Comunicato stampa
Fondo Antidiossina e PeaceLink commentano la pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale del DL 136 ''Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare
emergenze ambientali e industriali e a favorire lo sviluppo delle aree
interessate''.
Rendono noto inoltre che il 18 dicembre si svolgera' a Roma al Ministero
dell'Ambiente la Conferenza dei Servizi per la messa in sicurezza della
falda nell'area sotto il parco monerali dell'Ilva.
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Con questo comunicato stampa, PeaceLink e Fondo Antidiossina intendono
lanciare un grido di allarme riguardo la preoccupante situazione
sanitaria, amministrativa ed ambientale di Taranto, conseguentemente ai
gravi e ripetuti incidenti di slopping, di emissioni pericolose
verificatesi in questi giorni in modo particolarmente intenso.
Ieri il nuovo decreto legge sull'Ilva e' stato pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale; e' il Decreto decreto legge 136 riguardante "Disposizioni
urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali e a
favorire lo sviluppo delle aree interessate".
La gravità della situazione va di pari passo con le azioni inutili del
governo, che con questa decisione politica di fatto estende i poteri del
Commissario e della sua struttura prorogando i termini di attuazione di
eventuali messe a norma e di azioni di bonifica ed annullando
l'Autorizzazione Integrata Ambientale.
Il testo del decreto é ritenuto dalle due associazioni inaccettabile e
impossibile da giustificare dinanzi al protrarsi di una situazione di
assoluta emergenza.
Tale decreto, finalizzato esclusivamente a garantire la produzione
dell'ILVA, annulla l'ordinanza del GIP Patrizia Todisco che il 5
novembre 2013 ha ribadito come, nell'interesse pubblico, i fondi posti
sotto sequestro dovessero garantire il principio di precauzione e non
andare a confluire nelle casse dell'attuale gestione commissariale il
cui solo scopo è assicurare la continuità produttiva in grave ed
evidente violazione delle decisioni della magistratura e delle leggi
europee.
I vari profili di inadempimento messi in luce dal GIP, l'inesistenza di
un piano industriale corroborati dal nuovo decreto vanno nel senso
totalmente opposto all'attuazione di una politica che voglia risolvere
la questione Taranto.
Non risulta inoltre chiaramente definito il regime autorizzativo in cui
opera lo stabilimento ILVA di Taranto, per quanto attiene all'AIA e alle
autorizzazioni che al momento sembrano mancare. Il Commissario,
supportato dal Governo, non ritiene cogenti le norme previste dall'AIA e
continua ad operare in flagrante violazione del diritto in materia.
La pratica di rimuovere e garantire la normativa vigente é una pratica
anti-costituzionale. La giurisprudenza europea in materia di ambiente e
di diritti umani prevede delle norme ineludibili come ad esempio
l'articolo 2 della Convenzione dei Diritti Umani ( di cui la Repubblica
Italiana é firmataria) che prevede la difesa del diritto primario alla
vita, come la direttiva europea IPPC.
Il principio del "chi inquina paga" viene posto, anch'esso, in grave
pericolo visto che il Commissariamento attuale dell'ILVA insieme al
Governo svuotano le casse ILVA annullando in sequestri, al solo fine di
garantire la produzione in totale violazione di numerose norme. Una
nuova comunicazione alle istituzioni europee, in merito al nuovo
decreto, é stata effettuata stamane.
La situazione di Taranto é arrivata ad un punto di non ritorno, il grido
di allarme che questo comunicato ed i video allegati intendono
lanciare, costituisce un'accusa precisa a tutti i governanti.
Per quanto riguarda la conferenza dei servizi indetta dal Ministero dell'Ambiente, la cosa
che preoccupa le associazioni e' l'intento del governo che non mira a
bonificare il sottosuolo.
Se venisse cementificata la vasta area sotto il parco minerali, senza
bonificare il terreno inquinato, verrebbero tombati e non rimossi gli
inquinanti che hanno impregnato il sottosuolo.
