi a carico di proprietà e dirigenza ILVA la difesa degli interessi del "popolo inquinato" di Taranto è stata assunta - quasi in solitudine - da Legambiente che da decenni denuncia in tutte le sedi l'insopportabile impatto ambientale dello stabilimento siderurgico tarantino. (legambiente)

mercoledì 18 giugno 2014

Signori e signore: accattatevello!

Gnudi arriva a Taranto accompagnato dai tecnici di Arcelor Mittal

Il neo commissario straordinario Ilva, Piero Gnudi, si tratterrà in fabbrica per l'intera giornata e, nel corso di incontri con i dirigenti dello stabilimento, prenderà conoscenza degli impianti, soprattutto in relazione ai lavori di adeguamento all'Aia. Si lavora ad un prestito-ponte da parte delle banche per pagare gli stipendi di luglio agli operai
Prima visita nello stabilimento siderurgico di Taranto per il nuovo commissario straordinario Ilva, Piero Gnudi, nominato dal governo lo scorso 6 giugno in sostituzione di Enrico Bondi. L’ex ministro del Governo Monti nonché ex presidente di Iri ed Enel, si fermerà in fabbrica per l'intera giornata e, nel corso di incontri con i dirigenti dello stabilimento, prenderà conoscenza degli impianti, soprattutto in relazione ai lavori di adeguamento all'Aia. Non sono previsti incontri ufficiali né con i sindacati né con le autorità locali, ma solo con i dirigenti dello stabilimento. Secondo indiscrezioni, sarebbe previsto anche per oggi, un vertice con una delegazione del gruppo franco-indiano Arcelor Mittal, intenzionato ad acquisire parte delle quote azionarie dal gruppo Riva. Nei giorni scorsi, infatti, alcuni dirigenti del colosso industriale nato nel 2006 dalla fusione di due tra le più grandi aziende del settore, la Arcelor e la Mittal Steel Company, erano stati al ministero dello Sviluppo economico, esternando al ministro Federica Guidi proprio la volontà di rilevare parte dell’impianto siderurgico dal gruppo Riva che attualmente ne detiene il controllo. Non è un mistero infatti che proprio il neo commissario Piero Gnudi abbia nei giorni scorsi ribadito non solo l'emergenza derivante dalla crisi di liquidità dell'azienda, ma anche la volontà di porre rimedio quanto prima al problema di “azionariato societario” utile ad aumentare il cash flow aziendale. (Cosmopolismedia)

L’interesse verso l’Ilva di ArcelorMittal potrebbe aver preso maggiore corpo a seguito della visita dei propri delegati. Gli inviati del colosso franco-indiano, infatti, nella giornata di ieri, martedì 17 giugno, hanno visitato le strutture e gli impianti del polo siderurgico, tanto dell’area a caldo, quanto dei laminatoi e dei reparti di laminazione a freddo. Secondo quanto ricostruito da Siderweb, si sarebbero dimostrati soddisfatti di quanto visto. L’impianto, infatti, malgrado i vincoli imposti dall’attuazione del piano ambientale e dei relativi cantieri, sarebbe risultato efficiente  e in grado di raggiungere un output giornaliero di 18-19 mila tonnellate, ma con la possibilità di toccare anche le 22 mila tonnellate. Sembra, invece, impossibile il ritorno alle 27 mila tonnellate giornaliere del 2007. (Siderweb)

Pallone sgonfiato

Maxi processo 'Ambiente svenduto': rigettata istanza di ricusazione gup

La sezione distaccata di Taranto della Corte d'Appello di Lecce ha deciso di rigettare, giudicandola inammissibile, l'istanza di ricusazione del gup Vilma Gilli, titolare del fascicolo processuale relativo l’inchiesta 'Ambiente svenduto' a carico dello stabilimento Ilva, presentata dai legali dell'ex assessore provinciale all'Ambiente, Michele Conserva, Michele Rossetti e Laura Palomba. Conserva risulta tra le 49 persone fisiche destinatarie della richiesta di rinvio a giudizio insieme a tre società facenti capo allo stesso siderurgico. Intanto è attesa per domani l’udienza preliminare del maxi processo nella palestra della Caserma dei Vigili del Fuoco di Taranto. (Cosmopolismedia)

WW(PD)F!



ILVA: si avvia  oggi il processo . Il WWF Italia parte civile  per affiancare il “popolo inquinato” di Taranto.

Si avvia  oggi con l’udienza preliminare  uno dei processi più importanti mai svolti  in Italia  per  “disastro ambientale” . I  Giudici del Tribunale di Taranto  dovranno  accertare il grado di responsabilità per cui sono state  rinviate a giudizio  53 persone , in relazione alla gestione, amministrativa e politica,   dello    stabilimento siderurgico Ilva.
La lettura delle imputazioni ipotizzate nel decreto di rinvio a giudizio (non soli i proprietari  e  responsabili  a vario titolo dello  stabilimento , ma anche amministratori , politici , consulenti,   persino  appartenenti alle forze dell’ordine)    è sconcertante . Una vera ragnatela   di azioni illecite e reati,   individuati   dalla Procura di Taranto   che, a vario titolo, hanno   provocato direttamente ed indirettamente un danno ambientale grave e permanente alla città ed al territorio di Taranto ed alla salute dei suoi cittadini e lavoratori. 286 le “parti lese” individuate che, a fianco della   Pubblica Accusa , potranno aiutare  i  giudici   nell’individuazione  della   verità e delle responsabilità, tecniche e politiche  per gli inquinamenti di aria, acqua, suolo, mare  provenienti dell'acciaieria più grande d'Europa.  Il WWF, che già aveva nell’estate 2012 depositato l'atto di significazione di parte offesa, si costituisce parte civile nel processo, con il patrocinio dell’Avv. Francesco Di Lauro.   Il  WWF Italia ed i volontari del WWF Puglia svolgono da  anni attività di denuncia per i gravi  inquinamenti di quei territori, ed azioni di tutela  per le aree naturali tutt’ora esistenti   e che  devono  essere conservate.    Il WWF  ha fatto denunce, ricorsi amministrativi, documenti di richieste ed osservazioni per le bonifiche dell’area, interloquendo  con il Ministero  dell’ambiente, col Parlamento,  persino con memorie alla Corte Costituzionale .     
“Il  WWF Italia chiede  di entrare  come  parte  civile nel processo per la difesa dei più importanti e preziosi beni e  valori  costituzionali : la tutela   della salute e dell'ambiente “ ha dichiarato  … “Oltre ed  ancor  più delle responsabilità penali e di ordine risarcitorio, che vanno senza dubbio individuate,  il WWF chiede  un’azione rapida , concreta ed efficace per il risanamento  di  tutte le aree  contaminate. In Europa è stato possibile, ad  esempio a  Linz  in Austria ,  dove  un importante  stabilimento siderurgico , dopo anni di gravi inquinamenti , è riuscito in collaborazione  con il Governo centrale e locale,  a ripristinare la  qualità della vita di lavoratori e residenti , senza pesanti   impatti negativi sulle  attività degli impianti.
Riponiamo fiducia   nel nuovo Commissario dell'Ilva,  Piero Gnudi, appena nominato dal Governo , e che è arrivato proprio ieri  per la prima volta nello stabilimento siderurgico di Taranto: l’auspicio è che  affronti i molti e gravi punti critici ancora irrisolti  per il risanamento dell’Ilva per poter emulare  quanto già successo in altre parti del mondo: garantire e conciliare occupazione  e tutela di ambiente e salute .

martedì 17 giugno 2014

Ditelo con le piante!


Piero Gnudi, nuovo commissario dell’Ilva, sarà oggi a Taranto, dove incontrerà la dirigenza dell’azienda e inizierà a prendere confidenza sul campo con le vicende che la riguardano. Si attendono intanto notizie sul piano industriale
IL DEBUTTO DI GNUDI – Non ci sarà nessun incontro con le amministrazioni locali né con le associazioni, che dovrebbe avvenire presto. Gnudi non si sbilancia ancora, in ogni caso, mentre è passata oltre una settimana da quando, il 6 giugno, nelle sue mani è stato riposto il futuro dell’Ilva.

