giovedì 21 novembre 2013

A TARANTO DELITTI DI STATO

 di Maria Lasaponara sul sito viv@voce

E’ il potere dello Stato che tutela gli untori, li tutela e gli permette di uccidere ulteriormente per altri decenni, cittadini inermi, ingenui o intorpiditi dallo splendido sole meridionale e dalle campagne con gli ulivi dalle mille divinità
Esiste la cronaca rosa e poi il gossip politico con le raccomandazioni, le tangenti per gli appalti, i salotti di lancio per carriere immeritate; esiste poi la storia amara di una popolazione come quella tarantina tradita dallo Stato, dalla parte oscura dello Stato. Ci sono volti dei suoi rappresentanti che se illuminati artificialmente, appaiono sereni e sorridenti o accorati e rammaricati per i drammi della popolazione. Questi stessi volti, però, sotto la luce del mattino diventano diabolici, lividi, hanno occhi di colore bianco nebbioso che diventano scuri un attimo, ma poi sfuggono di nuovo.
E’ il potere dello Stato che tutela gli untori, li tutela e gli permette di uccidere ulteriormente per altri decenni, cittadini inermi, ingenui o intorpiditi dallo splendido sole meridionale e dalle campagne con gli ulivi dalle mille divinità. Un giorno, un mostro chiassoso ed ingombrante venne donato ai Riva, così come il governo fu donato a Monti affinchè portasse a termine il lavoro sporco, senza dover coinvolgere i puri di spirito come lo Stato e come i partiti.
D’altra parte Al Capone non fu incastrato per omicidio. La storia è piena di mandanti.
Sono gli anni di Dini e sono gli anni della destra e della sinistra. Ma nella sporca faccenda Ilva valgono le differenze? Evidentemente no, se consideriamo che, nel primo periodo Riva, furono effettuate “le Purghe Sindacali”; molti lavoratori furono costretti a cancellare la propria iscrizione al sindacato, in cambio di assunzioni ai propri figli e molte riduzioni di personale, nei vari reparti, misero a dura prova le condizioni dei lavoratori e della loro sicurezza. Tutto con tanto di firma dei tre sindacati principali.
Molti diranno che i lavoratori erano d’accordo. Sì, perché per tanta gente, di qualunque appartenenza sociale, il lavoro occupa nella scala dei valori, la parte più alta, anche più della salute. Tutto ciò deriva da un insegnamento ben congegnato dalla società dei profitti: si opera in modo che produrre venga prima della vita stessa, dei figli e dell’amore. Anche i manager vivono questa stessa convinzione e danno l’anima per la carriera, perdendo ore di vita a fare gli zerbini di qualcuno più su di loro.
Il sindacato aveva il dovere di tutelare i lavoratori dai carichi produttivi in eccesso o dalle limitazioni di sicurezza. Esistono lavoratori con contratti a termine là dove la formazione e la professionalità di lunga durata sarebbe d’obbligo. Esistono lavoratori morti tra i carrelli, perché la parola lavoratore era al singolare: una sola persona al posto di due se non tre.
 Ma le tutele sindacali, le leggi anche costituzionali, la politica vera abdicano al proprio compito, perché come dice Archinà, come pensano i Riva e lo Stato Italiano: “tutto ha un prezzo” e per continuare ad avvelenare i tarantini, Bersani ed altri scagnozzi vengono strapagati. Il governo Berlusconi tramite la Prestigiacomo firma gli inganni ed elimina i controllori.
I Riva infatti sono principalmente amici dello Stato, lo aiutano con Alitalia, alimentano illecitamente varie casse oltre le proprie, così come capita con i Ligresti. Ma sono amici casuali? No nulla è per caso; il fatto è che i governi ed i ministri sono eletti tali, solo se supportati dai capitali, dalla rapace finanza. Nessuno può governare in Italia se non è accettato da certi compari.
I nostri politici locali hanno sempre seguito le direttive nazionali sul siderurgico: posti di lavoro, benessere a senso unico con un’economia da monocultura e ricatto elettorale. Tutti gli appalti in Arsenale e al Porto negli anni si sono volatilizzati; addirittura Trenitalia si è permessa di svanire rendendo la stazione di Taranto un dormitorio, un deposito di morti.
I nostri politici hanno sempre lottato, certo, ma solo per arricchire la propria squallida vita da mediocri. Hanno finto di essere politici, hanno finto di essere sindacalisti; ma hanno operato sempre da servi.
La faccenda Vendola Archinà ha scioccato? Eppure non avrebbe dovuto. Se si riesce talvolta ad indurre un potente a concedere un diritto negato, si entra nel tunnel del dovergli essere grato e quasi quasi farsi perdonare il fatto di aver costretto costui a rispettare la legge o a far finta di rispettarla. E come dire “lo devo accordare che se si adira non mi concede più nulla”. Nel frattempo ti contamini anche emotivamente.
Non si può persuadere lo sciacallo, il rapace, il cannibale di una città intera a non predare. Non si può trattare con chi, in altre città, ha fornito strutture ambientalizzate, pensando invece che i tarantini fossero così stupidi da non rivendicarle mai. Gli ambientalisti duri o morbidi ora sono tanti e con strategie diverse, ma tese ad unico obiettivo: liberare la città dai poteri esterni, dai capitali prodotti a Taranto col sangue e portati altrove, liberare la città dal senso d’ impotenza. Forse tutti insieme riusciremo ad impedire che lo Stato continui a legittimare ciò che la magistratura requisisce.

mercoledì 20 novembre 2013

Chi ha paura dello Scatto felino di Nichi?





Comunicato di PeaceLink

Sul quotidiano "Il Manifesto" e' apparsa una dichiarazione attribuita a Nichi Vendola, il quale avrebbe annunciato l'intenzione di querelare Alessandro Marescotti per un video di Peacelink che contestava, in maniera argomentata e civile, alcune sue dichiarazioni relative alle azioni che sarebbero state compiute dalla Regione Puglia sull'Ilva in difesa dell'ambiente e della salute dei tarantini.
Le dichiarazioni di Vendola, "smontate" nel video, erano state rese dal Presidente della Regione Puglia durante la conferenza stampa nella quale egli commentava l'avviso di conclusione delle indagini appena notificatogli dalla Procura di Taranto.
PeaceLink nel filmato aveva intercalato alle parole di Vendola alcune videate di testo con dettagliate puntualizzazioni e varie smentite, riportando date, numeri e circostanze, utilizzando la collaudata tecnica anglosassone del "fact checking". Il video e' stato condiviso anche sul sito del Fatto Quotidiano (vedere il post del 13 novembre 2013 su www​.ilfattoquotidiano.it/blog/amarescotti).
Il video di PeaceLink si concludeva con un invito esplicito a Nichi Vendola ad un pubblico confronto in modo che potesse smentire le informazioni in esso contenute, se aveva argomenti per farlo.
Ma Vendola ha evitato il contraddittorio, annunciando invece tramite Il Manifesto una querela verso il nostro video che - lo ripetiamo - e' totalmente privo di invettive e di frasi offensive ed e' viceversa molto argomentato, dettagliato e basato su riferimenti a fatti ben precisi. Il video di PeaceLink, realizzato da Alessandro
Marescotti, Luciano Manna e Carlo Gubitosa, rientra pertanto nell'esercizio della liberta' di informazione ed è espressione del legittimo diritto di critica garantito dall'articolo 21 della nostra Costituzione.
Crediamo che un rappresentante politico, e soprattutto il Presidente di una Regione, abbia il compito di ascoltare le critiche espresse in modo civile e argomentato, per poi ribattere, discutendo con i cittadini e con i suoi stessi elettori, specie quando e' esplicitamente invitato al confronto.
Querelare i cittadini e gli elettori che obiettano e criticano, e' l'esatto contrario del compito politico affidato ad una persona come Nichi Vendola su cui ricade una importante responsabilita' nel governo di una situazione drammatica come quella di Taranto.
Vendola dovrebbe anzi sentire il bisogno spontaneo di confrontarsi con quei cittadini che, vivendo con grave angoscia l'inquinamento che subiscono, spesso lo criticano.
Vendola ha il compito di rispondere ai cittadini, non solo ai giudici.
Solo una libera ed effettiva discussione è garanzia di democrazia.
Per cui - rinnovando l'appello contenuto nel video di PeaceLink - invitiamo nuovamente Nichi Vendola ad un pubblico confronto, che ci piacerebbe venisse moderato da Luigi Abbate, il giornalista a cui e' stato tolto il microfono con quello "scatto felino" a cui Nichi Vendola faceva riferimento nella telefonata con Archina'.

Per la redazione di PeaceLink

Giacomo Alessandroni, Antonia Battaglia,  Patrick Boylan, Gabriele Caforio, Tiziano Cardosi, Lea Cifarelli, ,  Rossana De Simone, Lidia Giannotti, Fulvia Gravame, Carlo Gubitosa, David Lifodi, Luciano Manna, Teresa Manuzzi, Alessandro Marescotti, Daniela Marinò, Giovanni Matichecchia, Daniela Patrucco, Fabio Petrosillo, Maria Teresa Puliti, Nadia Redoglia, Beatrice Ruscio, Giovanni Sarubbi, Laura Tussi.
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SVENDOLA (Marco Travaglio)

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra. Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero.
Poi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. Ha attaccato, con una lettera di chiaro stampo berlusconiano, il pm Desirée Di Geronimo che indagava su di lui. Ha incassato un’archiviazione da un gip risultata poi in rapporti amichevoli con lui e la sua famiglia. Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva.

