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venerdì 18 dicembre 2015

Visite di cortesia

Ilva, blitz della Finanza

Guardia di Finanza nello stabilimento Ilva di Taranto, stamane. Secondo fonti interne all’azienda, da alcune ore i militari stanno eseguendo verifiche e controlli in Acciaieria.
Pare che l’intervento sia scaturito da un esposto della Usb – unione sindacale di base – firmato dal coordinatore Francesco Rizzo che denuncerebbe la presenza di  una discarica abusiva di oli , grassi e materiali di risulta nei pressi dell’impianto Colata Continua 5 dell’acciaieria 1. Questa la prima ipotesi. Sapremo di più nella prossime ore.
Aggiornamento ore 18: tutta l’area è ora sottoposta a sequestro dopo il riscontro effettivo del materiale abbandonato, nelle vasche in disuso e in contenitori a cielo aperto. Sul posto anche i responsabili ARPA che hanno effettuato i rilevamenti del caso; accertamenti ancora in corso. (laringhiera)
 

giovedì 26 novembre 2015

Il dopo sorpresa...

Ilva, istituzioni in pressing sullo stop dalla Svizzera di 1,2 miliardi dei Riva

"Indubbiamente il tema ambientale e' fondamentale perche' senza di quello non c'e' newco che regga".
  Cosi' il commissario straordinario dell'Ilva, Corrado Carrubba, oggi a Genova per un incontro organizzato dall'Archivio Ansaldo, commentando la decisione dei giudici svizzeri che hanno bloccato il trasferimento in Italia di 1,2 milioni di euro della famiglia Riva destinati agli interventi di ambientalizzazione dello stabilimento di Taranto. Un verdetto che, secondo Carrubba, "non compromette la situazione in modo decisivo, perche' gli interventi a Taranto vanno fatti, necessariamente". Sulla newco, il commissario ha poi precisato che "viagga su tempistiche e procedure diverse" ma "indubbiamente il tema ambientale e' fondamentale perche' senza di quello non c'e' newco che regga".
  Circa le preoccupazioni manifestate anche dai sindacati dopo il verdetto svizzero, Carrubba ha aggiunto che "la situazione Ilva e' delicata e ogni elemento di perturbazione, da qualunque parte arrivi, aumenta oggettivamente il livello di complessita' e delicatezza e quindi di responsabilita'. Cio' che e' accaduto deve essere tenuto nella giusta considerazione ma non va drammatizzato perche' su Ilva c'e' un impegno nazionale, dal governo al parlamento agli enti locali, e credo che questo team nazionale sia sufficientemente forte da far fronte anche a queste difficolta'. Noi lavoriamo in questa direzione". A chi, poi, gli ha domandato se gli investimenti annunciati sullo stabilimento genovese siano comunque confermati, Carrubba ha risposto che "Genova e' un pezzo del ciclo produttivo Ilva e sappiamo che ha un'importanza rilevante non solo per il territorio. L'Ilva e' l'Ilva, e, per quanto ci riguarda, e' fatta in maniera inscindibile dagli stabilimenti di Genova, Novi e Taranto e dei vari impianti che abbiamo. Non c'e' alcuna distinzione di sorte". (AGI)

"Noi non siamo parte processuale, in senso tecnico, nella vicenda Svizzera, chi potrà fare ricorso, se lo riterrà, è la procura di Zurigo, la cui decisione è stata modificata dal tribunale federale, valuteranno loro". Corrado Carrubba, uno dei commissari straordinari Ilva, ha commentato così la decisione del tribunale di Bellinzona di bloccare il rientro dalla Svizzera all'Italia del miliardo e duecento milioni sequestrato alla famiglia Riva e destinato ai lavori ambientali dell'impianto siderurgico di Taranto.

A margine di un incontro della Fondazione Ansaldo a Genova, Carrubba ha spiegato che "tutte le strade vanno perseguite perché siamo convinti della bontà e della fondatezza dell'operazione che tende, sostanzialmente, a mettere a disposizione della società delle risorse importanti che vanno nell'interesse non solo dell'ambiente e del territorio ma anche della stessa società". "La situazione dell'Ilva - ha aggiunto Carrubba - è delicata e questa situazione ha aggiunto un elemento di indubbia preoccupazione ma pensiamo ci sia un impegno unitario delle istituzioni, dal governo alle autorità locali, da Taranto a Genova. Abbiamo passato momenti difficili, troveremo una soluzione per passare anche questo".
La decisione dei giudici svizzeri che hanno bloccato il trasferimento in Italia di 1,2 miliardi di euro della famiglia Riva destinati agli interventi di ambientalizzazione dello stabilimento Ilva di Taranto "non compromette la situazione in modo decisivo perché gli interventi a Taranto vanno fatti", ha poi spiegato Carrubba, a Genova per un incontro organizzato dall'Archivio Ansaldo, rispondendo alle preoccupazioni dei sindacati.
Anche "se la newco viaggia su tempistiche e procedure diverse, indubbiamente il tema ambientale e' fondamentale perché senza di quello non c'è newco che regga", ha aggiunto Carrubba: "Ciò che è accaduto deve essere tenuto nella giusta considerazione ma non va drammatizzato perché su Ilva c'è un impegno nazionale, dal governo al parlamento agli enti locali, e credo che questo team nazionale sia sufficientemente forte da far fronte anche a queste difficoltà. Noi lavoriamo in questa direzione".
Riguardo agli investimenti per lo stabilimento di Genova Carrubba ha affermato che "Genova è un pezzo del ciclo produttivo Ilva e sappiamo che ha un'importanza rilevante non solo per il territorio. L'Ilva, per quanto ci riguarda, è fatta in maniera inscindibile dagli stabilimenti di Genova, Novi e Taranto e dei vari impianti che abbiamo. Non c'è alcuna distinzione di sorte". (Quot)


 Ilva, riparte il pressing sul Governo di Regione Puglia e istituzioni locali dopo che il Tribunale di Bellinzona ha bloccato il rientro dalla Svizzera all’Italia del miliardo e 200 milioni sequestrato ai Riva che deve essere impiegato nei lavori ambientali del siderurgico di Taranto. Malgrado vi sia più d’una legge che disponga questa finalizzazione delle risorse, l’operazione, sin dall’inizio, si è rivelata complessa.
Tuttavia negli ultimi mesi era tornato un po’ di ottimismo ed esponenti del Governo e dell’Ilva davano per prossimo lo sblocco dei fondi. L’altolà dei giudici svizzeri apre invece uno scenario diverso, anche se la vicenda non è chiusa definitivamente in senso sfavorevole all’Ilva.
La Procura di Zurigo, che aveva già detto sì al rientro del miliardo e 200 milioni, potrà infatti impugnare il verdetto del Tribunale e anche Governo e Ilva stanno leggendo la sentenza di 80 pagine e vedere quali passi fare. Due, intanto, le richieste avanzate in sede locale. La prima è un confronto col Governo per capire come vuole muoversi, l’altra è che il cammino dell’Autorizzazione integrata ambientale non sia interrotto o rallentato perchè sono ancora da farsi investimenti importanti, dalla copertura dei parchi minerali al rifacimento dell’altoforno 5. E solo una realizzazione completa delle prescrizioni ambientali entro agosto 2016 daranno all’Ilva il lasciapassare per tornare a produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio l'anno e avere così nuova competitività e conti migliori rispetto ad oggi.
«Il presidente del Consiglio dica qual è la strategia alternativa sull’Ilva – dichiara il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano –. Chiederò a Renzi di sapere cosa sta accadendo perchè è evidente che su quella somma si puntava in modo decisivo per attuare il piano dell'Aia». E a proposito di un maggiore ruolo del Governo, Emiliano si tiene cauto: «Non è semplice – afferma – perchè nel settore dell’acciaio non sono ammessi i contributi statali».
«Non possiamo rinunciare al risanamento ambientale dell’Ilva e non possiamo chiudere lo stabilimento siderurgico» afferma il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. «Governo e Parlamento – prosegue Cesareo – devono quindi fare in modo che gli
800 milioni di garanzia statale sul nuovo prestito che l’Ilva contrarrà, siano confermati nella legge di Stabilità e diventino subito una misura efficace». Anche per Cesareo la partita giudiziaria non è chiusa ma adesso «è importante che l’Ilva sia messa nelle condizioni di ottenere e spendere gli 800 milioni di prestito garantito dallo Stato. Probabilmente lo Stato dovrà attendere più tempo per rientrare in possesso della garanzia data, ma l’Ilva è questione il cui rilievo ambientale, industriale, occupazionale e sociale, penso non sfugga a nessuno».
«Sapevo che non era facile e avevo anche colto qualche preoccupazione – dice il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno –. Non entro nel merito giuridico, ma dico che un anno fa il Governo, mettendo in cantiere un’altra legge, ha colto la necessità di dare una svolta al problema dell’Ilva. Ora sia quindi il Governo a garantire gli investimenti necessari. L’Unione Europea ce lo contesterà? Dovremo dirgli che l’Ilva è anzitutto un enorme problema ambientale e di tutela della salute dei cittadini da risolvere» (Sole24h)

mercoledì 25 novembre 2015

Sorpresa!!!

