domenica 9 giugno 2013

Un guasto al giorno, mentre Riva ingaggia la "Maglia Rosa"


Nubi rosse, 249 casi in un anno, all'Ilva scatta il nuovo allarme

Dopo qualche giorno di relativa tranquillità, successivo al varo del decreto legge col quale il Governo ha nominato Enrico Bondi commissario dell'azienda, la questione Ilva torna in primo piano. E se non sono certo una novità gli scontri tra l'azienda e i giudici di Taranto - basta ricordare quello sulle merci sequestrate durato quasi cinque mesi - stavolta la novità è rappresentata dal fatto che il ricorso con cui, a partire da martedì, viene chiesto al Riesame di annullare il sequestro del gip, è firmato proprio da Bondi. Inoltre, debutta tra gli avvocati dell'Ilva Franco Coppi, il noto penalista romano conosciuto nel Palazzo di Giustizia di Taranto per aver difeso Sabrina Misseri nel processo relativo all'omicidio della 15enne di Avetrana Sarah Scazzi.
Quando Bondi giorni fa ha firmato il ricorso al Riesame era ancora amministratore delegato dell'Ilva, sia pure dimissionario, e il decreto legge non era stato ancora varato. Il fatto che ora il manager abbia questa duplice veste, ovvero ricorrente per conto della proprietà contro i giudici e commissario dell'Ilva su nomina del Governo, viene visto da alcune forze politiche (è il caso di Sel e del Movimento Cinque Stelle) come un elemento di conflitto.
Inoltre, contrariamente a quanto fatto per il ricorso presentato al Tribunale del Riesame di Milano contro il sequestro, sempre a carico dei Riva, di 1,2 miliardi per reati fiscali e valutari, questo rivolto al Riesame di Taranto non è stato a tutt'oggi ritirato. C'è anche da dire che stando al decreto numero 61, per il quale il 24 giugno comincerà nelle commissioni congiunte Attività produttive e Ambiente della Camera il dibattito per la conversione in legge, il magistrato deve anche provvedere "allo svincolo delle somme per le quali in sede penale sia stato disposto il sequestro anche ai sensi del decreto legislativo 231" e che queste "somme sono messe a disposizione del commissario".
Non sembra quindi azzardato prevedere come tutta la questione non si presenti facile e la relativa battaglia che ingaggeranno gli avvocati dell'Ilva. Tra i quali esordisce appunto Franco Coppi, una scelta probabilmente maturata dai Riva a fronte della complessità del caso giudiziario che li vede coinvolti. Con l'ingresso di Coppi, non solo la pattuglia dei legali dell'Ilva cresce di numero ma dovrebbe anche diversificare le sue competenze in relazione ai problemi. A quanto pare Coppi dovrebbe seguire l'azienda, mentre Marco De Luca, di Milano, che pure ha seguito tutta la vicenda del sequestro delle merci, concentrarsi invece sui problemi di Emilio Riva, il leader del gruppo siderurgico che dallo scorso 26 luglio è agli arresti domiciliari così come il figlio Nicola, mentre un altro figlio, Fabio, è soggetto a procedura di estradizione dall'Inghilterra all'Italia perché colpito già da fine novembre da ordinanza di custodia cautelare in carcere (una nuova udienza per l'estradizione è prevista proprio in questo mese).
Se tra Ilva e Magistratura rischia di riaccendersi la tensione per via del nuovo ricorso contro il sequestro da 8 miliardi nei confronti della capogruppo Riva Fire - ma l'udienza dell'11 al Riesame di Taranto segnerà solo l'avvio della discussione - nello stabilimento siderurgico di Taranto dovrebbe invece rafforzarsi un clima di tregua, sia pure temporanea. Mercoledì infatti i lavoratori dell'Ilva si vedranno accreditare lo stipendio, problema questo che nei giorni scorsi aveva creato non poche preoccupazioni in fabbrica in quanto si temeva che le retribuzioni saltassero proprio a causa del sequestro.
E invece, sia pure informalmente, l'Ilva venerdì ha assicurato ai sindacati che gli stipendi saranno puntualmente corrisposti. E sempre il 12 giugno, con inizio alle 14,30, la commissione Industria del Senato, presieduta da Massimo Mucchetti, del Pd, già vicedirettore del "Corriere Della Sera", ascolterà in audizione il procuratore di Taranto, Franco Sebastio. La commissione sta effettuando un'indagine sullo stato della siderurgia. Già nella scorsa legislatura Sebastio è stato più volte ascoltato dai parlamentari prevalentemente su aspetti legati all'Ilva, come la commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti e la commissione Lavoro del Senato.

"Il grafico degli eventi di slopping accaduti mensilmente per le due acciaierie non mostra un significativo trend a diminuire". Lo scrive, in relazione all'inquinamento dell'Ilva di Taranto, il direttore del dipartimento Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia) Maria Spartera in una lettera inviata a ministero dell'Ambiente, Ispra, Garante dell'Autorizzazione integrata ambientale all'Ilva, Procura e Prefettura di Taranto.
L'Arpa analizza "l'evento segnalato in data 27 maggio 2013 di fuoriuscita di fumi di colore rosso da un edificio industriale dello stabilimento Ilva" e precisa che "detto evento", peraltro verificatosi proprio mentre era in corso l'ispezione di Ispra e Arpa in fabbrica, "è stato dovuto ad un fenomeno di slopping occorso al convertitore numero 3 dell'acciaieria 2. Con il termine di slopping - precisa Spartera nella lettera - è denominato il fenomeno di diffusione in aria di una densa nube di particolato, dovuto all'eccessiva e incontrollata formazione di schiuma durante il soffiaggio della ghisa liquida con conseguente diffusione di tale nuvola di fumi nella parte superiore e al di fuori del capannone dell'acciaieria".
L'Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all'Ilva ordina un netto taglio dell'inquinamento provocato dall'area a caldo del siderurgico ma uno dei fenomeni più visibili, cioè lo slopping delle acciaierie, è tutt'altro che sotto controllo. Tant'è che da febbraio e dicembre scorsi sono stati registrati 240 casi. Lo segnala l'Arpa Puglia in una lettera inviata alle istituzioni e alle autorità, riferendosi all'ultimo episodio di fumi rossastri fuoriusciti dall'acciaieria 2 lo scorso 27 maggio, un episodio che se, come dice l'Arpa, non ha fatto registrare "nell'area di Taranto il superamento dei limiti di qualità dell'aria per gli inquinanti", ha tuttavia egualmente destato nuove proteste e preoccupazioni all'esterno e all'interno del siderurgico.
In relazione all'accaduto del 27 maggio, l'Ilva ha dichiarato all'Arpa e all'Ispra - scrive Maria Spartera, dirigente del dipartimento Arpa di Taranto - che "l'acciaieria 2 è dotata di un sistema intelligente detto Rams finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di slopping, ma tale sistema sarebbe stato guasto al momento dell'evento del 27 maggio". Dopo aver sottolineato che l'Aia rilasciata all'Ilva ad ottobre prevede che l'azienda intensifichi e rafforzi "una specifica procedura operativa per l'analisi affidabilistica di tipo Rams idonea a definire i criteri e i parametri operativi per l'eliminazione del fenomeno del cosiddetto slopping", l'Arpa Puglia evidenzia come dai documenti forniti dall'Ilva emerge che da febbraio a dicembre 2012 "si sarebbero verificati ben 240 fenomeni di slopping nelle due acciaierie, il che appare eccessivo per un fenomeno che dovrebbe essere in via di eliminazione". L'Ilva infine "non ha fornito alcun elemento sulla situazione precedente all'implementazione dei sistemi di controllo che consenta una verifica della loro efficienza". (Rep)

Sfilata a 5 stelle

Ilva, Movimento 5 stelle discute il futuro di Taranto, ma tiene ancora banco il caso Furnari
Non c’era Beppe Grillo, come previsto in un primo momento (“Troppo stanco dopo l’ennesima campagna elettorale”, spiegano dallo staff). Ma una decina di parlamentari del Movimento 5 stelle hanno partecipato ad un’attesa assemblea pubblica a Taranto. A tema l’Ilva: cosa fare del polo siderurgico finito nella bufera e commissariato dal governo? Ne hanno discusso con qualche centinaia di cittadini e con alcune associazioni della società civile tarantina.
A scendere in Puglia molti degli onorevoli eletti nella regione: Diego De Lorenzis – l’eletto che più da vicino ha seguito la questione – Giuseppe Brescia, Giuseppe D’Ambrosio e i senatori Barbara Lezzi e Lelio Ciampolillo. Ma anche la lucana Mirella Liuzzi e il romano Alessandro Di Battista.
Sedioline di plastica, un tavolo ed un amplificatore, si parla di Ilva, ma sullo sfondo rimane il tema di Alessandro Furnari e Giuliana Labriola. I due primi fuoriusciti dalla compagine grillina, entrambi proprio di Taranto, hanno motivato la propria uscita con un marcato dissenso sulle soluzioni che Beppe Grillo ha prospettato per l’azienda dei Riva. “Ci siamo tolti un dente, non è mai stato un problema di se ma di quando”, taglia corto un attivista. “I parlamentari ci sono tutti o ne manca qualcuno? - chiede un signore in maglietta rossa, appena eletto per il Movimento al Consiglio comunale di un paese a pochi chilometri di distanza – In questi mesi sono spesso stati contattati sulla questione Ilva, ma non si sono mai fatti vedere".
Da queste parti ‘Furnari’ è ormai diventato un aggettivo: “Abbiamo i Furnari nascosti dietro l’angolo in tutta la provincia – spiega un’attivista locale – Dobbiamo stare attenti e guardarci le spalle”. Sulla questione il meetup tarantino, il 192, è ancora silente, e così i parlamentari presenti: “Mi interessa poco la loro uscita – liquida la questione Lezzi – sono qui per parlare d’Ilva”. “Non mi preoccupa – aggiunge Ciampolillo – hanno fatto una scelta personale ma in Parlamento è pieno di parlamentari a 5 stelle”. Forse è arrivato il momento della riflessione, dopo le tante (poco concilianti) parole spese su Facebook e un comunicato stampa al vetriolo che ha lasciato qualche strascico di malumore tra i parlamentari più dialoganti.
Ma oggi è il giorno dell’Ilva, e i problemi interni al Movimento passano in secondo piano. “Ci vogliono soluzioni condivise”, spiega Lezzi, e De Lorenzis aggiunge che “bisogna ascoltare i cittadini e il parere degli esperti sulle prospettive che ci sono perché in giro per il mondo sono state trattate problematiche simili con successo”. La bussola dei grillini rimane la chiusura dell’area a caldo. “Vorremmo che fosse chiusa”, conferma Lezzi. “Dobbiamo trovare una soluzione - ha proseguito De Lorenzis - garantire i diritti dei lavoratori, sempre sacrificati in nome dei profitti della grande industria, e dare un futuro soprattutto ai bambini. Non ci si può più ammalare di lavoro”. Attacca a testa bassa Ciampolillo: “La politica fino a questo momento non ha saputo risolvere il problema, anche perché in Regione siede un poeta”.
Un tema ripreso da Lezzi, che critica la decisione del governo di procedere con la decretazione d’urgenza: “Con questo metodo non si trovano mai soluzioni soddisfacenti. Faremo ostruzionismo”. Concorda anche Brescia: “Bisogna restituire la legittimità al Parlamento, non può essere il governo a decidere. Qui si tratta di pianificare il destino di Taranto per i prossimi cinquant’anni”.
Restringendo l’arco temporale, è Ciampolillo a sintetizzare la soluzione stellata per l’Ilva: “Chiudiamo immediatamente l’area a caldo e introdurre il reddito di cittadinanza. Permetterà a tutti i cittadini di avere una garanzia di reddito, chi ha perso il lavoro e chi potrebbe perderlo. Un modo per permettere di portare avanti serenamente gli interventi di risanamento in questa città”.(HuffingtonPost)

