Si difendono il direttore dell'Arpa Puglia Giorgio Assennato, accusato di favoreggiamento, e il Professor Lorenzo Liberti, il perito dei pm accusato di corruzione. Avremmo voluto leggere un altro tipo di interviste, sicuramente più "coraggiose" e dirette verso la ricerca della verità. Forse gli scritti non rendono giustizia! In particolare l'intervista di Latartara a Liberti... l'intervista resta senza risposta...che cosa
gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? (vedere in fondo al post per conoscere le nostre ipotesi)
Le interviste:
TARANTO
- «Non ho nessuna fiducia nella magistratura di Taranto. Mi hanno
rivolto una accusa infamante. Ne prendo atto, la respingo al mittente e
non ho più nulla da aggiungere». Non si placa la furia di
Giorgio Assennato, il direttore di Arpa Puglia, che si è ritrovato
indagato nell’inchiesta per il disastro ambientale contestato all’Ilva
di Taranto. Anche a lui è stata notificata un’informazione di garanzia.
Risponde di favoreggiamento, ma l’accusa che lo ha mandato in bestia è
quella che in realtà è rivolta a Nichi Vendola. Il governatore pugliese è
accusato di concussione. Secondo i pm avrebbe fatto capire ad Assennato
di ammorbidire le sue posizioni sull’Ilva, altrimenti non lo avrebbe
confermato nel ruolo di direttore dell’agenzia regionale. Quindi
Assennato si sarebbe piegato pur di salvare la sua poltrona. Ed è
proprio questa prospettazione che ha mandato letteralmente in bestia il
direttore di Arpa.
Allora professore, la legge le mette a disposizione
venti giorni per chiedere di essere interrogato. Si presenterà dinanzi
ai magistrati di Taranto?
«Non ci penso nemmeno. Non mi sento tutelato e non ho bisogno
di respingere quello che ho già negato in un confronto durato oltre
otto ore e mezzo durante le indagini. Sono stato chiarissimo allora, per
quanto mi riguarda».
Quindi lei conferma di non aver mai ricevuto pressioni dal presidente Vendola?
«Bisogna capire cosa si intende per pressione. Io per istituto devo fare
attenzione alla salute e all’ambiente. Vendola chiaramente ha anche il
problema di oltre undicimila posti di lavoro da salvaguardare. È chiaro,
quindi, che si ha un approccio diverso. Ma io ho sempre fatto la mia
parte in tutta coscienza in difesa della salute dei tarantini. E lo urlo
con tutte le mie forze».
Quindi lei non ha mai percepito, anche velatamente, la minaccia di essere silurato?
«Assolutamente no. L’ho detto anche durante quelle otto ore
di un interrogatorio che ritengo viziato da incostituzionalità. Perché
visto che gli inquirenti non mi hanno creduto, dovevo essere informato
in quel momento di essere indagato e avevo il diritto di nominare un
avvocato. Non è avvenuto e si è violata quella costituzione che anche
mio padre ha contribuito a redigere».
Quindi lei non ha mai ammorbidito la sua posizione nei confronti di Ilva?
«Ci mancherebbe. Non sono un venduto. Non sono stato a libro
paga dei Riva. E posso aggiungere che l’Ilva non mi ha pagato mai
neanche un pranzo. Quando per dovere di istituto mi sono trovato in
appuntamenti conviviali ho sempre preteso ed ottenuto di pagare la mia
parte. Perché credo che sia giusto agire così. Questo è Giorgio
Assennato, altro che il bandito che viene dipinto in questa indagine».
Non è vero quindi che lei fece una lunga anticamera in Regione mentre era in corso una riunione con i Riva?
«Tutti sanno che non faccio anticamera. E che al massimo
attendo quindici minuti per essere ricevuto. Poi vado via. A Bari lo
possono confermare anche gli uscieri».
C’è una intercettazione in cui l’avvocato Perli
racconta a Fabio Riva del suo cambiamento di comportamento. E dice che
lei nel salutarlo lo aveva anche abbracciato. Quell’abbraccio è
interpretato dagli investigatori come una sorta di sottomissione.
«Un conto è la cordialità. Altro discorso sono i fatti. Il
lavoro fatto da Arpa in questi anni non è in discussione. Ed è questo
che conta e che va giudicato. Chiacchiere e abbracci lasciano il tempo
che trovano».
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L'intervista e articolo di Annalisa Latartara (
corriere del giorno)
Da imputato a perito della procura a indagato. Strano destino quello del
professor Lorenzo Liberti, ex rettore del Politecnico di Bari. Sembrava
dovesse entrare nel processo sul disastro ambientale dell’Ilva come
perito dei pm, invece… «No, no, un attimo! Sono stato consulente della
procura di Taranto – ci tiene a precisare - per ben dieci anni. Ho
servito questa procura più o meno in otto-nove processi, quasi tutti
contro l’Ilva. In tutti, da quanto mi risulta, rendendo giustizia alla
procura, che, evidentemente, non avrebbe continuato ad affidarmi le
perizie se non fosse stata soddisfatta del mio lavoro. Poi è venuta
fuori questa storia della pubblica illuminazione, alla quale sono
totalmente estraneo. E siamo ad oggi. Dopo questo lungo periodo di
matrimonio, siamo arrivati al divorzio».