Ilva, restano in Svizzera gli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva. Tribunale accoglie ricorso delle figlie di Emilio

Resteranno in Svizzera gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva, azionisti dell’Ilva con il 90% ma espropriati all’atto dell’ammissione del siderurgico all’amministrazione straordinaria. La Corte dei reclami penali del Tribunale federale di Bellinzona, con sentenza del 18 novembre, ha infatti accolto il ricorso presentato dalle figlie dello scomparso Emilio Riva e detto no al rientro in Italia dei soldi sequestrati dai magistrati di Milano in una delle inchieste sulla gestione dello stabilimento. Quella contro Adriano Riva e due commercialisti, accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni: secondo i pm, i soldi sono stati distratti dalle casse dell’Ilva per essere poi trasferiti in alcuni trust nell’isola di Jersey. Nel 2009, sempre stando all’ipotesi accusatoria, sono poi stati scudati “in maniera ingiustificata” lasciandoli però depositati nei forzieri della banca Ubs.
La decisione di annullare il provvedimento con il quale a giugno la Procura di Zurigo, su richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del sequestro del denaro perché potesse essere trasferito è motivata con la presenza di “vizi materiali e formali particolarmente gravi” nella richiesta dell’Italia. Ma soprattutto con il fatto che “l’origine criminale” di quei fondi è ritenuta da giudici “soltanto presumibile” ma attualmente “non manifesta”, per cui il trasferimento “costituirebbe un’espropriazione senza un giudizio penale”. E “non esiste una dichiarazione di garanzia delle autorità italiane secondo la quale le persone perseguite, se dichiarate innocenti, non subirebbero nessun danno“.
Il gip di Milano nell’ottobre 2014 aveva stabilito che i soldi fossero messi a disposizione dei commissari dello stabilimento e usati per il risanamento ambientale dello stabilimento. E l’11 maggio di quest’anno il tribunale, accogliendo la richiesta di Piero GnudiCorrado CarrubbaEnrico Laghi, ne ha disposto il rientro in Italia. Avrebbero dovuto essere trasferiti al Fondo Unico Giustizia gestito da Equitalia (in cui sono custodite le somme oggetto di sequestri giudiziari o confische) che a sua volta avrebbe sottoscritto obbligazioni emesse dall’Ilva per una somma fino a 1,2 miliardi di euro. Ma durante l’estate le figlie di Emilio Riva, dopo aver rinunciato all’eredità del padre per non essere coinvolte nelle richieste di risarcimento dei danni ambientali provocati dal siderurgico, hanno fatto ricorso. Ora accolto dai giudici svizzeri.
Si complica, così, il percorso tracciato dal governo Renzi per il rilancio del siderurgico, che attualmente incrementa le perdite di circa 50 milioni ogni mese. Non sembra un caso se in ottobre l’esecutivo ha dovuto inserire nella legge di Stabilità la previsione di un prolungamento fino a quattro anni dell’amministrazione straordinaria e di una nuova garanzia statale da 800 milioni, dopo il finanziamento da 400 milioni concesso all’inizio dell’anno. (FQ)

domenica 15 novembre 2015

I nodi (puzzolenti) finalmente vengono al pettine

L’allarme lanciato dalla Gazzetta lo scorso 4 ottobre era fondato. Lo stato di abbandono in cui versa la discarica Vergine, ubicata nell'isola amministrativa del Comune di Taranto, tra Lizzano, Monteparano e Fragagnano, e chiusa dal 10 febbraio del 2014 a seguito del provvedimento di sequestro firmato dal gip Valeria Ingenito su richiesta del pm Lanfranco Marazia, rischia di costare almeno mezzo milione all’ente guidato dal sindaco Stefàno e di provocare ulteriori problemi all’ambiente. L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti speciali nel quale sono stati conferiti milioni di tonnellate e tonnellate di materiale di derivazione industriale (e non solo), è privo di qualsiasi tutela ambientale ed economica.
Lo scorso 19 ottobre il dirigente del settore Ambiente del Comune di Taranto, Alessandro De Roma, ha inviata una lettera al prefetto e per conoscenza ad altre autorità sollecitando un intervento per rimuovere il percolato formatosi, intervento il cui impatto economico è stato valutato in ben 500 mila euro. Soldi che rischia di scucire il Comune di Taranto perché la società Vergine srl è stata posta in liquidazione e, come scritto dalla Gazzetta, non ci sono più fideiussioni poste a garanzia della post gestione dell’impianto.
Il 24 marzo scorso il dirigente del settore Ambiente della Provincia Martino Dilonardo ha infatti revocato l'Aia rilasciata al gestore Vergine srl (subentrata dopo il cessione di ramo d’azienda operato dalla Vergine spa) per l'assenza totale di garanzie finanziarie. L’attività di una discarica si compone di più fasi, che vanno dalla preparazione, realizzazione e gestione fino al post-chiusura. Per evitare che i gestori abbandonino il sito una volta esaurito, evitando così di adottare le cautele previste per prevenire l'inquinamento della falda e dei terreni circostanti e di svolgere gli interventi di ordinaria manutenzione a partire dalla raccolta e lo smaltimento del percolato prodotto dai rifiuti, in sede autorizzativa la legge prevede la richiesta di adeguate garanzie finanziarie. In questo caso, le fideiussioni inizialmente erano pari a 20 milioni per la gestione operativa e quasi 11 milioni per la gestione post operativa dell'impianto di contrada Palombara, e 9 milioni e 4 milioni e mezzo per l'impianto di contrada Mennole, entrambi riferibili alla Vergine.
Dal 2005, però, la normativa è cambiata in maniera vorticosa per interventi nazionali e regionali, fino a giungere al vaglio della Corte Costituzionale che con sentenza 67/2014 ha dichiarato incostituzionale la legge regionale del 2006 con la quale la Regione Puglia aveva autonomamente deciso di stabilire i criteri generali ai fini della determinazione delle garanzie finanziarie. Cogliendo la palla al balzo, i proprietari della discarica hanno ottenuto il 16 aprile 2014, con un provvedimento firmato dall'allora dirigente del settore Ambiente della Provincia Stefano Semeraro, lo svincolo delle fideiussioni per quasi 5 milioni di euro (gli importi iniziali erano stati nel frattempo ridotti) per gli impianti di Palombara e Mennole dopo che il 29 ottobre del 2013 l'allora dirigente del settore Ambiente della Provincia Maria Spartera aveva provveduto alla restituzione di fideiussioni per 9 milioni e duecentomila euro, riservandosi invece per i titoli riguardanti la gestione post operativa. Il 16 aprile del 2014, giorno della restituzione delle fideiussioni, l'impianto però era ormai chiuso per l'intervento della magistratura e dunque, pur adempiendo alla diffida della società, alcuna verifica è stata fatta riguardo le garanzie economiche per la post-gestione della discarica. L'ente ha rimesso mani al dossier Vergine un mese dopo, il 19 maggio del 2014, avviando la procedura per la revoca dell'Aia perché un conto era la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima la legge regionale sulle fideiussioni, altro è trovarsi al cospetto della totale assenza di garanzie finanziarie.
La Provincia ha inviato una diffida alla Vergine che ha impugnato tale atto, soccombendo però sia al Tar che al Consiglio di Stato e dunque nel marzo 2015 ha proceduto alla revoca dell'Autorizzazione integrata ambientale per entrambi gli impianti (Palombara e Mennole), ricordando peraltro che la società Vergine è comunque tenuta al puntuale rispetto di tutte le prescrizioni di manutenzione, sorveglianza e controlli dei due impianti. Ma, senza garanzie finanziarie nelle mani della Provincia, si tratta di prescrizioni prive di reale efficacia, tenuto conto che nel frattempo la società è stata posta in liquidazione e che dunque i costi per le manutenzioni rischiano di gravare interamente sulle casse del Comune di Taranto.
L’associazione Attiva Lizzano in una nota denuncia «gli odori sgradevoli che, soprattutto in alcune ore della giornata, infestano il centro abitato del Comune di Lizzano» e chiede alle autorità competenti« informazioni sullo stato della discarica che, malgrado gli sforzi della Magistratura, è diventata più che mai maleodorante e sempre più pericolosa per la salute di adulti e bambini». (GdM)

venerdì 23 ottobre 2015

Digressioni legali

Il Gip di Taranto, con la sentenza del 14 luglio 2015, ha posto una questione di legittimità alla Corte Costituzionale sull'art. 3 del DL 4 luglio 2015, n° 92 su limiti e condizioni del sequestro in un'impresa strategica


Il fatto
A seguito dell'infortunio mortale di un operaio dell'Ilva erano stati indagati i dirigenti e i tecnici dello stabilimento sia per omessa predisposizione di protezioni e dispositivi idonei a garantire l'incolumità dei lavoratori, presso l'altoforno dell'Ilva, che per la mancata predisposizione di strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della temperatura (artt 110 - 437, co. 1 e 2, c.p.); sono stati anche accusati di aver violato la normativa antinfortunistica (art. 71, D.L.vo n° 81/2008).
Per queste ragioni, il Pubblico Ministero aveva disposto il sequestro preventivo d'urgenza dell'altoforno, che era stato successivamente convalidato. Tuttavia a causa dell'introduzione dell'art. 3 del decreto legge 92/2015 ("Misure urgenti per l'esercizio dell'attività di impresa di stabilimenti oggetto di sequestro giudiziario"), i difensori dell'Ilva ritenevano che il Pm dovesse sospendere l'esecuzione del sequestro.

L'eccezione di illegittimità costituzionale del Pm
Il Pm, ha ritenuto opportuno declinare la sua competenza esprimendo parere contrario sull'istanza dei difensori dell'Ilva, rimettendo gli atti per la decisione al Giudice per le indagini preliminari (G.i.p.).
Secondo il Pm, il decreto in questione non è in grado di annullare il sequestro in atto in quanto la competenza è riservata al Gip poiché era stato lui stesso ad aver emesso il decreto.
Inoltre, per il caso di specie non si può applicare la disciplina dell'art. 3 perché riguarda quelle ipotesi in cui il sequestro preventivo impedisce l'esercizio dell'attività d'impresa eventualità che però non era stata motivata dai ricorrenti.
Per tali ragioni il Pubblico Ministero ha quindi proposto un'eccezione di illegittimità costituzionale dell'art. 3 del decreto legge 4 luglio 2015, n° 92, in base all'art. 41 della Cost., ne punto in cui dispone che "l'iniziativa economica non può svolgersi in modo da arrecare danno alla dignità umana", e agli articoli della Costituzione riguardanti i diritti inviolabili dell'uomo, quali la vita, la salute e il lavoro strettamente connesso alla sicurezza.
Secondo il Pm, il decreto del 2015, riconoscendo all'impresa il compito di predisporre unilateralmente un piano di misure aggiuntive senza sottoposizione ad alcun sindacato, non realizzerebbe un bilanciamento tra il diritto alla salute e all'ambiente salubre ed il diritto all'iniziativa economica.