sabato 8 giugno 2013

La presa in giro scorre sul nastro

Lettera al Presidente della Commissione Industria del Senato
Dopo aver letto le dichiarazioni sull’Ilva del senatore PD Massimo Mucchetti sono stato trascinato dall’impulso irrefrenabile di scrivergli.  Sembra che la verità sui ritardi e le inadempienze vada sempre a fondo, si perda negli abissi di una politica che dimentica o che non si informa. Ecco l’email che gli ho spedito oggi e capirete il perché dell’indignazione di tanti cittadini di Taranto.
Al Presidente della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti
Gentile Senatore, come mai non sono ancora coperti i nastri trasportatori dell’Ilva così come prevede l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)? A questa domanda lei risponde sollevando dei dubbi invece di evidenziare le responsabilità evidentissime dell’azienda. Rimango pertanto sorpreso dalle sua recenti affermazioni sull’Ilva, lì dove cita come esempio eclatante il caso dei nastri trasportatori che trasferiscono – senza essere coperti come previsto – i minerali polverulenti dal porto al parco minerali e ai vari impianti allo stabilimento siderurgico. Quei nastri trasportatori dovevano risultare già coperti dal 27 gennaio 2013 (lo prescriveva l’Autorizzazione Integrata Ambientale) per evitare il protrarsi dell’inquinamento da polveri. L’Aia era stata rilasciata tre mesi prima e dava solo tre mesi di tempo in quanto la copertura risultava già realizzata dal 2009, e quindi quei tre mesi erano solo una “proroga di cortesia” per controllare se tutto fosse a posto. E’ per questo motivo che suscitano sorpresa le sue parole che leggo sul Sole 24 Ore. Lei dichiara infatti a proposito dei nastri trasportatori dell’Ilva:
“Il tempo concesso era inizialmente 3 mesi – ricorda Mucchetti –, ma dopo 2 mesi l’azienda ha chiesto una riformulazione del periodo di esecuzione di 3 anni: sono tempi radicalmente diversi e probabilmente uno dei due è completamente sbagliato“. 
Ma veramente lei crede che possano avere sbagliato i tecnici che hanno redatto l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dopo ampio confronto tecnico con l’Ilva stessa?
Se lei prova a scaricare dal sito dell’Ilva di Taranto l’elenco delle opere realizzate nel 2009-2010 scoprirà che l’azienda vanta di aver investito 5,5 milioni di euro per effettuare la “copertura di tutte le linee nastro”.
Come mai allora i nastri non sono ancora coperti? Chi doveva controllare dal 2009 in poi? Conservo nella mia libreria un elegante volume rilegato dell’Ilva di colore azzurro in cui a pagina 6 si legge: “Gli interventi più indicativi realizzati al fine di contenere le emissioni di polveri diffuse  sono stati la recente copertura di tutte le linee nastro e l’attivazione di opportuni sistemi per la chiusura delle torri di giunzione situate lungo le stesse linee nastro”. Tale dichiarazione aziendale è tratta dal “Rapporto ambiente e sicurezza 2009″ dell’Ilva di Taranto, che lei può comodamente scaricare dal sito dell’Ilva di Taranto.
Ma lei si rende conto che ci troviamo di fronte ad una commedia all’italiana in cui si dichiarano -su carta patinata – cose non fatte? Sulla questione della mancata copertura completa dei nastri trasportatori ero già intervenuto sul Fatto Quotidiano, in cui segnalavo che l’impegno della copertura dei nastri trasportatori risaliva addirittura ad un atto di intesa del 2006 siglato con il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Come mai tanto ritardo? Ma evidentemente occorre ripetere le stesse cose, ed è avvilente.
Gentile senatore Mucchetti, qui non si tratta di vedere “chi ha sbagliato i calcoli” nel cronoprogramma Ilva, ma di capire come mai un’intera classe politica di governo, ampiamente coadiuvata da “tecnici” e consulenti ben pagati, non si sia mai accorta di queste cose e come mai ancora oggi lei non sia informato di tali gravissimi ritardi. E’ possibile che – con tutta la disponibilità di esperti di cui il Parlamento dispone – vi sfuggano ancora dati così eclatanti in una commissione parlamentare così importante? Mi consenta infine di notare che la storia dell’Ilva di Taranto è costellata di tali ritardi incredibili e di gravi “disattenzioni” (mi scusi l’eufemismo), tanto che lei stesso è caduto in un amletico dubbio. Spero che questo esempio le sia sufficiente per capire quanto i cittadini di Taranto si sentano presi in giro.
Foto: Luciano Manna/ Peacelink
Ecco in questo video realizzato da Luciano Manna dalle 19.30 alle 22.30 del 7 giugno 2013,  le emissioni diffuse e fuggitive dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. Gli impianti dell’area a caldo erano stati posti sotto sequestro dalla magistratura. In particolare – si può notare – varie “nuvole” fuoriescono dalla cokeria. Le emissioni dovrebbero fuoriuscire dai camini e non dalla base degli impianti. L’AIA doveva garantire proprio la realizzazione di interventi in modo che i fumi fuoriuscissero dai camini (emissioni convogliate) e non dal basso (emissioni diffuse e fuggitive). Questo filmato (realizzato da Luciano Manna di PeaceLink) è una dimostrazione visiva del fallimento dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Le emissioni visibili contengono in particolare gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) che sono cancerogeni e i metalli pesanti, oltre ad un PM10 particolarmente tossico. (A. Marescotti - Il Fatto quotidiano)


venerdì 7 giugno 2013

Coerenza!


M5S, LABRIOLA E FURNARI NEL GRUPPO MISTO. "IN DISACCORDO CON GRILLO SULL'ILVA"

Vincenza Labriola e Alessandro Furnari sono ufficialmente ex deputati del Movimento 5 Stelle e neo iscritti al gruppo misto alla Camera.

«Siamo i primi Liberi Cittadini a compiere questo passo». Si apre così la lettera pubblicata sul proprio profilo facebook dai deputati Alessandro Furnari e Vincenza Labriola con le spiegazioni della loro «sofferta decisione». «Tra le cause di questa scelta meditata a lungo e, comunque, dolorosa, c'è una questione di cuore: l'ILVA, i suoi drammi e il coinvolgimento della nostra Taranto a cui il MoVimento ha voltato le spalle», conclude.

«Nei giorni scorsi ci sono state delle affermazioni pubbliche di Beppe Grillo, relativamente all'Ilva, che ci trovano in totale disaccordo. Riteniamo doveroso prenderne le distanze e creare le condizioni per poter lavorare liberi e sereni per il bene della nostra Città e del Paese tutto», spiegano i due deputati tarantini.
«Noi siamo per la chiusura dell'area a caldo, per la tutela della salute e per la tutela dei lavoratori. Noi siamo dalla parte dei cittadini di Taranto che vogliono respirare aria pulita e che chiedono che venga rispettato il loro diritto alla salute e che urlano a gran voce la richiesta di abrogazione del decreto 'Salva ILVÀ - aggiungono - ciò che voglia il M5S per l'Ilva di Taranto ancora ad oggi non si è capito, forse perchè a distanza di quasi quattro anni dalla nascita del M5S ancora non esiste una posizione ufficiale sul problema ILVA. Nei giorni scorsi Beppe Grillo ha dichiarato che 'vuole i dazi doganali per contrastare la concorrenza della produzione di acciaio».
«Fino ad oggi nessun parlamentare del M5S ha avuto il coraggio di opporsi pubblicamente a questa posizione di Beppe Grillo - si lamentano Furnari e Labriola - alla manifestazione di Aprile, che c'è stata a Taranto, c'erano solamente quattro parlamentari del M5S, nonostante i nostro accorati appelli alla partecipazione, rivolti all'assemblea».
«In questi mesi ci sono state alcune decisioni calate dall'alto che di fatto hanno spezzato quel legame di fiducia che ci legava ad un sogno oramai trasformatosi in altro». «L'istituzione in cui si è trasformato è a nostro avviso incapace di sopravvivere alla disorganizzazione imperante al suo interno», aggiungono.
«Ad aggravare il nostro malessere, in questi mesi ci sono state alcune decisioni calate dall'alto che di fatto hanno spezzato quel legame di fiducia che ci legava ad un sogno oramai trasformatosi in altro», spiegano i due deputati. «Il Movimento ha rappresentato un sogno meraviglioso, noi siamo orgogliosi di credere in tutto questo; mentre l'istituzione in cui si è trasformato è a nostro avviso incapace di sopravvivere alla disorganizzazione imperante al suo interno - aggiungono Labriola e Furnari - Le idee del Movimento continueranno a vivere con noi nel Gruppo Misto, resta inteso che rimarremo fedeli alle promesse elettorali, votando in linea con il programma che abbiamo condiviso».
I due deputati pugliesi scrivono: «Avevamo ipotizzato che la presidente della Camera avrebbe comunicato la notizia del loro passaggio al gruppo Misto martedì in Aula, invece apprendiamo che la notizia è già ufficiale». «Leggiamo anche il comunicato stampa che, per un prevedibile gioco delle parti, l'ufficio stampa del M5S ha già emanato a proposito del nostro passaggio ad altro gruppo parlamentare», aggiungono. «Ecco allora che ci sembra giusto comunicare, con anticipo rispetto all'inizio della settimana prossima, il testo che avremmo preferito postare nei prossimi giorni.... Io e la mia collega Vincenza Labriola, pur rimanendo fedeli alle Idee fondanti del nostro MoVimento, abbiamo deciso di lasciare l'istituzione 'MoVimento 5 Stellè», concludono.

