venerdì 23 agosto 2013

Spiccioli sventolati come banconote nella città dei miserabili

Bonifiche, conto alla rovescia

Gli oltre 400 milioni di euro per le attività di bonifica a Taranto ci sono. Il quadro normativo che li rende spendibili anche. Ormai tutto è pronto per avviare gli interventi attesi da decenni e che puntano a bonificare le aree del quartiere Tamburi particolarmente colpite dall’azione dell’inquibamento, l’area pip di Statte, che si trova a ridosso dello stabilimento siderurgico, allo studio preliminare per il disinquinamento di Mar Piccolo che è stato affidato ad Arpa Puglia, agli stessi impianti dell’Ilva in modo da abbattere le emissioni nocive che provengono dall’area a caldo. Come del resto dimostrano i dati rilevati dalle centraline interne allo stabilimento e pubblicati da Arpa Puglia nel suo sito instituzionale (www.arpa.puglia.it, cliccare su “Rete di monitoraggio della qualità dell’aria interna dell’Ilva”).
Con la definizione del quadro normativo sono state attivate, infatti, le prime gare di appalto, avviati i lavori ed è iniziato il reclutamento degli addetti. L’Agenzia regionale per l’ambiente, infatti, ha emesso il bando (i termini scadono il prossimo 13 settembre) che consente di assumere a tempo determinato 14 tecnici (chimici, ingegneri dell’ambiente, tecnici informatici, statistici e biologi) che andranno a far parte del Centro di salute ambientale.
Lo stesso ha fatto il commissario Ilva, Enrico Bondi, con la costituzione di un dipartimento Aia (il cui compito sarà quello di assolvere a tutte le prescrizioni previste dall’Autorizzazione integrata ambientale), affidato all’ing. Erder Mingoli. Del dipartimento per i lavori Aia, che lavorerà in stretta collaborazione con il subcommissario Edo Ronchi, faranno parte anche dieci ingegneri che saranno formati attraverso un progetto di apprendistato di alta formazione e ricerca che Ilva sta avviando con importanti atenei pugliesi e nazionali. Tale progetto arriverà a coinvolgere complessivamente 30 giovani ingegneri.
Per quanto riguarda gli interventi di bonifica, sono disponibili per il rione Tamburi 8,5 milioni di euro. Nel quartiere è stata già effettuata la caratterizzazione nel centro abitato. Si tratta del sottoprogetto 4 (SP4) che riguarda tutti i terreni del centro abitato per i quali si interviene con fondi di finanziamento già nelle casse del Comune e rivenienti dall’Accordo di programma quadro dei Tamburi. In questo caso i progetti sono stati approvati dalla cabina di regia. Appena il progetto esecutivo sarà validato potranno partire le gare di bonifica per il SP4.
Per quanto riguarda le scuole dei Tamburi, il Comune di Taranto interverrà con i fondi stanziati dal governo a seguito del famoso decreto legge (convertito in legge n. 161 dell’ottobre 2012). In questo caso si interverrà sia per quanto riguarda la struttura fisica delle scuole, con il potenziamento dell’efficienza energetica di tutte e cinque gli istituti, sia per la caratterizzazione nelle aree interne alle stesse. La caratterizzazione dirà il tipo di bonifica necessaria.
Trentasette milioni di euro, come previsto dal Protocollo d’intesa del 2012 per il risanamento di Taranto, saranno utilizzati, invece, per la bonifica dell’area industriale di Statte. Con questo protocollo d’intesa, il Comune di Statte si impegna a espletare tutte le procedure di gara e l’attuazione dei lavori in stretto raccordo con il commissario straordinario Pini e con il soggetto attuatore degli interventi, Antonio Strambaci, del ministero dell’Ambiente. (CdG)

Bonifica delle aree inquinate dall'industria e dall'Ilva in particolare, risanamento degli impianti del siderurgico per abbattere le emissioni nocive dell'area a caldo, creazione di strutture tecniche per rafforzare controllo e monitoraggio ambientale. Muove su tre fronti la strategia messa in campo per Taranto affinché superi l'emergenza che l'ha segnata nell'ultimo anno. Ci sono ben tre leggi in proposito: la 171 del 4 ottobre 2012, la 231 del 24 dicembre 2012 e la 89 del 3 agosto 2013. Le ultime due riguardano l'Ilva - la 89 è quella sul commissariamento dell'azienda -, mentre la 171 la bonifica dell'area esterna allo stabilimento.
Avviati nell'Ilva i lavori dell'Autorizzazione integrata ambientale con la fermata di una serie di batterie coke, degli altiforni 1 e 2 e dell'acciaieria 1 (168 milioni sui 325 del 2013 già spesi a metà luglio) e creato per l'Aia un dipartimento con 30 ingegneri. Messi poi sulla rampa di lancio i primi interventi per la bonifica delle scuole del rione Tamburi di Taranto (8 milioni) e dell'area industriale del Comune di Statte (37 milioni), nonché avviato lo studio preliminare per il disinquinamento di Mar Piccolo di Taranto. Adesso, invece, avanza il discorso relativo alla nuova struttura di analisi dei dati ambientali e del loro impatto sulla salute pubblica. L'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (Arpa) ha infatti lanciato il bando per assumere a tempo determinato 14 tecnici che costituiranno l'ossatura del Centro ambiente e salute di Taranto. I termini per accedere alla selezione si chiudono il 13 settembre prossimo. In particolare l'Arpa cerca chimici, ingegneri dell'ambiente, tecnici informatici, statistici e biologi.
Questo personale dovrà occuparsi fra l'altro di monitoraggio olfattometrico - e Taranto vive frequentemente il fenomeno delle emissioni odorigene di natura industriale -, di monitoraggio e caratterizzazione del particolato atmosferico, dei microinquinanti organici di matrice ambientale, delle emissioni convogliate dei camini industriali, della qualità dell'aria. E, ancora, dello stato di salute della popolazione che risiede nelle vicinanze delle industrie, delle banche dati informatiche, del calcolo delle stime delle emissioni in modo da poter stabilire i profili emissivi, della verifica e controllo di macchine e impianti rispetto sia alle prescrizioni e alle autorizzazioni, sia alle migliori tecniche ambientali.
Il Centro ambiente e salute è istituito dalla Regione Puglia, nasce da una delibera di giunta (la n. 1980 del 12 ottobre scorso) che a sua volta si rifà alla legge regionale n. 18 del 2012 (Piano straordinario salute e ambiente) e ha una dote di 8 milioni di euro assegnata col bilancio del 2012. Di questi, 4,730 milioni serviranno alla ristrutturazione e all'adeguamento funzionale dell'ex ospedale Testa di Taranto, ubicato proprio nell'area industriale e ceduto dall'Asl tarantina all'Arpa Puglia in comodato d'uso ventennale, mentre 3,270 milioni saranno finalizzati alla fase di start up e al personale. «Condurre un progetto sperimentale di monitoraggio e di contrasto delle criticità sanitarie associate ai fattori di rischio ambientali»: questa la mission assegnata ad Arpa Puglia e Asl Taranto che si avvarranno anche dell'Ares, l'Agenzia per la sanità.
Alla struttura l'Arpa ha invitato a partecipare anche l'Ilva non ottenendo però riscontro. Lo dice lo stesso direttore generale dell'Arpa, Giorgio Assennato, scrivendo al commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e invitando l'azienda ad abbandonare la «cultura negazionista» sull'impatto ambientale del siderurgico. Assennato parte da un dato, ovvero dall'invito ricevuto come Arpa a presentare a Basilea al congresso della Società di epidemiologia il caso Ilva. «Evidentemente - scrive Assennato a Bondi - il comitato scientifico non ha condiviso il suo giudizio sull'inattendibilità del nostro lavoro in merito alla valutazione di danno sanitario dell'Ilva. Mi auguro che lei comprenda - sottolinea Assennato - il valore strategico di trasformazione di atti amministrativi in produzione scientifica per affrontare in modo adeguato la complessitá dei problemi dell'area tarantina». (Sole24h)

giovedì 22 agosto 2013

Manca qualcosa..

Ilva: Usb, mancano controlli IPA

L'Usb di Taranto ha inviato un esposto alla Procura della Repubblica, al Dipartimento di Prevenzione Spesal dell'Asl e alla sede tarantina dell'Arpa Puglia per segnalare il mancato rilevamento dei dati sugli Idrocarburi policiclici aromatici da parte delle centraline di monitoraggio sulla qualità dell'aria, e ora chiede il fermo immediato degli impianti inquinanti. Il sindacato di base rileva ''la palese violazione delle norme riguardanti la formazione e l'informazione dei lavoratori''. (ANSA)

