Difesa: con tagli futuro incerto per arsenale Marina di Taranto
Dopo l'Ilva, altre nubi
all'orizzonte per l'economia e l'occupazione a Taranto. Una
serie di tagli e riduzioni sono anche previsti nella Difesa,
che storicamente, tra Marina militare e Aeronautica, e' uno dei
punti di riferimento della citta' con importanti ricadute in
termini di posti di lavoro. Secondo una valutazione del Cocer,
l'organo della rappresentanza dei militari, nei prossimi anni
Taranto, tra militari e civili, potrebbe perdere circa 2mila
addetti, mentre a livello nazionale tutta la Difesa perderebbe,
entro il 2026, 30mila militari e circa 10mila civili.
A Taranto, sottolinea il Cocer, la riduzione e' il frutto
di due cause che si incrociano tra loro: la riforma Di Paola,
dal nome dell'ex ministro della Difesa nel governo Monti, e il
processo di spending rewiew che interessa anche le strutture
delle Forze armate. Nella "cura dimagrante" che si annuncia per
la Difesa a Taranto a seguito della spending rewiew e della
riforma voluta dall'ex ministro Giampaolo Di Paola - riforma
finalizzata anche a riallocare sugli investimenti e
sull'esercizio maggiori risorse che oggi, invece, sono
destinate per il 70 per cento al personale -, e' a rischio
l'Arsenale della Marina Militare. Costruito oltre cento anni
fa, l'Arsenale e' probabilmente la struttura che, insieme alla
base navale, piu' evidenzia la caratteristica di Taranto come
cittá sede di importanti insediamenti militari. Circa 1200 sono
oggi i dipendenti dell'Arsenale (oltre un migliaio civili), che
si occupa della manutenzione delle navi della Marina.
Problema, quest'ultimo, che rimanda ad altre due questioni:
la prima e' che la flotta della Marina - peraltro non tutta
dislocata a Taranto - sta invecchiando, tant'e' che i vertici
della stessa Marina, di recente, hanno detto in Parlamento che
c'e' bisogno di uno stanziamento di 10 miliardi in dieci anni
per sostituire le navi che usciranno progressivamente dal
ruolo operativo; la seconda e' che lo stesso Arsenale mostra da
tempo tutti i segni degli oltre cento anni di vita, dai bacini
alle officine e ai capannoni. Il piano "Brin" per
l'ammodernamento infrastrutturale sinora e' andato avanti al
rallentatore - come hanno anche denunciato i sindacati dei
dipendenti civili e quelli dei metalmeccanici delle imprese
dell'indotto - a causa dell'assenza di finanziamenti. Adesso la
riforma dell'ex ministro Di Paola prevede che entro il 2015
l'Arsenale militare di Taranto - uno dei due principali della
Marina, l'altro e' a La Spezia - sia "riconfigurato", ovvero
che i lavori alle navi si facciano con personale interno mentre
oggi una quota delle attivita' va alle imprese appaltatrici. Ma
la "riconfigurazione", a sua volta, necessita del turnover del
personale, che da anni e' sostanzialmente fermo,
dell'ammodernamento del naviglio, del rilancio della formazione
e della riqualificazione professionale col reperimento delle
risorse necessarie, della prosecuzione degli interventi su
impianti e infrastrutture. Tutte prioritá che la Difesa segnala
di nuovo al Governo, che la Marina piu' volte, negli anni
precedenti, aveva evidenziato per conto suo, ma che oggi
appaiono di difficile realizzazione proprio per l'assenza di
risorse.
"La situazione economica di Taranto non ha bisogno di altri
tagli lineari ma la spending review sta per raggiungere anche
il comparto della Difesa. Era una delle poche certezze: si
tratta di lavoro, formazione, logistica, economia". Lo dicono,
in una nota congiunta, i consiglieri regionali della Puglia
Arnaldo Sala del Pdl, Annarita Lemma del Pd e Alfredo
Cervellera di Sel con riferimento agli annunciati tagli nel
settore della Difesa e alle incertezze sul futuro dell'Arsenale
della Marina. Per i tre consiglieri regionali pugliesi, "se da
un lato non si assiste, ancora, alle auspicabili dismissioni di
porzioni di territorio (soprattutto di costa) di fatto
inutilizzati dopo lo spostamento della base navale da Mar
Piccolo a Mar Grande, dall'altro lato il piano di
ridimensionamento approvato dal governo Monti (ministro Di
Paola) tratteggia il trasferimento di migliaia di addetti (tra
formatori, volontari di truppa e aspiranti sottufficiali) da
Taranto ad Ancona (Marina Militare) e da Taranto a Caserta
(Aeronautica). Un danno enorme all'economia locale"
sottolineano i consiglieri regionali della Puglia.
"Le chiusure sostanziali dei centri di addestramento, se
confermate - proseguono Sala, Lemma e Cervellera -,
provocherebbero effetti pesanti sul tessuto economico e sociale
di una citta' gia' piegata su se stessa per la crisi
industriale e per il noto allarme sanitario che purtroppo
segnano questa travagliata fase della storia tarantina.
Verrebbe meno - si aggiunge - una cospicua fetta di utenza per
le attivita' quotidiane commerciali: dalle vendite al dettaglio
alle forniture, dalla ristorazione alle strutture ricettive.
Taranto non puo' permetterselo. Per questa ragione -
concludono i consiglieri regionali - chiediamo al Governo di
valutare la revisione dei piani tracciati dall'esecutivo
precedente". Sullo stesso tema, infine, il deputato del Pdl,
Gianfranco Chiarelli, ha chiesto a Palazzo Chigi la
riconvocazione del "Tavolo istituzionale" per Taranto anche in
considerazione degli altri punti di crisi, oltre all'Ilva,
della citta' e della provincia: appalti comunali, Cementir e
Natuzzi. (AGI).
domenica 14 luglio 2013
Siamo sicuri che Taranto sia in Europa?
"Taranto è in Europa!" A Giurisprudenza convegno sul decreto Salva-Ilva
Martedì 16 luglio 2013 - Sala delle lauree Facoltà di Giurisprudenza
Ore 9.30
LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SULL'ILVA DI TARANTO
Saluti:
Luciano D'Amico Rettore Università degli Studi di Teramo
Maria Floriana Cursi Preside Facoltà di Giurisprudenza
Intervengono:
Stelio Mangiameli Università degli Studi di Teramo
Paolo Dell'Anno Università "Bocconi" di Milano
Paolo Pascucci Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo"
Nicola Selvaggi Università Mediterranea di Reggio Calabria
Presiede e conclude :Antonio D'Atena Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Ore 15.30
L'AMBIENTE, LO STATO E L'UNIONE EUROPEA: A PARTIRE DA TARANTO
Con la partecipazione dell'on. Aldo Patriciello, Parlamento Europeo - Commissione Industria, Ricerca e Energia
Introduce: Giovanni Luzii Presidente Consorzio Punto Europa - Centro Europe Direct Teramo
Apre i lavori: Enzo Di Salvatore Università degli Studi di Teramo
Intervengono:
Pia Acconci Università degli Studi di Teramo
Claudio Censoni Comitato abruzzese per la difesa dei beni comuni
Stefano Ciafani Vicepresidente nazionale Legambiente
Eligio Curci Avvocato Legambiente
Cristina Dalla Villa Università degli Studi di Teramo
Carlo Di Marco Università degli Studi di Teramo
Stefano Ficorilli Avvocato WWF
Giuseppe Laneve Università degli Studi di Macerata
Francesco Nevoli Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti - Taranto
Annalisa Pace Università degli Studi di Teramo
Tommaso Pagliani Consorzio "Mario Negri Sud"
Corrado Pasquali Università degli Studi di Teramo
Lucia Sciannella Università degli Studi di Teramo
Presiede e conclude: Angela Musumeci Università degli Studi di Teramo
sabato 13 luglio 2013
Palazzo Pantaleo: il museo delle vergogne
Taranto, tangenti al Comune sette avvisi di garanzia per truffa e corruzione
Nel corso della perquisizione, però, i militari avrebbero rinvenuto documentazione tale da far compiere un clamoroso salto di qualità all’inchiesta, accreditando l’ipotesi di corruzione poi formalizzata l’altro giorno, quando i finanzieri sono piombati nelle abitazioni e negli uffici dei funzionari pubblici, compiendo una ispezione finalizzata ad accertare se davvero, come sembrerebbe da alcune carte sequestrate nei giorni precedenti, gli imprenditori hanno corrotto i loro interlocutori e controllori tramite lavori eseguiti nelle rispettive proprietà, senza alcun corrispettivo. (GdM)
Corruzione, truffa aggravata,
ricettazione. Sono i reati ipotizzati dal sostituto procuratore Enrico
Bruschi in una indagine, delegata al Nucleo di polizia tributaria della
Guardia di Finanza, che rischia di provocare un vero e proprio terremoto
a Palazzo di Città.
Sono sette gli avvisi di garanzia che il magistrato
titolare dell’inchiesta ha dovuto firmare per consentire ai finanzieri
guidati dal tenente colonnello Giuseppe Micelli di compiere al meglio la
loro attività, pur correndo il rischio di scoprire parzialmente le
carte.
Nel mirino sono finiti gli imprenditori Pietro Galiuto,
71 anni, e suo figlio Antonio, 42 anni, entrambi difesi dall’avvocato
Gaetano Vitale. I due Galiuto sono titolari di di due aziende (Volpe e
Geoga) che hanno svolto numerosi lavori pubblici per conto del Comune di
Taranto, soprattutto in città vecchia. Nell’isola, infatti, le imprese
in questione si sono occupate, tra l’altro, della ristrutturazione di
palazzo Pantaleo, il contenitore culturale ubicato nei pressi della
chiesa di San Domenico. L’edificio è stato restituito alla fruizione dei
cittadini nel marzo scorso, dopo lavori per 3,6 milioni di euro,
finanziati dai fondi Urbani II, con quota di partecipazione comunale, e
diretti dall’architetto Enzo La Gioia, responsabile per il Comune
dell’ufficio di Area Vasta.
Proprio La Gioia, difeso dall’avvocato Egidio Albanese, è
uno degli altri cinque indagati: assieme all’ex presidente dell’ordine
degli architetti di Taranto, sotto i riflettori delle Fiamme Gialle sono
finiti il geometra Antonio Mancini, funzionari dell’ufficio comunale
Risanamento Città vecchia già coinvolto nell’inchiesta sul tartarugaio,
il funzionario dei lavori pubblici Marcello Traversa, e Francesco
Scialpi.
L’inchiesta avrebbe preso le mosse da un dettagliato
esposto presentato da un ex dipendente dei Galiuto e concernenti le
modalità di realizzazione dei lavori oggetto di appalto, lavori
riguardanti non solo Palazzo Pantaleo ma anche ulteriori interventi
fatti in città vecchia. Lo scorso 4 luglio i finanzieri hanno eseguito
una approfondita perquisizione negli uffici delle imprese dei Galiuto,
procedendo inizialmente per l’ipotesi di reato di truffa aggravata ai
danni dello Stato.Nel corso della perquisizione, però, i militari avrebbero rinvenuto documentazione tale da far compiere un clamoroso salto di qualità all’inchiesta, accreditando l’ipotesi di corruzione poi formalizzata l’altro giorno, quando i finanzieri sono piombati nelle abitazioni e negli uffici dei funzionari pubblici, compiendo una ispezione finalizzata ad accertare se davvero, come sembrerebbe da alcune carte sequestrate nei giorni precedenti, gli imprenditori hanno corrotto i loro interlocutori e controllori tramite lavori eseguiti nelle rispettive proprietà, senza alcun corrispettivo. (GdM)
venerdì 12 luglio 2013
La rivolta dei pollicini
Immobili deprezzati, 140 in causa
Sono 140 le cause intraprese nei confronti dell’Ilva, dell’ex presidente Emilio Riva e dell’ex direttore Luigi Capogrosso (coinvolti nell’inchiesta per disastro ambientale), per chiedere il risarcimento per il deprezzamento commerciale subito dal proprio immobile a causa dell’inquinamento. Lo rendono noto i consiglieri comunali di Taranto Aldo Renna (movimento Condemi) e Giovanni Ungaro (indipendente). Le cause, dicono, "sono ormai giunte nella fase finale. Da lunedì della prossima settimana, infatti, il Collegio dei Periti nominato dal Giudice istruttore, composto da tre esperti, inizierà il sopralluogo sugli immobili del rione Tamburi delle persone in causa, al fine dell’accertamento dei danni".
I due consiglieri criticano il sindaco di Taranto Ippazio Stefano per "quel che non ha fatto per la proprietà pubblica dal 2005 ad oggi, rimandando di anno in anno e di avvocato in avvocato". La questione si sta "concludendo" grazie a "140 umili cittadini che ogni giorno lottano, per il sostentamento della propria famiglia, ma soprattutto – dicono i consiglieri - per sopravvivere e convivere con l’inquinamento, che perdura imperioso e cinico, e nessuna legge sembra fermare se non l'azione della Magistratura".(GdM)
Sono 140 le cause intraprese nei confronti dell’Ilva, dell’ex presidente Emilio Riva e dell’ex direttore Luigi Capogrosso (coinvolti nell’inchiesta per disastro ambientale), per chiedere il risarcimento per il deprezzamento commerciale subito dal proprio immobile a causa dell’inquinamento. Lo rendono noto i consiglieri comunali di Taranto Aldo Renna (movimento Condemi) e Giovanni Ungaro (indipendente). Le cause, dicono, "sono ormai giunte nella fase finale. Da lunedì della prossima settimana, infatti, il Collegio dei Periti nominato dal Giudice istruttore, composto da tre esperti, inizierà il sopralluogo sugli immobili del rione Tamburi delle persone in causa, al fine dell’accertamento dei danni".
I due consiglieri criticano il sindaco di Taranto Ippazio Stefano per "quel che non ha fatto per la proprietà pubblica dal 2005 ad oggi, rimandando di anno in anno e di avvocato in avvocato". La questione si sta "concludendo" grazie a "140 umili cittadini che ogni giorno lottano, per il sostentamento della propria famiglia, ma soprattutto – dicono i consiglieri - per sopravvivere e convivere con l’inquinamento, che perdura imperioso e cinico, e nessuna legge sembra fermare se non l'azione della Magistratura".(GdM)
Addio Esccpoosito, una maschera in meno nella farsa di Stato!
Ilva, silurato il garante. «Sull’Aia lavoro a rilento»
![]() |
| eleonora albanese |
La coincidenza è del tutto casuale, ma significativa. Nelle stesse ore in cui Montecitorio approvava gli emendamenti al decreto Ilva per licenziare alla fine il testo (che passerà ora all’esame del Senato) al ministero dell’Ambiente si riunivano con Andrea Orlando il commissario per l’Ilva Enrico Bondi e il sub commissario Edo Ronchi, il presidente Nichi Vendola, accompagnato dall’assessore Lorenzo Nicastro, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano e il garante (ancora per poco tempo) Vitaliano Esposito. L’oggetto della riunione: fare il punto sull’applicazione dell’Aia, partendo dalla constatazione che in questi mesi, da quando a gennaio è entrata in vigore la legge 231 - in via di modificazione con il decreto in corso di attuazione - si è fatto molto poco. E, del resto, lo ha ammesso lo stesso ministro Orlando quando, a proposito dell’eliminazione nel nuovo testo della figura del garante che avrebbe dovuto sorvegliare l’applicazione dell’Aia, ha dichiarato: «Non si può dire che non si sia fatto proprio niente, Esposito ha segnalato le difficoltà, ma certamente gli obiettivi della tabella di marcia non sono stati rispettati e la formula che affidava la gestione alla proprietà e prevedeva un garante non ha funzionato. Avere la presenza pubblica all’interno dell’azienda attraverso il commissariamento è quindi un elemento di maggior garanzia».
Rosanna Lampugnani CdM
Argomenti
aia,
decreto 61,
Enrico Bondi,
garante,
ILVA,
Orlando,
Vitaliano Esposito
L'Europa e l'Orrido polite..
Comunicato stampa Peacelink e per Fondo Antidiossina
Siamo appena tornati da Bruxelles, reduci da un proficuo incontro con la Commissione Europea a cui abbiamo fornito ulteriori aggiornamenti sulla gravita' del caso Ilva di Taranto. In quanto interlocutori della Commissione Europea, abbiamo avuto nuovi incontri, tra i quali quello con il Direttore Generale dell'Ambiente Karl Falkenberg. Con noi era presente anche l'onorevole Monica Frassoni, particolarmente attenta alle questioni ambientali europee.
