giovedì 14 agosto 2008

Una parola autorevole dal Viale degli inceneritori

Riportiamo integralmente due articoli di Guido Viale, lucido e serio ricercatore in ambito socio-economico, autore del libro: "Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà".
Qualche elemento in più per scoprire la bufala degli inceneritori e le speculazioni politiche ed economiche in atto:

Il piano della lobby degli inceneritori
GUIDO VIALE


«Durante la campagna elettorale dell'aprile scorso, diversi partiti politici hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani quale strumento decisivo, assieme alla raccolta differenziata, per superare le emergenze ambientali attuali e quelle future». Così comincia un documento dal titolo eloquente di Proposta per un Piano nazionale dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani (Pnt) diffuso dall'Anida (ufficialmente Associazione nazionale imprese difesa ambiente, in realtà il club degli inceneritoristi italiani), che propone di ricoprire il suolo patrio di nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilati: per l'esattezza, 100 impianti da 170 mila tonnellate all'anno ciascuno, per soddisfare il fabbisogno del paese. In subordine, solo 80, oppure, tanto per cominciare, 35 da 250 mila tonnellate all'anno nel periodo 2008-2015 e 15 (totale 50) entro il 2020. Ovviamente, per bruciare rifiuto senza quel trattamento preliminare - prescritto dall'Ue - che estrae dalla frazione indifferenziata solo la parte combustibile non altrimenti recuperabile, il cosiddetto Cdr (combustibile derivato dai rifiuti); trattamento che l'Anida considera un costo superfluo, dato che gli inceneritori possono bruciare tutto. Con il prezzo attuale del petrolio, il Cdr è diventato conveniente per impianti di altro tipo (cementifici, altoforni, fornaci, centrali termoelettriche e persino navi), che se lo disputano come additivo al combustibile di base, rischiando di lasciare a secco gli inceneritori.
E' la linea di condotta adottata 7 anni fa in Campania dal gruppo Fibe-Impregilo, che, per non cedere a altri il Cdr che avrebbe dovuto estrarre dai rifiuti campani, sui quali contava di lucrare i ricchi incentivi cosiddetti Cip6 destinati al futuro inceneritore di Acerra, ha riempito le campagne della regione con 8 milioni di tonnellate di «ecoballe»; che non sono Cdr, ma rifiuto indifferenziato malamente imballato e accatastato in discariche non a norma e che, dato il loro dubbio contenuto, la normativa europea proibisce anche di bruciare in un inceneritore.
Per questo, quando l'inceneritore di Acerra - e gli altri tre previsti in Campania - cominceranno a bruciare le prime ecoballe, è quasi certo che l'Ue avvierà contro l'Italia una nuova procedura di infrazione, che finirà per costare al contribuente italiano multe salatissime che andranno a aggiungersi al contributo riscosso per finanziare gli incentivi Cip6. Si tratta di incentivi grazie ai quali l'energia elettrica prodotta dagli inceneritori viene pagata quattro volte il suo costo di produzione in un impianto di termogenerazione normale; erano stati aboliti in tutto il resto del paese dal governo Prodi - non tanto per volontà dei Verdi, ma per uniformarsi alla normativa europea - ma sono stati poi reintrodotti, prima dallo stesso Prodi, per il solo inceneritore di Acerra; poi, con un emendamento al dl 90 (ora legge 123/08) proposto dal Pd, per i quattro i futuri inceneritori della Campania, e ora se ne parla anche per tutti gli inceneritori che verranno realizzati in Calabria, Puglia e Sicilia.
In quest'ultima regione, che ha presentato da tempo un piano per costruire prima 13 inceneritori, poi ridotti a 4, è già stato siglato un accordo di massima che introduce la regola deliver or pay¸in base a essa la quantità di rifiuti da conferire all'inceneritore viene fissata in maniera autoritativa fin dall'inizio insieme alla tariffa di conferimento; se un comune fa troppa raccolta differenziata e non conferisce all'inceneritore abbastanza rifiuto indifferenziato, paga lo stesso: così impara a esagerare!
E' la regola che anche il gruppo Fibe-Impregilo, supportato dall'Abi, voleva introdurre nel contratto di servizio con la regione e il Commissario straordinario con cui gli era stata a suo tempo affidata la gestione di tutti i rifiuti campani. Una regola che, pur non essendo stata formalizzata, è stata messa in pratica, trasformando i 7 impianti Cdr della Campania in meri impacchettatori di rifiuto indifferenziato, oltre che imponendo lo smantellamento di alcuni impianti di compostaggio che rischiavano di far percepire al pubblico i grandi vantaggi di una vera raccolta differenziata. Insomma queste deroghe sono verosimilmente il preludio alla reintroduzione degli incentivi Cip6 su tutto il territorio nazionale. A pretenderli non ci sono solo le regioni citate, ma gli inceneritori in progetto o in corso di costruzione di Torino, Rimini, Reggio Emilia, Trento, Milano, Roma e via incenerendo; i relativi gestori da cui le amministrazioni che ne mantengono il controllo si aspettano profitti analoghi a quelli che ha beneficiato per anni - e ancora beneficia - l'Asm di Brescia: modello per tutti i fautori dell'incenerimento, ma buco nero delle bollette elettriche italiane che, oltre ai costi della dismissione, mai realizzata, delle centrali nucleari, devono finanziare anche gli incentivi Cip6 finiti nelle tasche dei gestori degli inceneritori e delle raffinerie, ivi compreso l'Inter del petroliere Moratti, tutti magicamente trasformati da un decreto interministeriale in «fonti di energia rinnovabili».
Ma la reintroduzione a tappeto del Cip6 è soprattutto l'obiettivo non dichiarato dell'Anida e delle imprese che essa rappresenta, che sanno bene che senza sostanziosi incentivi un inceneritore non è in grado di andare avanti.
Perché oltre che nocivo per la salute - la cancerosità delle sue emissioni è comprovata - e deleterio per l'ambiente - spreca, con rendimenti energetici risibili, oltre all'energia contenuta nei materiali che brucia anche quella consumata per produrli - l'inceneritore è un disastro anche in termini economici e può funzionare solo se lautamente sovvenzionato.
Con tanti saluti per il mercato e le sue regole: quelle a cui nessun fautore dell'incenerimento sosterrà mai di volersi sottrarre. Infine, il documento dell'Anida non dice chi siano i «diversi partiti politici che hanno sostenuto la necessità e l'utilità della termovalorizzazione dei rifiuti urbani durante la campagna elettorale dell'aprile scorso». Ma basta andare a vedere da chi sono partite le proposte e le iniziative per estendere gli incentivi Cip6 per rendersi conto che su questo punto c'è stata, già in campagna elettorale, un'intesa cosiddetta bipartisan tra i partiti dell'attuale maggioranza e quelli dell'attuale opposizione. Un'intesa per di più segreta, o mai dichiarata, che puzza di tangenti, o comunque di spartizione dei benefici a spese del contribuente e dell'utente elettrico.
E, cosa che desta maggiore orrore, un'intesa che si è consolidata prendendo a pretesto le sofferenze inflitte per oltre dieci anni alla popolazione campana, accusata di essere precipitata nel marasma attuale per neghittosità nei confronti della raccolta differenziata, o addirittura per complicità con la camorra, che agli impianti «moderni» preferirebbe le vecchie discariche. Invece di riconoscere che all'origine della crisi campana c'è solo la decisione del gruppo Fibe-Impregilo, e di chi lo ha assecondato, di accumulare quanta più monnezza indifferenziata possibile da destinare ai futuri inceneritori; in violazione del decreto Napolitano che li obbligava a produrre vero Cdr da destinare a impianti di altre regioni: per lo meno fino a quando l'inceneritore di Acerra non fosse entrato in funzione. Una storia che oggi ci viene riproposta - alla grande; e per tutto il paese - Pnt dell'Anida.

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Incenerire è un po' morire
Ancora una volta, parole chiare sulla questione dei rifiuti. Continueranno a chiudere le orecchie?
Da il manifesto, 8 gennaio 2008. Guido Viale


L'inceneritore è una macchina due volte tossica. In primo luogo è tossica perché rilascia scorie pericolose che vanno sotterrate in discariche ad hoc, mentre il resto (quattro quinti) se ne va in fumo. Non sparisce, ma si disperde nell'aria e poi ricade sui nostri polmoni, sulle cose che mangiamo, sul terreno dove passeggiamo o giochiamo. È vero che un inceneritore ben gestito produce meno inquinanti di uno svincolo autostradale o di un ingorgo automobilistico. Ma i rifiuti sono un materiale poco omogeneo, con grandi variazioni di potere calorifico: basta uno sbalzo di temperatura e l'abbattimento degli inquinanti va in tilt. Sempre nella speranza che nel materiale conferito non siano state nascoste sostanze tossiche, cosa ormai verificata per le «ecoballe» della Campania.