martedì 20 agosto 2013

Tamburi, anno 2013

Ilva, rispunta l’oblio

La legge in questione è il decreto “salva Ilva bis”, convertito appunto in legge il 4 agosto 2013. L’atto legislativo che, nei fatti, ha eliminato la figura del Garante ed ha rinviato l’attuazione, a decorrere dal 2 agosto, dei tempi tecnici previsti dall’Aia per la messa a norma degli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto. Da allora, sembra essersi attenuata la morsa della cittadinanza sulle tematiche inerenti l’inquinamento ed i conseguenti lavori per l’ambientalizzazione del centro siderurgico tarantino.
Dopo oltre un anno dall’inizio dell’inchiesta “Ambiente svenduto” della Magistratura, nella quale la stessa ha additato la responsabilità di disastro ambientale alla famiglia Riva ed agli allora responsabili dell’Ilva, i Riva sono nuovamente a piede libero (in virtù del termine delle misure cautelative degli arresti domiciliari prima del processo) ed a Taranto, in particolar modo al quartiere Tamburi, si continua a morire per malattie correlate all’inquinamento.
A distanza di poche settimane dalla conversione in legge del decreto legge, abitanti e commercianti del quartiere Tamburi mostrano perplessità su come possa evolvere la situazione, se effettivamente si riuscirà a contemperare le ragioni dell’ambiente e della salute con quelle del lavoro e dell’occupazione.
A far aumentare i malumori anche le recenti dichiarazioni del commissario Ilva, Enrico Bondi, (seppure ridimensionate e smentite dal diretto interessato). Dichiarazioni, quelle secondo le quali l’alta mortalità a Taranto per tumore sarebbe correlata ad un maggiore abuso di alcol e tabacco, potrebbero indurre persone male informate a giungere alla conclusione che il quartiere in questione, dati alla mano sulla mortalità per tumore, sarebbe popolato da incalliti fumatori ed alcolisti sin dalla tenera età.
Al contrario, quello dei Tamburi è un quartiere di lavoratori, gente umile, abituata a convivere con la presenza del “Mostro” e costretta a subire, con rassegnazione, gli eventi.
Francesco Semeraro, proprietario di un’edicola in via Orsini, pensa che «andrà a finire tutto in una bolla di sapone». Intervistato sulle ragioni di questo silenzio calato sull’intera vicenda all’indomani delal conversione del decreto in legge, dichiara che «la classe politica tarantina ed il sindacato non hanno la forza di imporsi nei confronti di Riva, e la città è ostaggio di questo industriale. A ciò va aggiunto – prosegue – che la stampa sta mollando un po’ la presa, così come i cittadini, nei quali è subentrato un po’ di rassegnazione visto che, dopo tanto clamore, hanno notato che i risultati, ad oggi, non sono arrivati».
Nicoletta Lo Mazzo, commerciante di un noto panificio di via Galeso, riscontra, fra la sua clientela che «serpeggia del malumore, misto alla poca fiducia. Sono le solite cose – prosegue – che accadono qui da noi: cattiva amministrazione, poca partecipazione di queste nelle questioni importanti della città, che gravano sul cittadino che ha poco potere in queste cose». La sorella Nicoletta, alla domanda sulle cause di questo silenzio, ha una sua opinione ben precisa: “«Si è voluto mettere tutto a tacere; chi in passato si è arricchito le tasche con questa faccenda si è ora tirato indietro». Carmelo Di Maglie, proprietario di un conosciuto caseificio in via Galeso, sulla questione della minore attenzione riscontrata ultimamente dalle istituzioni e dall’Arpa nell’evidenziare le eventuali anomalie, sostiene che «in verità non c’è mai stato tutto questo daffare che dicono; l’Arpa e le istituzioni si sono sempre disinteressate della salute degli abitanti del quartiere e francamente non vedo differenze. Sì, se ne è parlato un po’ – prosegue – all’inizio della questione dell’inquinamento ma poi, tutto è rimasto com’era e così sarà. L’attenzione di noi cittadini è sempre alta sulla questione, il problema è che mai nessuno ci darà retta».
Ida, una casalinga del quartiere Tamburi, afferma il fatto che «una volta fatta la legge, tutto è caduto nel dimenticatoio. Spesso mi domando – sostiene – come mai, proprio adesso che i cittadini dovrebbero ribellarsi, si è bloccato tutto?».
Per Adele, giovane neolaureata del rione Tamburi, «in passato c’è stata l’intenzione di esprimere il proprio dissenso in modo pacifico. Visto che la popolazione – dichiara – una volta appreso che questi metodi non hanno fatto approdare a nessun risultato e dato che evidentemente la cittadinanza non sente ancora forte quella spinta per usare dei metodi più drastici al fin di riuscire ad essere ascoltata, le istituzioni approfittano di questa inerzia dei cittadini, succubi su queste tematiche». (Corgiorno)

lunedì 19 agosto 2013

Con beneficio del dubbio. Aspettiamo una verifica.

Ilva di Taranto: la valutazione dell’esposizione a elementi metallici
Una ricerca ha valutato il rischio per la salute da esposizione a elementi metallici per i lavoratori e la popolazione di Taranto. Dalla ricerca non emerge un inquinamento degli ambienti di vita da elementi metallici di origine industriale.

Pavia, 19 Ago – In questi ultimi anni il tema dell’impatto ambientale degli impianti siderurgici in Italia è diventato molto delicato in relazione alle note vicende dell’ Ilva di Taranto. Le sue emissioni sono state oggetto di continue indagini e perizie (chimiche ed epidemiologiche); per i  vertici dell’Ilva sono state ipotizzate accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose.
 Ricordando la varietà delle sostanze inquinanti studiate (metalli pesanti, materie particolate, rifiuti gassosi, idrocarburi policiclici aromatici, benzene, amianto, diossine, …), e con possibili effetti sulla salute di lavoratori e cittadini di Taranto,  ci soffermiamo oggi su una ricerca effettuata nell’ambito degli studi promossi in Italia dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro (ora Inail) e finalizzati a monitorare l’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua di falda e di mare nell’area di Taranto, definita nel 1990 dal Consiglio dei Ministri ad elevato rischio di crisi ambientale in quanto “caratterizzata da gravi alterazioni degli equilibri ecologici nei corpi idrici, nell’atmosfera e nel suolo tali da comportare un rischio per l’ambiente e per la popolazione”. 
 Questa ricerca ha avuto l’obiettivo di studiare l’escrezione urinaria di diversi elementi metallici nei lavoratori dell’impianto siderurgico a ciclo integrale e nella popolazione generale di Taranto, per valutare il rischio per la salute da esposizione a elementi metallici e analizzare i fattori che condizionano la loro escrezione.

Per conoscerne metodi e risultati di questa ricerca è possibile leggere un intervento pubblicato sul numero di ottobre/dicembre 2012 del Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia: “Valutazione del rischio per la salute da esposizione a elementi metallici nei lavoratori del siderurgico e nella popolazione generale di Taranto (Italia)”, a cura di Leonardo Soleo, Piero Lovreglio, Laura Panuzzo, Maria Nicolà D’Errico, Antonella Basso e Ignazio Drago (Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, Sezione di Medicina del Lavoro “E.C. Vigliani”, Università di Bari “A. Moro”, Bari), Maria Enrica Gilberti, Cesare Tomasi, Pietro Apostoli (Dipartimento di Medicina Sperimentale ed Applicata, Sezione di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale, Università di Brescia, Brescia).
 
L’intervento ricorda che “gli stabilimenti siderurgici a ciclo integrale sono considerati insediamenti industriali ad elevato impatto ambientale di numerosi inquinanti chimici, tra cui elementi metallici, nonostante la continua innovazione tecnologica abbia reso i processi di produzione dell’acciaio nei paesi occidentali sempre più efficienti e meno inquinanti”. Infatti durante la produzione sia di ghisa che di acciaio alcuni lavoratori possono essere esposti “a elementi metallici, quali piombo (Pb), mercurio (Hg), zinco (Zn), manganese (Mn), cromo (Cr), cadmio (Cd), nichel (Ni), rame (Cu), arsenico (As) ed altri”. Inoltre “attraverso le loro emissioni in atmosfera questi stabilimenti siderurgici possono anche determinare un inquinamento dell’aria da elementi metallici che può interessare la popolazione generale che risiede nelle aree abitative circostanti gli stabilimenti”. E la popolazione “può essere esposta a elementi metallici anche indirettamente attraverso l’inquinamento sia del suolo, conseguente alla ricaduta di elementi metallici dalle emissioni in atmosfera dei predetti impianti, che dell’acqua di falda e marina contaminata dagli scarichi dei processi di lavorazione che in essi si svolgono e che possono contenere As, Pb, Cr, Cu, Zn e Ni”.
Gli autori sottolineano inoltre che l’esposizione a elementi metallici nei lavoratori degli impianti siderurgici “risulta in genere poco studiata in letteratura rispetto a quella ad altri inquinanti, quali idrocarburi policiclici aromatici (IPA), benzene e diossina”.
 
Dunque l’obiettivo dello studio è stato di studiare “l’escrezione urinaria di As, Cr, Mn, Co, Ni, Cu, Zn, Cd, Sn, Ba, Hg, Pb, Sb nei lavoratori dell’impianto siderurgico a ciclo integrale e nella popolazione generale di Taranto per la valutazione del rischio per la salute da esposizione occupazionale e, rispettivamente, ambientale”.
A questo proposito sono stati considerati “49 lavoratori dello stabilimento siderurgico (esposti), che lavoravano nei reparti parchi minerali, agglomerato, acciaieria 1 e 2 e impianti marittimi, e 50 soggetti della popolazione generale di Taranto residente a varia distanza dallo stabilimento (controlli), scelti con criterio randomizzato tra esposti e controlli di un precedente studio condotto nel 2005” (una precedente ricerca su 195 lavoratori maschi e su due gruppi di soggetti maschi della popolazione generale).
 
Veniamo subito ai risultati.
 
I risultati del monitoraggio ambientale “hanno mostrato nei campionamenti di polvere respirabile effettuati sia in postazione fissa che con campionatori personali concentrazioni di As e Cd sempre inferiori al LOD (limite di rivelabilità, ndr), mentre Cr, Mn, Ni, Cu e Pb, sebbene pressoché sempre dosabili, sono risultati 1-2 ordini di grandezza al di sotto dei rispettivi TLV-TWA dell’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH)”.
Per lo Zn, “per il quale non esiste un TLV raccomandato dall’ACGIH, complessivamente solo il 25% delle determinazioni sono risultate superiori al LOD”.
Il Mn è risultato l’unico elemento metallico a presentare concentrazioni urinarie significativamente più elevate negli esposti rispetto ai controlli, con valori urinari nei due gruppi comunque contenuti nel range dei valori di riferimento italiani.  Co, Cu, Zn, Sn e Sb hanno mostrato concentrazioni urinarie significativamente più elevate nei controlli rispetto agli esposti, mentre As, Cr, Cd, Ba, Hg e Pb non hanno mostrato differenze tra i due gruppi. Il Ni è risultato inferiore al LOD nel 60% dei soggetti dei due gruppi”.
 Inoltre in considerazione della “pressoché identica eliminazione urinaria di elementi metallici da parte di esposti e controlli è stata studiata la dipendenza dei singoli elementi metallici dalle variabili indipendenti”. Ad esempio età, BMI (indice di massa corporea), anzianità lavorativa, consumo di prodotti caseari, carne, pollame, molluschi e crostacei, fumo di sigaretta, …
L’intervento – che vi invitiamo a visionare integralmente – riporta diverse tabelle esplicative, anche con riferimento alla dipendenza di alcuni elementi metallici urinari da variabili indipendenti.
 I risultati “non hanno mostrato nei lavoratori del siderurgico una escrezione urinaria dei singoli elementi metallici tendenzialmente più elevata rispetto ai controlli; anzi per alcuni elementi metallici (Co, Cu, Zn, Sn e Sb) si è osservato l’opposto e per quelli a maggior rilevanza tossicologica (As, Cr, Ni, Cd, Hg e Pb) non è stata osservata alcuna differenza tra i due gruppi. Questi risultati, pertanto, consentono di ritenere del tutto irrilevante il rischio per la salute da esposizione a elementi metallici di tipo occupazionale per i lavoratori dello stabilimento siderurgico e ambientale per i soggetti della popolazione generale di Taranto residente a varia distanza dallo stabilimento”.
E questo secondo gli autori vale “sia per gli effetti tossici degli elementi metallici studiati, che per quelli cancerogeni per gli elementi metallici in grado di provocarli con una relazione dose-risposta di tipo lineare con assenza di una soglia di effetto. Per questi ultimi effetti, non superando essi in alcun lavoratore, con l’eccezione dell’As, il valore del 95° percentile del rispettivo valore di riferimento, non dovrebbe essere attesa alcuna azione concausalmente responsabile nella genesi di tumori di origine occupazionale nei lavoratori e di un eccesso di rischio neoplastico di origine ambientale nella popolazione di Taranto”.
 In conclusione “non è emerso un inquinamento degli ambienti di vita da elementi metallici di origine industriale, mentre, secondo la ricerca, altri fattori non occupazionali sembrano in grado di condizionare l’intake (assunzione, ndr) degli elementi metallici”.
 