Questa importante missione si iscrive nel solco nella nostra cooperazione con la Commissione Europea, al fine di trovare una soluzione equa e viabile per il caso Ilva, a supporto della legalitaà e del rispetto delle norme europee.
Abbiamo portato dentro i palazzi della Commissione Europea le immagini impressionanti delle emissioni notturne e diurne e degli scarichi in mare dell'Ilva, abbiamo mostrato le foto raccapriccianti dei necrofori che, nel cimitero di Taranto, sono costretti a proteggersi dalle sostanze inquinanti che hanno intriso i terreni, indossando le tute di protezione integrale
"Inaccettabile": cosi' il Direttore Generale Karl Falkenberg ha commentando le immagini.
Abbiamo esposto - tra l'altro - anche le informazioni del dossier aggiornato che alleghiamo a questo comunicato. Forte è stata la sottolineatura delle ragioni di legalita' e le informazioni scientifiche per cui la magistratura è intervenuta.
I cittadini di Taranto hanno diritto ad essere tutelati con una rigorosa, celere ed efficace attuazione delle direttive europee.
Abbiamo evidenziato la grottesca situazione per cui le autorita' italiane non hanno ancora attuato il principio di "chi inquina paga" previsto dalla direttiva 35 del 2004 e richiamato dalla direttiva 75 del 2010.
Il governo italiano, invece di imporre l'attuazione dell'Aia, sta apprestando una seconda legge di aiuto all'Ilva, allo scopo di evitare la tempistica delle attuali prescrizioni. Abbiamo evidenziato alla Commissione Europea la grave azione del governo che, invece di imporre il rispetto delle prescrizioni ad un'azienda inadempiente, pensa al contrario di modificarle, tramite una nuova legge per garantire all'azienda di inquinare come prima.
Appena arrivati in Italia abbiamo scoperto che sarebbe stato stilato un piano industriale da 1,8 miliardi di euro: una cifra assolutamente insufficiente.
La sola copertura dei parchi minerali costa 1 miliardo di euro a cui va aggiunta l'impermeabilizzazione e la bonifica del terreno sottostante e della messa in sicurezza della falda.
Se con una nuova legge il governo intende aggirare le attuali prescrizioni autorizzative, è chiaro che si potrebbe gererare un contenzioso di enorme e imprevedibile portata, in quanto la sentenza della Corte Costituzionale condizionava la prosecuzione dell'attivita' produttiva dell'Ilva alla attuazione puntuale e integrale di tutte le prescrizioni dell'Aia.
Mentre noi eravamo a Bruxelles, contemporaneamente Lidia Giannotti e Fulvia Gravame, in rappresentanza di PeaceLink, erano convocate al Senato della Repubblica in audizione, sempre sul caso Ilva, per la conversione in leggedell'attuale decreto.
Nonostante l'estate, siamo mobilitati per vigilare e per svolgere un ruolo di cittadinanza attiva, per dare voce alle ragioni della salute e della legalita'
Per Peacelink e per Fondo Antidiossina, Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Fabio Matacchiera
Siamo appena tornati da Bruxelles, reduci da un proficuo incontro con la Commissione Europea a cui abbiamo fornito ulteriori aggiornamenti sulla gravita' del caso Ilva di Taranto. In quanto interlocutori della Commissione Europea, abbiamo avuto nuovi incontri, tra i quali quello con il Direttore Generale dell'Ambiente Karl Falkenberg. Con noi era presente anche l'onorevole Monica Frassoni, particolarmente attenta alle questioni ambientali europee.
Questa importante missione si iscrive nel solco nella nostra cooperazione con la Commissione Europea, al fine di trovare una soluzione equa e viabile per il caso Ilva, a supporto della legalitaà e del rispetto delle norme europee.
Abbiamo portato dentro i palazzi della Commissione Europea le immagini impressionanti delle emissioni notturne e diurne e degli scarichi in mare dell'Ilva, abbiamo mostrato le foto raccapriccianti dei necrofori che, nel cimitero di Taranto, sono costretti a proteggersi dalle sostanze inquinanti che hanno intriso i terreni, indossando le tute di protezione integrale
"Inaccettabile": cosi' il Direttore Generale Karl Falkenberg ha commentando le immagini.
Abbiamo esposto - tra l'altro - anche le informazioni del dossier aggiornato che alleghiamo a questo comunicato. Forte è stata la sottolineatura delle ragioni di legalita' e le informazioni scientifiche per cui la magistratura è intervenuta.
I cittadini di Taranto hanno diritto ad essere tutelati con una rigorosa, celere ed efficace attuazione delle direttive europee.
Abbiamo evidenziato la grottesca situazione per cui le autorita' italiane non hanno ancora attuato il principio di "chi inquina paga" previsto dalla direttiva 35 del 2004 e richiamato dalla direttiva 75 del 2010.
Il governo italiano, invece di imporre l'attuazione dell'Aia, sta apprestando una seconda legge di aiuto all'Ilva, allo scopo di evitare la tempistica delle attuali prescrizioni. Abbiamo evidenziato alla Commissione Europea la grave azione del governo che, invece di imporre il rispetto delle prescrizioni ad un'azienda inadempiente, pensa al contrario di modificarle, tramite una nuova legge per garantire all'azienda di inquinare come prima.
Appena arrivati in Italia abbiamo scoperto che sarebbe stato stilato un piano industriale da 1,8 miliardi di euro: una cifra assolutamente insufficiente.
La sola copertura dei parchi minerali costa 1 miliardo di euro a cui va aggiunta l'impermeabilizzazione e la bonifica del terreno sottostante e della messa in sicurezza della falda.
Se con una nuova legge il governo intende aggirare le attuali prescrizioni autorizzative, è chiaro che si potrebbe gererare un contenzioso di enorme e imprevedibile portata, in quanto la sentenza della Corte Costituzionale condizionava la prosecuzione dell'attivita' produttiva dell'Ilva alla attuazione puntuale e integrale di tutte le prescrizioni dell'Aia.
Mentre noi eravamo a Bruxelles, contemporaneamente Lidia Giannotti e Fulvia Gravame, in rappresentanza di PeaceLink, erano convocate al Senato della Repubblica in audizione, sempre sul caso Ilva, per la conversione in leggedell'attuale decreto.
Nonostante l'estate, siamo mobilitati per vigilare e per svolgere un ruolo di cittadinanza attiva, per dare voce alle ragioni della salute e della legalita'
Per Peacelink e per Fondo Antidiossina, Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Fabio Matacchiera
Tutti a tavola!
Bonifica di Taranto e lavori Ilva, Confindustria vuole partecipare e crea una società
Confindustria Taranto vuole partecipare ai lavori dell’Autorizzazione integrata ambientale dell’Ilva e alla bonifica dell’area della città e per questo ha costituito una società chiamata “Smart Area Taranto” con un capitale sociale di un milione e 150mila euro – è una srl – di cui fanno parte 39 aziende associate alla stessa Confindustria, operative nei settori dell’ambiente, delle costruzioni, della meccanica, della bonifica e dell’impiantistica.
Confindustria Taranto vuole partecipare ai lavori dell’Autorizzazione integrata ambientale dell’Ilva e alla bonifica dell’area della città e per questo ha costituito una società chiamata “Smart Area Taranto” con un capitale sociale di un milione e 150mila euro – è una srl – di cui fanno parte 39 aziende associate alla stessa Confindustria, operative nei settori dell’ambiente, delle costruzioni, della meccanica, della bonifica e dell’impiantistica.
La
presentazione è avvenuta oggi in una conferenza stampa del presidente di
Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo,che presiede la stessa società.
“Smart Area” è anche il nome del
progetto presentato nei mesi scorsi da Confindustria nell’ambito della
legge 171 dell’ottobre scorso relativa alla bonifica dell’area di
Taranto,legge che ha un plafond finanziario di 336 milioni di euro. (PaeseNuovo)
Ovviamente...
lva di Taranto. Passa alla Camera il decreto sul commissariamento.
Ora tocca al Senato convertirlo in legge. Intanto, mentre 299 voti
favorevoli permettevano al decreto di incassare il via libera decisivo,
il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando faceva il punto della situazione sui ritardi dell’Ilva nelle azioni di attuazione dell’Aia presso il suo dicastero.
IL DECRETO – Si tratta del provvedimento adottato il 4 giugno dopo la constatazione delle evidenti inadempienze da parte dell’azienda sul fronte dell’Aia, dopo il sequestro da 8 mld di euro disposto nei confronti della Riva Fire e dopo le dimissioni del cda. Ma la versione approvata dalla Camera è molto diversa, frutto di giorni di lavoro e di dibattito intenso. Non a caso, Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, ha sottolineato quanto sia stato complesso trovare l’accordo tra governo e commissioni. Per Realacci, in ogni caso, è un successo, visto che per la prima volta un decreto indica la possibilità di commissariamento per chi commette gravi violazioni ambientali con conseguenze per la salute pubblica.LE NOVITA’ - "Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale" è il nome del decreto che contiene misure non soltanto per Taranto, ma anche per gli altri impianti Ilva - Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica – e che valgono comunque per qualsiasi realtà si dovesse trovare nella medesima situazione. Le imprese indicate come strategiche per l'economia nazionale devono avere come requisito almeno mille dipendenti (erano 200 nella prima versione del decreto). Accertare le violazioni ambientali spetta all'Ispra e all'Arpa regionale ma dopo un contradditorio in cui si chiama in causa l'impresa. Possono essere oggetto delle norme
anche imprese con dipendenti in cassa integrazione da almeno un anno e vale per la società intera ma anche soltanto per un singolo ramo di impresa o un singolo stabilimento. Le risorse monetarie oggetto di sequestro penale possono essere svincolate dal giudice competente per essere destinate a scopo di bonifica. Inoltre, il commissariamento dura 12 mesi, può essere disposta una proroga di altri 12 mesi fino a 36 mesi. Era stato chiesto a gran voce un maggiore coinvolgimento degli enti locali, infatti nel piano delle misure ambientali si coinvolge la regione di riferimento. Infine, sono slegati dal patto di stabilità le risorse destinate alla bonifica delle aree di Taranto esterne agli stabilimenti.
AIA, L’ILVA CHIEDE DI MODIFICARE LE TEMPISTICHE – Come sappiamo, Enrico Bondi, ad dell'azienda, è stato nominato anche commissario dell'Ilva e a lui è stato affiancato il subcommissario Edo Ronchi, ex ministro dell'Ambiente. Proprio Ronchi ieri ha chiesto – nel corso di un vertice al ministero dell’Ambiente – una revisione dei tempi dell’Aia. Bondi ha ammesso che l’Ilva è in ritardo nel realizzare interventi come la copertura dei nastri trasportatori ma ha sottolineato che l'Aia ha una complessità realizzativa rilevante. Emblematico per il commissario il caso delle campate da 200 metri che dovranno sorreggere la copertura dei parchi minerali, o i 90 km di nastri trasportatori da coprire. Entro fine agosto l’Ilva affiderà i lavori, ma Bondi ha ricordato anche la questione dei terreni sui quali agire, che risultano contaminati e dovranno essere comunque trasportati altrove. 1,8 mld per l'area a caldo, 300 mln per discariche e acque di scarico, 750 mln per manutenzioni varie: sono questi i costi per rispettare l’Aia, annunciati dall’azienda.
Anna Tita Gallo - greenbiz
La Camera ha dato il via libera al decreto Ilva con 299 sì, 112 contrari e 34 astenuti. Il provvedimento è stato modificato sia in commissione che dall’Assemblea e passa ora all’esame di Palazzo Madama.
Tra le modifiche più rilevanti la possibilità che il commissariamento possa riguardare il solo ramo di azienda che non ha rispettato le prescrizioni Aia (autorizzazione integrata ambientale) e non di tutta l’impresa e l’allentamento del Patto di stabilità interno della Regione Puglia per favorire le azioni di bonifica.
Fra gli emendamenti del M5S che sono stati bocciati quelli che prevedevano la riduzione significativa della produzione per minimizzare l’impatto ambientale e sanitario, cosi’ come l’ampliamento dell’area da bonificare, l’esenzione dal ticket sanitario per i cittadini tarantini con determinate patologie e la scelta di un commissario che non avesse fatto precedentemente parte della precedente gestione dell’Ilva, seguendo determinate logiche di trasparenza.
REALACCI - “Con il ‘dl Ilva-bis’ per la prima volta in Italia si applica il commissariamento di un’azienda per motivi ambientali. Il testo approvato oggi dalla Camera è fortemente innovativo e impegnativo”, afferma Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente, sul via libera dato oggi dalla Camera al dl Ilva-bis.
“E' un provvedimento che è stato migliorato nel passaggio parlamentare e che auspico sia utile per invertire la rotta rispetto al passato e per conciliare il diritto alla salute con quello al lavoro e con la tutela dell’ambiente”, conclude Realacci.(Quoridiano)
IL DECRETO – Si tratta del provvedimento adottato il 4 giugno dopo la constatazione delle evidenti inadempienze da parte dell’azienda sul fronte dell’Aia, dopo il sequestro da 8 mld di euro disposto nei confronti della Riva Fire e dopo le dimissioni del cda. Ma la versione approvata dalla Camera è molto diversa, frutto di giorni di lavoro e di dibattito intenso. Non a caso, Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, ha sottolineato quanto sia stato complesso trovare l’accordo tra governo e commissioni. Per Realacci, in ogni caso, è un successo, visto che per la prima volta un decreto indica la possibilità di commissariamento per chi commette gravi violazioni ambientali con conseguenze per la salute pubblica.LE NOVITA’ - "Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale" è il nome del decreto che contiene misure non soltanto per Taranto, ma anche per gli altri impianti Ilva - Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica – e che valgono comunque per qualsiasi realtà si dovesse trovare nella medesima situazione. Le imprese indicate come strategiche per l'economia nazionale devono avere come requisito almeno mille dipendenti (erano 200 nella prima versione del decreto). Accertare le violazioni ambientali spetta all'Ispra e all'Arpa regionale ma dopo un contradditorio in cui si chiama in causa l'impresa. Possono essere oggetto delle norme
anche imprese con dipendenti in cassa integrazione da almeno un anno e vale per la società intera ma anche soltanto per un singolo ramo di impresa o un singolo stabilimento. Le risorse monetarie oggetto di sequestro penale possono essere svincolate dal giudice competente per essere destinate a scopo di bonifica. Inoltre, il commissariamento dura 12 mesi, può essere disposta una proroga di altri 12 mesi fino a 36 mesi. Era stato chiesto a gran voce un maggiore coinvolgimento degli enti locali, infatti nel piano delle misure ambientali si coinvolge la regione di riferimento. Infine, sono slegati dal patto di stabilità le risorse destinate alla bonifica delle aree di Taranto esterne agli stabilimenti.
AIA, L’ILVA CHIEDE DI MODIFICARE LE TEMPISTICHE – Come sappiamo, Enrico Bondi, ad dell'azienda, è stato nominato anche commissario dell'Ilva e a lui è stato affiancato il subcommissario Edo Ronchi, ex ministro dell'Ambiente. Proprio Ronchi ieri ha chiesto – nel corso di un vertice al ministero dell’Ambiente – una revisione dei tempi dell’Aia. Bondi ha ammesso che l’Ilva è in ritardo nel realizzare interventi come la copertura dei nastri trasportatori ma ha sottolineato che l'Aia ha una complessità realizzativa rilevante. Emblematico per il commissario il caso delle campate da 200 metri che dovranno sorreggere la copertura dei parchi minerali, o i 90 km di nastri trasportatori da coprire. Entro fine agosto l’Ilva affiderà i lavori, ma Bondi ha ricordato anche la questione dei terreni sui quali agire, che risultano contaminati e dovranno essere comunque trasportati altrove. 1,8 mld per l'area a caldo, 300 mln per discariche e acque di scarico, 750 mln per manutenzioni varie: sono questi i costi per rispettare l’Aia, annunciati dall’azienda.
Anna Tita Gallo - greenbiz
La Camera ha dato il via libera al decreto Ilva con 299 sì, 112 contrari e 34 astenuti. Il provvedimento è stato modificato sia in commissione che dall’Assemblea e passa ora all’esame di Palazzo Madama.
Tra le modifiche più rilevanti la possibilità che il commissariamento possa riguardare il solo ramo di azienda che non ha rispettato le prescrizioni Aia (autorizzazione integrata ambientale) e non di tutta l’impresa e l’allentamento del Patto di stabilità interno della Regione Puglia per favorire le azioni di bonifica.