Ilva. Io ve lo avevo detto (e scritto)

L'intervista al giornalista Carlo Vulpio su L'Unità
di Salvatore Maria Righi
Parliamo di Ilva e di Taranto con Carlo Vulpio, un collega del Corriere della Sera che, come inviato, da oltre vent’anni racconta il mondo e il suo mondo, la Puglia. Nel suo libro “La città delle nuvole”, come in una premonizione, c’è più o meno tutto quello che è successo e sta succedendo a Taranto. Il volume è del 2009.
Cominciamo dalla fine, dal caso Vendola. Il presidente si difende dalle accuse e replica che la sua storia non si tocca.
Scusi, lo dico senza polemica, ma cosa si intende con questo? Quale storia, mi chiedo? Credo che la storia delle persone si faccia con atti concreti, non con sorrisi e belle parole. Questo non vale ovviamente solo per lui, ma per tutti quelli che fanno passerelle, ma lasciano le cose come stanno. Lo stesso discorso potrebbe valere, per esempio, anche per il presidente della Camera, Boldrini, riguardo al tema immigrati.  O per quelli che combattono la mafia solo facendo comizi . Il nome del partito di Vendola parla di ecologia e libertà, ma se è per questo a Taranto anche il tanto vituperato Cito  faceva comizi contro l’Ilva. Anzi, da un certo punto di vista è stato più ambientalista di lui, perché diceva in pubblico che la voleva radere al suolo”.
 Il tema della corruzione ambientale al centro dell’inchiesta della Procura sembra il vero male di Taranto.
Non è una novità, sono situazioni che c’erano già ai tempi dell’Italsider, quando la fabbrica impiegava 30mila persone, pagava lo Stato e ai sindacati andava bene tutto, perché per loro significava fette di potere e tessere. Così come il problema ambientale che c’è da sempre, perché da sempre ci sono stati dati e numeri taroccati, denunce ignorate e magistrati che si giravano dall’altra parte. Il clima è cambiato di ognuno con tutti, diciamo così, è cambiato solo dopo, quando sono arrivati i morti come una lugubre cambiale all’incasso, per colpa di veleni come la diossina, il benzoapirene e l’arsenico in una sequenza precisa che ha fatto piangere intere famiglie: la malattia, la morte e alla base di tutto l’inquinamento”.
 Molti parlano di catastrofismo..
Catastrofe vuol dire cadere giù, ecatombe era il sacrificio di 100 buoi, a Taranto sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame, quindi anche etimologicamente non c’è nessuna forzatura. In realtà, è dagli anni Novanta che con dati e numeri alla mano ho respinto al mittente certe accuse. E non è vero che ho fatto da amplificatore alle inchieste e ai magistrati, casomai il contrario. Mi spiace doverlo dire, ma nel mio libro che è stato presentato quattro anni fa al Salone del libro di Torino, c’è tutto quello che contengono gli atti della procura. Il problema della salute era già presente a metà degli anni Novanta, anche se all’epoca si vedeva soprattutto dal punto di vista degli operai dell’Ilva, più che della popolazione”.
 Il procuratore Sebastio, più volte, ha parlato del ruolo da supplente che è toccato alla magistratura.
Ma questo succede ovunque in Italia, non solo lì, come si può vedere dalle inchieste aperte nel nostro paese. A volte è giustificato, a volte no. Di certo a Taranto c’è stato un vuoto radicale della politica per tutti questi anni, ma queste situazioni dovrebbero trovare una soluzione prima che intervenga la magistratura, che arriva quando ormai le cose sono degenerate e che comunque non è un corpo immacolato dello Stato. Anche la magistratura, a volte, compie forzature, anche se non è il caso di quella di Taranto. Certo tutto questo potevano farlo prima, in quella Procura. Perchè tutto quello che è venuto fuori ora, su Taranto, lo sapevano tutti da una vita. Non è stata certo una sorpresa”.
 Era l’unico modo per spezzare il patto scellerato che ha soffocato Taranto?
L’intera classe politica che si è succeduta negli anni non ha fatto niente per la città, e questo ha giovato a tutti, sia nel periodo dell’Italsider che in quello Ilva. Lo stesso Vendola, nella telefonata di cui si è parlato in questi giorni, dice una cosa molto illuminante: il nostro miglior alleato è la Fiom. All’origine di tutto questo, però, credo ci sia un problema più generale e culturale legato alla parola lavoro”.
 Cioè?
La sua sacralizzazione dettata dall’articolo 1 della Costituzione, il fatto che in suo nome si possa anche arrivare ad uccidere e avvelenare. Certamente è un valore primario, basilare, ma non può essere un totem che condiziona tutto il resto fino alle estreme conseguenze. L’articolo 1 dovrebbe essere fondato sulla persona umana, non sul lavoro”.
 Questa storia, invece, è stata impostata sulla dicotomia salute-lavoro.
E’ un dibattito vecchio di un secolo, fuori luogo riproporlo ancora adesso. Il tema non è essere pro o contro l’acciaio, per dire. Il punto è produrre acciaio con le migliori tecnologie possibili, perché una sola vita persa per l’inquinamento vale più delle centinaia di milioni di euro dei profitti. Il punto è ripensare quella fabbrica con un modello industriale più adatto ai tempi, più piccolo e più adatto al mercato e alla compatibilità ambientale, come succede in tutti i paesi sviluppati come Germania o Stati Uniti, dove stabilimenti grandi ed inquinanti come l’Ilva sono stati trasformati in fabbriche modello anche come impatto su salute e ambiente”.
 Però ci vogliono soldi. Molti soldi.
Gli esperti veri, i tecnici che davvero ne sanno, dicono che ci vogliono 8-10 miliardi per risanare l’Ilva e trasformarla in una fabbrica moderna. La domanda allora è conviene spenderli o abbattere il mostro? Non è una questione giudiziaria o di mercato, così come è ora, Ilva è condannata a chiudere perché è una fabbrica obsoleta e decrepita. Ed è probabile che la proprietà cerchi di arrivare alla fine delle autorizzazioni derivanti dal protocollo di Aarhus per poi chiudere i battenti”.
 Cosa può succedere, ora?
Le strade sono due, secondo me. Il rischio è che ci si accontenti di quello che loro chiamano ambientalizzazione, interventi minimi per 300-400 milioni che non possono fare quasi nulla, considerando le vere cifre che servirebbero. Oppure, con più coraggio e tanti più investimenti, si cerca di percorrere la strada della bonifica che vorrebbe anche dire, seppure in ritardo, riprendersi da una sventura immensa e recuperare il tempo perso. Si potrebbe dare lavoro per decine di anni a migliaia di persone, dopo la chiusura dell’Ilva”.
 Ma al momento pagherebbe lo Stato, non chi ha inquinato.
Il principio del chi inquina paga è sacrosanto, ci mancherebbe. Ma la politica e chi fa scelte per la collettività non possono aspettare le decisioni della magistratura. Per cominciare il processo di bonifica e pulizia, per ridare un futuro alle persone, il primo passo tocca allo Stato, poi finito il processo toccherà ai responsabili risarcire gli italiani. L’importante è che cambi il modello industriale di riferimento”.
 Si riferisce alla riconversione dell’Ilva?
Faccio l’esempio di Pittsburgh, negli Stati Uniti, che era la capitale mondiale dell’acciaio e che aveva un impatto inquinante simile. Adesso gli Usa producono il 60% dell’acciaio con materiali di recupero, quindi senza produrre, e per il resto lo ricavano da impianti puliti. In Germania c’è il limite di 0,1 nanogrammi di benzoapirene per metro cubo, e lo rispettano tutti. Da noi ci sono impianti vecchi e chi sostiene queste cose è subito accusato di anti-industrialismo. Di essere un incosciente. Incosciente, invece, è chi uccide le persone avvelenandole. A Taranto c’è l’occasione per ripensare tutto il modo di fare siderurgia, con l’utilizzo di quello che il progresso mette a disposizione come la bioingegneria e le nanotecnologie. Dire queste cose non significa non volere l’acciaio, significa togliere l’idea della sua centralità quantitativa. Acciaierie come l’Ilva di oggi non le vogliono più nemmeno in paesi in via di sviluppo come il Pakistan, dove i contadini hanno accolto a fucilate chi ne voleva fare una”.
 Taranto si può ancora salvare?
E’ tardi, tardissimo. La politica non ha fatto altro che entrare a gamba tesa per metterci una pezza, ma mai in modo decisivo. I protocolli e le intese firmate da Regione e governo nel corso degli anni sono come quelli dei saggi di Sion, poco più che carta straccia, perché sono state petizioni di principio, larghe intese e mai niente di concreto. Se dovessi puntare un euro sul futuro, la logica indurrebbe ad essere pessimista, perché non c’è niente che non faccia pensare a questo, ma preferisco sospendere il giudizio con un atteggiamento più da storico: vediamo cosa succede”.
 Intanto la strage continua: gli ultimi dati epidemiologici sono impressionanti.
E’ una strage silenziosa che dura da sempre, c’erano tutti i sintomi già tanto tempo fa. Ma già allora si occultavano notizie, non si dava un quadro chiaro della situazione e intanto si riempiva tutto di veleni, la terra, l’aria e il mare. Dico solo un particolare per fare capire tutto: il controllo delle emissioni, che nominalmente toccava alla Regione attraverso l’Arpa e i suoi organismi, era di fatto affidato ad una compagnia che faceva capo ad Ilva”.
 Chi controlla i controllori, il problema dei problemi.
Infatti il problema di persone come il direttore Giorgio Assennato, che compare anche tra i nomi dell’inchiesta, è che sono cariche di nomina politica, in questo caso dalla presidenza regionale, quindi non faranno mai nulla che non sia gradito a chi lo ha messo lì. Ci vorrebbero entità diverse non comunicanti tra loro”.
 Il libro e tutto il resto: mai pentito di aver remato contro?
Mai, assolutamente. Per meglio dire, non sono e non voglio essere come altri, non voglio vivere di rendita sui morti e sulla drammaticità delle situazioni. Ho avuto la soddisfazione di essere stato un organo di libertà, di averci creduto e di aver fatto questo mestiere senza influenze e pregiudizi politici. Se mi chiedono perché non sono diventato direttore del Corriere della Sera, potrei dire che c’entrano anche queste cose, ma ho fatto una scelta e non mi sono mai pentito, nemmeno un giorno, di averla fatta”.

