giovedì 7 novembre 2013

Sul convegno Ambiente salute e lavoro: un cammino per il bene comune. LA PAROLA dei liberi e pensanti

 Il convegno è l'" ennesimo “concistoro” che sembra avere, in realtà, come obiettivo quello di riabilitare l’immagine di un’azienda altamente inquinante e dei suoi silenti alleati".

Comunicato stampa del Comitato Liberi e Pensanti

Un camino per male comune
Oggi si terrà presso la Lumsa di Taranto il convegno “Ambiente, salute, lavoro: un cammino per il bene comune” con l'obiettivo di dimostrare “che le esigenze del lavoro e della salute possono essere garantite contestualmente dal momento che questo è stato già realizzato in Europa”, come ha affermato il vicario episcopale don Antonio Panìco.
E allora non ci spieghiamo il senso degli inviti rivolti a tre neo indagati dell’inchiesta Ambiente Svenduto: Nichi Vendola presidente della regione Puglia, Ippazio Stefàno sindaco di Taranto, Giorgio Assennato direttore dell’Arpa Puglia. Allo stesso modo non comprendiamo l’utilità della presenza dei ministri Andrea Orlando per l’Ambiente e Beatrice Lorenzin per la Salute che, solo pochi giorni fa, hanno dato il loro benestare all’ennesimo decreto salva-Ilva / ammazza-Taranto dando piena disponibilità della discarica Mater Gratiae al siderurgico più grande d’Europa. Una discarica infernale per rifiuti anche pericolosi da tempo sotto osservazione degli inquirenti, dove, tra le altre cose, "le balle di amianto vengono stoccate accanto a scarti di lavorazione ancora incandescenti” (ndr Il Fatto Quotidiano 26/07/13).
Cambiano i luoghi di incontro, sempre rigorosamente a porte chiuse o accessibili solo su “invito per ovvi motivi di funzionalità e di sicurezza” (ndr don Antonio Panìco), cambiano i nomi dei ministri così come cambiano, solo all'apparenza, i gestori dell’azienda ma la sostanza resta sempre la stessa: salute o lavoro? Cambiare tutto per non cambiare niente.
I vari esempi di aziende virtuose che producono acciaio a Duisburg e Linz e di luoghi come Bilbao e la Ruhr dove sono state attuate delle imponenti riconversioni ecocompatibili, non possono essere importati qui da chi e con chi ha sino ad oggi ampiamente dimostrato di essere bugiardo ed inaffidabile.
Un ennesimo “concistoro” che sembra avere, in realtà, come obiettivo quello di riabilitare l’immagine di un’azienda altamente inquinante e dei suoi silenti alleati. I rapporti tra il siderurgico e la Chiesa sono ben noti sin da prima della chiusura dell’indagine “Ambiente Svenduto”. Come non ricordare la consegna nelle mani di Girolamo Archinà, indagato nell’inchiesta appena conclusa e responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva, del Cataldus d’Argento per il volontariato e come non sottolineare la posizione del monsignore Marco Gerardo, ex segretario del precedente arcivescovo Benigno Papa, indagato per aver dichiarato il falso ai pm. L’intento del convegno è palese: si vuole necessariamente ricucire uno strappo, per ricominciare da capo l’ennesima volta usufruendo della fiducia e della speranza della gente che frattanto continua a pagare in termini sia di salute che di occupazione.
Tra Taranto e La Terra dei Fuochi esiste un’analogia: l’inquinamento favorito dall’illegalità produce da decenni malattia e morte. A tal riguardo l’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, indagato per corruzione, ha recentemente dichiarato che “Chi inquina non è in grazia di Dio e non può fare la comunione. Bisogna dire alla nostra gente la verità su quello che è accaduto, è necessario”.
L’unico cammino possibile per il bene comune, conciliando i diritti fondamentali legati all’ambiente, alla salute ed al lavoro è, come già più volte abbiamo detto, il fermo immediato degli impianti inquinanti e la successiva bonifica impiegando tutti gli attuali dipendenti Ilva.

mercoledì 6 novembre 2013

"Le date del mare non finiscono": presentazione del libro di Salvatore De Rosa

E' difficile elaborare un'improvvisa perdita, soprattutto se questa riguarda un amico e compagno di viaggio e di lotte quale è stato per noi Salvatore De Rosa. E' da più di un anno che sentiamo la sua mancanza: i suoi preziosi consigli, la sua caparbietà, la sua coerenza, la sua conoscenza che metteva sempre e umilmente a disposizione di tutti. Si poteva contare su di lui, sulla sua presenza.
Salvatore era sempre presente! E rimarrà sempre presente  grazie ai suoi scritti come "Le date del mare non finiscono" che verrà presentato il 15 novembre alle ore 17.30  al centro velico Alto Jonio in viale virgilio 4 (accanto al Nautilus) - Taranto.








La conclusione dell'inchiesta "Ambiente svenduto" chiude una fase storica per la città


Lettera al Corriere del Giorno di Giancarlo Girardi


Si è conclusa una fase storica per la nostra città. Oggi, con la chiusura dell’ inchiesta della magistratura, è possibile affermarlo e capire ciò che è successo in questi anni. Mi è capitato di percorrerne gli ultimi dieci con grande attenzione ed impegno attraverso le tante riflessioni su queste colonne e vivendo direttamente le nostre vicende attraverso un breve, iniziale, mio ritorno all’attività politica ed in larghissima parte, dopo, con la società civile, associazioni e movimenti vari. Taranto appare davvero, come afferma la nostra direttrice, “la capitale negativa dell’Italia”. Le due “Questioni”, ambientale e morale, sono state intrecciate tra loro da tanto tempo. L’etica miserabile degli uomini è divenuta povertà per un’intera collettività. Taranto oggi appare povera come forse mai nella sua storia recente, offesa, usata per poi essere gettata, pronta adesserlo ancora... ma questo dipenderà da tutti noi. Un territorio tanto bello quanto infelice per la sua ricchezza naturale, strategicità militare, industriale ed economica ma... per altri. Oggi è avvelenata nella sua aria, nella sua terra, nelle sue acque, nella sua moralità pubblica. Eppure doveva essere chiaro a tutti ciò che è visibile ora da riscontri oggettivi, allorché diversi anni fa si usciva dal più grande dissesto delle casse pubbliche cittadine causato da un sistema di potere, uomini e donne affaccendati sui loro tornaconti personali e totalmente disinteressati, almeno in apparenza, del rapporto con la nuova proprietà della più grande fabbrica d’ acciaio qui da noi ospitata mentre produceva in uno splendido, incontrollato, isolamento. Un rapporto fabbrica - territorio inedito e selvaggio anche rispetto al suo recente passato. Mi è capitato di contribuire, sette anni fa, nello scrivere le pagine del programma di rinascita che doveva essere quello, totalmente disatteso, dell’attuale riconfermato sindaco. C’ era scritto in quelle pagine come ambiente e moralità fossero intimamente collegate tra loro e la necessità di avere un ruolo assolutamente diverso con le aziende qui
presenti, sino allora subalterno. Che la crescita economica della aziende non coincideva con lo sviluppo del territorio ma con il suo impoverimento. Sembrò ci fosse il medico giusto e la ricetta per guarire una città già allora moribonda. Quel sistema di potere non solo sopravvisse ma si sottomise ancora
di più ai voleri del nuovo padrone della città, un industriale di stampo ottocentesco.
I bisogni di noi tutti, ora è chiarissimo, sono stati usati e gettati nell’agone della politica locale e regionale oltre che, storicamente, in quella nazionale. Come non ricordare la vicenda di un rigassificatore da
togliere a Brindisi (la prima battaglia dell’attuale governatore di Puglia) ed impiantarlo a Taranto, sinergico con gli interessi di Edison, Eni ed Ilva di cui tutti erano concordi? Come non ricordare che è lì l’origine di una
ritrovata riscossa cittadina? Ed il progetto della nuova centrale termoelettrica Ilva il cui costo era di poco inferiore a quello con cui il “Cavaliere d’acciaio” acquisì l’intera fabbrica pubblica e che avrebbe
utilizzato anche quel metano? Come non considerare che il diritto al lavoro, costituzionale, non coincida con quello al “posto di lavoro” e su questa ambiguità si sono costruiti compromessi al ribasso? Come non ricordare ai sindacati ed alla politica che il diritto alla vita ed alla salute, fondamentale per la Carta,nasce storicamente e fisicamente all’interno delle fabbriche, prima ancora per i cittadini, e che spetta per prima alla classe operaia (antica e sempre valida definizione) ed ai suoi rappresentanti risolverlo? In diciotto anni di permanenza di Riva non c’è mai stata una piattaforma rivendicativa che abbia messo in discussione l’organizzazione del lavoro, gestita dagli “uomini ombra di Riva”, fonte di tanti omicidi sul lavoro
e di future malattie professionali. Omertoso! E’ così che deve essere chiamato, fuori e dentro la fabbrica, il clima che si è vissuto. Oggi il mercato e le sue regole impongono alle multinazionali presenti sul nostro territorio, per niente sottoposte al vincolo costituzionale del “fine sociale dell’impresa”, di andare
via ed alla quasi totalità dei nostri giovani di migrare. Chiuderà anche la grande fabbrica se il costo del suo prodotto crescerà con quello, oramai indifferibile, del rispetto al territorio che l’ha ospitata in cinquanta anni.
Una borghesia locale industriale inesistente, avvoltoi e mentecatti che calano qui da noi nel segno dell’energia “pulita” pronti a sporcare uomini e cose nella regione che è prima in Italia per esportazione di elettricità da carbone e che ne produce più del doppio delle sue necessità. Non c’è, né ci poteva essere, nessun vanto politico da rivendicare. Non ci sono “primarie” politiche solutrici dei problemi incancreniti della nostra città. La città si è svegliata da tempo, la società civile, anch’essa antica e sempre valida definizione, ha
svolto e svolgerà il suo naturale compito di autodifesa in attesa che la politica torni al suo primato. Mi sia consentito, in ultimo, di affermare che la magistratura svolge il suo dovere e che l‘ambientalismo tarantino non ha mai avuto forme di estremismo. E’ stato maturo con le sue proposte tecniche e scientifiche portate avanti con competenza e responsabilità nelle sedi giuste, a Taranto, Bari, Roma. 
 Il solo estremismo è stato quello della grande fabbrica che ha esercitato con violenza ed irresponsabilità il suo potere di vita e di morte su lavoratori e cittadini.
  La sola ipocrisia è stata quella di una certa politica che occupando indegnamente le Istituzioni democratiche ha mostrato incapacità e servilismo.