Segui le notizie su Facebook
Condividi
NO DI M5S - Il Movimento 5 Stelle ha votato contro il decreto Ilva: “Abbiamo deciso - spiegano in una nota - di interrompere l’atteggiamento di ostruzionismo per
evitare che il governo mettesse la fiducia sul provvedimento. Non siamo
dei Ponzio Pilato, siamo andati per strada a Taranto e ci andremo
ancora, per parlare con i cittadini, per ascoltarli e per riportare in
Parlamento le loro proposte. E per ripartire, subito, assieme decidendo
con loro il loro futuro”.Fra gli emendamenti del M5S che sono stati bocciati quelli che prevedevano la riduzione significativa della produzione per minimizzare l’impatto ambientale e sanitario, cosi’ come l’ampliamento dell’area da bonificare, l’esenzione dal ticket sanitario per i cittadini tarantini con determinate patologie e la scelta di un commissario che non avesse fatto precedentemente parte della precedente gestione dell’Ilva, seguendo determinate logiche di trasparenza.
REALACCI - “Con il ‘dl Ilva-bis’ per la prima volta in Italia si applica il commissariamento di un’azienda per motivi ambientali. Il testo approvato oggi dalla Camera è fortemente innovativo e impegnativo”, afferma Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente, sul via libera dato oggi dalla Camera al dl Ilva-bis.
“E' un provvedimento che è stato migliorato nel passaggio parlamentare e che auspico sia utile per invertire la rotta rispetto al passato e per conciliare il diritto alla salute con quello al lavoro e con la tutela dell’ambiente”, conclude Realacci.(Quoridiano)
Il gruppo siderurgico «sta
predisponendo il piano finanziario e negoziando con le banche italiane e
la Bei un piano da 1,8 miliardi in tre anni a supporto delle misure
previste dall’Aia, dal momento che - ricorda il subcommissario - il
decreto 61 non ha dotazione finanziaria”. Ieri l’advisor Mc Kinsey ha
iniziato la valutazione del piano finanziario. Inoltre si sta formando
una struttura esterna di supporto alla cabina di regia con consulenti e
giovani ingegneri per utilizzare le innovazioni tecnologiche a tutela
dell’ambiente e della salute con la collaborazione delle università
pugliesi ed internazionali.
Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha
manifestato ottimismo in primo luogo per il commissariamento dell’Ilva,
contenuto nel decreto Ilva bis passato in prima lettura alla Camera, e
poi per l’intenzione espressa dal ministro Orlando di proseguire con il
metodo del confronto con le parti coinvolte nell’Aia, enti locali
compresi. Il governatore ritiene necessaria «una fase di rodaggio della
cabina di regia per accompagnare la svolta di Taranto, affinché le
patologie legate all’inquinamento diventino un ricordo del passato» ed
auspica che i problemi posti dall’Ilva e la trasformazione dello
stabilimento siano «occasione per sperimentare nuove forme di
innovazione industriale e ambientale nel nostro Paese, come accaduto per
la bonifica della discarica di Manfredonia». (GdM)
mercoledì 10 luglio 2013
Tra le curve del Biscione...
Decreto per il commissariamento slittato per i guai giudiziari di Berlusconi
![]() |
| Virgoletteblog |
martedì 9 luglio 2013
Fuori dal coro
L'Aula della
Camera, dove sono previste le prime votazioni sul decreto
legge sull'Ilva, sta registrando interventi a raffica quasi
esclusivamente da parte dei deputati M5S. Una sorta di
ostruzionismo scattata subito dopo i rilievi mossi alla
Presidenza della Camera, dagli stessi banchi, per
l'inammissibilita' degli emendamenti depositati in Assemblea.
Tutti gli interventi sono contrari al provvedimento e i
lavori dell'Aula non sono ancora passati all'esame delle
singole proposte di modifica. Gli interventi finora espressi
riguardano, infatti, il complesso delle proposte di modifica.
Dopo il via libera di Montecitorio il testo dovra' essere
votato dal Senato. (Borsaitaliana)
L'Aula della Camera ha sospeso l'esame del decreto legge sull'Ilva, fermo agli interventi sul complesso degli emendamenti, che riprendera' domani mattina alle 10. A chiedere di anticipare brevemente la chiusura dei lavori e' stato il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci (Pd), che ha fatto riferimento alla ricerca, "dopo il proficuo sviluppo nell'attivita' di Commissione, di altri punti di intesa". La richiesta e' stata accolta dalla presidenza della Camera, rappresentata dal vicepresidente Roberto Giachetti, perche', ha affermato "e' utile al per proseguimento dei lavori". La seduta e' stata segnata dagli interventi dei deputati M5S, tutti contrari al provvedimento, che hanno di fatto rallentato il passaggio al voto delle singole proposte di modifica, attraverso una sorta di ostruzionismo. (Borsaitaliana)
L'Aula della Camera ha sospeso l'esame del decreto legge sull'Ilva, fermo agli interventi sul complesso degli emendamenti, che riprendera' domani mattina alle 10. A chiedere di anticipare brevemente la chiusura dei lavori e' stato il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci (Pd), che ha fatto riferimento alla ricerca, "dopo il proficuo sviluppo nell'attivita' di Commissione, di altri punti di intesa". La richiesta e' stata accolta dalla presidenza della Camera, rappresentata dal vicepresidente Roberto Giachetti, perche', ha affermato "e' utile al per proseguimento dei lavori". La seduta e' stata segnata dagli interventi dei deputati M5S, tutti contrari al provvedimento, che hanno di fatto rallentato il passaggio al voto delle singole proposte di modifica, attraverso una sorta di ostruzionismo. (Borsaitaliana)
Chiamate l'ARPA!!!
L'aria di tutta la città è appestata dal gas che fuoriesce dall'ENI, ad un giorno dall'incidente che ha sversato anche grandi quantità di idrocarburi in mare.
Segnalate la situazione ad ARPA puglia e alla regione chiamando questi numeri:
Segnalate la situazione ad ARPA puglia e alla regione chiamando questi numeri:
Arpa Puglia: 099/9946310
Regione Puglia: 800-085898
Quando i sogni puzzano.
La città candidata come futura Capitale della cultura assiste inerme all'affondamento dell'unica eccellenza. Mentre le ciminiere dell'ENI sbuffano miasmi neri e il mare sa di petrolio.
Rinuncia all'iscrizione alla serie A1
Fatti salvi i diritti sportivi, il Cras Basket Taranto ha comunicato alla Federbasket ed alla LegA Basket Femminile la rinuncia alla partecipazione alla serie A1 di basket femminile dopo dodici campionati consecutivi, che hanno prodotto 4 scudetti, 3 Supercoppe italiane e 2 Coppe Italia.
“A causa della mancanza di una reale proposta di acquisto e di nessun interessamento concreto a livello istituzionale da quando ho rassegnato le mie dimissioni il 17 maggio scorso – spiega il presidente dimissionario Angelo Basile – il Cras Basket Taranto ha rinunciato a proseguire l’avventura agonistica nel massimo campionato italiano del basket femminile. Esprimo profondo dispiacere per tale decisione che, come già spiegato nel recente passato, è condizionata dai molteplici impegni legati alla mia attività lavorativa. Ma attraverso la domanda di affiliazione sportiva, sono stati difesi i diritti del Cras Basket Taranto, che proseguirà la sua attività attraverso il settore giovanile”. (Tarantocrasbasket)
Rinuncia all'iscrizione alla serie A1
Fatti salvi i diritti sportivi, il Cras Basket Taranto ha comunicato alla Federbasket ed alla LegA Basket Femminile la rinuncia alla partecipazione alla serie A1 di basket femminile dopo dodici campionati consecutivi, che hanno prodotto 4 scudetti, 3 Supercoppe italiane e 2 Coppe Italia.
“A causa della mancanza di una reale proposta di acquisto e di nessun interessamento concreto a livello istituzionale da quando ho rassegnato le mie dimissioni il 17 maggio scorso – spiega il presidente dimissionario Angelo Basile – il Cras Basket Taranto ha rinunciato a proseguire l’avventura agonistica nel massimo campionato italiano del basket femminile. Esprimo profondo dispiacere per tale decisione che, come già spiegato nel recente passato, è condizionata dai molteplici impegni legati alla mia attività lavorativa. Ma attraverso la domanda di affiliazione sportiva, sono stati difesi i diritti del Cras Basket Taranto, che proseguirà la sua attività attraverso il settore giovanile”. (Tarantocrasbasket)
A proposito del "tutto sotto controllo"
Ecco alcuni video e considerazioni sul disastro ENI ancora in corso a Taranto, pubblicate sui social network da parte di cittadini:
Di questo primo video va detto che senza ombra di dubbio, con l'ENI non c'entra nulla!
Si tratta inceve del condotto delle fogne bianche che scarica acque pluviali non depurate e cariche di detriti (inquinanti) direttamente nel mare, all'altezza della scuola Virgilio. Nello stesso giorno infatti si è registrata una pioggia torrenziale sulla città.
Questa testimonianza è invece assolutamente attendibile:
"Buongiorno. La mia giornata è incominciata alle 4. Mi sono recato presso la zona dove ieri alle 19.30 è iniziata la fuoriuscita di greggio, proveniente dalla ENI, per vedere "con le prime luci dell'alba" il danno procurato. Naturalmente non è stata cosa facile in quanto la fabbrica ha messo a vigilare sul luogo un suo "uomo" che gentilmente mi ha pregato di allontanarmi (a dire il vero mi ha detto "vatti a coricare" che è presto). E si, cari amici, ciò che loro VOGLIONO da noi è proprio questo: noi DOBBIAMO DORMIRE PER NON VEDERE TUTTO QUESTO. In sintesi, i tecnici (probabilmente della regione viste le targhe automobilistiche baresi) mi hanno riferito che la fuoriuscita è terminata e che il greggio al largo è stato recuperato. Da mia analisi attenta ho potuto constatare:
1. il greggio continua ad uscire dallo scarico e le inalazioni provocate dallo stesso sono ben visibili;
2. l'odore nauseante presente ieri è un pò diminuito ma persiste tuttora;
3. non sono molto convinto che le precauzioni prese ieri per bloccare il greggio siano sufficienti.
Un ultima considerazione sul VIGILANTE: io nn c'è lo con chi fa il suo lavoro in maniera esemplare, ma, la denuncia dovrebbe partire proprio da chi vive giornalmente a contatto con queste SCHIFEZZE." (9 luglio-F.Q.)
Così come è anche tragicamente vera questa dichiarazione:
Infine, ecco alcune immagini autentiche dello stato delle rive dopo lo sversamento, scattate da un membro del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti:
Di questo primo video va detto che senza ombra di dubbio, con l'ENI non c'entra nulla!
Si tratta inceve del condotto delle fogne bianche che scarica acque pluviali non depurate e cariche di detriti (inquinanti) direttamente nel mare, all'altezza della scuola Virgilio. Nello stesso giorno infatti si è registrata una pioggia torrenziale sulla città.
Questa testimonianza è invece assolutamente attendibile:
"Buongiorno. La mia giornata è incominciata alle 4. Mi sono recato presso la zona dove ieri alle 19.30 è iniziata la fuoriuscita di greggio, proveniente dalla ENI, per vedere "con le prime luci dell'alba" il danno procurato. Naturalmente non è stata cosa facile in quanto la fabbrica ha messo a vigilare sul luogo un suo "uomo" che gentilmente mi ha pregato di allontanarmi (a dire il vero mi ha detto "vatti a coricare" che è presto). E si, cari amici, ciò che loro VOGLIONO da noi è proprio questo: noi DOBBIAMO DORMIRE PER NON VEDERE TUTTO QUESTO. In sintesi, i tecnici (probabilmente della regione viste le targhe automobilistiche baresi) mi hanno riferito che la fuoriuscita è terminata e che il greggio al largo è stato recuperato. Da mia analisi attenta ho potuto constatare:
1. il greggio continua ad uscire dallo scarico e le inalazioni provocate dallo stesso sono ben visibili;
2. l'odore nauseante presente ieri è un pò diminuito ma persiste tuttora;
3. non sono molto convinto che le precauzioni prese ieri per bloccare il greggio siano sufficienti.
Un ultima considerazione sul VIGILANTE: io nn c'è lo con chi fa il suo lavoro in maniera esemplare, ma, la denuncia dovrebbe partire proprio da chi vive giornalmente a contatto con queste SCHIFEZZE." (9 luglio-F.Q.)
"Buonasera.
Appena tornato a casa dopo essermi "assorbito" quantità industriali di
greggio. Non posterò foto, ne filmati (che ho fatto stasera) per motivi
molto evidenti ma mi soffermerò nel dirvi che la situazione alla quale
sono stato testimone è molto grave. Nella zona antistante l'Eni (primo
svincolo a dx sulla 106 appena superata l'Eni) da un "viadotto"
fuoriusciva greggio in quantità "esorbitante" inalando fumi nelle zone
vicine e creando nel mare una CHIAZZA enorme (poco visibile sia per la
"chiarezza" del petrolio, si per il buio circostante. Premetto solo una
cosa: gli interventi sono stati "TARDIVI" in quanto, oltre a "tecnici"
presenti nella zona che provvedevano a "bloccare" con panne
oleoassorbenti, c'erano un paio di "mezzi" della capitaneria di porto in
quanto, il greggio inizialmente non ha trovato "ostacoli" e si è
riversato nel mare circostante. Finisco col dire che sono convinto che
il danno causato sia enorme e solo domani mattina potremo, con le prime
luci dell'alba, verificare "a vista" quanto successo." (8 luglio-F.Q.)
Così come è anche tragicamente vera questa dichiarazione:
«Ho
avuto tranquillità e sicurezza sia da Eni che da Arpa...», commenta
l'assessore comunale all'Ambiente Vincenzo Baio in merito a quanto
avvenuto nella Raffineria. Però si dice preoccupato per i cambiamenti
climatici...(A.C.)
Su questi altri video, va verificato se si tratta di immagini relativi all'incidente o se vi sono anche foto di repertorio dei tanti doni profumati che l'ENI ha da sempre donato impunemente alla città. In ogni caso sono documenti vergognosi di uno spregio continuo alla salute e all'ambiente.
Su questi altri video, va verificato se si tratta di immagini relativi all'incidente o se vi sono anche foto di repertorio dei tanti doni profumati che l'ENI ha da sempre donato impunemente alla città. In ogni caso sono documenti vergognosi di uno spregio continuo alla salute e all'ambiente.
Infine, ecco alcune immagini autentiche dello stato delle rive dopo lo sversamento, scattate da un membro del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti:
Argomenti
black out,
Eni,
incidente,
mar grande,
petrolio,
raffineria,
sversamenti
lunedì 8 luglio 2013
Tutto "sotto" controllo. E anche noi!
«Taranto, black out raffineria Eni, chiazza idrocarburi in mare»
Forse è stato un fulmine a provocare oggi
l'ennesima 'ferità a Taranto, la città che sta combattendo la sua grande
battaglia contro l'inquinamento prodotto dall'Ilva. In seguito a un
black out nella raffineria di Taranto, forse a causa di una saetta, un
grosso quantitativo di prodotto in serata è stato sversato in mare. «Si
vede materiale grigiastro semiraffinato in acqua», ha detto il
presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, raccontando ai
giornalisti quello che era appena accaduto. Una chiazza che ha prodotto
un odore sgradevole, avvertito anche dagli equipaggi delle imbarcazioni
che si trovavano nei paraggi. A tarda sera la Capitaneria di Porto di
Taranto, mobilitata a tutto campo, ha chiarito la situazione: «È
assolutamente tutto sotto controllo, la chiazza non si disperde al largo
ma è tutta sotto costa, non c'è necessità di circoscriverla in mare».
Mezzi e uomini della Capitaneria e della società Ecotaras, via terra e via mare, hanno monitorato la chiazza minacciosa. A quanto si è saputo dalla Capitaneria, il materiale in mare «sembrerebbe prodotto idrocarburico molto leggero». Un campionamento è stato fatto da parte degli esperti dell'Arpa che analizzeranno il materiale. Lo sversamento - si è appreso dalla Capitaneria - ha una estensione di 80 metri lineari sotto costa con una ampiezza verso largo di 10 metri con moto ondoso che spinge sotto costa e contiene la chiazza. Il materiale, quindi, non si disperde al largo. I tubi andati in pressione per il black out, secondo Marescotti, hanno liberato liquido che ha «inquinando l'acqua del mare a Taranto».
Ma sarà l'Arpa nelle prossime ore a chiarire i termini della vicenda e quanto lo sversamento abbia prodotto nuovo inquinamento per la martoriata città.