Affidereste voi il funzionamento di una macchina così pericolosa a chi ha gestito i rifiuti campani negli ultimi decenni?
Ma l'inceneritore è tossico soprattutto perché inquina il cervello di molti amministratori locali e governanti nazionali, che aspettano da quella macchina, e non dalla riorganizzazione del ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini - cioè di coloro che i rifiuti li producono - una miracolosa soluzione del problema.
Dal Presidente della Repubblica a quello della Giunta regionale, dai nove commissari straordinari che si sono succeduti in quattordici anni al posto di comando dei rifiuti campani agli opinionisti di tutti gli organi di informazione, fino ai politici che intasano i tg, è tutto un sol coro: il problema si risolverà quando entrerà in funzione il cosiddetto «termovalorizzatore», cioè l'inceneritore. Come si fa nei paesi «moderni». Per il momento beccatevi la munnezza e guai a chi, dimostrando incompetenza e mancanza di spirito civico, protesta.
E' quindici anni che il commissario straordinario da una parte dilapida i soldi (due miliardi di euro!) e dall'altra cerca buchi, o spiazzi, o cave, possibilmente controllate dalla camorra, per sistemare i rifiuti che continuano a venir prodotti. Aspettando Godot: cioè l'inceneritore.
Anzi, gli inceneritori. Nel primo piano regionale di gestione dei rifiuti campani del 1994, gli inceneritori dovevano essere tredici; poi sono stati ridotti a tre; poi a due, poi a uno, quello di Acerra, ancora in costruzione nel territorio più inquinato di tutta l'Europa. Un altro ne dovrebbe sorgere, tanto per non sbagliarsi, a quindici chilometri di distanza. I siti dove costruirli, come quelli dove collocare i cosiddetti Cdr e dove stoccare le ecoballe sono stati scelti - lo prevedeva il capitolato di gara indetta dalla giunta di Rastelli - dalla ditta vincitrice della gara: la Fibe (leggi Impregilo; cioè famiglia Romiti: nel periodo in cui costui dettava ancora legge alla Fiat) che ha comprato i terreni agricoli più degradati e per questo poco costosi, e poi ha messo a carico del Commissario i fitti mostruosi dei terreni dove si accumulano le ecoballe; terreni preventivamente acquistati a prezzi stracciati dalla camorra.

La Fibe aveva presentato il progetto tecnico peggiore, ma si era aggiudicata l'appalto - in pratica la gestione di tutti i rifiuti campani - garantendo di realizzare l'inceneritore in meno di un anno: una cosa che anche uno studente della terza geometri sa che è tecnicamente impossibile. Ma il commissario aveva fretta di avere l'inceneritore per risolvere finalmente il problema. Ed ecco il risultato. Un mese dopo l'aggiudicazione aveva già concesso la prima proroga. Oggi la Fibe, dopo 10 anni, è stata esautorata dal suo incarico - una cosa che Bassolino avrebbe dovuto fare otto anni fa - e le è stato vietato di occuparsi dei rifiuti per i prossimi anni. Ma la prima gara per sostituirla è andata deserta. Così, a completare l'opera è sempre la Fibe, e la seconda gara verrà verosimilmente vinta dall'Asm di Brescia: quella che ha costruito il più grande inceneritore d'Europa (dopo quello di Acerra) in violazione della normativa europea sulla valutazione d'impatto ambientale (Via).
E' questa la modernità che tutti aspettano?
Nel frattempo era cominciata la farsa della raccolta differenziata (Rd): una manna per creare clientele con finti lavori. La Rd dei rifiuti urbani non è una cosa che si aggiunge alla raccolta ordinaria; così come un commissario straordinario per la gestione dei rifiuti non può aggiungersi ai molti organismi che già se ne occupano. O li sostituisce esautorandoli, e coinvolgendo invece la popolazione servita, così come la Rd investe tutta la produzione di rifiuti e richiede il coinvolgimento di tutti; oppure non serve a niente; fa solo danno e si risolve in puro spreco. Invece, a «disputarsi» la raccolta dei rifiuti in Campania per molti anni ci sono state alcune migliaia di lavoratori socialmente utili (Lsu) in carico alla Regione (molti erano gli eredi dei comitati dei disoccupati organizzati degli anni '70, gente costretta a fare il disoccupato organizzato di mestiere per una vita intera): alcuni ingaggiati dalla giunta di destra; altri da quella di centrosinistra; eri un Lsu di Rastelli oppure un Lsu di Bassolino; poi c'erano gli Lsu dei consorzi (istituiti dal Piano regionale del '94) che non hanno mai funzionato; poi c'erano gli Lsu in carico ai comuni, i quali, però, spesso avevano alle proprie dipendenze anche dei netturbini e/o avevano appaltato la raccolta a ditte esterne. Si era così arrivati ad avere fino a 20mila addetti in aggiunta a quelli ordinari.
Nessuno voleva cedere ad altri una fetta del proprio potere: cioè delle proprie clientele e per raccogliere i rifiuti ai lavoratori ingaggiati in via straordinaria non venivano dati, nonché camion e bidoni, nemmeno secchielli e palette. Per molti il lavoro era andare nelle scuole a spiegare agli studenti che cos'è la Rd che non si faceva.
Così la Campania è rimasta per molti anni al 3 per cento di Rd e se oggi ha raggiunto il 15 (20 punti percentuali sotto l'obiettivo minimo previsto dalla legge, in attesa del 65 per cento prescritto per il 2012), il merito è solo dei sindaci di centocinquanta comuni campani che si sono rimboccati le maniche. C'è da stupirsi che in tutto questo bailamme, con camion che spariscono (non uno, ma una cinquantina) sotto gli occhi dei commissari, che sono stati anche dei Prefetti, cioè degli uomini d'ordine, senza che questi battessero ciglio; con remunerazioni per il governatore-commissario che, se abbiamo letto bene, hanno superato il milione di euro all'anno; con consulenze e finti lavori che hanno incistato l'ufficio del commissario nei gangli del potere locale al punto che oggi, per smantellarlo, si è ritenuta necessaria la nomina di un secondo commissario che si occupi solo della sua liquidazione; c'è da meravigliarsi se in tutto questo anche la camorra ha reclamato la sua parte?

Non è la malavita organizzata che corrompe l'amministrazione, ma è la cattiva amministrazione che richiama la camorra come il miele le mosche
.
Perché ormai cambiare gli amministratori è quasi impossibile: il sistema è bloccato. Cacciare Bassolino per tornare a Rastelli o a qualche suo sostituto? Cacciare la Jervolino per avere Martusciello? O viceversa? «A che pro?», si chiede qualsiasi persona di buon senso. E i napoletani di buon senso ne hanno da vendere.
Il problema che non entrerà mai nella testa dei governanti fino a quando non glielo faranno capire i cittadini, a cui però si fa di tutto per confondere le idee, è che i rifiuti sono un flusso: tante cose entrano nelle nostre case o nella nostra vita sotto forma di consumi; tante ne devono uscire, e in tempi sempre più brevi, sotto forma di rifiuti. Se mi si allaga la casa, prima di decidere dove strizzare i panni con cui cerco di asciugare il pavimento vado a chiudere i rubinetti. Lo stesso dovrebbe succedere con i rifiuti. Non è una cosa difficile da capire. L'inceneritore di Acerra (il più grande d'Europa) se mai entrerà in funzione nel 2009, e se mai i cittadini di Acerra o l'Unione europea gli permetteranno di bruciarle, ci metterà cinque-sette anni a smaltire i cinque milioni di ecoballe accumulati finora; nel frattempo se niente cambia se ne saranno accumulate altrettante che l'inceneritore di Santa Maria La Fossa, se mai sarà fatto, potrà cominciare a smaltire tra non meno di quattro anni; mentre il nuovo commissario, o chi per lui, continuerà a girare per la Campania alla ricerca di nuovi buchi dove sotterrare i rifiuti delle nuove emergenze. Si chiede l'intervento dell'esercito (quasi una guerra: contro i rifiuti. O contro gli abitanti della Campania?) e non si ha il coraggio, e nemmeno l'idea, di proibire, almeno temporaneamente, la distribuzione di prodotti usa e getta e di merci imballate in contenitori inutili, a partire dall'acqua cosiddetta minerale che molte volte è più inquinata di quella del rubinetto. Ci si chiede come una persona intelligente e osannata come Bassolino possa essersi fatto sopraffare da un problema che ingigantiva giorno per giorno in quel modo davanti al suo naso. Ma è nella natura del potere chiudere gli occhi di fronte all'evidenza. Un altro personaggio altrettanto potente e osannato sta rimettendo in piedi la produzione italiana di automobili senza voler vedere che il prezzo del petrolio e il suo esaurimento metterà in ginocchio tutto il settore proprio quando lui penserà di aver risolto i problemi della sua azienda.

martedì 12 agosto 2008

Giornalisti compostati...