Valutazione del rischio per la salute da esposizione a elementi metallici nei lavoratori del siderurgico e nella popolazione generale di Taranto (Italia)”, a cura di Leonardo Soleo, Piero Lovreglio, Laura Panuzzo, Maria Nicolà D’Errico, Antonella Basso e Ignazio Drago (Dipartimento Interdisciplinare di Medicina, Sezione di Medicina del Lavoro “E.C. Vigliani”, Università di Bari “A. Moro”, Bari), Maria Enrica Gilberti, Cesare Tomasi, Pietro Apostoli (Dipartimento di Medicina Sperimentale ed Applicata, Sezione di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale, Università di Brescia, Brescia), in Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, volume XXXIV - n. 4 - ottobre/dicembre 2012 (formato PDF, 416 kB). (Puntosicuro)

Qualche informazione dall'interno, finalmente!

Inquinanti Ilva: i dati del monitoraggio

L’Arpa Puglia ha condiviso sul web i dati del monitoraggio degli inquinanti dell’aria all’interno dell’Ilva. Sono i primi dati che vengono raccolti con le nuove centraline interne.
L’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente, sul proprio sito internet, ha pubblicato di dati prodotti dalla rete di monitoraggio della Qualità dell’aria interna allo stabilimento tarantino, precisando che tali dati non sono soggetti ai limiti del d.lgs. 155/2010, in quanto provenienti da postazioni interne ad un ambiente di lavoro. I dati sono al momento forniti in forma tabellare, come file giornalieri. Dall’Arpa, i vertici in vacanza non danno alcuna interpretazione dei primi numeri emersi.
Nella tabella in basso il monitoraggio della giornata del 13 agosto. Ecco invece per esempio i dati registrati nella giornata del 15 agosto dalla diverse centraline. Quella della cokeria ha registrato 30,2 ug/m’ di Acido Solfridrico (H25). Lo stesso che dalla centralina della direzione é stato di 1,3, dalla centralina Riv 2,6, da quella dei parchi1,8 e da quella del quartiere Tamburi O,8. Nella stessa giornata gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) sono stati dalla cokeria di 65,7 ng/m3, dalla direzione di 4,7, dal Riv di 13,5, dai Parchi di 3,8 e dal quartiere Tamburi di 16,8. Il Pm1é invece é stato, nella cokeria, di 165,5 ug/m3, nella direzione di 42,2, al Riv di 35,4, ai parchi di 65,6 e al quartiere Tamburi di 36. Il Pm 2.5, invece, é stato alla cokeria di 80,9 ug/m3, alla direzione di 21,5, ai parchi di 24,4 e ai Tamburi di 18,5. Il benzene invece ha raggiunto i 66,7 ug/m3.
E sempre a proposito dell’inquinamento Ilva, nei giorni scorsi ha tenuto banco la polemica sull’acqua con cui verrebbero bagnati i parchi minerali. «In Italia persino un parcheggio - spiega Alessandro Marescotti, di PeaceLink, per essere autorizzato deve essere dotato di un sistema di trattamento delle acque di prima pioggia. E la più grande acciaieria d’Europa possiede o no un sistema di trattamento delle acque di prima pioggia? Spinti da questo dubbio abbiamo chiesto al Garante dell’AIA se Ilva fosse in regola. Il Garante ha chiesto lumi ad Arpa». L’Agenzia ha risposto che «attualmente la struttura del sistema fognario asservito allo stabilimento Ilva spa di Taranto non consente la raccolta delle acque di prima pioggia, le quali vengono fatte confluire insieme agli altri scarichi dello stabilimento nei canali di scarico (canali Primo e Secondo), che l’azienda considera sedimentatori longitudinali». (TaSera)

sabato 17 agosto 2013

La corsa al treno... rotto!

Ilva-Lucchini, integrazione possibile

Perché - con la cruda sbrigatività che gli amici e i nemici gli riconoscono fin dai tempi di Mediobanca e di Montedison - Enrico Bondi non ha bollato come "impraticabile" la richiesta - pressante - del Governo di provare a inserire il (logorato) tassello della Lucchini nel (complicatissimo) mosaico del risanamento industriale e ambientale dell'Ilva di Taranto? Perché non l'ha fatta cadere nel vuoto?
Le motivazioni che il ceto politico toscano ha scaricato sul Governo sono emotive fino alla demagogia, perché sembrano nascondere la voglia di diluire nell'Ilva il problema della Lucchini, ma di fronte alla disperata situazione di Piombino non possono non risuonare come quasi comprensibili.
L'ipotesi di lavoro, che va attentamente depurata da ogni rischio di una vendita camuffata, è quella di realizzare a Piombino un centro di produzione di materia prima che alimenti la stessa Piombino e che sia di supporto all'Ilva.
Quale sarebbe il vantaggio per quest'ultima? C'è un elemento, strettamente connesso al particolare profilo giuridico-industriale in cui si trova l'Ilva, di cui bisogna tenere conto: l'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale, ha posto un vincolo sulla produzione di ghisa liquida a Taranto.
Fra il 2007 e il 2008, prima della crisi economica internazionale e del buco nero giudiziario in cui è precipitato il gruppo siderurgico, l'impresa produceva 9,5 milioni di tonnellate di ghisa all'anno. Ora l'Aia fissa un tetto di produzione a 7 milioni di tonnellate. Gli oltre due milioni di tonnellate che mancano potrebbero essere forniti da Piombino. Questo è il vantaggio per l'Ilva.
E per Piombino? Se l'Ilva dovesse attivare una integrazione con l'acciaieria toscana, per quest'ultima vi sarebbe una prima sostanziale conseguenza: molti dei dipendenti, che oggi paiono destinati a perdere il posto di lavoro anche in caso di non definitiva liquidazione della società, potrebbero rientrare in fabbrica, dove non sarebbe spento per sempre l'altoforno.
Oggi, per la Lucchini, sono in lizza due cordate: la prima è composta da Beltrame e da Klesch; la seconda da Duferco, Acciaierie Venete e Feralpi. Entrambe le cordate, che hanno manifestato un interessamento a diversi livelli, sono portatrici di una cultura basata sul forno elettrico, che si serve del rottame. Non hanno competenze di gestione e di trasformazione del minerale. Dunque, appare difficile che possano mantenere un perimetro occupazionale che, rispetto agli attuali più di 2mila dipendenti, vada oltre 600-650 addetti.
In Italia le uniche due realtà che conoscono bene la siderurgia estrattiva - quella fondata appunto sull'estrazione del ferro dal minerale - sono l'Ilva e la Lucchini di Piombino. E, se in qualche modo l'Ilva riuscisse a inserire nel suo piano industriale una integrazione con la Lucchini, il numero di dipendenti necessario sarebbe assai maggiore. Il problema è, appunto, che cosa voglia dire "in qualche modo": l'Ilva è commissariata, dunque - anche se traesse un vantaggio industriale da questa idea - non potrebbe acquistare la Lucchini. Una ipotesi potrebbe essere l'affitto di un ramo d'azienda.
C'è, poi, il nodo della delimitazione del campo di gioco. Nel senso che l'Ilva potrebbe giocare in proprio, gestendo tutto il ciclo siderurgico di Piombino. Oppure potrebbe integrarsi con la cordata che avrà la meglio sull'altra: all'Ilva quanto serve per i prodotti piani, agli altri i forni elettrici con cui produrre prodotti lunghi. Comunque sia, a Piombino ci sarebbero già le attrezzature per fare i semilavorati da indirizzare verso il laminatoio di Taranto.
I costi di trasporto e di logistica, se sostenuti all'interno dello stesso gruppo siderurgico, non sono per definizione proibitivi: ai tragitti Cornigliano-Taranto e Novi Ligure-Taranto si aggiungerebbe Piombino-Taranto. Va sottolineato come, a Piombino, ci sia un asset - spesso trascurato - come il porto. È vero che il fondale dovrebbe essere più profondo, per ospitare le navi di grandi dimensioni che oggi servono la siderurgia internazionale. Ma è altrettanto vero che gli attracchi sul Tirreno sono più pregiati rispetto a quelli sull'Adriatico, tanto che il valore di un molo a parità di capacità varia fra il 30 e il 35% in più.
Dunque, una integrazione Ilva-Lucchini - sempre che le richieste di Roma non siano giudicate impraticabili da Bondi e dal suo staff - potrebbe anche contribuire a fare tornare in attività un porto, quello di Livorno, che oltre al turismo dei traghetti verso le isole ha una vocazione siderurgica tutt'altro che irrilevante.
Un porto il cui livello di saturazione ha una correlazione diretta con quanto succede nello stabilimento, che a regime avrebbe dovuto produrre 2,5 milioni di tonnellate di acciaio, ma che in realtà negli ultimi anni non ha mai superato gli 1,4 milioni di tonnellate. (Sole24h)

mercoledì 14 agosto 2013

Non c'è peggior sordo (o negatore) di chi non vuol sentire

La smetta con il suo “sterile approccio negazionista” e collabori con le istituzioni locali.

Lo chiede Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, ad Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva di Taranto ed ex amministratore delegato dell’acciaieria. Nella lettera inviata ieri anche al governatore pugliese Nichi Vendola (Sel), all’Ares Puglia e alla Als tarantina, Assennato annuncia che il 21 agosto è prevista a Basilea una sua relazione sulla valutazione del rischio per Taranto legato alla lavorazione dell’acciacio (“Risk assessment on Taranto (Italy) integrated steel works”). Il discorso si terrà durante il convegno organizzato dalla Società internazionale di epidemiologia ambientale (Isee). “Evidentemente – scrive il direttore dell’Arpa – il comitato scientifico del convegno non ha condiviso il suo giudizio sull’inattendibilità del nostro lavoro sulla valutazione del danno sanitario prodotto dall’Ilva”. Assennato si riferisce alla nota di Bondi del 27 giugno inviata alla Regione in cui appoggiava i rilievi dei consulenti dell’Ilva sul fatto che l’eccesso di tumori sia dovuto al “fumo di tabacco e alcol, nonché difficoltà nell’accesso a cure mediche e programmi di screening”. Posizione in contrasto con quanto certificato dal Ministero della Salute con il Rapporto Sentieri dello scorso ottobre che invece lega le emissioni dell’acciaieria all’aumento del 20% del tasso di mortalità nel tarantino rispetto all’intera regione. “Mi auguro – scrive Assennato – che lei comprenda il valore strategico della trasformazione di atti amministrativi in produzione scientifica per affrontare in modo adeguato la complessità dei problemi dell’area tarantina”. Poi aggiune: “Ciò è alla base del Centro Ambiente e Salute a Taranto, finalmente attivato dopo mie reiterate richieste, al quale l’azienda Ilva si è sempre rifiutata di aderire, nonostante miei pressanti inviti, come avrebbe dovuto fare seguendo i principi di una moderna responsabilità sociale d’impresa”.(Domaniandriese)

lunedì 12 agosto 2013

Pioggia ricca

Che fine fa l'acqua che cade sull'Ilva?
E l'acqua con cui vengono bagnati i parchi minerali?