Uno dei problemi maggiori è la mancanza di liquidità, anche se gli stipendi di maggio sono stati versati. Non va altrettanto bene ai creditori, senza contare che non si ha ancora notizia su come verranno reperite le risorse per mettere in pratica le prescrizioni dell’Aia, vale a dire 1,8 mld che corrispondono alle stime per il risanamento ambientale.
Si era parlato di finanziamento ponte, di prestito, con il coinvolgimento delle banche e con una nuova cordata di proprietari (ArcelorMittal, Marcegaglia e Arvedi). Ma finora di risultati concreti ne vediamo pochi.
GNUDI vs BONDI – Se non altro, pare che il nuovo commissario, rispetto a quello vecchio, sia visto sotto una luce migliore e questo potrebbe rilanciare un dialogo migliore con le banche, quasi interrotto con Bondi.
IN AULA – Giovedì intanto sarà il giorno della prima udienza preliminare del processo per l’inchiesta Ambiente Svenduto. Gnudi ci tiene a restare una figura che non interferirà con le vicende giudiziarie, ma sappiamo bene che quell’inchiesta ha portato asvariati arresti e soprattutto al sequestro degli impianti di Taranto.
RONCHI, TUTTO DA VEDERE – Non ci sono notizie nemmeno sul fronte Edo Ronchi, non si sa se resterà al suo posto di subcommissario, probabilmente sì visto che nello stesso giorno dell’udienza presenterà a Roma il dossier "Il risanamento ambientale dell' Ilva dopo un anno di commissariamento". Insomma, Ronchi non sembra al momento uno che voglia lavarsene le mani, ma attendiamo novità.
TEMPO SCADUTO – Un nuovo allarme arriva intanto da Peacelink, che ricorda come la direttiva europea 2010/75/UE preveda (articolo 8 comma 2) che "laddove la violazione delle condizioni di autorizzazione presenti un pericolo immediato per la salute umana o minacci di provo¬care ripercussioni serie ed immediate sull’ambiente (...) è sospeso l’esercizio dell’installazione". Il governo italiano, dicono dall’associazione, non ha fatto sostanzialmente nulla per regolarizzare la situazione dell'Ilva, per questo è stata inoltrata una lettera alla Commissione Ue per chiedere che la procedura di infrazione lanciata contro l’Italia, aggiornata il 16 aprile scorso con una seconda lettera di messa in mora, sia portata alla stadio successivo e che si arrivi presto in Corte di Giustizia Ue.


L’ILVA DIVENTA ARTE – Chiudiamo con leggerezza. A Taranto è arrivato l’Ilva Magique, caricatura del più noto alberello profumato che solitamente appendiamo in auto. Ad inventarlo l’artista pescarese Pep Marchegiani, che ha realizzato questi alberelli “a metà” e li ha attaccati alle reti dell’Ilva. Voglia di minimizzare una realtà tragica? No, affatto.
Ecco le parole dell’artista: "Sembra finalmente che sia stata trovata la soluzione almeno all’annoso problema dei cattivi odori nella città dei due mari, se non fosse che quello degli odori è solo l’ultimo degli effetti di un inquinamento senza pari. Il progetto per “salvare” il capoluogo jonico non arriva né dalla politica né il frutto della tecnologia, ma dall’arte. Taranto è salva e la sconfitta dei cattivi odori emanati dall’industria è un successo senza precedenti. A guardare quegli ‘Ilva Magique’ di tutti i gusti verrebbe da sorridere, se non fosse che ci troviamo davanti ad una immane tragedia, mentre i cittadini muoiono ed il mondo osserva l’Italia sbigottito". (Anna Tita Gallo - greenbiz)

Dalla parte civile

Le associazioni Contramianto e altri rischi onlus e Osservatorio Nazionale Amiantosi si costituiranno parte civile nell’udienza preliminare del processo Ambiente Svenduto sull’ILVA che si terrà al Tribunale di Taranto il prossimo 19 giugno. Il Giudice per l’Udienza Preliminare Vilma Gilli dovrà decidere sul rinvio a giudizio degli indagati, richiesto dal Pubblico Ministero.
Al procedimento penale in atto sono interessate tre società e 49 persone, ex dirigenti del siderurgico tarantino, politici, imprenditori e funzionari della regione. Contramianto sarà assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA.
I reati contestati (e che dovranno essere accertati nel corso del processo) riguardano danni ambientali e alla salute di cittadini e lavoratori. Le ipotesi di reato riconducono questi danno all’inquinamento provocato dall’ILVA. Tale situazione avrebbe determinato un intreccio di presunti illeciti, di cui si sarebbero resi colpevoli gli imputati. Ora, dopo le indagini, l’avvio di un processo che finalmente dovrà chiarire quale sia stato il ruolo del siderurgico sui danni a persone e habitat del territorio.
L’ILVA di Taranto è il maggiore centro siderurgico d’Europa di produzione e trasformazione dell’acciaio costruito negli anni ’60. Si ritiene che l’ILVA sia la possibile causa delle maggiori fonti inquinanti industriali dell’area jonica: in oltre mezzo secolo, le emissioni possono aver determinato effetti nocivi sull’uomo e sull’ambiente.
Per Contramianto, occorre monitorare costantemente la situazione, avviando anche una radicale azione di bonifica ambientale. L’associazione, inoltre, chiede di istituire a Taranto un Polo sanitario nazionale per le patologie da inquinanti industriali: un centro di eccellenza sanitaria in cui confluiscano le esperienze del mondo scientifico.(Ambienteambienti)

lunedì 16 giugno 2014

Riflessioni di un decano


“Su Ilva e bonifiche incertezza totale” – Intervista a Leo Corvace (Legambiente Taranto)

«Stiamo vivendo una fase di incertezza totale»: è questa la frase usata da Leo Corvace (membro del Direttivo di Legambiente Taranto) per fotografare l’attuale situazione. Il passaggio del testimone da Enrico Bondi a Piero Gnudi come commissario straordinario dell’Ilva non è piaciuto all’associazione ambientalista, sia a livello nazionale che a livello locale. «Avremmo preferito la nomina di una persona in grado di offrire maggiori garanzie sul fronte della tutela ambientale – conferma Corvace – ora non ci resta che sperare nella riconferma di Edo Ronchi, come subcommissario».
Cosa dovrebbe fare Gnudi per guadagnare la vostra fiducia?
«Partiamo da una premessa: lo stabilimento, così com’è, non può continuare a funzionare. Bisogna necessariamente procedere sia con il risanamento ambientale degli impianti che con l’innovazione tecnologica. La sola attività di risanamento non basta. Anche se dovessero essere rispettate tutte le prescrizioni previste dall’Aia, non avremmo una situazione soddisfacente.  Inoltre, occorre ridurre la produzione e scegliere soluzioni che passino attraverso il filtro della valutazione del danno sanitario».
L’eventuale uscita di scena di Ronchi vi preoccupa?
«Spero che ciò non avvenga proprio perché Ronchi ha sposato un progetto che mette insieme risanamento ambientale e innovazione tecnologica. Lui è a favore dell’utilizzo del ferro preridotto e del metano negli altiforni. Ciò comporterebbe una riduzione  dell’area a caldo e dei cumuli dei parchi minerali. Solo a queste condizioni si potrebbe tollerare la permanenza della fabbrica».
Domani Gnudi dovrebbe essere a Taranto per un incontro con la dirigenza. Avete avuto contatti con lui? Sono previsti incontri?
«Al momento no. Spero che arrivino segnali positivi in questa direzione e che lui instauri un contatto con tutte le articolazioni sociali. Con Bondi ciò non è accaduto. Solo con Ronchi ci sono stati dei contatti. Lui ha scelto di interfacciarsi con la realtà tarantina, anche ricorrendo ad apparizioni televisive. Insomma, Ronchi almeno ci ha messo la faccia».
Come valuta le voci relative ad una cordata che vedrebbe come principale protagonista il colosso internazionale della siderurgia ArcelorMittal?
«Dipende dalla logica con cui entra in campo: per garantire il risanamento ambientale e l’innovazione tecnologica, come da noi auspicato, o solo per guadagnare quote di mercato e garantire profitto? E’ ovvio che questa seconda ipotesi non ci va bene. Poi aspettiamo di studiare in maniera approfondita il piano industriale elaborato da Bondi. Va detto che ancora non ci è stato possibile accedere ai suoi contenuti per procedere con le nostre valutazioni».
Che idea si è fatto del nuovo ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti?
(attimi di silenzio… poi la risposta) «Avremmo preferito la nomina di un personaggio che si fosse distinto positivamente nella materia ambientale. Purtroppo il ministero dell’Ambiente è stato sacrificato per logiche legate alla spartizione politica e partitica. Va detto, inoltre, che nel giro di quattro anni sono cambiati ben quattro ministri: Prestigiacomo, Clini, Orlando, ora Galletti. La mancanza di continuità è del tutto negativa».
Infine, a proposito di incertezze:  la Cabina di Regia sulle bonifiche di Taranto e Statte rischia la paralisi per l’uscita di scena del commissario Alfio Pini. Il suo mandato è scaduto a marzo mentre quello del soggetto attuatore Antonio Strambaci ad aprile. E ancora non si hanno novità sulla loro sostituzione. Le sembra normale?
«Dispiace perché Pini a livello di metodologia si era fatto apprezzare. Ogni tre mesi incontrava ed ascoltava tutte le associazioni. Lo posso testimoniare perché io ho partecipato a tutte le riunioni. Il fatto che non si sia provveduto alle nuove nomine è un elemento di ulteriore incertezza che comporta anche il rischio di un blocco sul fronte delle bonifiche. Spero che Pini venga sostituito con un altro tecnico e non con un politico. Si tratta di incarichi che non prevedono oneri aggiuntivi per lo Stato, ma il fatto di voler risparmiare a tutti i costi, anche per ruoli così delicati, va al di là di ogni logica».
Alessandra Congedo - Inchiostroverde

