martedì 17 dicembre 2013

Stimabili stime dallo stimato commissario

I debiti dell'Ilva sotto controllo

L'Ilva archivia un anno difficile ma nei primi dieci mesi del 2013, raffrontati col 2012, la posizione finanziaria netta dell'azienda è rimasta «sostanzialmente inalterata». In altri termini, i debiti non sono cresciuti. Lo scrive il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, nella relazione con cui effettua un primo rendiconto della sua gestione che parte da giugno col decreto n. 61 poi convertito nella legge 89/2013. Bondi prevede che anche negli ultimi due mesi dell'anno l'indebitamento non peggiorerà. Ciò che in quest'ampia parte del 2013 ha permesso all'Ilva di non far aumentare l'esposizione debitoria è stata la «politica di graduale destoccaggio dei prodotti finiti», di cui una quota considerevole è stata dissequestrata a maggio.
La vicenda giudiziaria dell'Ilva ha pesato molto sull'attività dello stabilimento di Taranto. Bondi lo dice chiaramente quando nella sua relazione osserva che «la gestione del gruppo Ilva è stata negativamente influenzata da eventi straordinari esterni che ne hanno condizionato sia l'attività produttiva che quella commerciale, peraltro in un contesto di congiuntura sfavorevole». A ciò si aggiungano «i problemi tecnici degli impianti, allo stato in via di superamento, che hanno generato anch'essi significative perdite di fatturato e ritardi di consegna, oltrechè incompletezza di gamma e reclami».
In particolare per i sequestri, il commissario fa riferimento sia a quello dei prodotti finiti (un milione e 900mila tonnellate) deciso dal gip di Taranto, Patrizia Todisco, a novembre 2012, sia a quello dei cespiti delle controllate dirette e indirette di Ilva scattato a settembre scorso su ordine dello stesso magistrato. E se il sequestro dei prodotti finiti è stato poi tolto a metà maggio 2013, quando la Corte Costituzionale ha depositato la sentenza che ha «validato» la legge 231/2012 (continuità operativa e commercializzazione), ci sono comunque stati, scrive Bondi, «cali nel fatturato e ritardi nelle consegne, con evidenti riflessi sulla reputazione della società sui mercati».
Discorso analogo anche per le controllate dell'Ilva (Ilva commerciale, Taranto Energia, Ilvaform, Ilva immobiliare, Immobiliare Siderurgica, Sanac, Ilva Servizi Marittimi, Innse Cilindri e Celestri). A seguito di istanza inoltrata al custode giudiziario e al gip, le società interessate hanno sì ottenuto «la facoltà d'uso dei cespiti colpiti dal sequestro», ma comunque si scontano «significativi ritardi a tutti i livelli del ciclo produttivo e di vendita, con effetti pregiudizievoli sia sulle società interessate, sia sulla stessa Ilva in quanto essa stessa acquirente di beni e servizi forniti da tali società». Tutti gli effetti, puntualizza Bondi, «saranno precisamente misurabili al termine del trimestre 1 ottobre-31 dicembre» e intanto il 20 dicembre, in Corte di Cassazione, c'è il ricorso contro il sequestro delle controllate, impugnato «per molteplici profili di illegittimità».
Sul fronte dei ricavi, il commissario stima che il 2013 possa chiudersi a quota 3.650 milioni di euro, di cui 1.340 riferiti al periodo 1 gennaio-31 maggio e 1.255 milioni dall'1 giugno al 30 settembre. Le vendite dovrebbero invece chiudersi a 6 milioni e 300mila tonnellate contro gli 8 milioni e 300mila tonnellate del 2012. I 6 milioni e 300mila tonnellate sono così ripartiti: 2 milioni e 188mila dall'1 gennaio al 31 maggio, 2 milioni e 246mila dall'1 giugno al 30 settembre e un milione e 900mila dal 30 settembre al 31 dicembre (in quest'ultimo caso, però, si tratta di stime).
Capitolo investimenti: il commissario stima che nel 2013 saranno pari a 160 milioni, di cui 100 per attuare le prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale. L'iniziale previsione di investimento era di 230 milioni ma è scesa soprattutto per i «lunghi tempi» degli iter autorizzativi. A tal proposito Bondi indica la questione dei parchi minerali secondari: progetto approvato il 5 maggio, ordine assegnato il 25 maggio, richiesta di autorizzazione a costruire presentata al Comune di Taranto il 17 luglio e non ancora rilasciata. A fine novembre, comunque, il totale degli ordini emessi riferiti all'Aia ammontava a 457 milioni di cui 301 da giugno. (Sole24h)

lunedì 16 dicembre 2013

L'ARPA suona a festa (per l'Ilva)

Solidarietà cittadina


Anche quest'anno abbiamo deciso di raccogliere giocattoli nuovi da donare ai bimbi di famiglie disagiate che ci verranno segnalate nei vari quartieri di Taranto.
Chiunque volesse contribuire a questo scopo, può raggiungerci presso la nostra sede in via Santilli 26 dalle ore 18:30 alle ore 21:30 ogni lunedì e mercoledì.
Vista l'imminente prossimità del Natale cercheremo di stabilire ulteriori giorni per la raccolta e vi informeremo di conseguenza.
Vi invitiamo ad aiutarci anche nelle operazioni di selezione dei giocattoli (maschietto / femminuccia - età) e di confezionamento dei pacchi regalo.
Degli attimi in più alla riscoperta della condivisione e del senso del donare.
Vi aspettiamo.

Comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti

Contatti:
- Sito web: http://liberiepensanti.altervista.org/
- Facebook: https://www.facebook.com/CittadiniELavoratoriLiberiEPensanti
- Twitter: https://twitter.com/LiberiePensanti
- Youtube: http://www.youtube.com/user/CittadiniLavoratori
- E-mail: comitatocittadinioperaitaranto@gmail.com

Altri dati per la Commissione

Ilva, Commissione europea indaga su emissioni in mare

Nell’ambito della procedura di infrazione già avviata contro l’Italia il 26 settembre scorso per i mancati controlli sull'inquinamento prodotto dall’Ilva di Taranto, la Commissione europea sta compiendo accertamenti anche sulle emissioni in mare. Lo rende noto il comitato Legamjonici, che aveva informato la stessa Commissione Europea dell’esistenza di uno studio in grado di attribuire possibili responsabilità sulla contaminazione dei mitili del primo seno di Mar Piccolo anche all’Ilva di Taranto, integrando una denuncia già presentata sull'inquinamento del mare.
"Legamjonici – sottolinea in una nota la portavoce Daniela Spera – ha fatto notare alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea che l’Ilva di Taranto è fonte inquinante ancora attiva e che continua a contaminare i terreni circostanti e le acque. Per questa ragione abbiamo chiesto l’intervento immediato delle Autorità Europee".
Nella lettera di risposta, la Commissione europea fa presente che le informazioni trasmesse da Legamjonici "saranno prese in considerazione nell’ambito della procedura d’infrazione". Uno studio allegato dal comitato ambientalista, condotto dal Dipartimento di Ingegneria Civile Idraulica del Politecnico di Bari in merito alla circolazione degli inquinanti nel Mar Piccolo, spiega "che il flusso d’acqua degli scarichi Ilva in Mar Grande, combinato con l’effetto dell’idrovora che preleva l'acqua da Mar Piccolo, condiziona la circolazione idrica in tutto il bacino, determinando la possibilità che gli inquinanti scaricati nel canale arrivino, tramite l’effetto del vento e delle maree, in 15 giorni nel Mar Piccolo, contaminando quindi le cozze". (GdM)

Messaggi di vento, nel vento

Operai ammalati: «Riparta il dialogo tra Ilva e Taranto»