«La situazione è grave ed è per questo - ha intanto annunciato il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli - che ho deciso di presentare una denuncia in procura a Taranto perchè non sarebbero attive le centraline perimetrali di monitoraggio previste dall'Aia. Ma chi controlla in questo paese che l'inquinamento non venga tollerato?».
«Un blocco di energia elettrica nello stabilimento Eni di Taranto - dice Bonelli - ha provocato l'addensarsi in cielo di fumi neri rendendo l'aria irrespirabile nel quartiere Tamburi», proprio quello a ridosso dell'Ilva, la zona della città che risente maggiormente della pesante situazione ambientale. Oltre alla gravità dell'incidente, conclude Bonelli, «si aggiunge che l'Arpa non è in grado dai propri uffici di sapere quanto le centraline Eni stanno misurando in tempo reale». (GdM)
![]() |
Foto da Twitter di @simplygiulia
|
Mezzi e uomini della Capitaneria e della società Ecotaras, via terra e via mare, hanno monitorato la chiazza minacciosa. A quanto si è saputo dalla Capitaneria, il materiale in mare «sembrerebbe prodotto idrocarburico molto leggero». Un campionamento è stato fatto da parte degli esperti dell'Arpa che analizzeranno il materiale. Lo sversamento - si è appreso dalla Capitaneria - ha una estensione di 80 metri lineari sotto costa con una ampiezza verso largo di 10 metri con moto ondoso che spinge sotto costa e contiene la chiazza. Il materiale, quindi, non si disperde al largo. I tubi andati in pressione per il black out, secondo Marescotti, hanno liberato liquido che ha «inquinando l'acqua del mare a Taranto».
Ma sarà l'Arpa nelle prossime ore a chiarire i termini della vicenda e quanto lo sversamento abbia prodotto nuovo inquinamento per la martoriata città.
«La situazione è grave ed è per questo - ha intanto annunciato il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli - che ho deciso di presentare una denuncia in procura a Taranto perchè non sarebbero attive le centraline perimetrali di monitoraggio previste dall'Aia. Ma chi controlla in questo paese che l'inquinamento non venga tollerato?».
«Un blocco di energia elettrica nello stabilimento Eni di Taranto - dice Bonelli - ha provocato l'addensarsi in cielo di fumi neri rendendo l'aria irrespirabile nel quartiere Tamburi», proprio quello a ridosso dell'Ilva, la zona della città che risente maggiormente della pesante situazione ambientale. Oltre alla gravità dell'incidente, conclude Bonelli, «si aggiunge che l'Arpa non è in grado dai propri uffici di sapere quanto le centraline Eni stanno misurando in tempo reale». (GdM)
Argomenti
black out,
Eni,
incidente,
mar grande,
petrolio,
raffineria,
sversamenti
Secondo decreto spazzagiudici
Questione Ilva, ecco le novità del decreto verso la conversione
Approda oggi in aula alla Camera il decreto legge 61 dal titolo «Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale». É, in sostanza, il decreto col quale a giugno il Consiglio dei ministri ha disposto il commissariamento dell'Ilva a fronte della situazione di stallo determinatasi col sequestro preventivo per 8 miliardi e 100 milioni di euro disposto dal gip di Taranto nei confronti dei beni e dei conti della capogruppo Riva Fire, che a sua volta controlla l'Ilva.
L'esame del decreto é cominciato nelle commissioni Ambiente e Attivitá produttive della Camera, in seduta congiunta, lo scorso 11 giugno e si é concluso il 4 luglio. Relatori del provvedimento i deputati Enrico Borghi del Pd per la commissione Ambiente e Raffaele Fitto del Pdl per la commissione Attivitá produttive. Si prevede che il decreto possa essere approvato dall'Aula domani per poi passare al Senato.
Commissario dell'Ilva é stato nominato giá il 4 giugno Enrico Bondi, al quale si é affiancato in seguito, come sub commissario nominato dal ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi, giá ministro dell'Ambiente. Come giá a dicembre scorso, quando fu varato un altro decreto legge per l'Ilva, il 207 poi convertito nella legge 231 del 2012, anche il decreto legge 61, al vaglio da oggi dell'Aula della Camera, interviene a fronte di una situazione di emergenza. A fine 2012, infatti, il Governo Monti intervenne - a fronte dell'iniziativa della Magistratura che aveva posto sotto sequestro gli impianti siderurgici del sito di Taranto - per consentire la continuitá dello stabilimento, la commercializzazione dei prodotti realizzati nei mesi precedenti e l'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale che il ministero dell'Ambiente aveva rilasciato all'azienda il 26 ottobre.
A giugno, invece, il Governo Letta é intervenuto di nuovo non solo per evitare che il sequestro dei beni della societá Riva Fire, l'holding del gruppo, e le dimissioni di tutto il cda dell'Ilva determinassero la paralisi dell'azienda, ma soprattutto a fronte delle inadempienze che sul versante dell'applicazione dell'Aia - i lavori sugli impianti per abbattere le emissioni inquinanti - avevano riscontrato i tecnici dell'Istituto superiore per la protezione ambientale nei loro sopralluoghi nel siderurgico.
Rispetto a come é stato approvato dal Consiglio dei ministri, il decreto legge 61 - atto Camera 1139 - esce dalle commissioni e approda in aula a Montecitorio con alcune, significative novitá. La prima é che viene aumentato il numero degli addetti degli stabilimenti industriali ritenuti di interesse strategico nazionale. Erano 200 col dl 207, sono diventati 1.000 col nuovo decreto emendato dalla Camera. Le norme valgono anche per quei complessi che abbiano il personale in cassa integrazione da almeno un anno. Si precisa meglio, poi, quando scatta il commissariamento di un'azienda, ovvero quando l'inosservanza delle prescrizioni dell'Aia abbia comportato e comporti «pericolo grave e rilevante per l'integritá dell'ambiente e della salute».
Sull'Aia, inoltre, si puntualizza che le violazioni devono essere reiterate e quindi non basta una sola inadempienza a far scattare il commissariamento. Si puó disporre il commissariamento anche per un singolo ramo di azienda. Chi accerta le violazioni ambientali - anche questa è una novitá del decreto - sono l'Ispra e le Agenzie regionali per la protezione ambientale ma in contradditorio con l'impresa stessa. La Regione, invece, viene coinvolta nel piano delle misure ambientali.
Altro particolare é che il commissario riferisce dell'andamento dell'azienda commissariata non solo al legale rappresentante della societá ma anche del titolare dell'impresa e del socio di maggioranza. Vengono poi definiti stabilimenti di interesse strategico nazionale tutti i siti dell'Ilva e quindi non solo Taranto ma anche Genova, Novi Ligure, Racconigi, Patrica e Marghera. Con la conversione in legge del decreto, é infine previsto che cessi le sue funzioni il Garante dell'Aia all'Ilva, nominato a gennaio scorso a valle della legge 231 nella persona dell'ex procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito. L'informazione ai cittadini, insieme alla «massima trasparenza», recita ora il decreto, dovrá essere assicurata dal commissario. (GdM)
Approda oggi in aula alla Camera il decreto legge 61 dal titolo «Nuove disposizioni urgenti a tutela dell'ambiente, della salute e del lavoro nell'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale». É, in sostanza, il decreto col quale a giugno il Consiglio dei ministri ha disposto il commissariamento dell'Ilva a fronte della situazione di stallo determinatasi col sequestro preventivo per 8 miliardi e 100 milioni di euro disposto dal gip di Taranto nei confronti dei beni e dei conti della capogruppo Riva Fire, che a sua volta controlla l'Ilva.
L'esame del decreto é cominciato nelle commissioni Ambiente e Attivitá produttive della Camera, in seduta congiunta, lo scorso 11 giugno e si é concluso il 4 luglio. Relatori del provvedimento i deputati Enrico Borghi del Pd per la commissione Ambiente e Raffaele Fitto del Pdl per la commissione Attivitá produttive. Si prevede che il decreto possa essere approvato dall'Aula domani per poi passare al Senato.
Commissario dell'Ilva é stato nominato giá il 4 giugno Enrico Bondi, al quale si é affiancato in seguito, come sub commissario nominato dal ministro dell'Ambiente, Edo Ronchi, giá ministro dell'Ambiente. Come giá a dicembre scorso, quando fu varato un altro decreto legge per l'Ilva, il 207 poi convertito nella legge 231 del 2012, anche il decreto legge 61, al vaglio da oggi dell'Aula della Camera, interviene a fronte di una situazione di emergenza. A fine 2012, infatti, il Governo Monti intervenne - a fronte dell'iniziativa della Magistratura che aveva posto sotto sequestro gli impianti siderurgici del sito di Taranto - per consentire la continuitá dello stabilimento, la commercializzazione dei prodotti realizzati nei mesi precedenti e l'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale che il ministero dell'Ambiente aveva rilasciato all'azienda il 26 ottobre.
A giugno, invece, il Governo Letta é intervenuto di nuovo non solo per evitare che il sequestro dei beni della societá Riva Fire, l'holding del gruppo, e le dimissioni di tutto il cda dell'Ilva determinassero la paralisi dell'azienda, ma soprattutto a fronte delle inadempienze che sul versante dell'applicazione dell'Aia - i lavori sugli impianti per abbattere le emissioni inquinanti - avevano riscontrato i tecnici dell'Istituto superiore per la protezione ambientale nei loro sopralluoghi nel siderurgico.
Rispetto a come é stato approvato dal Consiglio dei ministri, il decreto legge 61 - atto Camera 1139 - esce dalle commissioni e approda in aula a Montecitorio con alcune, significative novitá. La prima é che viene aumentato il numero degli addetti degli stabilimenti industriali ritenuti di interesse strategico nazionale. Erano 200 col dl 207, sono diventati 1.000 col nuovo decreto emendato dalla Camera. Le norme valgono anche per quei complessi che abbiano il personale in cassa integrazione da almeno un anno. Si precisa meglio, poi, quando scatta il commissariamento di un'azienda, ovvero quando l'inosservanza delle prescrizioni dell'Aia abbia comportato e comporti «pericolo grave e rilevante per l'integritá dell'ambiente e della salute».
Sull'Aia, inoltre, si puntualizza che le violazioni devono essere reiterate e quindi non basta una sola inadempienza a far scattare il commissariamento. Si puó disporre il commissariamento anche per un singolo ramo di azienda. Chi accerta le violazioni ambientali - anche questa è una novitá del decreto - sono l'Ispra e le Agenzie regionali per la protezione ambientale ma in contradditorio con l'impresa stessa. La Regione, invece, viene coinvolta nel piano delle misure ambientali.
Altro particolare é che il commissario riferisce dell'andamento dell'azienda commissariata non solo al legale rappresentante della societá ma anche del titolare dell'impresa e del socio di maggioranza. Vengono poi definiti stabilimenti di interesse strategico nazionale tutti i siti dell'Ilva e quindi non solo Taranto ma anche Genova, Novi Ligure, Racconigi, Patrica e Marghera. Con la conversione in legge del decreto, é infine previsto che cessi le sue funzioni il Garante dell'Aia all'Ilva, nominato a gennaio scorso a valle della legge 231 nella persona dell'ex procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito. L'informazione ai cittadini, insieme alla «massima trasparenza», recita ora il decreto, dovrá essere assicurata dal commissario. (GdM)
sabato 6 luglio 2013
Ben Conservato!
Ilva: ex assessore provincia resta agli arresti domiciliari
Istanza di liberta' rigettata per Michele Conserva, l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto - incarico dal quale si e' dimesso lo scorso settembre - arrestato lo scorso 15 maggio insieme al presidente dell'ente, Gianni Florido, nell'ambito di una delle fasi dell'inchiesta giudiziaria sull'Ilva 'Ambiente Svenduto'. Conserva resta agli arresti domiciliari perche', secondo i giudici, l'ex assessore dispone ancora di una fitta rete di relazioni e contatti che potrebbe agire a suo favore . (Rep)
Il 15 maggio scorso era finito, invece, in carcere insieme all’ex presidente della Provincia Gianni Florido con le accuse di concussione tentata e consumata in relazione a pressioni su un dirigente della Provincia per favorire l’Ilva. Dieci giorni dopo aveva ottenuto i domiciliari (come Florido). I suoi difensori avevano presentato al gip Patrizia Todisco una nuova istanza di revoca, che era stata rigettata. Ora il Tribunale ha nuovamente respinto la richiesta di rimessione in libertà.
Gli altri indagati che furono raggiunti da misura restrittiva a maggio sono l’ex dirigente dell’Ilva, Girolamo Archinà, e l'ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia (era ai domiciliari ed è tornato in libertà una decina di giorni dopo). Al centro delle contestazioni per Conserva e Florido le autorizzazioni alla discarica Mater Gratiae. I due sono accusati anche di aver indotto, dal 2006 al 2011, dirigenti del settore ecologia e ambiente della Provincia di Taranto a rilasciare autorizzazioni per la discarica gestita dall’Ilva in carenza dei requisiti tecnico-giuridici. (GdM)
Istanza di liberta' rigettata per Michele Conserva, l'ex assessore all'Ambiente della Provincia di Taranto - incarico dal quale si e' dimesso lo scorso settembre - arrestato lo scorso 15 maggio insieme al presidente dell'ente, Gianni Florido, nell'ambito di una delle fasi dell'inchiesta giudiziaria sull'Ilva 'Ambiente Svenduto'. Conserva resta agli arresti domiciliari perche', secondo i giudici, l'ex assessore dispone ancora di una fitta rete di relazioni e contatti che potrebbe agire a suo favore . (Rep)
Il 15 maggio scorso era finito, invece, in carcere insieme all’ex presidente della Provincia Gianni Florido con le accuse di concussione tentata e consumata in relazione a pressioni su un dirigente della Provincia per favorire l’Ilva. Dieci giorni dopo aveva ottenuto i domiciliari (come Florido). I suoi difensori avevano presentato al gip Patrizia Todisco una nuova istanza di revoca, che era stata rigettata. Ora il Tribunale ha nuovamente respinto la richiesta di rimessione in libertà.
Gli altri indagati che furono raggiunti da misura restrittiva a maggio sono l’ex dirigente dell’Ilva, Girolamo Archinà, e l'ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia (era ai domiciliari ed è tornato in libertà una decina di giorni dopo). Al centro delle contestazioni per Conserva e Florido le autorizzazioni alla discarica Mater Gratiae. I due sono accusati anche di aver indotto, dal 2006 al 2011, dirigenti del settore ecologia e ambiente della Provincia di Taranto a rilasciare autorizzazioni per la discarica gestita dall’Ilva in carenza dei requisiti tecnico-giuridici. (GdM)
Argomenti
Ambiente svenduto,
arresto,
conserva,
ILVA
venerdì 5 luglio 2013
Seppelliti nella diossina!!
San Brunone, il cimitero dei veleni
Revocato da quasi due mesi il divieto di utilizzo dei campi di inumazione, causa forte inquinamento dei terreni, resta il problema della sicurezza dei necrofori che operano a stretto contatto con un suolo contaminato dai veleni della grande industria.
L’area del «San Brunone», infatti, adiacente all’Ilva, risulta fortemente compromessa dalla presenza di pcb, diossina e polveri minerali che mettono a serio rischio la salute del personale addetto alla tumulazione, attività per la quale si movimenta il terreno.
Con lo sblocco delle sepolture, la cooperativa sociale “L’Ancora”, che attualmente si occupa dei servizi cimiteriali di Taranto, ha dotato i propri lavoratori di un adeguato abbigliamento che impedisca il contatto con il terreno inquinato.
E ha distribuito mascherine con appositi filtri per evitare l’inalazione tossiche.
Ma ciò non basta a tranquillizzare i lavoratori che, nonostante questi accorgimenti, non si sentono protetti e temono di ammalarsi come già è successo in passato a molti loro colleghi, spiegano.
Tantomeno trova d’accordo i visitatori, che non possono avvicinarsi ai campi inagibili perché esposti ad un elevata concentrazione di diossina, dannosa per la salute tant’è vero che tecnicamente anche loro dovrebbero essere attrezzati ed indossare una mascherina per proteggersi dall’inalazione di sostanze nocive.
«Vogliamo mettere in luce il fatto che nel cimitero i lavoratori stanno facendo di tutto per mantenere una normalità che in realtà non c’è – rileva Ernesto Palatrasio, coordinatore provinciale Slai Cobas – lavorare su terreni inquinati con delle mascherine non è la soluzione al problema».
L’amministrazione comunale si affidò all’Asl per monitorare l’osservanza delle procedure anti-contaminazione al di fuori dei campi già inquinati.