La scialuppa di Florido e Conserva

Inchiesta sull'Ilva giallo intercettazioni

Sembra vacillare uno dei due capi di imputazione formulati dalla Procura di Taranto contro l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, uno dei 52 imputati nell’udienza preliminare di «Ambiente svenduto», il maxi processo contro l’Ilva e i suoi presunti complici.
Florido, esponente di spicco del Partito Democratico e in passato segretario provinciale della Cisl, fu arrestato il 15 maggio del 2013 dai militari della Guardia di Finanza e si dimise dopo qualche ora, portando al commissariamento della Provincia. Nell’interrogatorio di garanzia, svoltosi al cospetto del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, firmatario dell’ordine di arresto, e nei successivi sei mesi di custodia cautelare (dieci giorni in carcere, gli altri ai domiciliari) Florido, tramite i suoi avvocato Carlo e Claudio Petrone, ha sempre respinto le accuse di aver fatto pressioni su due dirigenti della Provincia per adottare provvedimenti favorevoli all’Ilva.
In particolare, Florido risponde di una tentata concussione (ai danni del dirigente Luigi Romandini) e di una concussione consumata (ai danni del dirigente Ignazio Morrone), reati che avrebbe commesso in concorso con l’allora assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva, con l’allora segretario generale Luigi Specchia (il cui arresto è stato peraltro annullato seccamente prima dal tribunale del riesame e poi dalla Cassazione) e con l’allora potente responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà.
Ieri mattina i legali di Florido hanno depositato nella cancelleria del giudice per le udienze preliminari Vilma Gilli, chiamata da giovedì prossimo a vagliare la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Taranto, un dossier composto da documenti secondo loro comprovanti la regolarità degli atti adottati dalla Provincia nei confronti del siderurgico, gli interrogatori, compiuti nell’ambito di indagini difensive, dell’ex direttore generale dell’ente Domenico Mosca, dell’ex assessore provinciale all’ambiente Giampiero Mancarelli, che prese il posto di Conserva nel settembre 2012, e dell’ex dirigente del settore Ambiente Antonio Ruggieri, e soprattutto una consulenza tecnica di parte sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, firmata dai professionisti baresi Cataldo De Florio e Giuseppe Maringelli.
Nel mirino degli avvocati Petrone è finita in particolare la trascrizione di una conversazione ambientale tra Michele Conserva e Ignazio Morrone, avvenuta il 12 marzo del 2010. Nel capo di imputazione riguardante la concussione compiuta ai danni di Morrone, si legge che Florido, Conserva e Archinà avrebbero indotto il dirigente ad assumere un atteggiamento di generale favore nei confronti dell’Ilva e in particolare a sottoscrivere la determina di autorizzazione all’esercizio della discarica per rifiuti speciali in area «Mater Gratiae» pur non ricorrendone le condizioni di legge. A tale determinazione, gli inquirenti sono giunti in base alla trascrizione di quel colloquio durante il quale Morrone avrebbe detto «ripeto, non ho problemi a firmare», una frase che per la pubblica accusa rappresenta appunto la consumazione della concussione. Secondo la consulenza depositata ieri, però, Morrone non ha mai detto quella frase o meglio dice soltanto «però ripeto non ho problemi a». «È chiaro - scrivono i due periti - che non si ascolta alcuna altra parola, né tanto meno il verbo firmare. Infatti, nel brogliaccio non c’è il verbo firmare». Pesanti le conclusioni : «La trascrizione presente sul supporto informatico contenente l’intercettazione in oggetto sta a dimostrare che anche la polizia giudiziaria ha ascoltato la frase “ripeto non ho problemi a...” e quindi la parola “firmare” è stata aggiunta successivamente». I consulenti aggiungono, peraltro, che in tutta la conversazione in questione, Conserva e Morrone non pronunciano mai la parola discarica ma parlano unicamente di impianti termici.
Considerato che la consumazione del delitto di concussione nei confronti di Morrone si fonda proprio su quella frase, cioè sull’aver ascoltato il dirigente della Provincia dire di essersi deciso a firmare e dunque a soddisfare le richieste di Florido e Conserva per favorire l’Ilva, pare evidente che il caso sollevato formalmente ieri dagli avvocati Carlo e Claudio Petrone non potrà non avere tutti gli approfondimenti che merita. (GdM - Mazza)

Caso Ilva, ex assessore ricusa il giudice Gilli

Dopo l’istanza di rimessione firmata da 15 imputati sui 52 complessivi, dopo i dubbi sollevati dall’ex presidente della Provincia Gianni Florido sulla trascrizione delle intercettazioni, ecco un’altra tegola abbattersi sull’udienza preliminare del processo «Ambiente svenduto», in programa giovedì prossimo nella palestra del comando provinciale dei vigili del fuoco. Gli avvocati Michele Rossetti e Laura Palomba, difensori dell’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva, hanno presentato istanza di ricusazione del giudice per le udienze preliminari Vilma Gilli, chiamata a valutare la richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla Procura di Taranto per il disastro ambientale provocato dalle emissioni dell’Ilva. Conserva risponde, in concorso con l’ex presidente Florido, l’ex segretario generale della Provincia Luigi Specchia e l’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà, di tentata concussione e concussione consumata ai danni di due dirigenti dell’ente. Il giudice Gilli, però, nelle vesti di giudice per le indagini preliminari, il 26 novembre del 2012 dispose l’arresto di Conserva per associazione a delinquere finalizzata alla concussione per aver indotto vari titolari di aziende interessate ad ottenere autorizzazioni in materia ambientale dall’assessorato guidato dallo stesso Conserva, ad avvalersi della consulenza della ditta Promed come «tecnico istruttore» per l’espletamento delle pratiche con corrispettivi «esorbitanti o comunque eccessivi rispetto al lavoro svolto».
Un disegno criminoso nel quale per una volta, secondo l’accusa, anche Conserva avrebbe ottenuto una somma di denaro pari a mille euro. Poi Conserva fu nuovamente arrestato il 15 maggio del 2013, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Patrizia Todisco, nel filone principale dell’indagine «Ambiente svenduto » ma secondo gli avvocati Rossetti e Palomba è evidente che il giudice Gilli non può valutare la richiesta di rinvio a giudizio per Conserva, avendolo già giudicato per gli stessi fatti e con gli stessi atti. Nell’ordinanza di custodia cautelare, il gip Gilli scrisse che era Conserva «a dirigere nella sostanza l'assessorato Ecologia ed Ambiente della Provincia, surrogandosi al dirigente in quanto ben conscio di poter garantire il successo delle operazioni illecite solo attraverso l'esautorazione del soggetto deputato, per legge, a gestire l'attività amministrativa».
Se è vero che l’inchiesta relativa al caso Promed non è giunta ancora al capolinea (non sono stati approntati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari), bisognerà vedere come sarà possibile separare le due vicende. Sull’istanza di ricusazione, deciderà il presidente del tribunale di Taranto. (Mazza - GdM)