In Italia persino un parcheggio per essere autorizzato deve essere dotato di un sistema di trattamento delle acque di prima pioggia. E la più grande acciaieria d'Europa possiede o no un sistema di trattamento delle acque di prima pioggia? Spinti da questo dubbio abbiamo chiesto al Garante dell'AIA se Ilva fosse in regola. Il Garante ha chiesto lumi ad Arpa. Altoforno Ilva Altoforno Ilva Chiudi E finalmente abbiamo la risposta ufficiale che alleghiamo a questo comunicato.

 Oggi giunge infatti la risposta ufficiale dell'ARPA alla richiesta di PeaceLink. Eccola: "Si comunica che attualmente la struttura del sistema fognario asservito allo stabilimento Ilva spa di Taranto non consente la raccolta delle acque di prima pioggia, le quali vengono fatte confluire insieme agli altri scarichi dello stabilimento nei canali di scarico (canali Primo e Secondo), che l'azienda considera sedimentatori longitudinali". Questo è quanto scrivono Giorgio Assennato e Massimo Blonda, rispettivamente Direttore Generale e Direttore Scientifico dell'Arpa Puglia al già Garante dell'AIA Vitaliano Esposito. L'ARPA Puglia specifica di avere chiesto gli opportuni interventi "già dalla prima AIA" del 2011.

 L'inerzia che ne è seguita a questo punto è sotto gli occhi di tutti, alla luce del lapidario comunicato dell'ARPA. E' inquietante che in tutto questo tempo un sistema indispensabile per la protezione delle acque (che tra l'altro non è una "migliore tecnologia" ma è un vero e proprio obbligo di legge) sia rimasto inattuato. E' stato proprio il dott. Vitaliano Espostito (e poi ARPA in giornata) a comunicare per email questa imbarazzante informazione all'ISPRA e all'Ilva, oltre che a PeaceLink.

Al Commissario dell'Ilva spa
Al Direttore generale dell'Ispra
Si trasmette, per quanto di competenza, l'allegata nota dell'Arpa Puglia in risposta alla richiesta del prof. Marescotti del 26 luglio u.s. Vitaliano Esposito, già Garante dell'Aia per l'Ilva. Tale informazione era stata specificamente richiesta da PeaceLink con questa email del 4 luglio scorso: Gentile Garante, vorremmo sapere se Ilva è in regola con la normativa nazionale che prevede l'adozione di sistemi di trattamento delle acque di prima pioggia. Vorremmo sapere pertanto se i liquidi per l'irrorazione dei parchi minerali e la pioggia stessa sono raccolti e trattati per evitare che trasferiscano in mare gli inquinanti. Vorremmo sapere se l'irrorazione dei parchi minerali incontra un adeguato strato di impermeabilizzazione o se i liquidi percolano nella falda.
Con osservanza Alessandro Marescotti Presidente di PeaceLink

Ma che cosa prevede la legge a questo riguardo? L'art. 113 del Decreto Legislativo del 3 aprile 2006 n. 152 (titolo III, capo IV: Ulteriori misure per la tutela dei corpi idrici) è molto chiaro nel prevedere che "ai fini della prevenzione di rischi idraulici ed ambientali, le Regioni, previo parere del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, disciplinano e attuano le forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento provenienti da reti fognarie separate".
Quindi è competenza della Regione predisporre e applicare la normativa. La Regione Puglia, con Deliberazione di Giunta del 19 giugno 2007, n. 883, ha adottato, ai sensi dell'art. 121 del D. Lgs. n. 152/2006, un "Piano di tutela delle Acque". Tale piano impone che "le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne che dilavano dalle pertinenze di stabilimenti industriali, di cui alla definizione, devono essere raccolte in vasche a tenuta stagna e sottoposte ad un trattamento depurativo appropriato in loco tale da conseguire il rispetto dei limiti di emissione previsti dalla tab. 3 di cui all'allegato 5 del D.Lgs. 152/99, per le immissioni in fogna e nelle acque superficiali; il rispetto dei limiti di emissione previsti dalla tab. 4 di cui all'allegato 5 del D.Lgs. 152/99, nel caso di scarico sul suolo. Inoltre, le acque di dilavamento successive a quelle di prima pioggia, che dilavano dalle pertinenze di stabilimenti industriali e che non recapitano in fognatura, devono essere sottoposte, prima del loro smaltimento, ad un trattamento di grigliatura, disoleazione e dissabbiatura".

Il piano regionale prevede delle sanzioni: "Chiunque non ottempera alla disciplina dettata dalle Regioni ai sensi dell'articolo 113, comma 1, lettera b), è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da millecinquecento euro aquindicimila euro". L'art. 137, comma 9 D.Lgs. 152/06, dichiara che "chiunque non ottempera alla disciplina dettata dalle Regioni ai sensi dell'articolo 113, comma 3 (ossia chiunque apra o comunque effettui nuovi scarichi di acque reflue industriali, senza autorizzazione, oppure continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l'autorizzazione sia stata sospesa o revocata), è punito con l'arresto da due mesi a due anni o con l'ammenda da millecinquecento euro a diecimila euro".

A questo punto la domanda è d'obbligo: chi non ha agito fino a ora per applicare la legge? Ci sono responsabilità politiche visto che l'organo tecnico aveva già segnalato il problema? La questione sarà portata all'attenzione della Procura della Repubblica.

Peacelink (Antonia Battaglia, Fulvia Gravame, Luciano Manna, Alessandro Marescotti)

venerdì 9 agosto 2013

E Registro Tumori di Puglia fu!

Con deliberazione della Giunta Regionale n. 1197 dell'1/7/2013 è stato istituito il Registro dei Tumori per la Regione Puglia. La pubblicazione è sul Bollettino Ufficiale della Regione n. 108 del 6/8/2013.


giovedì 8 agosto 2013

Sinergia: la parola preferita dai politici (e la più ambigua...)

Ilva, Zanonato in visita allo stabilimento: “Possibile sinergia con Piombino”

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, accompagnato dal commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi, ha visitato lo stabilimento siderurgico di Taranto. Il ministro, arrivato da Roma, dal consiglio dei ministri, ha effettuato un sopralluogo nell’area dei cantieri allestiti per i lavori previsti dall’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale. ”E’ possibile una sinergia temporanea tra l’Ilva di Taranto e lo stabilimento di Piombino – ha dichiarato il ministro, come riportato dall’Ansa – siamo in una fase in cui ci sono segnali di ripresa e l’Ilva di Taranto dovra’ ridurre la produzione per i lavori dell’Aia. Questo potra’ servire per far produrre acciaio all’altoforno di Piombino, dove si sta cercando di trovare una soluzione diversa”. Zanonato ha aggiunto: ‘La salute è al primo posto, poi bisogna salvaguardare l’occupazione. Mi sono convinto che non c’e’ possibilità solo di bonificare l’impianto, ma bisogna rimetterlo in piena efficienza in base all’Autorizzazione integrata ambientale e questo servirà per tutelare la salute”. ’In base a quanto riferito dal ministro, il piano industriale è previsto per settembre. (Inchiostroverde)

L'ultima sub-roncata: "facciamolo alla tedesca!"


Ronchi promette un'Ilva alla tedesca

Sub commissario Edo Ronchi, il ministro Flavio Zanonato ha detto che la domanda di acciaio è ripartita: ciò riguarda anche l’Ilva?
«I dati sia degli ordini sia del fatturato di luglio dell’Ilva sono in significativo aumento e promettenti e anche se è presto per parlare di una ripresa stabile si può ben sperare, anche perché le produzioni dell’Ilva sembrano in grado di tenere spazi di mercato, interno ed estero».
A che punto è il piano ambientale e quali sono le sue linee guida?
«La legge 3 agosto 2013 numero 89 prevede che la stesura del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria sia fatta entro 60 giorni dalla nomina dei tre esperti, quindi entro il 15 settembre; c’è poi un mese per le consultazioni e quindi un altro mese per la stesura finale: entro metà novembre dovrebbe esserci pronto il Piano che deve prevedere azioni e tempi necessari per garantire le prescrizioni dell'Aia. Dovrà anche "garantire il rispetto delle prescrizioni di legge" in materia non regolate dall’Aia, cioè gestione dei rifiuti, scarichi idrici e di gestione delle acque di prima pioggia, sequestri disposti dalla magistratura che richiedono interventi di messa a norma e di rischi di incidenti rilevanti. L’istruttoria delle misure è stata avviata, resta da fare alcune verifiche dei tempi che dipendono dalle soluzioni tecnologiche da adottare, prevedibilmente entro agosto».
L’Aia deve essere applicata in 36 mesi: ce la farete?
«Capisco la preoccupazione per i ritardi nell’attuazione dell’Aia ma non è ragionevole pensare che basti il decreto e la nomina del Commissario per risolvere i ritardi precedenti. Il decreto 61, trasformato nella legge 89, attribuisce alla gestione commissariale gli stessi 36 mesi che l’Aia assegnava alla gestione precedente: le misure che stiamo valutando sono realizzabili in 36 mesi, salvo ritardi non imputabili alla gestione commissariale: per esempio, i tempi delle autorizzazioni delle autorità competenti saranno rispettati? Quanto ci vorrà per avere discariche disponibili?».
A proposito di discariche recentemente ci sono state molte polemiche: come è la situazione? «Anche migliorando, come faremo, le attività di riciclo dei rifiuti, si produrrà una significativa quantità di rifiuti, destinata a crescere con le attività di bonifica e quindi serviranno nuove discariche. Continuerò a cercare un’intesa con tutti i livelli istituzionali su tre punti: sarebbe meglio smaltire questi rifiuti in discariche interne dell’Ilva per ragioni ambientali (evitare l’impatto del trasporto e quello dei traffici non sempre controllabili date le ingenti quantità di rifiuti prodotti), per ragioni di tempi ( trovare soluzioni idonee, stipulare contratti, eccetera, richiedono tempi troppo lunghi) e per ragioni economiche (stiamo parlando di una capacità di oltre 4 milioni di tonnellate di rifiuti il cui smaltimento in discariche esterne costerebbe intorno ai 400 milioni di euro). Abbiamo due discariche interne: per rifiuti pericolosi e per rifiuti non pericolosi,dalla positiva valutazione d’impatto ambientale e la cui collocazione e il cui progetto sono già stati giudicati ambientalmente idonei; noi siamo in grado di progettare e realizzare modalità di costruzione e di gestione di queste discariche perfettamente a norma. Se tutti i livelli istituzionali fossero d’accordo su questi tre punti, senza aprire conflitti sulle competenze né affidandoci a opinioni singole, si potrebbe recuperare il ritardo accumulato dal 2007».
E a che punto è il piano industriale?
«Il piano industriale comprenderà le misure di quello ambientale che regolerà in parte anche l’attività produttiva dello stabilimento e conterrà anche misure di investimento di tipo produttivo per il miglioramento impiantistico, misure di riorganizzazione aziendale e, infine, il piano finanziario che è già ad uno stadio avanzato di elaborazione e che è seguito personalmente da Bondi».
Ilva può essere davvero risanata?
«Poiché in Italia consumiamo da 27 a 30 milioni di tonnellate di acciaio, ne importiamo circa 14 e ne esportiamo 12 , dovremmo cercare di produrlo e di non mandare altrove le produzioni che richiedono maggiore impegno ambientale. In Germania - dove si producono 42 milioni di tonnellate d’acciaio - a Duisburg c’è un’acciaieria della TyssenKrupp, che produce più acciaio dell’Ilva, 8,5 milioni di tonnellate annue, con lo stesso ciclo produttivo e quell’ impianto, vicino alla città, funziona in modo sostenibile. Perché mai non dovremmo riuscirci anche noi?»