TARANTO - Se non è una «rottura» storica degli schemi consolidati all’Ilva negli ultimi vent’anni, poco ci manca. Nei giorni scorsi la Fiom Cgil ha denunciato agli organi competenti dell’Asl e all’Arpa le preoccupanti condizioni dei lavoratori del capannone dove si svolgono lavori di carpentera (noto in fabbrica con la sigla Ocm-Cap). «Ci sono stati segnalati alcuni casi di tumore alla tiroide dai lavoratori operanti nel capannone - ha scritto la Fiom allo Spesal, all’Ispesl e all’Arpa - e un lavoratore si è sottoposto a un intervento chirurgico lo scorso 19 novembre. Siamo venuti a conoscenza, altresì, che in passato vi sono stati altri casi di patologie similari che, da quanto riportatoci dagli stessi lavoratori, si aggirano intorno alla decina. Un paio di questi lavoratori, abbiamo appreso, nel tempo sono stati dichiarati inabili al lavoro per la gravità delle loro patologie».
Nel segnalare casi, non meno gravi, di lavoratori del reparto «con disfunzioni funzionali alla tiroide», la Fiom ha spiegato agli organi Asl e all’Arpa che «nei giorni scorsi è stato avviato da parte sindacale un percorso di confronto con l’azienda e la struttura sanitaria aziendale, nella persona del medico competente, che troveranno riscontro nei prossimi giorni».
La Fiom Cgil ha ritenuto tuttavia necessario segnalare immediatamente la situazione, con un tempismo - ecco d ov ’è la «rottura» - sconosciuto anche nel recentissimo passato. La vicenda riveste un’importanza decisiva nel futuro dei rapporti tra la la città e la fabbrica. Anzitutto, dal punto di vista sindacale, siamo finalmente al ripudio, dentro l’Ilva, di certe «lentezze », di certi «impacci» che, in passato, trasformavano il problema relativo alla salute dei lavoratori, in una questione «privata» tra il dipendente e l’azienda, lasciando l’operaio solo di fronte al suo destino. L’accelerazione impressa dalla Fiom ha fatto bene anche ai rapporti sindacali, aiutando la ripresa del confronto. Nei giorni scorsi, infatti, delegati Fiom e il leader dell’Usb Franco Rizzo hanno incontrato i lavoratori del capannone carpenteria in una improvvisata assemblea. L’Usb, infatti, già da qualche mese aveva messo nel mirino la vicenda, denunciando i problemi di salute degli operai.
Poi c’è l’apertura al confronto con l’Asl e l’Arpa. La lettera, per conoscenza, è arrivata all’Ordine dei medici. Il presidente Cosimo Nume ritiene positivo il passo compiuto: «Ne discuteremo in commissione Ambiente all’Ordine, ma è assai importante che questo dato sia messo in luce. Credo sia giusto chiamare in causa Asl e Arpa. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo. È l’ennesima “perla nera” alla collana di disagio che cinge la città. Noi medici abbiamo il dovere di essere sentinelle della salute dei lavoratori e la denuncia sindacale merita un plauso. Perché dai problemi ambientali e di salute non si esce senza i lavoratori, insieme. Loro e la città». FULVIO COLUCCI GdM

Una piccola ex-vita


Addio Taranto, non voglio più polvere sulla mia vita

Cerca di andare avanti Francesca Summa, 29 anni, ed è per questo che ha voglia di raccontare. Lei lo fa. Sceglie di superarlo quel silenzio che ha permesso a tutti, e specialmente alle istituzioni, di celarsi dietro a quegli ‘oh’ di meraviglia. Come se loro non potessero saperlo, come se loro non potessero immaginarlo, come se non potessero prevenirlo.
La vita di Francesca aveva un nome. Si chiamava Siria. Vivevano nel quartiere Tamburi. Taranto.Li Francesca si è sposata, lì ha condotto la sua splendida gravidanza, lì ha giocato con Siria nei suoi primi e unici quattro anni di vita. Quattro anni trascorsi tra ricoveri e degenze in vari ospedali a Taranto, a Bari e a Genova, per curare quella che i medici avevano definito: “Un po’ di aria nella pancia”, poi “gastroenterite”, fino a che il terno a lotto ha rivelato un neuroblastoma, un tumore alle cellule del sistema nervoso. Che il fegato della bambina si fosse ingrossato lo aveva notato anche il sindaco di Taranto, nonché pediatra, Ippazio Stefano, nel corso di un ricovero urgente in ospedale. Francesca cercava le cause della malattia di sua figlia, chiedeva informazioni ai medici ma “signora cosa vuol capire?”, le rispondevano.
Non ha una laurea, Francesca ma conosce l’idioma del suo essere madre ed è con quello che ancora oggi continua a cercare spiegazioni, grazie anche al supporto degli avvocati del “Movimento Taranto respira” e di altre associazioni. Tutte risposte che lei è certa di poter trovare in quel nauseante odore di gas proveniente dall’Ilva. Varie indagini glielo confermano: a Taranto, le alte emissioni di benzopirene, provenienti dall’industria siderurgica, provocano tumori e un tasso di mortalità dei bambini superiori al 20% rispetto al resto della Puglia.
Francesca, come molte altre mamme del quartiere Tamburi, conosceva il dato ma “mai a pensare che quell’aria potesse stroncare la vita di mia figlia”.
Siria si è ammalata a un anno mezzo. Da allora per Francesca la cosa più difficile è stata vederla crescere e cambiare, assistere la sua malattia, ma soprattutto rispondere alle sue domande. Finché era ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova, insieme ad altri bambini, Siria era come loro. Ma d’estate quando scendeva a Taranto a trovare i nonni al mare, Siria osservava i capelli delle altre bambine e chiedeva: “Mamma perché tutti hanno i capelli e io no? Uffa anche io li voglio”. “Siria non preoccuparti, rispondeva Francesca, hai avuto un problema ma i capelli ricresceranno. E poi è estate, fa caldo, non le vedi le altre bambine come sudano con tutti quei capelli?.
Quelle estati andavano così, con Siria che rispondeva sempre: “Hai ragione mamma per quest’estate mi conviene, sto più fresca!”. Da grande Siria voleva diventare una dottoressa. D’altra parte in quegli anni vedeva e conosceva solo medici e infermieri. Come spiegarle le cause di quel pancino sempre gonfio? Quei dolori che la indebolivano? Come convincerla a subire tutte quelle cure a Genova?. “La vedi quella signora incinta? Vogliamo andare a vedere come sta questo tuo bambino? Dai, prima ci sbrighiamo e prima la mamma ti porta ai gonfiabili”, le ripeteva Francesca. E si sentiva già grande la piccola Siria quando arrotolando un pezzo di Scottex fingeva di fumare una sigaretta insieme a sua madre.
È il maggio 2009 e Siria presenta un rigonfiamento alla parte destra del collo, un occhietto le si era abbassato e il tono di voce era più flebile. Siria era in recidiva di malattia. E a luglio 2009, mentre l’azienda di proprietà dei Riva discuteva con la Regione Puglia sull’ipotesi di ridurre le emissioni di diossina a 2.5 nanogrammi per metro cubo, Siria veniva sepolta al Cimitero di San Brunone, ai piedi dell’industria.
Oggi Francesca ha lasciato Taranto. “Mi ha frantumato la vita. Non potevo restare qui, portare fiori sulla bara di mia figlia, voltarmi alle spalle e vedere il mostro che me l’ha portata via”. Lei oggi vive a Genova dove lavora anche nelle festività, pur di non tornare in quella città che non sente più sua. Ha superato l’anoressia, ha vinto ogni paura, sa che ogni dolore oggi sarà infinitamente inferiore di tutto ciò che ha già provato. E non la spegne la televisione quando mandano i servizi sull’Ilva. Lei non vuole polvere nella sua vita e sa che le polveri più pericolose sono quelle gettate da coloro che fingono di non vedere, che continuano a trascurare storie come la sua. (parallelo41)

sabato 14 dicembre 2013

L'uomo intelligente fa la cacca e il bagno nello stesso mare...