Frane, alluvioni, dissesto idrogeologico I numeri che l'Italia deve cambiare

 Intervista di Francesca Sironi pubblicata su L'Espresso

Il ciclone sardo, 16 morti, oltre 2mila sfollati, era imprevedibile. Ma c'è molto che si potrebbe fare per tutelare persone, case, strade e città da questi eventi. Investendo per proteggere l'ambiente. Ma dal governo non arriverà che un decimo di quello che serve, anche quest'anno. Parla Alessandro Trigila, tecnico dell'Ispra di Francesca Sironi 

 Pioggia. Tanta, troppa, torrenziale: 450 millimetri in 12 ore. Fermare il fango, a quel punto, è diventato impossibile. E l'acqua ha inghiottito 16 persone, ne ha costrette più di duemila a scappare. Un evento estremo, legato però a una prassi costante: quella di divorare l'ambiente. «Il rischio non si riesce mai a portare a zero, ma si può far molto per prevenire i danni più gravi», spiega Alessandro Trigila, ricercatore dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione dell'ambiente) ed esperto di frane e dissesto idrogeologico: «È ancora presto per valutare gli effetti del ciclone, capire cosa si sarebbe potuto evitare, ma un dato è certo: il consumo di suolo c'entra. Eccome». Lo si ripete ad ogni emergenza: bisogna ridurre la cementificazione, fermare quegli otto metri quadri al secondo di terra che vengono rimpiazzati, anche in questo istante, dall'asfalto. Parole che però restano nel vuoto: le costruzioni aumentano e al posto di frenarsi su boschi o pianure le alluvioni si abbattono su strade, palazzi, capannoni. «Nel 1956 era urbanizzato il 2,8 per cento del territorio. Oggi è il 7: più di due volte tanto. Consumare il suolo a questa velocità significa aumentare l'esposizione delle persone alle conseguenze dei fenomeni naturali». Anche perché malta e mattoni non hanno seguito affatto il passo della popolazione: «Nel 1961 l'Italia aveva 50 milioni di abitanti, nel 2011 sono diventati 57. Il 12 per cento in più. Nello stesso periodo però le case sono passate da 14 a 27 milioni. Con un aumento del 50 per cento». La fotografia è desolante, e ben nota. «Ma non è irrimediabile», insiste Trigila: «Per prevenire i danni gli interventi si possono fare: mettere in sicurezza i letti dei fiumi, costruire argini più forti, de-localizzare i luoghi più esposti, attivare sistemi efficaci di allarme, aggiornare costantemente le carte dei rischi e tenerne al corrente la popolazione». Interventi possibili, ma costosi. E il portafoglio dello Stato è sempre più risicato: «Nel 2008 lo stesso ministero dell'Ambiente aveva valutato in 40 miliardi di euro i fondi necessari a mettere in sicurezza paesi e città. In 15 anni ne sono stati spesi 4,25. Ovvero 300 milioni all'anno: troppo poco. E come se non bastasse nell'ultima legge di stabilità i finanziamenti a questo scopo sono stati ridotti ancora, a un decimo: 30 milioni». Nel frattempo poi, sono iniziati gli effetti, concreti, del cambiamento climatico, per cui «eventi atmosferici gravi come le alluvioni», spiega il ricercatore: «che prima si ripetevano a grandi distanze di tempo, oggi sono sempre più intensi e ravvicinati», per cui tutte le infrastrutture che non li avevano considerati affatto ora sono molto più esposte. «Per questo è fondamentale il monitoraggio», conclude Trigila: «Noi lo facciamo con le frane: un database nazionale pubblico e consultabile dove c'è traccia delle 487mila frane segnalate dai tempi dei romani, così come i luoghi in cui potrebbero avvenire». Per le alluvioni a tenere conto dei dati sono i bacini territoriali, ora in via di riorganizzazione. Un riferimento costante, nazionale, non c'è: «Quello che sappiamo è che ci sono 12.873 chilometri quadrati di suolo a criticità idraulica, senza nemmeno considerare gli scenari più catastrofici», come quello che ora ha colpito la Sardegna. «Bisognerebbe essere rigidi, oggi, almeno sui vincoli: vietare di aumentare i rischi nei piani regolatori», chiede Trigila. Ma questo, nelle mani dei politici, significherebbe molti soldi in meno nelle casse dei comuni. Per cui più che un consiglio, è una speranza. 19 novembre 2013 © Riproduzione riservata

A nord della terra dei fuochi

un articolo di Andrea Palladino del 19.11 pubblicato sul Manifesto

Parla un imprenditore che preferisce restare anonimo per timore di vendette: «I primi carichi partono per il sud nell'85 da Toscana e Lombardia. Gli stessi camion poi riportavano al nord frutta e verdura»

Se vuoi capire i veleni della terra dei fuochi, devi guardare a nord. Nel cuore della Lombardia e della Toscana si è sviluppato il sistema criminale di gestione dei rifiuti, grazie ad amministrazioni comunali e industrie compiacenti, pronte a spedire i veleni verso la Campania. E il Lazio. Anzi, è alle porte di Roma che ha inizio la dolorosa storia di Gomorra. Un parto che ha una data precisa di nascita, il 1985.
Il racconto che un imprenditore molto importante del settore ambientale ha fatto in esclusiva al manifesto lascia poco spazio alla fantasia. Chiede l'anonimato, perché sa che la Camorra non perdona chi decide di raccontare e spiegare come funzionano gli affari milionari dei clan. Con voce decisa punta il dito verso il sistema industriale italiano: «La scorciatoia nasce sempre dall'industria - spiega -, sono sempre le aziende manifatturiere che la cercano. Se le imprese fossero etiche a monte, questo meccanismo non si innescherebbe. Secondo lei le aziende non capiscono che se il rifiuto viene smaltito con sconti del 30 o del 40% c'è qualcosa che non va? Chiudono gli occhi e fingono di essere a posto». A costo di avvelenare l'intero paese. Magari usando gli stessi camion delle scorie per riportare al nord la frutta della Campania felix. Veleni che viaggiano contaminando l'intero paese.
Gianni - è il nome di fantasia che useremo - ha un ricordo ben preciso su quello che è accaduto: «Tra il 1984 e il 1985 le analisi realizzate dalle varie agenzie ambientali sulle emissioni degli inceneritori dei rifiuti nel nord rilevarono alte concentrazioni di diossina. Tutti gli impianti dell'epoca furono chiusi uno dopo l'altro, cominciando dall'inceneritore di San Donnino a Firenze: da lì nacque tutto. Scatta l'emergenza, le regioni del nord spediscono i rifiuti verso le regioni del sud. Il Lazio fu la prima regione invasa da rifiuti partiti prima dalla Toscana e poi dalla Lombardia. Fu la discarica di Latina, Borgo Montello, in particolare a fare la parte del leone».

Dal girobolla alla camorraÈ solo l'inizio della storia. Le regioni Lazio e Campania cercano di bloccare il flusso vietando l'arrivo della monnezza dal nord. Un provvedimento che subito viene eluso introducendo il sistema del girobolla: «Gli impianti ricevevano ugualmente i rifiuti, destinati a una zona autorizzata solo formalmente. Ad esempio in Puglia, c'era una discarica che non aveva avuto divieti di ricevere i rifiuti dal nord - racconta Gianni - e sulla carta era una destinazione finale: timbrava i moduli, ma in realtà questi carichi andavano da un'altra parte. Conveniva di più: i camion si fermavano a Latina, per intenderci, i rifiuti venivano effettivamente messi in discarica a Borgo Montello, anche se i moduli venivano poi timbrati e firmati da un impianto pugliese. Lì, ad esempio, si possono trovare i sacchi blu dell'indifferenziato partito dalla Lombardia. Gli intermediari avevano tutti i timbri della destinazione fittizia in Puglia, preparavano le carte e tutto era a posto». Se in Campania e nel Lazio oggi abbiamo i veleni che contaminano le terre, lo dobbiamo anche alle discariche "virtuali" pugliesi: «Pensi, c'erano invasi in Puglia intonsi, che sulla carta hanno smaltito centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti, senza mai ricevere un solo chilo». E così i rifiuti di Lombardia e Toscana arrivano come un fiume in piena verso il Lazio e, soprattutto, la Campania. Saturando ogni spazio.
Tra Napoli e Caserta i clan subito intuiscono la portata dell'affare: «Tutte le discariche della Campania - continua Gianni - erano nelle mani della Camorra. Se non direttamente, erano in qualche modo permeabili alla pressione dei clan: Sessa Aurunca, Mondragone, quella di Vassallo, un'altra vicino a Caserta di cui non ricordo ora il nome, DiFraBi (Pianura), Terzigno, Giugliano...». Il sistema si evolve, i clan creano una rete di broker e di società commerciali che riescono ad assicurarsi gli appalti delle municipalizzate del nord Italia. Non solo: «Una volta che avevo l'autorizzazione formale dalla Puglia ad esempio, i rifiuti li potevo portare ovunque. In una cava d'argilla, li interro lì, do quattro soldi o minaccio il proprietario, non li vede nessuno e formalmente i rifiuti sono andati da un'altra parte».
Non bastano più i rifiuti solidi urbani, gli affari diventano giganteschi con la gestione delle scorie più pericolose, i veleni delle industrie. Qui entrano in gioco personaggi di spessore, come l'avvocato Cipriano Chianese, ritenuto dalla Dia il prestanome del clan dei Casalesi nel settore dei rifiuti. «Lui ha messo di tutto nella sua discarica - prosegue Gianni -, ma utilizzava lo stesso sistema del girobolla: se oggi si facesse il calcolo sui suoi sistemi di smaltimento si potrebbe vedere che formalmente ha ricevuto milioni di tonnellate, ma in discarica ne ha messe centinaia di migliaia. Il resto è finito disperso nelle cave, nelle campagne». C'è una discarica solo di carta, e uno sversamento a basso costo dove più conviene come sistema occulto. Pezzi dello stesso sistema.