Sostenibili a colpi di regali...

ETS: 160 milioni per centrali elettriche e Ilva di Taranto


AssoRinnovabili grida allo scandalo. Le due delibere derivano da un decreto approvato dal Governo Berlusconi nel 2010, e ancor prima dal Piano Nazionale di Assegnazione delle quote di CO2 del 2006 approvato dal Governo Prodi. Nel vecchio sistema dell'Emission Trading Scheme, cioè del mercato delle emissioni di carbonio, in teoria chi emette CO2 deve comprare un "diritto di emissione" detto anche "quota".
Le quote, in larga parte, sono state regalate in forma di diritti di emissione gratuita a centrali elettriche e industrie energivore. Chi entrò nel sistema ETS successivamente, i cosiddetti "nuovi entranti", si trovò senza permessi gratuiti a disposizione e se li è dovuti comprare a differenza di chi è arrivato prima. Ecco, allora, l'arrivo dei rimborsi per 160 milioni di euro.
 "Assistiamo a una liberalità ingiustificata a favore delle fonti inquinanti - commenta Agostino Re Rebaudengo, presidente assoRinnovabili, la nuova associazione nata dalla fusione di Aper e Assosolare - perché proprio mentre si criticano le rinnovabili e i presunti costi per il loro sviluppo determinando lo stop agli incentivi e l’estensione della Robin Tax, si distribuiscono 160 milioni di euro di contributi pubblici in favore dei combustibili fossili. E’ tempo che l’Italia assuma posizioni chiare e coerenti per definire un prezzo minimo della CO2, si batta per diminuire le emissioni autorizzate e termini di dare contributi a favore delle fonti fossili".
Tra le imprese rimborsate, come detto, c'è anche l'Ilva di Taranto che riceverà 3 milioni di euro sommando tutti i rimborsi dei vari anni. Dagli allegati (qui e qui) pubblicati dall'AEEG con l'elenco delle aziende emerge che Enel percepirà 51 milioni di euro e Sorgenia 25 milioni.
Peppe Croce - greenbiz

Taranto: città di sprechi e speculazioni

NO al Piano Cimino: 10 anni dopo il suo NO al Progetto "Sircom" Legambiente ribadisce la sua netta opposizione a nuove rovinose cementificazioni 

Circa 10 anni dopo la bocciatura del progetto da parte del Consiglio Comunale ci riprovano.
  L'area intorno alla Palude Erbara è nuovamente sotto il tiro della Sircom. Come allora, Legambiente ribadisce il suo fermo NO a questa nuova rovinosa colata di cemento.
  Il progetto va ad interessare un'area, il comprensorio palude Erbara - Salina Grande, interna al bacino idrografico del Mar Piccolo e per questo dai fragili equilibri idrogeologici ed ambientali. Un'area caratterizzata da un complesso ecosistema ambientale e paesaggistico, importante anche sotto l'aspetto faunistico per il passaggio e la sosta di diverse specie protette di uccelli migratori e stanziali. Un'area che va salvaguardata a tutti i costi. Non a caso Salina Grande e secondo seno del Mar Piccolo sono stati riconosciuti siti di interesse comunitario (s.i.c.). Per garantirne la tutela, secondo Legambiente, occorre che siano accorpati in un'area destinata a riserva regionale.

Per Lunetta Franco, presidente del circolo Legambiente di Taranto "il progetto costituirebbe un'espansione urbanistica della città del tutto deleteria anche sotto l'aspetto sociale ed urbanistico. Comporterebbe, infatti, un ulteriore consumo di suolo a fini meramente speculativi in una cintura urbana sin troppo dilatata ed ormai difficilmente governabile sul piano dei servizi e del controllo sociale."
   Per Legambiente, inoltre, la realizzazione del progetto accentuerebbe i processi di spopolamento dei quartieri storici della città e la sofferenza della piccola distribuzione, a sua volta perno della vivibilità di gran parte del contesto urbano consolidato.
  "Quel che lascia particolarmente perplessi", aggiunge Leo Corvace, del direttivo del circolo "è che in questi anni non si sia ancora messo mano ad un piano regolatore distorto nelle sue previsioni di espansione urbanistica e di incremento della popolazione. Questo ha comportato che si continuasse a costruire a dismisura in periferia ed a stravolgere sempre più l'assetto edilizio originario del centro cittadino".
  Il pericolo per quest'area non viene infatti solo dalla riproposizione del progetto Sircom, ma anche dalla nuova massiccia cementificazione prevista nel piano particolareggiato attualmente all'esame negli uffici comunali.
  Legambiente ribadisce la necessità di uno stop senza deroghe all'espansione urbanistica della città e l'urgenza di una politica basata sul recupero urbanistico ed edilizio. Il patrimonio ecologico e paesaggistico va tutelato e valorizzato, non cementificato: a tal fine va allargata la riserva regionale della palude La Vela sino a comprendere la Salina Grande, Cimino e l'area intorno alla Palude Erbara.

Osservazioni di Legambiente sul PEE Ilva

Piano di Emergenza Esterno Stabilimento ILVA di Taranto: Assente l'analisi sul "rischio tornado"

Per garantire maggiore sicurezza ed efficacia è necessario integrare il PEE ILVA con quello dell'ENI e del PORTO e considerare i trasporti di sostanze pericolose all'interno dello stabilimento.
  Legambiente Taranto  ha presentato il 5 agosto le proprie Osservazioni al Piano di Emergenza esterno dello Stabilimento ILVA di Taranto
  Innanzitutto Legambiente ritiene che Taranto debba rientrare, per la complessità del suo apparato industriale ed il rischio costituito dalle sua attività, tra le aree "ad elevata concentrazione di stabilimenti " ai sensi dell'art. 13 del Dlgs 334/99 e s.m..
Nelle more dell'assunzione di tale provvedimento da parte del Ministero dell'Ambiente, per Legambiente è necessario coordinare ed integrare il PEE dell'ILVA con quello dell'ENI e del porto (ndr. "il rapporto di sicurezza") per garantire maggiore sicurezza al territorio ed efficacia al piano di intervento in caso di emergenza.
In particolare il PEE dell'Ilva dovrebbe integrarsi con quello delle due centrali termoelettriche CET/2 e CET/3, di cui la stessa azienda ha di recente rilevato la proprietà. Pur distinti sul piano societario, i processi produttivi delle due aziende sono infatti tra loro strettamente interconnessi. La necessità viene avvertita anche nelle note esplicative del PEE. Per questo Legambente richiede la formulazione di un solo PEE.
  Rispetto alla documentazione da produrre nel PEE, funzionale a garantire puntualità ed efficacia alle analisi di rischio ed agli interventi da assumere in caso di incidente rilevante, la descrizione del sito non risulta del tutto esaustiva relativamente all'aspetto "informazioni sullo stabilimento" così come previsto dal DPCM 25 febbraio 2005. Il riferimento è alla carenza di note inerenti viabilità interna dello stabilimento e mappe delle reti tecnologiche. Di particolare importanza è l'indicazione, su specifica cartografia, del tracciato relativo alle reti gas ed ossigeno, ai vari impianti di stoccaggio, al posizionamento delle torce per rilevarne il rischio in rapporto al trasporto interno di sostanze pericolose ed eventuale effetto domino per la loro vicinanza. Nella descrizione territoriale mancano citazioni riguardanti la presenza di discariche in esercizio e dismesse all'interno e fuori del perimetro Ilva. Vedi "Mater Gratiae", "Cava Due Mari", ex cava "Cementir", ex cava "Briotti", "Italcave", "Gennarini", etc
  La notevole estensione dell'area dello stabilimento siderurgico, circa 15 mln di mq con al suo interno 50 km di strade e 200 km di ferrovia, impone di superare l'attuale analisi del PEE limitato alla valutazione dei rischi di incidenti rilevanti in relazione ai soli processi produttivi. Si ritiene, infatti, che nella loro valutazione alcuni incidenti rilevanti potrebbero presentare, rispetto alla casistica del PEE, un maggiore impatto se causati da mezzi trasportanti sostanze pericolose e/o infiammabili. Ci si può riferire, ad es., alle condotte dei gas di recupero o ai serbatoi di ossigeno. Occorre quindi che il P.E.E riporti i dati riferiti al trasporto intermodale delle sostanze pericolose all'interno dello stabilimento. In particolare, le cifre in merito a quantità, tipologia e pericolosità delle merci trasportate via mare, su gomma e rotaia ed alla quantità dei vettori interessati anche in entrata ed uscita dallo stabilimento. Questi ultimi dati assumono importanza anche in relazione al rischio che incombe sulla strada per Statte, rientrante nella terza zona "di attenzione" ma sulla quale potrebbero inscenarsi incidenti di maggior rilievo se ad essere coinvolto nelle conseguenze di un incidente rilevante interno allo stabilimento Ilva fosse un mezzo con trasporto di merci pericolose.
  Mancano nel PEE analisi circa l'effetto domino conseguente ad incidente rilevante con ripercussioni nelle due centrali termoelettriche CET/2 e CET/3. .
Mancano, inoltre, dati inerenti la dispersione di emissioni diffuse di gas od ossigeno lungo le reti, su giunture e valvole o dagli impianti di stoccaggio, nonché sulla quantità di torce e camini presenti nello stabilimento e sulla temperatura, generalmente rilevante, dei fumi in uscita dagli stessi. Di conseguenza si registra l'assenza di qualsiasi riferimento al rischio determinato da emissioni diffuse di gas od ossigeno che vanno ad impattare con camini e torce.
Legambiente ritiene che l'azienda non possa esimersi dal redigere una valutazione dei rischi rapportati  ad un mancato funzionamento delle torce sulle reti dei gas siderurgici. .
  Infine Legambiente richiama l'attenzione sull'assenza di analisi in rapporto al rischio tornado. I mutamenti climatici del pianeta hanno con tutta evidenza inciso anche sulle caratteristiche atmosferiche dell'area del Mediterraneo rendendole sempre più instabili e protese alla formazione di fenomeni meteorologici dagli effetti anche devastanti. Riscontri in tal senso si sono registrati in loco il 28 novembre scorso quando un tornado ha provocato una vittima e gravi danni al territorio. L'impatto prodotto dal suo passaggio nell'area portuale ed all'interno dello stabilimento siderurgico deve necessariamente portare a considerare nel PEE anche questo tipo di rischio.