TARANTO: DEPURATORE DI DUE COMUNI INQUINA IL MARE

 La Guardia costiera di Taranto ha sequestrato un depuratore delle acque reflue urbane: si tratta di quello che serve i comuni di Pulsano e Leporano. L'impianto violerebbe le norme di tutela ambientale e nel controllo della documentazione relativa, sarebbero emerse numerose irregolarità amministrative. La Capitaneria di porto, dopo mesi di indagine, è arrivata alla conclusione che l'impianto funzionava "assenza di autorizzazione allo scarico, senza rispettare la conformità ai parametri legislativi delle acque reflue sversate in mare".
Le ipotesi di reato vanno dal danneggiamento aggravato delle acque pubbliche, il getto pericoloso di cose, il deturpamento di bellezze naturali, il superamento dei valori tabellari allo scarico in acque superficiali, ai reati contro la pubblica amministrazione, a seguito dell'interruzione di un servizio di pubblica necessità.
Il monitoraggio è stato effettuato per tre mesi dagli uomini del Nucleo difesa mare. È stata inoltre riscontrata la presenza non autorizzata all'interno dello stabilimento di un ingente quantitativo di fanghi depurati e non smaltiti. I sopralluoghi effettuati lungo la condotta, che sfocia direttamente a mare, hanno evidenziato invece la fuoriuscita di liquami di varia natura immessi direttamente nelle acque "con evidente danneggiamento - ha evidenzia ancora la Capitaneria - delle acque marine e propagazione di un forte odore nauseabondo in tutta la zona circostante".
Dagli accertamenti effettuati è stato stimato che l'impianto riceve in ingresso i reflui urbani per più di 34mila abitanti, ma è dimensionato sulla base di soli 15mila abitanti. L'intero impianto di depurazione, per una superficie pari a circa 3.500 mq e la condotta a mare di lunghezza pari a circa 41 mq, sono stati quindi sottoposti a sequestro penale con facoltà d'uso al gestore.(giornaleprotezionecivile)

Totomonnezza in regione


Nuova Aia all'Italcave. Si decide la prossima settimana

La Terra dei fuochi più che nel casertano è a Taranto, lungo una direttrice ideale che collega il quartiere Tamburi al comune di Statte. Non è un problema di Aia (Autorizzazione integrata ambientale), di norme più o meno restrittive e governanti zelanti verso il dio denaro. Temi come questi investono il livello di civiltà di una comunità, l'autorevolezza dei suoi presidi democratici
Una nuova Autorizzazione integrata ambientale per la discarica dell'Italcave, ubicata di fronte allo stabilimento Ilva. Di questo si discuterà martedì prossimo, nel corso della Conferenza dei Servizi convocata in Regione con tutti gli attori istituzionali (Arpa, impresa titolare dell'impianto e comuni di Taranto e Statte). Italcave e Mater Gratiae sono due discariche che distano pochi metri l'una dall'altra. Sempre nella zona, in prossimità del quartiere “Feliciolla”, sorge il sito della ex Matra dove sono stoccati – da diversi anni, ormai - rifiuti radioattivi.
Un inferno scientificamente costruito grazie all'insensato agire umano. Un luogo da ultimi della terra. Non esiste in nessun altro posto del Paese una così indegna concentrazione di reiterate violenze ambientali fatte patire al genere umano. La Terra dei fuochi più che nel casertano è a Taranto, lungo una direttrice ideale che collega il quartiere Tamburi al comune di Statte. Non è un problema di Aia, di norme più o meno restrittive e governanti zelanti verso il dio denaro. Temi come questi investono il livello di civiltà di una comunità, l'autorevolezza dei suoi presidi democratici. Il destino non guarda in faccia il tuo conto in banca. Spiace che corruttori e corrotti non l'abbiano ancora capito. (cosmopolis)

venerdì 13 dicembre 2013

Cominciamo bene...

Ilva:rinviati primi due interrogatori

Sono stati rinviati sine die i primi due interrogatori degli indagati nell'inchiesta per disastro ambientale a carico dell'Ilva. E' stato il legale di don Marco Gerardo (già segretario dell'ex arcivescovo mons.
Benigno Luigi Papa) e dell'ex perito del tribunale Roberto Primerano a presentare stamani istanza di rinvio alle Fiamme Gialle. Il sacerdote è accusato di favoreggiamento personale; Primerano di falso ideologico, disastro doloso e avvelenamento di acque o sostanze alimentari. (ansa)

giovedì 12 dicembre 2013

Ronchi di berlusconiana memoria: contraddire l'evidenza a testa bassa!

Comunicato stampa

   Fondo Antidiossina e PeaceLink commentano la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DL 136 ''Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali e a favorire lo sviluppo delle aree interessate''.
   Rendono noto inoltre che il 18 dicembre si svolgera' a Roma al Ministero dell'Ambiente la Conferenza dei Servizi per la messa in sicurezza della falda nell'area sotto il parco monerali dell'Ilva.
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   Con questo comunicato stampa, PeaceLink e Fondo Antidiossina intendono lanciare un grido di allarme riguardo la preoccupante situazione sanitaria, amministrativa ed ambientale di Taranto, conseguentemente  ai gravi e ripetuti incidenti di slopping, di emissioni pericolose verificatesi in questi giorni in modo particolarmente intenso.
   Ieri il nuovo decreto legge sull'Ilva e' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale; e' il Decreto decreto legge 136 riguardante "Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali e a favorire lo sviluppo delle aree interessate".
   La gravità della situazione va di pari passo con le azioni inutili del governo, che con questa decisione politica di fatto estende i poteri del Commissario e della sua struttura prorogando i termini di attuazione di eventuali messe a norma e di azioni di bonifica ed annullando l'Autorizzazione Integrata Ambientale.
   Il testo del decreto é ritenuto dalle due associazioni inaccettabile e impossibile da giustificare dinanzi al protrarsi di una situazione di assoluta emergenza.
   Tale decreto, finalizzato esclusivamente a garantire la produzione dell'ILVA, annulla l'ordinanza del GIP Patrizia Todisco che il 5 novembre 2013 ha ribadito come, nell'interesse pubblico, i fondi posti sotto sequestro dovessero garantire il principio di precauzione e non andare a confluire nelle casse dell'attuale gestione commissariale il cui solo scopo è assicurare la continuità produttiva in grave ed evidente violazione delle decisioni della magistratura e delle leggi europee.
   I vari profili di inadempimento messi in luce dal GIP, l'inesistenza di un piano industriale corroborati dal nuovo decreto vanno nel senso totalmente opposto all'attuazione di una politica che voglia risolvere la questione Taranto.
   Non risulta inoltre chiaramente definito il regime autorizzativo in cui opera lo stabilimento ILVA di Taranto, per quanto attiene all'AIA e alle autorizzazioni che al momento sembrano mancare. Il Commissario, supportato dal Governo, non ritiene cogenti le norme previste dall'AIA e continua ad operare in flagrante violazione del diritto in materia.
   La pratica di rimuovere e garantire la normativa vigente é una pratica anti-costituzionale. La giurisprudenza europea in materia di ambiente e di diritti umani prevede delle norme ineludibili come ad esempio l'articolo 2 della Convenzione dei Diritti Umani ( di cui la Repubblica Italiana é firmataria) che prevede la difesa del diritto primario alla vita, come la direttiva europea IPPC.
   Il principio del "chi inquina paga" viene posto, anch'esso, in grave pericolo visto che il Commissariamento attuale dell'ILVA insieme al Governo svuotano le casse ILVA annullando in sequestri, al solo fine di garantire la produzione in totale violazione di numerose norme. Una nuova comunicazione alle istituzioni europee, in merito al nuovo decreto, é stata effettuata stamane.
   La situazione di Taranto é arrivata ad un punto di non ritorno, il grido di allarme che questo comunicato ed i video allegati intendono lanciare, costituisce un'accusa precisa a tutti i governanti.
   Per quanto riguarda la conferenza dei servizi indetta dal Ministero dell'Ambiente, la cosa che preoccupa le associazioni e' l'intento del governo che non mira a bonificare il sottosuolo.
Se venisse cementificata la vasta area sotto il parco minerali, senza bonificare il terreno inquinato, verrebbero tombati e non rimossi gli inquinanti che hanno impregnato il sottosuolo.
   Una pratica del genere condannerebbe l'area ad uno stato di compromissione perenne del sottosuolo, mentre nel frattempo rimane irrisolta la questione della raccolta e del trattamento delle acque meteoriche che finiscono nella falda dopo aver dilavato i terreni inquinati dell'Ilva.
   Per PeaceLink e Fondo Antidiossina Taranto: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Fabio Matacchiera