INSULTI SUL WEB Non sono mancate le reazioni sul web dopo l'ufficializzazione della notizie e i loro profili Facebook si sono riempiti di insulti e male parole. In molti li hanno accusati di essere dei traditori.
«Avidi e venduti», «viscidi», «schifosi», «deputati de sta mi....a», «neo Scilipotini». Gli insulti piovono copiosi da ieri, quando sul loro addio non c'era nulla di ufficiale, e riprendono con più vigore appena la notizia appare sul sito della Camera, con i loro nomi scritti nero su bianco tra i componenti del misto. Ieri notte Furnari aveva scritto che avrebbe dato spiegazioni, rigorosamente su Fb, «all'inizio della prossima settimana». Ma sulla sua bacheca i militanti 5S invitano a non darne affatto, «dimettetevi direttamente. Tutti e due».
«Scillipoti tradì per mero guadagno personale - scrive un utente - il tuo tradimento è molto più pesante, in quella città martoriata avevano fiducia in te, tu hai tradito, ancora non si capisce il perchè, ma sicuramente sarai anche tu un piccolo Scillipoti». «A Taranto non tornate», «non mettete più piede», minaccia più d'uno. «I militanti cinquestelle ti aspettano a Taranto per una festa», scrive un utente a Labriola. «Viva la diaria! Ti sei emozionata quando hai visto 20.000 netti per un mese e mezzo? - chiede un militante - che peccato buttarli». E qualcuno avverte: «Basta che non trovi la scusa dell'Ilva. Ora goditi i tuoi soldi, schifosa».  (Leggo)


Defezioni M5S, gli eletti si dividono: “Motivazioni serie”, “Ilva? Solo un pretesto”
I parlamentari a 5 Stelle commentano la decisione di Labriola e Furnari di passare al gruppo misto. Diego De Lorenzis, collega eletto in Puglia: "Le divergenze sulla questione Ilva non c'entrano. E' una polemica pretestuosa, avremmo potuto parlarne". Più cauto Walter Rizzetto: "Rispetto la loro scelta". Carla Ruocco non esclude altre defezioni per la questione soldi: "Può darsi, ma persone così è meglio perderle"

“E’ assolutamente pretestuoso parlare di Ilva per motivare la scelta di andare nel gruppo misto”. Diego De Lorenzis, deputato 5 Stelle originario di Lecce, rifiuta di entrare nel caos delle polemiche che hanno accompagnato la defezione dei due colleghi della Puglia, ma non accetta che si usi la questione di Taranto come giustificazione. “Io non capisco. Credo che siano sbagliati i termini della discussione. Se un attivista si lamenta che il gruppo non sta facendo abbastanza per un problema del suo stesso territorio, forse dovrebbe chiedersi che cosa sta facendo lui in prima persona“.
La paura ora è che l’ennesima discussione in casa 5 Stelle rischi di offuscare il lavoro e le iniziative che l’assemblea sta prendendo in Parlamento. “Domani 8 giugno, incontreremo i cittadini di Taranto per parlare del problema. Uscire a poche ore da quell’evento, ci espone a domande di stampa e cittadini che rischiano di perdere di vista il vero problema”. Alessandro Furnari e Vincenza Labriola sulla questione sono stati chiari, Beppe Grillo ha una posizione sull’Ilva che loro non condividono. Accuse che De Lorenzis dice di non riuscire a capire: “Grillo esprime delle opinioni, ma ci siamo noi in Parlamento. Abbiamo un tavolo di lavoro sulla faccenda, perché non sono venuti a confrontarsi con noi? Avremmo potuto discuterne in tranquillità”. E ora il problema è il posto vuoto che lasciano: “Io credo”, conclude De Lorenzis, “che per essere corretti avrebbero dovuto dimettersi. Ora il Movimento si trova con due deputati in meno che possono lavorare nelle istituzioni”.
Assenze, poca partecipazione e interessi che vanno oltre l’attività politica. Le polemiche stanno lentamente sotterrando l’attività dei due nuovi membri del gruppo misto alla Camera. Malumori interni che si susseguono da alcuni giorni, anche se non tutti sono d’accordo. “Io ho lavorato a fianco di Vincenza Labriola”, dice Walter Rizzetto, deputato del Friuli Venezia Giulia, “e devo riconoscere il suo impegno. Non ho mai visto nella storia della Repubblica italiana tanta confusione solo perché qualcuno dice di entrare nel gruppo misto. Stiamo esagerando“. Difende il lavoro dell’ex collega il deputato, e alla richiesta di un commento sul comunicato stampa del gruppo M5S alla Camera, che li definisce due persone che hanno fatto poco o nulla, risponde: “No comment. Davvero non mi sento di dire niente”. E conclude: “Da quello che so i due hanno intenzione di mantenere fede agli impegni presi, quindi non vedo perché non dovrebbero restituire i soldi. E’ chiaro che il loro disagio non deriva solo dall’affare Ilva, ma c’è altro. Io rispetto la loro scelta“. Parole più moderate, che cercano di nascondere quello che nella realtà è l’ennesima ferita inflitta ad un gruppo che cerca di procedere tra mille ostacoli.
I rappresentanti a 5 Stelle in Parlamento si trovano costretti ancora una volta a giustificare dissidenze e voci critiche. E al centro sembrano esserci sempre più spesso i soldi: “Può darsi che altri ci lasceranno perché non vogliono restituire indennità e diaria non rendicontata”, commenta Carla Ruocco, eletta nel Lazio, “il fatto è che ridare indietro allo Stato queste cifre così elevate è un gesto che dimostra la motivazione che ha ciascuno di noi. Io lo faccio perché credo fermamente in questo gruppo, ma non mi meraviglia che ci sia qualcuno che non riesca a farlo”. Defezioni di anelli deboli del gruppo che non condividono più gli accordi presi in camppagna elettorale? La deputata non vuole sentire ragioni e dice che parleranno i fatti: “Io non posso dire che se ne sono andati solo per i soldi. Vedremo però cosa faranno adesso. Di sicuro sono fandonie quelle che dicono che non c’è democrazia all’interno del Movimento. Persone così è meglio perderle perché non portano nessun beneficio al gruppo”.
Duro il deputato della Lombardia, Manlio Di Stefano che su Facebook li definisce “Razzi e Scilipoti”, i due deputati dell’Idv passati poi al gruppo misto e ironicamente gli augura buon lavoro. Così come Gianluca Vacca dall’Abruzzo: “La situazione è semplice: sono due ‘parassiti’, nel senso che a fronte dei tanti soldi guadagnati hanno prodotto al momento pochissimo. Evidentemente ritengono di doversene andare e le motivazioni di cui hanno parlato sono piuttosto deboli”. Il gesto però fa riflettere chi nel Movimento è da sempre stato critico: “Io dissidente?“, commenta Adriano Zaccagnini su Rai Radio Uno, “Più che altro mi trovo in un momento di difficoltà psicologica e ho bisogno di riflettere. Per decidere di andare via è troppo presto, ma devo essere sereno per poter lavorare bene e quindi io starò dove troverò serenità. Grillo ha fatto grandi cose, ma ora gli dico che bisogna fare autocritica e guardare al proprio interno”. Per esempio: ”Grillo non dovrebbe farsi prenderela mano sul suo blog con frasi o post che dividono e creano disagio e che impediscono di far passare il nostro lavoro. Anzi, gli propongo di prestarci il blog per un mese e permetterci di diffondere quello che facciamo”. (FQ)

L'associazionismo paga? Facciamo il tifo!

Legambiente chiede un risarcimento di un milione di euro a Emilio Riva e Luigi Capogrosso. Il denaro sarà utilizzato esclusivamente per il risanamento e la riqualificazione del territorio di Taranto

Chi inquina paghi!
Legambiente è stata parte civile, difesa dall'avv. Eligio Curci (socio di Legambiente), nel processo penale a carico di amministratori e dirigenti ILVA, conclusosi nel 2010 con una sentenza della Corte di Cassazione. Con tale sentenza venivano dichiarati estinti per prescrizione i reati contestati, per i quali gli imputati Emilio Riva e Luigi Capogrosso erano risultati condannati in primo grado e, parzialmente, in secondo grado.  Le imputazioni erano relative alla rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, difesa dell'aria dagli inquinamenti con prodotti nocivi e difesa contro le polveri, inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità, nonché getto pericoloso di cose. La sentenza confermava comunque la condanna inflitta agli imputati, sin dalla sentenza di primo grado, al risarcimento del danno delle parti civili costituite, tra cui Legambiente, da liquidarsi però in un giudizio separato.
Con un ricorso depositato il 6 maggio dall'avv. Massimo Moretti (anch'egli socio di Legambiente), Legambiente ha chiesto al Tribunale Civile di Taranto che, sulla scorta della condanna emessa in sede penale, gli imputati Emilio Riva e Luigi Capogrosso vengano condannati al risarcimento del danno subito dall'associazione, nella misura di un milione di euro. Il danno deriva ... dall'aver dovuto subire il grave inquinamento del proprio habitat e territorio, nonché dal permanere delle conseguenze nocive di tale attività sul territorio in cui l'associazione ha continuato a svolgere la propria azione ambientalista con grave frustrazione per il mancato raggiungimento degli scopi associativi.
Legambiente ha supportato la propria richiesta con ampia documentazione della propria attività di sensibilizzazione, denunzia e protesta relativa allo stabilimento ILVA di Taranto ed alle altre fonti inquinanti dell'area industriale, svolta, spesso in solitudine, negli anni oggetto del processo (dal 1995 al 2002). Prova dell'impegno di Legambiente nel combattere ogni forma di inquinamento è anche la costituzione di parte civile avvenuta in assenza di tutti gli enti territoriali che istituzionalmente avrebbero avuto il compito di tutelare l'ambiente e la salute dei cittadini. Quindi Legambiente ha svolto, ancora una volta, un ruolo di supplenza, assumendo sulle proprie spalle di associazione ambientalista, basata esclusivamente sul contributo volontario degli iscritti, il peso della contrapposizione con un colosso imprenditoriale di caratura internazionale.
Legambiente ha sottolineato che le somme che saranno eventualmente percepite a titolo di risarcimento saranno tutte reimpiegate per interventi di risanamento e riqualificazione nel territorio di Taranto, ad esempio in progetti di riqualificazione di aree urbane, come quello recentemente realizzato nel quartiere Salinella con il contributo gratuito di iscritti e simpatizzanti, di sostegno alla raccolta differenziata (anche per aprire nuove filiere industriali), nell'acquisto di macchinari per il controllo delle emissioni inquinanti, o ancora in interventi per il miglioramento della qualità dell'aria con l'acquisto di mezzi non inquinanti a supporto delle società di trasporto pubblico locali.
La prima udienza del processo è prevista per il prossimo ottobre.