sabato 14 giugno 2014

ILVA TRA BANCHE E ALTIFORNI

SERVE UN PRESTITO PONTE PER EVITARE IL TRACOLLO. MA AD ARCELORMITTALE NON PIACE IL PIANO AMBIENTALE


Come abbiamo avuto modo di riportare all’indomani della nomina di Piero Gnudi nel ruolo di neo commissario dell’Ilva, la speranza del Governo è che un uomo amico dell’esecutivo (attuale consigliere economico del ministro dello Sviluppo economico Guidi ed in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia), del mondo industriale (è stato presidente dell’Enel, ha lavorato per Eni ed Enichem, ed è stato anche membro del direttivo di Confindustria) e bancario italiano (sino al novembre 2011 ha fatto parte del Cda di Unicredit, una delle tre banche attualmente più esposte nei confronti dell’Ilva Spa), possa riuscire nell’immediato lì dove Bondi ha fallito: convincere gli istituti di credito a concedere all’azienda un prestito ponte di 7-800 milioni di euro, per garantire l’ordinaria amministrazione nei prossimi 2-3 mesi.
Di più alle banche non si può chiedere, specie in assenza di una proprietà certa: concetto espresso dagli istituti di credito all’ex commissario Bondi che sperava di convincere quest’ultimi a finanziare il suo piano industriale, poi bocciato dal gruppo Riva e Federacciai.
Del resto, la situazione finanziaria dell’Ilva Spa è ad un passo dall’amministrazione straordinaria, eventualità che se da un lato favorirebbe nuovi possibili acquirenti, creerebbe non pochi problemi nella gestione degli oltre 16mila lavoratori diretti dell’azienda. Ecco perché, un eventuale prestito ponte, favorirebbe Gnudi nell’imbastire una trattativa con i gruppi interessati sia a mettere le mani sul siderurgico (AncelorMittal e Arvedi come abbiamo avuto modo di spiegare nei giorni scorsi) che a scongiurare una sua “drammatica” chiusura (Marcegaglia). Gnudi è stato infatti scelto anche per questo. A partire dal 1994 ha fatto parte del Cda dell’IRI, ricoprendovi (dal 1997 al 1999) l’incarico di sovrintendere alle privatizzazioni e (dal 1999 al 2000) la carica di presidente ed amministratore delegato; sempre presso l’IRI ha svolto (dal 2000 al 2002) le funzioni di presidente del comitato dei liquidatori. Nel ‘95 è stato consulente economico del ministro dell’industria del Governo Dini che curò la privatizzazione dell’Ilva. Gnudi ha dunque recitato un ruolo importante nella privatizzazione dell’ex Italsider che il gruppo Riva acquistò nel 1995 e conosce molto bene l’argomento. Ed oggi, a 19 anni di distanza, potrebbe “rivendere” l’ex azienda di Stato ad un altro gruppo di privati: nel più classico dei corsi e ricorsi storici.
Ciò detto, tutti sanno, in primis lo stesso Gnudi, che gli eventuali compratori studieranno un nuovo piano industriale che difficilmente terrà conto del piano ambientale approvato dal Consiglio dei ministri il mese scorso: per legge infatti, è il piano industriale a doversi modulare su quello ambientale e non il contrario. Quest’ultimo però, redatto da tre esperti del ministero dell’Ambiente lo scorso autunno, ha recepito le prescrizioni dell’AIA riesaminata dalla commissione IPPC sotto il dicastero Clini nell’ottobre 2012. Evento che seguì al sequestro degli impianti dell’area a caldo da parte della Procura di Taranto nel luglio dello stesso anno. Non solo: perché il commissariamento dell’Ilva si rese necessario proprio a causa della mancata applicazione dell’AIA e non, o almeno non soltanto, a causa delle dimissioni dell’intero Cda della società Ilva, dell’ex ad Bondi e dell’ex direttore Ferrante dopo il sequestro per equivalente promosso dalla Procura a fine maggio 2013 (poi annullato dalla Cassazione nello scorso dicembre) come ancora oggi in molti sostengono per fare un po’ di sana disinformazione che dalle nostre parti non guasta mai.
Dunque è chiaro che i nuovi eventuali proprietari dell’Ilva, non avranno intenzione alcuna di accollarsi tutti gli interventi previsti dal piano ambientale (visto che quei lavori sarebbero dovuti essere effettuati nel corso degli ultimi decenni). Ed infatti, da ambienti finanziari trapela la notizia secondo cui proprio il piano ambientale sarebbe il nodo attorno al quale ruoterebbe l’eventuale entrata in Ilva del gruppo indiano ArcelorMittal.
Gli indiani, che come abbiamo più volte ribadito verrebbero a Taranto per evitare che altri colossi dell’acciaio si accaparrino il più grande siderurgico d’Europa e nello stesso tempo per togliere dal mercato europeo un concorrente e controllare il mercato italiano, non guarderebbero di buon occhio alla prevista e programmata fermata dell’AFO 5 (il più grande altoforno d’Europa che da solo garantisce il 40-45% della produzione del siderurgico tarantino). Secondo il piano ambientale la fermata dell’AFO 5 dovrà avvenire entro 6 mesi (dunque al massimo entro novembre prossimo): gli esperti avevano inizialmente programmato un calendario che prevedeva la fermata entro l’1 settembre 2014, la condensazione dei vapori loppa entro il 31 luglio 2015, la depolverazione campo di colata entro la stessa data (come previsto dalla prescrizione n. 16 dell’AIA).
Ora, invece, il riavvio dell’impianto dovrà essere autorizzato soltanto una volta ultimati i lavori e la verifica della loro efficacia. Questo perché AFO 5 ha bisogno di lavori strutturali di un certo rilievo: a valle dell’altoforno infatti dovranno essere sostituite anche due macchine di colata continua giunte ormai a fine vita, con un intervento manutentivo della durata prevista di almeno 7 mesi. In pratica anche con uno stop inferiore a questo lasso temporale non si avrebbe la possibilità di trasformare tutta la ghisa spillata, con un output finale comunque inferiore al normale regime produttivo. Del resto AFO 5 è quello che più interessa rispetto agli altri quattro. AFO 3 è stato infatti avviato alla dismissione. AFO 1 è fermo e secondo l’ispezione di ISPRA ed ARPA dello scorso marzo sono stati avviati “i lavori di fondazione, con l’azienda che ha comunicato che l’impianto non verrà riattivato fino a quando non saranno ultimati gli interventi di adeguamento”. Altri 4 mesi di tempo servono invece per completare i lavori sull’AFO 2, fermato l’estate scorsa per “crisi di mercato” e poi riavviato dall’Ilva all’inizio del novembre scorso, senza però aver ultimato tutti i lavori previsti. Soltanto su AFO 4, secondo quanto riportato da ISRPA ed ARPA, sono stati completati i lavori. In pratica, parliamo di un siderurgico più che “monco”. Per non parlare degli investimenti necessari alla sola manutenzione dello stabilimento, quasi del tutto abbandonata nel tempo, per cui già lo stesso Bondi aveva previsto investimenti per oltre un miliardo.
Sarà anche per questo che il sub commissario Edo Ronchi, sentendo puzza di bruciato, ha deciso di uscire di scena. Lo stesso ha annunciato una conferenza stampa per giovedì prossimo, nella quale dirà le sue verità. Sia come sia, la situazione è ad un passo dal baratro. E probabilmente nemmeno il “buon” Gnudi, l’amico di tutti, potrà evitare il tracollo del più grande siderurgico d’Europa.