Una pratica del genere condannerebbe l'area ad uno stato di
compromissione perenne del sottosuolo, mentre nel frattempo rimane
irrisolta la questione della raccolta e del trattamento delle acque
meteoriche che finiscono nella falda dopo aver dilavato i terreni
inquinati dell'Ilva.
Per PeaceLink e Fondo Antidiossina Taranto: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti, Fabio Matacchiera
Ronchi: il decreto accelera il risanamento
«Spero che i suoi critici, ora che è pubblicato, leggano attentamente
questo decreto che rende disponibili, in modo legittimo e logico quindi
anche costituzionale, risorse finanziarie necessarie al risanamento
ambientale dell’Ilva». Lo ha dichiarato il sub-commissario Ilva Edo
Ronchi, in occasione della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DL
136 “Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e
industriali e a favorire lo sviluppo delle aree interessate”.
Ronchi
sottolinea anche che il decreto «accelera le procedure chiarendo che le
coperture enormi dei parchi che si devono realizzare, sono volumi
tecnici e quindi non devono attendere modifiche urbanistiche e dei piani
regolatori per essere realizzate, che, inoltre, accelera le procedure
per l’utilizzo delle aree interne non contaminate e che accelera i tempi
per le valutazioni di assoggettabilità e di VIA, senza minimamente
toccare le tutele ambientali» .
Per quanto riguarda il transitorio,
fino all’approvazione del piano ambientale, il decreto chiarisce cosa
deve fare il commissario, spiega Ronchi, e quali risultati deve
garantire (almeno l’avvio del 70% delle misure AIA e assicurando che,
per quanto dovuto all’ILVA, i parametri che misurano la qualità
dell’aria esterna siano a norma). «Per le sanzioni del Prefetto, il
decreto chiarisce –sottolinea Ronchi- che per le violazioni compiute
prima del Commissariamento, paga il titolare o l’azionista di
maggioranza, dopo paga l’Ilva commissariata nei casi delle violazioni
previste». Per quanto riguarda il rinvio di circa 60 giorni del piano
ambientale, conclude Ronchi «esso è reso necessario anche per includervi
tutte le misure necessarie per completare l’Aia , producendo così
un’accelerazione complessiva (prima si doveva attendere un’altra Aia per
acque, rifiuti, rischi d’incidente e energia), fermo restando il
termine finale di 36 mesi fissato dal precedente decreto che non
cambia».
Sullo stesso argomento interviene anche l’on. Michele
Pelillo. «Sono d’accordo – scrive – con Legambiente sul fatto che la
proroga per l’adozione del piano ambientale e, di conseguenza, del piano
industriale per l’Ilva di Taranto susciti perplessità. Proveremo, in
sede di conversione del provvedimento in legge, ad accorciare questo
lasso di tempo. Chiederemo al ministro Orlando, comunque, di anticipare i
tempi del piano ambientale rispetto a qualunque nuovo termine».
Del
decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale «valorizziamo – aggiunge
Pelillo – però anche gli straordinari aspetti positivi. Il documento
persegue due obiettivi importanti, la copertura finanziaria dei lavori
di ambientalizzazione e la semplificazione (oltre che l’accorciamento
dei tempi) delle procedure autorizzative per l’avvio dei cantieri. Con
questo provvedimento i commissari sono nella facoltà di chiedere ai
giudici di usare i soldi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano:
un miliardo e ottocento milioni di euro. Il decreto legge, inoltre,
abbrevia e semplifica l’iter burocratico delle autorizzazioni, con una
compressione dei tempi e uno snellimento delle procedure. Dopo 50 anni
di niente, lo Stato – attraverso l’azione del governo e del Parlamento –
ci sta dando la possibilità, per la prima volta, di accettare la sfida,
la scommessa di trovare l’agognato punto di equilibrio tra l’esigenza
della produzione industriale e il diritto alla salute e alla vita dei
tarantini. E’ una scommessa che non possiamo non accettare, non perché
siamo sicuri di vincerla, ma perché è doveroso provarci. Non possiamo
arrenderci senza nemmeno provarci. Per provare a vincerla, impariamo
subito ad apprezzare il nuovo atteggiamento dello Stato e a realizzare
una maggiore unità di intenti». (CdM)
giovedì 12 dicembre 2013
Impariamo dagli altri!