Un'agricoltura saggia e collettiva è ancora possibile: incontro a Maruggio

LA REALTÀ AGRICOLA ODIERNA è MERCIFICATA E RESA ORMAI A BRANDELLI
DAL SACCHEGGIO DELLE TERRE E DAI MERCATI
. Di questo ed altro si parlerà a Maruggio in un incontro organizzato dal COMITATO CITTADINO ANTINUCLEARE MARUGGIO. L'incontro dibattito dal titolo "Un'agricoltura saggia e collettiva è ancora possibile" si terrà sabato 09 novembre 2013 alle ore 18.30 (VIA VITTORIO EMANUELE 14, C/O ARCI PAISÀ) a Maruggio.

SARÀ PROIETTATO IL FILMATO "SEMI RESISTENTI”


martedì 5 novembre 2013

Il dono della concretezza nel Paese delle ombre

Ilva, gip Todisco respinge richiesta dissequestro fondi Riva Fire ed elenca inadempienze


Il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha rigettato con un’ordinanza depositata oggi la richiesta di dissequestro avanzata dal commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, per lo svincolo delle somme sequestrate lo scorso maggio alla capogruppo Riva Fire. Si tratta di 233.193.79 euro. Ma dalle 4o pagine dell’ordinanza emerge anche altro:  tutte le criticità legate all’attività del siderurgico. Nel mirino il mancato rispetto di una serie di prescrizioni Aia. Il gip cita l’art. 1 comma 8 della legge n. 89/2013: “fino all’approvazione del piano industriale il commissario straordinario garantisce comunque la progessiva adozione delle misure previste dall’autorizzazione integrata ambientale e dalle altre autorizzazioni e prescrizioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”.  E com’è noto, il piano industriale non è stato ancora prediposto dal commissario straordinario Bondi.
Facendo riferimento alle  ultime relazioni redatte dai custodi giudiziari Valenzano, Laterza e Lofrumento, la Todisco parla di “vari profli di inadempimento da parte della società commissariata delle prescrizioni contenute nel provvedimento di riesame dell’Aia”, accertati anche da Ispra ed Arpa Puglia. Per i custodi giudiziari “le attività condotte dalla società Ilva spa risultano in notevole ritardo rispetto ai tempi prescritti dal Provvedimento di Riesame Aia”, e persistono “pratiche operative di gestione dei processi che hanno fino ad oggi determinato violazioni delle norme spercifiche di cui al D. L. 152/2006″. In merito all’organizzazione e alla gestione dello stabilimento, i custodi rilevano che “il sistema di deleghe e sub-deleghe adotatto dal Commissario, se pur definito con atti formali, non trova una piena ed efficace attuazione in quanto non definisce i ruoli e le competente che intercorrono tra i soggetti principali, addetti alla sicurezza delle diverse aree e servizi”.
Nel richiamare i contenuti della sentenza della Corte Costituzionale n. 85/2013, la Todisco afferma che “solo il rispetto del crono-programma dell’Aia riesaminata assicura la tutela della salute e dell’ambiente  e giustifica la prosecuzione dell’attività produttiva da parte dell’Ilva, da ritenersi altrimenti illecita e tale da innescare le conseguenze giuridiche previste in generale dalle norme vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente”.  Il messaggio che viene fuori dalle parole della Todisco è chiaro: se le prescrizioni Aia non vengono rispettate, si profila all’orizzonte un nuovo sequestro degli impianti inquinanti. Cosa che il gip tarantino aveva già affermato nel provvedimento fatto notificare all’Ilva il 3 giugno scorso, quando aveva concesso la facoltà d’uso con un’avvertenza ben precisa: non si potrà trasgredire.
Alessandra Congedo - inchiostroverde

Un firma per monitorare l'endometriosi

Ambientalisti Taranto per istituzione registro casi endometriosi

Nel convegno sui temi della salute, dell'ambiente e del lavoro che si terra' giovedi' a Taranto su iniziativa dell'arcivescovo Filippo Santoro, presenti i ministri dell'Ambiente, Andrea Orlando, e della Salute, Beatrice Lorenzin, il movimento ambientalista tarantino chiedera' fra l'altro l'istituzione di un "Registro regionale pugliese per l'Endometriosi". La richiesta e' sostenuta dall'Isde, l'associazione medici per l'ambiente, e dall'Ordine dei medici di Taranto.
  "Si parla di un 10% di donne tarantine toccate da questa malattia - e' stato affermato oggi in una conferenza stampa dal movimento "Taranto Lider" - ma noi crediamo che i casi siano di piu'". Tre milioni in tutta Italia sono le donne colpite da una patologia importante che investe l'apparato riproduttivo femminile, causando danni psico-fisici, forti dolori e infertilita'. Dati e studi recenti dimostrerebbero quanto l'inquinamento da sostanze tossiche, in particolare da diossine e Pcb, possa incidere sull'insorgenza di questa patologia.
  "Questo significa che sarebbe possibile fare prevenzione primaria - spiega "Taranto Lider" - se solo avessimo dati epidemiologici attendibili anche in Puglia, una regione che presenta numerose aree caratterizzate da livelli critici di inquinamento." La richiesta di "Taranto Lider" e' sostenuta anche dall'associazione "Passeggino Rosso", un movimento di donne di Brindisi nato per richiamare l'attenzione sui problemi che colpiscono la salute dei bambini e delle donne.
  L'istituzione del Registro regionale per la raccolta e l'analisi dei dati clinici e sociali riferiti alla malattia dell'endometriosi avra' il fine di stabilire appropriate strategie di intervento, di monitorare l'andamento e la ricorrenza della malattia, nonche' di rilevare le problematiche connesse e le eventuali complicanze, e infine di mettere in atto strategie di prevenzione primaria nelle zone a rischio.
  "Le donne che hanno contratto questa malattia - aggiunge D'Amato - dovranno usufruire in Puglia dell'esenzione del ticket sanitario e delle agevolazioni per le analisi e per le cure". Il comitato "Taranto Lider" ha anche lanciato una petizione on line con quale si rivolge direttamente al governatore della Puglia, Nichi Vendola, per chiedere "una legge per la tutela delle donne affette da endometriosi". Ad ottobre del 2012 questa malattia e' stata inserita nelle nuove tabelle dell'Inps come causa di invalidita' civile.
  L'endometrio e' un tessuto presente all'interno dell'utero e quando si sviluppa anche in altre parti del corpo e non solo all'interno dell'utero, si parla di endometriosi, e' stato spiegato oggi. Precisato anche che interessa soprattutto le donne di 30-40 anni e che si verifica piu' spesso nelle donne che non hanno mai avuto figli. I sintomi si possono raggruppare in due gruppi fondamentali: dolore e infertilita'. E l'infertilita' puo' essere causata anche da fattori biochimici.(AGI).

L'eccellenza assennata dei Tamburi a casa dei Vendolini. Botta e risposta sulla stampa



Sulla base dei dati io dico che la qualità dell’aria ora al rione Tamburi di Taranto è eccellente”.
Sono le parole pronunciate il 24 ottobre scorso da Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa Puglia, annoverato tra i 53 indagati nell’inchiesta sull’Ilva di Taranto.

Il dirigente il 30 ottobre è stato accusato di favoreggiamento a seguito delle pressioni su di lui esercitate dal governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, indagato per concussione, perché ammorbidisse le sue posizioni sull’Ilva. Neppure una settimana prima dell’informazione di garanzia, Assennato ha partecipato alla conferenza “Ilva, tra salute, ambiente e lavoro”, organizzata dalla sezione tarantina di Sel. E le sue parole inequivocabili sullo stato ambientale del rione Tamburi hanno scatenato vibranti proteste e durissime contestazioni tra il pubblico. “E’ uno scandalo dire queste cose”, ha urlato qualcuno. “Non lo dico io, lo dicono i dati. E sono dati trasparenti”, ha replicato il funzionario, visibilmente imbarazzato nella ridda delle grida di dissenso. E alla fine ha sbottato: “Guardate che non ho nessuna paura. Comunque, vi dico che sono un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. E chiedo alle forze dell’ordine, se presenti, di identificare chi ha parlato, perché risponderà delle accuse infamanti che fa”. Il monito non ha sortito gli effetti sperati, ma al contrario ha arroventato la bagarre e scatenato un “buuh” all’unisono. “Basta, io non ho paura di nessuno” – ha rincarato Assennato – “né di chi alza la voce, né di chi alza le mani. Dico sempre che qualche anno fa telefonarono ai miei e dissero: ‘I fascisti hanno fracassato la testa a tuo figlio’. Per fortuna non era vero, ma mia madre si spaventò. Non ho certamente paura di due teppistelli locali, non ho assolutamente paura” (Gisella Ruccia-Fattoquotidiano)


Taranto, Assennato (Arpa Puglia): "L’aria è eccellente (fischi) quando le cokerie sono spente"