Colpi di sole d'agosto o i soliti colpi all'intelligenza?

Applichiamo le regole di Mary Poppins: Basta un poco di zucchero e la pillola va giù! Allora si capisce il tono dell'articolo riportato sotto, apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri.
Il titolo dice "Gioite! Siamo bravi a recuperare anche noi! Facciamo il compost dai rifiuti per concimare la terra!". All'interno, poi, passa il messaggio che l'impianto è ancora da testare, che non si sa se riusciremo a distinguere bene i rifiuti per ottenere concime, ma, soprattutto, che quest'impianto è funzionale all'inceneritore!
L'inceneritore dell'Amiu, quello vecchio di venticinque anni, voluto da Guadagnolo (!) e in grado di bruciare monnezza e di ridistribuire particolato, veleni e diossine su tutto il fronte occidentale della Provincia!
Leggiamolo bene insieme: viene da ridere a scorgere che, se tutto va bene, saranno compostati i rifiuti organici di mercati ortofrutticoli, ingrosso e strutture pubbliche (mense, ospedali...) per massimo 15-20 mila tonnellate annue, mentre l'inceneritore, il vero pezzo forte della torta, spargerà i fumi e le ceneri di 120 mila tonnellate annue di rifiuti indifferenziati!!!
Chiunque conosca il settore sa che ciò che quest'articolo spaccia per un grande progresso fa parte del piano dell'allora sindaco Guadagnolo... Se facciamo la metafora con un essere umano potremmo dire che facciamo la festa al presunto neonato che è già maggiorenne da quasi 10 anni!
Infatti quel materiale, quasi dappertutto, si smaltisce da decenni in questo modo! Sono le stesse ditte di compostaggio che fanno a gara per averlo!!!

Il vero problema da risolvere, per la cui soluzione si potrebbe applaudire e inneggiare al progresso, è quello di differenziare efficacemente tutti i rifiuti urbani.
Solo così si avvierà un circolo virtuoso che, passando per il recupero e il riciclaggio, porterà allo sviluppo di un settore economico ricco di prospettive e posti di lavoro stabili! Non soldi in tasca agli industriali e ai politici! In questo processo (in verità già da tempo avviato nelle "lontane" regioni del norditalia - ma a noi stanno antipatici i primi della classe, vero? - ) un elemento "naturale" è la CHIUSURA DEGLI INCENERITORI, non è neanche immaginabile la riapertura di un catorcio inquinante come il nostro!

Infine, un dubbio va sollevato anche sulla qualità della stampa, laddove si riscontra la totale sottomissione alle linee politiche, amministrative e economicistiche.
Ma non si stancano, i cosiddetti giornalisti (ahi quanto si rotolano nelle tombe Biagi, Montanelli & co. a sentirli chiamare così...!), a stare sempre nella posizione dello struzzo?
Ma soprattutto, si può ancora definire "ostacoli" le procedure autorizzative (europee, per fortuna) e l'ascolto delle osservazioni della cittadinanza e del territorio che si oppongono alla riapertura di quella grigliata permanente di monnezza! ...e solo per soldi...?
Ai posteri la sentenza.

domenica 10 agosto 2008

Gli studi ci sono...

... ma non arrivano quaggiù (o non li fanno arrivare!)

ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ
Impatto sulla salute dei siti inquinati: metodi e strumenti per la ricerca e le valutazioni

A cura di Pietro Comba e Ivano Iavarone (Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, Istituto Superiore di Sanità, Roma) Fabrizio Bianchi (Istituito di Fisiologia Clinica, Sezione di Epidemiologia, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Pisa) e Roberta Pirastu (Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo, La Sapienza Università di Roma)

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sabato 9 agosto 2008

Apulian summer '08

Sull'ultima canzone di Caparezza, Vieni a ballare in Puglia, s'è detto già tanto.
Ma sarà mai abbastanza?

"Mio fratello è figlio unico perchè non ha mai criticato un film senza prima vederlo" cantava Rino Gaetano.

Per una volta
- anche noi -
tutti figli unici!

BUONA VISIONE



Bonus tracks

LA FABBRICA DI NUVOLE



TUTTA MIA LA CITTA'

realtà d'agosto

Mentre Riva va a zonzo sullo yacht, qui ci si accapiglia e si continua ad avvelenarsi...

Incendio all'ILVA

Un interessante rapporto su inquinamento ed enti pubblici

Workshop ENEA, Roma 18 aprile 2008
RIDUZIONE DELLE EMISSIONI E SVILUPPO DELLE RINNOVABILI:
QUALE RUOLO PER STATO E REGIONI?

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venerdì 8 agosto 2008

Comunicato stampa del Comitato per Taranto

Ci risiamo: alla città viene di nuovo imposta la scelta mortificante tra la vita e il lavoro, tra la salute e l'ambiente.

L'Ilva fornisce la sua risposta alle richieste di adeguamento degli impianti e riduzione dell'inquinamento, nell'ambito della procedura di autorizzazione integrata ambientale in corso, e lo fa nel peggior modo possibile.

La Regione Puglia aveva chiesto di partire da subito, dal 1 ottobre 2008 con l'utilizzo della tecnica a base di urea e l'Ilva dichiara che questa sarà pronta solo a partire dal giugno del 2009.
La Regione Puglia aveva proposto di fissare il limite per il rilascio dell' dell'Autorizzazione Integrata Ambientale al di sotto di 1 nanogrammo, l'Ilva non intende scendere sotto i 3.5 nanogrammi.

Quella dell’urea è una tecnica conosciuta da tempo, ci chiediamo pertanto perché ci si è decisi a sperimentarla soltanto adesso, prevedendo di adottarla unicamente dal prossimo anno.
Perché i tarantini non sono stati ritenuti degni di questo impegno per la riduzione degli inquinanti prima che lo stesso venisse sollecitato a gran voce dalla città e dalle sue istituzioni?
Perfino il limite di 1 nanogrammo cui la Regione ha vincolato il suo benestare al rilascio dell’AIA è più permissivo rispetto a quanto stabilito dalla Comunità Europea e per tutta risposta apprendiamo che l’azienda siderurgica resterà a livelli 3 volte superiori.
Sono risposte inacettabili e offensive che dimostrano, qualora non fosse ancora chiaro, il rispetto e la considerazione che la direzione Ilva ha per la città e per la salute dei tarantini.
L'azienda non mostra alcuna disponibilità e apertura dinanzi alle richieste della società civile, prima, e delle istituzioni poi, che insieme invitano il complesso siderurgico al rispetto dei limiti fissati in sede europea all'emissione di diossine e furani, ad adeguare i propri impianti obsoleti e inquinanti e ad andare oltre le Bat, migliori tecnologie disponibili.
La diminuzione del carico inquinante su Taranto deve essere un obbligo morale prima che normativo e non è più ammissibile che interessi e profitto continuino a rimanere primari al cospetto della salute e della vita dei tarantini.
Vale la pena ricordare che diossine e furani sono poi solo alcuni degli inquinanti sprigionati dai processi siderurgici e che tra gli impianti maggiormente inquinanti non vi è solo l’agglomerato.
E’ ora che anche i parlamentari ionici facciano sentire la propria voce, quella che più di ogni altra è mancata, ora come nei decenni passati.
I tarantini non sono più disposti a credere al ricatto occupazionale, credono in alternative di sviluppo ecosostenibile in grado di garantire lavoro da non barattare con un’aria malsana e con le malattie che ad essa conseguono.
E’ doveroso, quindi, che non manchi il loro sostegno in questa che consideriamo una battaglia per il riconoscimento del diritto alla salute e alla vita in una terra in cui si è permesso, per troppo tempo, che diritti inalienabili fossero compressi e calpestati.
Contiamo altresì in un Ministero dell’Ambiente che si faccia reale sostenitore delle istanze della nostra vessata comunità e non già tutore degli interessi privati di quanti, subite numerose condanne per inquinamento, continuano a dilazionare nel tempo interventi quanto mai necessari ed improrogabili.
Ci aspettiamo, pertanto, che per iniziativa del Ministero dell’Ambiente, il Governo uniformi il limite alle emissioni di diossine ai parametri stabiliti in sede europea, cancellando una legislazione nazionale irresponsabile ed indecente.

rassegna varia ma non troppo


Mentre a Roma si brinda con Champagne e urea, la città subisce l'ennesimo incidente: 150 metri di materie plastiche di un nastro trasportatore bruciano e avvelenano i Tamburi (e non solo!)