Le considerazioni del giudice per le indagini preliminari
Il Gip ha quindi rilevato la questione della competenza sul sequestro preventivo, affermando che per poter capire quale fosse l'organo competente, è prima necessario collocare l'art. 3 del D.L. n° 92/2015 all'interno dell'ordinamento.
I commi 2 e 3 dell'articolo in esame prevedono che le imprese di interesse strategico nazionale sottoposte a sequestro, devono predisporre un piano di intervento e sono sottoposte per l'esercizio dell'attività d'impresa a un vincolo di durata massima pari a un anno.
Quindi il provvedimento giudiziario ipotizzato nell'art. 3 riguardando un sequestro già in atto e la relativa esecuzione deve essere adottato dal giudice che ha disposto il sequestro e non dal Pm, il quale deve solo provvedere agli adempimenti esecutivi.
Alla luce di queste considerazioni spetterebbe dunque al Gip, la decisione sull'istanza avanzata dai difensori dell'Ilva, in quanto organo che ha adottato il provvedimento di sequestro.
Tuttavia, secondo il Gip alla controversia in esame non si dovrebbe applicare l'art. 3 poiché, come già sottolineato in precedenza dal Pm, riguarda una tipologia di sequestro atta ad impedire l'esercizio dell'attività d'impresa.
Il Gip ha anche precisato che il caso Ilva è contemplabile nelle disposizioni contenute all'art. 1, c. 4 del DL 3 dicembre 2012, n. 207 nel punto in cui prevede che il Ministero dell'Ambiente può autorizzare, a date condizioni, la prosecuzione dell'attività produttiva per un periodo di tempo determinato
Nonostante ciò, pare che il legislatore abbia inteso applicare l'art. 3 al sequestro de quo, pertanto, secondo il Gip risulta indispensabile verificarne comunque la legittimità costituzionale.
Il giudice ha quindi evidenziato che l'art. 3 era stato promulgato dal Governo per neutralizzare gli effetti del sequestro disposto sull'Altoforno, e che il richiamo al DL 207/2012 nel decreto del 2015, sembrava finalizzato a estendere al nuovo articolo la copertura di costituzionalità riconosciuta dalla sentenza n. 85/2013.
Sempre a detta del Gip quel tipo di decisone era stata presa soltanto perché l'impresa aveva rispettato un provvedimento amministrativo (AIA) con cui si era impegnata ad adeguare gli impianti alle migliori tecniche disponibili. Inoltre, il DL 207/2012, contiene un rinvio al Codice ambiente con cui all'art. 29-decies erano stai predisposti una serie di controlli e interventi da parte delle autorità competenti, che possono sfociare anche in misure sanzionatorie in rapporto alla gravità delle eventuali violazioni accertate.

La ratio del provvedimento è dunque quella di provvedere al risanamento degli impianti, per ridurre le emissioni nocive alla salute e all'ambiente, senza dover necessariamente chiudere lo stabilimento. Qualora l'impresa non osservi le disposizioni, l'autorità sanzionerà le relative inadempienze.
È però opportuno sottolineare che nel DL 92/2015 non c'è alcun riferimento ad un provvedimento come quello AIA previsto nel DL 207/2012.
Difatti, nell'art. 3, per i sequestri relativi ad impianti di interesse strategico nazionale e per i reati inerenti alla sicurezza dei lavoratori, il Governo ha posto soltanto due limiti: la durata della sospensione non superiore a un anno e l'onere per l'impresa di predisporre un piano anche provvisorio, per la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non si fa riferimento al tipo di misure di sicurezza da adottare, che dovrebbero invece garantire la sicurezza dei lavoratori, come accade nel DL 207/2012, che prevede l'obbligo che le misure debbano essere quelle conformi alle migliori tecnologie disponibili.
Stando a quando disposto nell'art. 3 l'azienda ha quindi solo l'obbligo di comunicare la predisposizione del piano ad alcune autorità amministrative, e non all'autorità giudiziaria procedente.
L'attività di costante monitoraggio delle aree di produzione oggetto di sequestro è di competenza dei Vigili del fuoco, dell'ASL e dell'INAIL, che hanno la facoltà di svolgere ispezioni dirette a verificare l'attuazione delle misure ed attività aggiuntive previste nel piano. Ciò nonostante, non è previsto alcun apparato sanzionatorio in caso di insufficienza o inadeguatezza degli interventi aziendali, o per la mancata realizzazione di quanto indicato nel piano.
In questo modo l'art. 3 paralizza il provvedimento di sequestro dell'autorità giudiziaria grazie all'attivazione da parte dell'impresa del provvedimento, con il solo obbligo di comunicarlo solo ad alcuni enti.
In questo modo l'ordinamento italiano consente che un'azienda, se d'interesse strategico nazionale, possa continuare a svolgere la propria attività anche quando il suo esercizio può aggravare le conseguenze di un reato, per la durata di un anno, grazie alla predisposizione e comunicazione di un piano di interventi ad alcuni enti pubblici, i quali non possono sindacarne contenuti ed attuazione.

La questione di legittimità sollevata dal Gip
La questione di legittimità riguardava quindi non soltanto l'art. 2 della Costituzione (diritti inviolabili dell'uomo) ma l'art.3 della Costituzione (principio di uguaglianza).
Infatti, l'esposizione dei lavoratori delle imprese di interesse strategico a fattori di rischio più elevati, è una forma di diseguaglianza rispetto ai lavoratori che svolgono la loro attività in aziende che non sono di interesse strategico.
L'art. 4 della Cost, invece, riconoscendo a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovendo le condizioni che rendano effettivo questo diritto, sancisce il diritto al lavoro di ogni singolo cittadino. Ciò perché il lavoratore deve operare in condizioni di massima sicurezza. Non a caso l'art. 35 Cost., tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, affermando il diritto ad un'esistenza libera e dignitosa come quello all'equa retribuzione, alla formazione ed elevazione professionale, alla durata massima della giornata lavorativa, al riposo settimanale, alle ferie retribuite, all'assistenza previdenziale.
Pertanto, l'art. 3 risulta decisamente in contrasto con il dovere di tutela del lavoro. In relazione all'art. 32 della Cost., il Gip afferma che con l'articolo in esame non sarebbe tutelato il diritto alla salute, in quanto non ha disposto un istituto o una procedura come quella AIA prevista dal DL 207/2012.
L'art. 41 prevede che l'attività economica privata non possa svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, ponendosi in netto contrasto con il fatto che l'altoforno, nei giorni successivi all'incidente mortale aveva manifestato dispersioni incandescenti e che quindi non è in grado di garantire la sicurezza dei lavoratori.
Infine, l'art. 112 Cost,. afferma il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale da parte del Pubblico Ministero, il quale si occupa della repressione dei reati, e della loro prevenzione. Ed invece, l'art. 3 permette il perpetuarsi di una situazione penalmente rilevante, privando di efficacia i provvedimenti preventivi doverosamente adottati a tal fine dalle competenti autorità giudiziarie, incidendo sulla loro potestà costituzionale.
In conclusione, secondo il Gip di Taranto, non è possibile definire la questione posta dai difensori dell'Ilva con l'incidente di esecuzione, senza prima verificare la legittimità costituzionale dell'art. 3 del decreto legge 4 luglio 2015, n° 92. Così facendo, il Gip ha posto la questione di legittimità sull'art. 3 del DL 92/2015 e conseguentemente ha disposto l'immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. (Insic)

venerdì 16 ottobre 2015

E' durato poco


Pecore avvelenate dalla diossina, revocato il sequestro ai 15 ex dirigenti

Il tribunale del Riesame di Taranto (presidente Morelli, relatore Ruberto, a latere De Cristofaro) ha disposto la revoca del sequestro conservativo di beni (87 proprietà) disposto il 22 settembre scorso nei confronti di 15 ex dirigenti dell’Ilva, imputati nel processo per il presunto disastro ambientale provocato dal Siderurgico, la cui prima udienza è fissata per il 20 ottobre prossimo, ma che dovrebbe slittare per un difetto di notifica.
L’ordinanza riguardava beni nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti. A rivalersi nei confronti degli ex dirigenti Ilva sono Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari della masseria Carmine, che ha subito l’abbattimento dei capi di bestiame a causa dei veleni prodotti dall’Acciaieria. Per il momento il tribunale ha depositato solo il dispositivo del provvedimento di dissequestro, in accoglimento del ricorso presentato dagli imputati. Il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Vincenzo Vozza, Leonardo Lanucara, Gaetano Melucci, Ottavio Martucci e Gianluca Pierotti. Le motivazioni si conosceranno nei prossimi giorni.(CdM)

mercoledì 23 settembre 2015

Quando la Giustizia fa battere il cuore

Non siamo abituati alla Giustizia.
Come Italiani, come meridionali, come tarantini.
Abbiamo sempre vissuto con la parzialità, le beffe dei potenti verso i deboli, i soprusi delle oligarchie e dei corruttori fino a portare anche nel piccolo delle scaramucce di strada la sbruffoneria del più forte che se ne frega: "cce me ne futt a me!"
Talmente radicata è questa abitudine ai "due pesi e due misure" che, da qualche tempo a questa parte, leggere che un pool di magistrati, fedeli alla Legge e alla Costituzione, stia letteralmente frantumando la tradizione millenaria del più forte e degli interessi dei ricchi, ci suscita un immediato, primo sentimento di ... paura!
Forse è la stessa paura che ebbero gli abitanti delle città attraversate dalle rivoluzioni o dai cambi di regime che avvenivano facendo piazza pulita dei potenti dei vecchi sistemi.
Fa innata paura pensare che i Don Rodrigo di tutte le estrazioni possano anche loro sudare freddo davanti alla lettura di una condanna, sentirsi minare sotto le loro certezze storiche e i loro possedimenti, e con loro anche il nostro mondo.
Forse perché fa paura perdere la consuetudine dell'ignavia, la legge delle ostriche verghiane per cui ogni opposizione alla legge della giungla è un sacrilegio e tutti bisogna accettare tutto. Lamentarsi si, anche tanto, ma in fondo stare zitti e sotto, accettare perché così è sempre stato.
Qualcosa è cambiato. La Legge è arrivata anche in riva allo Jonio?
E con lei i diritti universali degli uomini a chiedere Giustizia, a sentirsi parte di uno Stato civile, a credere nei valori di tutti.
L'ignavia e l'interesse sono duri da spezzare.
Anche per tante persone stimabili e convintamente oneste è difficile, soprattutto in età più avanzata e disillusa, immaginare un mondo in cui due cittadini siano pari di fronte alla Legge: una libertà faticosa, che richiede impegno, responsabilità, partecipazione.
Per questo immaginiamo che, così come noi all'inizio abbiamo letto con un pizzico di paura il terremoto della notizia che segue, la schiera dei conservatori benpensanti griderà allo scandalo e additerà ancora una volta i magistrati giusti come biechi persecutori, come sovvertitori del sistema, come estremisti alleati con sfaccendati idealisti anacronistici, relegati ai margini della società!
Le ragioni del GIP sono corrette al limite della banalità: in attesa di giudizio, è necessario sequestrare i beni privati dei presunti responsabili perché sono venute meno le garanzie patrimoniali societarie, quindi la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna».
Ma potete immaginare che per far valere il diritto all'esistenza dignitosa di un "miserabile" allevatore si metta mano ad una delle famiglie più potenti d'Italia e ai suoi prossimi?
La storia si può scrivere anche così. Ed oggi è più bella che mai,perché anche quando tutto sembra già scritto, lei non finisce mai di stupirci!
E la paura diventa presto emozione e speranza.
Auguri Vincenzo Fornaro, non volevi essere un martire e sei diventato un cittadino di questo Stato!

 
Ilva, per gli ex dirigenti sequestro degli immobili. Sigilli per gli ovini abbattuti: 87 le proprietà



Negli anni scorsi, migliaia di capi di bestiame destinati all’alimentazione furono abbattuti per la contaminazione da diossina e pcb, in seguito all’attività di pascolo in zone aggredite dall’inquinamento prodotto dall’Ilva. Per numerose aziende che si occupavano dell’allevamnento ovino-caprino fu il tracollo.