Disinneschiamo le mine dell'Ilva

Ci sono tante storie di ricatti e soprusi.
La storia dell'Ilva la conosciamo bene ed è singolare: il ricatto si rivolge non solo agli operai dello stabilimento, ma anche alla popolazione di Taranto.
Ma ci sono storie che più di altre devono e possono essere prese da esempio per  uscire dal baratro.
E' la storia della significativa e memorabile lotta delle operaie della Valsella, fabbrica di morte perchè produttrice di mine.
Come racconta un'ex operaia Franca Faita in una lettera (che trovate qui) "fino al 1980, la Meccanotecnica (la fabbrica si chiamava così allora) produceva televisori e mobili in plastica." A causa di una crisi del settore, nel 1983, la ditta  comunica ai dipendenti che si sarebbe trasformata in un'azienda militare: nacque così la   "Valsella Meccanotecnica".
I dipendenti della "nuova" fabbrica hanno iniziato a produrre mine antipersona con aumento di stipendi, "senza bisogno di fare scioperi o proteste".
I dipendenti per 10 anni hanno lavorato con "commesse grandiose".
Poi venne la coscienza a sconvolgere la vita della fabbrica. La coscienza operaia, che pian pianino anche qui a Taranto inizia a prendere piede.
E' la coscienza che porta a domandare alla proprietà Valsella: "Per chi sono tutte queste mine?". Ma la risposta era: "Segreto militare". Ed ancora alla domanda: "Ma perché servono migliaia e migliaia di mine?". L'azienda rispondeva: "Per difendere il territorio dal nemico".

La coscienza si concretizzò in azione:
Franca con altre poche operaie, hanno iniziato una continua lotta di sensibilizzazione  dentro e fuori dei cancelli della fabbrica e in giro per l'Italia, soprattutto nelle scuole. Hanno partecipato al primo incontro internazionale contro le mine, presentandosi con  uno striscione: "Perché per lavorare e vivere dobbiamo costruire mine che uccidono?".

La stessa domanda dovrebbero porsela anche gli operai del siderurgico anche se per la verità, sono sempre di più coloro che in quella fabbrica iniziano ad agire sollecitati dalla riflessione che porta la domanda:  "Perché per lavorare e vivere dobbiamo produrre l'acciaio che uccide?"

Le operaie della Valsella hanno avuto il coraggio di richiedere la riconversione della Valsella: e la risposta che hanno avuto è stata quella del RICATTO.

 "O SI CONTINUANO A FARE LE MINE OPPURE CHIUDIAMO LA FABBRICA E VENDIAMO I BREVETTI".

Stessa risposta che ricevono oramai quotidianamente gli operai dell'Ilva.

Cosa hanno risposto le operaie della Valsella? sottraendosi al ricatto.

E non è stato semplice; tutt'altro come testimoniano le parole di Franca: " La vita in fabbrica era molto dura per noi, e soprattutto per me, perché ero controllata a vista. Ho avuto da soffrire, da sopportare." Ed ancora:  "la battaglia della Valsella" - scrive Franca - ci è costata 18 mesi di CIG e senza stipendio. Ma ne è valsa la pena".

"Dal 1994, la Valsella non ha più prodotto mine; non per volontà dell'azienda, ma per la forza nostra e di chi ci ha aiutato; per la tenacia di chi ha lottato fino a far approvare la legge 374 del 1997. Così pure la SEI ha smesso di riempire le mine di esplosivo, anche se continua a riempire di esplosivo vari tipi di bombe, nella sua sede rinnovata e potenziata di Domusnovas, in Sardegna."
Come è finita?
" Nel 1998, la Valsella è stata messa in liquidazione ed è stata prelevata da un'altra Società; è stato fatto un accordo sindacale per distruggere tutto quello che riguardava la produzione delle mine antipersona e per produrre solo prodotti civili."

"Come donna e come madre e come sindacalista" Franca si dice fiera della  battaglia portata avanti contro il ricatto padronale : "la farei di nuovo".
E prega. Prega "ancora una volta, di credere nella via della riconversione. Fare prodotti che favoriscono lo sviluppo e il benessere di tutti i popoli, anche di quelli più poveri nel mondo, questo è l'unico investimento che rende, perché genera ricchezza, sicurezza e felicità condivisa."

Ma questa storia, dal lieto fine, porta con se tanti valori e insegnamenti:  la presa di coscienza delle conseguenze sugli altri del proprio lavoro; il valore della solidarietà umana; il valore del senso del lavoro sopra ogni forma di egoismo personale; la determinazione e il coraggio di portar avanti un'idea per il bene comune.
La riconversione? anche per Taranto è possibile.

Come? disinnescando le mine dell'Ilva: le mine della corruzione dei cervelli, della distruzione di un senso di dignità, onestà e rispetto per l'altro; le mine dell'egoismo. 











La politica... al popolo con Political People!

E' una nuovissima piattaforma web, o meglio social network, per certi versi simile a twitter e facebook ma non generalista. 
Parliamo di Political people!
Ha l'obiettivo di far incontrare virtualmente i cittadini con le istituzioni - i rappresentanti politici i quali una volta ricevuto un nostro messaggio ad esempio "dal problema buche per strada a quello più imponente di un obsoleto ed inquinante stabilimento industriale", è costretto a rispondere. E la sua risposta come il nostro messaggio saranno pubblici!

Come funziona?
per il cittadino basta l' iscrizione al portale  (www.politicalpeople.com) ma allo stesso tempo Politicalpeople invita tutti gli iscritti a "metterci la faccia": utilizzando la firma digitale, e quindi non nascondendosi dietro falsi nomi, o ricorrendo all'anonimato.L'intento è quello di arrivare ad una interazione proficua e propositiva con il nostro interlocutore: il politico o l'istituzione.
Anche l'identità di questi ultimi è perfettamente trasparente perchè certificata dallo staff del social network attraverso il precaricamento di 162.000 cariche istituzionali nel database della piattaforma: si evita in questo modo il rischio di profili fittizi (i cosiddetti fake).


Abbiamo deciso con questo blog di promuovere questo nuovo strumento perchè riteniamo possa essere utile non solo a noi, ma soprattutto a voi e a tutte le organizzazioni politiche che vogliono aprire un dialogo con la propria base in un confronto non polemico o di demolizione ma sempre improntato alla proposta, allo sviluppo di tematiche o progetti, dalle amministrazioni comunali al governo nazionale.
Cosa aspetti?Partecipa, Agisci, Governa.

giovedì 6 giugno 2013

De-Clini

Ilva Taranto: Magnifici altoforni, pessimi magistrati? Una risposta a Clini

Non abbiamo mai avuto buoni rapporti con lui. E così si è tolto un sassolino dalla scarpa parlando del caso Ilva con una giornalista del Corriere della Sera (5 giugno 2013).
L’ex ministro Corrado Clini ha dichiarato che ora noi ambientalisti “invochiamo l’applicazione” dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che invece prima criticavamo. “Ricordo le polemiche contro di me degli ambientalisti e di una parte del sindacato: mi chiedevano di ritirarla perché inadeguata”, dice l’ex Ministro.
E’ strano che un dirigente del Ministero dell’Ambiente non ami gli ambientalisti. Ma lasciamo perdere questo dettaglio.
Vorrei però ricordare a Clini le ragioni per cui abbiamo duramente criticato l’Aia.
Prima di tutto l’Aia non prescrive l’adozione di “unità produttive nuove” (è la dizione tecnica contenuta nella normativa Aia) ma prolunga il ciclo di vita di impianti vecchi con un semplice “revamping”, ossia con interventi tecnologici sulla vecchia carcassa. La perizia chimica della magistratura ha evidenziato lo scarto in termini di emissioni fra le tecnologie adottate nell’area a caldo e le migliori tecnologie esistenti nel mondo. Ci saremmo aspettati che l’Aia avrebbe annullato lo scarto evidenziato, adottando quindi le tecnologie che raggiungevano le migliori prestazioni ambientali indicate dai periti della Procura. Ma così non è stato e si è scelto una soluzione ‘economica’ a metà strada tra l’esistente e il meglio. Un compromesso, insomma. Un compromesso che tuttavia l’azienda non ha neppure adottato. Quindi l’Aia non è stata rigorosamente applicata nonostante tutti gli sconti concessi. E non vedo perché noi non avremmo dovuto protestare e invocare il rispetto proprio dell’Aia criticata, tanto più che era stata scritta venendo incontro alle esigenze dell’azienda che evidentemente non ha ricambiato con eguale attenzione.
In secondo luogo l’Aia ha concesso 36 mesi per realizzare gli interventi più costosi, come la copertura del parco minerali, da cui dipende la tanto lamentata dispersione delle polveri. E’ un tempo spropositato che non ha alcuna giustificazione tecnica plausibile. In questo lasso di tempo i polmoni non vanno in vacanza.
Infine – e questo è il principale nodo del contendere – l’Aia ha concesso la facoltà d’uso a impianti che erano sotto sequestro per ragioni di tutela della salute pubblica. Una perizia della magistratura collega 386 decessi (in 13 anni) alle emissioni industriali, ossia 30 all’anno, più di due al mese. Se fossero stati fatti funzionare quegli impianti anche solo per un mese vi era una ragionevole preoccupazione di ritenere a rischio la salute e la vita di qualcuno: è il principio di precauzione che scatta in questi casi e i magistrati lo hanno applicato.
E invece si è dato via libera agli impianti e alla produzione. Con prescrizioni ‘da subito’ che risultano ad oggi in vari casi inattuate e su cui non abbiamo sentito alcuna protesta di Clini. Parliamo di prescrizioni che dovevano essere attuate già prima dell’intervento della magistratura e su cui non si può accampare alcuna scusa.
La nostra posizione era che l’Autorizzazione poteva valere solo dopo l’adozione delle prescrizioni e che gli impianti dovevano rimanere fermi finché gli interventi tecnici per il contenimento delle emissioni non fossero stati realizzati completamente. Se la mia auto avesse i freni rotti e le gomme lisce, avrei l’autorizzazione a circolare? O mi darebbero 36 mesi di tempo per mettermi a norma?
Queste sono le ragioni per cui – come dice Clini – abbiamo fatto polemica e non crediamo di avere torto.
Ha torto invece Clini quando dice – nella stesso intervista al Corriere della Sera – che i magistrati di Taranto avrebbero rallentato, con i loro interventi, la realizzazione dell’Aia. A questo punto la colpa è loro e non dell’azienda, tanto che il giornale titola: ‘L’ex ministro Clini: senza i magistrati la bonifica sarebbe iniziata prima’.
Ma Clini lo sa – tanto per fare un esempio – che i nastri trasportatori delle materie prime dal porto ai parchi minerali erano stati dichiarati tutti coperti fin dal 2009 (Rapporto Ambiente e Sicurezza 2009 a cura dell’Ilva) e poi si scopre che non è così? Era una delle prime prescrizioni che doveva risultare effettuata completamente entro il 27 gennaio 2013 in quanto si dava per scontato che fosse stata già realizzata da tempo. E come questo vi sono altro casi. Se Clini fosse oggettivo direbbe che, ben prima dell’intervento dei magistrati, l’Ilva avrebbe dovuto dimostrare di contenere le emissioni in virtù dell’Aia del 2011 concessa dal ministro Prestigiacomo. Un’Aia colabrodo, e che tuttavia è rimasta sulla carta mentre era compito del ministro Clini verificarne l’attuazione una volta ereditata dal ministro precedente.
Quindi non si può dire che i magistrati sono intervenuti ritardando gli interventi: sono intervenuti proprio per i cronici ritardi di interventi che dovevano già essere visibili e non solo sulle carte. Clini scambia l’effetto per la causa. I magistrati hanno agito perché Ilva ha tardato, non è il contrario.
Poi Clini lancia un altro affondo: “Loro avrebbero voluto chiudere la fabbrica”. L’occhiello dell’intervista sembra riferito a noi ambientalisti mentre è rivolto proprio ai magistrati di Taranto.
Vorrei ricordare a chi legge che Clini è colui il quale voleva la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Genova per le stesse ragioni per cui è ragionevole chiedere la chiusura dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. I polmoni dei bambini di Taranto non sono più resistenti dei polmoni dei bambini di Genova. E a Genova l’area a caldo è stata chiusa dalla magistratura con una perizia chimica e una epidemiologica, realizzando proprio l’auspicio di Clini.
Non vi sembra strano che Clini rifiuti a Taranto proprio la soluzione che ha chiesto per Genova? Se Clini va a caccia di contraddizioni, guardi alla trave e non alla pagliuzza che non c’è. (A. Marescotti - FQ)