Intanto la Regione fa la voce grossa (e speriamo abbastanza!)












Vico, che si è sempre distinto per la vocina, si mette sulla scia e la spara grossa: chiede una legge che invece di adeguare le emissioni agli standard europei (0,4 nanogrammi di limite) fa l'ennesimo regalo agli inquinatori nostrani chiedendo 1 nanogrammo (due volte e mezza di più).
Non troppo europei, non abbastanza africani... metà e metà!






L'AIA va di moda (e speriamo che regga!)

SIN sta per Siti di Interesse Nazionale: bonificheremo il nostro territorio?











...tanto per non sentirsi soli...

Cercasi mercenari per presidiare l'acqua...

dal Manifesto di ieri 7 agosto 2008 pag. 4

APRILIA Vigilantes con la pistola per intimidire la protesta dei cittadini per il caro bollette
Acqua privata a mano armata
L'iniziativa di Acqualatina per installare con la forza riduttori di flusso
Andrea Palladino
LATINA


Due macchine, un camion e una ruspa: mettere un riduttore del flusso dell'acqua ad Aprilia per Acqualatina non è così semplice. Serve poi anche una scorta armata, un vigilantes con pistola e manette ai fianchi, occhiali scuri e ordine tassativo di non dare informazioni. Il gestore idrico dell'Ato 4 - in provincia di Latina - ha così deciso di passare ai fatti di fronte alla rivolta dell'acqua più estesa ed importante d'Italia. Ad Aprilia sono settemila le famiglie che da due anni stanno continuando a pagare l'acqua al comune, non riconoscendo il nuovo gestore, una società per azioni mista, con la parte privata controllata dalla multinazionale francese Veolia. «Abbiamo iniziato con le utenze commerciali a marzo - spiegano dall'ufficio stampa - e da giugno stiamo riducendo il flusso anche alle abitazioni: sono morosi e per la società è una situazione non più tollerabile». Ma sul concetto di morosi il comitato per l'acqua pubblica di Aprilia non ci sta. Fino ad oggi i 7 mila utenti che hanno contestato il gestore privato hanno versato al comune di Aprilia più di un milione di euro. Ogni due mesi vanno dal comitato, che ricalcola i consumi basandosi sull'ultima tariffa del comune e preparando i bollettini. I cittadini preferiscono di gran lunga il comitato allo sportello di Acqualatina: sono meno di 500 le persone che hanno chiesto di aderire alla proposta di moratoria, che l'Ato4 aveva provato a proporre.
L'obiettivo non dichiarato dei pattuglioni di Acqualatina è di far capire chi è il più forte. L'elenco in mano ai tecnici incaricati di mettere i riduttori di flusso è in gran parte composto da chi ha deciso di contestare un contratto mai approvato dal consiglio comunale e una gestione messa sotto inchiesta recentemente dalla procura della repubblica. «Ma chi si rivolge a noi, chi chiede la conciliazione, chi viene allo sportello - continua l'ufficio stampa - non rischia nulla». Come a dire, attenti cittadini, se contestate e non pagate vi ritrovate una ruspa fuori casa, pronta a tagliare i tubi.
La carovana targata Veolia parte presto la mattina dalla sede di Aprilia. Primo obiettivo un condominio, poi una casa semplice, dove vive una signora, Maria D. E' una delle tante utenze che si è rivolta al comitato. Non risponde nessuno al citofono e per i due operai della ditta esterna che accompagnano con la ruspa la task force di Acqualatina c'è un po' di lavoro in più. Aprono il tombino, tagliano il tubo, mettono un disco con un forellino della grandezza di una punta d'ago. Finito il lavoro ripartono. Si dividono, il camion cerca di depistare la macchina del comitato che li segue. Terzo obiettivo, una casetta con tre appartamenti, anche questa senza nessuno in casa. Alla fine della giornata meno di dieci utenze avranno il flusso ridotto, un atto poco più che simbolico.
«Vogliono intimidire la popolazione», commenta Alberto De Monaco, del comitato spontaneo per l'acqua pubblica. «Al gestore chiediamo di utilizzare l'unico mezzo legittimo e legale in un paese in cui vige ancora lo stato di diritto: la risoluzione delle controversie deve passare per i tribunali, dove ogni parte può tutelare i propri diritti», conclude. Ed è stato proprio il Tribunale di Latina che sulla questione della legittimità dei distacchi aveva dato in passato ragione proprio agli utenti. Staccare l'acqua - secondo i giudici - non è consentito. Acqualatina è quindi passata ai riduttori, che permettono il flusso di soli 200 litri al giorno, almeno teoricamente. Pochi, pochissimi guardando i 35 gradi che segna il termometro ad Aprilia. Insufficienti per una famiglia con un paio di figli, che non potranno usare l'acqua per una doccia.
La strategia di Acqualatina fino a ieri era stata di cercare di convincere i cittadini ad accettare il contratto, offrendo sconti sulle penali e rateizzazioni. Da oggi, però, la società di Latina è passata alle maniere forti. Una svolta che l'amministratore delegato aveva annunciato in passato, dicendo che «i cittadini ne usciranno con le ossa rotte». Ma forse c'è qualcosa di più, qualche novità che potrebbe aver costretto il management a cambiare strategia. Ad esempio la firma di un mutuo con la banca irlandese Depfa, che ha impegnato le azioni private dell'Ato 4. Una clausola del contratto di mutuo prevederebbe infatti che la Depfa possa sostituirsi agli azionisti - pubblici e privati - in caso di eventi straordinari, rendendo di fatto la direzione e la gestione solo privata. E nell'ultimo bilancio di Acqualatina il Cda ha messo nero su bianco che ad Aprilia di problemi ne hanno più di uno. Per ora la pattuglia con scorta armata ha sortito poco effetto. Nella sede della Pro loco la fila di persone in attesa di ricevere l'aiuto volontario del comitato è sempre lunga, anche ad agosto. Nessuno sembra farsi intimorire ed anzi la nuova strategia di Acqualatina viene vista come una debolezza.

Morti bianche tarantine dal blog di Beppe grillo

Morti Bianche: "Lasciate ogni speranza o voi che entrate"



Riporto una testimonianza dal libro "Morti Bianche" di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero.