Dai rifiuti tossici alla verduraIl primo avvelenamento - quasi come un contrappasso - è finito al nord, in quelle stesse città che spedivano le scorie: «La maggior parte dei camion che arrivavano nel sud con i rifiuti pericolosi, poi risalivano al nord con i prodotti alimentari, per ottimizzare la logistica. Quegli stessi camion arrivavano in Campania carichi di rifiuti da sversare e tornavano al nord carichi di frutta e verdura... Prima di inquinare i terreni, hanno inquinato i prodotti!». Così i trafficanti hanno avvelenato e ucciso.
 

martedì 19 novembre 2013

Mentre tutti si accapigliano per il paroliere di Terlizzi, qualcuno tiene i piedi per terra

COMUNICATO STAMPA
OSSERVAZIONI PROGETTO ENI
(Termine ultimo per la presentazioni delle osservazioni del pubblico: 19/11/2013)
“Adeguamento della centrale di cogenerazione di Taranto”
Raffineria Eni di Taranto
eni
Il Comitato Legamjonici in data odierna ha inviato al Ministero dell’Ambiente nuove osservazioni sul progetto della centrale a metano della Raffineria di Taranto.
Nelle osservazioni è stata segnalata la produzione di quantitativi di monossido di carbonio (CO) pari a 5 volte quelli prodotti dalla centrale attuale ad olio combustibile. Il monossido di carbonio è definito come agente inquinante pertanto l’aumento della sua produzione è da considerarsi un aspetto peggiorativo delle prestazioni ambientali rispetto alla centrale ad olio combustibile, anche tenuto conto che l’abbattimento di NOx non sarà rilevante rispetto alla produzione attuale. In particolare il monossido di azoto (NO), analogamente al monossido di carbonio, interferisce con la normale ossigenazione dei tessuti da parte del sangue. L’esposizione continuata a NO e CO possono causare effetti cronici quali diminuzione delle prestazioni fisiche ed intellettuali, aumento di cardiopatie e di disturbi circolatori, in un’area già fortemente compromessa sotto l’aspetto sanitario. Nello studio presentato dal proponente è infatti assente una corretta valutazione epidemiologica che tenga conto degli effetti sulla salute a breve e a lungo termine.
Legamjonici ha anche sottolineato la mancanza di analisi di rischio di incidente rilevante per il nuovo impianto e nel contesto dell’intera raffineria, anche in considerazione dell’evento meteorologico del novembre 2012 (tornado).
Pertanto il comitato Legamjonici ritiene il progetto non conforme ad una finalità di miglioramento delle prestazioni ambientali. Il progetto inoltre ignora completamente le valutazioni sul rischio di incidente rilevante.
Alla luce di quanto esposto, Legamjonici ritiene necessario non autorizzare progetti incompatibili con la salute pubblica.
Comitato Legamjonici - La responsabile Dottoressa Daniela Spera.

Diritto di parola

“Vendola? Secondo me dovrebbe dimettersi. Si è rivelato un politico come tutti gli altri, un Berlusconi di sinistra”. Lo afferma Luigi Abbate, il cronista tarantino di Blustar TV, schernito da Nichi Vendola nella sua telefonata al dirigente dell’Ilva, Girolamo Archinà. Il giornalista ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio 24, esprime la sua delusione e la sua amarezza per aver ascoltato l’audio di quella conversazione, pubblicata da ilfattoquotidiano.it: “Non sono un elettore di sinistra, ma nel 2005 ho votato Vendola alle elezioni regionali, perché credevo in lui. E invece il governatore, alla luce di questa beffa, ha ingannato me e tanta gente. Lui parla di complotto, ma il Fatto Quotidiano non ha assolutamente complottato contro di lui”. E aggiunge: “Le intercettazioni pubblicate parlano chiaro. Non è tanto la trascrizione delle intercettazioni a far specie, quanto sentire la viva voce dei miserandi protagonisti, il che la dice lunga su quelli che erano i rapporti tra la politica e la grande industria a Taranto”. A David Parenzo, che, in uno scontro polemico con Giuseppe Cruciani, difende Vendola e definisce “una puttanata e una stupidaggine” il caso esploso per quella telefonata, Abbate spiega: “Vendola ha riso per la scenetta e per il modo in cui io sarei stato quasi aggredito da Archinà. E infatti dice: “Ma guarda come l’hai sistemato questa persona da quattro soldi, questo pivellino”. E la cosa più grave è che Vendola ha visto la scena con il suo capo di gabinetto e ridono assieme. Ha avuto un comportamento tanto meschino quanto fanciullesco, ma forse è un complimento definirlo “fanciullesco”, perché i fanciulli hanno un animo puro”. E sottolinea: “Vendola mi definisce un provocatore e una persona senz’arte, né parte. Se la provocazione vuol dire sollevare la questione ambientale a Taranto, peraltro in tempi non sospetti, ovvero nel 2009, quando quasi tutti erano sul libro paga di Riva, la stampa e le televisioni tacevano, la politica evidentemente era collusa, beh… mi pregio e mi picco di essere un provocatore” (Gisella Ruccia - FQ)

lunedì 18 novembre 2013

La nuova narrazione di Vendola per Taranto

Ha riso tanto per lo "scatto felino" di Archinà definendo il giornalista Abbate "un provocatore". Vendola ora fa un passo indietro descrivendo il suo atto di chiusura nei confronti del cronista "un atto di superificialità". Mentre sullo 'scatto felino' dichiara che si tratta dell'"unico vero oggetto" della sua ilarità. 
La domanda: viene da ridere a veder un gorilla ammaestrato strappare un microfono evitando così che Emilio Riva risponda alle domande che Taranto si aspetta di ricevere, dal padrone della vecchia ferriera?
No, non c'è niente da ridere, ma dipende dai punti di vista. Non tutti evidentemente la pensano così.
A noi rimangono, oltre all'inquinamento industriale, tutte le domande sollevate dal giornalista Carlo Vulpio in questo post che abbiamo pubblicato qui sotto. E rimane irrisolto il quesito sul suo "mettersi a disposizione" dell'Ilva, a cui non ha ancora risposto. Si è limitato a dichiarare in un'intervista all'Unità che " Bisogna conoscere gli interlocutori di Ilva, molti sono bestie nere, specialisti del muro di gomma. Mentre Archina' si presentava come un interlocutore disponibile a fare pressioni sulla proprieta' per aprire alle questioni che noi ponevamo. E' stata una battuta che mi serviva per iniziare la telefonata con il responsabile istituzionale dell'Ilva, in un passaggio particolarmente delicato della vicenda". Non ci convince soprattutto riascoltando quella telefonata in cui dice che "il presidente non si è defilato".
 
Chissà cosa avrà allora da dire domani al Consiglio regionale dove si discuterà delle vicende relative a quella scottante intercettazione. La maggioranza che l'appoggia si dice compatta a difendere un Presidente che è stato ultimamente preso di mira...La minoranza, ma non solo,   ne chiede le dimissioni. E lui non solo non si dimette ma continua nella sua narrazione. Al Manifesto ha infatti detto  che " siamo davanti ad un atto delinquenziale, un' operazione costituita da una centrale di diffamazione e calunnie che ha le sue radici a Taranto e non solo. Agiro' in ogni sede legale. Mi difendero''
 
Farnetica il Presidente per evitare di confrontarsi con la realtà.


 