mercoledì 5 giugno 2013

Legambiente e i gattopardi

Decreto commissariamento Ilva. Legambiente: Torna il gattopardismo. Troppe cose non vanno in questo decreto.
A Taranto ci sono due emergenze, la salute e il lavoro:  occorre dare risposte immediate a entrambe

"A Taranto ci sono due emergenze, la salute e il lavoro: occorre dare risposte immediate a entrambe, Il recente decreto sul commissariamento dell'Ilva sembra ancora una volta voler affrontare solo il risanamento industriale senza affrontare l'emergenza sanitaria". Così Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, ribadisce, in una conferenza stampa tenutasi a Taranto, le perplessità già espresse nei giorni scorsi in merito al decreto che dispone il commissariamento dell'ILVA. "Crediamo fosse indispensabile giungere alla scelta del commissariamento perché era ormai evidente che la famiglia Riva continuava a non operare per il risanamento dell'impianto siderurgico di Taranto."Nel decreto relativo al commissariamento ci preoccupano l'indeterminatezza del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione e di prevenzione del rischio di incidente rilevanti assegnato ai 3 esperti nominati dal ministero dell'ambiente e che "equivale a modifica dell'AIA" . Così come ci preoccupano i tempi che tra predisposizione del piano, sua approvazione, predisposizione del piano industriale e sua approvazione arrivano a ben 120 giorni. A che servono questi 120 giorni se ci sono già le prescrizioni AIA definite appena sei mesi fa dal tavolo tecnico secondo una tempistica ben definita? Servono a giustificare e a coprire i ritardi dell'azienda? A meno che non si tratti soltanto di rimodulare i tempi delle prescrizioni disattese in questi mesi, in funzione dell'entrata in azione del commissariamento: in tal caso chiediamo che la rimodulazione sia fatta assegnando tempi rapidissimi per la loro attuazione, soprattutto quelle più rilevanti per le ricadute sulla salute.
Al Governo chiediamo: chi risarcirà i tarantini che nel frattempo si ammaleranno a causa dell'inquinamento? Chiediamo con forza che l'eventuale modifica dell'AIA tenga conto della valutazione del danno sanitario e limiti la produzione autorizzata a sette milioni di tonnellate annue di acciaio così come Legambiente chiede inascoltata da anni.
A parte la scelta del commissariamento dell'Ilva, che è l'unica possibilità che il territorio pugliese ha per essere risanato senza far chiudere la fabbrica, sono diverse le cose che non vanno in questo decreto. "Nel decreto – spiega il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - si prevede la costituzione di un comitato di 3 esperti. Ci auguriamo che questi esperti svolgano anche la funzione di garanti rispetto agli interessi pubblici e che il piano di misure che dovranno definire non vada in nessuno modo ad annacquare quanto già previsto dall'AIA, ma piuttosto vada a migliorarla, riducendo ad esempio le tempistiche troppo dilatate previste per alcuni interventi, a maggior ragione ora che le risorse a disposizione del Commissario ci sono grazie al sequestro dei beni dei Riva operato dalla magistratura. Tra le altre misure da mettere in campo in questo nuovo piano è necessaria anche una riduzione della capacità produttiva autorizzata, senza la quale non sarò possibile ridurre l'inquinamento, salvaguardando l'occupazione e decidendo sulla base della valutazione del danno sanitario come richiesto dall'Arpa Puglia".
"Tornando alle risorse da mettere in campo – aggiunge Cogliati Dezza - il ministro Zanonato ha parlato di una cifra di 1,5 miliardi di euro per effettuare gli interventi previsti dalll'AIA e che non ha alcun senso. Non va fatto nessuno sconto all'Ilva. Ricordiamo al ministro, infatti, che nell'autunno scorso l'ex ministro dell'ambiente Corrado Clini aveva parlato di cifre molto più ingenti (almeno 4 miliardi di euro) e più rispondenti al vero. La restante parte rispetto agli 8 miliardi di euro sequestrati andrà utilizzata per bonificare suolo, sottosuolo, falde e aree marine inquinate dalle attività del polo siderurgico, e non è detto che bastino".
"Infine sulla scelta di Bondi come commissario - concludono Francesco Tarantini e Lunetta Franco, rispettivamente presidente di Legambiente Puglia e del circolo di Taranto – temiamo che non garantisca la necessaria discontinuità rispetto al passato anche recente visto che è stato l'ultimo amministratore delegato dell'azienda scelto dalla Famiglia Riva. Siamo sicuri che affidare un incarico così delicato a chi è stato vicino ai Riva sia la scelta giusta? Bondi sarà in grado di garantire l'interesse generale e pubblico dell'Ilva? Chiediamo pertanto di affiancare al neo commissario un comitato per la trasparenza che veda coinvolti l'Arpa, la società civile, gli enti locali con poteri veri".

Come ti risollevo uno stabilimento ma non una città

Il Governo commissaria l'Ilva, ed è una notizia oramai sulla bocca di tutt*.
Ne parlano politici, professori universitari e come è giusto cittadin* e ambientalist* di Taranto e perfino il vescovo Monsignor Santoro e "ne avevamo proprio bisogno di conoscere la sua opinione".... ironicamente s'intende!

Ne parla in positivo e c'era da aspettarselo: "Il commissariamento dell'Ilva "è sicuramente una scelta di responsabilità" (TMNews) - ma i commenti su "questa" che sarebbe "per loro" una scelta di responsabilità" in rete e non solo, sono tanti.



Tra le eccezioni:

il deputato leccese del M5S  Diego De Lorenzis intervenuto il 4.06 alla Camera dei deputati sul caso Ilva. Ha dichiarato: “L’acciaio di tutto il mondo non vale la vita di un solo bambino!”. Chiede a nome di tutto il Movimento la chiusura dell'area a caldo, "incompatibile con la salute".

Come si può pensare di bonificare lo stabilimento Ilva di Taranto e tutte le parti circostanti inquinate, e contemporaneamente mantenere attiva la fonte inquinante, appunto l'area a caldo?
Il Ministro Zanonato dovrebbe chiarirci tutte queste perplessità. Perchè ancora non lo ha spiegato. Si è limitato semplicemente a dire che l'Ilva va salvata, bonificata ma deve continuare a produrre perchè "Non è un’azienda decotta, è un’azienda che produce reddito e funziona bene..... Continuare la produzione è la condizione per mantenere l’occupazione”(ilfattoquotidiano.it)
E come se non bastasse cosa fa? nomina commissario un uomo di fiducia della famiglia Riva: Enrico Bondi....

Il movimento 5 stelle  intanto fa sapere che intende dialogare con i tarantin*: lo farà  in Piazza della Vittoria, questo sabato 8 Giugno alle ore 18: "i portavoce del MoVimento  5 Stelle parteciperanno all’incontro per ascoltare ed accogliere le istanze  e le proposte della cittadinanza al fine di presentare dei provvedimenti concreti in Parlamento" (potete leggere l'intero comunicato qui)






Interessante il post di Alessandro Marescotti sul suo personale blog de Il fatto quotidiano che racconta come si è giocata e si sta tuttora giocando la "partita Taranto-Riva" e che riassume in tre mosse.
L'ultima mossa, quella decisiva è quella dettata dal governo PD_PDL, il governo Letta: dopo il sequestro dei profitti da parte della magistratura (aggirando  cosi’ i vincoli della legge 231/2012) che tocca tutti i capitali del Gruppo Riva ad eccezione dell’Ilva di Taranto, il governo risolleva i Riva grazie ad decreto con il decreto pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale.
"Ed ecco la terza risurrezione dell’Ilva" scrive Marescotti: "Il governo Letta prevede invece che cinque esperti possano riconfigurare il percorso attuativo dell’Aia (articolo 1 comma 5) in quanto è previsto un nuovo “piano” che deve “prevedere le azioni ed i tempi necessari” per la realizzazione dell’Aia.
Ma come è possibile? Questo piano era già contenuto nell’Aia! L’Aia era gia’ completa di cronoprogramma e di ogni specifica tecnica: doveva essere solo rispettata. Gli esperti sono già presenti nell’Ispra e nell’Arpa, non ve ne è bisogno di altri. E’ il massimo della confusione e della sovrapposizione di competenze. Siamo in presenza di un papocchio che contiene la sorpresa di un grimaldello nascosto: l’Aia da rigida diventa adattabile in funzione dei “tempi necessari” alla realizzazione del “piano industriale”.
La presenza di questi tre esperti nel decreto è pertanto sospetta dato che già l’Aia era stata scritta da una commissione di esperti e veniva considerata “blindata” dalla legge 231/2012: dura lex sed lex.
Ora invece l’Aia può essere riscritta in corso di realizzazione grazie agli “esperti”.
E’ come dire: costa troppo un ponte con quattro piloni? Lo facciamo in economia con tre. E gli esperti certificano.
Il nuovo decreto che salva l’Ilva dal collasso scongela i capitali sequestrati e nomina Bondi commissario dell’Ilva. Le guance di Monti sarebbero arrossite.
E cosi’ l’amministratore delegato dell’Ilva, dimessosi da pochi giorni, ritorna in azienda con il cappello di servitore dello Stato dopo esserne uscito con il cappello di servitore dell’azienda.
Ilva ha debiti con le banche che vanno onorati prima della sua chiusura e quindi deve continuare a produrre.
Le banche non transigono, un fallimento dell’Ilva trascinerebbe nella polvere un intero sistema creditizio ed è per questo che sono scesi in campo i poteri forti. (...)
Infine ecco la questione decisiva: i prezzi delle materie prime salgono e l’offerta dell’acciaio è superiore rispetto alla domanda di mercato. Inoltre il mercato nazionale è fermo con la crisi dell’edilizia che è il primo cliente dell’acciaio grezzo. E le prospettive che rimangono aperte sono individuabili nell’Asia in crescita in cui la fa ormai da padrone l’acciaio cinese. Le abile manine che modificano le leggi quando la magistratura fa scacco matto potranno ancora cambiare – senza alcun arrossir di guance – le regole del gioco durante la partita, ma non possono cambiare l’esito di questa storia che sarà comunque scritto dall’economia globale.
Quanto potrà durare l’agonia di questi signori della “old economy”?
E quanti morti e feriti costerà alla fine questa disperata battaglia di retroguardia dei signori della politica?" Per leggere l'articolo per intero cliccare qui