"L’infortunio di Antonino Mingolla è accaduto il 18 aprile del 2006. Mio marito lavorava con la ditta Cmt un’impresa che aveva vinto un appalto di manutenzione degli impianti all’Ilva. Era vicecapocantiere per la sua esperienza pluriennale. Quel giorno insieme alla sua squadra doveva sostituire una valvola su una tubazione che conduce del gas prodotto dagli altiforni. Un lavoro che si effettua con la maschera collegata a bombole di aria poste a terra. L’Ilva prima di cominciare questa procedura deve mettere in sicurezza, cioè sospende l’erogazione del gas e immette azoto nella sezione per bonificare eventuali residui. Lo sfiatamento avviene attraverso dei camini. Le valvole vengono chiuse dagli addetti Ilva prima di consegnare il lavoro alla ditta esterna. Per rafforzare la “sicurezza”, davano in dotazione le maschere che hanno a disposizione un rilevatore, ma sembra che quel giorno nessuno di questi abbia segnalato la presenza di gas.
I tubi sui quali lavoravano gli operai erano enormi: avevano un diametro di tre metri, posti a un’altezza di venti metri. Erano costeggiati da ballatoi. Da un lato c’era l’entrata con le scale: la via di accesso e di fuga. Dov’era mio marito c’era un ballatoio di due metri per quattro, costeggiato da una ringhiera. Ogni qualvolta che Antonino doveva spostarsi, comunicare dall’altra parte del cantiere o semplicemente allontanarsi per tenere sotto controllo gli operai, o per un malore, doveva scavalcare un tubo di tre metri.
Una situazione anomala e tutt’altro che sicura. Un’azienda quando appalta dovrebbe soprintendere affinché ci sia il rispetto delle norme di sicurezza anche per le opere provvisionali. Come non pensare che ci siano state violazioni sia dell’Ilva che della Cmt?
Nonostante le condizioni non perfettamente a norma, la squadra di mio marito cominciò la procedura di manutenzione. Del resto era stato così sempre. Si cominciò a sezionare il tubo immettendo dischi ciechi che scorrono su un binario fino a chiudere le bocche, in modo che il gas non esca e si possa lavorare sulla valvola.
Fin dalla mattina c’erano stati dei problemi nell’inserimento dei dischi. Un collega di Antonino verso le 10 si era sentito male, sempre per le esalazioni nell’aria di sostanze gassose tossiche.
Parlando con lui, mi disse che aveva cambiato la bombola. La procedura per sostituirla era la medesima delle altre volte: si allontanavano in zona di sicurezza. Quella mattina, quando rimise la maschera, lui si sentì male con capogiri e nausee. Quindi penso che nell’aria ci fossero alti quantitativi di monossido il quale si depositò anche sulla maschera Antonino è morto alle quattro del pomeriggio. Il suo turno doveva finire alle 15. Rimase un’ora in più per il suo senso di dovere, voleva portare a termine la manutenzione.
Solo il processo stabilirà con certezza le dinamiche dell’incidente. Per ora c’è uno scaricabarile di responsabilità.
Io e Antonino avevano la stessa età: 46 anni al momento dell’incidente. Eravamo genitori di due figli adolescenti che oggi hanno 15 e 16 anni. Avevamo fatto una scelta: lui avrebbe lavorato e io avrei cresciuto i nostri ragazzi. Cerco di non far mancare nulla ai miei figli, in modo che possano vivere il più possibile serenamente e devo dire che loro sono molto comprensivi. Mi sento in dovere di lottare, insieme alle altre famiglie che sono state lasciate sole dai sindacati e dalla politica. Solo il sindacato autorganizzato SLAI COBAS di Taranto ci ha dato un sostegno e ci ha consigliato di costituire l’associazione 12 giugno. L’Ilva non si è mai fatta viva, nemmeno nel tentativo di conciliazione fatto dal mio avvocato.
Antonino aveva paura, c’erano stati troppi incidenti. Ad esempio ricordo un suo racconto: una volta un operaio vicino a mio marito cadde dall’impalcatura, sotto c’erano i nastri trasportatori. Chiesero di farli fermare, per recuperare l’uomo, ma l’Ilva non può fermare la produzione. Dal 2000 fino al 2007, 16 uomini hanno perso la vita lì dentro. Quello è e rimane l’inferno di Dante, vale la pena associare la frase: “lasciate ogni speranza voi che entrate!”. Solo così fra un po’ di paura e di ironia mio marito riusciva ad andare a lavoro. Io sono costernata che ci siano circa 1.300 morti ogni anno a causa del lavoro e di questi troppi non hanno voce, non vengono neanche menzionati. Si parla di una media di 3,5 morti al giorno. Pregherei di non frazionare e spezzettare ulteriormente i corpi, si tratta di persone e devono rimanere integre. Voglio che non si spenga la speranza della giustizia, perché è difficile affrontare i processi, io di fronte al colosso Ilva mi sento una formica. Non riesco a credere che questi processi dopo soli sette anni vanno in prescrizione.
Nel corso del tempo le udienze possono essere rinviate per sciocchezze, si allungano i tempi senza giustificazioni valide ad esempio non si presentano i testimoni. Il rispetto e la tutela non c’è neanche dopo una tragedia di cui mio marito non ha colpe. Ci sono 13.500 persone che lavorano per l’Ilva e altre 8.000 lavorano per l’indotto. Non rimane che unirsi alle altre famiglie dell’Associazione 12 giugno e tutte le altre che vorranno unirsi, per farci forza fra di noi e provare ad andare in giro per l’Italia per parlare e raccontare a quanti vogliono combattere insieme a noi."
Samanta Di Persio dal libro "Morti Bianche".



giovedì 7 agosto 2008

La lettera di un antico allevatore sul lastrico

Nella lettera di un allevatore pubblicata sul Corriere del Giorno del 6 agosto e riportata in questo blog emerge la disperata richiesta di chi usa i (pochi) mezzi di cui dispone per togliersi il bavaglio della sottomissione e dell'omertà e denunciare la verità.

Alla faccia del ricatto occupazionale e della cronica fame di posti di lavoro para-assistenziali che ammorbano e invischiano qualsiasi discorso venga avanzato sull'ILVA e sul polo industriale in genere, questa volta parla un imprenditore piccolo piccolo, onesto e acculturato, che ha creduto nell'attività di allevamento e produzione casearia che ha ereditato con la masseria di famiglia.

Parla dei suoi sforzi per condurre l'impresa e garantire un lavoro vero e dignitoso ai suoi dipendenti. Parla delle contraddizioni di aree appestate di inquinanti che risultano vincolate come patrimonio ambientale nazionale. Parla del vincolo sanitario, della fine dell'attività, dell'imposto abbattimento e "smaltimento" di migliaia di animali (sì, sono animali, ma usare per creature ancora vive appellativi riservati ai rifiuti è un offesa alla natura e alla morale!).

Non sa perchè nessuno ha mai fatto niente, non capisce neanche con chi prendersela e a chi presentare il conto di vite sul lastrico.

Ma, lucidamente, ricorda a tutti con una citazione di Niemoeller che nessuno può sentirsi al sicuro in questa situazione e nessuno può esimersi dall'intervenire per difendere i diritti vivi degli altri che poi saranno anche i nostri.

I tarantini saranno capaci di superare il secolare habitus locale del "'cce mme ne ffutt'a'mmè"?

rassegna ILVA

Sulla scia della presa di posizione di enti locali e Regione riguardo alla riduzione delle emissioni ILVA, due comunicati incalzano le istituzioni mentre un editoriale di Marcello Cometti ci ricorda il "convitato di pietra" che diserta le trattative preferendo intrattenersi alla corte romana di Madame Prestigiacomo (aspettiamo qualche replica ex cathedra di Federico Pirro...).



La regione scrive al Ministero per L'ILVA

Ilva, Regione: proseguire riduzione inquinamento

La Regione – assessorato all’Ecologia ha inviato il 6 agosto una nota al ministero dell’Ambiente, ad ILVA ed alle atre Autorità competenti nella vicenda ILVA di Taranto. Nella nota, nelle more di presentazione da parte di ILVA di un nuovo cronoprogramma e di uno studio di fattibilità finalizzati a ridurre in tempi brevi e in quantità certe la emissione in atmosfera di furani e diossine, la Regione chiede ad ILVA “di proseguire a partire dal 1 ottobre 2008 con il trattamento ad urea con lo stesso sistema usato in fase di sperimentazione in modo da dimezzare comunque per i prossimi mesi l’emissione della diossina”. La Regione – assessorato all’Ecologia ribadisce, anche a fronte della nota ministeriale pubblicata ieri dai media, che il proprio parere favorevole al rilascio di AIA – autorizzazione integrata ambientale - è e sarà subordinato in primo luogo all’abbattimento al di sotto della quantità di 1 ng delle stesse emissioni e in tempi brevio e certi. La Regione – assessorato all’Ecologia si augura che nel proseguo delle procedure di AIA possa trovare nel Ministero dell’Ambiente il suo naturale interlocutore per difendere l’ambiente, il territorio e la salute dei tarantini già così compromessi. Auspica infine che parlamentari, ministri ed associazioni pugliesi facciano sentire la propria voce a sostegno di questa piattaforma così come già fanno il sistema delle autonomie locali e i Sindacati.

Cos'è e come si fa una VAS

Pubblicata con la delibera G.R. n.981/08 la circolare contenente le note esplicative sulle procedure di valutazione ambientale strategica - VAS, secondo quanto disposto dal decreto leg.vo n.4/2008. L'atto deliberativo è inserito nel Bollettino ufficiale della Regione n.117 del 22 luglio 2008
Con questa circolare si forniscono chiarimenti essenziali relativamente ai contenuti e alle previsioni di legge vigenti in materia ambientale.
La circolare, inoltre, interviene nella individuazione dell'autorità competente, genericamente indicata dal suddetto decreto, prevedendo l'annullabilità per violazione di legge dei piani e dei programmi che, pur rientrando nell'ambito di applicazione della norma, non abbiano effettuato le prescritte procedure.

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Chi risarcirà l'azienda e i lavoratori dalle cause d'inquinamento?