Ronchi: il decreto accelera il risanamento

«Spero che i suoi critici, ora che è pubblicato, leggano attentamente questo decreto che rende disponibili, in modo legittimo e logico quindi anche costituzionale, risorse finanziarie necessarie al risanamento ambientale dell’Ilva». Lo ha dichiarato il sub-commissario Ilva Edo Ronchi, in occasione della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DL 136 “Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali e a favorire lo sviluppo delle aree interessate”.
Ronchi sottolinea anche che il decreto «accelera le procedure chiarendo che le coperture enormi dei parchi che si devono realizzare, sono volumi tecnici e quindi non devono attendere modifiche urbanistiche e dei piani regolatori per essere realizzate, che, inoltre, accelera le procedure per l’utilizzo delle aree interne non contaminate e che accelera i tempi per le valutazioni di assoggettabilità e di VIA, senza minimamente toccare le tutele ambientali» .
Per quanto riguarda il transitorio, fino all’approvazione del piano ambientale, il decreto chiarisce cosa deve fare il commissario, spiega Ronchi, e quali risultati deve garantire (almeno l’avvio del 70% delle misure AIA e assicurando che, per quanto dovuto all’ILVA, i parametri che misurano la qualità dell’aria esterna siano a norma). «Per le sanzioni del Prefetto, il decreto chiarisce –sottolinea Ronchi- che per le violazioni compiute prima del Commissariamento, paga il titolare o l’azionista di maggioranza, dopo paga l’Ilva commissariata nei casi delle violazioni previste». Per quanto riguarda il rinvio di circa 60 giorni del piano ambientale, conclude Ronchi «esso è reso necessario anche per includervi tutte le misure necessarie per completare l’Aia , producendo così un’accelerazione complessiva (prima si doveva attendere un’altra Aia per acque, rifiuti, rischi d’incidente e energia), fermo restando il termine finale di 36 mesi fissato dal precedente decreto che non cambia».
Sullo stesso argomento interviene anche l’on. Michele Pelillo. «Sono d’accordo – scrive – con Legambiente sul fatto che la proroga per l’adozione del piano ambientale e, di conseguenza, del piano industriale per l’Ilva di Taranto susciti perplessità. Proveremo, in sede di conversione del provvedimento in legge, ad accorciare questo lasso di tempo. Chiederemo al ministro Orlando, comunque, di anticipare i tempi del piano ambientale rispetto a qualunque nuovo termine».
Del decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale «valorizziamo – aggiunge Pelillo – però anche gli straordinari aspetti positivi. Il documento persegue due obiettivi importanti, la copertura finanziaria dei lavori di ambientalizzazione e la semplificazione (oltre che l’accorciamento dei tempi) delle procedure autorizzative per l’avvio dei cantieri. Con questo provvedimento i commissari sono nella facoltà di chiedere ai giudici di usare i soldi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano: un miliardo e ottocento milioni di euro. Il decreto legge, inoltre, abbrevia e semplifica l’iter burocratico delle autorizzazioni, con una compressione dei tempi e uno snellimento delle procedure. Dopo 50 anni di niente, lo Stato – attraverso l’azione del governo e del Parlamento – ci sta dando la possibilità, per la prima volta, di accettare la sfida, la scommessa di trovare l’agognato punto di equilibrio tra l’esigenza della produzione industriale e il diritto alla salute e alla vita dei tarantini. E’ una scommessa che non possiamo non accettare, non perché siamo sicuri di vincerla, ma perché è doveroso provarci. Non possiamo arrenderci senza nemmeno provarci. Per provare a vincerla, impariamo subito ad apprezzare il nuovo atteggiamento dello Stato e a realizzare una maggiore unità di intenti». (CdM)

Impariamo dagli altri!

Lunedì 16 dicembre 2013 presso la sede dell'Università degli Studi di Bari a Taranto, via Duomo, ex-caserma Rossarol, si svolgerà il convegno:

 “Taranto, dal disastro ambientale alle ecoalternative”

che ha lo scopo di dare continuità a quanto realizzato, sempre presso questa sede, il 2 luglio scorso. Nella suddetta occasione era stato rivolto l’invito a tutti gli studenti universitari a realizzare tesi su Taranto e sulla riconversione economica, in una prospettiva di sostenibilità ambientale. Furono inoltre presentati due esempi di bonifica e riconversione: la Ruhr (Germania) e Hammarby Sjostad (quartiere all’avanguardia di Stoccolma, Svezia).
In seguito alla visita al quartiere Hammarby Sjostad di Stoccolma si intende descrivere quanto appreso in seguito alla visita stessa. La visita al quartiere “green” della capitale svedese era stata appoggiata dall’ex Direttore, prof. Antonio Uricchio con un’apposita lettera di presentazione alle autorità cittadine e agli enti di ricerca, condividendone le finalità di studio.
Nell’ambito dell’incontro del 16 dicembre si intendono inoltre presentare altre tesi di laurea di studenti tarantini su problemi e soluzioni ecosostenibili.
Francesco Scialpi parteciperà con la sua tesi in Sociologia dei Consumi dal titolo "Le morti che non contano. L'Ilva a Taranto".
Deborah De Iure descriverà invece i risvolti psicologici con: "Integrazione di metodi nella ricerca psicosociale: il caso dell'Ilva di Taranto tra rappresentazioni e identità".
Adriano Fonzino porterà la sua tesi triennale in Ecologia dal titolo: "Bioaccumulazione di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in isopodi detritivori da terreni contaminati: ruolo dell'azione di fitorimediazione di Phragmites australis."
Per concludere Daniele Marescotti illustrerà con immagini e video la propria visita a Stoccolma e al quartiere riconvertito di Hammarby Sjostad e presenterà la relazione “Bonifica e riqualificazione di un quartiere inquinato: il caso di Hammarby Sjostad”.

mercoledì 11 dicembre 2013

E questa...

Ilva, porto Taranto: assolti Emilio, Fabio e Claudio Riva

Il tribunale di Taranto ha assolto «perché il fatto non sussiste» Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del Consiglio di amministrazione dell'Ilva, e altri 11 imputati dall'accusa di illecita concorrenza nelle attività di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto.
RICHIESTA CONDANNA A QUATTRO ANNI. Il sostituto procuratore Giovanna Cannarile aveva chiesto al collegio del tribunale (presidente Fulvia Misserini) per i Riva la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Il pm aveva inoltre chiesto la condanna a sei anni e sei mesi di carcere per Giampiero Gallina, di Torino, dirigente del Siderurgico con procura a gestire i pontili dati in concessione all'Ilva, che rispondeva anche di tentata estorsione, e sei anni di reclusione per Michele Fazio, di Savona, institore e componente del consiglio di amministrazione della Anchor Shipping (agenzia marittima con sede nella città ligure), accusato anche di estorsione. Condanne comprese tra quattro anni e sei mesi e due anni e sei mesi di reclusione erano state chieste per quattro componenti del consiglio di amministrazione dell'Anchor Shipping e per due rappresentanti della Navalsud, altra agenzia marittima.
PREZZI INFERIORI A QUELLI STABILITI. Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero sostenuto falsamente che l'Ilva fosse titolare di un terminal di scarico privato al porto di Taranto, dove potevano operare solo Anchor Shipping e Navalsud. Le stesse agenzie avrebbero praticato prezzi inferiori a quelli stabiliti dalle tariffe previste dalla legge per prestazioni raccomandatarie marittime.
Il tribunale non ha però ravvisato estremi di reato. Gli avvocati Carlo Petrone e Stefano Caffio, per conto dell'agenzia marittima 'Valentino Gennarini', avevano chiesto un risarcimento danni di 30 milioni di euro. (Lettera43)