Vorrebbe “rompere la narrazione” di un Sud raccontato sempre come “parassita, criminale e arretrato”, così va dicendo in giro per convegni Nicola Vendola, da dieci anni “governatore” della Puglia. E poi lo senti ridere a telefono con il factotum dell’Ilva – quel risolino strano di uno che sembra essersi appena fatto una canna -, lo senti ridere sui malati di tumore di Taranto e su quel povero cronista di una tv locale che ha osato fare una domanda a Emilio Riva sui morti di cancro ed è stato stoppato dal factotum dell’Ilva “con uno scatto felino” (così lo definisce Vendola complimentandosi con il medesimo factotum Conversazione Vendola-Archinà, telefonata del 6 luglio 2010).
Ascolti tutto questo e dici: eccola lì la vera “narrazione” dell’Italia, del Sud, della Puglia: un presidente del governo regionale che dovrebbe rappresentare tutti i pugliesi (quattro milioni) e che si diverte a casa di amici a Roma, anzi “si piega in due dalle risate per un quarto d’ora”, mentre guarda un video in cui il factotutm plurindagato dell’Ilva, tale Girolamo Archinà, un ex operaio che ha fatto carriera fino al vertice dell’azienda, ha, “con un fantastico scatto felino”, impedito al cronista di Blustar Tv di rivolgere la più semplice e la più logica delle domande al padrone delle ferriere.
E insieme con chi si sta scompisciando dalle risate Vendola? Con il suo capo di gabinetto (già, proprio un gabinetto), tale Francesco Manna, uno che accanto al presidente si è fatto un nome. Non sufficiente tuttavia per evitare di essere sostituito dall’1 gennaio 2012 da un altro valoroso capo di gabinetto, tale Davide Pellegrino, ovvero il marito del presidente dell’Ordine dei giornalisti di Puglia, Paola Laforgia, cronista dell’Ansa. Quello stesso Ordine lesto ad archiviare la mia denuncia contro Vendola quando costui mi ha definito “diffamatore professionale” (a me, incensurato) davanti al magistrato che lo interrogava per le porcherie della Sanità e sulle discariche in Puglia (una a Spinazzola, sopra un prezioso sito neolitico e l’altra a Corigliano d’Otranto, proprio sopra il più grande bacino sotterraneo di acqua dolce della regione, che rifornisce l’acquedotto pugliese, e che è stata bocciata di recente dalla Unione europea come progetto folle). Quello stesso Ordine dei giornalisti di Puglia che si è comportato proprio come la magistratura di Bari– dove albergano gli altri amici di Vendola, quelli con cui egli va a pranzo e quelli con cui intrattiene cordialissimi rapporti di affetto e di amicizia -, quella magistratura cioè, che quando ho denunciato Vendola, prima ha tenuto le carte chiuse nei cassetti (la pm Pirrelli, moglie del presunto scrittore e pm Carofiglio) e poi, quando mi sono incazzato in carta da bollo, sui giornali e su questo blog, ha riconosciuto che effettivamente era Vendola a “diffamare gravemente” me, ma cosa volete, la sua posizione andava archiviata perché io sul Corriere della Sera avevo scritto articoli critici (mai querelati) su di lui.
Ecco la nuova “narrazione” del Sud, signori. Ecco il rispetto di questi maramaldi per il dirittto di critica e di cronaca garantito dalla Costituzione.
E’ vero, le intercettazioni del Ciarlatano Vendola sono molto gravi anche perché egli “si mette a disposizione”, come si dice nella narrazione vera del Sud, dell’Ilva, assicurando al factotum che lui, il presidente della Puglia, “non si è defilato”, e anzi pregando il factotum di riferire a Riva questo concetto, caso mai il padrone delle ferriere se ne fosse dimenticato.
Ma tutto questo lo sapevamo già. Lo abbiamo ben spiegato da tempo. Abbiamo sempre detto che, se davvero ci fosse un giudice a Berlino, e in Puglia, e in Italia, chiederebbe conto a Vendola non soltanto della tentata concussione di cui è imputato (le sue presunte pressioni sull’Arpa, l’Agenzia regionale di protezione ambientale, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è tutt’al più uno strumento musicale), ma anche e soprattutto della legge-truffa sulle emissioni di diossina a Taranto. Una legge “ad aziendam”, poiché prevede controlli fasulli (non il campionamento 24 ore su 24, ma un blando monitoraggio a settimane e mesi alterni, di giorno sì, ma la notte no) e tuttavia è stata venduta dovunque dal Ciarlatano – maxime da Sant’Oro e da Fazio – come “la prima, vera legge per abbattere la diossina”.
A questo punto però, per il requisito di completezza dell’informazione, ci tocca fare, ma è solo una breve parentesi, un paio di piccole “rivelazioni”. La prima. Quando di queste cose si parlò in una puntata di Annozero, appositamente “cucita addosso” a Vendola da Sant’Oro, per agevolare la campagna elettorale del “narratore” di minchiate, io ebbi un duro battibecco con Marco Travaglio, poiché gli rimproverai di non aver fatto a Vendola nemmeno una domanda che fosse una su un argomento che Travaglio ben conosceva, visto che sosteneva di aver apprezzato il mio libro “La città delle nuvole”.
Marcolino però giocò a nascondino e mi rispose che non aveva chiesto nulla a Vendola perché la puntata organizzata dal suo boss Sant’Oro non era “sulla Puglia”. Un’argomentazione miserrima, poiché Travaglio, Sant’Oro e tutto il cucuzzaro sapevano bene già allora che l’Ilva è un problema europeo, mondiale, non “pugliese”.
In ogni caso, essendo la risposta offensiva per l’intelligenza di chiunque, provvidi immantinente a mandare al diavolo Travaglio, non prima di avergli ricordato che se per puro caso egli avesse azzardato una sola domanda appena appena valida sul caso Ilva, Sant’Oro gli avrebbe dato un calcio in culo e per punirlo in maniera esemplare lo avrebbe mandato a far le vacanze con me nei mari del Sud.
La seconda “rivelazione”, sempre in materia di Ilva, riguarda Grillo. Il quale, invitato da me, quando (ahimè) mi capitò di frequentarlo, a parlare di Ilva al Salone del Libro di Torino, declinò l’invito semplicemente perché in quel momento l’argomento non prometteva la stessa ricaduta mediatica di oggi.
Sottolineato dunque il concetto che a costoro, come a Vendola, di bambini leucemici, di salute di una intera popolazione, di abbattimento di migliaia di capi di bestiame e di inquinamento della terra e del mare non frega più di tanto, a meno che non “renda”, possiamo chiudere la parentesi e tornare al Ciarlatano e alla sua telefonata con il factotum dell’Ilva.
Nella conversazione tra i due – questa annotazione non va sottovalutata – si parla anche di “affari” che Vendola è andato a curare durante un suo viaggio in Cina (siamo nel 2010). Noi, che non siamo sospettosi, pensiamo che si tratti di affari in senso lato, come dire, affari pubblici, relazioni commerciali con ricaduta positiva sull’economia italiana e pugliese. Però, visto come si sbellicavano dalle risa Vendola e compagnia, visto che la Cina produce tanti ma tanti pannelli fotovoltaici (ah, il silicio!) e considerato che quelli sono stati gli anni del boom dell’eolico e del fotovoltaico industriali che hanno sfigurato il paesaggio della Puglia e hanno permesso arricchimenti da narcotraffico con i contributi pubblici elargiti a un’energia “alternativa” inesistente – e quindi inutile financo a diminuire di un pollice i consumi di combustibili fossili -, ebbene, vorremmo sapere dalla politica (bah!) e dalla magistratura (doppio bah!), se non ritengano di capire un po’ meglio a quali “affari” si riferiscano Vendola e Archinà quando se la ridono (sembra di risentire quei ceffi che ridevano a telefono subito dopo il terremoto dell’Aquila) per lo “scatto felino fantastico” che ha stoppato il cronista della tv tarantina.
Cronista che Vendola, questo bluff del niente, definisce anche “faccia da provocatore”. Lui, con quella faccia che si ritrova. Proprio lui – questo è il concorso che lanciamo qui tra i nostri lettori -che è un’autentica faccia di… (ognuno ci metta il complemento di specificazione che preferisce, democraticamente).

Aspettando Report



Mentre l'acciaieria più grande d'Europa è alla de-Riva, Emilio, il fondatore del gruppo leader nella produzione dell'acciaio, è barricato nella sua villa con parco di Malnate. Il primogenito Fabio vive in un attico lussuoso vicino a Oxford street, cuore dello shopping di Londra. Abbiamo trovato l'alloggio che ha affittato, ma dal quale non ama uscire. Un'auto della polizia si ferma tutti i giorni sotto casa di Fabio Riva, in libertà vigilata e in attesa della prossima udienza presso la Westminster Magistrates' Court che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di estradizione avanzata dalla magistratura tarantina il 26 novembre scorso, quando non poté eseguire il mandato di custodia cautelare. La questione sta andando un po' per le lunghe trattandosi di una pratica che di norma richiede due mesi. Ne sono passati undici.
A un'ora di volo da Londra, i Riva avevano un tesoro nascosto nel paradiso fiscale alle dipendenze dirette della Regina Elisabetta II: l'isola di Jersey, la più grande del canale della Manica. Un miliardo e novecento milioni di euro transitati prima dal Lussemburgo, dove i Riva hanno la holding che detiene il 25 per cento delle quote Ilva S.p.a., quindi schermati in quattro società delle isole Cayman, infine protetti in otto trust dai nomi esotici gestiti da UBS nel Jersey.
Il giro del mondo dei profitti Ilva è stato scoperto dal nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano a partire da una richiesta di scudo fiscale per un miliardo e duecento milioni di euro richiesto da Emilio Riva nel 2009. I due fratelli Emilio e Adriano Riva avrebbero sottoscritto una dichiarazione falsa, circostanza che ha portato la procura di Milano a iscriverli nel registro degli indagati per truffa aggravata e trasferimento fraudolento di valori.
Nel Jersey ci sono altri 700 milioni che la magistratura locale potrebbe mettere nella disponibilità degli inquirenti italiani, per poi aggiungerli al miliardo e duecento milioni già sotto sequestro. Il commissario straordinario Enrico Bondi avrebbe bisogno di quei soldi per iniziare il risanamento, poiché le casse dell'ILVA sono vuote.
Non si capisce perché Bondi (scelto dal governo Letta a giugno,nonostante fosse già amministratore delegato scelto dai Riva lo scorso aprile) stia indugiando a presentare il piano degli interventi per il risanamento degli impianti. Un ritardo che, unitamente alle “accertate violazioni delle prescrizioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”(che potrebbero a breve costare un avviso di garanzia al commissario e al suo vice Ronchi), ha motivato il rigetto del GIP Todisco alla richiesta di dissequestro avanzata da Enrico Bondi delle somme sequestrate lo scorso maggio alla capogruppo Riva Fire.
Il commissario aveva già pronto il piano scritto dai custodi giudiziari del tribunale guidati dall'ingegnere Barbara Valenzano. Quel piano dettagliato prevede interventi per un totale di otto miliardi di euro soprattutto sulle aree a caldo (le più dissestate e inquinanti) e i parchi minerali. Quegli otto miliardi equivalenti al risparmio accumulato dai Riva per non avere risanato gli impianti a tutela dell'ambiente e della salute. Un paio finiti in paradiso.
La puntata integrale visibile da martedì

"Coppola in mano" e coda tra le gambe

Un Vendola inedito, coppola in mano di fronte all’emissario dell’Ilva


Poco dignitosa: è il minimo che si possa dire della telefonata di Nichi Vendola a un sinistro figuro quale Girolamo Archinà. Qualunque ne fossero il contesto e lo scopo, il testo rivela una sorprendente caduta di stile per una persona che aveva costruito la propria figura pubblica sul modello del politico colto, gentile, coraggioso, innovatore, e tendente all’eloquio ricercato, perfino manierato.
In quella telefonata egli è semplicemente volgare. E’ uno che, per captatio benevolentiae (l’ammissione è sua), si presenta al soprastante, coppola in mano – per usare una metafora – onde rassicurarlo che da lui non deve temere niente. E per abbassarsi ancor di più accentua l’inflessione dialettale e sceglie un registro plebeo.
Lo adula ostentando, con quella risata artefatta, compiacimento per “lo scatto felino” con cui il soprastante – otto mesi prima! – ha strappato il microfono al cronista con la “faccia di provocatore”, uno che appartiene a “gente senz’arte né parte”. “State tranquillo”, soggiunge Vendola, “i vostri alleati principali in questo momento sono quelli della Fiom”. E sollecita il soprastante affinché riferisca al padrone “che il presidente non si è defilato”.
Questo è il testo, al di là del contesto, ripeto; al di là delle ragioni e dell’uso strumentali da parte di questo o di quell’organo di stampa. Il testo ci dice, fra l’altro, che Vendola si congratula per il reato compiuto ai danni di un giornalista. E neppure replica alla larvata minaccia in stile mafioso – altro possibile reato – pronunciata da Archinà quando allude alla “scivolata del nostro stimato amico direttore”: Giorgio Assennato, si presume, ovvero il fin’allora non compiacente direttore dell’Arpa-Puglia, che aveva da poco firmato una relazione sulla necessità di ridurre la produzione dell’Ilva per arginare le emissioni inquinanti.
Da persona che conosce Vendola da lunga pezza e ne ha condiviso un tratto del percorso politico, da sua ex estimatrice, da tarantina che ha visto persone care ammalarsi e morire d’inquinamento, trovo quella telefonata disonorevole per lui, dannosa per la sinistra e il sindacato, offensiva – qualunque ne fosse lo scopo – per la popolazione di Taranto e per le tante vittime dell’Ilva. Un contributo non da poco al qualunquismo del “sono tutti uguali”, all’avanzata del grillismo, alla rivincita della destra.
Annamaria Rivera (Micromega)