L’Asl, a detta dei dipendenti de “L’Ancora” «propose di installare delle docce all’interno del cimitero e il più vicino possibile alle zone di inumazione. Ciò, per consentire ai necrofori di disfarsi immediatamente degli indumenti da lavoro e ripulirsi dalle sostanze inquinanti , prima di lasciare il posto di lavoro. Promesse disattese – denunciano i lavoratori – queste strutture ancora non sono state realizzate. Eppure, si continua a lavorare con sempre maggiori disagi – commenta Palatrasio – Sappiamo anche che il cimitero è stato inserito tra le priorità degli interventi di bonifica, però ancora non capiamo in cosa consista questa “priorità” in termini pratici. Vogliamo che ci sia un’attività effettiva. In questo senso abbiamo chiesto di incontrare il commissario delle bonifiche, Alfio Pini».
Più in generale, i Cobas chiedono anche misure di sostegno nei confronti del personale «vittima dell’inquinamento industriale. Ci sono problemi relativi alla presenza sul luogo di lavoro. Questa attività non può esser svolta per sei ore al giorno e si può ben capire che serve una riduzione dell’orario – argomenta infine il coordinatore Cobas mostrando le cartelle cliniche dei cinquantadue dipendenti – I lavoratori sono tutti a rischio, non possono più essere soltanto vittime di questa situazione. Troppo spesso le uniche notizie che abbiamo sono quelle di operai colpiti da malattie. È inaccettabile» chiude Palatrasio. (Corgiorno)
Revocato da quasi due mesi il divieto di utilizzo dei campi di inumazione, causa forte inquinamento dei terreni, resta il problema della sicurezza dei necrofori che operano a stretto contatto con un suolo contaminato dai veleni della grande industria.
L’area del «San Brunone», infatti, adiacente all’Ilva, risulta fortemente compromessa dalla presenza di pcb, diossina e polveri minerali che mettono a serio rischio la salute del personale addetto alla tumulazione, attività per la quale si movimenta il terreno.
Con lo sblocco delle sepolture, la cooperativa sociale “L’Ancora”, che attualmente si occupa dei servizi cimiteriali di Taranto, ha dotato i propri lavoratori di un adeguato abbigliamento che impedisca il contatto con il terreno inquinato.
E ha distribuito mascherine con appositi filtri per evitare l’inalazione tossiche.
Ma ciò non basta a tranquillizzare i lavoratori che, nonostante questi accorgimenti, non si sentono protetti e temono di ammalarsi come già è successo in passato a molti loro colleghi, spiegano.
Tantomeno trova d’accordo i visitatori, che non possono avvicinarsi ai campi inagibili perché esposti ad un elevata concentrazione di diossina, dannosa per la salute tant’è vero che tecnicamente anche loro dovrebbero essere attrezzati ed indossare una mascherina per proteggersi dall’inalazione di sostanze nocive.
«Vogliamo mettere in luce il fatto che nel cimitero i lavoratori stanno facendo di tutto per mantenere una normalità che in realtà non c’è – rileva Ernesto Palatrasio, coordinatore provinciale Slai Cobas – lavorare su terreni inquinati con delle mascherine non è la soluzione al problema».
L’amministrazione comunale si affidò all’Asl per monitorare l’osservanza delle procedure anti-contaminazione al di fuori dei campi già inquinati.
L’Asl, a detta dei dipendenti de “L’Ancora” «propose di installare delle docce all’interno del cimitero e il più vicino possibile alle zone di inumazione. Ciò, per consentire ai necrofori di disfarsi immediatamente degli indumenti da lavoro e ripulirsi dalle sostanze inquinanti , prima di lasciare il posto di lavoro. Promesse disattese – denunciano i lavoratori – queste strutture ancora non sono state realizzate. Eppure, si continua a lavorare con sempre maggiori disagi – commenta Palatrasio – Sappiamo anche che il cimitero è stato inserito tra le priorità degli interventi di bonifica, però ancora non capiamo in cosa consista questa “priorità” in termini pratici. Vogliamo che ci sia un’attività effettiva. In questo senso abbiamo chiesto di incontrare il commissario delle bonifiche, Alfio Pini».
Più in generale, i Cobas chiedono anche misure di sostegno nei confronti del personale «vittima dell’inquinamento industriale. Ci sono problemi relativi alla presenza sul luogo di lavoro. Questa attività non può esser svolta per sei ore al giorno e si può ben capire che serve una riduzione dell’orario – argomenta infine il coordinatore Cobas mostrando le cartelle cliniche dei cinquantadue dipendenti – I lavoratori sono tutti a rischio, non possono più essere soltanto vittime di questa situazione. Troppo spesso le uniche notizie che abbiamo sono quelle di operai colpiti da malattie. È inaccettabile» chiude Palatrasio. (Corgiorno)
La schizofrenia dei Vendolini
Da un lato i SEL boys si chinano ossequiosi alla cordata di Fitto & co. per accelerare l'approvazione (magari con qualche altro regalo ai Riva) del Decreto 61, il salva-Ilva 2 (vedi post precedente)!
Dall'altro fanno finta di indignarsi quando la spocchia dei Riva umilia il (loro) direttore dell'ARPA regionale, ormai ridicolizzato dall'incoerenza sfacciata e retorica del capo Vendola.
Tra scienza e chiacchiere, tra verità e potere, al povero Assennato è capitato di avvicinarsi troppo al rogo riservato ai contestatori fino a bruciarsi i panni...
Nicastro: preoccupa soppressione figura Garante Ilva
“Le mie perplessità sulla scelta di nominare il Dott. Bondi commissario governativo per la gestione dello stabilimento Ilva le avevo espresse prevedendo il rischio che, nuovamente, le ragioni della produzione e quelle della salute e dell’ambiente entrassero in collisione in un meccanismo non del tutto chiaro sul piano delle competenze, degli spazi di manovra e delle iniziative da prendere. Oggi quei timori della vigilia sono confermati da un atteggiamento dell’Ilva, con nota a firma del dott. Bondi, che contesta l’applicazione delle norme sul Danno Sanitario allo stabilimento adducendo come motivazione il fatto che la sovrapposizione con rilievi effettuati da altri istituti di controllo nazionali determinerebbe un clima di incertezza e di sovrapposizione che creerebbe incertezza e non consentirebbe – a dire di Bondi – un corretto ed ordinato svolgimento dell’attività di impresa. Cosa per la quale si prevede una apposita segnalazione al Ministero dell’Ambiente per le opportune valutazioni e determinazioni”.
“La questione dell’incertezza, prima normativa poi di riferimenti sui rilievi in materia di performances ambientali e della loro ricaduta sanitaria, torna ciclicamente nel rapporto dell’Ilva con i soggetti controllori. Questo mi fa tornare con la mente ad un anno fa quando il tema all’ordine del giorno, per assicurare un corretto svolgimento dell’attività di impresa, era quello della certezza normativa. Al rinnovato atteggiamento industriale di Ilva che pare avere come priorità la produzione si aggiunge il rischio di una soppressione della figura del Garante per l’Aia contenuta, stando ad anticipazioni di stampa, in uno degli emendamenti al decreto in fase di conversione in legge. Sono preoccupato – prosegue Nicastro – dell’attuale situazione in cui si rischia nuovamente una contrapposizione di cui non abbiamo bisogno e, soprattutto, che potrebbe ancora una volta veder soccombere le questioni ambientali e di salute. Il timore più grande – conclude Nicastro – è che la volontà della Regione di avviare una rivoluzione copernicana con la legge sulla Valutazione del Danno Sanitario che aveva messo al centro l’uomo e la sua salute ed in relazione ad esso il resto possa essere vanificata da un ritorno alla visione fordista della fabbrica che vuol al centro del mondo la produzione e le sue ragioni sacrificando l’uomo e le sue aspirazioni ad una vita dignitosa in una ambiente tutelato”. (IlQuotidianoItaliano)
Dall'altro fanno finta di indignarsi quando la spocchia dei Riva umilia il (loro) direttore dell'ARPA regionale, ormai ridicolizzato dall'incoerenza sfacciata e retorica del capo Vendola.
Tra scienza e chiacchiere, tra verità e potere, al povero Assennato è capitato di avvicinarsi troppo al rogo riservato ai contestatori fino a bruciarsi i panni...
Nicastro: preoccupa soppressione figura Garante Ilva
“Le mie perplessità sulla scelta di nominare il Dott. Bondi commissario governativo per la gestione dello stabilimento Ilva le avevo espresse prevedendo il rischio che, nuovamente, le ragioni della produzione e quelle della salute e dell’ambiente entrassero in collisione in un meccanismo non del tutto chiaro sul piano delle competenze, degli spazi di manovra e delle iniziative da prendere. Oggi quei timori della vigilia sono confermati da un atteggiamento dell’Ilva, con nota a firma del dott. Bondi, che contesta l’applicazione delle norme sul Danno Sanitario allo stabilimento adducendo come motivazione il fatto che la sovrapposizione con rilievi effettuati da altri istituti di controllo nazionali determinerebbe un clima di incertezza e di sovrapposizione che creerebbe incertezza e non consentirebbe – a dire di Bondi – un corretto ed ordinato svolgimento dell’attività di impresa. Cosa per la quale si prevede una apposita segnalazione al Ministero dell’Ambiente per le opportune valutazioni e determinazioni”.
A dichiararlo l’Assessore alla Qualità
dell’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, apprendendo di una
nota dell’Ilva inviata al direttore di Arpa Puglia in merito alla
valutazione del danno sanitario relativo al siderurgico di Taranto.
“La questione dell’incertezza, prima normativa poi di riferimenti sui rilievi in materia di performances ambientali e della loro ricaduta sanitaria, torna ciclicamente nel rapporto dell’Ilva con i soggetti controllori. Questo mi fa tornare con la mente ad un anno fa quando il tema all’ordine del giorno, per assicurare un corretto svolgimento dell’attività di impresa, era quello della certezza normativa. Al rinnovato atteggiamento industriale di Ilva che pare avere come priorità la produzione si aggiunge il rischio di una soppressione della figura del Garante per l’Aia contenuta, stando ad anticipazioni di stampa, in uno degli emendamenti al decreto in fase di conversione in legge. Sono preoccupato – prosegue Nicastro – dell’attuale situazione in cui si rischia nuovamente una contrapposizione di cui non abbiamo bisogno e, soprattutto, che potrebbe ancora una volta veder soccombere le questioni ambientali e di salute. Il timore più grande – conclude Nicastro – è che la volontà della Regione di avviare una rivoluzione copernicana con la legge sulla Valutazione del Danno Sanitario che aveva messo al centro l’uomo e la sua salute ed in relazione ad esso il resto possa essere vanificata da un ritorno alla visione fordista della fabbrica che vuol al centro del mondo la produzione e le sue ragioni sacrificando l’uomo e le sue aspirazioni ad una vita dignitosa in una ambiente tutelato”. (IlQuotidianoItaliano)
giovedì 4 luglio 2013
Fitto, il grande amico dei Riva (con il consenso di PD e SEL)
Dl Ilva: Ok commissioni Camera con modifiche, lunedì in Aula
Via libera delle commissioni Ambiente e Attività produttive al decreto Ilva.
Le commissioni hanno infatti votato il mandato ai relatori, Raffaele Fitto (Pdl) e Enrico Borghi (Pd). A votare a favore i partiti della maggioranza (Pd-Pdl-Sc) e Sel.
Il M5S ha invece votato contro.
Il provvedimento, che è in prima lettura, arriva all'esame dell'Aula di Montecitorio in parte modificato. Tra le novità più rilevanti la possibilità che il commissariamento possa avvenire del solo ramo di azienda che non ha rispettato le prescrizioni Aia (autorizzazione integrata ambientale) e non di tutta l'impresa, "previa offerta di idonee garanzie patrimoniali o finanziarie" da parte dell'azienda stessa. (IlMondo)
Via libera delle commissioni Ambiente e Attività produttive al decreto Ilva.
Le commissioni hanno infatti votato il mandato ai relatori, Raffaele Fitto (Pdl) e Enrico Borghi (Pd). A votare a favore i partiti della maggioranza (Pd-Pdl-Sc) e Sel.
Il M5S ha invece votato contro.
Il provvedimento, che è in prima lettura, arriva all'esame dell'Aula di Montecitorio in parte modificato. Tra le novità più rilevanti la possibilità che il commissariamento possa avvenire del solo ramo di azienda che non ha rispettato le prescrizioni Aia (autorizzazione integrata ambientale) e non di tutta l'impresa, "previa offerta di idonee garanzie patrimoniali o finanziarie" da parte dell'azienda stessa. (IlMondo)
mercoledì 3 luglio 2013
A proposito dei fumi individuati dal Comitato
Il Comitato per Taranto aveva segnalato alle autorità e all'Arpa Puglia una nuvola di fumo nero sollevatasi da un'area prossima all'ILVA lo scorso 23 giugno (clicca qui per vedere il post).
Ecco la comunicazione dell'ARPA in merito all'accertamento dei fatti (su cui permane però qualche dubbio circa il materiale combusto, dal momento che alberi e sterpaglie non rilasciano fumi così neri ed odori acri):
Chiarimenti sull'incendio verificatosi a Taranto il 23.06.2013
Ecco la comunicazione dell'ARPA in merito all'accertamento dei fatti (su cui permane però qualche dubbio circa il materiale combusto, dal momento che alberi e sterpaglie non rilasciano fumi così neri ed odori acri):
Chiarimenti sull'incendio verificatosi a Taranto il 23.06.2013
In
riferimento all'evento verificatosi a Taranto intorno alle ore
21:00 del 23 giugno 2013 e segnalato dal WWF, ARPA Puglia informa che si
è trattato di un incendio che ha interessato alberi e sterpaglie
presenti su un terreno incolto di proprietà ILVA, sulla SS7 – via per
Massafra. I tecnici di ARPA Puglia, intervenuti sul luogo alle ore
23:30, hanno preso atto dell'avvenuto spegnimento dell’incendio a cui,
come si legge nel rapporto d'intervento rilasciato dal Comando
Provinciale di Taranto dei Vigili del Fuoco, hanno preso parte anche i
Vigili del Fuoco aziendali. I tecnici di ARPA Puglia hanno
successivamente verificato che in concomitanza dell'evento non si è
verificato alcun superamento dei limiti stabiliti dalla legge per i
parametri di qualità dell'aria. (Arpapuglia)
La sindrome di Calimero
...la "sottile" differenza tra un populista circondato da arraffoni e il sindaco che ci vorrebbe in una città come Taranto, quello che sa ascoltare e coinvolgere la cittadinanza attiva e colta.
Tanto la lacrimuccia salva sempre tutto... no?
«Non potevamo pensare di demolire quella struttura anche perché sono
stati utilizzati dei finanziamenti. Probabilmente restituiremo i soldi
all’Unione europea».
Il day after al sequestro della struttura, che doveva ospitare la “clinica delle tartarughe”, è amaro per il sindaco Ippazio Stefàno. Lo si intuisce dal tono della sua voce, solitamente squillante e arrembante anche nei momenti più buoi della sua gestione.
Ieri, infatti, la Guardia di Finanza ha proceduto al sequestro, su provvedimento d’urgenza firmato dal pm della Procura di Taranto Enrico Bruschi, del cosiddetto tartarugaio.
I sigilli, alla struttura che si erge oltre la “ringhiera” di corso Vittorio Emanuele, a qualche centinaio di metri in linea d’aria dal molo Sant’Eligio, sono stati apposti nel primo pomeriggio di ieri, per quello che, agli occhi di buona parte della città, è sembrato un “sequestro annunciato”.
Abbiamo deciso di contattare il sindaco Stefàno per chiedere un commento in merito all’operazione con la quale le Fiamme Gialle hanno bloccato la realizzazione dell’opera per la quale il Comune di Taranto avrebbe ricevuto un finanziamento dall’’Unione europea che si aggirerebbe sui 2,7 milioni di euro.
Sindaco, c’erano gli estremi per intervenire bloccando l’opera, prima che lo facesse la Guardia di Finanza su ordine della Magistratura?
«Non potevamo pensare di demolire la struttura. Quel progetto, che risale alla Giunta Di Bello, ha ricevuto dei finanziamenti dietro un impegno a chiudere in un determinato tempo tutti i lavori».
Certo, ma l’Amministrazione comunale non è intervenuta...
«La Guardia di Finanza, per conto della Magistratura, ha fatto quello che doveva fare».
E il Comune, invece, cosa ha fatto?
«Nel momento in cui ci sono state le prime segnalazioni, per fare luce sulla realizzazione dell’opera sono andato per due volte a parlare personalmente».
Con chi ha parlato?