Lunedì 16 dicembre 2013 presso la sede dell'Università degli Studi di Bari a Taranto, via Duomo, ex-caserma Rossarol, si svolgerà il convegno:
“Taranto, dal disastro ambientale alle ecoalternative”
che ha lo scopo di dare continuità a quanto realizzato, sempre presso questa sede, il 2 luglio scorso. Nella suddetta occasione era stato rivolto l’invito a tutti gli studenti universitari a realizzare tesi su Taranto e sulla riconversione economica, in una prospettiva di sostenibilità ambientale. Furono inoltre presentati due esempi di bonifica e riconversione: la Ruhr (Germania) e Hammarby Sjostad (quartiere all’avanguardia di Stoccolma, Svezia).
In seguito alla visita al quartiere Hammarby Sjostad di Stoccolma si intende descrivere quanto appreso in seguito alla visita stessa. La visita al quartiere “green” della capitale svedese era stata appoggiata dall’ex Direttore, prof. Antonio Uricchio con un’apposita lettera di presentazione alle autorità cittadine e agli enti di ricerca, condividendone le finalità di studio.
Nell’ambito dell’incontro del 16 dicembre si intendono inoltre presentare altre tesi di laurea di studenti tarantini su problemi e soluzioni ecosostenibili.
Francesco Scialpi parteciperà con la sua tesi in Sociologia dei Consumi dal titolo "Le morti che non contano. L'Ilva a Taranto".
Deborah De Iure descriverà invece i risvolti psicologici con: "Integrazione di metodi nella ricerca psicosociale: il caso dell'Ilva di Taranto tra rappresentazioni e identità".
Adriano Fonzino porterà la sua tesi triennale in Ecologia dal titolo: "Bioaccumulazione di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in isopodi detritivori da terreni contaminati: ruolo dell'azione di fitorimediazione di Phragmites australis."
Per concludere Daniele Marescotti illustrerà con immagini e video la propria visita a Stoccolma e al quartiere riconvertito di Hammarby Sjostad e presenterà la relazione “Bonifica e riqualificazione di un quartiere inquinato: il caso di Hammarby Sjostad”.
“Taranto, dal disastro ambientale alle ecoalternative”
che ha lo scopo di dare continuità a quanto realizzato, sempre presso questa sede, il 2 luglio scorso. Nella suddetta occasione era stato rivolto l’invito a tutti gli studenti universitari a realizzare tesi su Taranto e sulla riconversione economica, in una prospettiva di sostenibilità ambientale. Furono inoltre presentati due esempi di bonifica e riconversione: la Ruhr (Germania) e Hammarby Sjostad (quartiere all’avanguardia di Stoccolma, Svezia).
In seguito alla visita al quartiere Hammarby Sjostad di Stoccolma si intende descrivere quanto appreso in seguito alla visita stessa. La visita al quartiere “green” della capitale svedese era stata appoggiata dall’ex Direttore, prof. Antonio Uricchio con un’apposita lettera di presentazione alle autorità cittadine e agli enti di ricerca, condividendone le finalità di studio.
Nell’ambito dell’incontro del 16 dicembre si intendono inoltre presentare altre tesi di laurea di studenti tarantini su problemi e soluzioni ecosostenibili.
Francesco Scialpi parteciperà con la sua tesi in Sociologia dei Consumi dal titolo "Le morti che non contano. L'Ilva a Taranto".