martedì 6 agosto 2013

Siamo in trappola... già!

E fa bene!

Ecco la reazione di Vendola al vergognoso articolo dell'Espresso
Discariche Ilva. Vendola querela l'Espresso e Taranto Buonasera 
 Il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola comunica, in relazione alle notizie di stampa pubblicate negli ultimi giorni attinenti alle discariche dell’Ilva, di aver dato mandato agli avvocati per far valere, in tutte le sedi, la responsabilità degli autori.
“Gli articoli pubblicati - ha affermato Vendola - contengono molteplici affermazioni false e offensive che saranno ovviamente oggetto di azione penale e di risarcimento civile nei tribunali. Questo vale per l’Espresso, per Taranto Buonasera e per chiunque dovesse riprendere una cosa cosi manifestamente infondata, vista anche la battaglia storica della Regione Puglia nei confronti di questi signori dei rifiuti”.
 “Alla nostra battaglia – ha spiegato Vendola – combattuta anche con lo spirito di evitare una nuova infrazione comunitaria sul problema delle discariche, la lobby dell’acciaio, ben rappresentata in Parlamento, ha replicato con la seguente diffamazione: che la lotta per il rispetto delle norme comunitarie, in tema di autorizzazione di discariche Ilva, era frutto della volontà di favorire da parte mia e da parte della Regione, le discariche attualmente esistenti all’esterno della fabbrica”.
Il Presidente Vendola dunque smentisce radicalmente quanto affermato in ordine alla intenzione della Regione di impedire o rallentare il processo autorizzativo, che costituisce una pura invenzione ed integra gli estremi della calunnia penalmente perseguibile.
La posizione della Regione è chiara e coerente fin dall’inizio: il rilascio dell’autorizzazione necessaria per le discariche di ILVA spetta al Ministero dell’Ambiente, che ha omesso fino ad oggi di pronunciarsi sulla richiesta, presentata nel 2007, e che ha riconosciuto in atti formali la propria competenza.
Quanto alla Regione, essa è competente al rilascio della VIA, che difatti è intervenuta nel 2010 in base ad un articolato e approfondito procedimento.
Dunque, oggi manca il rilascio dell’AIA, imposto da norme comunitarie (a pena di infrazione contro lo Stato), e di competenza del Ministero.
In nessun modo la Regione ha inteso ingerirsi nel tema delle discariche, limitandosi, da ultimo, a prendere atto di un contributo tecnico dell’ISPRA inviato dallo stesso Ministero dell’Ambiente, che evidenzia profili di criticità sopravvenuta nello stato dei luoghi, sui quali si stanno ovviamente compiendo i necessari approfondimenti.
Ovviamente, la Regione non è favorevole all’attivazione di discariche in mancanza delle autorizzazioni prescritte a tutela di salute ed ambiente, anche perché ciò costituirebbe violazione del diritto comunitario e presterebbe il fianco a procedure di infrazione. (PressRegione)

lunedì 5 agosto 2013

E' nato il secondo mostro

IN “GAZZETTA”: Pubblicata la legge di conversione del decreto Ilva 

È stato pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 3 agosto 2013 n. 181 il testo coordinato del decreto-legge 4 giugno 2013 n. 61 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 129 del 4 giugno 2013), coordinato con la legge di conversione 3 agosto 2013 n. 89 (nella stessa Gazzetta Ufficiale), recante: «Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale.» (Sole24)

«I rifiuti dell’Ilva finiscono nelle discariche locali»

Sos di «Vigiliamo»

Il comitato “Vigiliamo” di Grottaglie, ha lanciato l’allarme sulla possibilità che i rifiuti dell’Ilva possano essere smaltiti nelle tre discariche della provincia di Taranto e perciò invita all’unitaria mobilitazione dei «cittadini, comitati, mamme, medici e soprattutto pediatri, residenti nelle zone delle tre discariche per rifiuti speciali Ecolevante a Grottaglie, Vergine a Lizzano e Italcave tra Statte e Taranto, per la tutela dell’ambiente e della salute anche per le future generazioni».
Nel ricordare, al proposito, ai sindaci di tutti i comuni ionici «che siete responsabili della salute dei cittadini», il comitato rileva al proposito che «da quanto riportato in questi giorni dalla stampa sembra che le discariche dell’Ilva, piene tra l’altro di amianto, siano insufficienti sia per la continuazione delle attività dell’acciaieria che per le operazioni di bonifica». Ma rifacendosi al “Sole 24 Ore”, l’allarme potrebbe divenire anche una probabilità che quei terreni inquinati dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa possano trovare degna sepoltura nelle discariche del tarantino.
Solo un allarme? Il sub commissario Edo Ronchi per la bonifica dell’Ilva, tra l’altro, ha sostenuto che, relativamente ai parchi minerali, ove sono stoccate materie prime, l’Ilva affiderà i lavori entro fine agosto subito dopo avere risolto il problema del deposito dei terreni, parecchio inquinati, che saranno smossi a seguito dei lavori stessi. «Dove saranno “depositati” questi terreni? Si tratta, come dice il sub commissario Edo Ronchi, di “terreni contaminati” – rileva il comitato Vigiliamo – e allora siamo sicuri che non siano destinati alle discariche per rifiuti speciali della provincia di Taranto, Ecolevante, Vergine e Italcave?».
Per gli ambientalisti di Grottaglie questo preoccupa per il pericolo «di inquinamento ambientale da metalli pesanti e con l’insufficienza dei controlli che Vigiliamo e gli altri comitati continuano a denunciare da un decennio. Con il grave disagio dei cattivi odori e con il pericolo che dissennati e criminali “giri bolla” pos - sano convogliare in queste discariche anche rifiuti pericolosi non inertizzati e selezionati, come dimostrano i diversi processi che si sono succeduti in questi anni ». Ma “Vigiliamo” direttamente ai primi cittadini chiede «cosa intendono fare i sindaci di Grottaglie, Alabrese, di San Marzano, Tarantino, di Statte, Miccoli, e di Lizzano, Macripò? Quali garanzie si stanno affrettando a chiedere? Quali controlli sull’aria, il terreno e le falde acquifere?». (GdM)

domenica 4 agosto 2013

Stop and go

Ilva, l'Acciaieria 1 da domani si ferma

Stop di un mese per l'acciaieria 1 dell'Ilva di Taranto. Avverrà da domani e durerà tutto agosto, periodo nel quale marcerà invece a pieno ritmo l'acciaieria 2.
La fermata sarà utilizzata per effettuare i lavori prescritti dall'Autorizzazione integrata ambientale. E' uno stop annunciato da settimane insieme a quello dell'altoforno 2, nel frattempo già fermato sempre per l'adeguamento all'Aia. La mancata produzione dell'acciaieria 1 comporterà l'inattività per i 296 addetti all'esercizio, per i quali scatteranno i contratti di solidarietà.
Regolarmente al lavoro, invece, gli addetti alla manutenzione e ai servizi dello stesso impianto. Non è da escludere, però, che il numero degli operai in solidarietà possa essere inferiore se ci saranno ferie pregresse da  smaltire. E' quanto si è già verificato con gli altri 2.200 lavoratori sospesi per fermata di altri impianti. Di questi, attualmente, solo 850 sono in solidarietà mentre tutti gli altri stanno "consumando" le ferie arretrate. Ai sindacati l'Ilva ha comunicato che qualora nell'acciaieria 2, che da domani marcerà con tre convertitori, dovessero verificarsi guasti o problemi tecnici, la fermata della 1 sarà temporaneamente rivista con l'attivazione di un convertitore e di una colata continua.(Rep)

sabato 3 agosto 2013

Fallimento

Taranto, M5S: “Ilva può fallire”. E il recupero crediti? “Solo per le banche”