Buone nuove per i lavoratori della Vestas di Taranto

 L'articolo di greenreport
Sembrava che al disastro dell’Ilva di Taranto si dovesse aggiungere per contrappasso la chiusura della fabbrica di pale eoliche della Vestas, ma oggi la multinazionale si è impegnata ad «Investire dieci milioni di euro per lanciare la linea di produzione delle pale della turbina V112-3.0 MW a Taranto e offre possibilità di ricollocamento per un numero di dipendenti dello stabilimento per l’assemblaggio di navicelle».
La Vestas ha anche assicurato in un comunicato che assumerà, dopo un’adeguata riqualificazione professionale, «30 lavoratori di provenienza dal bacino di Vestas Nacelles nello stabilimento per la produzione di pale e a ulteriori otto proposte occupazionali per dipendenti dello stabilimento di navicelle di Taranto che entreranno a far parte dell’organico di Vestas Italia, l’unità per la vendita, installazione e manutenzione di turbine eoliche. In relazione alle condizioni di mercato, fino a ulteriori 60 unità potranno essere ricollocato presso lo stabilimento per la produzione di pale a Taranto».
Il Ministero dello Sviluppo economico in un comunicato aveva già annunciato il ritiro della  mobilità e l’intesa sulla Cigs per 24 mesi. Per il  sottosegretario Claudio De Vincenti, si tratta di una svolta: «La società si è impegnata ad un investimento che sviluppa una produzione di alta tecnologia nel comparto delle pale eoliche, rafforzando la competitività internazionale di Vestas Blades.  Si aprono quindi prospettive di lungo periodo per l’insediamento di Taranto. Lo stabilimento Blades potrà così riassorbire buona parte dei dipendenti di Vestas Nacelles e comunque l’azienda si è impegnata a dare opportunità a tutti i lavoratori, attraverso una adeguata riqualificazione professionale. Coerente con questo quadro è il ritiro della procedura di mobilità in favore della Cics per 24 mesi. L’accordo, insomma, coniuga la tutela dei lavoratori con il rafforzamento delle prospettive produttive e di mercato dell’azienda».

Aurevoir Nichi


 Da Il fatto quotidiano, l'articolo di Stefano Cassetti

Ilva, Mr. Vendola nominé aux Cesars 2013

Nichi Vendola ha stravinto la nomination ai Cesars come miglior attore protagonista, non una promessa ma una vera star. Recita splendidamente da anni la parte del paladino di sinistra, dell’ambiente e della giustizia (vedi acronimo di Sel) e ora una semplice risata al telefono ci ha brutalmente riportato la lontananza tra le apparenze (il linguaggio) e la vera natura del politico (i fatti). Bisogna dare atto a Nichi che ci ha fregato per anni con grande classe e che la sua capacità di immedesimarsi nel ruolo è stata straordinaria. Ma ora, a oggi, raramente si può ricordare una così fragorosa caduta in basso. Il fu presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, in confronto cadde inciampando su un gradino. L’unica differenza è che i tg non si sono ancora accorti della notizia. Ma non importa. Da venerdì Nichi scompare politicamente perché, come nel caso Marrazzo, ogni suo commento è irricevibile come lo conferma l’intervista telefonica a Repubblica. Aurevoir Nichi.
Irricevibile anche il suicidario post di Hutter nel quale spiega “perché difende Vendola sull’Ilva “. Hutter prima scrive che la telefonata è talmente incredibile che lui non ci crede. Poi conferma la tesi di questo mio post dando merito a Nichi di ben recitare al telefono la parte del governatore infiltrato a fin di bene. Come una sorta di 007 costretto a spacciare droga per poi sgominare la banda di spacciatori. Testuali parole: “Mossa di teatro diplomatica”. Una presa in giro non aggressiva altrimenti l’interlocutore si offenderebbe subito. Grazie per le risate, Hutter. Per fortuna c’è l’audio originale e quello non si dimentica: zero equivoci.

Sindacati chiedono screening su operai

 Cgil Cisl Uil chiedono alla Regione Puglia che il monitoraggio della salute e negli screening di ricerca venga esteso ai lavoratori più esposti dell'Ilva di Taranto.  Novembre 2013. Meglio tardi che mai...


L'articolo della gazzetta del mezzogiorno:

Cgil, Cisl e Uil di Taranto hanno chiesto all’assessore regionale alla Sanità Elena Gentile di convocare un incontro per discutere del Piano straordinario Salute-Ambiente, approvato nell’ottobre 2012 dalla giunta regionale con l’obiettivo di fronteggiare le complessità dell’integrazione ambiente/salute dell’area jonica, con particolare riferimento all’area del quartiere Tamburi e del Comune di Statte, i più vicini allo stabilimento Ilva e alle altre aziende della zona industriale. Le organizzazioni sindacali hanno sempre auspicato, è detto in una nota, un «confronto con le parti sociali e con la cittadinanza tarantina tutta, anche attraverso momenti di maggiore consultazione e informazione».

Per Cgil, Cisl e Uil, «riguardo la platea coinvolta nel monitoraggio della salute e negli screening di ricerca, sarebbe necessario interessare, oltre e giustamente la popolazione delle aree più direttamente soggette agli effetti dell’inquinamento e alla particolare attenzione alla salute materno-infantile, anche i lavoratori esposti, soprattutto degli impianti più a rischio, cosi come gli ex esposti, al fine di conoscere gli effetti nel breve e lungo periodo».
Già nei mesi scorsi, i sindacati confederali hanno chiesto «un rafforzamento, attraverso il Piano Salute-Ambiente, dell’ambulatorio di Medicina del Lavoro realizzato a seguito del Piano di rientro, presso l’ex ospedale di Massafra e quindi all’interno del Distretto Socio Sanitario 2 che racchiude l’area di Statte».

Ilva di Taranto: stasera Report con Patto d'acciaio

 Oggi Report punterà la sua lente di ingradimento sull'Ilva, o meglio sul "sistema Ilva" - non a caso la puntata si intitola "patto d'acciaio". Questa qui di seguito la presentazione della puntata: "Grazie alla complicità dei poteri forti, ai blandi controlli, alle regole su misura, oggi l'Ilva è una barca alla deriva, con i proprietari, i milanesi Riva, che hanno perso il comando, lasciando le casse vuote. Report farà vedere dove sono finiti i generosi profitti intascati dai Riva grazie alla produzione d'acciaio a Taranto e che avrebbero dovuto investire nel risanamento."




Insomma ne vedremo delle belle. Non ci resta che attendere le 21.05.



Report Patto d'acciaio

sabato 16 novembre 2013

Vendola e quelle telefonate che NON fanno ridere

La forza e il valore dell'audio rispetto alla trascrizione: quello che le parole scritte non dicono.


"A seconda di come noi trattiamo la democrazia, i politici tratteranno noi": sono più che mai attuali le parole che il nostro compagno di lotte e amico Salvatore De Rosa (venuto a mancare nel 2012) ci ha inviato in una delle sue ultime mail. Salvatore era  come noi un convinto sostenitore del superamento della democrazia delegata , vista la sua crisi. Una crisi che si legge ancora oggi,  anche nel video che sta girando da ieri  a firma del Fatto Quotidiano che diffonde l'audio della telefonata fatta da Nichi Vendola (indagato per le pressioni esercitate Giorgio Assennato direttore Arpa Puglia) a Girolamo Archinà, responsabile relazioni interne Ilva (finito agli arresti domiciliari).
Quelle risate di Vendola che ricordano (facendo le dovute distinzioni)  quelle dei due imprenditori per l'avvenuto terremoto de L'Aquila  NON sono giustificabili. Vendola deve rispondere delle risate, dell'aver telefonato a Girolamo Archinà,  deve rispondere del perchè considerare un provocatore un giornalista che fa onestamente il suo lavoro (come avrebbero dovuto fare anche gli altri), deve rispondere del suo atteggiamento Non più ambiguo ai nostri occhi. E non la leggiamo quella conversazione come qualcuno ha scritto  "una captatio  benevolentiae"  che seppur "vecchia" e datata acquisisce maggior valore della semplice trascrizione. Non è la rapprensentazione di una realtà distorta: è la voce reale e vera di Nichi Vendola, grande narratore di storie strazzianti. Come quelle scritte ed inviategli dai bambini di Taranto, le prime vittime dell'inquinamento industriale.  Quell'audio rivela chi è veramente  Vendola: diffonde la stessa voce di un Presidente che in campagna elettorale diceva nel 2011: "io non ho interesse a fare il Presidente della Regione, se devo deludere quei bambini". I Bambini e le loro famiglie sono stati delusi, profondamente.
Vendola dovrebbe per questo dimettersi ma invece cosa fa? minaccia di querelare il Fatto.
Il comportamento di Vendola è rappresentativo di una classe politica vecchia e corrotta, ancorata a delle arcaiche logiche di potere, quelle che tengono in vita un sistema marcio che continua a provocare morti ingiuste e non più tollerabili.
Le sue parole e risate sono inequivocabili, come le sue "leggine" di cui tanto si vanta.
Il trattamento che ci ha riservato Vendola non ci deve stupire: è lo stesso che noi in maniera superficiale ed ingenua abbiamo riservato alla democrazia, nel momento in cui lo abbiamo "delegato" a rappresentarci.


venerdì 15 novembre 2013

"I vostri alleati pià importanti sono quelli della Fiom"


“Complimenti, io e il mio capo di gabinetto siamo stati a ridere per un quarto d’ora”. E’ una “scena fantastica”, secondo Nichi Vendola, il filmato dello “scatto felino”, con cui Girolamo Archinà ruba il microfono a un giornalista che chiedeva conto a Emilio Riva dei morti di tumore causati dalle emissioni dell’Ilva. Il video è dell’autunno 2009, ma torna d’attualità l’estate dopo, quando a Taranto scoppia l’emergenza benzo(a)pirene. Il governatore della Puglia, dopo le risate, fa sapere ad Archinà, dominus indiscusso di tutti gli affari illeciti dell’azienda, che è a disposizione: “Dica a Riva che il presidente non si è defilato”. Tant’è che finirà indagato per le pressioni esercitate su un dirigente dell’Arpa, Giorgio Assennato, l’uomo che ha osato mettersi contro il siderurgico con la sua relazione sulla qualità dell’aria in città.
Di Francesco Casula e Lorenzo Galeazzi. Montaggio di Samuele Orini (FQ)

15 novembre 2013

Senza sorprese!