«Ho parlato con l’ex assessore, che fra l’altro è anche architetto, Antonella Carella. Anche ai tecnici ho chiesto spiegazioni. Ho addirittura chiesto che facessero una conferenza stampa per spiegare ogni passaggio che ha portato alla realizzazione della struttura. Mi sono sembrati molti sicuri.
E ora, cosa accadrà?
«Dovremo aspettare e seguire attentamente l’evolversi della vicenda per capire la situazione. Certo, probabilmente dovremo restituire i soldi all’Unione europea». (TaSera)
Tanto la lacrimuccia salva sempre tutto... no?
Stefàno: «Restituiremo i soldi all’Ue»
![]() |
| oubliettemagazine |
Il day after al sequestro della struttura, che doveva ospitare la “clinica delle tartarughe”, è amaro per il sindaco Ippazio Stefàno. Lo si intuisce dal tono della sua voce, solitamente squillante e arrembante anche nei momenti più buoi della sua gestione.
Ieri, infatti, la Guardia di Finanza ha proceduto al sequestro, su provvedimento d’urgenza firmato dal pm della Procura di Taranto Enrico Bruschi, del cosiddetto tartarugaio.
I sigilli, alla struttura che si erge oltre la “ringhiera” di corso Vittorio Emanuele, a qualche centinaio di metri in linea d’aria dal molo Sant’Eligio, sono stati apposti nel primo pomeriggio di ieri, per quello che, agli occhi di buona parte della città, è sembrato un “sequestro annunciato”.
Abbiamo deciso di contattare il sindaco Stefàno per chiedere un commento in merito all’operazione con la quale le Fiamme Gialle hanno bloccato la realizzazione dell’opera per la quale il Comune di Taranto avrebbe ricevuto un finanziamento dall’’Unione europea che si aggirerebbe sui 2,7 milioni di euro.
Sindaco, c’erano gli estremi per intervenire bloccando l’opera, prima che lo facesse la Guardia di Finanza su ordine della Magistratura?
«Non potevamo pensare di demolire la struttura. Quel progetto, che risale alla Giunta Di Bello, ha ricevuto dei finanziamenti dietro un impegno a chiudere in un determinato tempo tutti i lavori».
Certo, ma l’Amministrazione comunale non è intervenuta...
«La Guardia di Finanza, per conto della Magistratura, ha fatto quello che doveva fare».
E il Comune, invece, cosa ha fatto?
«Nel momento in cui ci sono state le prime segnalazioni, per fare luce sulla realizzazione dell’opera sono andato per due volte a parlare personalmente».
Con chi ha parlato?
«Ho parlato con l’ex assessore, che fra l’altro è anche architetto, Antonella Carella. Anche ai tecnici ho chiesto spiegazioni. Ho addirittura chiesto che facessero una conferenza stampa per spiegare ogni passaggio che ha portato alla realizzazione della struttura. Mi sono sembrati molti sicuri.
E ora, cosa accadrà?
«Dovremo aspettare e seguire attentamente l’evolversi della vicenda per capire la situazione. Certo, probabilmente dovremo restituire i soldi all’Unione europea». (TaSera)
Epidemiologia, questa scomoda scienza!
Regione Puglia, quando avremo un Registro delle malformazioni congenite? – L’appello del dottor Di Ciaula (Isde)
La Puglia è una regione che non può permettersi alcuna lacuna sul fronte sanitario. In un territorio che ospita diversi colossi industriali inquinanti (dall’Ilva di Taranto alla centrale a carbone di Brindisi), sembra assurdo che non sia presente un Registro delle malformazioni congenite. A porre la questione è il dottor Agostino Di Ciaula, referente regionale dell’Isde (International Society of Doctors for Environment), che ha ufficialmente chiesto alla Regione l’istituzione di tale registro. Una richiesta che si poggia su dati di fatto che non ammettono sottovalutazioni, soprattutto da chi ha responsabilità politiche ed istituzionali: la stretta relazione tra l’esposizione ambientale e le malformazioni congenite.
Una prima lettera, indirizza al governatore Vendola e all’assessore alle politiche sanitarie Elena Gentile, è partita lo scorso 5 giugno. Non avendo ricevuto alcun riscontro, il dottor Di Ciaula è stato costretto ad un secondo invio (lo scorso 17 giugno). Dalla Regione, però, è arrivato soltanto un silenzio assordante. Nella serata di ieri, il medico dell’Isde, profondamente deluso da questo atteggiamento, ha fatto un altro tentativo. Ha pubblicato il testo della lettera su Facebook nella speranza di trovare qualche interlocutore interessato tra i parlamentari pugliesi. Il suo appello non ha bisogno di commenti: “A volte le spinte politiche arrivano dove le spinte etiche mostrano limiti, scontrandosi contro un muro di insensibilità e menefreghismo. I pugliesi (soprattutto quelli ancora non nati) sarebbero grati”.
Entriamo nel merito del documento, finora snobbato dai vertici regionali. Scrive il dottor Di Ciuala: “L’analisi dei meccanismi che legano l’ambiente alla salute umana è di fondamentale importanza per la ricerca biomedica e per la prevenzione primaria, non solo in campo oncologico. Tale analisi si rende particolarmente urgente e necessaria quando vi sia una chiara evidenza di contemporanea criticità ambientale e sanitaria, come nel caso delle malformazioni congenite”.
La Puglia, com’è noto, è una terra che non si fa mancare nulla in fatto di veleni. Di Ciaula spiega quindi un concetto ben noto alla comunità scientifica: “E’ ampiamente dimostrato che l’esposizione di donne in gravidanza ad agenti inquinanti può indurre nel feto modificazioni epigenetiche in grado di causare alterazioni dell’espressione genica, anche in assenza di mutazioni nella sequenza del DNA. Numerose evidenze presenti in letteratura internazionale concordano sull’inquinamento ambientale come importante fattore causale di alcuni tipi di malformazioni fetali”.
A questo punto, il medico fa chiarezza su alcuni aspetti: “Sia il certificato di assistenza al parto (CeDAP) che la codifica ICD-9-CM sono strumenti largamente inadeguati e inattendibili per il monitoraggio delle malformazioni congenite e generano, anche quando applicati con questa finalità, distorsioni dei risultati, dovute prevalentemente a loro sottostima. Un recente articolo scientifico (Gianicolo et al, “Congenital anomalies among live births in a polluted area. A ten-year retrospective study”, BMC Pregnancy and Childbirth 2012,12:165) ha mostrato un’aumentata prevalenza di malformazioni congenite (principalmente cardiovascolari) nella città di Brindisi, una delle tante zone della nostra Regione caratterizzate da elevato inquinamento ambientale. Anche i risultati di questo studio, di sicuro interesse, contribuiscono a evidenziare i limiti dovuti alla mancanza di un registro regionale accreditato”.
A differenza di altre Regioni italiane, continua Di Ciaula “i dati sulla prevalenza delle malformazioni congenite nella Regione Puglia (malformazioni maggiori/minori in nati e non-nati) sono del tutto assenti in alcuni casi, incompleti, inattendibili e frammentari in altri, tanto da rendere praticamente impossibile un’adeguata e sistematica ricognizione epidemiologica del fenomeno. La mancanza di dati epidemiologici, a sua volta, genera impossibilità di esaminare il problema in dettaglio e, soprattutto, impedisce qualunque tentativo di prevenzione primaria utile a impedire l’insorgenza delle malformazioni apportando dei correttivi alle cause che le determinano”.
Per tutti questi motivi, viene sollecitata a gran voce l’istituzione del Registro delle malformazioni congenite, iniziativa da attuare con urgenza per “colmare una lacuna diventata ormai intollerabile dal punto di vista etico prima ancora che scientifico”. Conclude il dottor Di Ciuala: “Il registro pugliese potrebbe trarre vantaggio dalla lunga esperienza della rete collaborativa di registri delle malformazioni congenite esistenti in diverse regioni italiane, partecipanti da molti anni al sistema europeo di sorveglianza (Eurocat) e a quello internazionale (ICBDSR)”.
Ora che l’ennesimo sasso è stato lanciato nello stagno delle istituzioni, non ci resta che attendere e sollecitare una reazione da parte del presidente Vendola e dell’assessore Gentile. Tra l’altro, è sorto su Facebook anche il gruppo “Vogliamo il registro pugliese delle malformazioni congenite”, aperto a tutti coloro che vogliono sostenere la proposta. E seguendo l’esempio del dottor Di Ciuala, anche noi concludiamo con una citazione che vale più di mille parole: “Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio, ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità” (George Bernard Shaw).
Alessandra Congedo per InchiostroVerde
La Puglia è una regione che non può permettersi alcuna lacuna sul fronte sanitario. In un territorio che ospita diversi colossi industriali inquinanti (dall’Ilva di Taranto alla centrale a carbone di Brindisi), sembra assurdo che non sia presente un Registro delle malformazioni congenite. A porre la questione è il dottor Agostino Di Ciaula, referente regionale dell’Isde (International Society of Doctors for Environment), che ha ufficialmente chiesto alla Regione l’istituzione di tale registro. Una richiesta che si poggia su dati di fatto che non ammettono sottovalutazioni, soprattutto da chi ha responsabilità politiche ed istituzionali: la stretta relazione tra l’esposizione ambientale e le malformazioni congenite.
Una prima lettera, indirizza al governatore Vendola e all’assessore alle politiche sanitarie Elena Gentile, è partita lo scorso 5 giugno. Non avendo ricevuto alcun riscontro, il dottor Di Ciaula è stato costretto ad un secondo invio (lo scorso 17 giugno). Dalla Regione, però, è arrivato soltanto un silenzio assordante. Nella serata di ieri, il medico dell’Isde, profondamente deluso da questo atteggiamento, ha fatto un altro tentativo. Ha pubblicato il testo della lettera su Facebook nella speranza di trovare qualche interlocutore interessato tra i parlamentari pugliesi. Il suo appello non ha bisogno di commenti: “A volte le spinte politiche arrivano dove le spinte etiche mostrano limiti, scontrandosi contro un muro di insensibilità e menefreghismo. I pugliesi (soprattutto quelli ancora non nati) sarebbero grati”.
Entriamo nel merito del documento, finora snobbato dai vertici regionali. Scrive il dottor Di Ciuala: “L’analisi dei meccanismi che legano l’ambiente alla salute umana è di fondamentale importanza per la ricerca biomedica e per la prevenzione primaria, non solo in campo oncologico. Tale analisi si rende particolarmente urgente e necessaria quando vi sia una chiara evidenza di contemporanea criticità ambientale e sanitaria, come nel caso delle malformazioni congenite”.
La Puglia, com’è noto, è una terra che non si fa mancare nulla in fatto di veleni. Di Ciaula spiega quindi un concetto ben noto alla comunità scientifica: “E’ ampiamente dimostrato che l’esposizione di donne in gravidanza ad agenti inquinanti può indurre nel feto modificazioni epigenetiche in grado di causare alterazioni dell’espressione genica, anche in assenza di mutazioni nella sequenza del DNA. Numerose evidenze presenti in letteratura internazionale concordano sull’inquinamento ambientale come importante fattore causale di alcuni tipi di malformazioni fetali”.
A questo punto, il medico fa chiarezza su alcuni aspetti: “Sia il certificato di assistenza al parto (CeDAP) che la codifica ICD-9-CM sono strumenti largamente inadeguati e inattendibili per il monitoraggio delle malformazioni congenite e generano, anche quando applicati con questa finalità, distorsioni dei risultati, dovute prevalentemente a loro sottostima. Un recente articolo scientifico (Gianicolo et al, “Congenital anomalies among live births in a polluted area. A ten-year retrospective study”, BMC Pregnancy and Childbirth 2012,12:165) ha mostrato un’aumentata prevalenza di malformazioni congenite (principalmente cardiovascolari) nella città di Brindisi, una delle tante zone della nostra Regione caratterizzate da elevato inquinamento ambientale. Anche i risultati di questo studio, di sicuro interesse, contribuiscono a evidenziare i limiti dovuti alla mancanza di un registro regionale accreditato”.
A differenza di altre Regioni italiane, continua Di Ciaula “i dati sulla prevalenza delle malformazioni congenite nella Regione Puglia (malformazioni maggiori/minori in nati e non-nati) sono del tutto assenti in alcuni casi, incompleti, inattendibili e frammentari in altri, tanto da rendere praticamente impossibile un’adeguata e sistematica ricognizione epidemiologica del fenomeno. La mancanza di dati epidemiologici, a sua volta, genera impossibilità di esaminare il problema in dettaglio e, soprattutto, impedisce qualunque tentativo di prevenzione primaria utile a impedire l’insorgenza delle malformazioni apportando dei correttivi alle cause che le determinano”.
Per tutti questi motivi, viene sollecitata a gran voce l’istituzione del Registro delle malformazioni congenite, iniziativa da attuare con urgenza per “colmare una lacuna diventata ormai intollerabile dal punto di vista etico prima ancora che scientifico”. Conclude il dottor Di Ciuala: “Il registro pugliese potrebbe trarre vantaggio dalla lunga esperienza della rete collaborativa di registri delle malformazioni congenite esistenti in diverse regioni italiane, partecipanti da molti anni al sistema europeo di sorveglianza (Eurocat) e a quello internazionale (ICBDSR)”.
Ora che l’ennesimo sasso è stato lanciato nello stagno delle istituzioni, non ci resta che attendere e sollecitare una reazione da parte del presidente Vendola e dell’assessore Gentile. Tra l’altro, è sorto su Facebook anche il gruppo “Vogliamo il registro pugliese delle malformazioni congenite”, aperto a tutti coloro che vogliono sostenere la proposta. E seguendo l’esempio del dottor Di Ciuala, anche noi concludiamo con una citazione che vale più di mille parole: “Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio, ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità” (George Bernard Shaw).
Alessandra Congedo per InchiostroVerde
martedì 2 luglio 2013
La propensione al "risparmio" di famiglia
Ilva, maxi-evasione da 52 milioni: Emilio Riva a giudizio a Milano
Per una presunta maxi evasione fiscale da 52 milioni di euro, che risale al 2007, il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco ha chiesto il processo per il patron dell’Ilva Emilio Riva, per due ex dirigenti del gruppo e per un manager della filiale di Londra di Deutsche Bank. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il colosso del settore metallurgico avrebbe indicato nella dichiarazione dei redditi elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse al fisco italiano.
Oltre a Emilio Riva, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, in qualità rispettivamente di responsabile finanziario e componente del cda e responsabile fiscale del Gruppo e Angelo Mormina, managing director di Deutsche Bank Londra. Secondo la ricostruzione della Procura, attraverso una serie di contratti, tutti economicamente collegati tra di loro e sottoscritti, alcune società del gruppo e dell’istituto di credito tedesco, gli utili fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero (senza intaccare quelli del gruppo) per sfruttare un regime fiscale più favorevole e, nel contempo, sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese.
Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 ma inserite nella dichiarazione dei redditi del 2008, ha oltrepassato i 52 milioni. La presenza nell’Ilva di ”una sorta di governo aziendale occulto” è, invece, evidenziata dai giudici del tribunale del Riesame nel motivare il rigetto, deciso il 15 giugno scorso, del ricorso di Riva Fire, holding che controlla l’Ilva spa, e di Riva Forni Elettrici, contro il sequestro preventivo per equivalente di beni sino ad 8,1 miliardi di euro disposto dal gip Patrizia Todisco ed eseguito dalla Guardia di Finanza a partire dal 24 maggio.
Scopo dell’operazione di scissione da Riva Fire sarebbe stato quello di ”creare un nuovo organismo a cui dirottare beni, al fine di tutelarli da eventuali iniziative dell’autorità giudiziaria di carattere ablatorio”, che avrebbero svuotato il patrimonio della holding. Riva Fire e Riva Forni Elettrici parlano in una nota di ”illegittimità del provvedimento”, sostenendo che le motivazioni ”ricalcano un impianto accusatorio basato sulla pura presunzione di atti e eventi che, in assenza di un normale iter processuale, non trovano concreti riscontri”.
Infine, il gip Todisco si è riservato di decidere sulla istanza del commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, di svincolare le somme di denaro sequestrate dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta penale. Le vicende giudiziaria di Emilio Riva e dell’Ilva si incrociano con l’attivita’ parlamentare, legata alla conversione del decreto 61 del 4 giugno scorso con il quale il governo ha nominato commissario straordinario dell’Ilva l’ex amministratore delegato della stessa azienda, Enrico Bondi. Sono state apportate alcune modifiche dalle commissioni Ambiente e Attività produttive; il provvedimento dovrà poi passare alle commissioni Giustizia, Politiche europee, Affari sociali, Lavoro e Bilancio per i pareri di competenza. (Blitzquotidiano)
Per una presunta maxi evasione fiscale da 52 milioni di euro, che risale al 2007, il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco ha chiesto il processo per il patron dell’Ilva Emilio Riva, per due ex dirigenti del gruppo e per un manager della filiale di Londra di Deutsche Bank. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il colosso del settore metallurgico avrebbe indicato nella dichiarazione dei redditi elementi passivi fittizi per poter poi pagare meno tasse al fisco italiano.