Tra le eccezioni comparirebbero anche nomi di rappresentanti politici di SEL che si schierano "ora" contro le decisioni governative: preferiamo non citarli. Non sono "credibili" quei personaggi che se un giorno appaiono proni a Riva un altro gli si mettono contro.
A tal proposito, trascriviamo, per chi l'avesse dimenticata, una vecchia celebre frase del governatore pugliese che c'è rimasta nel cuore...: "«Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi. La stessa che mi ha fatto scendere in campo contro il referendum per la chiusura del ‘polmone produttivo’ della Puglia».

Come si cambia
per non morire... 
come si cambia per ricominciare.....

(sulla ambigua posizione di Vendola si consiglia la lettura di 
Vendolaparoleopereomissioni  
e VendolapronoRiva )









Il calcio per raccontare i calci alla dignità

Ilva, Riva vs Taranto 3-0. Aspettando la partita di ritorno

E’ come una partita di calcio: Riva subisce un gol e l’arbitro lo annulla.
E’ la terza volta che il governo entra nella partita e cambia le regole del gioco. Prima nel 2010 (con il dlgs 155/2010 che rimuoveva il limite al benzo(a)pirene), poi nel 2012 (con la legge 231/2012 che annullava il sequestro degli impianti ordinato dalla magistratura) e infine adesso con l’attuale decreto che dissequestra i capitali del gruppo Riva e nomina come commissario dell’Ilva un uomo di fiducia dei Riva.
Tre provvedimenti che sono stati soprannominati “Salva-Ilva” in tutte e tre le occasioni. Volete sapere come e’ andata tutta questa faccenda?
Prima mossa: Berlusconi
La “prima volta”: 13 agosto 2010. Mentre molti italiani erano sotto gli ombrelloni, il governo Berlusconi eliminava (con una norma inserita nel dlgs 155/2010) il limite sul benzo(a)pirene. Questa sostanza e’ un potente cancerogeno per i polmoni ad effetto anche genotossico (può modificare il Dna trasferito dai genitori ai figli). Da quel giorno veniva tolto il limite per un paio di anni. Ilva era salva.
E così l’Arpa Puglia, che aveva addebitato alla cokeria dei Riva la massima responsabilità nel superamento del limite in aria ambiente per tali emissioni cancerogene, veniva messa fuori gioco. Game over per l’Arpa di Giorgio Assennato.  Il gol dell’Arpa veniva così annullato e l’azienda telefonava a Vendola, che rispondeva: “Non vi preoccupate, non mi sono defilato“.
Ma la storia non finì con il decreto legislativo 155/2010 che consentiva di respirare a pieni polmoni una sostanza mortale. Anzi cominciava proprio lì la parte più scabrosa dell’inchiesta della Procura: l’investigazione sui rapporti fra i Riva e la politica. La questione ormai non riguardava più solo il formaggio alla diossina e l’aria al benzo(a)pirene, ma toccava il cuore del sistema di potere locale. Politici che chiudevano un occhio o entrambi di fronte ad un inquinamento mortale.
La vicenda della cokeria è del 2010 e da quel momento parte la controffensiva dei Riva. Un vorticoso fiume di telefonate a politici accomodanti.
Infatti la magistratura, intercettando il giro di telefonate di Girolamo Archina (portavoce Ilva), è riuscita a costruire la ragnatela di potere tessuta a Taranto attorno a chi inquinava.
Seconda mossa: Monti
Due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) stabilivano che a Taranto venivano riversati tonnellate di inquinanti: 210 chili a testa per anno.
in 13 anni risultano 386 decessi attribuibili all’inquinamento industriale.
Una stima “conservativa”, al netto di eventuali effetti confondenti (fumo, deprivazione sociale, ecc.), perché altrimenti l’eccesso di mortalità risultava di gran lunga superiore, come del resto confermato dallo Studio epidemiologico Sentieri condotto su Taranto dall’Istituto Superiore della Sanità.
Tutti dati ‘scomodi’.
L’allora ministro Clini ha denunciato il presidente dei Verdi Angelo Bonelli dopo la diffusione di quei dati che tuttavia non risultavano “manipolati” ma sono stati ulteriormente confermati e aggravati da un successivo aggiornamento dello Studio Sentieri pubblicato sulla rivista Epidemiologia e Prevenzione.
Ormai la guerra dei numeri sui dati epidemiologici era persa per il governo. Un po’ di persone venivano arrestate e occorreva un’operazione di salvataggio dopo che la magistratura aveva sequestrato tubi e coils prodotti dall’Ilva. Da quel momento il poi tutto il materiale prodotto con impianti posti privi di facoltà d’uso sarebbe stato sequestrato. I magistrati – con notevole acume – invece di spegnere coattivamente gli impianti inquinanti sequestravano il “frutto del reato”: l’acciaio prodotto (ossia quanto sfornato da impianti a cui era stata inibita con un’ordinanza la facoltà di produrre).
A questo punto arriva un fulmineo decreto di Monti, la benedizione di Napolitano e un altrettanto fulmineo “obbedisco” trasversale del Parlamento che – con poche eccezioni – converte il decreto nella legge 231/2012. Siamo nel dicembre 2012. L’azienda viene reimmessa nella facoltà d’uso degli impianti a condizione che applichi l’Aia.
L’Ilva è salva per la seconda volta.
Terza mossa: Letta
La magistratura tarantina va tuttavia avanti.
Non potendo più inibire la facoltà d’uso, non potendo più sequestrare l’acciaio, dispone il sequestro dei profitti.
Con una nuova misura cautelare dispone il ‘sequestro per equivalente’ di 8,1 miliardi di euro, frutto di ‘profitto illecito’ (secondo la tesi della magistratura). Il provvedimento (seguito a un sequestro di 1,2 miliardi di euro della magistratura milanese su capitali della famiglia Riva) tocca tutti i capitali del Gruppo Riva ad eccezione dell’Ilva di Taranto. La magistratura aggira cosi’ i vincoli della legge 231/2012.
E’ scacco matto ai Riva.
Con quella mossa si giunge a quello che viene definito il ”punto di non ritorno”. A condannare definitivamente l’Ilva e’ il mancato rispetto dell’Aia, quella “a tempi lunghi” di Clini, la ciambella di salvataggio di blande prescrizioni che l’azienda tuttavia non ha applicato proprio nei punti più onerosi e importanti.
Ed ecco la terza risurrezione dell’Ilva con il decreto pubblicato oggi in Gazzetta Ufficiale.
Il nuovo governo non ha neppure più il pudore e la cautela di Monti, che almeno salvava l’Ilva a condizione che venisse rispettata le prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale cucita su misura per l’Ilva. Il governo Letta prevede invece che cinque esperti possano riconfigurare il percorso attuativo dell’Aia (articolo 1 comma 5) in quanto è previsto un nuovo “piano” che deve “prevedere le azioni ed i tempi necessari” per la realizzazione dell’Aia.
Ma come è possibile? Questo piano era già contenuto nell’Aia! L’Aia era gia’ completa di cronoprogramma e di ogni specifica tecnica: doveva essere solo rispettata. Gli esperti sono già presenti nell’Ispra e nell’Arpa, non ve ne è bisogno di altri. E’ il massimo della confusione e della sovrapposizione di competenze. Siamo in presenza di un papocchio che contiene la sorpresa di un grimaldello nascosto: l’Aia da rigida diventa adattabile in funzione dei “tempi necessari” alla realizzazione del “piano industriale”.
La presenza di questi tre esperti nel decreto è pertanto sospetta dato che già l’Aia era stata scritta da una commissione di esperti e veniva considerata “blindata” dalla legge 231/2012: dura lex sed lex.
Ora invece l’Aia può essere riscritta in corso di realizzazione grazie agli “esperti”.
E’ come dire: costa troppo un ponte con quattro piloni? Lo facciamo in economia con tre. E gli esperti certificano.
Il nuovo decreto che salva l’Ilva dal collasso scongela i capitali sequestrati e nomina Bondi commissario dell’Ilva. Le guance di Monti sarebbero arrossite.
E cosi’ l’amministratore delegato dell’Ilva, dimessosi da pochi giorni, ritorna in azienda con il cappello di servitore dello Stato dopo esserne uscito con il cappello di servitore dell’azienda.
Ilva ha debiti con le banche che vanno onorati prima della sua chiusura e quindi deve continuare a produrre.
Le banche non transigono, un fallimento dell’Ilva trascinerebbe nella polvere un intero sistema creditizio ed è per questo che sono scesi in campo i poteri forti.
Senza alcun imbarazzo il governo si mostra all’Europa in tutta la sua italica astuzia e – dopo aver perso la battaglia sui dati epidemiologici – cerca di dare una apparenza di legalità ad una produzione a tutti i costi, tacendo se ciò possa continuare a danneggiare la salute e l’ambiente.
Ma la strada di questi salvataggi è tutta in salita.
In primo luogo l’Europa guarda la nostra commedia – cosi’ ricca di colpi di scena – e valuterà se qualcuno sta violando qualche direttiva comunitaria, ad esempio la 2004/35/CE che sancisce il principio “chi inquina paga”. Tutta questa storia infatti farà arrivare prima o poi al pettine questo nodo che, decreto dopo decreto, viene solo schivato dalla maggioranza trasversale che si è dimostrata così sollecita verso i Riva.
In secondo luogo l’opinione pubblica nazionale e internazionale ci guarda. A Taranto sono ormai giunti da tutto il mondo giornalisti e registi. Il governo può sentirsi al di sopra del comune senso del pudore. Ma l’opinione pubblica no.
In terzo luogo i Riva potrebbero dire chiaro e tondo che non hanno soldi da spendere per ammodernare l’area a caldo e che non è conveniente farlo in condizioni avverse di mercato.
Infine ecco la questione decisiva: i prezzi delle materie prime salgono e l’offerta dell’acciaio è superiore rispetto alla domanda di mercato. Inoltre il mercato nazionale è fermo con la crisi dell’edilizia che è il primo cliente dell’acciaio grezzo. E le prospettive che rimangono aperte sono individuabili nell’Asia in crescita in cui la fa ormai da padrone l’acciaio cinese. Le abile manine che modificano le leggi quando la magistratura fa scacco matto potranno ancora cambiare – senza alcun arrossir di guance – le regole del gioco durante la partita, ma non possono cambiare l’esito di questa storia che sarà comunque scritto dall’economia globale.
Quanto potrà durare l’agonia di questi signori della “old economy”?
E quanti morti e feriti costerà alla fine questa disperata battaglia di retroguardia dei signori della politica? (A. Marescotti - FQ)

E Napolitano firma anche la carta igienica!