Lo scenario non è così improbabile. Il rischio che l’Ilva fallisca, secondo il gruppo dei senatori del M5S, esiste realmente. “E se, come sembra, il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha ripreso l’attività investigativa, significa che i Riva, oltre agli 8,1 miliardi già sequestrati (provvedimento confermato dal tribunale del Riesame, ndr) potrebbe doversi accollare dell’altro”. A quel punto, per l’acciaieria Ilva sarebbe la fine.
Ma a prendere seriamente in considerazione il possibile crac del gruppo Ilva sono anche (o forse soprattutto) i partiti della maggioranza. E se l’azienda dei Riva dovesse davvero fallire, prima di ogni altro creditore, sarebbero le banche a vedersi corrispondere le somme dovute. Questo il contenuto dei tre distinti emendamenti (ma uguali nella sostanza) al decreto “salva Ilva bis” presentati nelle scorse settimane – dopo il via libera della Camera – dai senatori Luigi Perrone (Pdl), Stefano Collina (Pd) e Maria Paola Merloni (Scelta civica). Gli emendamenti sarebbero stati formulati in seguito ad alcuni incontri con il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi. L’amministratore delegato dimissionario dell’Ilva “è il garante nei confronti delle banche” spiega a ilfattoquotidiano.it il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Ergo non può essere rimosso. E pazienza se c’è un conflitto d’interessi. “Ma attualmente Bondi non è più amministratore di niente – chiarisce Orlando – oggi il vero azionista è il tribunale di Taranto. Se c’è qualcun altro però che ha la stessa autorevolezza di Bondi nei confronti del mondo creditizio, ce lo propongano”.
Parole ribadite anche a Claudia Mannino e altri deputati del M5S, che il 23 luglio scorso ne avevano chiesto la revoca dopo l’invio della contro-perizia rivelata dal Fatto in cui si imputava a tabacco, alcool e povertà la principale causa di tumore a Taranto.
Con la modifica introdotta dai tre senatori, Bondi riuscirebbe ad ottenere dagli istituti di credito i finanziamenti (1,8 miliardi) che serviranno per le attività di risanamento, avendo in sostanza la possibilità di garantire ad essi la restituzione dei crediti, anche in caso di un default delle finanze aziendali. Visti però i tempi stretti per l’approvazione del decreto (entro il 4 agosto), il governo ha chiesto ai senatori della maggioranza di ritirare i loro emendamenti (una trentina, su 105 totali). Detto, fatto. Ma la contropartita, chiesta e ottenuta dai rappresentanti di Pd, Pdl e Scelta civica a Palazzo Madama, è stata di tutto rispetto. Anzi, in questo modo, il progetto per salvare i crediti delle banche (insieme ad altri) viene messo in cassaforte.
Le modifiche, che i senatori della maggioranza avevano provato a introdurre in un primo momento, sono infatti confluite in un ordine del giorno che impegna il governo a fare propri i 7 punti e “ad inserirli nel primo provvedimento utile”, sottolinea il presidente della commissione Industria, Massimo Mucchetti (Pd). Tra questi anche il provvedimento che assicura Bondi: “introdurre disposizioni idonee a far sì che i finanziamenti a favore dell’impresa commissariata (…) siano prededucibili ai sensi ed agli effetti di cui all’articolo 182-quater del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267”.
In altre parole i debiti con le banche vanno pagati con preferenza rispetto a tutti gli altri creditori. “Il ‘virus Monti’, che assicura precedenza nei pagamenti alle banche rispetto alle imprese e lavoratori, colpisce ancora”, commenta il Movimento 5 stelle. Il decreto “salva Ilva bis” è legge. Ora le banche aspettano solo il provvedimento, che il governo si è impegnato a varare, e con il quale verranno messi al sicuro i loro crediti.
In sostanza prima le banche, poi l’interesse nazionale e i Riva e infine operai e cittadini. Forse. Questi ultimi, infatti, nel caso in cui l’Ilva dovesse decidere di chiudere lo stabilimento di Taranto non avrebbero alcuna garanzia. Per ricevere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), infatti, l’Ilva avrebbe dovuto fornire un documento fondamentale come il Piano di dismissione e bonifica degli impianti per fine esercizio. Una fideiussione bancaria, insomma, che sarebbe stata utilizzata per smantellare e bonificare l’intera zona sulla quale sorgeva il più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Un punto così importante che l’Ilva è riuscito a evitare: il piano e la fideiussione, infatti, risultano completamente mancanti nell’Aia del 2011 firmata dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e risulta inesistente anche nell’Aia parziale (poiché regolamenta solo le emissioni in atmosfera e non i rifiuti e le acque che dovevano essere regolamentate entro gennaio, ma nella realtà i tarantini attendono ancora) firmata il 27 ottobre 2012 dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
L’assenza del piano e delle fideiussioni per la fine d’esercizio è stata duramente criticata da Arpa Puglia e dai custodi giudiziari guidati da Barbara Valenzano che nei loro pareri finali alla bozza di autorizzazione scrissero chiaramente che l’Ilva avrebbe dovuto mettere nero su bianco gli impegni nell’eventualità di abbandonare Taranto con tutti “gli obblighi di fideiussione previsti dalla legge”. ( - FQ)

venerdì 2 agosto 2013

Sull'Ilva o sui tarantini?

Tre spade di Damocle sull’Ilva

Richard Westall
Secondo una leggenda, sopra la testa di Damocle pendeva una spada affilata sostenuta da un esile crine di cavallo. L’Ilva ha sopra il capo ben tre di queste spade. La legge appena approvata vorrebbe salvarla dall’incubo di queste tre spade. Vi vorrei spiegare come e perché.
Partiamo con il dire che la conversione in legge del Decreto n.61 disciplina il commissariamento straordinario di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale la cui attività produttiva comporti pericoli gravi e rilevanti all’ambiente e alla salute, a causa dell’inottemperanza alle disposizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
In teoria quindi appare come il temporaneo trasferimento in mani “affidabili” (quelle dello Stato) di un’azienda privata “inaffidabile”. Ma è proprio così? No, assolutamente no. In realtà questa legge – va ricordato – nasce per scongelare i beni sequestrati alla famiglia Riva dalla magistratura di Taranto. Il GIP Patrizia Todisco aveva infatti firmato il 22 maggio 2013 un decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro, cifra che corrisponderebbe, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, al notevole vantaggio economico corrispondente alla mancata attuazione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto. Fu un atto che i politici filogovernativi non digerirono.
Il Procuratore capo di Taranto, Franco Sebastio, dichiarò: ”Se volete fermarci fate un’altra legge“.
E così è stato. Questa è quindi una ciambella di salvataggio statale per mettere nuovamente fuori gioco la magistratura. C’era già stata la legge 231/2012 per mettere fuori gioco la magistratura: fu la prima legge che venne definita “Salva Ilva“. Vi ricordate cosa prometteva quella legge? Quella legge doveva “garantire” la realizzazione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e, per darne la “certezza assoluta”, incorporava nella legge le prescrizioni dell’AIA stessa. Si disse che quella legge “cristallizzava” l’AIA e la imponeva con la forza della legge: dura lex sed lex. Dietro questa burbera facciata - che serviva a incassare il parere positivo della Corte Costituzionale – si nascondevano la propaganda e l’ipocrisia.
Oggi infatti – con la solerte benedizione di Napolitano – quell’AIA potrà essere modificata. Quell’AIA rigida come l’acciaio nella cosiddetta “Salva Ilva 1″ oggi diventa morbida come il burro alla luce della attuale legge, rinominata “Salva Ilva 2″.
Ma perché era così urgente fare proprio questa nuova legge? Ed ecco che torniamo alle tre spade di Damocle di cui parlavamo prima. Sulla testa dell’Ilva pende infatti la prima spada di Damocle: il decreto di sequestro “per equivalente” finalizzato alla confisca, disposto dalla magistratura.
Inoltre pende – strano a dirsi! – la seconda spada di Damocle delle sanzioni conseguenti alla mancata attuazione della “Salva Ilva 1″. Stanno infatti scattando le sanzioni di legge per inadempienza alle prescrizioni dell’AIA.(cfr. http://www.isprambiente.gov.it/it/garante_aia_ilva/aia-e-controlli/diffida-ministeriale-per-inosservanza-delle-prescrizioni-autorizzative-e-comunicazioni-conseguenziali);
L’obbligatorietà delle sanzioni contro l’Ilva era stata ricordata dal Garante dell’AIA il 18 luglio. Risultato? Il Garante nella presente legge viene rimosso perché scomodo ostacolo.
Quella che si preannuncia è la predisposizione di un Piano Industriale che non potrà rispettare la tempistica dell’AIA, come ha dichiarato più volte il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi. Questa legge annullerà a breve l’AIA “rigida come  l’acciaio” e la sostituirà con un più malleabile piano industriale che viola lo stesso “principio di equilibrio” fra diritti che era stato dichiarato inderogabile dalla Corte Costituzionale, invaghitasi delle certezze dell’AIA “rigida come l’acciaio”.
Dall’equilibrio garantito (per la Corte Costituzionale) da quell’AIA si passa in tal modo allo “squilibrio” fra diritti, a danno del diritto alla salute.
E stiamo per arrivare – tenetevi forte – alla terza spada di Damocle. A rendere infatti difficile la vita all’azienda c’è un’ordinanza di otto pagine, datata 1 giugno 2013, con cui il GIP di Taranto Patrizia Todisco aveva annunciato all’allora legale rappresentante dell’Ilva Bruno Ferrante l’esecuzione di ispezioni anche notturne da parte dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e dei custodi giudiziari nelle aree degli impianti posti sotto sequestro al fine di verificare l’attuazione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e per controllare che non permanessero situazioni di pericolo per la salute e l’ambiente.
Questo provvedimento del Gip – la terza spada di Damocle – contiene delle importanti considerazioni in merito all’interpretazione che la magistratura di Taranto intende dare della sentenza della Corte Costituzionale che il 9 aprile 2013 ha sostanzialmente dichiarato che la legge 231/2012 (definita da più parti “Salva Ilva”) non violerebbe la Costituzione.> In questo atto il GIP Patrizia Todisco sottolinea come tale legge (pur dichiarata costituzionale dalla Consulta) non consente tuttavia una mera prosecuzione incondizionata della produzione ma una facoltà d’uso condizionata alla puntuale osservanza dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Conferma quindi il sequestro degli impianti inquinanti e delle aree del parco minerali, delle cokerie, dell’agglomerato, degli altoforni, delle acciaierie e del GRF (reparto di taglio e recupero materiali ferrosi). Pertanto la legge 231/2012 – secondo l’interpretazione del GIP che cita vari passaggi della sentenza – subordina la facoltà d’uso alla “puntuale, scrupolosa e costante osservanza dell’AIA”.
In pratica alla non osservanza dell’AIA poteva seguire non solo la sanzione economica (che potrebbe arrivare fino ad un decimo del fatturato dell’Ilva) ma un nuovo sequestro degli impianti senza facoltà d’uso per violazione dell’AIA. La legge appena approvata permetterà di modificare in peggio l’AIA, con deroghe e proroghe, in modo che formalmente l’llva risulti in regola, una volta manomesse le prescrizioni.
Ossia la si mette in regola non imponendole l’obbedienza alle prescrizioni ma modificando le prescrizioni stesse.
Ci sembra assolutamente grottesco che la nuova legge, approvata perché l’AIA era stata ripetutamente violata per sei mesi, serva proprio a modificare l’AIA e non a garantire l’osservanza della legge. La nuova legge può rendere legale ciò che prima era “fuori norma”. La nuova legge ha pertanto il fine di avviare una sanatoria per mettere al riparo l’azienda da sanzioni che erano già pronte. Si veda la Diffida Ministeriale per inosservanza delle prescrizioni autorizzative.
E’ una vicenda complessa. Ma chi la sa seguire fino in fondo comprende che in questo caso la legge viene continuamente rimodellata per uno scopo primario che purtroppo non è quello di tutelare la salute e la vita ma è al contrario quello di tutelare un’azienda e i suoi lucrosi profitti messi sotto sequestro.
Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Marx ed Engels affermarono che ”il potere esecutivo dello stato moderno non è altro che un comitato per gestire gli affari comuni della borghesia nel suo complesso”. Giorgio Napolitano, che da giovane ha studiato con passione Marx ed Engels, oggi sembra quasi voler verificare la fondatezza di quelle analisi. Analisi che, attualmente, sarebbero considerate rozze, vecchie e ormai superate. (A. Marescotti - FQ)

Serrate i ranghi: giornalisti lavorate per i padroni!