Ora, nelle more del processo “Ambiente svenduto”, i titolari dell’azienda Fornaro, fra i più colpiti dall’ordine di abbattimento, si rivalgono sull’Ilva. Ma non più sulla società per azioni, quanto sugli allora dirigenti che, nei loro rispettivi ruoli, avrebbero concorso al disastro. I sequestri, per alcuni milioni di euro, sono stati disposti dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Taranto dottoressa Vilma Gilli, gup del procedimento sull’Ilva sfociato a processo.
In funzione di gip, la dottoressa Gilli ha emesso un ordinanza di sequestro conservativo sui beni, di varia natura: in tutto ben ottantasette proprietà.
Si tratta di beni che sarebbero nella disponibilità di Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti.

Quelli appena riportati sono, in pratica, i nomi di dieci degli imputati coinvolti nel processo che sarà celebrato dalla Corte d’assise di Taranto a partire dal 20 ottobre prossimo, nei confronti dei quali è stata avanzata istanza da parte degli imprenditori Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, titolari dell’azienda “Masseria Carmine”, situata in agro di Taranto.

Oltre a quelle dei fratelli Riva, nella procedura sono coinvolte le proprietà dell’ex presidente di Ilva Spa Ferrante, dell’ex legale della famiglia Riva, avvocato Perli, di alcuni degli ex fiduciari della famiglia di industriali lombardi. Ma anche quelle dell’ex responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, dei dirigenti di impianti siderurgici e dell’ex consulente della procura della Repubblica.

A quest’ultimo, cioè al professor Liberti, è contestato nel processo proprio di aver falsificato una consulenza tecnica disposta dalla magistratura, asserendo «falsamente che la diossina rinvenuta nelle matrici alimentari analizzate (che portarono all’azzeramento del bestiame dell’azienda Fornaro) non era compatibile con l’attività dello stabilimento siderurgico Ilva».

Nell’evidenziare la sussistenza delle condizioni di legge per l’emissione del sequestro conservativo, la dottoressa Gilli ha ricordato come a propria firma, a suo tempo, sia intervenuta una ordinanza di esclusione dal processo dei responsabili civili Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici.

Il riferimento, sic et simpliciter, è del tutto pertinente per spiegare come alla luce di questa circostanza siano venute meno le garanzie patrimoniali societarie. Per questo motivo, secondo quanto evidenziato dalla dottoressa Gilli, la parte civile «non può che trovare soddisfazione del proprio credito nei patrimoni personali degli imputati, in caso di condanna». (Quot)



“Ambiente Svenduto” – I Fornaro chiedono sequestro immobili per i dirigenti e spronano: “Fatelo con i politici”


E’ risaputo oramai, come  la Masseria “Carmine” sia il simbolo di questa Taranto che lotta contro l’inquinamento. Una Taranto martoriata, abbandonata, alla quale si promette il mondo, e puntualmente tutto finisce in fumo. Si in fumo, lo stesso maledetto fumo che ha inquinato il nostro mare, che ha visto morire padri, madri, figli. Lo stesso fumo che fuoriesce dai quei camini, lì al bivio, il maledetto bivio tra salute e lavoro. E il danno peggiore per il cittadino di Taranto è stato costringerlo a scegliere, e non per vivere, ma per sopravvivere in entrambi i casi. Questa è la triste storia di una delle città più belle. Questa è la triste storia dei tarantini, e la Masseria “Carmine” è il simbolo del cambiamento, l’apice, il punto di inizio, di quello che oggi è il più grande processo nella storia per disastro ambientale. I titolari della Masseria, Vincenzo, Vittorio e Angelo Fornaro, allevavano capi di bestiame. Gli stessi qualche anno fa, sono stati abbattuti in quanto contaminati da diossina e pcb. La causa? Il pascolo in zone contaminate dall’attività dello stabilimento Ilva. Dunque, capi di bestiame abbattuti, un’azienda al collasso, e un mondo crollato addosso. Ma i Fornaro non si sono dati per vinti, e i primi risultati sono stati i 47 rinvii a giudizio e le prime condanne. Taranto si è improvvisamente mobilitata, e fioccano le prime costituzioni di parte civile nei confronti degli ex dirigenti. Il 20 ottobre prossimo, il processo presso la Corte di Assise di Taranto, per gli imputati Nicola Riva, Fabio Arturo Riva, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti, Girolamo Archinà, Francesco Perli, Salvatore D’Alò, Salvatore De Felice, Ivan Di Maggio, Bruno Ferrante, Angelo Cavallo, Adolfo Buffo, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli e Lorenzo Liberti, avverso i quali i Fornaro hanno presentato una istanza di sequestro conservativo dei beni immobili. Le proprietà sarebbero in tutto 87.
“Bisogna insistere, bisogna essere più incisivi e non bisogna demordere” ci spiega – raggiunto dal PugliaPress – in un’intervista Vincenzo Fornaro.
Fornaro commenta i primi rinvii a giudizio, riferendosi anche  alla classe politica, quella “del bello e cattivo tempo”, affinché la responsabilità del disastro ricada anche  su di loro, che questa città avrebbero dovuto proteggerla. “La nostra istanza sia anche da monito – spiega Fornaro – verso tutti coloro che si sono costituiti parte civile nei confronti della classe politica. Io dico loro di fare la stessa cosa, di chiedere il sequestro degli immobili – e continua – sequestrate i beni di queste persone”.
“Tutti i decreti del mondo, ma non ci piegheranno” dice Fornaro.
La Masseria “Carmine” ha segnato l’inizio di questo lungo percorso, spronando anche altri allevatori del territorio a ribellarsi, senza temere poteri forti. Un segnale di forza e coraggio all’intera città, e un segnale di presenza e determinazione anche  al Governo, che per quanto cerchi disperatamente di salvare con vari decreti questa fabbrica di morte, non risolve la situazione di una  città messa in ginocchio, da quella che chiamavano la sua vocazione. (Pugliapress)

mercoledì 29 luglio 2015

Carta igienica per costituzione


Salvare l'Ilva violando la Carta


Ecco perché il Giudice per le indagini preliminari di Taranto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del cosiddetto decreto "salva Ilva", licenziato dal Governo e approvato con fiducia dal Parlamento. Una norma "improria", "approssimativa" e "grossolana" che ha bloccato il sequestro dell'altoforno Afo2, dove in giugno è morto un operaio.


L'Ilva di Taranto viene prima di tutto: della sicurezza di chi ci lavora, dell'ambiente e -da qualche tempo- della Costituzione italiana. Tra la Carta e l’ultimo decreto “salva Ilva” (92/2015) del Governo ci sarebbe infatti una “siderale divergenza”. È per questo motivo che il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Martino Rosati, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale del provvedimento licenziato dal Governo in fretta e furia sabato 4 luglio, cinque giorni dopo il decreto di sequestro dell’altoforno “Afo2” dell’Ilva. Lì il 12 giugno scorso era morto l’operaio Alessandro Morricella, infortunatosi -secondo l’accusa- per via della “mancata predisposizione di protezioni […] idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori”. Non c’erano nemmeno le “strumentazioni per il prelievo della ghisa e la misurazione della relativa temperatura”.
Alla morte segue il sequestro preventivo d’urgenza. Al sequestro seguono titoli scandalizzati di alcuni quotidiani nazionali -per Il Sole 24 Ore “l’incidente mortale sul lavoro verificatosi all'Ilva di Taranto rischia di rendere ancora più complicata l'attuazione del progetto di risanamento”-. E ai titoli segue l’intervento “atecnico e approssimativo” (le parole sono del Gip Rosati) dell’esecutivo guidato da Matteo Renzi. L’obiettivo dichiarato è salvaguardare l’operatività dell’Ilva.
Lo strumento prende la forma di un decreto legge, licenziato sabato 4 luglio e firmato dal Capo dello Stato Mattarella, dal premier e dai tre ministri Orlando, Guidi e Galletti. Quest'ultimo, titolare dell’Ambiente, come abbiamo raccontato nell’articolo “L’Ambiente è scomparso” (Ae 171), ha potuto beneficiare nel corso della campagna elettorale per le Politiche 2013 di un contributo di 30mila euro dalla Simbuleia spa, detenuta da una fiduciaria (Euromobiliare Fiduciaria spa) e in minima parte da Romano Conti, commercialista bolognese che risulta tra i fondatori -insieme a Piero Gnudi- dello Studio Gnudi e Associati. Lo stesso Gnudi, già ministro nel governo Monti, che dall’estate 2014 è "Commissario straordinario per la Ilva Spa".
All’articolo 3, il decreto del governo svuota la portata d’ogni iniziativa che leda l’attività di impresa “degli stabilimenti di interesse strategico e nazionale”, che possono continuare ad operare nonostante un provvedimento di sequestro anche “quando lo stesso si riferisca ad ipotesi di reato inerenti alla sicurezza dei lavoratori”.
 
Le 14 pagine dell’atto sottoscritto dal Gip Rosati e depositato il 14 luglio scorso (qui il documento integrale dalla rivista penalecontemporaneo.it) restituiscono un’immagine drammatica e farsesca dell’azione governativa, bollata come “eccentrica”, “impropria”, dalla “irripetibile singolarità”, per certi versi “grossolana”. Non si tratta che di un “trattamento di favore” a danno di inviolabili diritti costituzionali -eguaglianza e salute su tutti-, nell’interesse dell’azienda chiamata (per onere e non per obbligo) a redigere entro 30 giorni dall’adozione del provvedimento di sequestro un piano d’intervento senza che nessuno possa eccepirne il contenuto, o verificarne l’attuazione.
“Nulla si dice -scrive Rosati- sulla natura di tali ‘misure aggiuntive’: che quindi potrebbero essere rappresentate, in ipotesi, anche soltanto da meri cartelli di segnalazione, dispositivi di protezione individuale, prassi operative od altri strumenti (come i rudimentali ed estemporanei pannelli metallici che l'ILVA s'è affrettata a piazzare dopo la tragedia morte dell'operaio Morricella), del tutto insufficienti a garantire adeguatamente la sicurezza dei lavoratori”.
Ma l’Ilva viene prima di tutto, nonostante il Gip abbia ricordato che ”Afo2” ha “manifestato anche nei giorni seguenti pericolose disfunzioni, con massive dispersioni di materie incandescenti” e che altro non sia che “un'offesa alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana di chi vi lavora”. Gli articoli 2, 3, 4, 32, 35, 41 e 112 della Costituzione vengono così sacrificati, in un “regime di deregolamentazione e deresponsabilizzazione” -le parole sono del professor Francesco Forzati dell’Università di Napoli- che abbraccia anche il commissario straordinario Gnudi, cui è riservata dall’inizio dell’anno (decreto 5/2015) una “area di (sostanziale) immunità penale riferita alle azioni attuative del piano previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale Ilva del marzo 2014”. (Altreconomia)

domenica 26 luglio 2015

Gli italiani pagano per i soldi che hanno intascato i Riva, e i tarantini si ammalano