(Gianmario Leone Quotidiano TarantoOggi 14 06 2014)

venerdì 13 giugno 2014

Dentro la pancia della balena

AIA ILVA, NON è CAMBIATO NULLA

PUBBLICATO SUL SITO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE, L’ESITO DELL’ISPEZIONE DI ISPRA ED ARPA DELLO SCORSO MARZO

Pur portando la data di pubblicazione dello scorso 19 maggio, è stata caricata soltanto ieri sul sito del ministero dell’Ambiente, nell’area dedicata all’Ilva di Taranto, la relazione sull’esito dell’ispezione effettuata dai tecnici dell’ISPRA e di ARPA Puglia l’11 e il 12 marzo nel siderurgico. Quella dello scorso marzo è la prima ispezione del 2014, la quinta totale, ed è finalizzata alla verifica dello stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal decreto di riesame dell’AIA del 26/10/2012. Su queste colonne abbiamo sempre riportato gli esiti delle ispezioni e i contenuti dei vari verbali e delle diffide prodotte nei confronti dell’Ilva, puntualmente cadute nel vuoto. Tra l’altro, dopo l’approvazione del piano ambientale da parte del Consiglio dei ministri (avvenuta mesi dopo la proposta di Piano ambientale redatta dai tre esperti nominati dall’ex ministro dell’Ambiente Andrea Orlando nel giugno 2013), l’AIA del 2012 è stata quasi del tutto stravolta nella tempistica entro cui realizzare i lavori. Basti pensare che la maggior parte delle prescrizioni dovranno essere eseguite tra l’autunno 2015 e agosto 2016.
Ciò nonostante, i report di ISPRA ed ARPA Puglia ci consentono di conoscere cosa sia stato effettivamente realizzato sui vari impianti e nei reparti interessati dalle prescrizioni AIA. Praticamente nulla. Anche perché, secondo il decreto 136 dello scorso 3 dicembre convertito in legge lo scorso 6 febbraio, al punto “F” dell’art. 12, è previsto che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha ‘chiarito’ che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno l’80% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta è “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sulla loro effettiva conclusione. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto. Pura fantascienza.
Il bello è che “avviare l’80% degli interventi” vuol dire tutto e niente allo stesso tempo. Del resto, la stragrande maggioranza delle leggi italiane sono state appunto scritte per essere interpretate a seconda delle esigenze e dei soggetti implicati, e non per essere realmente applicate. Per dimostrare l’avvio di un intervento infatti, basta aver effettuato un semplice studio o richiesta di poter costruire o, ancora meglio, aver prodotto ordini di acquisto. Che poi le risorse finanziarie per pagare le imprese al momento non ci siano, è un’eventualità che al momento non interessa a nessuno.
Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso marzo. Che ha evidenziato per la quinta volta di fila l’inadempienza delle prescrizioni più importanti. Ad esempio, per quanto concerne la copertura dei parchi primari, siamo ancora alla semplice trasmissione dei documenti. Nel verbale infatti si legge che “è stata convocata dal ministero dell’Ambiente la prima sessione della Conferenza dei Servizi il 10/03/14, richiedendo integrazioni documentali ai progetti trasmessi da Ilva”. Per la prescrizione n.4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), è stato avviato il cantiere del parco calcare e sono stati rilasciati dal Comune di Taranto i permessi a costruire per i parchi OMO, AGL Nord e Sud. Inoltre, durante l’ispezione di marzo l’azienda aveva dichiarato di voler avviare, entro aprile, i cantieri per la realizzazione delle coperture parchi OMO e AGI Sud.
Per la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato in totale 11 benne ecologiche oltre a quella già operativa presso il IV Sporgente; ma per ISPRA ed ARPA rimane non soddisfatta la richiesta delle precedenti diffide, ovvero il mancato ricevimento del progetto esecutivo corredato dal relativo cronoprogramma degli interventi (che viene lamentata per diverse prescrizioni). Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa di tutti i nastri trasportatori): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 33% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Per la prescrizione n. 12, l’installazione dei famosi ‘Fog Cannon’, “sono in corso approfondimenti sulle modalità di gestione delle macchine nebulizzatrici al fine avere evidenza delle registrazioni di funzionamento e della quantità d’acqua irrorata”. Per la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio), l’Ilva ha segnalato che “è in corso l'attività di verifica analitica dei campionamenti del fondo scavo, relativi alla realizzazione del nuovo camino e filtro del sistema di depolverazione; nel frattempo si sta procedendo al riesame del creino programma per ridurre i tempi di attuazione”.
Per la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke”), “perdura il superamento del valore di 25 g/t coke coke nell’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento”; in base alle registrazioni fornite dalla stessa Ilva e relative al periodo ottobre-novembre 2013, “sono state riscontrate emissioni di panicolato, in alcuni casi superiori a 25 g/t coke, per la torre di spegnimento n.4, asservita alle batterie 7-8, sia per la torre n.7, asservita alle batterie 11-12, attualmente in funzione”. Inoltre relativamente alla presentazione del progetto esecutivo per il raggiungimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3 “non risultano aggiornamenti”.
E veniamo alla prescrizione n. 70 punto “B”, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping”. L’Ilva il 31 marzo ha aggiornato le procedure operative tipo ‘RAMS’, trasmesse originariamente con nota a seguito dell’implementazione del nuovo sistema software ‘ISDS’ adottato. “Ad integrazione dei rapporti inoltrati dall’azienda relativi alte cause tecniche che hanno provocato eventi emissivi straordinari in ACC/1 e ACC12 dal 01/09/13 al 11/11/13, corredati dalle azioni di miglioramento per prevenire il ripetersi di tali eventi, il gestore ha anche trasmesso l’aggiornamento degli eventi anomali in acciaieria 1 e 2 dal 12/11/13 al 28/02/14 con l’andamento progressivo di ciascuna tipologia di evento e per il totale degli eventi, corredati dalla identificazione tra slopping lieve e grave e altri eventi di emissione anomali di acciaieria. Sono in corso ulteriori approfondimenti per le emissioni anomale segnalate nel mese di aprile”.
Infine, la prescrizione n. 85, che prevedeva entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, l’installazione di “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Nel verbale si legge che in relazione al funzionamento delle centratine di monitoraggio di qualità dell’aria interne allo stabilimento, in particolar modo all’esercizio della centralina di monitoraggio della qualità dell’aria ambiente nell’area cokeria, “Ilva ha comunicato l’interruzione della bagnatura della strada attigua alla medesima centralina ed ARPA ha verificato tale circostanza in occasione dei sopralluoghi per la validazione dei dati monitorati dalle citate centratine ambientali”. Avremo finalmente dei dati “oggettivi”? Chissà. Nel frattempo, dentro al siderurgico, quasi nulla è cambiato.
Gianmario Leone Quotidiano TarantoOggi 13 06 2014


Per vedere la documentazione relativa all'AIA Ilva pubblicata sul sito del Ministero dell'Ambiente clicca qui http://aia.minambiente.it/Ilva.aspx

giovedì 12 giugno 2014

Dacci oggi (ancora) la nostra ennesima letterina di Stefano

Il sindaco Taranto a Delrio su Ilva: Gnudi non faccia gli errori di Bondi

Rispetto dell'Autorizzazione integrata ambientale, dei posti di lavoro e della città a partire dal confronto con le istituzioni locali. Sono le tre priorità che il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, ha sottoposto, a proposito dell'Ilva, al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, nell'incontro di oggi pomeriggio a Palazzo Chigi. Con Stefàno, anche il vice presidente nazionale dell'Anci, Michele Emiliano, già sindaco di Bari, e il vicepresidente della commissione Finanze della Camera, Michele Pelillo, del Pd, parlamentare di Taranto.
"Al sottosegretario Delrio - spiega Stefàno - ho evidenziato come l'ex commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, non abbia affatto dialogato con le istituzioni locali sull'attuazione dell'Aia. Nessuna informazione diretta su quella che per noi è una priorità. Bisogna allora recuperare subito il confronto e vedere come l'Aia viene applicata, se ci sono dei ritardi, quali e da cosa dipendono, in modo da rimuoverli. Per esempio, per la parte che ci compete direttamente, il Comune di Taranto sta continuando a sostenere tutti gli oneri relativi alla pulizia straordinaria delle scuole del rione Tamburi, le più esposte all'inquinamento dell'Ilva, senza che l'azienda ci abbia rimborsato nulla. E i patti non erano questi. Ho quindi chiesto a Delrio che il nuovo commissario Gnudi si confronti col Comune di Taranto e che, in caso di necessità, nella discussione siano coinvolti anche i ministeri interessati".
"Delrio - spiega Pelillo - si è detto fiducioso circa la possibilità di risolvere la questione Ilva. Ha convenuto con noi che oggi l'emergenza dell'azienda si chiama crisi di liquidità e ci ha detto che il nuovo commissario è già all'opera ed ha il profilo giusto per avere riscontri positivi dalle banche. Ci sarebbe già qualche primo segnale dopo che i rapporti tra Bondi e gli istituti di credito si erano praticamente chiusi. Se si allenta la crisi di liquidità, è evidente che c'è una prima schiarita perché respirano i lavoratori, che vedono garantiti i loro stipendi, e respirano anche le imprese dell'indotto e appalto che si vedono pagate per il lavoro compiuto. Delrio ci ha confermato che l'Aia dell'Ilva è allo stesso tempo baluardo e priorità, mentre sul piano dei rapporti con Taranto ha detto che consiglierà a Gnudi di muoversi diversamente rispetto a Bondi, ovvero confronto e apertura al territorio".
"Sono fiducioso dopo l'incontro odierno - aggiunge il sindaco di Taranto -. La partita Ilva è partita nazionale, lo confermano anche le diverse leggi varate dal Parlamento, e quindi la città non può assolutamente essere lasciata sola. L'ho anche segnalato al presidente dell'Anci, Piero Fassino". Sulla parte industriale, invece, Pelillo riferisce che Delrio ha annunciato che in questa fase si stanno approfondendo le manifestazioni di interesse avanzate verso l'Ilva da varie realtà e fra queste il gruppo franco-indiano di Arcelor Mittal e le imprese italiane Marcegaglia e Arvedi. (Sole24h)