Statistica (reale) da strada

La città sepolta dalla polvere dell’Ilva

“Noi non ce la meritiamo Taranto. Le città più belle del mondo lo sapete quali sono? Budapest, Bucarest e Tarant nuestr”.
Così un abitante di Taranto vecchia riassume la rabbia, non solo verso le istituzioni, ma anche nei confronti dei suoi concittadini nel documentario “Polvere – The Italian Dust”, realizzato Vincenzo Luca Forte e Giovanna Testa.
Inquinamento, tumori, corruzione, periferie disagiate, disoccupazione: lo sguardo non è puntato solo sull’Ilva, è a 360 gradi su una città umiliata, annichilita, divenuta simbolo del disastro italiano.
“Il diritto alla salute è stato sacrificato in virtù del diritto al lavoro - spiega Vincenzo Luca Forte presentando il documentario -. Si è chiesto ai cittadini di scegliere tra lavoro e salute: una falsa scelta, un ricatto subdolo”. Gli autori puntano il dito contro l’indifferenza delle istituzioni, “che si passano la palla avvelenata e si discolpano“.
Il documentario, accompagnato dalle musiche tradizionali della città e quasi tutto in dialetto tarantino per mantenere la forza e la rabbia degli interventi, ma sottotitolato in inglese per tentare di far conoscere il dramma della città anche fuori dall’Italia, sarà presentato domani alle 15 alla Camera dei deputati (Palazzo Marini) dagli autori alla presenza dei comitati cittadini e delle associazioni degli agricoltori, del presidente della Commissione di Vigilanza, Roberto Fico, altri parlamentari del Movimento 5 Stelle, giornalisti e autori.
La polvere è quella che per più di 50 anni è fuoriuscita dai camini dell’Ilva e che è entrata nei polmoni di operai e abitanti del Rione Tamburi, quartiere adiacente al polo industriale. La stessa polvere che ha contaminato la mitilicoltura e l’agricoltura, settori sui quali l’economia tarantina si è sempre fondata. Come racconta uno dei tarantini nel reportage, “lo stabilimento siderurgico è sorto proprio alle spalle del cimitero, forse già prevedevano di fare 11.850 morti”.
Nel documentario si parla anche del rapporto tra Girolamo Archinà, direttore della relazioni istituzionali dell’Ilva, e il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, anche alla luce della pubblicazione dell’intercettazione di una telefonata tra i due risalente al 2010, che tante polemiche ha scatenato.
Taranto non è però solo Ilva. C’è Taranto Vecchia, con le rovine della Magna Grecia, e il borgo marinaro abbandonato a se stesso, vittima di un’industrializzazione forzata. Ci sono le discariche, ben cinque, di rifiuti speciali, tra le più grandi d’Europa, oltre agli inceneritori.
“Puoi fermare chiunque qui in strada e chiedere se ha avuto un morto di tumore in famiglia – dice un giovane ripreso nel documentario -: tutti ti diranno di sì”. (Restoalsud)

martedì 10 dicembre 2013

Legambiente fa il punto della situazione

Decreto ILVA: inaccettabile l'ulteriore allungamento dei tempi per l'adozione del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria

Lo schema del Piano è stato reso pubblico l'11 ottobre 2013, circa un mese dopo la scadenza indicata dalla  legge 89 per la sua predisposizione e proposta al Ministro dell'Ambiente, (il termine indicato nella L. 89 è sessanta giorni dalla nomina del comitato di tre esperti incaricati della redazione).
L'11 novembre è scaduto il termine per la presentazione di eventuali Osservazioni, che avrebbero dovuto essere valutate dal comitato ai fini della definitiva proposta entro il termine di centoventi giorni dalla nomina del comitato stesso.
Dalla data di presentazione della proposta definitiva, sempre secondo la legge 89, decorrono i 15 giorni entro i quali il Piano, che equivale a modifica dell'A.I.A. - limitatamente alla modulazione dei tempi di attuazione delle relative prescrizioni - andrebbe approvato con decreto del Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Regione competente.
L'art. 7 del nuovo Decreto Ilva,  in esame in Parlamento,  stabilisce che la proposta del Ministro dell'Ambiente sia formulata "non oltre quarantacinque giorni dal ricevimento della proposta del comitato di esperti" e che il Ministro dell'Ambiente, al fine della formulazione della proposta, acquisisca il parere del Commissario straordinario e quello della Regione competente (da rendere entro sette giorni dalla richiesta, decorsi i quali la proposta del Ministro può essere formulata anche senza i pareri richiesti).
Lo stesso articolo indica inoltre che il Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria sia approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Ambiente, entro quindici giorni dalla proposta e comunque entro il 28 febbraio 2014.
Di fatto, senza alcuna motivazione, i tempi di adozione del Piano vengono posposti, rispetto alle indicazioni originarie, di oltre tre mesi.
Allo stato, tra l'altro, la proposta definitiva del comitato degli esperti non è stata resa ancora nota. (Legambiente)Pur considerando il ritardo conseguente alla pubblicizzazione solo in data 11 ottobre dello schema del Piano, riteniamo che, decorso ormai quasi un mese dalla scadenza del termine previsto per l'invio delle Osservazioni, sia necessario procedere con urgenza alla presentazione della versione definitiva del Piano stesso da parte del comitato degli esperti (che ci auguriamo accolga le Osservazioni presentate da Legambiente e protocollate con nota CSE086/2013) ed alla sua definitiva approvazione.
Solo dopo, infatti, scatterà il termine di ulteriori trenta giorni entro cui il Commissario straordinario dovrà predisporre il piano industriale che consenta la continuazione dell'attività produttiva nel rispetto delle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza contenute nel Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria. Dalla presentazione del piano industriale decorreranno poi gli ulteriori 15 giorni assegnati al Ministro dello Sviluppo Economico per la formulazione della relativa proposta e solo dopo si potrà avere l'approvazione con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
E' evidente che lo slittamento dei termini di approvazione del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria comporta inevitabilmente un ulteriore slittamento dell'adozione del Piano Industriale e quindi delle concrete indicazioni temporali ed economiche di attuazione degli interventi necessari al risanamento dello stabilimento.
E' un fatto grave: le continue proroghe stanno determinando un crollo della fiducia dei tarantini verso le istituzioni e alimentando l'angoscia di una città colpita nel suo diritto a coniugare salute, ambiente e lavoro. La certezza dei tempi di attuazione degli interventi previsti dall'AIA, unitamente al puntuale monitoraggio della qualità dell'aria e delle altre matrici ambientali, ed alla verifica dell'efficacia delle misure adottate, costituiscono una necessità assoluta.
Torniamo infine a denunciare quella che non esitiamo a definire una drammatica beffa, ossia il decreto interministeriale sulla Valutazione del Danno Sanitario (VDS) approvato definitivamente lo scorso 23 agosto che indica criteri - peraltro fortemente contestati su un recente numero di Epidemiologia e Prevenzione in un saggio di Bianchi - Forastiere – Terracini- che consentono una valutazione delle ricadute sulla salute solo ad AIA completamente attuata. Ne consegue quindi che se le misure attuate si rivelassero inefficaci a minimizzare entro i limiti consentiti l'impatto sanitario, la regione Puglia potrebbe chiedere la riapertura dell'AIA solo nel secondo semestre del 2016.
Nella legge regionale pugliese è previsto invece che la VDS sia fatta anche sulla base di proiezioni dei risultati attesi sulla salute dall'attuazione di determinate misure di protezione ambientale, proiezioni effettuate con metodiche largamente utilizzate a livello internazionale in paesi come gli USA per esempio.
Pertanto, nonostante la VDS effettuata da ARPA PUGLIA ci consegni un quadro ad AIA attuata non ancora accettabile per la salute dei cittadini, non sarà comunque possibile per la Regione Puglia (e in generale per le Regioni interessate da impianti di interesse strategico nazionale) chiedere la riapertura dell'AIA prima del 2016 e cioè solo dopo aver contato eventuali altri morti e malati a causa dell'inquinamento prodotto dagli impianti.
Chiediamo pertanto che si introducano norme che modifichino quel decreto interministeriale facendo proprie le indicazioni della legge adottata in materia dalla Regione Puglia.