Fonte: Il Corriere del Giorno

Una lettera-denuncia di un cittadino-lavoratore al Primo cittadino di Taranto.

Egr. Sig. Sindaco,
- Scusandomi in anticipo per il disturbo e sperando di non dilungarmi oltremodo, comincio questa mia lettera col presentarmi.
Il mio nome è Angelo Fornaro e sono un imprenditore agricolo praticamente da sempre. Sono nato a Taranto e in questa città, che amo profondamente, vivo con la mia famiglia e qui, con loro, svolgo la mia attività. O per lo meno ci provo. Insieme ai miei figli e ad alcuni dipendenti, con alterne vicende, mantengo operativa da più di 40 anni una masseria del 1800, sita in Contrada Carmine, sul suolo tarantino, prezioso dono del mio amato padre.

Non vorrei apparire come sentimentale nostalgico, ma per quanto mi sforzi di essere breve non posso proprio sorvolare su alcuni particolari per me significativi ai fini di quello che ritengo essere l'obiettivo ultimo della mia richiesta. Torniamo dunque a noi.

In questa azienda agricola oggi si allevano cavalli, una passione che si cerca di mantenere, ma il sostegno economico deriva dalla coltivazione degli ulivi e dall'allevamento ovino e caprino.
Quest'attività ha offerto occupazione a numerose persone un decennio dopo l'altro. Oggi permette di dare lavoro a tre famiglie di italiani e tre o quattro famiglie di lavoratori rumeni.


Vorrei sottolineare che tutti sono rigorosamente in regola. Negli anni le vicissitudini sono state numerose e non poche le battaglie: la malavita organizzata, le asl, le banche... pensavamo di aver finito dopo aver tirato fuori le unghie, dopo aver resistito con ogni mezzo lecito, ci eravamo illusi che era arrivato il tempo di fare una cosa strana, pensi si sfiorava la visione utopica di potersi occupare soltanto del lavoro, già si pensava a dei progetti.

Si è pensato di produrre energia con i pannelli solari, ma una vasta superficie dovrebbe essere tolta agli ulivi (giustamente protetti), inoltre abbiamo scoperto che sulla zona c'è un vincolo ambientale perché area di gravine e macchia mediterranea.

Allora non ci siamo dati per vinti, è stata costituita una società per fare un caseificio, ma appena costituita la società e mossi i primi passi all'interno della giungla burocratica ecco la sorpresa nonché il motivo di questo mio gesto: diossina e pcb, rispettivamente nella carne e nel latte. Pensi un po', in una zona circondata da industrie che ci avvelenano con la sina (la storica masseria Carmine ha avuto la sfortuna di veder sorgere nei suoi paraggi il nostro "prezioso" polo industriale!) siamo però protetti da un bel vincolo ambientale (che sollievo...).

La conseguenza di questo inquinamento industriale è stata l'applicazione di un vincolo sanitario alla nostra azienda con la prospettiva di avviare all'abbattimento circa di 400 animali (calcolando solo i nostri) cui dovrebbe seguire un ipotetico risarcimento dei capi abbattuti. Ma questo lei lo sa già!
Allora mi chiedo, premesso che ad oggi 31-07-2008 ancora nulla di scritto e di ufficiale ci è stato comunicato, non posso fare a meno di chiederle cosa s'intenda per risarcimento. Come si pensa di risarcire una realtà presente dal 1800 che ha offerto lavoro a decine di persone; per risarcire si dovrebbe offrire il lavoro a chi lo perde, si dovrebbe risarcire un'attività produttiva...

Come si può risarcire un lavoro alle sei famiglie che attualmente vivono grazie a questa attività; Come si possono risarcire le aziende che a Taranto e in altri posti vivono la stessa situazione e che non esisteranno più? Come si possono risarcire i danni morali di chi viene accusato di avvelenare la gente, quando l'unica preoccupazione che ha avuto è stata quella di lavorare rispondendo con fatica a tutti i doveri imposti? Come si possono risarcire le persone continuamente avvelenate dall'industria, ma che non possono dire niente perché tutti a Taranto hanno almeno un familiare o un amico che ci lavora col miraggio di un posto fisso in una città in completo dissesto?


Mi permetta una provocazione: riferendomi alla notizia relativa alla presenza di diossina nel latte materno e al fatto che, spesso in relazione agli effetti dell'inquinamento viene chiamato in causa il rione Tamburi, mi chiedo se sarà necessario estendere a tale zona il vincolo sanitario?!? Esaurita la premessa vengo al dunque e non le rubo più tempo: tutta questa storia, o per lo meno il pezzo di storia che riguarda direttamente noi, famiglia Fornaro, ed alcuni altri allevatori di pertinenza però del comune di Statte, ha inizio circa sei mesi fa.
Da allora per via del vincolo sanitario, già citato, la nostra attività lavorativa è bloccata: alcuni (10 per la precisione) dei nostri animali sono stati "gratuitamente" sacrificati per eseguire gli accertamenti previsti sulle carni, i restanti animali continuano a mangiare, i miei figli, le loro famiglie, i miei dipendenti, le loro famiglie, io, nel mio piccolo, pure! Le risorse, signor Sindaco, sono finite!

A lei, al signor Prefetto, al signor Procuratore, all'ASL, ai quali invio lo stesso scritto denunciando questo grave degrado ambientale e chiedendo che si proceda nei confronti di coloro che ne sono responsabili con un grido di speranza e di disperazione confido in un pronto riscontro. Semplicemente chiedo chiarezza e sostegno, giustizia e imparzialità. Per conoscenza invierò questa lettera anche ad alcune testate giornalistiche locali, perché in un paese democratico l'informazione è tutto. Ringraziandola quindi per la sua attenzione concludo riportandole le parole pronunciate sotto un regime totalitario, ma che si addicono bene al clima di omertà, imbavagliamento ed ingiustizia che si respira a volte anche da noi, nonostante l'apertura delle menti e dello spirito che dovrebbero ispirarci i colori vivi e caldi della nostra bella terra sempre così maltrattata eppure così generosa che con un minimo sforza da parte nostra potrebbe ancora regalarci tanto benessere...

"Essi vennero contro i comunisti e io nulla obiettai perché non ero comunista; essi vennero contro i socialisti e io nulla obiettai perché non ero socialista; essi vennero contro i dirigenti sindacali e io nulla obiettai perché non ero dirigente sindacale; essi vennero contro gli ebrei e io nulla obiettai perché non ero ebreo; essi vennero contro di me ma ormai non era rimasto nessuno ad obiettare"

(Martin Niemoeller)

Cordialmente
Angelo Fornaro

Arriva Suburbana!

8-9-10 agosto 2008

ConsigliatA: L'iniziativa giunta alla quarta edizione "ad ingresso gratuito" sarà proposta quest'anno nella bella cornice dell'ex maneggio di Fantiano a Grottaglie.

Partecipate numerosi!

Eccoci giunti a Suburbana
Quest'anno oltre alla musica ci sarà anche il teatro, ogni giorno alle 20:00
Il sabato, alle ore 18:00 ci sarà l'Assemblea tra tutte le associazioni e i soggetti in lotta nella provincia di Taranto. Cancelli aperti sempre. Possibilità di campeggio libero.
Il posto è splendido. Merita davvero.
In allegato qui sotto il programma della tre giorni.


Per maggiori informazioni cliccate su Suburbana 2008

mercoledì 6 agosto 2008

Rassegna ricca!

Mentre gli enti locali e la Regione fanno la voce grossa... e i politici fanno la passerella a chi la spara più trendy...













































... il
paròn dalle bele braghe bianche snobba tutti e presenta il conto politico (c'entrerà qualcosa la parentela con Dini?) direttamente al Ministero, dove un ministro indubbiamente esperto di cose ambientali, (perché proviene dal ceto industriale) brinda con gli ILVA boys ai poteri salvifici dell'urina - oops, pardòn - urea!

