Oltre a Emilio Riva, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda Mario Turco Liveri e Agostino Alberti, in qualità rispettivamente di responsabile finanziario e componente del cda e responsabile fiscale del Gruppo e Angelo Mormina, managing director di Deutsche Bank Londra. Secondo la ricostruzione della Procura, attraverso una serie di contratti, tutti economicamente collegati tra di loro e sottoscritti, alcune società del gruppo e dell’istituto di credito tedesco, gli utili fatti dall’Ilva in Italia sarebbero stati trasferiti all’estero (senza intaccare quelli del gruppo) per sfruttare un regime fiscale più favorevole e, nel contempo, sarebbero state fatte figurare perdite in Italia per pagare meno tasse nel nostro Paese.
Il risparmio fiscale per il gruppo, grazie a queste operazioni datate 2007 ma inserite nella dichiarazione dei redditi del 2008, ha oltrepassato i 52 milioni. La presenza nell’Ilva di ”una sorta di governo aziendale occulto” è, invece, evidenziata dai giudici del tribunale del Riesame nel motivare il rigetto, deciso il 15 giugno scorso, del ricorso di Riva Fire, holding che controlla l’Ilva spa, e di Riva Forni Elettrici, contro il sequestro preventivo per equivalente di beni sino ad 8,1 miliardi di euro disposto dal gip Patrizia Todisco ed eseguito dalla Guardia di Finanza a partire dal 24 maggio.
Scopo dell’operazione di scissione da Riva Fire sarebbe stato quello di ”creare un nuovo organismo a cui dirottare beni, al fine di tutelarli da eventuali iniziative dell’autorità giudiziaria di carattere ablatorio”, che avrebbero svuotato il patrimonio della holding. Riva Fire e Riva Forni Elettrici parlano in una nota di ”illegittimità del provvedimento”, sostenendo che le motivazioni ”ricalcano un impianto accusatorio basato sulla pura presunzione di atti e eventi che, in assenza di un normale iter processuale, non trovano concreti riscontri”.
Infine, il gip Todisco si è riservato di decidere sulla istanza del commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, di svincolare le somme di denaro sequestrate dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta penale. Le vicende giudiziaria di Emilio Riva e dell’Ilva si incrociano con l’attivita’ parlamentare, legata alla conversione del decreto 61 del 4 giugno scorso con il quale il governo ha nominato commissario straordinario dell’Ilva l’ex amministratore delegato della stessa azienda, Enrico Bondi. Sono state apportate alcune modifiche dalle commissioni Ambiente e Attività produttive; il provvedimento dovrà poi passare alle commissioni Giustizia, Politiche europee, Affari sociali, Lavoro e Bilancio per i pareri di competenza. (Blitzquotidiano)
Alle prese con l'Occulto
Ilva, il Riesame conferma sequestro soldi: “Governo aziendale occulto”
Esiste un “governo aziendale occulto” che opera nello stabilimento Ilva di Taranto, una “struttura ombra costituita da soggetti denominati ‘fiduciari’ non inquadrati nell’organizo di Ilva spa, ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva”. Lo scrive il tribunale del Riesame nelle motivazioni con le quali conferma il maxi sequestro per equivalente da 8,1 miliardi di euro ai danni della società Riva Fire che controlla Ilva spa.
Nelle quarantuno pagine del provvedimento il collegio di magistrati rivela la presenza di alcuni soggetti “funzionalmente dipendenti di altre societa del Gruppo Riva”, ma “ufficialmente distaccati all’internodello stabilimento” e altri che invece pur non essendo “ufficialmente impiegati presso Ilva spa” ricoprono incarico di vertice come Lanfranco Legnani che “oltre ad essere componente dell’organismo di vigilanza di Ilva, ricopriva anche l’incarico di ‘direttore ombra’ dello stabilimento”. Altri ancora, aggunge il tribunale “operavano od operano all’interno dello stabilimento come consulenti esterni”. Figure, che secondo due informative della Guardia di finanza di Taranto, “di fatto governavano il siderurgico, impartendo le necessarie disposizioni, occupando alloggi nella provincia di Taranto che risultavano formalmente ‘uffici in attività’ della Riva Fire spa”. Una struttura ombra, quindi, che secondo la procura ionica è “lo strumento di controllo della proprietà sulla vita dello stabilimento” con il compito “effettivo”, quindi, di “verificare l’operato dei dipendenti assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali”. Ed è quindi attraverso i fiduciari che la Riva Fire – e di conseguenza i membri della famiglia proprietaria della fabbrica – controllava la fabbrica. Attraverso queste figure che “hanno esercitato un penetrante dominio su Ilva spa” e hanno dettato “dall’esterno le linee della politica aziendale” la famiglia Riva continuava – al di là di dimissioni formali e cessazioni di incarichi ufficiali – a mantenere saldamente le mani sullo stabilimento di Taranto.
Un nuovo filone di indagine che, quindi, si apre nella vicenda che vede indagati per disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari la proprietà e i vertici dello stabilimento. Ma i soggetti iscritti nel registro degli indagati, prima della chiusura dell’attività investigativa, potrebbero aumentare ancora: i fiduciari, infatti, “hanno in tale veste – scrivono i giudici del riesame – concorso con i successivi amministratori nella commissione dei reati”. Non solo. La loro esistenza e la loro azione conferma la legittimità del maxisequestro disposto dal gip Patrizia Todisco perché avvalorano le responsabilità della società Riva Fire che attraverso “i propri amministratori e per il tramite dei fiduciari”, ha attivamente partecipato alla fase delle scelte decisionali concementi Ia gestione dello stabilimento di Taranto e quindi “la consumazione degli illeciti, perseguendo quindi un proprio interesse”.
Ma il martedì nero della famiglia Riva non ha come epicentro solo il palazzo di giusitizia del capoluogo ionico. La procura di Milano, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio per Emilio Riva e altre tre persone nell’ambito di un’ inchiesta per frode fiscale dell’Ilva per 52 milioni. L’87enne ex patron dell’Ilva, agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso, è indagato in qualità di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società Riva Fire spa, nonché di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società consolidata Ilva spa. (FQ)
Esiste un “governo aziendale occulto” che opera nello stabilimento Ilva di Taranto, una “struttura ombra costituita da soggetti denominati ‘fiduciari’ non inquadrati nell’organizo di Ilva spa, ma riconducibili direttamente alla proprietà e alla famiglia Riva”. Lo scrive il tribunale del Riesame nelle motivazioni con le quali conferma il maxi sequestro per equivalente da 8,1 miliardi di euro ai danni della società Riva Fire che controlla Ilva spa.
Nelle quarantuno pagine del provvedimento il collegio di magistrati rivela la presenza di alcuni soggetti “funzionalmente dipendenti di altre societa del Gruppo Riva”, ma “ufficialmente distaccati all’internodello stabilimento” e altri che invece pur non essendo “ufficialmente impiegati presso Ilva spa” ricoprono incarico di vertice come Lanfranco Legnani che “oltre ad essere componente dell’organismo di vigilanza di Ilva, ricopriva anche l’incarico di ‘direttore ombra’ dello stabilimento”. Altri ancora, aggunge il tribunale “operavano od operano all’interno dello stabilimento come consulenti esterni”. Figure, che secondo due informative della Guardia di finanza di Taranto, “di fatto governavano il siderurgico, impartendo le necessarie disposizioni, occupando alloggi nella provincia di Taranto che risultavano formalmente ‘uffici in attività’ della Riva Fire spa”. Una struttura ombra, quindi, che secondo la procura ionica è “lo strumento di controllo della proprietà sulla vita dello stabilimento” con il compito “effettivo”, quindi, di “verificare l’operato dei dipendenti assicurandosi che fossero rispettate le logiche aziendali”. Ed è quindi attraverso i fiduciari che la Riva Fire – e di conseguenza i membri della famiglia proprietaria della fabbrica – controllava la fabbrica. Attraverso queste figure che “hanno esercitato un penetrante dominio su Ilva spa” e hanno dettato “dall’esterno le linee della politica aziendale” la famiglia Riva continuava – al di là di dimissioni formali e cessazioni di incarichi ufficiali – a mantenere saldamente le mani sullo stabilimento di Taranto.
Un nuovo filone di indagine che, quindi, si apre nella vicenda che vede indagati per disastro ambientale e avvelenamento di sostanze alimentari la proprietà e i vertici dello stabilimento. Ma i soggetti iscritti nel registro degli indagati, prima della chiusura dell’attività investigativa, potrebbero aumentare ancora: i fiduciari, infatti, “hanno in tale veste – scrivono i giudici del riesame – concorso con i successivi amministratori nella commissione dei reati”. Non solo. La loro esistenza e la loro azione conferma la legittimità del maxisequestro disposto dal gip Patrizia Todisco perché avvalorano le responsabilità della società Riva Fire che attraverso “i propri amministratori e per il tramite dei fiduciari”, ha attivamente partecipato alla fase delle scelte decisionali concementi Ia gestione dello stabilimento di Taranto e quindi “la consumazione degli illeciti, perseguendo quindi un proprio interesse”.
Ma il martedì nero della famiglia Riva non ha come epicentro solo il palazzo di giusitizia del capoluogo ionico. La procura di Milano, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio per Emilio Riva e altre tre persone nell’ambito di un’ inchiesta per frode fiscale dell’Ilva per 52 milioni. L’87enne ex patron dell’Ilva, agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso, è indagato in qualità di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società Riva Fire spa, nonché di rappresentante legale e firmatario della dichiarazione fiscale della società consolidata Ilva spa. (FQ)
lunedì 1 luglio 2013
Fiorivano le viole...
Non è per fare i soliti disfattisti... ma diciamo che una leggera sindrome da San Tommaso dopo decenni di promesse e grandi abbuffate di esperti è pure difficile da superare...
Aspettiamo, e vedremo!
Esperti internazionali a Taranto programmano sviluppo pesca
Esperti internazionali si riuniranno a Taranto lunedì prossimo 8 luglio per programmare lo sviluppo del settore pesca, acquacoltura e miticoltura. Si tratta di un appuntamento, precisa in una nota l'assessore regionale alle Risorse Agroalimentari, Fabrizio Nardoni, "che prova a mettere assieme più attori e che cerca di mettere in contatto con l'Europa e il mondo la marineria della Puglia e di Taranto in particolare provando a tracciare, così come previsto dal nuovo Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca 2014-2020, le linee di intervento per una pesca ecologicamente, economicamente e socialmente sostenibile". "La dotazione proposta per questo nuovo Fondo, che sostituirà l'attuale Fondo Europeo per la Pesca (Fep) e vari altri strumenti, ammonta a 6,5miliardi di euro - dice ancora Nardoni - ed è importante per questa ragione che all'appuntamento e alla fase di programmazione di queste risorse si arrivi con un progetto organico che possa trovare negli operatori locali i giusti referenti". L'incontro si svolgerà nell'aula Magna del Convento di San Francesco in via Duomo ed è promosso dall'Assessorato alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia e dall'Istituto Agronomico Mediterraneo (Ciheam) Oltre al tavolo tecnico convocato in mattinata con i referenti degli organi di controllo e sanità, gli esperti del settore, le associazioni di categoria e il mondo della ricerca universitaria - è detto ancora nella nota della Regione - nel pomeriggio l'appuntamento tarantino si arricchisce di presenze importanti e internazionali. Hanno già dato la loro adesione il direttore generale del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Emilio Gatto, il Presidente del Consiglio Consultivo Regionale per il Mediterraneo (Rac Med), Giampaolo Bonfiglio, i rappresentanti delle organizzazioni nazionale rappresentanti il settore pesca e soprattutto il Segretario Esecutivo della Commissione Generale della Pesca per il Mediterraneo per la Fao (Cgpm - organo deputato a occuparsi di tutte le questioni attinenti la gestione della pesca, ma anche alla conservazione degli ecosistemi marini e della biodiversità del Mediterraneo - ndr) Abdellah Srour.(ANSA)
Ecco le idee di Salina per “L’Alternativa viene dal mare”
Quando si parla di fatti e di possibilità concrete, e non di “belle parole” e sogni irrealizzabili, la gente accorre, e tanta anche. È accaduto ieri sera in “L’alternativa viene dal mare”, l’happening organizzato dalla Fondazione dal Mare presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, ex Caserma Rossarol in Città Vecchia.
Nella serata è stato illustrato come è possibile anche a Taranto trarre nuova occupazione dal mare, senza inventarsi nulla, ma solo replicando quello che fanno da sempre in altre città di mare italiane ed europee che, però, non hanno “rinnegato” il loro secolare rapporto simbiotico con il mare e lo hanno rispettato preservandolo dall’inquinamento.
Non una serata accademica, nonostante la prestigiosa location universitaria, ma un happening festoso con svariati interventi e performance musicali e artistiche.
È stato Alessandro Maruccia ad illustrare le tante opportunità lavorative che il mare può creare per i giovani tarantini: skipper e istruttore velico professionista, tre anni fa ha acquistato la tartana “Salina”, un’imbarcazione di legno ad armo aurico che, fino alla prima metà del secolo scorso, per secoli era stata usata nel Golfo di Taranto per trasportare merci. Dopo un attento restauro, negli ultimi tre anni “Salina” ha viaggiato fino all’Oceano Atlantico per “mostrare la bandiera” di Taranto a tutta la marineria mondiale. Prima è stata a Sparta ripercorrendo la rotta dei nostri fondatori, poi a La Spezia partecipando alla Festa della Marineria e, infine, Salina è arrivata a Brest, città della costa atlantica francese dove ha rappresentato Taranto a “Les Tonneres di Brest”, il raduno marittimo più importante al mondo.
È stato il progetto “Salina per Taranto”, realizzato da Maruccia con altri amici con cui ha costituito la “Fondazione dal Mare”: Salina, nel cui equipaggio si sono alternati una trentina di “marinai”, ha così navigato per 7.000 miglia toccando 50 porti.
La serata ha preso spunto dalle esperienze marinaresche di Alessando Maruccia che, anche con filmati e immagini, ha potuto documentare come in tanti porti, dove ha ormeggiato Salina, il mare riesca ancora a dare lavoro a tante persone.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza, rigorosamente in dialetto tarantino, di “mestr’ Cataved”, il più anziano “maestro d’ascia” della città che ha partecipato al restauro della Salina.
Al racconto di Alessandro Maruccia si sono poi alternati i contributi di Carmelo Fanizza di Jonian Dolphin Conservation, che ha spiegato come sia possibile creare nel Golfo di Taranto un Santuario dei cetacei in cui portare i turisti a vedere i delfini, di Vittorio Pollazon di MondoMare che ha illustrato il progetto BluCheradi per realizzare una riserva marina protetta nelle isole Cheradi, un vero paradiso per i turisti subacquei; nella serata sono scaturite tante idee, come far visitare ai turisti un cantiere in cui si costruiscono ancora i natanti con ordinate e fasciame in legno, o un museo del mare in cui si custodire le tradizione marinaresche di Taranto.
Sono intervenuti tanti addetti ai lavori, come Taddeo Ferdinando, docente di scienza della navigazione dell’Istituto Nautico, ma anche tanti giovani tarantini, come Antonio Lenti con una folta delegazione di universitari jonici, e rappresentanti del mondo ambientalista, tra questi Fabio Millarte di WWF e Massimo Ruggieri della rete “Vivi Taranto”.
Alessandro Maruccia ha concluso con una provocazione: a Taranto è possibile formare adeguatamente skipper professionisti che, come me, poi possano condurre in mare una imbarcazione da diporto con tanti turisti a bordo?
In “L’Alternativa viene dal mare” sono state illustrate tante idee che potrebbero creare occupazione, purché la politica e le istituzioni sappiano coltivare questi semi facendoli germogliare. (Puglialive)
Aspettiamo, e vedremo!