La crisi Ilva è costata 10 miliardi

E, così, in tre anni sono andati in fumo 10 miliardi di euro di Pil. Per la precisione 9,87 miliardi di euro. Su richiesta del Sole 24 Ore, la Svimez ha adoperato il suo modello econometrico per valutare l’impatto della vicenda Ilva sul sistema industriale del Paese. I numeri lasciano senza fiato. La Svimez ha calibrato il suo modello sull’effettivo utilizzo – nei tre anni di tempo – della dotazione produttiva di quello che, un tempo, è stato l’impianto siderurgico più grande d’Europa. Questa analisi certosina ha tenuto conto dell’andamento reale che ha visto i quattro altoforni del ciclo integrale di Taranto ora – a turno - in piena attività, ora in parziale funzionamento, ora sequestrati dalla magistratura e ora sottoposti a ristrutturazioni. La stima effettuata dal gruppo di lavoro coordinato dall’economista Stefano Prezioso ha tenuto conto anche dei modelli analitici di Ipres e di Remi-Irpet.
Il modello econometrico della Svimez non ha stimato gli effetti soltanto sul Pil italiano. Ha fatto lo stesso anche su altri indicatori. Il risultato appare radicale e duraturo. Prima di tutto per il nostro sistema industriale. Il rallentamento dell’acciaieria ha provocato, fra il 2013 e il 2015, una perdita secca di investimenti fissi lordi pari a 2,19 miliardi di euro. Meno denaro e meno tecnologie sono dunque affluiti nelle vene profonde del nostro paesaggio produttivo. Con un effetto cascata, la propensione all’export della nostra economia si è indebolita. E non di poco: in questi tre anni, a causa dell’affaire Ilva l’export è caduto di 4,45 miliardi di euro. E, naturalmente, è stata stimolata la produzione all’estero, con i concorrenti della società italiana che sono entrati sul nostro mercato come il coltello nel burro: l’import estero è aumentato di 1,78 miliardi.
In questo contesto, l’Ilva ha avuto conseguenze anche sulla società italiana. Secondo il modello econometrico della Svimez, infatti, fra il 2013 e il 2015 la perdita cumulata di consumi delle famiglie – espressione diretta e indiretta della crisi dell’acciaieria – è stata pari a 1,45 miliardi di euro. Questi numeri, stimati dalla Svimez con criteri prudenziali, nella loro cruda dimensione quantitativa non rivelano del tutto la natura pervasiva della destrutturazione che l’Ilva ha sperimentato in questi tre anni. Il problema di alcuni settori, in questo caso la siderurgia, è che la perdita di competenze, collegata a ripetuti traumi, non si ricostruisce con facilità e rapidamente. Dunque, sul medio e lungo periodo vi saranno ancora altre, e più durature, conseguenze. Il tutto è solamente l’inizio. D’ora in poi ci si muove in terra incognita. I perimetri di questa terra incognita saranno definiti – nei prossimi mesi, nei prossimi anni, nei prossimi decenni – dalla miscela composta da un lato dalle conseguenze reali dell’ultimo conflitto fra Procura di Taranto e Governo e dall’altro dal naturale dispiegarsi dell’attuale degenerazione della fisiologia industriale e finanziaria dell’organismo Ilva.
Primo aspetto: il tema del conflitto fra magistratura e impresa. Il gesto compiuto venerdì scorso – i carabinieri inviati dai magistrati di Taranto dentro la fabbrica ad identificare i diciannove operai presenti all’apertura dei sigilli dell’altoforno 2, successiva al decreto del Governo – delinea lo scenario peggiore: il Governo potrebbe pensare alla chiusura dell’altoforno 2, a cui per ragioni di sicurezza e di «funzionamento» industriale dovrebbe seguire quello dell’altoforno 4. Così, l’acciaieria verrebbe di fatto spenta. Resterebbero le macerie industriali. Il problema ambientale ereditato dall’Italsider e dell’Ilva dei Riva diventerebbe irrisolvibile (ricordate Bagnoli? La scala qui è ben maggiore). La questione sociale assumerebbe tinte fosche: bisognerebbe gestire l’uscita dal mondo di lavoro di 11.400 dipendenti diretti dell’Ilva e di 6mila occupati indiretti a Taranto, più quella degli 800 dello stabilimento di Novi Ligure e quella dei 1.400 di Genova. La voragine finanziaria diventerebbe incolmabile.
Anche l’altro scenario – senza indulgere in quello apocalittico – appare non semplice. La struttura guidata da Massimo Rosini, ex capo delle operations di Indesit, ha una cifra non industrialista, ma manageriale. Per esempio, sta lavorando con grande impegno sul circolante e sull’equilibrio aziendale dei conti operativi. Un approccio di razionalità economica, che sarebbe perfetto per una impresa in condizioni di normalità e non di costante eccezionalità.
La destrutturazione, nel rapporto fra industria e mercato, appare però drammatica. E appare la conseguenza di una stratificazione di scelte che si sono susseguite in questi tre anni, iniziati il 26 luglio del 2012 con il sequestro dell’acciaieria e l’arresto dei Riva e dei loro principali collaboratori, in un procedimento basato sull’accusa di disastro ambientale e su 174 persone morte – fra 2005 e 2012 – per l’inquinamento. Regge, per ora, il rapporto della produzione di Novi Ligure con l’automotive. Anche se Taranto ha perso le forniture dello stabilimento Fiat-Chrysler di Melfi, che preferisce ormai approvvigionarsi con i produttori coreani. La chiusura dell’acciaieria 1, essenziale per le lamiere, ha slabbrato le relazioni con i grandi gruppi dell’edilizia e delle infrastrutture. Sono venute meno molte certificazioni, indispensabili per lavorare con i tubi dell’Oil and Gas. C’è, poi, negli stabilimenti – in particolare a Taranto - un problema di organizzazione industriale, con la sedimentazione di nuove competenze provenienti da altri settori – non siderurgici - che le diverse gestioni succedutesi alla guida dell’azienda hanno portato da fuori e con i vuoti che si sono venuti a creare – soprattutto nei reparti più operativi – per il congelamento di professionalità giudicate troppo legate alle vecchie leadership proprietarie (i Riva) e manageriali (l’ex commissario Enrico Bondi).
Infine, esiste la questione della finanza di impresa: nel senso del profilo di cassa e nel senso degli effetti sulla liquidità e sulla posizione debitoria dell’intermittenza sperimentata dall’acciaieria. Il profilo di cassa è basato sui 70 milioni di euro ottenuti nei mesi scorsi dalla vendita delle quote di CO2, sui 156 milioni di euro versati da Cdp attraverso Fintecna, sugli 70 milioni prestati dalle banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Banco Popolare) e sui 100 milioni di euro versati alla società a fine giugno dalla Cdp, prima tranche del finanziamento di 330 milioni con cui la piccola Iri è intervenuta nella partita. Ci sono poi gli effetti sulla finanza di impresa del funzionamento a intermittenza dell’acciaieria, un problema strutturalmente e concettualmente enorme, dato che fabbriche di questa dimensione e con queste strutture dei costi perdono a bocca di barile sotto un certo livello di attività. L’Afo 1 dovrebbe ripartire – se l’intera operazione di «riaccensione» dell'altoforno con fornitori funzionerà senza intoppi – il 1 agosto. La gestione Bondi, che contava sul funzionamento degli Afo 2, 4 e 5, perdeva fra i 35 e i 40 milioni di euro al mese. L’Afo 5, che da solo vale il 40% della capacità produttiva dell’impianto, è spento. Da marzo a luglio, con gli Afo 2 e 4, l’Ilva ha prodotto perdite operative e industriali (puramente da ciclo produttivo, dunque senza calcolare il peso salariale mitigato dai contratti di solidarietà) che si possono approssimare in un centinaio di milioni di euro al mese. Dal 1 agosto gli Afo 1, 2 e 4 – nell’ipotesi che il Governo non decida di spegnere l’acciaieria di fronte alla resipiscenza dello scontro con i magistrati - saranno in funzione e, con gli attuali ritmi di produzione, dovrebbero attestarsi su una perdita da ciclo produttivo stimabile in 65 milioni di euro al mese. Tutto questo si inserisce su un profilo patrimoniale che nei primi due anni di commissariamento ha visto bruciare 2,5 miliardi di euro di patrimonio netto: il 30 settembre del 2014, la somma di capitale sociale più riserve ammontava a 1,096 miliardi di euro. Interpellata dal Sole 24 Ore, la struttura commissariale ha preferito non rivelare il valore del patrimonio netto al 30 giugno di quest’anno. Di certo, l’azienda non è ancora del tutto saltata in aria proprio grazie all’utilizzo di quel miliardo di euro di capitalizzazione residua che c’era dieci mesi fa. Fra morti e ambiente, politica e giustizia, industria e finanza ci sono poi i piccoli particolari rivelatori. La complessità di quello che è ormai l’enigma Ilva è ben rappresentato da un casco giallo, da un casco rosso e da un casco bianco. Il giallo è dei capisquadra, il rosso degli operai e il bianco degli impiegati. Qualunque cosa capiti al di fuori dell’acciaieria, ogni uomo ha in testa un casco. Oggi, però, i colori non corrispondono più alla funzione. I copricapi ci sono. E la sicurezza, in questo, è garantita. Ma non esiste più – per una questione economica e organizzativa - il numero giusto di caschi. Il colore che ognuno si ritrova sulla testa è casuale. Un piccolo curioso dettaglio, in una storia drammaticamente grande. (Paolo Bricco - Sole24h)

mercoledì 22 luglio 2015

Dopo i decreti i poteri forti ci provano con i superiori?