E’ il 2010. Malgrado sia
imputato nel processo sull’appalto della pubblica illuminazione al
comune di Taranto (prossima udienza a dicembre), la procura ripone
ancora una volta fiducia nel professore. Liberti, infatti, viene
nominato consulente (col professor Filippo Cassano e l’ingegnere Roberto
Primerano) proprio dal pm che lo ha messo sotto accusa, Mariano
Buccoliero uno dei magistrati del pool titolare dell’inchiesta sul
disastro ambientale.
Per la procura, evidentemente, la sua
competenza è fuori discussione se, pur essendo imputato in una vicenda
giudiziaria non di scarso rilievo, gli affida una perizia delicata come
quella sulla diossina. Il professor Liberti, del resto, scrivono gli
investigatori della Guardia di Finanza nell’informativa Ambiente
svenduto “è considerato uno dei massimi esperti in materia ambientale”.
I militari delle Fiamme Gialle lo indicano come il dominus della TeTa
srl, società di ingegneria che annovera fra i suoi clienti anche l’Ilva.
Ma Liberti smentisce. «Non sono il dominus di nessuno. TeTa è una
società realizzata da un mio allievo, uno dei tanti miei laureati, che
in buona parte hanno trovato occupazione. So che Intini ha svolto per
Ilva soltanto una perizia di modesta entità».
Liberti finisce sotto
accusa per corruzione e il 26 novembre 2012 viene sottoposto ai
domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Ambiente svenduto. Secondo gli
inquirenti,
avrebbe intascato dall’Ilva una presunta mazzetta di 10.000
euro consegnatagli da Archinà in un’area di servizio nei pressi di
Acquaviva delle Fonti il 26 marzo del 2010. Le immagini di una
telecamera a circuito chiuso, secondo l’accusa dimostrano il passaggio
di una busta contenente la presunta mazzetta. Archinà sostiene che quei
10.000 euro prelevati il giorno precedente erano
la consueta offerta per
la Pasqua (imminente) alla Curia. L’ex arcivescovo Papa non ricorda
quell’offerta. Al contrario, il suo segretario, don Marco Gerardo la
ricorda. E finisce fra gli indagati per favoreggiamento perchè secondo i
pm non dice la verità.
Per i legali dell’ex rettore, che fanno leva
su un’analisi delle immagini ripulite da un tecnico, si trattava solo
di un foglio. Per quel video Liberti (ora in libertà) fa riferimento a
quanto evidenziato dalla sua difesa durante il riesame.
La presunta
tangente sarebbe servita per ammorbidire le conclusioni del perito,
ritengono i pm. Ma Liberti ribadisce di aver agito nella piena legalità:
«Il mio operato è legittimo. I periti chimici sono arrivati alle mie
stesse conclusioni due anni dopo rispetto alla mia perizia. La scoperta
che l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento di pecore, terreni e
altro, provenisse dalle emissioni diffuse dell’Ilva e non dal camino E
312, l’ha evidenziata proprio la perizia del sottoscritto. Mi è stato
riconosciuto anche da Marescotti, in un virgolettato di un vostro
articolo».
Liberti spiega di non aver preso soldi dall’Ilva e di non
aver mai tradito la fiducia della procura. «In 21 anni a Taranto, pur
avendo in Ilva il potenziale massimo cliente non ho mai fatto una
consulenza per l’Ilva e non ho mai preso soldi. Da quando ho messo piede
a Taranto, ho fatto una scelta di campo ben precisa, sono stato dalla
parte della procura sempre. E sottolineo sempre. Se fossi stato dalla
parte dell’Ilva – continua il professor Liberti – certamente avrei
portato a casa altre gratificazioni professionali alle quali ho scelto
consapevolmente di rinunciare. Andate a verificare l’entità delle cifre
della mia consulenza e di quella dei periti di parte dell’Ilva in un
processo in cui l’azienda siderurgica è stata condannata fino in
Cassazione sulla base di una mia perizia».
A distanza di alcuni
anni, il rapporto Liberti-magistratura è cambiato, con sua sorpresa:
«Non mi aspettavo certi sviluppi dell’inchiesta. Dal mio interrogatorio
dinanzi al pm al mio arresto sono trascorsi due anni e mezzo ma non mi
sembra sia emerso nulla di nuovo in quel periodo di tempo. Questo
comunque non inficia la fiducia nei confronti di questa magistratura
che ho servito per una vita. Non lo cambio a 70 anni, altrimenti dovrei
ammettere di avere sbagliato le mie scelte. Sono convinto che quando
potrò esporre le mie tesi emergerà che non ho commesso alcun reato.
Valuterò se sottopormi ad un interrogatorio con serenità e rinnovata
stima nei pm di Taranto perchè devo dare loro atto che fanno il loro
mestiere. Mi dispiace che ci sia andato di mezzo io. Ma Parigi val bene
una messa».
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La domanda resta senza risposta però: che cosa gli avrà mai consegnato Archinà a Liberti? cosa c'era in quella busta? forse la letterina di Babbo Natale? Non si avvicinava il Natale: era imminente la Pasqua e allora? forse c'era scritto "TarantoInquinata val bene una mazzetta"! (blog del comitato per Taranto)