"Quando io dico, sulla base dei dati, la qualità dei dati è eccellente, è evidente, sono chiuse sei batterie (cokerie) su dieci". Lo ha affermato, il 24 ottobre scorso, Giorgio Assennato direttore generale dell’Arpa Puglia alla conferenza “Ilva, tra salute, ambiente e lavoro” organizzata dalla sezione tarantina di Sel. Fa discutere il modo, però, il modo in cui è stato presentato il video elaborato da il fatto quotidiano.it, senza citarne la fonte da cui ha tratto le immagini. Per dare profondità all’argomento e restituirne il senso al lettore, riportiamo il discorso del direttore dell’Arpa Puglia Assennato fino al punto in cui arriva la contestazione, rimandando alla parte della querelle all’articolo di Gisella Ruccia del fatto quotidiano.it, per poi nuovamente riportare la parte finale del discorso omessa, relativa cioè ai dati della qualità dell’aria.
Non possiamo affrontare il problema (quello della qualità dell’aria di Taranto, ndr)- ha introdotto Assennato - se non chiariamo il contesto. Un contesto particolarmente non piacevole poiché è stato affrontato dal Governo a colpi di decreti legge, con una serie di misure imposte dall’esterno sulla città e anche sulle istituzioni. Non è stata una bella logica. Questi provvedimenti si inseriscono in una lunga logica di decisioni “romane” caratterizzate esattamente dal contrario di quanto si dovrebbe fare. Si dovrebbe fare trasparenza, pianificazione, crono programmi, e invece si fa il contrario. Nell’ultima legge (Legge n. 89 del 4 agosto 2013), il compito dei tre esperti, secondo una riduttiva impostazione ministeriale, si limita a definire gli spostamenti dei tempi di prescrizione dell’Aia dell’Ilva. Cioè cambiare l’Aia dell’Ilva, allungandone i tempi di prescrizione in funzione della constatata incapacità dell’Ilva a rispettarne i limiti temporali. I tre esperti hanno fatto anche questo, e all’Arpa Puglia non piace, perché non sufficientemente motivato, ma hanno anche inquadrato la situazione in un modello concettuale unitario che lega ambiente e salute, che lega l’ambiente di lavoro all’ambiente di vita. Ora tutto questo dovrà essere recepito dal Piano Industriale. E quello che definirà le prospettive sarà il piano industriale, e finché non lo vedremo, non sapremo. Quello che vediamo ora, dunque, è una realtà distorta. Quando io dico, sulla base dei dati, la qualità dei dati è eccellente, è evidente, sono chiuse sei batterie (cokerie) su dieci.
(Fischi e bagarre, leggi se sei interessato l’articolo del fatto quotidiano).
“Ovviamente quando si chiudono le cokerie - ha infine affermato Assennato - i livelli di benzopirene si abbassano ai livelli di soglia” consentiti dalla legge. I nostri dati (quelli dell’Arpa Puglia, ndr) – ha detto Assennato – piacciono quando mostriamo dei dati “alti” di benzopirene, ma vanno accettati “anche quando mostriamo dei dati “bassi”.
“E’ ovvio che sono bassi – ha infine spiegato – sono chiuse le cokerie! Quando si chiudono le cokerie si abbassa il benzo(a)pirene. Anche le polveri sottili (Pm10) sono molto basse, analogamente perché sono chiuse le cokerie”.
Quando il fattoquotidiano.it. non sussiste. L’articolo di Gisella Ruccia, offre una limitata e parziale, omettendo i motivi per i quali sarebbe “eccellente” la qualità dell’aria. La giornalista del Fatto Quotidiano.it, nell’articolo che ha pubblicato ieri sera, ha dimenticato di inserire tutte le frasi più rilevanti dal punto di vista “giornalistico” che “tecnico”, sulla qualità dell’aria nel quartiere Tamburi di Taranto che emergono nel video, (ri)tagliato e montato in modo tale da non farne comprendere il senso. Per acquisire profondità rimandiamo alla fonte originale, pubblicato su you tube da Massimo Turco, “SEL Taranto 24 /10 /13 Prof Giorgio Assennato ARPA Puglia”.
Eco dalle città riporta, tra i commenti scaturiti dall’articolo, quello dell’internauta “Taranto” che riesce non solo a restituire il senso dell’accaduto, ma anche a portare avanti il dibattito sulla qualità dell’aria a Taranto:
«Credo che Assennato abbia qualche problema di comunicazione: un giorno afferma che "la qualità dell'aria è eccellente", un altro giorno invece afferma che le attuali misure ambientali sono totalmente falsate "dal fatto che ora c'è la chiusura degli impianti di 6 batterie su 10 delle cokerie dell’Ilva e quindi in qualche modo il dato ambientale è drogato. La valutazione sanitaria sulla base di dati ovviamente positivi, legati alla chiusura degli impianti è priva di senso". Se dicesse entrambe le cose lo stesso giorno, farebbe chiarezza e non genererebbe confusione. Chissà quando potrà spiegare come mai le misurazioni degli IPA (idrocarburi policiclici aromatici, ndr) in continuo all'interno dello stabilimento ancora non funzionano». (Ecodallecittà)

Corrado, Stefania..."Non c'è problema!"

«Ilva, 5mila euro finiti alla fondazione del ministro Prestigiacomo»

  Con il deposito di tutti gli atti dell’inchiesta «Ambiente svenduto» sull’Ilva di Taranto è possibile comprendere appieno il sistema nel quale la famiglia Riva si è mossa per ottenere le autorizzazioni all’esercizio dello stabilimento siderurgico ed evitare provvedimenti punitivi da parte delle varie autorità preposte ai controlli. È il 9 giugno del 2010 quando Ivo Allegrini, ex direttore del Cnr Lazio e componente del Centro Studi Ilva, chiama il potente responsabile delle relazioni esterne della fabbrica Girolamo Archinà (arrestato il 26 novembre 2012 e tutt’ora ai domiciliari) per discutere della bocciatura delle nomine dei direttori generali presso il ministero dell’Ambiente, guidato allora da Stefania Prestigiacomo.
Allegrini dice ad Archinà - così si legge in una informativa del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza - di aver incontrato, in mattinata, il «loro amico Corrado» («io stamattina ho visto per altri motivi il nostro amico Corrado»), il quale lo avrebbe informato che gli sarebbe stata conferita un’ulteriore delega di direttore generale («gli hanno dato la delega che danno pure ad altri direttori generali, no!»), ed in relazione a ciò gli avrebbe chiesto un report relativo allo stabilimento di Taranto («allora mi ha detto: “Fatemi una nota di tutto quello che praticamente, del casino che sta succedendo giù a Taranto no!»), riferendosi, evidentemente, alle problematiche inerenti al rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale per il siderurgico, palesando, inoltre, che era suo intendimento rimettere le «cose in sesto», in considerazione del fatto che, a suo parere, negli ultimi mesi nessuno aveva fatto nulla in merito («perché nel limite del possibile io, insomma, cerco di rimettere le cose in sesto perché mi rendo conto che qui nessuno ha fatto un cazzo per diversi mesi nel passato...»).
   Ricevuta tale notizia, Archinà, dimostrando - sempre secondo i militari delle Fiamme Gialle - di aver ben compreso chi fosse il «nostro amico Corrado», cui faceva riferimento Allegrini come la «Gazzetta» rivelò nell’agosto 2012, chiedeva se quella persona avesse ricevuto la delega specifica anche in relazione alle procedure Aia, al che Allegrini ribadiva che Corrado aveva avuto la delega di tutti i direttori generali, facendo, in ciò, chiaramente intendere che si trattava di una delega ampia che gli consentiva anche di occuparsi delle procedure connesse al rilascio dell’Aia. A tal proposito Allegrini, avendo promesso a Corrado che entro il successivo venerdì gli avrebbe consegnato personalmente il «report sulla situazione di Taranto», si accordava con Archinà perché predisponesse l’appunto per grandi linee ed in maniera stringata per poi consegnarlo personalmente all’amico Corrado.
   Secondo la Guardia di Finanza si può «affermare con buon grado di attendibilità che “il nostro amico Corrado”, al quale fanno riferimento il prof. Ivo Allegrini e Girolamo Archinà è da individuarsi nella persona del dott. Corrado Clini, all’epoca dei fatti direttore generale presso il Ministero dell’Ambiente». I magistrati hanno, però, ritenuto di non approfondire ulteriormente la vicenda, non acquisendo i tabulati di Allegrini, per verificare eventuali telefonate con Clini, né interrogandolo. Lo stesso Clini, d’altronde, alla «Gazzetta» dieci giorni fa ha smentito di essere «mai stato uomo Ilva».
   Nessun accertamento ulteriore, inoltre, è stato compiuto su un altro caso scottante che emerge dalla lettura delle carte, ovvero il contributo di 4-5mila euro chiesto a Fabio Riva dall'avvocato Luigi Pelaggi, capo della segreteria tecnica del ministero dell'Ambiente (indagato per concorso in abuso e rivelazione di segreto d'ufficio) per l'organizzazione di un convegno che la fondazione Liberamente - fondata dall’allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo con i ministri Mariastella Gelmini e Franco Frattini - organizzò il 10 luglio del 2010 a Siracusa. I finanzieri scrivono che Pelaggi, per conto del ministro Prestigiacomo, chiese a Fabio Riva un contributo di 4/5.000 euro per la sponsorizzazione di tale evento («io farò poi una piccola noticina, diciamo sugli obiettivi della fondazione, perché lei mi ha pregato di divulgarla con chi abbiamo avuto contatto... e per quanto riguarda i contributi se uno voglia aderire sono 4 o 5.000 euro»), specificando che per esaudire i desiderata del ministro, che gli aveva chiesto di contattare tutti coloro con i quali erano stati intrattenuti dei contatti, era costretto a fare circa cinquanta telefonate («però mi diceva "fammi questa cortesia Luigi...” e infatti ecco lunedì di ponte me lo ha infelicitato, nel senso che mi devo fare una cinquantina di telefonate…»). Naturalmente Fabio Riva assicurò il contributo, tranquillizzando il suo interlocutore («non c'è… non c'è problema!» ). (GdM)

Bye bye Navy... Dismissioni (solite) e (solita) questua dei pezzenti a Roma

Via pezzo di Taranto. L'Ammiragliato trasloca a Nisida

   La flotta resta a Taranto, ma il «quartier generale» della logistica legata alle navi trasloca a Nisida, un’isoletta che si trova di fronte alla collina di Posillipo, con un piccolo porto utilizzato fino a qualche anno fa dalla Nato e raggiungibile solo da un lungo pontile carrozzabile. Non siamo su «Scherzi a parte» ma poco ci manca. Il ministero della Difesa, infatti, impegnato in una drastica politica di tagli e ridimensionamenti, che a tratti appare sinceramente un po’ discutibile, ha soppresso (riorganizzato come si usa dire in tempi di spending review) il Dipartimento militare marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto di Taranto (e per la verità anche quelli di La Spezia e di Agusta) per istituire, ufficialmente già dal primo novembre scorso, il Comando logistico della Marina (Maricomlog) a Nisida.
    Obiettivo dichiarato è quello «di riunire - si legge in una nota ufficiale -, sotto un unico comando le esigenze logistiche della forza armata». «Maricomlog - prosegue il documento -, si inquadra in un più ampio e capillare processo di riordino della forza armata con lo scopo di ottimizzare le risorse economiche e umane dei Comandi della Marina. Il Comando Logistico nasce con l’obiettivo di mantenere i mezzi areonavali efficienti, nel rispetto delle esigenze finanziarie a disposizione».
    Tra le buone ragioni addotte a sostegno dell’operazione, se ne legge una che dovrebbe davvero far infuriare i tarantini, ammesso che abbiano ancora a cuore le sorti economiche del territorio in cui vivono. «La Marina Militare - prosegue infatti la nota -, intende rivitalizzare alcune sedi periferiche (come quella di Nisida in Campania, ndr) attraverso lo sviluppo delle infrastrutture disponibili e soprattutto attraverso l’impiego della professionalità dei dipendi civili locali, altrimenti a rischio di esubero». Il che, così a lume di naso, ci pare per lo più un salvagente lanciato a Nisida a scapito di Taranto (di La Spezia e di Augusta). Del resto i sindacati jonici del comparto Difesa, proprio in questi giorni hanno denunciato 500 esuberi in vista, a causa dei tagli e dei ridimensionamenti del personale.
    Ma c’è di più. «Dal Comando Logistico - continua la nota -, dipenderanno i Comandi Logistici territoriali di Taranto, La Spezia e Augusta nonché gli Arsenali ed enti tecnici della Marina, per un totale complessivo di circa 5000 dipendenti militari e civili. È quindi da Napoli che, saranno dirette tutte le attività di manutenzione navale e di acquisizione di beni e servizi per il funzionamento di tutti gli enti della Marina Militare Italiana con l’obiettivo di ottimizzare le risorse economiche ed umane attraverso una gestione centralizzata della logistica di forza armata». A dimostrazione del fatto che la sede jonica perderà di prestigio, c’è anche un altro elemento. Il nuovo Comando Logistico di Taranto non sarà più retto da un ammiraglio di squadra, come avviene ora, ma da un ammiraglio di divisione, ovvero un ufficiale di grado inferiore.
    Taranto, con la flotta militare dislocata in Mar Grande e il suo Arsenale, si avvia a diventare quindi una sorta di succursale di periferia di Napoli, nell’assoluto silenzio dei nostri rappresentanti politici.(GdM)