Ilva, terminato incontro in Procura generale

"Ho chiesto la massima urgenza: ognuno di noi ha espresso il proprio orientamento per un provvedimento che, sebbene spetti alla Procura di Taranto, sarà adottato con la convergenza piena di tutti per andare incontro a quelle che sono le due esigenze primarie: il diritto alla salute e il mantenimento del posto di lavoro". E’ quanto ha dichiarato il Pg di Lecce, Giuseppe Vignola, al termine dell’incontro durato oltre due ore con il procuratore di Taranto Franco Sebastio inerente il sequestro dell'Afo2 dell'Ilva. Scopo del vertice, valutare se in attesa della decisione della Consulta circa la costituzionalità dell’ultimo decreto salva-Ilva, possa essere concessa la facoltà d’uso all’altoforno 2, sequestrato dalla magistratura dopo l’incidente che costò la vita all’operaio 35enne Alessandro Morricella. La decisione sarà comunicata nei prossimi giorni.
Lo scorso lunedì il custode giudiziario dell’Afo2, Barbara Valenzano, ha scritto all’Ilva intimando lo spegnimento immediato dell’altoforno 2 in attuazione del decreto di sequestro preventivo senza facoltà d’uso emesso dalla Procura dopo l’incidente mortale che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella, avvenuto a giugno. Entro il 24 luglio la dirigenza dell’acciaieria jonica dovrà consegnare al custode giudiziario il cronoprogramma relativo allo spegnimento dell’impianto.
Intanto è attesa per domani la decisione del gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli per l’inchiesta Ambiente svenduto sul presunto disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico jonico.
Il gup dovrà decidere il rinvio a giudizio o l’archiviazione per i 47 imputati (44 persone fisiche e 3 società), nonché sulle 5 richieste di condanna per gli imputati che hanno scelto la via del patteggiamento. (Cosmopolismedia)

venerdì 17 luglio 2015

La separazione dei poteri è l'anima e la garanzia dello Stato Moderno.

Ilva, scontro totale con la procura. Denunciati 19 dipendenti

I carabinieri del comando provinciale di Taranto hanno notificato a 16 dipendenti dell’Ilva e tre della ditta di appalto Semat d una denuncia a piede libero per violazione dei sigilli giudiziari. I dipendenti presi di mira sono quelli in servizio sull’altoforno 2, l’impianto posto sotto sequestro dalla procura e dal gip all’indomani dell’infortunio dell’8 giugno scorso costato la vita all’operaio 34enne Alessandro Morricella. L’uomo che stava misurando la temperatura della colata con una lancia immessa direttamente nel fiume incandescente, fu investito da un getto di ghisa fusa. Ustionato su tutto il corpo, morì tre giorni dopo nella rianimazione del Policlinico di Bari.
La posizione dell’ azienda
L’azienda che invoca il decreto legge 4 luglio 2015 con il quale il governo disponeva il proseguimento dell’attività produttiva in virtù della rilevanza nazionale dell’impresa, sta decidendo con i propri avvocati le mosse da prendere. In assemblea anche i sindacati che contestano la denuncia indirizzata ai lavoratori. Ilva e sindacati dovrebbero firmare un documento unitario in cui si chiederebbe l’intervento del prefetto. Intanto l’Afo 2 è attualmente bloccato. Gli impianti sono tenuti al minimo ma senza produzione.
Tensione in procura
La tensione è palpabile negli ambienti della procura tarantina all’indomani della decisione del gip, Martino Rosati, di emettere un giudizio secondo cui il decreto del governo che ha permesso la riconsegna all’Ilva dell’Altoforno2, teatro dell’ultimo infortunio mortale, sarebbe incostituzionale perché violerebbe almeno 6 articoli della Carta dei diritti.
Il verbale della riunione
«Non possiamo dare ai lavoratori una chiara indicazione sul cosa fare». Sindacati e personale Ilva sono nel caos. La denuncia dei dieci dipendenti impegnati nell’altoforno 2 per violazione dei sigilli di sequestro non permette di impartire direttive o consigli agli altri operai impegnati sull’impianto, per i turni successivi. Se dovessero essere trovati dagli organi giudiziari ancora nell’area dove una colata di ghisa incandescente travolse e uccise l’8 giugno scorso il 34enne Alessandro Morricella, potrebbero essere denunciati come i colleghi, per violazione dei sigilli. Ma per ragioni di sicurezza, l’altoforno non può essere abbandonato. «Le parti - scrivono azienda e organizzazioni sindacali nel verbale della riunione terminata poco fa - dichiarano la propria impossibilità a concertare una linea di comunicazione e di comportamento che garantisca, ove mancasse, la presenza minima atta a fornire le condizioni di sicurezza dell’impianto e degli stessi lavoratori». In un comunicato congiunto, poi, Fiom, Uilm e Fim, chiedono alla dirigenza Ilva di “adoperarsi immediatamente per porre in essere ogni eventuale tutela giudiziaria presente e futura nei confronti dei lavoratori».
Messaggio su Twitter di Bentivogli
«#Ilva, carabinieri irrompono in azienda e identificano operai al lavoro in Afo 2 per non aver ottemperato spegnimento come se dipende da loro». È quanto scrive in un messaggio su Twitter Marco Bentivogli, segretario nazionale della Fim Cisl riferendo di un blitz dei militari, che hanno ascoltato i lavoratori dell'impianto sottoposto a sequestro nell'ambito delle indagini della procura sull'incidente costato la vita al 35enne Alessandro Morricella, ma ancora in marcia grazie a un decreto del governo. I carabinieri di Taranto, in merito alle voci che si erano diffuse subito dopo il messaggio di Bentivogli, precisano «non c'è alcun provvedimento nuovo della magistratura, che l'impianto è già sotto sequestro e non si sta procedendo allo spegnimento». «La sicurezza dei lavoratori - aggiunge Bentivogli nel suo messaggio - è sempre più a rischio in Ilva di Taranto. Nei diversi contenziosi vogliamo garanzie altrimenti la fermiamo noi la fabbrica». Nei giorni scorsi il gip Martino Rosati ha inviato gli atti del decreto governativo alla Corte Costituzionale sollevando una questione di legittimità. Intanto, l'azienda avrebbe convocato i sindacati per chiarire la questione dell'Afo2.(CdM)

Secondo il magistrato il decreto, l’ottavo salva-Ilva, viola sei articoli della Costituzione ed è sbilanciato in favore del diritto d’impresa, comprimendo il diritto alla vita, al lavoro e l’azione penale obbligatoria della magistratura. (Rep)

giovedì 16 luglio 2015

L'Ilva, un grande esempio nazionale di porcate!

Tirreno Power, “dobbiamo scrivere una porcata”. E il sottosegretario De Vincenti “suggerì come eludere le leggi”

“Cerchiamo di fare una porcata… che almeno sia leggibile”. Risposta: “Un porcellum”. L’inchiesta sulla centrale a carbone di Vado Ligure, sull’inquinamento e sui morti, è tutta in questo scambio di battute tra due dirigenti del ministero dell’Ambiente. Che ne esce a pezzi. Ma le 110 pagine dei Noe dei carabinieri citano spesso Claudio De Vincenti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, uomo forte di Matteo Renzi.
Riguardo a De Vincenti – non indagato – gli investigatori dicono: “Le registrazioni dimostrano come la pubblica amministrazione con particolare riferimento all’allora viceministro dello Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, si adoperi per suggerire la strada a Tirreno Power per aggirare la prescrizione che impone la copertura del carbone”.
De Vincenti, secondo gli investigatori, avrebbe ipotizzato di chiedere al Csm un’azione disciplinare contro il pm Francantonio Granero. Un lavoro corposissimo quello della Procura di Savona e dei Noe: 800mila pagine. Le frasi dei dirigenti dei ministeri sono rivelatrici: “Se si volesse fare una cosa pulita”, “Questa pulita non potrà mai essere, meno sporca…”.
Ancora: “Abbiamo una porcata da fare in trenta minuti, scritta da loro, dallo Sviluppo Economico”. Senso di colpa o sarcasmo? “Mi sputerei in faccia da solo”. Fino a un riferimento forse all’Ilva: “Stiamo scrivendo un’altra norma porcata… c’ho un conato”. Dal rapporto del Noe emergerebbero gli appoggi della società Tirreno Power, fino a pochi anni fa controllata da Sorgenia che faceva capo al Gruppo De Benedetti (ora è passata a Gaz de France).
De Vincenti, quindi. Ecco una conversazione tra Massimiliano Salvi (direttore di Tirreno Power) e due dirigenti del ministero dell’Ambiente: “La Severino (Paola, ex ministro della Giustizia, oggi avvocato di Tirreno Power, ndr) mi dice… in questo Paese i governatori possono fare quello che vogliono… pure De Vincenti ieri mi dice… ma non si può fare un esposto al Csm? Non si può fare aprire un’indagine al ministero della Giustizia…”, dice Salvi. Il sottosegretario di Renzi, che si occupava di una centrale responsabile – per i pm – della morte di centinaia di persone, ipotizza con i dirigenti di perseguire i magistrati?
I carabinieri fanno altri nomi: “A un certo punto sembra che il tentativo delle istituzioni di “dare una mano” a Tirreno Power con una norma ad hoc diventi concreto… Emerge che l’avvocato Severino abbia avuto a questo proposito un incontro con il ministro Guidi (nessuna delle due è indagata, ndr)”. Un altro dialogo tra dirigenti, ironico, secondo gli investigatori sarebbe riferito al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Deve andare dal ministro”, “Dalla Severino?”, “Dalla Guidi con la Severino”. Quindi la conclusione: “Meno male che è il ministero dell’Ambiente”.
I carabinieri annotano che la norma ad personam finora non è stata approvata. Ma sono in tanti, secondo gli investigatori, a essersi spesi per la battaglia. Così colpisce il colloquio tra un dirigente di Tirreno Power e Francesco Claudio Dini (indagato, all’epoca direttore Affari Generali del Gruppo Cir e oggi nel cda dell’Ansa e del gruppo Espresso). I due sembrano conoscere ogni mossa del governatore Claudio Burlando: “Su Tirreno pare esserci un buon allineamento… Claudio (Burlando, ndr) ha fissato una riunione”. Burlando e il suo dirigente Gabriella Minervini, per i Noe, “si lamentano addirittura che i pareri (dei tecnici, ndr) rinforzano tantissimo la posizione del pm”. E l’allora assessore Renzo Guccinelli (tutta la giunta Burlando è indagata) convoca i “comuni che fanno le bizze”. (FQ)





mercoledì 15 luglio 2015

Come dire che banane sono gialle e i cetrioli verdi


Ilva di Taranto, Landini (Fiom Cgil): “Decisivo sbloccare fondi sequestrati ai Riva per fare investimenti”

“Siamo sempre rispettosi di quello che la magistratura fa e anche dei provvedimenti che il governo ha preso. Credo che in questa fase diventi decisivo poter seriamente sbloccare il miliardo e 200 milioni dei Riva che erano stati sequestrati perchè erano stati evasi, che sono la condizione per fare gli investimenti”.
Lo ha detto il segretario della Fiom Cgil, Maurizio Landini, a proposito della decisione del gip del Tribunale di Taranto Martino Rosati di sollevare davanti alla Consulta la questione di una eventuale illegittimità costituzionale del decreto del governo che consentiva l’utilizzo dell’altoforno 2 dello stabilimento siderurgico Ilva, sequestrato dalla magistratura dopo l’incidente mortale sul lavoro accaduto l’8 giugno scorso in cui ha perso la vita l’operaio 35enne Alessandro Morricella.
“Del resto in alcune parti dello stabilimento, nell’altoforno 1 – ha aggiunto Landini che si trova a Bari per un incontro sul rinnovo dei contratti nel settore metalmeccanico – gli investimenti sono stati fatti e dal primo agosto questo dovrebbe cominciare.
La cosa che deve essere realizzata in questa fase è andare avanti con gli investimenti, liberare le risorse e dimostrare che è possibile cominciare a produrre rispettando la vita delle persone dentro e fuori gli stabilimenti e far produrre anche a Taranto, come nel resto di tante acciaierie nel mondo, un acciaio che sia rispettoso dell’ambiente, della vita delle persone, questo è l’obiettivo con il quale pensiamo di muoverci come sindacato, nel rispetto delle leggi e della Costituzione”. (Paesenuovo)

martedì 7 luglio 2015

Era meglio darli alla Grecia!