Ecco un pessimo articolo che puzza di stampa appiccicata ai poteri forti e agli interessi di partito!
Il qualunquismo in cattedra per difendere i Riva e il loro ultimo delfino, Enrico Bondi, presentato come l'angelo salvatore ma dimenticando che è la rappresentazione più eclatante del conflitto d'interessi: Amministratore Delegato pagato dai padroni dell'Ilva e Commissario di Stato per tutelare i cittadini e lo stato dai danni che l'Ilva ha causato!!!
Il tutto mescolando parole come rifiuti, discariche, malavita e disfattismo con associazioni, partiti, rappresentanti amministrativi. Un vero calderone emotivo  fatto per gettare fango sulla città, sul territorio, sulla Regione che ha avuto l'ardire di opporsi (in qualche occasione) al mantenimento a tutti i costi del Mostro Necessario.
E pensare che fu proprio dall'Espresso che partì la campagna contro l'AIA della Prestigiacomo...


giovedì 1 agosto 2013

La seconda camera sepolcrale è chiusa

Nell'ignavia di SEL (ennesima), si è consumato il colpo di stato, o meglio il colpo dello stato alla giustizia e alla salute. La pira è accesa per sacrificare la città all'Utile Nazionale.
I cittadini già sepolti con la prima legge salva Ilva, ora si vedono sigillare la seconda camera sepolcrale. Bondi è la mummia designata a vigilare affinchè nessuno sfugga al suo destino di malattia e devastazione, in nome del profitto di casa Riva & friends.


Ilva, via libera al decreto sì al commissariamento

Via libera definitivo dell’Aula del Senato con 206 sì, 19 no e 10 astenuti al Dl che consente il commissariamento di imprese di interesse strategico nazionale che comportino pericolo ambientale e commissaria l’Ilva di Taranto. Maggioranza e Governo avevano deciso di 'blindarè il provvedimento a Palazzo Madama e quindi di escludere modifiche, motivando la decisione con i tempi ristretti di approvazione (la conversione del Dl doveva arrivare entro il 3 agosto) che avrebbero reso difficile una terza lettura alla Camera. Ha dichiarato il voto contrario la Lega. M5S per esprimere la propria contrarietà non ha partecipato al voto (il Movimento ha tentato di praticare l’ostruzionismo nei rigidi vincoli posti dal regolamento del Senato). Si è astenuta Sel.
Il provvedimento prevede che il Consiglio dei ministri possa deliberare il commissariamento di imprese d’interesse strategico nazionale, con almeno mille lavoratori subordinati, la cui attività produttiva comporti oggettivamente pericoli gravi per l'integrità dell’ambiente e della salute a causa dell’inosservanza reiterata dell’autorizzazione integrata ambientale. Il commissario è nominato per dodici mesi (prorogabili fino a trentasei) esercita i poteri del Cda e predispone il piano industriale, che deve conformarsi al piano ambientale predisposto da esperti nominati dal ministero dell’Ambiente.
Il Dl sancisce il commissariamento dell’Ilva. E’ stato infatti nominato Commissario, Enrico Bondi, e sub Commissario, Edo Ronchi. Tra le modifiche introdotte alla Camera e confermate dal Senato è stato introdotto l’obbligo, nella procedura di commissariamento, del parere delle Commissioni parlamentari. E' stato inoltre previsto che le norme siano applicabili anche a un singolo stabilimento o ramo d’azienda. E’ stato attribuito all’Ispra la competenza a rilevare l’inosservanza delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione integrata ambientale.
E’ stato inoltre specificato che le somme sottoposte a sequestro penale e svincolate dal giudice debbano essere destinate a interventi di bonifica. Montecitorio ha poi deciso, e Palazzo Madama confermato, uno stanziamento di ulteriori 90mila euro per le attività ispettive dell’Ispra; una deroga per la Regione Puglia al patto di stabilità per gli interventi di risanamento ambientale e riqualificazione del territorio della città di Taranto e lo stop alla figura del Garante dell’attuazione dell’Aia di Taranto.
Durante l’esame nelle commissioni Industria e Ambiente i relatori, Salvatore Tomaselli (Pd) e Francesco Bruni (Pdl), hanno presentato un ordine del giorno accolto dal Governo nel quale sono confluite una serie di modifiche che la maggioranza avrebbe voluto introdurre ma la blindatura non lo ha consentito. L'Esecutivo si è impegnato a introdurle in un prossimo provvedimento.
Nel primo punto dell’Odg si chiede, in caso di fallimento, la priorità del rimborso dei finanziamenti concessi dalle banche dopo il commissariamento. Un secondo punto impegna il Governo a dare la possibilità al commissario di sciogliere i contratti dell’Ilva con le parti correlate (in sostanza il gruppo Riva) quando siano incompatibili con la realizzazione del piano di risanamento e del piano industriale. Infine si chiede di estendere la disciplina della responsabilità di commissario, subcommissario ed esperti del comitato anche ai soggetti da questi funzionalmente delegati.
L’Odg interviene anche sulla gestione dei rifiuti: si chiede di affidare al Governo entro tre mesi, su proposta del subcommissario e sentita la Regione, la decisione sulle modalità di gestione e smaltimento dei rifiuti del ciclo produttivo dell’Ilva. Infine si propongono: una relazione semestrale al Parlamento, una adeguata dotazione finanziaria per Ispra e Arpa Puglia ed iniziative di monitoraggio epidemiologico. (GdM)


«AMMAZZA TARANTO» - «Più che salva Ilva è il dl "Ammazza Taranto"», è stata la motivazione con cui i senatori del Movimento 5 Stelle hanno lasciato in blocco l'Aula di Palazzo Madama: «Non ci permettono di apportare alcuna modifica al dl e, quindi, abbiamo deciso di abbandonare l'Aula», ha spiegato il senatore Francesco Molinari.
PROVVEDIMENTO BLINDATO - Il decreto consente il commissariamento da parte del Consiglio dei ministri di imprese di interesse strategico nazionale che comportino pericolo ambientale, e di conseguenza commissaria le acciaierie Ilva di Taranto. Maggioranza e governo avevano deciso di blindare il provvedimento in Senato, escludendo di fatto la possibilità di apportare modifiche, motivando la decisione con i tempi ristretti di approvazione che avrebbero reso difficile una terza lettura alla Camera (la conversione in legge doveva arrivare entro sabato 3 agosto) . Le imprese oggetto del decreto devono avere almeno mille lavoratori subordinati e un'attività che comporti pericoli oggettivamente gravi per l'integrità dell'ambiente e della salute a causa dell'inosservanza reiterata dell'autorizzazione integrata ambientale.
NOMINATO BONDI - Il commissario è nominato per dodici mesi (prorogabili fino a trentasei), esercita i poteri del Consiglio d'amministrazione e predispone il piano industriale, che deve conformarsi al piano ambientale predisposto da esperti nominati dal ministero dell'Ambiente. Per quanto riguarda lo stabilimento siderurgico di Taranto il commissario è Enrico Bondi, e il sub commissario, Edo Ronchi.
LA STRAGE AMBIENTALE - Nel corso del dibattito sul decreto Ilva sono stati approvati anche due importanti ordini del giorno, proposti proprio da M5S: quello che definisce lo «stato di calamità naturale di origine antropica», cioè causata dall'uomo e non naturale, e quello che riguarda l'inasprimento delle pene verso i reati ambientali («reato di strage ambientale»). (CdS)

Giù le mani, tutti in città vecchia!

Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti organizza e promuove la manifestazione denominata "Giù le mani dai Due Mari" - Taranto, 2 Agosto 2013. Una giornata carica di attività che promuoveranno la partecipazione attiva dei cittadini.

TARANTO RIVIVRÀ SPAZI DETURPATI E COLONIZZATI (Mar Grande e Mar Piccolo) dalla marina militare e dagli impianti industriali altamente inquinanti.

PROGRAMMA:
- Dal mattino e per tutta la durata dell'iniziativa mostre ed installazioni;
- dalle ore 11.00 allestimento e simulazione di una spiaggia;
- Ore 17.00: raduno delle barche
- Ore 17:30: inizio attività con i bambini a cura dei PACHAMAMA
- Ore 18:00 corteo di barche nei due mari;
- Ore 20.00: dibattito "Giù le mani dai due mari: giù le mani dalla città"
- Ore 21.00/21.30: inizio concerto e video proiezioni.
SI ESIBIRANNO:
PACEFATTA, SUD FOUNDATION KRU', EMANUELE BARBATI, LE TENEBRE DI SOPHIE, MALEDERBA, PIZZICATI INT'ALLU' CORE.

IL CORTEO IN MARE SEGUIRÀ IL SEGUENTE PERCORSO:
- ore 17:00: raduno Scesa Vasto
- ore 18:00: partenza dalla banchina di San Giuseppe
- passaggio del canale navigabile
- navigazione a ridosso del Lungomare V. Emanuele II (ringhiera) fino al traverso del molo S. Eligio
- percorso inverso ed arrivo alla banchina di S. Giuseppe alle ore 20:00.

PER INFO: comitatocittadinioperaitaranto@gmail.com

Sito web: http://liberiepensanti.altervista.org/ 
IO NON DELEGO, IO PARTECIPO!

DOCUMENTO POLITICO
Il 2 Agosto dello scorso anno l'appena nato Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti costituito da un folto gruppo di tarantini -operai, disoccupati e studenti - manifestò il suo dissenso alle politiche sindacali colluse con il "sistema Ilva" sfilando al margine del corteo indetto dalla triade. Chiedemmo di poter fare un intervento dal palco per spiegare i motivi della nostra protesta; questa possibilità ci venne negata ma utilizzando un apecar come palco improvvisato, riuscimmo comunque a comunicare le nostre ragioni ad una piazza attenta. Da allora, iniziò una vera e propria disinformazione contro quegli operai e quei cittadini che avevano osato alzare la testa: venimmo definiti qualunquisti, terroristi e altro ancora, ma non siamo altro che la cassa di risonanza, il megafono di una città che urla rispetto, giustizia e dolore per quelle morti e quei malati vittime della colonizzazione della grande industria e della Marina Militare.
Continua a leggere...