Deborah De Iure descriverà invece i risvolti psicologici con: "Integrazione di metodi nella ricerca psicosociale: il caso dell'Ilva di Taranto tra rappresentazioni e identità".
Adriano Fonzino porterà la sua tesi triennale in Ecologia dal titolo: "Bioaccumulazione di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in isopodi detritivori da terreni contaminati: ruolo dell'azione di fitorimediazione di Phragmites australis."
Per concludere Daniele Marescotti illustrerà con immagini e video la propria visita a Stoccolma e al quartiere riconvertito di Hammarby Sjostad e presenterà la relazione “Bonifica e riqualificazione di un quartiere inquinato: il caso di Hammarby Sjostad”.
mercoledì 11 dicembre 2013
E questa...
Ilva, porto Taranto: assolti Emilio, Fabio e Claudio Riva
Il tribunale di Taranto ha assolto «perché il fatto non sussiste» Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del Consiglio di amministrazione dell'Ilva, e altri 11 imputati dall'accusa di illecita concorrenza nelle attività di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto.
RICHIESTA CONDANNA A QUATTRO ANNI. Il sostituto procuratore Giovanna Cannarile aveva chiesto al collegio del tribunale (presidente Fulvia Misserini) per i Riva la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Il pm aveva inoltre chiesto la condanna a sei anni e sei mesi di carcere per Giampiero Gallina, di Torino, dirigente del Siderurgico con procura a gestire i pontili dati in concessione all'Ilva, che rispondeva anche di tentata estorsione, e sei anni di reclusione per Michele Fazio, di Savona, institore e componente del consiglio di amministrazione della Anchor Shipping (agenzia marittima con sede nella città ligure), accusato anche di estorsione. Condanne comprese tra quattro anni e sei mesi e due anni e sei mesi di reclusione erano state chieste per quattro componenti del consiglio di amministrazione dell'Anchor Shipping e per due rappresentanti della Navalsud, altra agenzia marittima.
PREZZI INFERIORI A QUELLI STABILITI. Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero sostenuto falsamente che l'Ilva fosse titolare di un terminal di scarico privato al porto di Taranto, dove potevano operare solo Anchor Shipping e Navalsud. Le stesse agenzie avrebbero praticato prezzi inferiori a quelli stabiliti dalle tariffe previste dalla legge per prestazioni raccomandatarie marittime.
Il tribunale non ha però ravvisato estremi di reato. Gli avvocati Carlo Petrone e Stefano Caffio, per conto dell'agenzia marittima 'Valentino Gennarini', avevano chiesto un risarcimento danni di 30 milioni di euro. (Lettera43)
Il tribunale di Taranto ha assolto «perché il fatto non sussiste» Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del Consiglio di amministrazione dell'Ilva, e altri 11 imputati dall'accusa di illecita concorrenza nelle attività di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto.
RICHIESTA CONDANNA A QUATTRO ANNI. Il sostituto procuratore Giovanna Cannarile aveva chiesto al collegio del tribunale (presidente Fulvia Misserini) per i Riva la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione ciascuno. Il pm aveva inoltre chiesto la condanna a sei anni e sei mesi di carcere per Giampiero Gallina, di Torino, dirigente del Siderurgico con procura a gestire i pontili dati in concessione all'Ilva, che rispondeva anche di tentata estorsione, e sei anni di reclusione per Michele Fazio, di Savona, institore e componente del consiglio di amministrazione della Anchor Shipping (agenzia marittima con sede nella città ligure), accusato anche di estorsione. Condanne comprese tra quattro anni e sei mesi e due anni e sei mesi di reclusione erano state chieste per quattro componenti del consiglio di amministrazione dell'Anchor Shipping e per due rappresentanti della Navalsud, altra agenzia marittima.