9 giugno 2010. Nonostante i dati dell’Arpa imputino all’Ilva la responsabilità dell’emergenza bendo(a)pirene, al ministero dell’Ambiente a Roma, procede il cammino per l’Autorizzazione integrata ambientale. Tant’è che l’avvocato Francesco Perli comunica a Fabio Riva che la commissione Aia ha accettato il 90% delle osservazioni dell’Ilva. Per il restante 10 il pool farà un sopralluogo in fabbrica, ma senza “sorprese”   
di Lorenzo Galeazzi e Francesco Casula. Montaggio di Samuele Orini (FQ)

Solo Archinà?

Secondo i magistrati di Taranto, gli uomini dell’Ilva sono in grado di condizionare le istituzioni, la politica e ovviamente anche la stampa. Lo dice anche Girolamo Archinà, ex capo delle relazioni esterne del Gruppo Riva, ora in carcere: “Io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarli la lingua!”. Ma l’ingegnere fa molto di più. Scrive di proprio pugno articoli a firma di fantomatici esperti ambientali che non esistono e decide quali notizie pubblicare e quando farle uscire. Con lui una serie di direttori ed editori compiacenti. Tutti uniti non nell’informare la popolazione dei rischi ambientali e per la salute dell’Ilva, al contrario, per difendere gli interessi del gruppo di Lorenzo Galeazzi (FQ)

giovedì 14 novembre 2013

La bella sorpresa di "Plasticaqquà Taranto": progetto di cittadinanza attiva

Dopo Ammazzachepiazza arriva un nuovo progetto di cittadinanza attiva: "Plasticaqquà Taranto".



Questa la presentazione nella pagina facebook:

Taranto, è conosciuta come la città dei due mari, il mar Grande ed il mar Piccolo.
Essi hanno due ecosistemi differenti tra loro, tanto da essere da sempre fonte inesauribile per la pesca. Lo dimostra la fama di cui gode la nostra città nel mondo per la coltivazione dei mitili di cui qui c’è traccia già intorno all’anno mille. Kolbert, in un reportage sulla nostra città, a metà dell'ottocento, affermava che circa 20.000 persone traevano sostentamento dal mare e dai suoi prodotti, quando Taranto contava 30.000 abitanti.
Non meno gloriose sono le acque del fiume Galeso decantate tra gli altri da Publio Virgilio Marone e Quinto Orazio Flacco, e più recentemente fonte d’ispirazione per per Tommaso Niccolò D'Aquino e Giovanni Pascoli.
Da troppi anni, nonostante l’impegno di singoli volontari ed il raro interessamento di alcune amministrazioni locali, le decine di chilometri di costa dell’arco ionico tarantino, risultano in stato di abbandono a causa dell’incuria diffusa e dell’assenza di servizi essenziali.
Le acque del nostro territorio appartengono ad ognuno di noi, c’è chi dal mare ne ricava un lavoro, chi ama pescare o pratica altri hobby strettamente connessi all’acqua, chi sovente raggiunge scogli e spiagge per trovare sollievo nelle giornate afose e chi vuole godere della vista e dell’odore del mare durante i periodi più freddi.
Il mare è casa nostra e come tale dobbiamo imparare a mantenerlo pulito.
Tra i rifiuti solidi di cui sono pieni i nostri mari, i più pericolosi sono quelli in plastica. I materiali plastici hanno tempi di decomposizione molto lunghi e questo processo causa il rilascio di sostanze tossiche per i pesci e quindi anche per noi che siamo soliti cibarcene. Questi rifiuti li ritroviamo abbandonati per l’inciviltà dei bagnanti durante la stagione estiva, come scarti di confezionamento del pescato, per via di perdite durante il trasporto delle merci.
La plastica è anche una delle principali cause della moria degli animali marini. Uccelli marini, pesci, cetacei, tartarughe e anfibi ingoiano I piccoli frammenti colorati scambiandoli per delle prede, ed inevitabilmente muoiono per intossicazione o soffocamento.
Da qui l’idea di arginare questa emergenza attraverso la raccolta sistematica di rifiuti galleggianti e materiale plastico delle nostre coste e, laddove possibile, delle aree marine che lambiscono diversi punti della città.
Per fare ciò abbiamo deciso di avviare un progetto di cittadinanza attiva, a cui tutti possono prendere parte, denominato “Plasticaqquà Taranto”. Organizzeremo delle giornate dedicate alla pulizia di aree non solo di interesse turistico, ma anche di lembi costieri mai frequentati, spiagge e zone marine adiacenti le aree industriali. Unitamente a questo, contiamo di fare informazione, di diffondere il civismo e di denunciare responsabilità e mancanze anche attraverso l’arte e tramite mezzi che stimolino la partecipazione.
Non abbiamo bisogno di denaro, ma di persone volenterose e del necessario per portare avanti questo progetto come: sacchi spessi per la raccolta di rifiuti, retìni tondi e triangolari con manico lungo, carriole, guanti, setacci, così come più in là avremo necessità di poter contare sulla disponibilità di piccole imbarcazioni o di persone che coadiuvino il nostro operato con delle immersioni subacquee in acque poco profonde.
Chi fosse interessato a partecipare ci scriva il suo indirizzo e-mail tramite messaggio privato a questa pagina fan per poter ricevere comunicazioni sugli appuntamenti, informazioni, fare proposte, mettere a disposizione il necessario per la raccolta dei rifiuti.

Vi preghiamo di seguire e diffondere questa pagina per il nostro mare, per il vostro mare.

Iniziative a misura di bambin* a Taranto e provincia

I. La prima è rivolta a bimb* dai 3 ai 10 anni ed è organizzata dall'Associazione Lab Lib. Si svolgerà domani a partire dalle 17.30 nella libreria Mandese in via Liguria a Taranto. Si chiama "la mia città" in riferimento al testo di  Mook (Edizione:edizionicorsare) "La mia città è...." ed è un laboratorio di animazione alla lettura.
Per ogni laboratorio è richiesta la prenotazione telefonando o inviando una e-mail ai seguenti recapiti:
libreria tel. 099 374174
casadellibro@mandese.it

Olga Mandese cel. 347 2142282
olgamandese@hotmail.com


Trovate tutte le info alla pagina facebook "La mia città è"


II. La seconda iniziativa si chiama" Dalla culla all'orto: storia di un semino che nascerà a casa tua "
 ed è organizzata dalla Fattoria didattica Il Noce
"
www.fattoriailnoce.com" Tel. 099/9734943.
Questa la presentazione:
Bimbi brrrrrrr che freddo!
L' inverno si avvicina e la pioggia cade a catinelle....
Ma noi non ci facciamo spaventare e per domenica abbiamo organizzato un laboratorio da fare al calduccio, sotto la nostra veranda. 

Primo passo, mettere a nanna il semino nella terra...
MA COME???
E DOVE???
E POI? COSA DOBBIAMO FARE PER FARLO CRESCERE???
A tutto questo penseremo noi... voi dovete dire alla vostra mamma solo di portare un contenitore vuoto delle uova
Pronti per scrivere la storia di questo piccolo semino???

Per info e prenotazione contattare via mail o telefonicamente.
La ristorazione funzionerà regolarmente e per il laboratorio è gradita la prenotazione!
Su richiesta, menù vegetariano , vegano e con particolare attenzione ad intolleranze alimentari!!!!


 

Spirito d'Osservazione!

Associazione Impatto Zero Onlus
Associazione Italia Nostra sezione di.Taranto Onlus

COMUNICATO
Invito al confronto.
Le associazioni “Impatto Zero” e “Italia Nostra”  hanno inviato al commissario straordinario Ilva e al ministro dell’ambiente 10 pagine di “Osservazioni” sulla “Proposta di piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria" redatta dal comitato di tre esperti nominati dal ministro dell’ambiente. Proposta ed osservazioni sono scaricabili dal sito http://www.italianostrataranto.it/  
Per un ampio confronto franco ed argomentato, proponiamo qui alcune di quelle osservazioni.

Sintesi del piano di tutela
I  tre esperti in poco tempo hanno inquadrato una realtà industriale immensa e complessa quale è l'Ilva di Taranto Respingiamo l’impostazione del loro piano perché in esso la "fattibilità tecnica e l'operatività dello stabilimento" prevalgono su ogni altra considerazione. Il caso Taranto non è scoppiato per ragioni economiche ed industriali ma per ragioni sanitarie.
Altrettanto criticabile è che venga elaborato un piano di tutela senza conoscere le prescrizioni relative ai comparti di acque, suolo, falda e bonifiche, non ancora stabilite a un anno dall’emissione dell’AIA.
Gli esperti non hanno rilevato che nel1’AIA la durata dell'autorizzazione è stata fissata in 6 anni invece di 5. Da anni ripetiamo che tale carattere premiale è illegittimo in quanto il Sistema di Gestione Ambientale, “procacciatore del premio”, escludeva l'area a caldo, proprio quella dove si produce la quasi totalità dell'inquinamento.