Dopo Archinà... Il PD solito Partito dei Discorsi?

ILVA: PD TARANTO, DISCORSO DI RENZI DA' FORZA PER ESSERE PIU' INCISIVI SU TERRITORIO

"Il discorso di Matteo Renzi da neosegretario del PD pone l'emergenza di Taranto ai primi posti dell'agenda del Paese: questo ci dà la forza per essere sempre più incisivi sul territorio e continuare con il nostro impegno politico. Renzi ha infatti spiegato i primi punti del suo programma focalizzando la sua attenzione sulle emergenze del Paese; tra queste – insieme alla Sardegna danneggiata dal maltempo, a Lampedusa e alla 'Terra dei Fuochi' - c'è Taranto distrutta dall'Ilva. Una priorità che si raccorda con l'azione del governo. L'emergenza ambientale e sanitaria del capoluogo e della provincia ionica sono al centro degli impegni dell'esecutivo: basta ricordare le quattro leggi speciali negli ultimi 15 mesi, ultimo il decreto legge approvato dal Cdm il 3 dicembre che accelera le procedure relative alle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale, obbliga i Riva a finanziare il risanamento dell'acciaieria, abbrevia i tempi per la Valutazione di impatto ambientale e semplifica le norme urbanistiche in relazione ad alcuni progetti di risanamento della fabbrica. Ritengo che la strada intrapresa possa essere quella giusta, da una parte la necessità di ambientalizzare gli impianti del siderurgico rispettando i tempi previsti, dall’altra tenere insieme salute e lavoro, rivitalizzando nello stesso tempo il tessuto imprenditoriale del nostro territorio. Basti pensare che – è stato stimato - i lavori dell’AIA porteranno all’interno dello stabilimento Ilva altri 5000 nuovi operai. Taranto sarà il cantiere più grande d'Italia. Un ruolo da protagonista dovrà essere giocato dal nostro sistema imprenditoriale, che dovrà essere pronto ad affrontare questa nuova sfida, con competenza e professionalità. Credere nell'ambientalizzazione del siderurgico è una scommessa che noi vogliamo cogliere. Il ruolo del Partito Democratico, è e sarà quello di vigilare sui tempi di realizzazione dell'AIA e delle bonifiche. I cittadini hanno bisogno di ritrovare la fiducia e questo può avvenite solo con fatti concreti. Solo con l'avvio delle opere di ambientalizzazione potremo dire che questo territorio si sta risollevando e di aver aver ottenuto delle prime risposte. " Fabio Ligonzo Dirigente del Partito Democratico di Taranto. (AGENPARL)

lunedì 9 dicembre 2013

Buon natale alla diossina!

Sono passati poco meno di tre anni dall'emissione dell'ordinanza regionale che vieta "il  pascolo sui terreni non aventi destinazione agricola ricadenti, entro un raggio di non meno di 20 km attorno delle area industriale di Taranto.
" Nelle stesse aree - si legge nell'ordinanza del  23 febbraio 2010, n. 176 - i terreni ad uso agricolo,dovranno obbligatoriamente subire le necessarie lavorazioni per poter essere destinate al pascolo o alla produzione di alimenti per gli animali".
Eppure, nonostante l'ordinanza ancora in vigore, e nonostante l'inquinamento non sia problema risolto ma piuttosto quanto mai attuale e persistente, le pecore continuano a pascolare in quelle aree interdette, come si può notare nella foto scattata ieri 8 maggio 2013.
Nella stessa ordinanza si legge che "I Sindaci dei comuni della Provincia di Taranto interessati sono incaricati dell’osservanza della presente ordinanza ed il personale di vigilanza del Dipartimento di prevenzione della ASL TA, gli agenti di Polizia Urbana e della forza Pubblica in generale del controllo e della esecuzione".

Le pecore  pascolavano in quelle aree interdette nel quartiere Paolo VI e l'ipercoop di Taranto come il cartello indica:  brucavano quell'erba raggiunta da polvere industriale e fumi di diossina emessi in anni e anni di inquinamento industriale. Fanno infatti da sfondo i camini dell'Ilva, che zoomando la foto si vedono chiaramente. Le pecore distano 8.5 km dai camini dell'Ilva.





Le carni  o prodotti caseari di quelle pecore verranno venduti? chi garantisce che quelle pecore non siano contaminate?
Quei terreni sono o non sono contaminati?
Chi realizza i controlli e in che modo vengono effettuati?
 Chi tutela i cittadini/consumatori di Taranto?

Tutt* dovrebbero domandarselo, anche chi di Taranto non è.



Perchè la carne e i prodotti caseari possono arrivare molto, molto lontano, soprattutto in questi tempi vicini, molto vicini alle festività natalizie, dove nelle tavole degli italiani è consuetudine e tradizione mangiare carne di agnello. Non sia mai fosse alla diossina!



Visualizzazione ingrandita della mappa



Storie di monnezza e monnezze d'uomini

Ilva, pressing sulla commissione rifiuti

Un percorso studiato per mostrare i “gioielli” della fabbrica ed evitare i reparti inquinanti, una relazione che mettesse in evidenza gli investimenti realizzati in campo ambientale e qualche parlamentare amico per svolgere le pressioni giuste.
Nella fitta rete tessuta da Girolamo Archinà, l’ex public relation dell’Ilva sotto inchiesta nell’ambito di Ambiente svenduto, finì anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal 13 al 15 settembre del 2010, l’organo parlamentare arrivò in missione a Taranto. L’attività dello stabilimento siderurgico fu uno dei motivi della visita.
La circostanza mise in fibrillazione l’apparato dell’Ilva. Ma Archinà sembrava avere una soluzione per tutto. Il 10 settembre, telefona all’on. Pietro Franzoso (Pdl), tragicamente deceduto a novembre del 2011. Franzoso oltre ad essere un parlamentare della provincia di Taranto, è componente della Commissione rifiuti con funzioni di segretario. L’incontro tra i due avviene durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari. Per quanto informale, la riunione sembra sortire gli effetti desiderati tanto che il giorno dopo Archinà istruisce il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (anch’egli indagato), sui comportamenti da tenere con la Commissione. «Mi sono visto con… la persona qui (è evidente che si tratta dell’on. Franzoso – scrivono gli inquirenti)… dovremmo porre più attenzione ad alcuni interventi impiantistici che attengono l’ecologia, tipo l’impianto urea, piuttosto che un altro impianto e poi porre l’attenzione ai flussi che vanno verso l’esterno… tipo… come abbiamo fatto con la questione Pcb».
Capogrosso prende nota ed il giorno prima della visita, relaziona a Fabio Riva (anch’egli sotto inchiesta) il quale ordina «mi raccomando mettiamo tutto in ordine». Capogrosso lo tranquillizza forte delle indicazioni avute da Archinà: «avremmo messo giù un percorso… che adesso mettiamo su carta… perchè dall’informazione di Archinà noi volevamo far vedere l’impianto di Urea con la relativa gestione delle polveri… poi l’impianto di bricchette quelle di Ambruoso, che passiamo li davanti».
Nella conversazione viene fuori il nome dell’on. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione. «Ah Pecorella, quello della Franzoni», esclama Fabio Riva che forse lo confonde con l’avv. Carlo Taormina.
Ma è proprio su Pecorella che si svolge il pressing maggiore perchè, a conclusione dei lavori rilascia una dichiarazione alla stampa affermando che i costi delle bonifiche debbano gravare sui responsabili dell’inquinamento. A complicare ulteriormente le cose interviene anche il noto ambientalista Fabio Matacchiera che in quei giorni denuncia l’incompatibilità dell’on. Franzoso in seno alla Commissione perchè la moglie è l’amministratrice della Iris di Torricella (comune di residenza di Franzoso), una delle maggiori aziende dell’appalto Ilva.
Archinà quindi tenta di correre ai ripari ne parla prima con Capogrosso e poi con lo stesso Franzoso. «Il discorso che stamattina gli devo fare avere alla persona – dice a Capogrosso – il discorso se il concetto che dice il Presidente che varrebbe… è il privato che deve bonificare, allora perchè è intervenuta la Regione per bonificare le aree di Matra e Cemerad?»
Gli stessi dubbi vengono riportati al parlamentare di Torricella. Archinà gli suggerisce di «aiutare il presidente Pecorella ad essere oggettivo» ed a tal fine Archina e Franzoso concordano sul fatto che sia necessaria una precisazione sulla questione. (Tursi - CdG)