E intanto, per fortuna, qualcuno si è accorto anche dell'ENI













...e dell'energia

Autorizzazione Integrata Ambientale ENI

Le prime osservazioni del dottor Giua, consulente del Comune, sul cronoprogramma presentato dall’Eni

“Le fughe di gas della Raffineria dovranno essere monitorate insieme all’Arpa”


Sotto la lente di ingrandimento dell’assessorato comunale all’ambiente, in questi giorni, non ci sono soltanto le questioni legate all’Ilva. Il dottor Roberto Giua, tecnico dell’Arpa Puglia e consulente del Comune nell’ambito dell’Accordo di Programma per le aree industriali di Taranto e Statte, ha avuto modo di visionare il cronoprogramma presentato dall’Eni e ha fornito le sue prime osservazioni all’assessore Sebastiano Romeo.
“Le centraline di rilevazione dell’aria dell’ Eni andrebbero non solo potenziate, includendo tra i parametri monitorati anche le sostanze odorigene – afferma il dottor Giua - ma rese tali da poter fornire dati oggettivi e fruibili in tempi utili, con il coinvolgimento di Arpa Puglia nella rimodulazione e gestione della rete, sempre con spese a carico della Raffineria”.
Il dottor Giua sostiene quindi la necessità di inserire il monitoraggio delle fughe di gas nelle procedure istruttorie per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale all’Eni. Un punto di vista pienamente condiviso dallo stesso assessore Romeo. A tal proposito si ricorda che nel corso del 2007 sono giunte 22 segnalazioni di odori nauseabondi, di cui 15 provenienti dalla zona del porto e 8 dalla città, soprattutto dal Borgo.
Il dottor Giua, infine, ritiene “discutibile che il potenziamento degli impianti della Raffineria di Taranto sia inserito in un contesto di Aia/Adp, che invece dovrebbe mirare solo all’autorizzazione degli impianti esistenti e ad una diminuzione della pressione ambientale nell’area ionica”.

martedì 5 agosto 2008

rassegna

Da non perdere la rappresentazione Terra Nera, in scena alla masseria Calvello da oggi a domenica, tratta dal romanzo dell'operaio scrittore. Un'altra classe operaia c'è e va sostenuta ed apprezzata!


Anche il Corgiorno pubblica il nostro comunicato

Ecco il comunicato soft-politichese di confindustria... L'arte di difendere gli amici senza scoprirsi troppo...

E mentre si lotta con la grande industria... la Regione apre al strada ai dissalatori...

lunedì 4 agosto 2008

Comunicato stampa di Peacelink

Biomasse di Puglia

Ecco il Regolamento della Regione Puglia del 14 luglio 2008, n. 12 per la realizzazione degli impianti di produzione di energia alimentata a biomasse.

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Rassegna Comitato

Comunicato stampa del Comitato per Taranto

Perché morire d'acciaio, quando altrove si convive, e bene con l'acciaio?


Quando le cose diventano serie, dopo anni di denunce e di amare, inascoltate constatazioni, non ci vuole molto a capire chi è seriamente interessato al futuro di questa città e dei suoi cittadini e chi, per ignoranza, ottusità o, nulla può escludersi, colpevole connivenza, getta il fumo dell'allarmismo occupazionale a discredito e offesa degli altri.
E' il caso delle gravi accuse mosse al dott. Assennato dell'ARPA Puglia da parte di chi si fa portavoce dell'ennesimo ricatto occupazionale per screditare il lavoro di titolati professionisti e ignorare le stesse aspirazioni di tutta la cittadinanza.
In una corposa relazione, l'ARPA, valutando tutte le variabili di emissioni e le caratteristiche degli impianti di produzione, giunge alla conclusione che per determinate attività, la concomitanza con le aree residenziali, anche prevedendo tutti i sistemi di abbattimento ad oggi conosciuti, risulta incompatibile per gli effetti nocivi che comporta alle persone ed alle cose.
Da lì, sulla falsariga di illustri casi di città che hanno messo in primo piano la salute dei cittadini e l'immagine del loro territorio (che non sono chiacchiere ma si traducono in pochi anni in benessere e sviluppo), nella relazione, si prospetta il ridimensionamento di tali settori.
Da qui a parlare di licenziamenti, chiusura dello stabilimento, fallimento dell'economia urbana, il passo è lungo quanto il metro dell'ignoranza e del populismo.
Questa situazione permette al contrario all'azienda siderurgica di “prendere tempo” non rispettando pienamente gli impegni sottoscritti.
A tal proposito se da un lato l'abbassamento dei livelli di diossine e furani avvenuto contestualmente all'applicazione del procedimento dell'urea da parte dell'Ilva di Taranto, ci pare un passo in avanti, la stessa sperimentazione risulta ancora essere per noi insoddisfacente.
Si è dovuto attendere tutti questi anni e le analisi dell'Arpa Puglia perché si cominci a sperimentare la riduzione delle emissioni devastanti?
In ogni caso l'accordo di programma e il rilascio dell'AIA vertono su fatti concreti e tecniche di gestione e abbattimento che dovrebbero essere sperimentate e attuative. Gli impegni presi dall'azienda vanno comunque mantenuti e integrati ai fini del rilascio dell'Autorizzazione che, lo ricordiamo, fa riferimento a precisi regolamenti europei, il rispetto dei quali è dovuto e comporta in caso contrario pesanti sanzioni che ricadrebbero sulle “tasche degli italiani”.
Resta il fatto evidente che secondo l'ultimo rapporto redatto e pubblicato dall'ARPA Puglia, anche dopo l'applicazione di un’aggiunta di urea al materiale alimentato alle due linee, “le concentrazioni rimangono tuttavia più alte rispetto ai valori conseguibili dopo l’adozione delle BAT, e adottati quali valori limite alle emissioni di PCDD/F in altri paesi europei e nella stessa Italia”.
Questi dati dunque mostrano un quadro decisamente negativo: una situazione ambientale che suscita forti preoccupazioni.
Ed allora ribadiamo anche questa volta che è necessario abbattere l'impatto ambientale non solo attraverso l'applicazione del procedimento dell'urea ma anche mediante l'impiego di altre tecnologie oltre le note BAT.
Un esempio è rappresentato da metodi innovativi a basso impatto ambientale per l’industria siderurgica. Si tratta di sistemi per la produzione di ghisa e il trattamento dei gas di scarto della sinterizzazione che consentono di ridurre del 90% rispetto ai metodi tradizionali le emissioni di sostanze inquinanti.
La tecnologia in questione Meros - Maximized Emission Reduction of Sintering - il più moderno sistema per abbattere le emissioni nel settore - è stata adottata e applicata nello stabilimento di Linz, Austria: Il sistema consente di ridurre di oltre il 90% le emissioni di polveri, metalli pesanti, composti organici e SO2.
Nello stabilimento di Pohang, città portuale della Corea del Sud, l'impianto Finex brevettato da una nota società europea non solo fa risparmiare energia, riducendo l'inquinamento ma diminuisce anche i costi di produzione di circa il 15% rispetto ad un altoforno tradizionale. Notevole anche l'impatto ambientale: Finex genera il 90% in meno di sostanze nocive e l'inquinamento dell'acqua è sceso del 98%.
Questo ci fa capire oggi che produrre acciaio con costi ambientali ridotti è una realtà oramai consolidata non solo nei paesi occidentali ma persino in altre realtà che spesso etichettiamo come “arretrate” ma che nella capacità di essere lungimiranti, competitive e al passo coi tempi hanno riconosciuto la strategia vincente dello sviluppo.
La strada verso il recupero di un rapporto corretto con la grande industria, da noi più volte sottolineata e tecnicamente sostenuta dall'ARPA, deve passare per l'installazione di sistemi per il campionamento continuo dei macro e micro inquinanti e per il monitoraggio 24 ore su 24 delle fonti di emissione. A fronte di costi ridottissimi, si doteranno gli organi di controllo di un sistema di verifica dell'affidabilità delle strategie adottate, superando per sempre il sistema di stime, proclami, allarmismi e accuse reciproche, che contrappone il profitto all'interesse della collettività

Spesso gli ambientalisti sono tacciati come cittadini "del no", come coloro che negano sempre ogni proposta di "progresso e sviluppo" in nome di un famigerato ostruzionismo ad oltranza che vorrebbe congelare tutto.
Prendersi cura del proprio futuro e di quello della città in cui si vive vuol dire anche saper dire no a proposte che dietro il paravento dello sviluppo affossano ancora di più il territorio, ma significa anche produrre tante proposte concrete e scientifiche per migliorare in una prospettiva di medio termine.
Negare l'evidenza di un'economia dipendente dalle multinazionali, da una classe imprenditoriale straniera che brucia il territorio in nome del profitto e conserva una situazione occupazionale fatta di precariato, subappalti e mortalità diffusa, questo è il vero no che ammazza lo sviluppo. Un solo no che per decenni ci ha reso sudditi e che per la serietà e professionalità di cittadini volenterosi e di tecnici onesti, forti di leggi europee più partecipative e trasparenti, forse, sarà superato e diventerà si alla salute e all'amore per la propria terra.

domenica 3 agosto 2008

Rassegna stampa

Soddisfatti e pubblicati:





... e intanto i soliti noti... attaccano Assennato!