Taranto perde storica sede Dipartimento Marittimo Jonio, Confindustria: questione a tavolo interistituzionale

Non si tratta solo di uno spostamento a carattere meramente logistico bensì di un segnale emblematico del progressivo disimpegno della Marina Militare verso la sede tarantina. Un cambiamento drastico che secondo Confindustria, al di là della evidente inerzia registrata attorno alla questione (da tempo annunciata) da parte della politica nostrana, aggiunge ulteriori preoccupazioni e perplessità rispetto al futuro di settori finora ritenuti parte integrante del sistema socio-economico tarantino.
E’ solo di pochi giorni fa, in questo senso, il nostro appello agli arsenali di Siracusa e La Spezia a fare fronte comune per scongiurare i rischi di irreversibile declino del comparto arsenalizio e dell’indotto; un settore gravato da una crisi senza precedenti per effetto della imminente conclusione delle commesse di manutenzione sulle unità navali militari e dalla vetustà del naviglio, a cui si aggiunge la drastica riduzione delle risorse economiche disponibili a carico del bilancio del Ministero della Difesa in favore degli arsenali italiani.
La tegola del declassamento di Taranto – di fatto già avvenuto – a Comando Logistico Area Sud (ComLog Area Sud) aggiunge ora ulteriori ed inevitabili punti interrogativi  ad una situazione già notevolmente compromessa sul piano delle prospettive, anche in presenza di una struttura di grandissima valenza e altrettanta strategicità qual è la nuova Base Navale di stanza a Taranto.
Alla luce di tutto questo, Confindustria ha inserito la questione dell’avvenuta perdita del Dipartimento Marittimo dello Jonio e del Canale d’Otranto fra le priorità da portare all’attenzione del tavolo interistituzionale in programma il 13 novembre prossimo a Roma.
L’auspicio ultimo è che il ridimensionamento della base tarantina non avvenga a “costo zero”, prevedendo garanzie sostitutive da parte dei ministeri competenti sia sul piano del mantenimento di impegni già assunti sia per evitare che il progressivo depauperamento in atto produca effetti ben più gravi, in termini di ricadute economiche e di perdita di risorse, rispetto a quelli già in essere.(Quotidianoitaliano)

domenica 3 novembre 2013

Il VERO laboratorio urbano autogestito?

Occupati gli ex Baraccamenti Cattolica


Determinazione e amore per la propria terra sono i principali motivi per cui i giovani di “Officine Tarantine”, un comitato di una cinquantina di ragazzi, noncuranti delle norme amministrative, hanno occupato uno degli edifici demaniali di proprietà del Comune di Taranto per proporre alla città la riappropriazione di quei luoghi abbandonati al degrado.
Nonostante lo scorso 22 ottobre abbiano interpellato il sindaco Stefàno, mediante richiesta scritta per la concessione di un locale, il comitato non ha ricevuto alcun riscontro.
Forte delle sue convinzioni, “Officine Tarantine” non demorde.
«Sapevamo che non avrebbe portato a nulla coinvolgere il sindaco. – argomentano Saverio e Piero, due ragazzi aderenti al comitato- L’idea è quella di occupare il locale per il ripristino dell’area e la messa in sicurezza a porte aperte, fare volantinaggio per presentare la nostra iniziativa e coinvolgere più gente possibile».
Detto questo, l’associazione ha reso chiaro nella sua carta d’intenti i progetti che intende sviluppare, qualora l’amministrazione promuovesse il loro progetto sociale.
L’idea nasce dalla volontà di riqualificare i posti che non sono fruibili alla cittadinanza. Una tra tutti, l’area degli ex Baraccamenti Cattolica in via Di Palma che “Officine Tarantine”, si impegnerebbe personalmente con opere di volontariato autofinanziato, a rimettere in sicurezza e ristrutturare, rendendo così il posto accessibile a tutti.
«Vogliamo attuare laboratori periodici – spiegano- con il proposito di formare il cittadino con attività funzionali alla creazione del proprio futuro».
Le principali attività promosse da “Officine Tarantine”, la falegnameria e la ciclofficina 3R(Ricicla Riusa Rivaluta) i cui prodotti realizzati verrebbero esposti e venduti per l’autofinanziamento dell’area utilizzata. Poi ancora si vuol organizzare la mensa popolare, laboratori artistici e teatrali e creare una libreria popolare, alla portata di tutti, che punti alla raccolta di testi letterari in disuso o in giacenza nelle scuole.
«Proporremo anche eventi socio culturali – fanno sapere dal comitato – affinché questo spazio diventi luogo di aggregazione e confronto, facendo rivivere la città ai tarantini. Il progetto avrà come principio fondamentale la collaborazione di tutti i cittadini per la rivalutazione culturale di questa splendida città».
E se il loro progetto, certamente nobile ma azzardato, venisse bocciato, «pazienza, avremo comunque pulito e ridato vita a uno dei tanti luoghi dimenticati in città», dicono.
L’ultima parola ora spetta al Comune.
Storietarantine - Emanuela Perrone

Chiacchiere e distintivo...

"sono in giuoco le sorti dell`occupazione, della salute e della siderurgia italiana"... (ci sono una u ed una e di troppo... trovatele!

L'Ilva è un caso nazionale: difendiamo lavoro e ambiente

La vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto si allarga. Tra gli indagati oltre alla famiglia Riva e al suo management, ci sono altre 53 persone. Tra questi c`è il presidente, i consiglieri e un`assessore della regione Puglia, il direttore dell`Arpa, il sindaco di Taranto, un deputato, alcuni consiglieri del ministero, un sacerdote, un carabiniere ed altri. La giustizia fa il suo dovere. Auspichiamo che il suo corso sia il più veloce possibile. È indispensabile che i responsabili dei reati contro l`ambiente e contro la salute dei lavoratori e dei cittadini siano individuati e condannati, mentre la dignità di persone non colpevoli vada fermamente difesa. 
Il Pd con il suo seminario svoltosi a Taranto su «Il risanamento ambientale dell'Ilva e le prospettive di sviluppo territoriale», organizzato dal forum e dal dipartimento Ambiente, dal partito regionale e di Taranto e dagli «ecodem», ha messo in luce come l'Ilva sia una grande questione nazionale ed europea verso cui il governo italiano ha avuto una attenzione particolare, nominando un commissario e un sub commissario ai quali è stato consegnato l`obiettivo di ambientalizzare la fabbrica, salvaguardando la salute, l`ambiente e l`occupazione.

Aspettando i rinvii

Ilva, inchiesta nel vivo: pm ascolteranno indagati


   Arriveranno nei prossimi giorni alla Procura di Taranto le prime richieste con cui gli indagati nell'ambito dell'inchiesta sul disastro ambientale dell'Ilva chiedono di essere ascoltati dai pm e fornire così la loro versione dei fatti. Notificati il 30 ottobre 53 avvisi di conclusione delle indagini (50 a persone fisiche e 3 a persone giuridiche, ovvero alle società Riva Fire, capogruppo, Riva Forni Elettrici e Ilva), scattano i 20 giorni previsti dalle norme perchè i singoli indagati possano chiedere di essere ascoltati dall'autorità giudiziaria oppure consegnare a quest'ultima memorie difensive. Saranno poi i pm a calendarizzare gli interrogatori di coloro che chiederanno di essere ascoltati. Esaurita quindi questa fase a valle della notifica degli avvisi, se ne aprirà un'altra nella quale la Procura trarrà le sue conclusioni e formulerà al giudice delle udienze preliminari le richieste di rinvio a giudizio e di proscioglimento.
   Tre componenti di spicco della famiglia Riva, Emilio e i figli Nicola e Fabio, l'ex presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, gli ex direttori dello stabilimento Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, l'assessore all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, l'ex assessore regionale al Lavoro e oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni, il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva: ecco chi c'è, fra gli altri, nell'elenco dei 53 indagati dopo la chiusura delle indagini della Procura di Taranto sul disastro ambientale dell'Ilva (30 ottobre scorso).
   Diversi i capi di imputazione. Ai Riva, per esempio, così come a Capogrosso, è contestata l'associazione a delinquere finalizzata a commettere delitti contro la pubblica incolumità. A Buffo, fra l'altro, è contestata l'omissione di norme di sicurezza alla base di due incidenti mortali sul lavoro avvenuti in Ilva a ottobre e novembre 2012. All'ex presidente Florido la concussione per la vicenda delle discariche del siderurgico, mentre al governatore Vendola la concussione aggravata in concorso. In sostanza, secondo i pm, sarebbe intervenuto pesantemente sull'Arpa Puglia affinchè "ammorbidisse" le relazioni sull'inquinamento dell'Ilva. Di favoreggiamento verso Vendola è accusato Fratoianni, mentre il sindaco di Taranto risponde di omissione.
Secondo i pm, si è limitato a denunciare alla Procura la grave situazione ambientale della città conseguente l'inquinamento dell'Ilva ma non ha adottato quanto in suo potere adottare perchè sindaco.
   Sia Vendola sia Stefano hanno chiesto di essere ascoltati dalla Procura. Vendola, in particolare, attribuisce alla propria giunta il fatto di aver impresso una sterzata sulla vicenda Ilva, potenziando ruolo e strumenti dell'Arpa Puglia e varando due leggi: sulla riduzione delle emissioni di diossina e sulla valutazione del danno sanitario. Il sindaco di Taranto, invece, sottolinea di aver emesso anche un'ordinanza contro le emissioni del siderurgico che poi il Tar di Lecce ha bocciato su richiesta dell'azienda.
   C'è chi annuncia già che nel processo contro i reati ambientali dell'Ilva si costituirà parte civile - è la Uil Puglia - e chi, come la Cgil di Taranto, auspica invece "che si proceda nel più breve tempo possibile verso un punto di chiarezza  nell'accertamento di eventuali responsabilità penali". Posizioni diversificate nei sindacati confederali di Taranto verso l'inchiesta relativa al siderurgico dopo i 53 avvisi di conclusione delle indagini inviati dalla Procura lo scorso 30 ottobre. Hanno annunciato la costituzione di parte civile le organizzazioni ambientaliste Wwf e Legambiente mentre già nell'atto della chiusura inchiesta sono già indicati, come parti lese, 258 tra privati cittadini, tutti proprietari di immobili ubicati nel quartiere Tamburi di Taranto - il più vicino all'acciaieria -, società di mutuo soccorso e cooperative proprietarie di cappelle funerarie nel cimitero - anch'esso, come i Tamburi, molto vicino all'Ilva - l'Istituto autonomo case popolari di Taranto - proprietario di diversi immobili nel rione Tamburi - e persino una parrocchia dello stesso quartiere, San Francesco De Geronimo. Il punto che unifica le 258 parti lese è l'aver subito danni a strutture, immobili e appartamenti a causa delle polveri di minerale provenienti dal siderurgico.
   Del tutto prevedibile che a queste prime 258 parti lese molte altre possano aggiungersene col processo che sarà celebrato in Corte d'Assise presumibilmente tra fine primavera e inizio estate 2014. L'autorità giudiziaria si è già posta il problema di reperire una sede idonea per questo processo visto anche il numero di testi. E Taranto prova ad affrontare di nuovo il tema che in quest'ultimo anno e mezzo ha tenuto banco a seguito dell'inchiesta