Oggetto, finalità del piano e metodo di lavoro
Gli esperti sottolineano la novità della tutela ambientale affiancata da quella sanitaria e ignorano che il Ministero dell’ambiente, con l’apporto del Ministero della salute, ha impedito che nelle prescrizioni dell’AIA fosse contemplato il contenimento degli impatti sanitari, invano richiesto dal “pubblico interessato”.
Mancano totalmente interventi relativi alle emissioni “fuggitive” ed alla manutenzione.

Hanno aperto le gabbie!

Termini di custodia scaduti. Florido torna in libertà
L'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, e l'ex assessore provinciale all'Ambiente, Michele Conserva, sono stati rimessi in libertà questa mattina per scadenza dei termini  della custodia cautelare. Sia Florido che Conserva erano stati arrestati lo scorso 15 maggio e trasferiti in carcere con l'accusa di concussione. Secondo i pm, avrebbero fatto pressioni sui dirigenti dell'assessorato all'Ambiente della Provincia di Taranto perchè desse il via libera all'autorizzazione della discarica Mater Gratiae sita all'interno dell'Ilva.
I dirigenti invece si opposero ritenendo che non ci fossero i requisiti per il nulla osta.
Dopo alcuni giorni di detenzione sia Florido che Conserva furono scarcerati e trasferiti agli arresti domiciliari, condizione alla quale sono stati assoggettati sino ad oggi. In seguito all'arresto, Florido si dimise subito dalla carica di presidente della Provincia di Taranto - l'esponente del Pd era al suo secondo mandato - mentre Conserva si era già dimesso molti mesi prima. In particolare, Conserva, nell'ambito di uno dei filoni dell'inchiesta sull'Ilva, era stato arrestato anche a novembre dell'anno scorso con l'accusa di orientare presso una società a lui vicina tutte quelle società che avevano bisogno di consulenza e assistenza in merito alle autorizzazioni ambientali di competenza della Provincia.
Le dimissioni di Florido, che dopo l'arresto fu sospeso nell'incarico dal prefetto di Taranto, hanno poi innescato quelle di gran parte dei consiglieri provinciali. Si è così arrivati allo scioglimento anticipato del Consiglio provinciale e all'insediamento in Provincia di un commissario, il prefetto di Bari Mario Tafaro.
La discarica Mater Gratiae, infine, è stata autorizzata all'esercizio con una legge. A fine agosto, infatti, il Governo
ha inserito, nell'ambito del decreto legge sulla Pubblica amministrazione, anche un capitolo riferito all'Ilva che comprende anche la discarica del siderurgico. Il decreto è stato definitivamente convertito in legge nei giorni scorsi. L'agibilità e l'uso della discarica sono ritenuti essenziali dall'Ilva per l'avanzamento del progetto di bonifica e risanamento ambientale che riguarda la fabbrica, così come prevedono le prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale. (RepBa)

San Cimolai pensaci tu?


Ilva:assegnati lavori copertura parchi

La commessa ottempera alle prescrizioni previste dall’A.i.a. ed è stata assegnata, con procedura di gara, alla Cimolai s.p.a, che ha sede a Pordenone
ILVA annuncia che in data odierna è stato assegnato l’incarico per la costruzione della copertura del parco minerali situato all'interno dello stabilimento di Taranto.La realizzazione dell’opera avviene in ottemperanza alle prescrizioni previste dall'Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.).La commessa è stata assegnata alla Cimolai S.p.A tramite una procedura di gara avviata dal commissario straordinario dell’ILVA.
Il progetto prevede la copertura del parco minerali dello stabilimento di Taranto che ha dimensioni di 700 metri di lunghezza e 260 metri di larghezza, per un’altezza di circa 80 metri. Per la realizzazione dell'opera saranno impiegate circa 33.000 tonnellate di acciaio, la maggior parte delle quali sarà prodotta dalla stessa ILVA nell’impianto di Taranto.
Le attività necessarie alla redazione della Specifica Tecnica,coordinate dal Dipartimento AIA, in collaborazione con gli Enti di Stabilimento, hanno richiesto un grande impegno, viste le dimensioni e l’unicità dell’opera.
Il progetto definitivo sarà consegnato entro dicembre 2013 secondo quanto previsto nella Proposta di Piano degli Esperti nominati dal MATTM. I lavori, della durata di circa 26 mesi, avranno inizio una volta ricevute le necessarie autorizzazioni amministrative che, nella Proposta di Piano, si stimano avvenire in 60-90 giorni.
Cimolai è un Gruppo con sede a Pordenone - nato nel 1949 - tra i più avanzati nelle costruzioni metalliche, operante in Italia e all’estero e specializzato – fra le numerose attività – nella costruzioni di edifici civili e industriali, infrastrutture militari e infrastrutture per le industrie off-shore e navali.
Il Gruppo Cimolai attualmente impiega circa 1.750 dipendenti e ha un fatturato stimato per il 2013 di oltre 500 milioni di euro. Attualmente Cimolai è impegnato nella realizzazione di grandi opere civili tra cui, l’HUB del World Trade Center a New York, la Torre Intesa San Paolo a Torino, le paratoie per il raddoppio del Canale di Panama, le paratoie del Mose a Venezia, la copertura a protezione della centrale nucleare di Chernobyl, lo stadio di Brasilia per i campionati mondiali di calcio del 2014 e il nuovo Molo C dell’Aeroporto di Fiumicino.(Manduriaoggi)

Il progetto, si legge nella nota, prevede la copertura del parco minerali dello stabilimento di Taranto che ha dimensioni di 700 metri di lunghezza e 260 metri di larghezza, per un'altezza di circa 80 metri. Per la realizzazione dell'opera saranno impiegate circa 33.000 tonnellate di acciaio, la maggior parte delle quali sara' prodotta dalla stessa Ilva nell'impianto di Taranto. Il progetto definitivo sara' consegnato entro dicembre 2013 secondo quanto previsto nella Proposta di Piano degli Esperti nominati dal Mattm. I lavori, della durata di circa 26 mesi, avranno inizio una volta ricevute le necessarie autorizzazioni amministrative che, nella Proposta di Piano, si stima arriveranno in 60-90 giorni. (ASCA)

mercoledì 13 novembre 2013

"Rosso vergogna" un reportage sull'Ilva a Bari

ecomostri, ilva-muos-enel: se ne parla il 15 e il 16

ecomostri, ilva-muos-enel: se ne parla il 15 e il 16
Ecomostri, Ilva-Muos-Enel: se ne parla il 15 e il 16 all'Artes Cafè

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Il 15 e il 16 novembre, l'associazione nazionale antimafie "Rita Atria", presidio di Bari, organizza due giornate all'insegna della democrazia partecipata e della Memoria Attiva. Dalla Sicilia arriveranno Nadia Furnari e Santo Laganà (fondatrice e presidente dell'Associazione), Graziella Proto (direttrice della rivista antimafia Casablanca) e Serena Maiorana (autrice del libro su Stefania Noce femminista e vittima di femminicidio).
A meno di un anno dalla sua nascita, il presidio di Bari presenta alla città la storia dell'associazione nazionale nata in Sicilia, nell'inverno '94 dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio nel nome della giovane Testimone di Giustizia Rita Atria (morta a soli 17 anni).
In questo lasso di tempo abbastanza breve, ma ricco di emozioni ed eventi, il Presidio di Bari ha portato avanti alcune battaglie non solo dell'antimafia sociale, ma anche della difesa della costituzione, delle politiche sociali, di difesa dei diritti LGBT, con metodi di cittadinanza attiva.
Una due giorni in cui il direttivo nazionale e locale, girerà nelle scuole per presentare il libro sulla storia di STEFANIA NOCE, parlerà di difesa e smilitarizzazione dei territori: ILVA, TERNA e MUOS (è la prima volta che attivisti del Movimento NO MUOS fanno iniziative a Bari) cercando di creare insieme ad altri cittadini interessati al tema, un presidio NO MUOS a Bari.
Di seguito il programma
Venerdì 15 NOVEMBRE 2013 ore 09:00 BARI c/o ITC GIULIO CESARE - BARI - Incontro con le classi 4 e 5 liceo. Presentazione del libro "QUELLO CHE RESTA. STORIA DI STEFANIA NOCE. Il femminicidio e i diritti delle donne nell'italia di Oggi" di e con Serena Maiorana
ore 11.30 Scuola ELEMENTARE A. GRAMSCI - Noicattaro (Ba)
15/11 ore 18:00 BARI
Presentazione del libro alla Libreria Laterza (Via Dante 49/53 - Bari) con Serena Maiorano, l'autrice del libro su Stefania Noce. Partecipa all'evento Graziella Proto (Direttrice della Rivista Casablanca) e Claudio Altini( Referente del Presidio di Bari dell' Ass.ne Antimafie Rita Atria).
SABATO 16/11/2013 ore 9 COMUNE DI RUTIGLIANO Incontro con il sindaco Dott. Romagno , assessore comunale alle politiche sociali e alle pari opportunità Dott.ssa A. Re David e una delegazione di studenti presso il Comune di Rutigliano, per la presentazione del Libro su Stefania Noce.
16/11 ore 10:15 BARI Presentazione del libro c/o Liceo Classico Socrate - Bari; incontro con le classi 4 e 5° ginnasio.
16/11 ore 17:30 BARI Incontro dibattito "ILVA - MUOS -TERNA: I nuovi "poteri" di sviluppo e il dovere di dire No" all'Artes Café (indirizzo). All'evento parteciperanno:
Nadia Furnari - Ass.ne antimafie Rita Atria - coord.to regionale comitato No Muos; la giornalista Marilena Rodi e la fotoreporter Valentina Pavone, quest'ultima coglierà occasione per presentare un video-reportage dal titolo ROSSO VERGOGNA, sugli effetti che l'Ilva ha creato sulla popolazione tarantina. (Baritoday)


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