domenica 8 dicembre 2013

Boutade da Altritalia?

Una proposta per l'Ilva un polmone verde sui parchi minerari

In Puglia abbiamo avviato un percorso innovativo sul tema delle «città attive» in cui le politiche dello sport si integrano con le politiche della salute e dell’ambiente per immaginare città a misura d’uomo garantendo un’adeguata qualità della vita.
Abbiamo avviato percorsi virtuosi a Bari, a Lecce ed in altre città pugliesi ma, tutti noi, abbiamo un grande debito nei confronti di Taranto.
La città di Taranto ed il suo territorio hanno subito un’aggressione ambientale senza pari in Italia che si ripercuote drammaticamente sulla salute delle persone e sulla qualità della vita oltre che sull’ambiente devastato dai giganteschi insediamenti industriali dell’Ilva.
Le proteste dei cittadini e le conseguenti vicende giudiziarie hanno determinato finalmente l’imposizione di interventi di bonifica ambientale e di protezione dei processi produttivi in modo da creare condizioni di lavoro pulito eliminando l’inquinamento o riducendolo in maniera sostanziale. È necessario investire molto e bene ma questo investimento va considerato una compensazione, se pur minima e tardiva, all’enorme danno procurato alla popolazione e al territorio.
Purtuttavia gli interventi di bonifica vanno progettati non soltanto guardando al risultato tecnico ovvero la riduzione dell’inquinamento da polveri, ma devono anche garantire una qualità progettuale di alto profilo sul piano umano, sociale, ambientale ed architettonico. Il progetto di bonifica deve proiettarsi con lungimiranza su un percorso di riqualificazione creando un’inversione di tendenza attraverso un approccio sistemico ed integrato.
Vorrei fare un esempio concreto con riferimento al progetto per la copertura dei parchi minerari: un’area di oltre 70 ettari di minerali ferrosi e altamente inquinanti esposti ancora (e da decenni) agli agenti atmosferici provocando la dispersione delle polveri su un territorio vastissimo. La bonifica imposta dal ministero obbliga alla copertura dei questa enorme area ma il progetto proposto dall’Ilva prevede comuni coperture di tipo industriale (in sostanza grandissimi capannoni metallici).

Esiste invece un metodo diverso di progettare utilizzando la «green architecture» ovvero immaginando una copertura ecosostenibile dei parchi minerari: un’enorme copertura «verde» costituita da supporti geostrutturali per una vegetazione naturale che costituisca il più grande parco di Taranto. Forse uno dei più grandi parchi d’Italia. Le tecnologie esistono e sono ben collaudate per la realizzazione di tetti giardino e orti urbani con spessori minimi dello strato colturale vegetale che possono sostenere piante mediterranee di vario genere e perfino alberature.
Una siffatta copertura bio-tecnologica, oltre ad impedire la dispersione delle polveri minerali, potrebbe diventare un polmone verde fornendo ossigeno all’ambiente urbano in maniera naturale. Non ha paragone l’effetto estetico e l’immagine di «rinaturalizzazione» che si potrebbe determinare.
Non è fantascientifico immaginare anche di rendere praticabile e fruibile una parte dell’immensa copertura realizzando campetti sportivi e parchi giochi accessibili anche ai cittadini. Il grande parco urbano dovrà integrarsi con la città trasformando una minaccia e un luogo di morte in un luogo che simboleggi la rinascita e la rigenerazione sociale ed ambientale della città.
La bonifica dell’Ilva, sotto la guida della Regione Puglia e soprattutto dei cittadini di Taranto, dovrebbe dimostrare che vi sono metodologie e idee innovative che affrontano la riqualificazione ambientale in modo multidisciplinare guardando con rispetto agli uomini ed alle future generazioni.
Si potrebbe cogliere l’opportunità, sul piano culturale, per spiegare come sia possibile realizzare interventi di bonifica industriale con maggiore attenzione all’ambiente, alla bellezza ed alla qualità architettonica, alla sostenibilità sociale ed economica.
Sarebbe una possibilità di compensazione per l’enorme danno ambientale accusato dalla città di Taranto in questi 50 anni ma è necessario che insieme alla tecnica ed alla burocrazia vi sia grande sensibilità ambientale e una cultura tecnologica al passo con i tempi.
Elio Sannicandro - Presidente regionale del Coni e assessore all’Urbanistica ed alla qualità edilizia di Bari (GdM)

venerdì 6 dicembre 2013

La pazzia di re Giorgio...