Ilva, 1,2 miliardi sequestrati ai Riva fermi in Svizzera per ricorso eredi

In Italia hanno rinunciato all’eredità del padre, l’ex patron di Ilva Emilio Riva. Ma in Svizzera la rivendicano. E così nonostante il via libera da parte dell’autorità elvetica, i circa 1,2 miliardi di euro che erano stati sequestrati su richiesta della magistratura italiana presso diversi conti Ubs ad alcuni componenti della famiglia Riva non sono ancora rientrati in Italia. A bloccare il trasferimento dei fondi, appunto, è il ricorso presentato al Tribunale federale di Bellinzona — per bloccare il provvedimento col quale la Procura di Zurigo, in conformità con la richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del blocco del denaro depositato presso Ubs — fatto da due figlie di Emilio Riva: l’11 maggio scorso il tribunale di Milano aveva disposto il rientro in Italia dei fondi, accogliendo la richiesta dei commissari dell’Ilva di Taranto che grazie a quei soldi potranno emettere bond di pari valore per il risanamento ambientale e sanitario dell’impresa. Mancava il via libera al passaggio da conti Ubs in Svizzera a Ubs in Italia, sotto il controllo del Fug (Fondo giustizia) da parte delle autorità elvetiche, e ora che questo è arrivato sono le figlie di Emilio Riva a opporsi al trasferimento. E il risanamento della più grande acciaieria d’Europa può attendere perché l’effetto del ricorso presentato dalle figlie di Emilio Riva, morto più di un anno fa, è quello di sospendere lo sblocco dei fondi destinati all’Ilva. Nei prossimi giorni arriverà la decisione nel merito del Tribunale di Bellinzona, ma intanto tutto è bloccato. La rinuncia all’eredità del padre in Italia potrebbe essere stata decisa dalle figlie di Emilio Riva per sottrarsi alle pretese dei creditori.
La provenienza dei fondi
Il complicato iter per riportare la somma in Italia, come previsto dal decreto «Salva Ilva» convertito in legge il 3 marzo scorso, subisce quindi l’ennesimo stop. I soldi erano stati sbloccati il 19 giugno dalla magistratura elvetica e precedentemente erano stati sequestrati alla famiglia Riva nel 2013 per reati finanziari e valutari. La somma, appena disponibile, verrà messa a disposizione del commissario straordinario dell’Ilva, Pietro Gnudi, in modo che questi possa convertire l’intero importo in obbligazioni destinate a essere lanciate sul mercato e poi utilizzate a vantaggio dello stabilimento di Taranto, come previsto dal decreto. La somma di 1,2 miliardi era stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Milano contro Adriano Riva e due commercialisti accusati di truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni. Secondo l’ipotesi accusatoria, formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, sarebbero soldi volutamente distratti dalle casse dell’Ilva per essere poi trasferiti nell’isola di Jersey, paradiso fiscale nel canale della Manica. In particolare, secondo il Gip di Milano, quei fondi costituivano il frutto di alcuni reati commessi dagli indagati in danno della società Fire Finanziaria, poi divenuta Riva Fire, quindi portati illegalmente all’estero attraverso il loro occultamento in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale e poi fatti riemergere attraverso lo scudo fiscale del 2009 ma in maniera irregolare. (CdS)

lunedì 6 luglio 2015

Senza il minimo sospetto di premeditazione...

Ilva e Fincantieri, a Taranto e Monfalcone le attività riprendono per decreto legge

Lo stabilimento di Fincantieri di Monfalcone (Trieste) è stato dissequestrato, dopo che il 30 giugno scorso il tribunale di Gorizia aveva sospeso le attività della fabbrica perché l’area era diventata un “deposito di rifiuti incontrollato”. Lo scrive il governo in una nota. In giornata l’azienda dovrebbe far rientrare gli operai e dovrebbe riavviare la produzione. Sempre oggi, a Taranto, l’Ilva ha riavviato l’Altoforno 2, che arriverà a pieno regime nel giro di qualche giorno, dopo che il 29 giugno scorso il gip di Taranto Martino Rosati ne ha convalidato il sequestro dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, investito da un getto liquido di ghisa. Entrambe le riaperture sono dovute al decreto del governo, l’ottavo decreto Salva Ilva, del 3 luglio scorso, con il quale il consiglio dei ministri ha dato il via libera a un provvedimento unico per entrambe le aziende, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 4 luglio.
In realtà l’impianto dell’Ilva di Taranto non è mai stato spento, ne è stata soltanto ridotta l’attività. Il decreto del governo prevede che nei prossimi 30 giorni l’Ilva presenti un piano per la messa in sicurezza dell’Altoforno 2. Un primo piano, presentato dall’azienda ai magistrati, era stato considerato inefficace e il pm Antonella De Luca aveva respinto anche il rinvio dello spegnimento di 10 giorni. Nel caso dello stabilimento di Fincantieri, l’area era stata sequestrata per gestione dei rifiuti non autorizzata. Sono sette gli indagati, tra cui anche l’ex direttore della struttura Carlo De Marco. L’inchiesta riguarda la gestione degli scarti di lavorazione delle navi, prodotti dalle ditte subappaltatrici di Fincantieri, che però non risultano titolari dell’autorizzazione a gestire i rifiuti. In particolare, il problema riguarda il deposito temporaneo, messo a disposizione da Fincantieri, dove i vari scarti venivano ammassati e rimossi da parte di un’altra ditta subappaltatrice.
“Apprezzamento per l’avvenuto dissequestro del cantiere di Monfalcone della Fincantieri – spiega il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi – L’intenzione del governo era quella di salvaguardare la produzione e l’occupazione di un importante gruppo industriale messe a rischio da un provvedimento cautelare che riguardava l’interpretazione di norme e non il reale pericolo per l’ambiente e la salute dei lavoratori. Sono lieta che la magistratura abbia capito le finalità del provvedimento del governo”. (FQ)

sabato 4 luglio 2015

Contaminazione da decreti

Verdi: continua lotta contro chi vuole morte Taranto

"Noi continueremo a lottare e a ribellarci contro chi vuole la morte di Taranto" sulla questione Ilva siamo allo scontro tra le istituzioni. Il Governo ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo decreto per lasciare produrre in 'Santa Pacè l’AFO 2, l’altoforno assassino". Lo affermano in una nota i Verdi di Taranto in relazione all’ultimo decreto del governo sull'Ilva.
"La magistratura dopo avere disposto il sequestro senza facoltà d’uso – affermano i portavoce cittadino Ada le Noci e provinciali Vincenzo Fornaro e Annalisa Montanaro – si ritrova nuovamente di fronte ad un decreto che garantisce la produzione e non protegge le vite degli operai e dei cittadini. Lo stesso altoforno avrebbe dovuto fermarsi ben tre anni fa, ma un decreto lo salvò insieme tutta l’area a caldo". "Se la proprietà potesse parlare – affermano ancora – sarebbe enormemente riconoscente a tutti i governi che si sono succeduti in questi anni, a differenza dei cittadini di Taranto. Ormai in Italia si legifera solo tramite decreto legge, la democrazia non esiste più e la magistratura deve scontrarsi con l’esecutivo ogni volta che si parla di acciaio".
"Noi Verdi Taranto – concludono – ci ostiniamo a chiedere giustizia e verità per questa terra, ma ci rendiamo conto che il comportamento e la faziosità della politica nazionale e la mancanza di rispetto per gli abitanti e i lavoratori di questa città, ci impongono di continuare con ancora più impegno nell’opera di denuncia e resistenza rispetto a logiche produttive antieconomiche e insostenibili per questa città. Noi continueremo a lottare e a ribellarci contro chi vuole la morte di Taranto". (GdM)