martedì 10 giugno 2014

12 giugno: un giorno sempre ricco di memoria

Giovedì 12 giugno il “Comitato 12 Giugno” dei familiari delle vittime sul lavoro di Taranto e provincia terrà la Giornata della Memoria e dell’Impegno nel ricordo delle vittime sui luoghi di lavoro. L’iniziativa ha ha il patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati e sostenuta dall’Università di Bari, Libera (Associazioni nomi e numeri contro le mafie), sindacati, Chiesa cattolica, Marina Militare.

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA
 
8.30

La giornata inizierà con la deposizione della corona, come consuetudine, in piazza dei Caduti del Lavoro (ex piazza Masaccio, Tamburi-Taranto)

10.30

Celebrazione della Santa Messa ufficiata personalmente dall’Arcivescovo
sua ecc.mo Filippo Santoro nella chiesa del cimitero di San Brunone di Taranto. Parteciperanno rappresentanti dei familiari delle vittime sul lavoro, delle Istituzioni, della Marina Militare, dell’associazionismo e volontariato.

11.30
Corteo dalla chiesa alla stele situata nel cimitero con la deposizione e la benedizione della corona rappresentante i caduti di tutte le categorie del
lavoro, la lettura di messaggi e delle preghiere dei corpi militari, il suono della tromba del silenzio e lancio di palloncini tricolori.

12.00
Tutte le chiese dell’Arcidiocesi faranno rintocchi le loro campane, le navi in rada suoneranno le loro sirene come  l’Arsenale militare.

13.30

Pranzo sociale in compagnia di coloro che non hanno da mangiare presso il Circolo sottufficiali MM, discesa “Leonardo da Vinci” a Taranto. Si ringrazia il comando in capo della Marina per la gentile concessione.

16.00

Convegno “Per un processo giusto e rapido” nella facoltà di
Giurisprudenza (città Vecchia) nell’aula Magna.

Proiezione di un filmato di don Luigi Ciotti. Intervento lo scorso anno effettuato presso la stessa Università.

Interverranno:
Amedeo Zaccaria padre di Francesco deceduto in Ilva nel 2012.
Paola D’Andria presidente AIL.
Avv. Marina Venezia (Cittadinanza Attiva)
Avv. Massimiliano Del Vecchio (problematiche delle cause del lavoro)
Pierpaolo Argento (presidente C.T.P.)

Relatori:
Giuseppe De Marzo Responsabile “Miseria Ladra” di Libera e Gruppo Abele
Dott. Giuseppe Gigante direttore Inail Taranto
Giudice Pompeo Carriero (presidente ANM sezione Taranto)

Conclude: On. Antonio Boccuzzi ex operaio della ThissenKrupp. Componente XI Commissione Lavoro Camera dei Deputati.
Modera: Dott. Antonio Felice Uricchio (Rettore dell’Università degli studi di Bari)

Boifiche? "Cavoli vostri, io me ne vado!" Parola di Pini, anzi, di Renzi

Bonifiche Taranto, il pasticcio della cabina di regia e le “dimissioni” di Pini

La questione è seria e andrà risolta nel più breve tempo possibile. La Cabina di regia istituita dal Protocollo d’intesa “per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto” firmato a Roma il 26 luglio 2012, è infatti rimasta senza guida. Nell’ultima riunione svoltasi a Bari presso la Direzione Ambiente e Lavori Pubblici della Regione Puglia, e non come consuetudine nella sede del Comando dei Vigili del Fuoco di Taranto, si sono registrate le dimissioni di Alfio Pini dal ruolo di commissario straordinario e quelle di Antonio Strambaci da soggetto attuatore per l’attuazione degli interventi di bonifica. Secondo quanto dichiarato dall’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro, le dimissioni del commissario Pini sarebbero dovute al sopraggiungere “del suo pensionamento”.
Al che, ci siamo subito posto la seguente domanda: ma com’è possibile che lo Stato nomini nel ruolo di commissario per l’attuazione di un Protocollo che prevede interventi così importanti, la cui durata di applicazione è prevista nel periodo di cinque anni (rinnovabili nel caso in cui gli interventi previsti non siano stati ultimati), un uomo prossimo alla pensione? Qualcosa non torna. Ed infatti, come al solito, le cose stanno in tutt’altra maniera. La risposta, come sempre, è nei documenti ufficiali. Esattamente nel decreto legge del 7 agosto 2012 n. 129, “Disposizioni urgenti per il risanamento ambientale e la riqualificazione del territorio della città di Taranto”, poi convertito dalla legge del 4 ottobre 2012 n. 171 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale 6/10/2012, n. 234), che recepiva il Protocollo sottoscritto a luglio. L’art. 1 prevede infatti che “è nominato, senza diritto ad alcun compenso e senza altri oneri per la finanza pubblica, un Commissario straordinario resta in carica per la durata di un anno, prorogabile con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”.
Dunque, al di là del fatto che proprio lo scorso 29 maggio il Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco abbia compiuto i 65 anni d’età (evento che lo ha portato alla pensione), l’incarico di commissario per le bonifiche dell’area SIN di Taranto e Statte gli andava semplicemente rinnovato dal Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Ambiente. La nomina di Alfio Pini avvenne nell’ambito della seduta della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’11 gennaio 2013, con decreto non sottoposto a delibera del Consiglio e registrato presso la Corte dei Conti il 13 marzo 2013 (Reg. n. 2 Fog. n. 2). Poi, lo stesso commissario, con successivo decreto (Prot. 0000002) del 24 aprile 2013, nominò quale soggetto attuatore Antonio Strambaci. Dunque, l’incarico di un anno è ampiamente stato superato. Domanda: possibile che nessuno dei soggetti facente parte la Cabina di Regia sapesse che il ruolo di Pini come commissario e quello del soggetto attuatore da quest’ultimo nominato, scadesse dopo un anno e andasse rinnovato? Possibile che nessuno al ministero dell’Ambiente abbia il compito di ricordare al ministro in carica un appuntamento del genere, visto che delle vicende di Taranto se ne parla quasi ogni settimana da almeno due anni? Mistero.
Fatto sta che al momento resta tutto bloccato. Lo stop alla Cabina di Regia “congela” infatti l’uso dei 60 milioni di euro stanziati dalla Regione Puglia per gli interventi previsti per le cinque scuole del quartiere Tamburi, per il cimitero di San Brunone, per le attività in corso sulla falda profonda e per le progettazioni avviate nel territorio del comune di Statte. Per non parlare del fatto che proprio in questi giorni, la Cabina di Regia si deve esprimere studio realizzato da ARPA Puglia, in collaborazione con CNR, Politecnico di Bari e Conisma, sullo stato reale in cui versa il bacino del I seno del Mar Piccolo. Lo studio è diviso in due parti: la prima riguarda la “Predisposizione del modello di circolazione e risospensione dei sedimenti”, mentre la seconda riguarda “l’individuazione delle fonti ancora attive e le dimensioni del loro inquinamento”. Lo studio fornirà un modello concettuale sito-specifico del sito e una stima del “rischio” ambientale associata alle varie opzioni di intervento ed indicherà le superfici del Mar Piccolo (in ettari) oggetto del/degli interventi di bonifica e/o MISE (messa in sicurezza d’emergenza), per i quali l’accordo del 2012 ha previsto una spesa totale 21.000.000 di euro (Delibera CIPE del 3 agosto 2012 n. 87). Tutto ciò detto, è sin troppo chiaro che più di qualcosa non ha funzionato e non è andata nel verso giusto. Nella speranza che chi di competenza, possa rimediare quanto prima all’ennesima commedia sull’ambiente di Taranto.  G. Leone (TarantoOggi, 09.06.2014)