Napolitano ha firmato il decreto: Ilva commissariata. Il governo si affida a Enrico Bondi
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato martedì sera il decreto che dispone il commissariamento dell'Ilva. Il testo, oggi in Gazzetta ufficiale, entrerà immediatamente in vigore. Tocchera' a Enrico Bondi il compito di risolvere la complicatissima partita dell'Ilva di Taranto, garantendo la continuita' industriale e, al contempo, le operazioni di bonifica previste dall'Autorizzazione Integrata Ambientale. E' infatti l'uomo dei risanamenti di Montedison e Parmalat a essere stato nominato commissario straordinario del gruppo con il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri, che congela di fatto le azioni possedute dalla famiglia Riva, proprietaria dell'acciaieria. L'incarico di Bondi ha una durata di dodici mesi e potra' essere prorogato altre due volte, per un massimo quindi di 36 mesi.
Continua il risanamento dell'ambiente - "Occorre qualcuno che sia immediatamente operativo, amministrare un'azienda di quelle dimensioni non e' qualcosa che si improvvisa", ha affermato in conferenza stampa il ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato. "Il decreto consente di tenere insieme l'attivita' produttiva che continua con il risanamento dell'ambiente e le richieste previste dall'Aia", ha aggiunto il ministro, "se l'Ilva venisse meno sarebbe una botta enorme per l'economia italiana, per non parlare della situazione occupazionale di Taranto. Mancherebbero anche le risorse per il risanamento".
Assicurata la continuita' aziendale - "L'esecutivo ha inteso far fronte a una situazione di grave emergenza e assicurare la continuita' aziendale e contestualmente la garanzia del risanamento ambientale, nel quadro determinato della situazione normativa del precedente decreto e dai provvedimenti giudiziari recenti", chiosa da parte sua il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi. Bondi avra' ora trenta giorni di tempo per predisporre un piano industriale che "consenta la continuazione dell'attivita' produttiva nel rispetto delle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza", come si legge nel testo del decreto.
Il piano sara' poi approvato con un decreto dal ministro dello Sviluppo economico - Il commissario verra' inoltre affiancato da un comitato di tre esperti, scelti dal ministro dell'Ambiente, che entro 60 giorni dalla nomina dovranno invece elaborare il programma delle misure e delle attivita' di tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione, occupandosi, in sostanza, piu' da vicino dell'allineamento delle procedure industriali alle richieste dell'Aia. Come prevede la fattispecie del commissariamento, la famiglia Riva si vede sospesa dall'esercizio dei poteri derivanti loro dalla proprieta' dell'azienda, risalente a una holding da loro controllata. "Ma non si tratta di un esproprio", ha sottolineato Zanonato, e al termine del periodo di commissariamento l'azienda tornera' ai proprietari. (Tiscali)


Ilva, il governo vara un 'salva-Ilva' bis. Ecco il decreto, Bondi commissario

"Da chiusura danni per 7,7 miliardi l'anno". Varato il provvedimento che consentirà di gestire l'azienda attuando "tutti i piani di risanamento e di ambientalizzazione, compresa l'Aia". In serata la firma di Napolitano

LEGGI - LA BOZZA DEL DECRETO

L'annuncio del decreto era stato fatto da Zanonato già al mattino al momento di entrare alla Camera dove il governo è stato chiamato a riferire sulla crisi della più grande acciaieria d'Europa. "Abbiamo deciso di convocare l'esecutivo" per la messa a punto "di un decreto che prevede il commissariamento temporaneo dell'Ilva", ha detto il ministro, sottolineando come la chiusura
della fabbrica costerebbe circa 8 miliardi all'anno": "Sei miliardi circa riguarderebbero la crescita delle importazioni - ha spiegato - 1,2 miliardi tra sostegno al reddito e minori introiti per l'amministrazione pubblica, 500 milioni per la minore capacità di spesa per il territorio".
"Il commissariamento  -  ha aggiunto il ministro -  consentirà di gestire l'azienda attuando tutti i piani di risanamento e ambientalizzazione, attuando l'Aia". La durata del commissariamento sarà fissata in 12 mesi, rinnovabili fino a 36; il testo prevede infatti che la nomina del commissario sia "prorogabile". "In sede di prima applicazione del presente decreto è nominato commissario straordinario della citata società il dottor Enrico Bondi", si legge nel testo del provvedimento. E ancora: il ministro dell'Ambiente nominerà un comitato di 5 esperti che entro 60 giorni dalla nomina stilerà "il piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione e di prevenzione del rischio di incidenti rilevanti". La scelta di Bondi, per il governatore Vendola, "lascia l'amaro in bocca": "inquinatori, bonificatori, risanatori non possono essere tutti nello stesso mazzo", ha dichiarato il presidente della Puglia che avrebbe preferito un taglio netto con il passato. Federacciai insorge: "Violata la libertà d'impresa" con "un pericoloso precedente" "sbagliato e sproporzionato" "perché per risolvere un problema di enorme complessità, rischia di fare un disastro". Sono le parole del presidente, Antonio Gozzi.
Il commissario sarà nominato dal presidente del Consiglio - è scritto nel provvedimento - entro 7 giorni dalla delibera del consiglio dei ministri, così come i sub commissari e il comitato dei 5 esperti. Al commissario spettano "tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell'impresa" ed "è sospeso l'esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell'impresa, nonché dei diritti connessi alla titolarità o al possesso delle quote o delle azioni". I compensi omnicomprensivi del commissario straordinario, dei sub commissari  e dei componenti del comitato sono determinati rispettivamente, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, "in misura non superiore al trattamento economico annuo lordo omnicomprensivo del primo Presidente della Corte di Cassazione per il primo, alla metà di tale trattamento per i sub commissari,  e non superiore al 15% del predetto trattamento per i componenti del comitato".
L'obiettivo rimane dunque quello di risanare la fabbrica e continuare a produrre milioni di tonnellate di acciaio a cui il nostro paese non può rinunciare. Il tutto nel segno delle prescrizione dettate dall'autorizzazione integrata ambientale, che l'attuale gestione ha disatteso. Proprio ieri il ministro dell'Ambiente Andrea Orlando aveva denunciato i ritardi della fabbrica nell'attuazione del programma di risanamento, varato dopo che il siderurgico è finito sotto inchiesta per disastro ambientale.

LEGGI Orlando: "Non rispetta norme per salute"

Le falle nel percorso dell'Aia sono state individuate dai tecnici dell'Ispra che hanno effettuato un sopralluogo in fabbrica a fine maggio. Tra le prescrizioni non rispettate spicca la mancata copertura dei nastri trasportatori. Un quadro che accoppiato ai sequestri disposti dalla magistratura di Taranto hanno messo di fatto in ginocchio la fabbrica che dà lavoro a oltre undicimila persone. Di qui l'intervento del governo. Già lo scorso anno, in piena bufera giudiziaria, il governo Monti aveva adotato un decreto per consentire all'Ilva di continuare a produrre. Il tutto a condizione che si mettesse mano agli impianti inquinanti, per abbattere il disastroso impatto ambientale dello stabilimento.
Quella soluzione, purtroppo, non si è rivelata efficace, spianando la strada alla nuova iniziativa governativa. "Dalle decisioni che vengono prese sull'Ilva dipende il futuro della siderurgia italiana e più in generale la credibilità del nostro paese". Il decreto del governo, ha aggiunto il ministro, interviene sulla gestione dell'ilva "attraverso la temporanea sospensione degli organi societari" e "la nomina di un commissario in modo da far convogliare le risorse al risanamento" dell'impianto. "Al termine di questa fase eccezionale, straordinaria si potranno ricostituire gli organi societari restituendo alla proprietà gestione e risorse economiche, ove ancora ne esistano". (Repubblica)

martedì 4 giugno 2013

In bozza al lupo!

Ecco la bozza del decreto salva-Ilva bis.
Si va avanti a colpi di salvagenti mentre l'equipaggio abbandona la nave.

Articolo 1
Commissariamento straordinario: Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio, può deliberare il commissariamento straordinario dell'impresa, esercitata anche in forma di società, che gestisca almeno uno stabilimento di interesse strategico nazionale ai sensi dell'art. 1 del decreto legge 3 dicembre 2012, n. 207, convertito dalla legge 24 dicembre 2012, n. 231, la cui attività produttiva abbia comportato e comporti pericoli gravi e rilevanti per l'integrità dell'ambiente e della salute a causa della inosservanza, contestata dalle Autorità competenti, dell'autorizzazione integrata ambientale, di seguito anche "Aia", o di altre disposizioni a tutela dell'ambiente e della salute.

2.
Il commissario è nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri entro sette giorni dalla delibera del Consiglio dei Ministri e si avvale di due sub commissari, di cui uno nominato dal Ministro dello sviluppo economico e l'altro dal Ministro dell'ambiente
e della tutela del territorio e del mare. Con gli stessi procedimenti si provvede all'eventuale sostituzione o revoca del commissario e dei sub commissari.