venerdì 3 luglio 2015

Mentre mandano in onda la pubblicità, l'Ilva continua a fare melina

Dieci giorni in più per tenere accesi i motori dell'Ilva

Dieci giorni in più. Su questo surplus per la procedura di spegnimento dell’altoforno numero 2 si basa la strategia dei vertici dell’Ilva. Una proroga fondamentale per il siderurgico: se si dilazionassero i tempi della fermata dell’altoforno, ci sarebbero margini di manovra più ampi.
Innanzitutto, si potrebbe arrivare alla concomitanza della ripartenza dell’altoforno 1, prevista per l’1 agosto. Il quadro è questo: se fosse confermata l’ipotesi di fermata definitiva per l’impianto dove si è verificato l’incidente mortale, a quel punto la stessa manovra dovrebbe verificarsi per il gemello Afo4. Come spiegato da azienda e sindacati, infatti, per motivi di sicurezza non sarebbe possibile far marciare da solo l’ultimo altoforno.
Da qui, la strategia di allungamento dei tempi che potrebbe consentire di affiancare l’altoforno 1 attualmente in fase di ristrutturazione per l’adeguamento alle prescrizioni ambientali.
Questa proroga potrebbe avere un secondo fine: l’attesa per un eventuale pronunciamento del Tribunale del Riesame sulla facoltà d’uso.
Bisognerebbe però valutare i tempi ma resta in piedi ancora un’ulteriore opzione: la richiesta dell’azienda alla Procura della concessione della facoltà d’uso, a fronte di un cronoprogramma di interventi concordato in modi e tempi.
In queste ore ci dovranno essere necessariamente novità in quanto la procedura di Afo2, senza ulteriori cambiamenti, prevede la conclusione tra il 6 e il 7 luglio.
Intanto, sul fronte sindacale arriva la dura presa di posizione dell’Unione Sindacale di Base. Usb denuncia innanzitutto altri due gravi episodi specificando che il messaggio che sta pericolosamente passando «è che la marcia impiantistica viene prima di tutto, anche prima della salute. Non è un caso che tra domenica e martedì sono avvenuti altri due gravissimi incidenti fortunatamente senza feriti, il primo in acciaieria 2 e l’altro nella colata continua 4, entrambi potevano avere conseguenze disastrose, chiaramente nessuno sa nulla, non conviene in questo momento divulgare notizie che potrebbero nuocere alla produzione».
Secondo il sindacato «le tante illazioni che girano sul tragico incidente di Alessandro Morricella, ampiamente smentite dalla decisione del gip di confermare il sequestro, servono solo a far nascere i dubbi nella testa dei lavoratori e a scaricare la responsabilità di una fermata parziale o totale dello stabilimento sulle spalle di persone innocenti: la macchina del fango si è messa in moto subito dopo il sequestro senza facoltà d’uso e serve a creare il dubbio tra noi. Non è un caso che in queste ore si vocifera di incontri clandestini per organizzare proteste contro il sequestro di Afo2».
Il sindacato precisa e ricorda come la responsabilità non sia della procura «che fatto il proprio lavoro ma è addebitabile a chi da tre anni promette di risolvere il problema a suon di decreti il cui unico effetto è stato quello di allungare l’agonia».
C’è poi anche un passaggio sulle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi che aveva ribadito l’importanza strategica del gruppo siderurgico per il sistema industriale italiano: «La soluzione c’è e il ministro Guidi lo sa benissimo così come Renzi: si chiama “investimenti”. Quelli che i vari ministri e governi promettono, a parole, da più di tre anni, dopo sette Decreti, quattro Commissari, un Sub-Commissario, cinque direttori e tanti, troppi lavoratori che hanno lasciato la pelle in nome del risanamento che finora non c’è stato».
Servono soldi per risanare e mettere in sicurezza al di là degli slogan. È questo il senso dell’appello finale della nota sindacale che si rivolge direttamente al presidente del Consiglio: «Abbiamo la netta impressione che pretendere salute e sicurezza all’Ilva sia diventato quasi un reato. Il premier Renzi all’indomani dell’ultimo decreto disse “l’Europa non mi impedirà di salvare i bambini di Taranto” ma visti i risultati l’unica cosa sicura è che se continuiamo così i bambini rimarranno orfani. Soldi e investimenti rappresentano l’unica strada percorribile: oltre ciò voi continuerete a sfornare decreti che allungheranno l’agonia e noi continueremo a essere vittime innocenti del vostro Pil nazionale». (quot)

giovedì 18 giugno 2015

L'Ilva (ed il governo) impari a rispettare la Giustizia!

fonte

Ilva, pm sequestrano l’Altoforno 2 dopo la morte dell’operaio investito dalla ghisa

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’Altoforno 2 dell’Ilva, l’impianto nel quale l’8 giugno l’operaio Alessandro Morricella è stato investito da una colata di ghisa incandescente che ne ha poi causato la morte. Un provvedimento che potrebbe determinare il blocco dell’intero stabilimento siderurgico: per l’adeguamento all’autorizzazione integrata ambientale, infatti, la fabbrica produceva acciaio adoperando solo l’Afo 2 e l’Afo 4 e quindi il fermo di uno dei due impianti potrebbe di fatto fermare tutto lo stabilimento. Poco dopo l’incidente mortale, i tecnici dell’ispettorato del lavoro avevano concesso all’Ilva 60 giorni di tempo per “adottare tutti i provvedimenti necessari atti ad evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell’altoforno” e contemporaneamente il divieto di “effettuare qualsiasi operazione di prelievo diretto delle temperature ghisa nel pozzino ghisa”.
Qualcosa, a seguito dei successivi controlli, dev’essere evidentemente cambiato tanto da portare il pm Antonella De Luca, titolare del fascicolo, e il procuratore Franco Sebastio a sequestrare senza facoltà d’uso l’impianto dell’area a caldo. Una mossa che può rappresentare il colpo di grazia per lo stabilimento e i suoi lavoratori che all’indomani della morte di Morricella avevano chiaramente manifestato ai sindacati e all’azienda il timore di tornare sugli impianti. A distanza di tre anni, quindi, dal luglio 2012 quando il gip Patrizia Todisco sequestrò senza facoltà d’uso sei impianti, gli operai e i cittadini di Taranto potrebbero ritrovarsi a vivere una estate torrida.
Resta ora da capire quale sarà la mossa dei commissari: Ilva, infatti, è un’azienda in amministrazione straordinaria guidata dai commissari Pietro Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba. E Rezi? Come interverrà il presidente del Consiglio che a fine dicembre dello scorso anno, annunciando i provvedimenti per lo stabilimento siderurgico, avevamo affermato che “l’Italia riparte da Taranto?”. A poco, quindi, è servita la cappa di impunità concessa dai Governi in questi anni: le varie leggi “Salva Ilva“, infatti, operano nel campo delle violazioni in materia ambientale mentre in questo caso la procura è intervenuta per la violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori. Morriccella, infatti, è il quinto operaio che ha perso la vita in fabbrica negli ultimi tre anni dopo Angelo Iodice, Claudio Marsella, Ciro Moccia e Francesco Zaccaria. Per gli ultimi tre, in particolare, gli inquirenti sono convinti che la morte è da collegare direttamente al mancato ammodernamento della fabbrica. Nelle carte dell’inchiesta Ambiente svenduto. infatti, i pubblici ministeri hanno scritto chiaramente che “la mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato rispetto alla complessità aziendale (..) ha rappresentato concausa non trascurabile in relazione agli infortuni occorsi negli ultimi mesi che hanno comportato lesioni gravissime di un lavoratore ed il decesso di altri tre operatori, tutti impegnati nello svolgimento delle proprie attività lavorative, svolte in assenza di adeguate istruzioni operative e di misure tecniche atte a prevenire e ridurre i rischi per la salute e la sicurezza degli stessi”. (FQ)

La Procura di Taranto ha disposto il sequestro preventivo senza facoltà d'uso dell'altoforno 2 dell'Ilva, il reparto in cui l'8 giugno scorso è stato investito da un getto di aria bollente, mentre misurava la temperatura della ghisa, l'operaio 35enne Alessandro Morricella, morto dopo quattro giorni per le gravi ustione riportate sul 90 per cento del corpo. Custode dell'impianto sarà Barbara Valenzano, già custode giudiziario degli impianti dell'area a caldo nominata dal gip Patrizia Todisco nell'inchiesta sfociata nell'arresto dei vertici dell'Ilva.
Inizialmente i tecnici dello Spesal (Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell'Asl) avevano imposto 60 giorni di tempo all'Ilva per "adottare tutti i provvedimenti necessari atti a evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell'altoforno". Sono dieci gli indagati per cooperazione in omicidio colposo.
Nel pomeriggio in migliaia hanno raggiunto il PalaWoytyla di Martina Franca per partecipare ai funerali di Morricella. Lacrime e rabbia per l'ultimo saluto al giovane operaio, che lascia la moglie e due figlie di sei e due anni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato una corona di fiori, posta ai piedi della bara. "Chiedo alla comunità ecclesiale
di essere solidali nella fede, di non stringersi in parole vuote che talvolta offendono il lutto e il pianto, ma nel silenzio di condividere il dolore, assieme a Cristo che ci salva nella nostra stessa morte per restituirci un giorno gli uni agli altri", ha rimarcato l'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, nel messaggio inviato per i funerali.
"Mentre salutiamo il nostro fratello, elevo la mia supplica accorata al Padre - ha aggiunto il presule - perché illumini le coscienze specie di chi ha responsabilità: mai più morti bianche. Non ci sono dati statistici, anche i più ottimistici, che potranno mai rincuorarci sulla sicurezza sul lavoro, quando anche uno solo dei nostri fratelli o delle nostre sorelle perde la vita mentre è sul posto di lavoro. Questa è una verità sacrosanta, come sacrosante sono le lacrime di mamma Martina Comasia, della moglie Natalia e delle sue bimbe Sofia e Greta, dei fratelli Giovanni e Vito che piangono Alessandro".
Sacrosante "quelle di tutti i parenti e di tutti gli amici - ha scritto ancora monsignor Santoro - che oggi salutano e ricordano il loro sorridente numero 10". Morricella era un giocatore della squadra di calcio a 5 del Locorotondo, che ha militato nel campionato di C2.
(Rep)

sabato 21 marzo 2015

Il tesssooorooo!


Ilva, udienza il 9 aprile a Milano sulla richiesta di sblocco di 1,2 miliardi di euro dei Riva

E' stata fissata un'udienza, che si terra' il prossimo 9 aprile davanti al gip di Milano Fabrizio D'Arcangelo, per discutere la richiesta dei legali del commissario straordinario dell'Ilva di Taranto, Piero Gnudi, di sbloccare un miliardo e 200 milioni di euro sequestrati dai magistrati milanesi nel 2013 ai fratelli Emilio e Adriano Riva e a due loro consulenti. Soldi gia' dissequestrati lo scorso ottobre dal giudice per essere trasferiti nelle casse dell'Ilva in vista degli interventi di risanamento necessari, ma ancora bloccati su conti in Svizzera.
Lo scorso 28 ottobre, infatti, il gip D'Arcangelo aveva dato l'ok al dissequestro del miliardo e 200 milioni di euro sequestrati nell'ambito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici nel maggio del 2013 ai fratelli Emilio (morto l'anno scorso) e Adriano Riva e a due loro consulenti. Secondo il gip, infatti, il "diritto all'ambiente salubre, al lavoro e alla salute" devono prevalere su quello "proprietario" e sugli "interessi patrimoniali". Era stata accolta, dunque, la richiesta avanzata dal commissario straordinario Gnudi e dal suo legale, Paola Severino, in seguito all'entrata in vigore della legge 'Terra dei fuochi'.
La maggior parte dei fondi riconducibili ai Riva sono rimasti, pero', bloccati su conti Ubs in Svizzera, malgrado il provvedimento del gip. La Svizzera, infatti, non ha dato seguito alle richieste dei magistrati relative al dissequestro ed e' servito un intervento normativo. Lo scorso 3 marzo, poi, e' diventato legge il decreto 'Salva-Ilva' che, tra le varie cose, facilita il trasferimento in Italia dei soldi dissequestrati: le somme verranno convertite in obbligazioni emesse dall' amministrazione straordinaria e destinate alla realizzazione dell'Aia (Autorizzazione integrata ambientale). Da qui la nuova istanza che verra' discussa il 9 aprile. Servira', poi, un nuovo provvedimento del gip per far rientrare i soldi in Italia.(Quot)