lunedì 9 giugno 2014

Gnudità in salsa superfinanziaria

OGGI S’INSEDIA GNUDI. UN’ANALISI DELLA JP MORGAN RILEVA GLI INTERESSI IN BALLO SUL MERCATO EUROPEO DELL’ACCIAIO


Piero Gnudi si insedierà quest’oggi nel ruolo di commissario dell’Ilva. Il primo contatto con il mondo del siderurgico tarantino, avverrà però a Milano, dove si trovano la sede legale e l’ufficio acquisti della società. Nei prossimi giorni Gnudi incontrerà anche il sub commissario Edo Ronchi, che ha già minacciato le dimissioni ed il cui mandato scade domenica. E’ stato invece messo in agenda, probabilmente per la prossima settimana, la prima venuta a Taranto di Gnudi, che incontrerà le autorità locali e quasi certamente i sindacati metalmeccanici.
Intanto, grazie alla sempre preziosa ed impareggiabile collaborazione con il sito inchiostroverde.it, siamo entrati in possesso di un documento riservato ed al tempo stesso molto interessante, sui futuri scenari del siderurgico tarantino.
Si tratta di un’analisi pubblicata lo scorso 2 giugno dalla “JP Morgan Chase & Co.”, società finanziaria con sede a New York leader nei servizi finanziari globali, che serve più di 90 milioni di clienti. Una società dal curriculum non proprio immacolato, visto che nel 2012 la procura di New York denunciò per frode la scoietà “Bear Sterns e Emc Mortgage”, del gruppo JP Morgan, per la truffa dei mutui subprime, per la quale la società americana ha patteggiato un risarcimento di 13 miliardi di dollari. Le perdite della ‘Bear Sterns’ ammontano a 22,5 miliardi di dollari ed hanno provocato la disoccupazione di 7 milioni di persone negli Stati Uniti d’America e la crisi che da un anno imperversa in tutti i paesi d’Europa. Inoltre, la JP Morgan pagherà un risarcimento al governo statunitense e agli investitori, per aver manipolato il mercato energetico in California e nel Midwest fra il 2010 e il 2011, spacciando centrali elettriche in perdita per incredibili fonti di profitto.
Ora, al di là dei guai giudiziari della società, il documento sull’Ilva ha comunque una sua valenza. E l’incipit è sicuramente interessante, visto che si prende in considerazione l’ipotesi che l’Ilva Spa si avvii ad una sorta di ‘amministrazione straordinaria’, che consentirebbe sia la ristrutturazione della acciaieria che un cambiamento di gestione. Ricordiamo che tale ipotesi dovrebbe passare attraverso la “legge Marzano” del 2004, che prevede però come ogni società che voglia usufruire di tale possibilità, debba dichiarare lo stato di insolvenza finanziaria. Secondo l’analisi della JP Morgan, l’eventuale amministrazione straordinaria sarebbe, da parte del governo italiano, una mossa diretta soprattutto al soggetto controllante, la Riva FIRE. Questo perché anche la società americana esclude di fatto l’ipotesi che il gruppo Riva effettui in solitaria l’aumento di capitale ed investa le risorse necessarie anche per i lavori di risanamento.
A fronte di una sorta di “passo indietro” dei Riva, lo scenario che si aprirebbe sarebbe appunto quella di un’amministrazione controllata della società che comporterebbe una scissione tra la corrente debiti (che finirebbe in una sorta di bad company) e le attività di produzione (una sorta di new.co): tale situazione per la JP Morgan aprirebbe le porte “a nuovi investitori”.
Che come risaputo riguarderebbe tre gruppi: ArcelorMittal, Marcegaglia e Arvedi. Per la JP Morgan la logica commerciale “comporterebbe un grado significativo di sinergie tra ArcelorMittal e Marcegaglia, con Arvedi che mira ad un coinvolgimento che non può essere “isolato” dal potenziale partenariato Mittal-Marcegaglia”.
Guardando ai numeri, ovvero alle tonnellate di acciaio prodotte dall’Ilva, la JP Morgan ricorda come la società possieda anche “una moderna acciaieria zincatura a Novi Ligure, che viene utilizzato per l’industria automobilistica”, fattore che come abbiamo riportato nei giorni scorsi non è assolutamente secondario. La società americana ricorda come Marcegaglia acquisti ogni anno “2.7 Mt di acciaio piatto, di cui 1.5 Mt da Ilva nel corso del 2012 e 1 Mt nel 2013”. Una partnership con Mittal in una potenziale operazione Ilva, consentirebbe al gruppo Marcegaglia di acquistare un ulteriore milione di tonnellate dalla stessa Ilva, “liberando una parte di quello attualmente acquistato dall’acciaieria Mittal di Brema, che potrebbe essere venduto da Mittal nel mercato Nord Europeo”. In pratica, Marcegaglia acquisterebbe tutto dall’Ilva Spa, lasciando ad altri acquirenti ciò che oggi acquista dalla Mittal di Brema. Inoltre, una partnership tra Mittal e Marcegaglia potrebbe anche tradursi in una probabile ottimizzazione delle attività di laminazione a valle, producendo “un acciaio significativamente migliore nella distribuzione ai clienti finali, che è qualcosa per cui Ilva oggi è in ritardo rispetto ad altri competitor”. Ma l’acquisizione di una quota predominante nella società Ilva Spa, per la JP Morgan sarebbe una grande opportunità soprattutto per il gruppo indiano.
Sia per una migliore gestione delle materie prime (visto che venderebbe all’Ilva quelle dei suoi fornitori facendo un favore ad altre multinazionali), sia perché una partnership con Marcegaglia produrrebbe un’ottimizzazione degli asset sul mercato tedesco-italiano, visto secondo la JP Morgan il gruppo indiano guadagnerebbe posizioni in Ucraina e sul mercato europeo, sia perché consentirebbe alla Mittal di gestire al meglio le quote di mercato (per le leggi della concorrenza dell’Ue infatti, un’azienda non può occupare più del 40% del mercato), senza dover essere costretta a fermare i suoi impianti presenti in Francia, Belgio, Germania e Spagna. Infine, la sicura diminuzione della produzione dell’Ilva, andrebbe a ridurre la sovra capacità produttiva dell’acciaio registrata negli ultimi anni in Europa: “Nel nostro visualizzare un consolidamento dell’industria siderurgica europea meridionale (Mittal-Marcegaglia) avrebbe un impatto significativo e benefico per tutto il settore europeo dell’acciaio, sia in termini di prezzi e riduzione della produzione volatilità durante il ciclo di rifornimento-smaltimento”, conclude la sua analisi la JP Morgan.
Insomma, un affare che converrebbe a tutti. Tranne che a Taranto e ai tarantini. Che ancora una volta non hanno capito quanto sono grossi gli interessi in ballo. E che continuano a lasciar decidere agli altri del loro destino.
Gianmario Leone - g.leone@tarantooggi.it - TarantOggi

Renzi fedele alla linea (e che vi aspettavate?)