Non ho mai ricevuto da Vendola nessuna pressione e nessuna intimidazione”. È la mattina del 28 novembre 2012 quando Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, entra nella caserma della Guardia di finanza di Taranto. I finanzieri – che indagano da due anni sull’inqui – namento dell’Ilva – hanno raccolto una mole d’intercettazio – ni che li ha ormai persuasi: Nichi Vendola, in concorso con i vertici dell’Ilva, ha fatto pressioni su Assennato per “ammorbi – dirlo”. In quelle ore, per il governatore pugliese, è sempre più vicina l’accusa di concussione, ma Assennato nega: nessuna pressione. Neanche il 15 luglio 2010 quando, secondo l’ac – cusa, fu tenuto fuori dalla porta, mentre Vendola discuteva con i Riva, e fu costretto ad aspettare per ore. Eppure un testimone di quella giornata racconta di aver incontrato Assennato con lo “sguardo rassegnato” e “la testa bassa”. Per ricostruire la vicenda, però, è necessario fare un passo indietro. La guerra contro Assennato Nell’estate 2010, l’Arpa rileva i dati del Benzo(a)pirene emessi nel rione Tamburi di Taranto: superano il limite previsto e l’Agenzia scrive una relazione durissima: chiede a Ilva di adeguare la produzione alle condizioni meteorologiche perché l’inquinamento, quando il rione è sottovento, cresce in maniera preoccupante. I Riva temono di dover diminuire la produzione. La guerra di Ilva contro il direttore generale dell’Arpa diventa furiosa. C’è posta per Nichi Archinà, il braccio destro dei Riva, lavora ai fianchi di Assennato. Si lamenta con Vendola degli scienziati che hanno redatto lo studio, Massimo Blonda e Roberto Giua, iniziando a ottenere qualche risultato. È lo stesso Assennato a chiamare Archinà, ai primi di giugno, per lamentarsi di essere stato “delegittimato”. La ragnatela di Archinà diventa di ora in ora più fitta. Il 22 giugno scrive a Fabio Riva. Sostiene che Assennato è stato sconfessato e descrive la posizione di Vendola: “Per nessun impianto Ilva si deve ipotizzare una sia pur minima restrizione”. E soprattutto: spiega che ha un accordo con il governatore. La lettera, che Ilva sta scrivendo ad Arpa, deve essere inviata, per conoscenza, anche a Vendola che “al ritorno dalla Cina affronterà direttamente la questione”. Ed effettivamente, tornato dalla Cina, Vendola chiamerà Archinà per ricordargli: “Non mi sono defilato”. Questione d’immagine Nelle stesse ore Archinà confida ai suoi: “Vendola è molto arrabbiato perché gli fanno fare brutta figura con l’opinione pubblica”. E in effetti, per il segretario di Sel, ormai lanciato in una dimensione nazionale, ammettere che l’inquina – mento in Puglia sta aumentando, può rappresentare una potente caduta d’immagine. E ora torniamo alle risposte di Assennato agli investigatori. La riunione del 15 luglio Gli inquirenti mostrano al direttore generale dell’Arpa un’internacettazione: Archinà racconta come andò, il 15 luglio 2010, la riunione tra Vendola e i Riva. “Tieni presente che già psicologicamente, ieri, è avvenuto questo: Assennato è stato fatto venire al terzo piano però è stato fatto aspettare fuori… come segnale forte…”. Assennato risponde di non ricordare “nulla, salvo che vi fu una riunione, nella quale ci fu un’anomala attesa da parte mia… non credo di aver partecipato… ma posso escludere qualsiasi pressione”. La lunga serie di “non ricordo” costa ad Assennato l’accusa di favoreggiamento personale nei confronti di Vendola: con le sue risposte, secondo l’accusa, l’ha aiutato a eludere l’imputazione di concussione. Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare due dettagli che arricchiscono il contesto di quelle ore. Le parole di Archinà, su quella riunione del 15 luglio, raccontano qualcosa in più: “Assennato è stato fatto venire al terzo piano, però è stato fatto aspettare fuori, come segnale forte… cosa che poi lui ha fatto trapelare sul Corriere del Giorno…”. Cos’è trapelato sul quotidiano locale? E soprattutto: chi l’ha fatto trapelare? “Testa bassa – scrive il cronista Michele Tursi – sguardo rassegnato. Quello che le veline non dicono riguarda il professor Giorgio Assennato”. Quel giorno in Regione si tiene la conferenza stampa per il “monitoraggio diagnostico” dell’Ilva. “Strana conferenza stampa convocata, poi revocata e poi di nuovo convocata”, racconta Tursi. “Strana – continua – l’assenza di Assennato nell’incontro con i giornalisti. Strano che fosse stato avvisato all’ultimo momento con un sms e poi lasciato fuori dalla porta…”. Il Fatto ha rintracciato il cronista che racconta: “Quella mattina, effettivamente, parlai con Assennato e non era sereno”. Agli inquirenti Assennato racconta di essere andato via, dopo la riunione tra Vendola e Riva, alla quale non partecipò, mentre il Corriere del Giorno racconta che era ancora in Regione, “rasse – gnato” e “con la testa bassa”. Secondo gli inquirenti, le pressioni di Vendola su Assennato, facevano leva sulla riconferma del suo incarico, che scadeva nel marzo 2011. Clima infuocato E proprio a ridosso di quella data avviene un altro episodio che il Fatto è in grado di ricostruire. Un episodio che non integra alcuna ipotesi di reato ma spiega il clima di quei mesi. “Arpa – racconta una fonte che preferisce mantenere l’anonimato – aveva ultimato le rilevazioni su diossina e benzo( a)pirene, quelle relative al 2010, e Assennato era pronto a diffondere i dati con un comunicato stampa: le emissioni erano ulteriormente cresciute. Vendola, quando apprese che Arpa stava per inviare il comunicato stampa, convocò una riunione informale, alla presenza degli assessori Nicastro, Fratoianni, Amati, Pelillo, Capone, più il responsabile della comunicazione, Eugenio Iorio. Vendola era allarmatissimo: telefonò ad Assennato, davanti a tutti, per ricordargli che non poteva diffondere quei dati senza confrontarsi con la Regione. Non intendeva manipolare nulla. Sia chiaro. Ma redarguì Assennato, con durezza, per dirgli che quel tipo di comunicazione andava assolutamente concordata”. Una richiesta legittima, certo, poiché l’Arpa è un ente regionale. Una richiesta che racconta in quale clima, però, è stato vissuto, da Vendola, il monitoraggio dell’i nquinamento targato Ilva. (Francesco Casula, Lorenzo Galeazzi e Antonio Massari - Mentinformatiche)

"Archiniadi" ovvero l'idolatria del potere

Taranto, Ambiente svenduto. Il pressing su Archinà dei politici del Comune

È stato definito la longa manus dei Riva, il promotore di un sistema illecito, l’uomo chiave dell’inchiesta «ambiente svenduto». Eppure la fitta rete di contatti di Girolamo Archinà, ex dirigente Ilva tornato in libertà pochi giorni fa dopo dodici mesi tra carcere e domiciliari non era costruita in modo unilaterale. I suoi numerosi rapporti non erano costruiti sulle telefonate in partenza da suo cellulare. Anzi. A cercare l’allora potentissimo dirigente Ilva erano in tanti. Troppi.

Chiedevano contributi economici, sostegno elettorale, sistemazione lavorativa o appoggi politici. Lui rispondeva a tutti: offrendo soluzioni, suggerendo percorsi, proponendo interventi e pianificando strategie. Come l’ex assessore al bilancio e oggi parlamentare del Partito democratico Michele Pelillo che secondo quanto Archinà racconta in un conversazione telefonica gli avrebbe telefonato dopo «aver fatto a pezzi l’Ilva» facendo «un discorso strano». Secondo quanto spiega Archinà al suo interlocutore in quell’incontro Pelillo punta a «ricostruire il rapporto» perché considera politicamente Ludovico Vico «un morto che cammina» e alle prossime elezioni politiche vorrebbe essere lui il candidato. Oppure come Annarita Lemma che, candidata per il Pd nel 2010 alle regionali, chiede e ottiene un incontro con Archinà. O il vendoliano d’acciaio Mino Borraccino che, però, viene quasi snobbato dal dirigente Ilva. Ma ad Archinà arrivano anche le telefonate di Alfredo Cervellera. L’allora vice sindaco di Taranto prima di candidarsi al consiglio regionale chiede all’uomo dei Riva la cessione di alcuni terreni dell’Ilva per la costruzione del polo tecnologico ambientale. Archinà sembra favorevole e suggerisce di non chiamarlo «ambientale». Il polo diventa così «tecnologico scientifico». Peccato che nel suo lo spot elettorale Cervellera indichi l’Ilva come «il male» e quel dialogo si interrompe.

Ma c’è anche il Pdl regionale nell’elenco di telefonate in entrata e in uscita. Pietro Lospinuso, ad esempio, chiede un «canovaccio» al dirigente Ilva per intervenire nella questione benzo(a)pirene che sta imperversando contro l’Ilva. L’idea del pidiellino è quella di vedersi per capire come intervenire: «facime come all’otra vote» spiega in dialetto ginosino. Non solo. Lospinuso aggiunge che la settimana prossima «c’ho Gasparri e Fitto da me» e quindi potrebbe essere opportuno ricevere un appunto. E poi c’è il piccolo esercito di assessori e consiglieri provinciali, comunali e persino circoscrizionali. Da Archinà si aspettano un aiuto anche coloro che aspirano a un posto di rilievo. Come Pietro Rusciano, consigliere comunale, convinto di diventare a breve il presidente della commissione ambiente del comune. Per Archinà «questa è una buona notizia». E infine a chiedere aiuto all’uomo dell’industria si aggiunge Gennaro De Pasquale, uomo del Pd e perito della procura nel processo per morte degli operai della fabbrica esposti all’amianto. De Pasquale cerca un sostegno in Archinà: «solo Girolamo può dire al sindaco che io faccio l’assessore all’ambiente» e nonostante il dirigente Ilva affermi «io credo che il sindaco non possa durare ancora molto: non ti bruciare», lui ribadisce: «al sindaco digli che De Pasquale è l’assessore gradito a noi». (GdM)