Ilva, ovvero come rendere compatibili la difesa del lavoro con la tutela della salute e dell'ambiente. Prova a "superare le contrapposizioni per riavviare un dialogo" l'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, che presenterà il convegno del 7 novembre al quale sono stati invitati i ministri dell'Ambiente, Andrea Orlando, e della Salute, Beatrice Lorenzin. Coinvolti anche Università e Politecnico di Bari, nonchè Procura e Comune di Taranto e Regione Puglia. (RepBa)

sabato 2 novembre 2013

L'ennesima trovata di marketing?

Un titolone epocale per un paio di cappe aspiranti.
Orgoglio nordestino...


La bonifica dell’Ilva affidata alla Pelfa di Buja

La richiesta d’aiuto era partita direttamente da Taranto. Dai tecnici dell’Ilva a settembre dell’anno scorso. Da allora, i contatti tra la più estesa acciaieria d’Europa e le friulane Pelfa group di Buja e Danieli di Buttrio non si sono mai fermati. Anzi, hanno portato a stringere accordi valsi alle due imprese friulane importanti interventi nell’ambito della bonifica in corso all’interno del sito siderurgico pugliese.
Interventi che nel caso di Pelfa sono partiti proprio in questi giorni e consistono nella progettazione, costruzione e installazione di un impianto di captazione e abbattimento dei fumi e delle polveri che si generano nelle fasi di sversamento delle scorie dai contenitori (paiole) utilizzati per la fusione dei metalli. Valore: 3 milioni.
Un sistema unico al mondo, che consentirà un considerevole abbattimento degli agenti inquinanti liberati in atmosfera, visto che – contrariamente alla norma che vuole le scorie sversate direttamente all’aperto – l’impianto mobile realizzato da Pelfa permetterà di aspirare i fumi “in presa diretta” a ogni nuovo versamento.
«Costruiremo due unità di captazione mobili del peso di 150 tonnellate l’una – fa sapere Andrea Forgiarini, socio dell’impresa fondata da Redento Fabbro – e da unità di filtraggio da 600 mila metri cubi ora. Si tratta di lavori mai eseguiti prima, solitamente le scorie sono sversate all’esterno, mentre in questo caso l’impianto consentirà di contenere i fumi così da avere emissioni in atmosfera inferiori a 5 milligrammi/metro cubo».
I lavori si dovrebbero concludere all’inizio del nuovo anno con il montaggio. Ma per arrivare fin qui a Pelfa ci sono voluti dodici mesi d’intense trattative, il cui esito è stato incerto fino all’ultimo.
«Appena un mese fa, complice la difficile situazione del Governo, non sapevamo se avremmo dato corpo alla commessa – spiega Indira Fabbro – fortunatamente, poi, i fondi sono stati sbloccati grazie a un decreto approvato dal Senato che di fatto ha dato il via libera agli anticipi».
Fondamentali, vista l’importante esposizione già richiesta all’azienda, per l’acquisto della materia prima. Tra tante imprese in Italia, perché Pelfa? A rispondere è ancora Fabbro: «Perché nel settore vantiamo ormai una certa esperienza e fama. A proporre il nostro nome ai tecnici di Taranto è stata non a caso un’azienda tedesca per cui avevamo realizzato un carro scoria».
Oltre che indubbia occasione economica, l’Ilva sarà per l’azienda bujese un’importante vetrina internazionale. Oggi più necessaria che mai. Il business in Italia dall’avvio della crisi si è ridotto sensibilmente per Pelfa che ha saputo però far fronte alla recessione, aprendosi a nuovi mercati e diversificando: oltre al tradizionale settore della carpenteria metallica per impianti siderurgici negli ultimi due anni ha investito molto nelle produzioni per il settore idroelettrico.
«I nostri target di mercato – svela Fabbro – sono ormai la Russia, dove abbiamo deciso d’investire quest’anno partecipando a una grande fiera a Mosca, il subcontinente indiano e l’America».
L’export arriva ormai a garantire quasi l’80% del giro d’affari di Pelfa (25 milioni il fatturato 2012) che a dimostrazione della sua solidità può dire di non aver usato, a oggi, una sola ora di cassa integrazione. «In verità l’abbiamo pagata noi – rivendica Forgiarini -, accettando commesse sottocosto pur di mantenere la forza lavoro». (Messagero veneto)

Giornate di numeri: 258!


Taranto, cozze inquinate e distrutte, sotto accusa in 17 nell'inchiesta Ilva

In duecentocinquantotto, fra cittadini privati e società, sono considerati parte danneggiata nel procedimento «Ambiente svenduto» che, lungo le produzioni inquinanti dell’Ilva e l’esercizio delle attività gestito dalla società siderurgica, avrebbe individuato rapporti contaminati fra i vertici dell’industria dell’acciaio e il mondo della politica.
All’Ilva però, e alle modalità di produzione del suo stabilimento, è imputata dalla procura di Taranto anche la contaminazione dello specchio acqueo del primo seno del Mar Piccolo.
In parole povere, all’Ilva è addebitata la cattiva sorte dei mitili, la cui produzione negli anni scorsi è stata al centro di una polemica, talvolta pure strumentale, finalizzata a togliere dal mercato la «cozza tarantina».
In realtà, sarebbe invece stato effettivo, e del tutto concreto, l’inquinamento della produzione locale che ora, alla luce delle conclusioni formulate dal procuratore della Repubblica Francesco Sebastio e dei magistrati del pool che indaga sull’Ilva, potrebbe ritenere di aver individuato gli autori del disastro che ha travolto decine e decine di cooperative di mitilicoltori.
A pagina 18 dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, notificato fra gli altri anche al governatore della Puglia Nichi Vendola, al sindaco tarantino Ippazio Stefàno, ai vertici e ai dipendenti dell’Ilva e ad altri soggetti cinvolti a vario titolo nel procedimento, il “disastro” compiuto in Mar Piccolo è stato formalizzato.
In quella pagina, infatti, si parla di sversamento di sostanze nocive provenienti dalle produzioni del siderurgico che hanno provocato, e comunque non impedito, la contaminazione di quello specchio d’acqua, «ove insistevano numerosi impianti di coltivazione dei mitili, in tal guisa cagionando l’avvelenamento da diossina, Pcb e metalli pesanti di diverse tonnellate di mitili che venivano distrutti per ragioni sanitarie, in quanto pericolosi per la salute umana».
La contestazione della procura si ferma al 20 giugno del 2013, periodo in cui la parte rilevante delle indagini dei finanzieri e del Noe si era conclusa.
Proprio per questo, la magistratura di Taranto imputa la permanenza del reato commesso «anche in epoca successiva al provvedimento di sequestro di tutta l’area a caldo dello stabilimento siderurgico e nonostante il tribunale del Riesame, con ordinanza dell’agosto 2012, avesse disposto l’utilizzo degli impianti solo al fine di risanamento ambientale, con l’aggravante del numero delle persone concorrenti nel reato».
Nello specifico, sono indagati per concorso nell’avvelenamento delle sostanze alimentari Emilio, Nicola e Fabio Arturo Riva, Luigi Capogrosso, i fiduciari Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, Enrico Bessone e poi i dirigenti Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, Girolamo Archinà, Bruno Ferrante e il direttore di stabilimento Adolfo Buffo. (Quotidiano)

A proposito delle barriere di Arrigoni

Ricordate la brutta pubblicità che la ditta Arrigoni si voleva fare a danno dei tarantini, vantandosi di aver risolto i problemi delle polveri minerali con le sue "zanzariere"?
Cliccate qui per leggere il post.

Ecco cosa ne pensano anche i giudici in merito all'"utilità" di barriere e zanzariere:

Bocciata dai Pm la barriera Ilva contro la polvere

Era il 5 luglio del 2012, mancavano venti giorni agli arresti e al sequestro dello stabilimento Ilva, eppure tutto sembrava andare come sempre. C’erano tra gli altri il sindaco di Taranto Ezio Stefàno, monsignor Marco Gerardo, il direttore dello stabilimento Adolfo Buffo e il potente responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva Girolamo Archinà. Inauguravano, con tanto di benedizione, l’avvio dei lavori di montaggio della barriera di contenimento delle polveri, secondo gli accordi sottoscritti con la giunta regionale.
Stefàno, don Marco, Buffo e Archinà sono, a vario titolo, 4 dei 53 destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari dell’inchiesta sul disastro ambientale e quella barriera, che fa bella mostra di sè tra i parchi minerali e il rione Tamburi, vale ora una contestazione specifica di reato a carico del patron dell’Ilva Emilio Riva, ai figli Fabio e Nicola, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso, ai fiduciari Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti; ai capi reparto e capi area Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, al presidente Bruno Ferrante e a Girolamo Archinà e Adolfo Buffo, presenti quel giorno. Secondo la Procura, gli indagati hanno effettuato i lavori di scavo per la realizzazione della fondazione della barriera frangivento in zona parchi in un’area ricompresa nei limiti di perimetrazione del sito d’interesse nazionale di Taranto in assenza del certificato di avvenuta bonifica e in un sito peraltro sottoposto a sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. I rifiuti derivanti dai lavori di scavo delle fondazioni, poi, sarebbero stati depositati in maniera incontrollata su un suolo non pavimentato nell’area parchi, favorendo così la diffusione degli inquinanti e delle polveri in atmosfera.
Quegli stessi rifiuti sarebbero stati gestiti come rifiuti non pericolosi sebbene il loro livello di contaminazione era stato già accertato nell’ambito della procedura di caratterizzazione e bonifica del sito d’interesse nazionale di Taranto. Un disastro su tutta la linea, insomma, anche se proprio i lavori di realizzazione di quella barriera frangivento sono stati al centro di una vera e propria polemica tra l’azienda, che la riteneva quasi risolutiva per evitare che la polvere dei parchi minerali finisse nelle vicine case del rione Tamburi e il pool di custodi giudiziari nominati dal gip Patrizia Todisco.
«Considerata - scrissero i tecnici guidati dall’ing. Barbara Valenzano - la realizzazione prevista di una barriera frangivento, lunga circa 1.600 metri e alta 21 metri, sul tratto interno allo stabilimento confinante con la provinciale per Statte e la statale per Grottaglie ed i risultati dello “Studio di impatto atmosferico dei parchi materie prime dello stabilimento Ilva di Taranto”, redatto dal Cnr-Iia di Roma, nonché i pareri già espressi dagli esperti nominati dal Comune di Taranto e dalla Provincia di Taranto nell’ambito della “Consulenza tecnica relativa alle problematiche ambientali dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto”, si ritiene che la riduzione ed il contenimento della diffusione di polveri materiali polverulenti disposti in cumuli all’aperto, che trova la sua genesi nell’azione di erosione e trascinamento del vento sulle frazioni dimensionali sensibili, ma anche in tutte le fasi in cui i materiali vengono disturbati da azioni meccaniche, si persegua unicamente con l’adozione delle migliori tecnologie disponibili e pratiche di lavoro, impedendo che le correnti d’aria possano esercitare la loro azione sulle sorgenti di rischio. Si ritiene, nello specifico, che la “barriera frangivento” (così detto “barrieramento”) assolva alla analoga funzione dell’attuale recinzione e non all’intercettazione e contenimento».
Per i custodi, insomma, era evidente, già allora, malgrado atti di intesa, cerimonie e benedizioni, che l’unico intervento plausibile che «possa limitare i fattori condizionanti le emissioni e gli impatti del parco minerali e fossili dell’Ilva, nonché a migliorare gli impianti a partire dai limiti dell’area» era, e sia tutt’ora, «la copertura dei parchi minerari e di tutte le aree che potenzialmente determinano emissioni polverulente».(GdM)