Ilva, patto al ribasso sul dopo Bondi il governo sceglie la linea Federacciai

La partita per il salvataggio dell’Ilva arriva ai supplementari e riparte da zero. Il Governo ha dato il benservito al Commissario Enrico Bondi. Reo di aver presentato un piano industriale che non piaceva ai Riva e ai vertici della siderurgia tricolore. E il cerino di Taranto è passato dalle mani del manager aretino a quelle di Piero Gnudi, ex presidente dell’Enel e uomo di fiducia del ministro allo sviluppo economico Federica Guidi (è stato presidente del collegio sindacale di Ducati Energia, l’azienda di famiglia).
Il suo compito è titanico: la società è «sull’orlo dell’insolvenza», come dice tranchant il numero uno di Federacciai Antonio Gozzi. I pagamenti ai fornitori sono in ritardo da mesi e tra gennaio e aprile le perdite sono state vicine ai 130 milioni di euro. I l tempo a disposizione è pochissimo. E l’agenda di Gnudi è in salita: c’è da disegnare un nuovo piano di salvataggio, cercare i soldi (tra i 3 e i 4 miliardi) e i soci per finanziarlo e valutare se sarà necessario passare dall’amministrazione straordinaria alla Legge Marzano, con buona pace delle banche creditrici e della famiglia Riva.
Alla finestra restano il governo – preoccupato per i 18mila posti di lavoro (12mila diretti e 6mila indiretti) a rischio e per le bonifiche del sito produttivo – e i potenziali investitori interessati a scendere in campo. Il colosso franco-indiano Arcelor Mittal, in primis, a fianco – a tutela di un briciolo di italianità– dei gruppi Arvedi e Marcegaglia nel ruolo delle comparse visto che entrambe le aziende sono a corto di quattrini e in discussione con le banche per ristrutturare i loro debiti.


Lo sbarco in Puglia di Gnudi chiude il lungo braccio di ferro combattuto nei mesi scorsi tra Enrico Bondi (appoggiato da buona parte dei sindacati) e l’estabilishment dell’acciaio tricolore, Riva in primis. Una partita dove un ruolo decisivo, alla fine, l’ha avuto l’arbitro, leggi il Governo Renzi. Bondi, come tradizione, non rilascia dichiarazioni. Il suo lavoro e il suo piano industriale, dicono i collaboratori, parla per lui. «L’azienda aveva chiuso il 2012, anno gestito dai Riva, con una perdita di 1,3 miliardi», scrive la relazione presentata dal manager toscano al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Del Rio nei giorni scorsi. Per il 2014, dopo un 2013 non significativo per le partite straordinarie, la stima è «una perdita di 540 milioni grazie al miglioramento dell’utile operativo che si registra ogni mese da inizio anno». Il 98% degli interventi previsti dall’Aia – continua la relazione – è stato avviato e Bondi, forte di questi risultati ha messo a punto un piano industriale da 4,2 miliardi – 2,4 per le bonifiche, il resto per il rilancio industriale – centrato sull’utilizzo della tecnologia del preridotto di ferro (un trattamento che abbatte drasticamente le emissioni) al posto dell’agglomerato di minerali e delle cokerie.

La prima doccia fredda per il Commissario è arrivata dalle banche creditrici. Cui il manager toscano ha chiesto a fine anno un prestito ponte per garantire l’operatività. Gli incontri (il primo è stato l’8 gennaio) non hanno portato a nulla. Gli istituti – molti già tartassati dalle cause di Bondi nell’era Parmalat – hanno fatto capire che non avrebbero aperto i cordoni della Borsa senza un impegno di soci vecchi o nuovi. Fino a che il Banco Popolare, pochi giorni fa, ha inviato una lettera chiedendo il rientro di 25 milioni. Alla freddezza delle banche (e del nuovo esecutivo) si sono aggiunti negli ultimi giorni gli affondi dei Riva. Che dopo un primo prudente via libera al piano («merita un approfondimento »), hanno sparato a palle incatenate: «Sa quando ho sentito per la prima volta parlare del preridotto? Nel 1973. Se in 40 anni ha avuto poca diffusione ci sarà una ragione », ha detto in un’intervista a “Il Sole 24 Ore” Claudio Riva. A dargli man forte è sceso in campo Gozzi. «Il preridotto non sta in piedi economicamente - liquida la questione il numero uno di Federacciai – La gestione commissariale ha fatto perdere tempo sul salvataggio dell’azienda, bruciando 1,5 miliardi di circolante. Il piano è frutto di direttive ambientali figlie dell’Aia difficili da attuare. Un errore del Governo Letta. Il nuovo esecutivo è più pragmatico».

Il governo, in effetti, sembra aver dato ragione alle loro tesi. Ha ringraziato Bondi per il lavoro svolto. Ha lasciato scadere il suo piano al termine di «una partita opaca» dove i concorrenti dell’Ilva «hanno giocato contro di lui senza mettere i soldi» per salvare Taranto, ha detto Massimo Mucchetti, presidente della Commissione industria del Senato. E venerdì scorso ha affidato l’Ilva a Piero Gnudi, il “Cuccia di Bologna”, amico da sempre di Guidalberto Guidi, padre del ministro Federica con cui è stato commissario della Fochi. Incaricato, pare evidente, di prestare un orecchio più attento di quello di Bondi alle richieste di Federacciai («il governo deve fare più industria e meno Confindustria », ha attaccato Mucchetti), abbandonando la linea intransigente su ambiente e occupazione del suo predecessore. Il suo è in ogni caso un compito da far tremare i polsi. E ad alto rischio. Il tempo è a poco – visto che già sarà un miracolo mettere assieme gli stipendi di giugno – e servono tanti soldi (se non i 4,2 di Bondi «almeno 2,5-3 miliardi», ammette Gozzi). Chi ha a disposizione queste cifre? Nel nostro paese – pure la seconda potenza europea dell’acciaio – nessuno. Serve dunque un pivot straniero. Arcelor Mittal ha già incontrato i vertici del ministero, disposta a valutare il dossier di Taranto assieme ad Arvedi e Marcegaglia. I coreani di Posco hanno timidamente bussato a Roma e si parla anche di qualche interesse dall’Ucraina. Trovati i soldi, una missione già di suo non facile, sarà necessario trovare un piano che garantisca bonifiche e occupazione. Operazione forse ancor più complessa. «La mia presenza è legata al piano ambientale » ha fatto sapere il vicecommissario Edo Ronchi. Qualcuno teme operazioni “spezzatino” o un calo della guardia della prevenzione sulla questione della salute. «Si profila il rischio di uno spezzatino con l'Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate tagliando l'occupazione », è l’allarme di Mucchetti. Gozzi, il vero king maker dietro il ribaltone a Taranto, smentisce: «Io quest’ipotesi non l’ho mai sentita e Taranto sopravvive solo con una produzione di 8-9milioni di tonnellate l’anno come oggi», prova a rassicurare tutti il numero uno di Federacciai, aggiungendo però un po’ sibillino che «il problema è la razionalizzazione del comparto italiano dei prodotti piani e dei rivestiti».

Il Governo in questa partita ha avuto e avrà un ruolo che non è certo solo quello del convitato di pietra. E l’impressione è che il siluramento del piano Bondi sia l’anticamera di un nuovo progetto messo a punto da Gnudi più vicino ai desiderata dei privati che potrebbero comprare l’azienda. Quali sono? A spiegarli è Gozzi: Il nuovo piano industriale, sostiene, «dovrà essere fatto rispettando le normative ambientali europee – sostiene per esempio Gozzi – E le cokerie ci sono in tutto il continente». Appello chiaro ad abbassare l’asticella dell’Aia: «Serve una riflessione su Aia e ambientalizzazione». Il rischio, sostiene il combattivo numero uno di c, è che «nessuno investa qui a condizioni troppo restrittive». In prossimi giorni diranno quanto Gnudi e Renzi sono disposti a concedere su questi fronti, dove come al solito a Taranto le esigenze occupazionali e di continuità aziendale rischiano di scontrarsi con il diritto alla salute. Il rischio è che comunque non ci sia il tempo per mettere assieme una cordata prima della fine dei soldi in cassa. E in quel caso potrebbe scattare l’opzione della Legge Marzano. Ipotesi che dispiacerebbe forse a Riva e banche, che potrebbe creare seri problemi di perdita di posti di lavoro ma che sarebbe gradita ai nuovi soci che si ritroverebbero davanti una newco più leggera e meno indebitata. Si vedrà. Possibile che le banche accettino un taglio alla loro esposizione, come hanno fatto nella partita per Alitalia. La Cdp, ora alla finestra, potrebbe fare un pensierino all’ingresso in cordata. Certezze non ce ne sono. Nemmeno di riuscire davvero a salvare la siderurgia di Taranto. I dipendenti dell’Ilva (e gli abitanti che vivono a fianco dello stabilimento) sperano che i compromessi, alla fine, non vengano fatti sulla loro pelle. (Rep)