3.
Il commissariamento di cui al comma 1 ha durata massima di 36 mesi. La prosecuzione dell'attività produttiva durante il commissariamento è funzionale alla conservazione della continuità aziendale ed alla destinazione prioritaria delle risorse aziendali alla copertura dei costi necessari per gli interventi conseguenti alle situazioni di cui al comma 1. Per la durata del commissariamento sono attribuiti al commissario tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell'impresa ed è sospeso l'esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell'impresa, nonchè dei diritti connessi alla titolarità o al possesso delle quote o delle azioni. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell'assemblea sono sospesi per l'intera durata del commissariamento. Le linee di credito ed i relativi rapporti debitori, concernenti l'attività dell'azienda, oggetto di commissariamento, anche in carico a società del medesimo gruppo, sono trasferite al commissario ai sensi degli articoli 1339 e 2558 codice civile.

4.
E' garantita all'impresa, nella persona del rappresentante legale all'atto del commissariamento o di altro soggetto appositamente designato dall'Assemblea dei soci, l'informazione sull'andamento della gestione e sulle misure di cui al comma 2. I componenti degli organi di controllo decadono dall'incarico all'atto del commissariamento. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, con decreto da adottarsi entro sette giorni dall'insediamento del commissario, nomina i componenti degli organi di controllo, i quali restano in carica per la durata del commissariamento.

5.
Contestualmente alla nomina del commissario straordinario, il ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare nomina un comitato di cinque esperti, scelti tra soggetti di comprovata esperienza e competenza in materia di tutela dell'ambiente e della salute, che, sentito il commissario straordinario, predispone e propone al Ministro, entro 60 giorni dalla nomina, in conformità alle previsioni delle norme comunitarie e delle leggi nazionali e regionali, il piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione e di prevenzione del rischio di incidenti rilevanti. Il piano deve altresì prevedere le azioni ed i tempi necessari per garantire il rispetto delle prescrizioni di legge, e dell'a.i.a., la cui contestata violazione ha determinato il commissariamento. Lo schema di piano è reso pubblico , a cura del commissario, che acquisisce le eventuali osservazioni che possono essere proposte nei successivi dieci giorni, e che sono valutate dal comitato ai fini della definitiva proposta entro il termine di novanta giorni dal commissariamento.

6. Entro il termine di trenta giorni dal decreto di approvazione del piano di cui al comma 5, il commissario straordinario predispone il piano industriale di conformazione delle attività produttive che consente la continuazione dell'attività produttiva nel rispetto delle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza di cui al comma 5.

7.
Il piano di cui al comma 5 è approvato con decreto del Ministro dell'ambiente, quello di cui al comma 6 dal Ministro dello sviluppo economico, entro 15 giorni dalla loro presentazione. Il rappresentante dell'impresa di cui al comma 4 può proporre osservazioni ai predetti piani entro dieci giorni dalla loro presentazione. L'approvazione del piano di cui al comma 5 equivale a modifica dell'Aia.

8. Fino all'approvazione del piano industriale di cui al comma 6, il commissario straordinario garantisce comunque la progressiva adozione delle misure previste dall'autorizzazione integrata ambientale e dalle altre autorizzazioni e prescrizioni in materia ambientale, sanitaria, e cura la prosecuzione dell'attività di impresa nel rispetto delle disposizioni del presente comma.

9. La predisposizione dei piani di cui ai commi 5 e 6 nei termini ivi previsti, l'osservanza delle prescrizioni dei piani di cui ai medesimi commi, e, nelle more dell'adozione degli stessi piani, il rispetto delle previsioni di cui al comma 8, equivale e produce i medesimi effetti, ai fini dell'accertamento di responsabilità per il commissario e subcommissari, derivanti dal rispetto dei modelli di organizzazione dell'ente in relazione alla responsabilità dei soggetti in posizione apicale per fatti di rilievo penale o amministrativo di cui all'art. 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per gli illeciti strettamente connessi all'attuazione dell'aia e delle altre norme a tutela dell'ambiente, della salute.

10.
L'attività di gestione dell'impresa eseguita in presenza dei presupposti di cui al comma 8 e, successivamente, nel rispetto dei piani, è considerata di pubblica utilità ad ogni effetto ed il commissario non risponde delle eventuali diseconomie dei risultati, tranne che abbia agito con dolo o colpa grave.

11.
Il giudice competente provvede allo svincolo delle somme per le quali in sede penale sia stato disposto il sequestro, anche ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001, in danno dei soggetti nei cui confronti l'autorità amministrativa abbia disposto l'esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell'aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale, nonchè degli enti o dei soggetti controllati o controllanti, in relazione a reati comunque connessi allo svolgimento dell'attività di impresa.
Le predette somme sono messe a disposizione del commissario e vincolate alle finalità indicate al periodo precedente.

12. I proventi derivanti dall'attività dell'impresa commissariata restano nella disponibilità del commissario nella misura necessaria all'attuazione dell'aia ed alla gestione dell'impresa nel rispetto delle previsioni del presente decreto.

13. I compensi omnicomprensivi del commissario straordinario, dei sub commissari e dei componenti del comitato di cui al comma 5 sono a carico dell'impresa di cui al comma 1 e sono determinati rispettivamente, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, in misura non superiore al trattamento economico annuo lordo omnicomprensivo del primo Presidente della Corte di Cassazione per il primo, alla metà di tale trattamento per i sub commissari, e non superiore al 15% del predetto trattamento per i componenti del comitato.

Articolo 2
Commissariamento della s.p.a. ILVA: 1. I presupposti di cui al comma 1 dell'articolo 1 sussistono per la s.p.a. ILVA avente sede a Milano. In sede di prima applicazione del presente decreto è nominato commissario straordinario della citata società il dottor Enrico Bondi.

2. L'articolo 3, comma 1 del decreto legge 207 del 2012 è così sostituito: "Gli impianti siderurgici della società ILVA s.p.a. costituiscono stabilimenti di interesse strategico nazionale a norma dell'art.1".

Articolo 3
Entrata in vigore: Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

domenica 2 giugno 2013

Taranto a Basilicati: Torre Cardin NO GRAZIE


 Salvare l'ecomostro Pierre Cardin per salvare l'Ilva??? 
diciamo No alla proposta di Rodrigo Basilicati
diciamo: salviamo Venezia per salvare Taranto


E' stata lanciata come "soluzione per salvare l'Ilva di Taranto": in realtà dietro la proposta avanzata dal nipote del novantenne e noto stilista Pierre Cardin, l'ingegnere  Rodrigo Basilicati, di voler realizzare Palais Lumiere, noto anche come Torre Pierre Cardin, utilizzando "100 mila tonnellate di acciaio" che servirebbero "per salvare il futuro dell'Ilva", si cela il vero e solo interesse di salvare un altro ecomostro che si vorrebbe costruire alle porte di Venezia. 

L'ecomostro ha già incontrato il no da parte non dei "soliti ambientalisti", che certa stampa definisce "disfattisti".

La torre Cardin ha ricevuto le critiche del neo presidente del Fai Carandini che ha paragonato le Palais Lumiere, alle navi da crociera: sono "fuori scala" per Venezia commentando le dichiarazioni del sottosegratario ai Beni Culturali Ilaria Borletti che in occasione della sua visita all'inaugurazione della Biennale d'arte di Venezia aveva definito la torre "Bruttissima", una "struttura terribilmente invasiva".

Deve aver dato non poco fastidio al nipote di Cardin che subito  dopo ha rilanciato la proposta di salvare Taranto grazie alla costruzione della Torre.

L'ecomostro ha anche ricevuto il No da importanti personaggi pubblici di alto spessore morale e culturale come Franca Rame, Dario Fo, che insieme allo scrittore Tiziano Scarpa, la fondatrice dell'associazione Italia Nostra Desideria Pasolini Dall'Onda ,  il giurista Stefano Rodotà, il magistrato Giovanni Losavio e famosi architetti come Portoghesi e  Gregotti, gli accademici Salvatore Settis e Carlo Ginzburg,ed ancora  Carlo Ripa di Meana e tanti altri architetti e docenti veneziani come il preside di architettura Giancarlo Carnevale, Lionello Puppi (Storia dell'Urbanistica a Ca' Foscari), il rettore dell'Università di Napoli Massimo Marrelli, il consulente del Mibac Franco Miracco e la soprintendente romana Rita Paris si sono tutti schierati contro la costruzione del Palais Lumière di Pierre Cardin.

E' stato anche creato un sito "http://cardinnograzie.wordpress.com/" dove si trova l'accorato appello che ha avuto l'adesione di persone autorevoli, tra artisti, professori, storici e giornalisti: appello rivolto al Presidente della Repubblica.

Il progetto della Torre - si legge nell'appello - rappresenta "una grave offesa alla Costituzione" perchè "minaccia Venezia: la sua integrità ambientale, il suo paesaggio, la natura e la storia di un patrimonio che va tutelato e tramandato alle generazioni future".

Nell'appello si spiega dettagliatamente perchè non si vuole quella Torre: si tratta di "uno sproposito edilizio alto più di 250 metri (nulla di simile nel resto d’Italia), che si vorrebbe costruire da parte di privati lì dove un tempo c’era la grande area industriale di Porto Marghera: che per uscire dal suo pluridecennale declino di molto avrebbe bisogno, ma non certo di un “asso piglia tutto”, che agirebbe solamente in funzione della sua natura di “predatore” economico e finanziario.
Tutto questo accade al di fuori di ogni regola e consuetudine di pianificazione territoriale, e ciò a riprova di intenti speculativi che nulla garantiscono in relazione alla sempre contrastata rinascita economica, sociale e culturale di Porto Marghera."
Ed ancora si legge nell'appello: "Coloro che sostengono il progetto della colossale Torre esibiscono motivazioni che ricordano gli alibi politici all’origine delle impressionanti devastazioni di contesti storici, sia urbani che paesaggistici, di molte parti d’Italia negli anni del cosiddetto “abusivismo di necessità. È per tutte queste ragioni, signor Presidente, che Le esprimiamo la nostra grave preoccupazione, e che Le chiediamo di vegliare perché a Venezia gli interessi privati e un malinteso culto del profitto non calpestino mortalmente la legalità costituzionale."

Tutti questi interessi privati e un malinteso culto del profitto hanno non solo calpestato fin da troppo tempo territori  feriti come  Marghera e Taranto, ma continuano a rivolgere verso questi fragili territori le loro armi del ricatto occupazionale.

Il solo che spingerebbe ancora tantissime persone strette nella morsa del "lavoro a tutti i costi", a convincersi della via "buona e giusta" lanciata da Basilicati senza capire che trattasi soltanto di specchio per allodole per ingannare ancora una volta i tarantini.

Ecco perchè DIRE NO alla Torre Cardin significa non solo salvare Venezia ma anche salvare Taranto. 


 Titolo: il vaso di Pandora Pierre Cardin
(l'immagine è stata presa da cardinnograzie)