Sette anni fa... morte ai ficcanaso

Ecco una "sanzione esemplare" a chi aveva osato avvicinarsi al sito di Mater Gratiae nel 2006, una cava deflagrata a colpi di mine per saziare la fame degli altiforni.
Oggi, nonostante le bocciature locali e le denunce di corruzione di amministratori e tecnici, il governo ha autorizzato per decreto una discarica che fino a ieri era abusiva.
Saluti da Taranto, terra di dinamite e rifiuti!

Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti

Nascono le Officine Tarantine (di cultura)!





In data 02/11/2013 si è costituito spontaneamente il movimento Officine Tarantine formato prevalentemente da giovani mossi dallo spirito di riappropriazione di spazi abbandonati e inutilizzati, al fine di recuperarli e restaurarli per svolgere attività laboratoriali di tipo artigianale artistico eculturale. La voglia di restituire tali luoghi all'intera cittadinanza nasce dall’ esigenza di impegnarsi a svolgere un percorso di sensibilizzazione che rafforzi una nuova coscienza civica ecologica e sostenibile.
Tale spazio situato nei pressi di via Crispi e via Di Palma, nascosto al pubblico poiché circondato dalle palazzine ex marina militare e dal parcheggio A.M.A T, oltre che essere abbandonato al degrado risulta sconosciuto alla maggioranza dei cittadini . Per questi motivi le Officine Tarantine ha l’obiettivo di ripristino e recupero per poi restituirlo alla cittadinanza che soffre già da tempo per l'indifferenza spasmodica generale diventata ormai causa della decadenza sociale di Taranto. L’opera nasce proprio in questa struttura demaniale perché rappresenta la reale alternativa alla mono-cultura industriale dell'acciaio e della difesa militare che da anni hanno deteriorato il nostro territorio abbandonandolo e schiavizzandolo.
Per non finire incastrati nei lunghi iter burocratici di lobby e favoritismi ,che spesso si affidano a mediocri progetti fatti di cementificazione, abusivismo e malaffare, le OFFICINE TARANTINE si impegna ad offrire questo spazio a chiunque vorra’ intraprendere un duro cammino verso la realizzazione di nuove idee e progetti da sviluppare insieme il futuro della città.
Rinnoviamo a tutti i concittadini l’ invito a visitare tali luoghi e a sposare questa causa comune, verificando con i propri occhi quali tesori ci hanno nascosto e dai quali deve ripartire il riscatto sociale collettivo tarantino.

Ilva di Taranto: la parola ai movimenti

Nei giorni scorsi sull'esito delle conclusioni dell'inchiesta Ambiente Svenduto abbiamo dato spazio in questo blog ad alcuni movimenti e associazioni non solo di Taranto, che per primi hanno "parlato" e scritto, e tra questi anche la voce scomoda ed inopportuna del portavoce della Lilt di Lecce.

Oggi pubblichiamo con ritardo e ci scusiamo (anche se è sempre bene precisarlo: non siamo una testata giornalistica...) gli altri comunicati stampa: l'altra voce di Taranto.

Cittadini Fuori dal Comune - WWF


Iniziamo dall'ultimo, il c.s. del WWF Italia che intende costituirsi parte civile nel processo:

La gravità dei risultati dell'indagine della procura di Taranto sull’ILVA, cui va il plauso del WWF Italia, è nell'aver individuato la responsabilità di tutte le parti private e, purtroppo anche pubbliche, nella commissione di reati che, a vario titolo, hanno provocato direttamente ed indirettamente un danno ambientale alla città ed al territorio di Taranto ed alla salute dei suoi cittadini.
E’ grave che principi costituzionali come quello della tutela della salute - che implica la tutela dell'ambiente -, siano violati dai soggetti istituzionali quali Regione, Provincia, Comune, ARPA preposti alla loro attuazione.

La parola passerà ora nella mani dei Giudici, cui spetta il compito di accertare il grado di responsabilità per cui sono indagati i 53 destinatari dell'avviso di conclusione delle indagini.
Il WWF, che già aveva nell’estate 2012 depositato l'atto di significazione di parte offesa, si costituirà parte civile nel processo, non appena sarà disposto il rinvio a giudizio.


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Comunicato dei Cittadini fuori dal Comune: 


Il giorno della fine delle indagini è stato anche giorno dell’inizio della ricerca della verità a Taranto. Da anni chiediamo un risarcimento adeguato alla disastrosa situazione di Taranto, che oltre a passare dalle maglie della Procura, deve assolutamente far emergere la verità sulle responsabilità e indurre le coscienze al recupero della dignità perduta. Siamo convinti che chi ha avuto responsabilità, anche marginali, nella questione ambientale tarantino, debba spogliarsi delle sue cariche e affrontare il processo libero da incombenze istituzionali. Dovrebbe essere un impegno morale che dovrebbe accomunare tutti i cittadini che credono nell’etica della politica.
I cittadini #fuoridalcomune invitano tutte le realtà associative, i cittadini ad incontrarsi per discutere insieme, ancora una volta , le sorti di questa città. Ribadiamo la necessità di nuove forme di investimento ed una rapida riconversione con attività non inquinanti.
Sosteniamo la lotta degli operai che perdono il posto di lavoro, e invitiamo i lavoratori della Vestas del gruppo Marcegaglia, dell’indotto TCT, tra l’altro aziende che producono Green Economy, e tutti i disoccupati della città di unirsi alla nostra proposta per la città di Taranto.
1. Fermo degli impianti inquinanti a partire dall’area a caldo. Caratterizzazione, bonifiche e riconversione. Siamo convinti che questo processo possa portare almeno 30 anni di lavoro per tutti gli operai oggi impiegati e, plausibilmente, data l'enorme portata dell'opera necessaria, che ci sia bisogno di altra forza lavoro, quindi nuova occupazione. Per questo chiediamo di attivare, presso la Regione, corsi di qualificazione e riqualificazione professionale dedicati alla formazione e specializzazione di giovani e disoccupati come addetti alla riconversione. Ribadiamo la centralità del tema degli operai: nessuno deve restare senza lavoro. Pertanto chiediamo che agli esuberi previsti sia riconosciuto il diritto ai lavori usuranti, garantendo il prepensionamento ai circa mille operai anziani, mentre per tutti gli altri il reimpiego nei lavori di bonifica. Chiediamo che il Comune di Taranto chieda un cospicuo risarcimento a Riva, finalizzato allo sviluppo delle aree demaniali, per sostenere investimenti su cultura, archeologia, turismo; per risarcire l’agricoltura, l’allevamento e la maricoltura e per le attività marinare.
2. Pretendiamo economie alternative e sostenibili per la città. Siamo certi che anche risolvendo la questione Ilva, il problema occupazionale, sociale, culturale ed economico di Taranto resterebbero invariati. Da fonti giornalistiche apprendiamo che a Taranto e Provincia ci sono 110 mila disoccupati (fonte Gazzetta del Mezzogiorno), che Taranto è l’ultima città italiana per la qualità della vita (fonte Sole24). Crediamo che emigrare non sia più giustificabile e che i giovani della città abbiano diritto ad un tessuto economico che valorizzi le loro idee. Il problema di Taranto trova le sue radici in una politica inadeguata e complice alla logica della grande industria. La perdita del distripark, dovuta alla mancata presentazione di un progetto valido, la mancata realizzazione di una retroportualità, di infrastrutture, di un aeroporto. La mancata realizzazione dell’Area No Tax, che sarebbe certamente fonte di attrazione di capitali italiani e stranieri importantissima. Per tutte queste motivazioni, proponiamo che i locali chiusi, di proprietà comunale, nei quartieri Tamburi, Città vecchia e Borgo, nonché quelli provenienti dalle future dismissioni demaniali, adeguatamente bonificati, vengano messi a bando per ospitare laboratori di arte e mestieri. Riteniamo che questi investimenti debbano essere sostenuti con l'attivazione di un circuito per il microcredito, atto a finanziare progetti economici di piccola entità e per la valorizzazione del territorio. Chiediamo, inoltre, la riapertura degli albi per il riconoscimento del titolo di guida turistica, fondamentale per la città di Taranto e, ancora, l’istituzione di un parco marino o un santuario dei cetacei, affiancato allo sviluppo di diving per escursioni marine, valorizzando il tesoro del mar Piccolo per sport acquatici non invasivi quali canoa, vela e turismo sportivo. Suggeriamo anche uno studio di marketing per lo sviluppo territoriale. Questi primi passi, siamo sicuri, riqualificherebbero la città.
3. Infine, non certo per importanza, ritenendo la salute un diritto primario, pretendiamo l'esenzione ticket per la prevenzione delle patologie riconducibili all'inquinamento e l'abbattimento delle liste di attesa, come indicato nella campagna R.S.T. Riteniamo, ancora, che le strutture sanitarie locali debbano essere attrezzate con macchinari all'avanguardia per la diagnosi e la cura, tenuto conto del fatto che quelli attualmente presenti sono da considerarsi obsoleti ed inefficienti.