Il terzo monitoraggio all'E312 online

Ecco la relazione tecnica, tratta dal sito ARPA Puglia, riportante i dati relativi alla 3a campagna di monitoraggio condotta sui fumi del camino E312 dell’impianto di agglomerazione AGL/2 dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto. Il monitoraggio è stato eseguito da Arpa Puglia nei giorni 23, 24 e 26 giugno 2008. Le analisi dei campioni sono state effettuate presso i laboratori dell’INCA a Marghera.


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venerdì 1 agosto 2008

Un giorno importante da ricordare



Sarà la particolare situazione favorevole in cui ci troviamo, o sarà che abbiamo un governo regionale che ci sta finalmente ascoltando quel che è certo è che oggi per Taranto è una giornata importante: ha vinto l'ambientalismo del fare! ha vnto la cittadinanza attiva!
Grazie a tutta la Giunta Regionale, Grazie ai cittadini e alle associazioni del Comitato contro il Rigassificatore che si sono impegnati in tutti questi mesi e anni!
A voi tutti un caloroso applauso!


DA PRESS REGIONE PUGLIA
Giunta: no alla VIA per il rigassificatore di Taranto
L’assessore all’Ecologia, Michele Losappio, ha comunicato che la Giunta ha – con delibera – dato parere negativo alla VIA – Valutazione impatto ambientale per il progetto di rigassificatore di Taranto, così come proposto dal Comitato VIA regionale.

Comunicato stampa del Comitato contro il rigassificatore

ll Comitato VIA ha espresso nella seduta del 29 luglio parere negativo sul progetto di impianto di rigassificazione presentato dalla Gas Natural a Taranto.
Un risultato importantissimo per la nostra città che vede così riconosciuta la pericolosità di un impianto che si voleva al centro della già affollata area industriale jonica.
Il parere è stato motivato da considerazioni che attengono al problema dello smaltimento delle enormi quantità di fanghi necessari per la costruzione dell’impianto, ma soprattutto all’alto rischio connesso alla presenza di altri impianti ad elevato impatto ambientale a pochi metri dalla città (Ilva, Agip, Cementir,Sanac, solo per citarne alcuni).
Per Taranto, da anni dichiarata per legge città ad elevato rischio di crisi ambientale, il pronunciamento del comitato tecnico regionale va, finalmente, nella direzione dell’applicazione di quei provvedimenti che le istituzioni hanno il dovere di porre in essere per assicurare un progressivo alleggerimento del carico inquinante.
Taranto non può reggere il peso di un impianto che, a pochi metri di distanza dalle torce della raffineria e dallo stabilimento siderurgico ilva, in caso di incidente, rischierebbe di innescare un effetto domino letale per la città: il parere di ieri è per noi cittadini del comitato per Taranto la conferma della fondatezza delle nostre osservazioni, elaborate e presentate al Ministero dell’ambiente e allo stesso comitato tecnico regionale.
Ciò dimostra che i timori e le forti perplessità sollevate dalla cittadinanza, che si volevano far passare per il solito allarmismo di un certo mondo ambientalista, rappresentavano, al contrario, il doveroso approccio verso progetti che la città non è più in grado di sostenere e che rischiano di impedire la valorizzazione delle alternative che a gran voce la cittadinanza vuole veder realizzate.
Una vicenda che conferma, una volta di più, come la sana pressione che i cittadini possono esercitare sulle istituzioni, può risultare decisiva per la salvaguardia del nostro territorio e la tutela della salute pubblica.
Riteniamo che questa valutazione non sia un punto d'arrivo, ma debba piuttosto costituire il punto di partenza per un riscatto della città che possa passare dalla valorizzazione del nostro porto in chiave turistica e commerciale (opportunità che sarebbe stata definitivamente impedita dalla presenza dell’impianto di rigassificazione). Pensiamo al recupero della città vecchia a favore di un turismo culturale ed artistico che renda giustizia alle potenzialità del territorio, alla realizzazione di una rete di collegamenti stradali che permettano a Taranto di inserirsi a pieno titolo in un contesto nazionale ed internazionale capace di assicurare sviluppo eco-compatibile e vera occupazione (di quella dignitosa da non dover pagare al prezzo carissimo della vita e della salute).
Dopo il secco No dell’amministrazione comunale, quindi, e la ritrovata (e speriamo autentica) opposizione della Provincia, ci attendiamo che la Regione Puglia esprima un parere politico altrettanto nettamente contrario a questo progetto.
Archiviata la tormentata vicenda del rigassificatore, Taranto dovrà tornare a concentrarsi sul proprio futuro a partire dalla recente missiva del Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che apprezziamo e consideriamo fondamentale per la prosecuzione di un cammino di emancipazione dall’opprimente ed invasivo monopolio industriale.

Normative utili

IL MANUALE DI INGEGNERIA NATURALISTICA DEL MINISTERO DELL'AMBIENTE

Il Progetto Operativo Difesa Suolo (Podis), istituito presso il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, fornisce supporto alle Regioni nell'attuazione delle misure previste dai POR in tema di Difesa del Suolo, secondo le materie di pertinenza tracciate dalla L. 183/89.
Il Podis svolge anche un lavoro importante di formazione, informazione e raccolta dati con i sistemi informativi territoriali.
Nell'ambito di tale attività il PODIS ha curato la redazione del "Manuale di Indirizzo delle scelte progettuali per interventi di ingegneria naturalistica".

Tale manuale si inserisce in una vasta produzione di testi di ingegneria naturalistica ad opera di molte Regioni italiane e del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio, proponendosi come testo base per la conoscenza e la diffusione dell'ingegneria naturalistica e lasciando gli approfondimenti ad altri manuali specialistici di recente pubblicazione.

Il manuale ha lo scopo di fornire ai progettisti ed ai responsabili del procedimento uno strumento operativo agile e di semplice consultazione per impostare sin dall'inizio un progetto di difesa del suolo secondo gli standard previsti dal Regolamento di attuazione della Legge Quadro in materia di lavori pubblici (D.P.R. 554/1999).

In base alla vigente normativa in materia di lavori pubblici (art. 15, comma 5, D.P.R. 554/1999) già nella redazione del documento preliminare all'avvio della progettazione deve essere esaminata la possibilità del ricorso alle tecniche di ingegneria naturalistica.

La novità del Manuale di Indirizzo consiste nell'affrontare le scelte progettuali complessive con un approccio integrato che parte dall'analisi dei casi (frane, sistemazioni idrauliche, etc.) piuttosto che dalla descrizione delle tecniche. Una parte qualificante è, quindi, quella della casistica presentata con le schede, corredate di schemi sintetici e documentazione fotografica, dei più significativi interventi di ingegneria naturalistica. Sono inoltre riportati i più frequenti errori nella realizzazione delle opere di ingegneria naturalistica.
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IMPIANTI SOLARI TERMODINAMICI - PUBBLICATE LE DISPOSIZIONI ATTUATIVE DELLE TARIFFE INCENTIVANTI

L'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas (AEEG), con la Delibera ARG/elt 95/08, ha fornito le disposizioni attuative del D.M. 11 aprile 2008 inerenti le modalità e le condizioni di erogazione delle tariffe incentivanti per la produzione di energia elettrica da fonte solare, mediante cicli termodinamici.

Il citato D.M. 11.4.2008, infatti, ha definito i criteri per l'erogazione di incentivi per la produzione di energia elettrica da impianti solari a cicli termodinamici secondo la regola del «conto energia», demandando all'AEEG la definizione delle modalità, dei tempi e delle condizioni per l'erogazione delle tariffe incentivanti.

Gli impianti interessati dagli incentivi sono quelli di nuova costruzione entrati in esercizio dopo il 18.7.2008, (data di entrata in vigore della delibera ARG/elt 95/08), ai sensi del comma 1, art. 9 del D. M. 11.4.2008.

Per accedere agli incentivi il soggetto (persona fisica o giuridica) responsabile dell'impianto deve inoltrare una richiesta, con allegata la documentazione prevista, al Gestore dei servizi elettrici (GSE).

La richiesta al GSE deve essere effettuata attraverso un sito internet appositamente predisposto; è possibile predisporre manualmente la richiesta solo fino a quando non sarà operativo il suddetto sito internet.

Le tariffe incentivanti sono riconosciute per 25 anni ed il pagamento del corrispettivo sarà effettuato mensilmente dal GSE.
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