Esperti internazionali a Taranto programmano sviluppo pesca
Esperti internazionali si riuniranno a Taranto lunedì prossimo 8 luglio per programmare lo sviluppo del settore pesca, acquacoltura e miticoltura. Si tratta di un appuntamento, precisa in una nota l'assessore regionale alle Risorse Agroalimentari, Fabrizio Nardoni, "che prova a mettere assieme più attori e che cerca di mettere in contatto con l'Europa e il mondo la marineria della Puglia e di Taranto in particolare provando a tracciare, così come previsto dal nuovo Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca 2014-2020, le linee di intervento per una pesca ecologicamente, economicamente e socialmente sostenibile". "La dotazione proposta per questo nuovo Fondo, che sostituirà l'attuale Fondo Europeo per la Pesca (Fep) e vari altri strumenti, ammonta a 6,5miliardi di euro - dice ancora Nardoni - ed è importante per questa ragione che all'appuntamento e alla fase di programmazione di queste risorse si arrivi con un progetto organico che possa trovare negli operatori locali i giusti referenti". L'incontro si svolgerà nell'aula Magna del Convento di San Francesco in via Duomo ed è promosso dall'Assessorato alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia e dall'Istituto Agronomico Mediterraneo (Ciheam) Oltre al tavolo tecnico convocato in mattinata con i referenti degli organi di controllo e sanità, gli esperti del settore, le associazioni di categoria e il mondo della ricerca universitaria - è detto ancora nella nota della Regione - nel pomeriggio l'appuntamento tarantino si arricchisce di presenze importanti e internazionali. Hanno già dato la loro adesione il direttore generale del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Emilio Gatto, il Presidente del Consiglio Consultivo Regionale per il Mediterraneo (Rac Med), Giampaolo Bonfiglio, i rappresentanti delle organizzazioni nazionale rappresentanti il settore pesca e soprattutto il Segretario Esecutivo della Commissione Generale della Pesca per il Mediterraneo per la Fao (Cgpm - organo deputato a occuparsi di tutte le questioni attinenti la gestione della pesca, ma anche alla conservazione degli ecosistemi marini e della biodiversità del Mediterraneo - ndr) Abdellah Srour.(ANSA)
Ecco le idee di Salina per “L’Alternativa viene dal mare”
Quando si parla di fatti e di possibilità concrete, e non di “belle parole” e sogni irrealizzabili, la gente accorre, e tanta anche. È accaduto ieri sera in “L’alternativa viene dal mare”, l’happening organizzato dalla Fondazione dal Mare presso l’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, ex Caserma Rossarol in Città Vecchia.
Nella serata è stato illustrato come è possibile anche a Taranto trarre nuova occupazione dal mare, senza inventarsi nulla, ma solo replicando quello che fanno da sempre in altre città di mare italiane ed europee che, però, non hanno “rinnegato” il loro secolare rapporto simbiotico con il mare e lo hanno rispettato preservandolo dall’inquinamento.
Non una serata accademica, nonostante la prestigiosa location universitaria, ma un happening festoso con svariati interventi e performance musicali e artistiche.
È stato Alessandro Maruccia ad illustrare le tante opportunità lavorative che il mare può creare per i giovani tarantini: skipper e istruttore velico professionista, tre anni fa ha acquistato la tartana “Salina”, un’imbarcazione di legno ad armo aurico che, fino alla prima metà del secolo scorso, per secoli era stata usata nel Golfo di Taranto per trasportare merci. Dopo un attento restauro, negli ultimi tre anni “Salina” ha viaggiato fino all’Oceano Atlantico per “mostrare la bandiera” di Taranto a tutta la marineria mondiale. Prima è stata a Sparta ripercorrendo la rotta dei nostri fondatori, poi a La Spezia partecipando alla Festa della Marineria e, infine, Salina è arrivata a Brest, città della costa atlantica francese dove ha rappresentato Taranto a “Les Tonneres di Brest”, il raduno marittimo più importante al mondo.
È stato il progetto “Salina per Taranto”, realizzato da Maruccia con altri amici con cui ha costituito la “Fondazione dal Mare”: Salina, nel cui equipaggio si sono alternati una trentina di “marinai”, ha così navigato per 7.000 miglia toccando 50 porti.
La serata ha preso spunto dalle esperienze marinaresche di Alessando Maruccia che, anche con filmati e immagini, ha potuto documentare come in tanti porti, dove ha ormeggiato Salina, il mare riesca ancora a dare lavoro a tante persone.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza, rigorosamente in dialetto tarantino, di “mestr’ Cataved”, il più anziano “maestro d’ascia” della città che ha partecipato al restauro della Salina.
Al racconto di Alessandro Maruccia si sono poi alternati i contributi di Carmelo Fanizza di Jonian Dolphin Conservation, che ha spiegato come sia possibile creare nel Golfo di Taranto un Santuario dei cetacei in cui portare i turisti a vedere i delfini, di Vittorio Pollazon di MondoMare che ha illustrato il progetto BluCheradi per realizzare una riserva marina protetta nelle isole Cheradi, un vero paradiso per i turisti subacquei; nella serata sono scaturite tante idee, come far visitare ai turisti un cantiere in cui si costruiscono ancora i natanti con ordinate e fasciame in legno, o un museo del mare in cui si custodire le tradizione marinaresche di Taranto.
Sono intervenuti tanti addetti ai lavori, come Taddeo Ferdinando, docente di scienza della navigazione dell’Istituto Nautico, ma anche tanti giovani tarantini, come Antonio Lenti con una folta delegazione di universitari jonici, e rappresentanti del mondo ambientalista, tra questi Fabio Millarte di WWF e Massimo Ruggieri della rete “Vivi Taranto”.
Alessandro Maruccia ha concluso con una provocazione: a Taranto è possibile formare adeguatamente skipper professionisti che, come me, poi possano condurre in mare una imbarcazione da diporto con tanti turisti a bordo?
In “L’Alternativa viene dal mare” sono state illustrate tante idee che potrebbero creare occupazione, purché la politica e le istituzioni sappiano coltivare questi semi facendoli germogliare. (Puglialive)
Alla faccia dei Tonti...
I militari della Guardia di Finanza hanno sequestrato questa mattina il
tartarugaio in fase di costruzione a Taranto, su un tratto di costa sul
Lungomare sottostante la cosiddetta Ringhiera.
Stando alla ricostruzione fatta dagli inquirenti e basata anche su una perizia, la realizzazione dell’opera sarebbe avvenuta in violazione delle norme edilizie, paesaggistiche e ambientali e senza le necessarie autorizzazioni da parte della Regione. Inoltre, per la costruzione dell’immobile, sarebbero state occupate abusivamente aree demaniali.
Nell’inchiesta diretta dal pm Enrico Bruschi sono indagate 14 persone fra dirigenti, funzionari del Comune di Taranto, tecnici e imprenditori (da quanto si è appreso non ci sono politici) che hanno avuto un ruolo nell’iter amministrativo iniziato nel 2004.
Il provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza emesso dal magistrato inquirente dovrà essere convalidato dal gip.
La vicenda è finita sotto la lente d’ingrandimento della magistratura in seguito ad alcuni esposti presentati da cittadini e associazioni ambientaliste che hanno segnalato la presenza di quello che molti definiscono un ecomostro in considerazione delle sue dimensioni e della collocazione. (CdG) Il provvedimento, frutto di un'accurata attività peritale ordinata dal suddetto magistrato ha origine dagli esposti inviati in Procura dall'avv. Enzo Gigante e da Carmine de Gregorio.
Stando alla ricostruzione fatta dagli inquirenti e basata anche su una perizia, la realizzazione dell’opera sarebbe avvenuta in violazione delle norme edilizie, paesaggistiche e ambientali e senza le necessarie autorizzazioni da parte della Regione. Inoltre, per la costruzione dell’immobile, sarebbero state occupate abusivamente aree demaniali.
Nell’inchiesta diretta dal pm Enrico Bruschi sono indagate 14 persone fra dirigenti, funzionari del Comune di Taranto, tecnici e imprenditori (da quanto si è appreso non ci sono politici) che hanno avuto un ruolo nell’iter amministrativo iniziato nel 2004.
Il provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza emesso dal magistrato inquirente dovrà essere convalidato dal gip.
La vicenda è finita sotto la lente d’ingrandimento della magistratura in seguito ad alcuni esposti presentati da cittadini e associazioni ambientaliste che hanno segnalato la presenza di quello che molti definiscono un ecomostro in considerazione delle sue dimensioni e della collocazione. (CdG) Il provvedimento, frutto di un'accurata attività peritale ordinata dal suddetto magistrato ha origine dagli esposti inviati in Procura dall'avv. Enzo Gigante e da Carmine de Gregorio.
Argomenti
de gregorio,
esposto,
procura,
sequestro,
tartarugaio
Meno due ma... al lupo, al lupo, al lupo, al lupo....!!!
La schizofrenia (o l'insensatezza) dei giornalisti e dei titolisti a volte sono così plateali che danno proprio fastidio!
Insomma è crisi o è ammodernamento per l'AIA?
Il fatto è che certa carta stampata, consapevolmente o meno, si presta ad alimentare questo stato di terrore costante che è funzionale a tenere la città sotto il giogo del ricatto economico.
Quei passaggi sugli impianti sono dovuti. Prima o poi, sono dovuti. Quindi mercato o no, operai o meno, non è un problema della città se chi doveva fare lavori ha fatto melina per anni ed anni ed ora si ritrova con gli arretrati e i commissari in casa!
Anzi, bisogna essere consapevoli che ogni stop corrisponde ad un passo avanti verso la "possibile" messa a norma. E sicuramente il calo di produzione ha effetti benefici sull'aria che respiriamo!
Una città normale fa paura?
O forse è meglio avere sempre il lupo sotto casa per vendere qualche giornaletto in più?
Crisi all’Ilva, stop all’altoforno 2 Tre mesi di chiusura
L'Ilva fermerá da oggi l'altoforno 2 per la crisi del mercato siderurgico. La scorsa notte è avvenuta l'ultima carica di materiali per consentire l'ultima colata di ghisa, dopodiché l'impianto resterá inattivo per tre mesi, periodo nel quale, utilizzando la fermata, saranno effettuati in anticipo sul programma dell'Autorizzazione integrata ambientale i lavori di ammodernamento che riguarderanno fra l'altro il sistema di raffreddamento e la parte alta dell'altoforno.
La fermata dell'altoforno 2, insieme a quella dell'acciaieria 1, era già stata annunciata ai sindacati metalmeccanici a metà giugno e oggi diviene operativa. Nei giorni scorsi sono state eseguite tutte le operazioni preliminari allo stop dell'altoforno 2, la cui produzione a regime è di circa 5.000 tonnellate di ghisa al giorno. Col blocco dell'altoforno 2, l'Ilva marcerà solo con due altiforni essendo l'1 già stato fermato l'8 dicembre mentre il 3 è inattivo da molto tempo. Restano quindi in funzione gli altiforni 4 e 5. Quest'ultimo si fermerà agli inizi dell'estate del prossimo anno.
Ma dopo l'altoforno 2 l'Ilva fermerà nei prossimi giorni anche l'acciaieria 1 che già da oggi si predisporrà al blocco con un assetto di marcia ridotto. Rispetto ai tre mesi previsti per l'altoforno 2, lo stop dell'acciaieria 1 sarà più contenuto e in questo periodo lo stabilimento siderurgico andrà avanti con una sola acciaieria, la 2. Per l'altoforno 2, spiegano i tecnici dell'Ilva, la fermata sarà meno complessa di quella dell'altoforno 1, anch'esso soggetto ai lavori di rifacimento prescritti dall'Aia. Oggi, infatti, non ci sarà quella che i tecnici chiamano la colata della «salamandra», ovvero di quella parte di ghisa che col tempo si deposita nella parte bassa dell'altoforno e non viene mai fatta fuoriuscire. Questo non avverrà, spiegano ancora i tecnici, perchè rispetto all'altoforno 1 i lavori da farsi sul 2 saranno meno impegnativi e richiederanno minor tempo essendo stato quest'impianto già oggetto di migliorie.
Con quest'ulteriore stop, la produzione giornaliera di ghisa scende da 17-18mila tonnellate a 14-15mila al giorno. Prima che si fermasse l'altoforno 1 si producevano 21-22mila tonnellate di ghisa al giorno. Stando ad una prima tabella di marcia, era previsto che nella prima metà del 2014 sarebbero stati fermi insieme gli altiforni 1 e 5 essendo l'attività dell' 1 condizionata dal rifacimento, a monte, delle batterie coke che alimentano l'impianto, i cui lavori richiedono più tempo rispetto a quelli dell'impianto stesso. L'Ilva, però, soprattutto se nel frattempo le condizioni del mercato saranno migliorate, non ha escluso di far ripartire l'altoforno 1 a prescindere dal completamento delle batterie coke collegate, alimentandolo dall’esterno. Cioè acquistando il coke sul mercato. (GdM)
![]() |
| geagea |
Il fatto è che certa carta stampata, consapevolmente o meno, si presta ad alimentare questo stato di terrore costante che è funzionale a tenere la città sotto il giogo del ricatto economico.
Quei passaggi sugli impianti sono dovuti. Prima o poi, sono dovuti. Quindi mercato o no, operai o meno, non è un problema della città se chi doveva fare lavori ha fatto melina per anni ed anni ed ora si ritrova con gli arretrati e i commissari in casa!
Anzi, bisogna essere consapevoli che ogni stop corrisponde ad un passo avanti verso la "possibile" messa a norma. E sicuramente il calo di produzione ha effetti benefici sull'aria che respiriamo!
Una città normale fa paura?
O forse è meglio avere sempre il lupo sotto casa per vendere qualche giornaletto in più?
Crisi all’Ilva, stop all’altoforno 2 Tre mesi di chiusura
L'Ilva fermerá da oggi l'altoforno 2 per la crisi del mercato siderurgico. La scorsa notte è avvenuta l'ultima carica di materiali per consentire l'ultima colata di ghisa, dopodiché l'impianto resterá inattivo per tre mesi, periodo nel quale, utilizzando la fermata, saranno effettuati in anticipo sul programma dell'Autorizzazione integrata ambientale i lavori di ammodernamento che riguarderanno fra l'altro il sistema di raffreddamento e la parte alta dell'altoforno.
La fermata dell'altoforno 2, insieme a quella dell'acciaieria 1, era già stata annunciata ai sindacati metalmeccanici a metà giugno e oggi diviene operativa. Nei giorni scorsi sono state eseguite tutte le operazioni preliminari allo stop dell'altoforno 2, la cui produzione a regime è di circa 5.000 tonnellate di ghisa al giorno. Col blocco dell'altoforno 2, l'Ilva marcerà solo con due altiforni essendo l'1 già stato fermato l'8 dicembre mentre il 3 è inattivo da molto tempo. Restano quindi in funzione gli altiforni 4 e 5. Quest'ultimo si fermerà agli inizi dell'estate del prossimo anno.
Ma dopo l'altoforno 2 l'Ilva fermerà nei prossimi giorni anche l'acciaieria 1 che già da oggi si predisporrà al blocco con un assetto di marcia ridotto. Rispetto ai tre mesi previsti per l'altoforno 2, lo stop dell'acciaieria 1 sarà più contenuto e in questo periodo lo stabilimento siderurgico andrà avanti con una sola acciaieria, la 2. Per l'altoforno 2, spiegano i tecnici dell'Ilva, la fermata sarà meno complessa di quella dell'altoforno 1, anch'esso soggetto ai lavori di rifacimento prescritti dall'Aia. Oggi, infatti, non ci sarà quella che i tecnici chiamano la colata della «salamandra», ovvero di quella parte di ghisa che col tempo si deposita nella parte bassa dell'altoforno e non viene mai fatta fuoriuscire. Questo non avverrà, spiegano ancora i tecnici, perchè rispetto all'altoforno 1 i lavori da farsi sul 2 saranno meno impegnativi e richiederanno minor tempo essendo stato quest'impianto già oggetto di migliorie.
Con quest'ulteriore stop, la produzione giornaliera di ghisa scende da 17-18mila tonnellate a 14-15mila al giorno. Prima che si fermasse l'altoforno 1 si producevano 21-22mila tonnellate di ghisa al giorno. Stando ad una prima tabella di marcia, era previsto che nella prima metà del 2014 sarebbero stati fermi insieme gli altiforni 1 e 5 essendo l'attività dell' 1 condizionata dal rifacimento, a monte, delle batterie coke che alimentano l'impianto, i cui lavori richiedono più tempo rispetto a quelli dell'impianto stesso. L'Ilva, però, soprattutto se nel frattempo le condizioni del mercato saranno migliorate, non ha escluso di far ripartire l'altoforno 1 a prescindere dal completamento delle batterie coke collegate, alimentandolo dall’esterno. Cioè acquistando il coke sul mercato. (GdM)
Iscriviti a:
Post (Atom)