I cittadini #fuoridalcomune





venerdì 1 novembre 2013

Ambiente Svenduto: tra le parti lese anche 242 cittadini

Dal sole24 ore Domenico Palmiotti scrive:

Nell'avviso di conclusione delle indagini sul disastro ambientale dell'Ilva spedito l'altro ieri dalla Procura a 53 indagati, fra cui il governatore della Puglia, Nichi Vendola, e il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno, compaiono alla fine 242 nomi. Sono i proprietari di altrettanti appartamenti popolari del rione Tamburi, il più esposto all'inquinamento del siderurgico. E con loro anche dieci società di mutuo soccorso, titolari di altrettante cappelle funerarie nel cimitero San Brunone, l'Istituto autonomo delle case popolari, una clinica privata e una delle due chiese del rione Tamburi, San Francesco De Geronimo.
Sono parti lese riconosciute dai pm. Vittime dei danni inferti dalle polveri minerali a fabbricati e strutture.
Le vie De Amicis, Tasso, Deledda, De Vincentis e Pascoli sono la parte estrema dei Tamburi. Periferia di Taranto, case e strade che, insieme al cimitero, c'erano già quando negli anni ‘60 è stata avviata la costruzione dell'allora Italsider e che oggi sono lo specchio del degrado ambientale. Qui il rosso ruggine, il nero e il grigio sono i colori dominanti. Le polveri minerali si sono infilate ovunque.
Accusando Emilio, Nicola e Fabio Riva, gli ex direttori dello stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l'ex presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante, nonché una serie di dirigenti e di «fiduciari» dei Riva, tutti ora indagati, i pm dicono che hanno provocato e non impedito «continui e permanenti sversamenti nell'ambiente circostante di minerali e polveri» riconducibili ai parchi minerali, alle cokerie, agli altiforni e alle acciaierie.
«Un'esposizione continua e giornaliera», scrivono i pm nell'avviso di conclusione delle indagini, che ha portato a «deturpare, imbrattare e danneggiare, sia dal punto di vista strutturale che del ridotto valore patrimoniale-commerciale, decine di edfici pubblici e privati». A questo si aggiungono contestazioni più pesanti come l'aver creato dal 1995 (anno della privatizzazione dell'Ilva) a oggi una mega-discarica abusiva sversando rifiuti pericolosi e non tra terreno, acqua e mare.
Da qualche mese nel rione Tamburi la qualità dell'aria è migliorata e tutte le emissioni sono abbondantemente sotto i livelli di guardia. Ma, come evidenzia l'Arpa Puglia e riconosce la stessa Ilva, si tratta di un miglioramento sì importante, ma dovuto a fatti congiunturali: lo stop di due altiforni su quattro (ma uno dei due fermi riparte proprio oggi) e di sei batterie coke su dieci.
La strada per una netta inversione di tendenza e il passaggio a un miglioramento strutturale resta invece ancora lunga e chiama in causa l'attuazione delle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale nell'Ilva e della bonifica nel rione Tamburi. Su questo fronte la macchina si è solo avviata e all'Ilva, peraltro, i progetti per la copertura dei parchi minerali minori non riescono ancora ottenere dal Comune il via libera alla costruzione. Ai Tamburi, invece, in attesa di far partire agli inizi del 2014 l'intervento nelle scuole (8,5 milioni disponibili), stanno per cominciare le caratterizzazioni. Un lavoro finalizzato a capire la natura degli inquinanti in modo da poter calibrare il piano di bonifica. In fase di assegnazione è quella delle aree esterne alle scuole da riqualificare dove già l'Arpa ha trovato valori altissimi di policlorodibenzodiossine e di benzoapirene. E dove si arriverà anche a sostituire il terreno inquinato sino ad una profondità di 30 centimetri portandovi terreno nuovo. Caratterizzazione in cantiere anche per sei campi di inumazione del cimitero dove c'è l'allarme relativo alla presenza nel terreno degli idrocarburi policiclici aromatici. Sia l'esterno delle scuole che le aree cimiteriali sono da tempo vietate all'accesso. Infine, caratterizzazione cominciata per la falda profonda dell'area Pip di Statte, comune alle porte di Taranto, dove sono stati trovati policlorobifenili, loppa e catrame.
Sia pure a piccoli passi, quindi, la macchina si muove. Lottando contro l'eseguità dei fondi (119 milioni per ora previsti dalla legge 171 del 2012) e procedure lente. «Ma se pensassi che questo nostro lavoro non portasse a nulla – commenta Alfredo Pini, commissario alla bonifica – avrei rifiutato la nomina. Ovviamente il problema va affrontato alla radice: avviare la bonifica e abbattere l'inquinamento».

Ambiente Svenduto: dopo le accuse le prime dichiarazioni di Assennato e Liberti.

Si difendono il direttore dell'Arpa Puglia Giorgio Assennato, accusato di favoreggiamento, e il Professor Lorenzo Liberti, il perito dei pm accusato di corruzione. Avremmo voluto leggere un altro tipo di interviste, sicuramente più "coraggiose" e dirette verso la ricerca della verità. Forse gli scritti non rendono giustizia! In particolare l'intervista di Latartara a Liberti... l'intervista resta senza risposta...che cosa gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? (vedere in fondo al post per conoscere le nostre ipotesi)

Le interviste:

di Roberto FLAVI (quotidiano di Puglia)

TARANTO - «Non ho nessuna fiducia nella magistratura di Taranto. Mi hanno rivolto una accusa infamante. Ne prendo atto, la respingo al mittente e non ho più nulla da aggiungere». Non si placa la furia di Giorgio Assennato, il direttore di Arpa Puglia, che si è ritrovato indagato nell’inchiesta per il disastro ambientale contestato all’Ilva di Taranto. Anche a lui è stata notificata un’informazione di garanzia. Risponde di favoreggiamento, ma l’accusa che lo ha mandato in bestia è quella che in realtà è rivolta a Nichi Vendola. Il governatore pugliese è accusato di concussione. Secondo i pm avrebbe fatto capire ad Assennato di ammorbidire le sue posizioni sull’Ilva, altrimenti non lo avrebbe confermato nel ruolo di direttore dell’agenzia regionale. Quindi Assennato si sarebbe piegato pur di salvare la sua poltrona. Ed è proprio questa prospettazione che ha mandato letteralmente in bestia il direttore di Arpa.

Allora professore, la legge le mette a disposizione venti giorni per chiedere di essere interrogato. Si presenterà dinanzi ai magistrati di Taranto?
«Non ci penso nemmeno. Non mi sento tutelato e non ho bisogno di respingere quello che ho già negato in un confronto durato oltre otto ore e mezzo durante le indagini. Sono stato chiarissimo allora, per quanto mi riguarda».
Quindi lei conferma di non aver mai ricevuto pressioni dal presidente Vendola?
«Bisogna capire cosa si intende per pressione. Io per istituto devo fare attenzione alla salute e all’ambiente. Vendola chiaramente ha anche il problema di oltre undicimila posti di lavoro da salvaguardare. È chiaro, quindi, che si ha un approccio diverso. Ma io ho sempre fatto la mia parte in tutta coscienza in difesa della salute dei tarantini. E lo urlo con tutte le mie forze».
Quindi lei non ha mai percepito, anche velatamente, la minaccia di essere silurato?
«Assolutamente no. L’ho detto anche durante quelle otto ore di un interrogatorio che ritengo viziato da incostituzionalità. Perché visto che gli inquirenti non mi hanno creduto, dovevo essere informato in quel momento di essere indagato e avevo il diritto di nominare un avvocato. Non è avvenuto e si è violata quella costituzione che anche mio padre ha contribuito a redigere».
Quindi lei non ha mai ammorbidito la sua posizione nei confronti di Ilva?
«Ci mancherebbe. Non sono un venduto. Non sono stato a libro paga dei Riva. E posso aggiungere che l’Ilva non mi ha pagato mai neanche un pranzo. Quando per dovere di istituto mi sono trovato in appuntamenti conviviali ho sempre preteso ed ottenuto di pagare la mia parte. Perché credo che sia giusto agire così. Questo è Giorgio Assennato, altro che il bandito che viene dipinto in questa indagine».
Non è vero quindi che lei fece una lunga anticamera in Regione mentre era in corso una riunione con i Riva?
«Tutti sanno che non faccio anticamera. E che al massimo attendo quindici minuti per essere ricevuto. Poi vado via. A Bari lo possono confermare anche gli uscieri».
C’è una intercettazione in cui l’avvocato Perli racconta a Fabio Riva del suo cambiamento di comportamento. E dice che lei nel salutarlo lo aveva anche abbracciato. Quell’abbraccio è interpretato dagli investigatori come una sorta di sottomissione.
«Un conto è la cordialità. Altro discorso sono i fatti. Il lavoro fatto da Arpa in questi anni non è in discussione. Ed è questo che conta e che va giudicato. Chiacchiere e abbracci lasciano il tempo che trovano».

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L'intervista e articolo di Annalisa Latartara (corriere del giorno)

Da imputato a perito della procura a indagato. Strano destino quello del professor Lorenzo Liberti, ex rettore del Politecnico di Bari. Sembrava dovesse entrare nel processo sul disastro ambientale dell’Ilva come perito dei pm, invece… «No, no, un attimo! Sono stato consulente della procura di Taranto – ci tiene a precisare -  per ben dieci anni. Ho servito questa procura più o meno in otto-nove processi, quasi tutti contro l’Ilva. In tutti, da quanto mi risulta, rendendo giustizia alla procura, che, evidentemente, non avrebbe continuato ad affidarmi le perizie se non fosse stata soddisfatta del mio lavoro. Poi è venuta fuori questa storia della pubblica illuminazione, alla quale sono totalmente estraneo. E siamo ad oggi. Dopo questo lungo periodo di matrimonio, siamo arrivati al divorzio».
E’ il 2010. Malgrado sia imputato nel processo sull’appalto della pubblica illuminazione al comune di Taranto (prossima udienza a dicembre), la procura ripone ancora una volta  fiducia nel professore. Liberti, infatti, viene  nominato consulente (col professor Filippo Cassano e l’ingegnere Roberto Primerano) proprio dal pm che lo ha messo sotto accusa, Mariano Buccoliero uno dei magistrati del pool titolare dell’inchiesta sul disastro ambientale.
Per la procura, evidentemente, la sua competenza è fuori discussione se, pur essendo imputato in una vicenda giudiziaria non di scarso rilievo, gli affida una perizia delicata come quella sulla diossina. Il professor Liberti, del resto, scrivono gli investigatori della Guardia di Finanza nell’informativa Ambiente svenduto “è considerato uno dei massimi esperti in materia ambientale”.
I militari delle Fiamme Gialle lo indicano come  il dominus della TeTa srl, società di ingegneria che annovera fra i suoi clienti anche l’Ilva. Ma Liberti smentisce. «Non sono il dominus di nessuno. TeTa è una società realizzata da un mio allievo, uno dei tanti miei laureati, che in buona parte hanno trovato occupazione. So che Intini ha svolto per Ilva soltanto una perizia  di modesta entità».
Liberti finisce sotto accusa per corruzione e il 26 novembre 2012 viene sottoposto ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Ambiente svenduto. Secondo gli inquirenti, avrebbe intascato dall’Ilva una presunta mazzetta di 10.000 euro consegnatagli da Archinà in un’area di servizio nei pressi di Acquaviva delle Fonti il 26 marzo del 2010. Le immagini di una telecamera a circuito chiuso, secondo l’accusa dimostrano il passaggio di una busta contenente la presunta mazzetta. Archinà sostiene che quei 10.000 euro prelevati il giorno precedente erano la consueta offerta per la Pasqua (imminente) alla Curia. L’ex arcivescovo Papa non ricorda quell’offerta. Al contrario, il suo segretario, don Marco Gerardo la ricorda. E finisce fra gli indagati per favoreggiamento perchè secondo i pm non dice la verità.
Per i legali dell’ex rettore, che fanno leva su un’analisi delle immagini ripulite da un tecnico, si trattava solo di un foglio. Per quel video Liberti (ora in libertà) fa riferimento a quanto evidenziato dalla sua difesa durante il riesame.
La presunta tangente sarebbe servita per ammorbidire le conclusioni del perito, ritengono i pm. Ma Liberti ribadisce di aver agito nella piena legalità: «Il mio operato è legittimo. I periti chimici sono arrivati alle mie stesse conclusioni due anni dopo rispetto alla mia perizia.  La scoperta che l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento di pecore, terreni e altro, provenisse dalle emissioni diffuse dell’Ilva e non  dal camino E 312, l’ha evidenziata proprio la perizia del sottoscritto. Mi è stato riconosciuto anche da Marescotti, in un virgolettato di un vostro articolo».
Liberti spiega di non aver preso soldi dall’Ilva e di non aver mai tradito la fiducia della procura. «In 21 anni a Taranto, pur avendo in Ilva il potenziale massimo cliente non ho mai fatto una consulenza per l’Ilva e non ho mai preso soldi. Da quando ho messo piede a Taranto, ho fatto una scelta di campo ben precisa, sono stato dalla parte della procura sempre. E sottolineo sempre. Se fossi stato dalla parte dell’Ilva – continua il professor Liberti – certamente avrei portato a casa altre gratificazioni professionali alle quali ho scelto consapevolmente di rinunciare. Andate a verificare l’entità delle cifre della mia consulenza e di quella dei periti di parte dell’Ilva in un processo in cui l’azienda siderurgica è stata condannata fino in Cassazione sulla base di una mia perizia».
A distanza di alcuni anni, il rapporto Liberti-magistratura è cambiato, con sua sorpresa: «Non mi aspettavo certi sviluppi dell’inchiesta. Dal mio interrogatorio dinanzi al pm al mio arresto sono trascorsi due anni e mezzo ma non mi sembra sia emerso nulla di nuovo in quel periodo di tempo. Questo comunque non inficia la fiducia nei confronti di  questa magistratura che ho servito per una vita. Non lo cambio a 70 anni, altrimenti dovrei ammettere di avere sbagliato le mie scelte. Sono convinto che quando potrò esporre le mie tesi emergerà che non ho commesso alcun reato. Valuterò se sottopormi ad un interrogatorio con serenità e  rinnovata stima nei pm di Taranto perchè devo dare loro atto che fanno il loro mestiere. Mi dispiace che ci sia andato di mezzo io. Ma Parigi val bene una messa».

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La domanda resta senza risposta però: che cosa gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? cosa c'era in quella busta? forse la letterina di Babbo Natale? Non si avvicinava il Natale: era imminente la Pasqua e allora? forse c'era scritto "TarantoInquinata val bene una mazzetta"! (blog del comitato per Taranto)


E finalmente parlano i cittadini!

Dopo aver "sfogato" la tempesta mediatica dei nomi e cognomi noti, nella quiete di Tutti i Santi, i giornalisti hanno finalmente iniziato a leggere le carte processuali. Si sono accorti che le morti bianche non hanno proprio nulla di pulito, come abbiamo scritto ieri. E che niente è cambiato dentro l'Ilva.
Qualcuno è persino  andato in strada a sentire la gente (cosa rara da queste parti).
Ha trovato le famiglie dei Tamburi fiere del lavoro della Procura, mentre boccheggiano tra le esalazioni tossiche ancora fuori controllo.
E intanto politici, tecnici e amministratori intavolano inutili giri di briscola sulle loro vite.
Benvenuti a Taranto, cari giornalisti.
Buon lavoro, adesso!


“Precipitò da una gru mai revisionata”. Accusati di omicidio i dirigenti dell’Ilva

Dissero che era stata tutta colpa del vento. E che i gruisti raccontati da Adriano Sofri su Repubblica  -  quelli che avevano paura a salire di nuovo su quelle giraffe di ferro vecchio alte 60 metri, in riva al mare  -  altro non erano che dei calunniatori. Invece erano loro, i dirigenti dell'Ilva, che mentivano. Francesco Zaccaria, 29 anni, morto il 28 novembre scorso mentre lavorava con la sua gru di banchina al porto di Taranto, è stato ucciso non soltanto da quella tempesta di acqua e vento. Ma anche perché  -  dice oggi la procura  -  la macchina che guidava "era vecchia di trent'anni", "sprovvista di autorizzazioni" e sistemi di sicurezza. Non è stato un incidente insomma. Ma un omicidio. Un omicidio colposo.
A sostenerlo sono i magistrati nell'atto di accusa con il quale chiudono l'indagine su come sono andate le cose nello stabilimento Ilva di Taranto dal 1992 a oggi. Contestano l'omicidio colposo di Zaccaria ai più alti quadri del siderurgico (Adolfo Buffo, Antonio Colucci, e Giuseppe Dinoi). Secondo la procura, infatti, i gruisti lavoravano senza alcuna sicurezza: non esisteva "un documento del rischio, connesso anche alle avverse condizioni meteo ", nonostante fossero chiamati a lavorare, come Francesco, a 60 metri d'altezza in riva al mare. Poi c'era il problema delle gru. La macchina che ha fatto da tomba a Francesco era "in pessimo stato di conservazione e non era stata sottoposta, pur essendo in esercizio dal 1974, ad adeguate verifiche strutturali volte a valutarne l'efficienza secondo quanto previsto dalla norma".
"Ci fanno lavorare  -  dice oggi un collega di Zaccaria  -  su bestie vecchie di quasi 40 anni. Loro non farebbero nemmeno un giro su un'automobile del '74". A questo va ad aggiungersi che, scrive sempre la procura, nessuno dei lavoratori "aveva avuto formazione sia in ordine alle procedure da adottare

in caso di emergenza meteo sia in relazione all'utilizzo dei dispositivi di sicurezza presenti sulla postazione lavorativa ". Un particolare non di poco conto. Perché se Francesco avesse azionato il "fermo antiuragano" forse non sarebbe stato sbalzato in mare. Oltre ai dirigenti Ilva è anche indagato un ispettore tecnico dell'Arpa, Giovanni Raffaelli che incaricato di verificare l'integrità della gru avrebbe omesso di verificare una serie di mancanze. (Rep)

A mezzogiorno, una sintesi efficace di quali siano i sentimenti dei cittadini di Taranto all’indomani dell’ennesimo ciclone giudiziario che vede coinvolte ben 53 persone la esprime un gruppo di mamme all’uscita dalla scuola elementare «Grazia Deledda» al rione Tamburi, a poche centinaia di metri dai camini e dai parchi minerari dell’Ilva: «Vuole la verità? Non siamo affatto sorprese. No, questa nuova tempesta che si sta abbattendo su Taranto è tutt’altro che sorprendente. È vero. Stavolta, ad essere finiti sotto la lente d’ingrandimento della magistratura non ci sono soltanto i padroni dell’Ilva e i loro uomini. Stavolta, ci sono anche Nichi Vendola e il sindaco Stefàno, oltre a tante alte personalità del mondo politico. Ma qui ce lo aspettavamo tutti che prima o poi la Procura avrebbe finito per coinvolgere anche i vertici di Comune e Regione Puglia».
A parlare, come al solito, sono solo non più di due mamme. E sulle prime, a dire il vero, anche loro vorrebbero rimanere mute. Ma non per omertà. Semmai, per stanchezza. «Guardi - dice una di loro prima di dar sfogo a tutta la rabbia che ha in corpo - cosa vuole le dica. Le parole... Qui non ne possiamo più di sentire parole e tanto meno promesse che vengono puntualmente disattese. Noi qui ai Tamburi siamo le vittime designate di questa tragedia. E siamo tutti arrabbiati, delusi. Perché siamo consapevoli dei rischi che corriamo e che corrono i nostri figli». La signora si interrompe. E poi va giù come un treno: «Sia chiaro, qui non si è arreso nessuno. Anzi. Noi continueremo a lottare. Lo faremo soprattutto per i nostri figli. E anche insieme ai nostri figli che, per quanto ancora bimbi, sono già sin troppo coscienti di quel che sta accadendo. Continueremo a lottare anche perché siamo convinti che un’alternativa a questa tragedia siano davvero possibile».
«Confidiamo sull’Europa - interviene un’altra mamma - perché finalmente a Bruxelles e a Strasburgo si sono accorti di quel che accade a Taranto. Forse non accadrà domani, ma cominciamo a percepire che qualcosa si sta muovendo. Questo scempio non può durare in eterno. Il destino di questa città non può e non deve essere solo il siderurgico o la raffineria dell’Eni o la Cementir. Noi vogliamo credere che un futuro diverso, un futuro che abbia come presupposto la bonifica del territorio, sia possibile».
Sembra di sentire pari pari, quasi alla lettera, le parole dell’ecologista Alessandro Marescotti, il presidente di Peacelink, l’uomo che a Taranto forse più di ogni altro ha creduto e crede in una possibile e concreta alternativa al sistema industriale cresciuto intorno al gigante d’acciaio.
In queste ore, peraltro, per Marescotti, come per i suoi amici ambientalisti, sarebbe troppo facile farsi vanto e ricordare che la magistratura in fondo ancora una volta sta dando loro ragione. «Io - dice Marescotti alla Gazzetta - da cittadino mi limito ad osservare che Taranto deve essere grata a questi magistrati che contro tutto e tutti hanno saputo mantenere la schiena dritta, senza farsi condizionare da niente e da nessuno». (GdM)