PREZZI INFERIORI A QUELLI STABILITI. Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero sostenuto falsamente che l'Ilva fosse titolare di un terminal di scarico privato al porto di Taranto, dove potevano operare solo Anchor Shipping e Navalsud. Le stesse agenzie avrebbero praticato prezzi inferiori a quelli stabiliti dalle tariffe previste dalla legge per prestazioni raccomandatarie marittime.
Il tribunale non ha però ravvisato estremi di reato. Gli avvocati Carlo Petrone e Stefano Caffio, per conto dell'agenzia marittima 'Valentino Gennarini', avevano chiesto un risarcimento danni di 30 milioni di euro. (Lettera43)
Argomenti
Anchor Shipping,
assoluzione,
Cannarile,
Carlo Petrone,
Claudio Riva,
Emilio Riva,
fabio riva,
Giampiero Gallina,
ILVA,
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Navalsud,
porto,
processo,
Stefano Caffio,
Valentino Gennarini
Statistica (reale) da strada
La città sepolta dalla polvere dell’Ilva
“Noi non ce la meritiamo Taranto. Le città più belle del mondo lo sapete quali sono? Budapest, Bucarest e Tarant nuestr”.
Così un abitante di Taranto vecchia riassume la rabbia, non solo verso le istituzioni, ma anche nei confronti dei suoi concittadini nel documentario “Polvere – The Italian Dust”, realizzato Vincenzo Luca Forte e Giovanna Testa.
Inquinamento, tumori, corruzione, periferie disagiate, disoccupazione: lo sguardo non è puntato solo sull’Ilva, è a 360 gradi su una città umiliata, annichilita, divenuta simbolo del disastro italiano.
“Il diritto alla salute è stato sacrificato in virtù del diritto al lavoro - spiega Vincenzo Luca Forte presentando il documentario -. Si è chiesto ai cittadini di scegliere tra lavoro e salute: una falsa scelta, un ricatto subdolo”. Gli autori puntano il dito contro l’indifferenza delle istituzioni, “che si passano la palla avvelenata e si discolpano“.
Il documentario, accompagnato dalle musiche tradizionali della città e quasi tutto in dialetto tarantino per mantenere la forza e la rabbia degli interventi, ma sottotitolato in inglese per tentare di far conoscere il dramma della città anche fuori dall’Italia, sarà presentato domani alle 15 alla Camera dei deputati (Palazzo Marini) dagli autori alla presenza dei comitati cittadini e delle associazioni degli agricoltori, del presidente della Commissione di Vigilanza, Roberto Fico, altri parlamentari del Movimento 5 Stelle, giornalisti e autori.
La polvere è quella che per più di 50 anni è fuoriuscita dai camini dell’Ilva e che è entrata nei polmoni di operai e abitanti del Rione Tamburi, quartiere adiacente al polo industriale. La stessa polvere che ha contaminato la mitilicoltura e l’agricoltura, settori sui quali l’economia tarantina si è sempre fondata. Come racconta uno dei tarantini nel reportage, “lo stabilimento siderurgico è sorto proprio alle spalle del cimitero, forse già prevedevano di fare 11.850 morti”.
Nel documentario si parla anche del rapporto tra Girolamo Archinà, direttore della relazioni istituzionali dell’Ilva, e il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, anche alla luce della pubblicazione dell’intercettazione di una telefonata tra i due risalente al 2010, che tante polemiche ha scatenato.
Taranto non è però solo Ilva. C’è Taranto Vecchia, con le rovine della Magna Grecia, e il borgo marinaro abbandonato a se stesso, vittima di un’industrializzazione forzata. Ci sono le discariche, ben cinque, di rifiuti speciali, tra le più grandi d’Europa, oltre agli inceneritori.
“Puoi fermare chiunque qui in strada e chiedere se ha avuto un morto di tumore in famiglia – dice un giovane ripreso nel documentario -: tutti ti diranno di sì”. (Restoalsud)
Argomenti
film,
ILVA,
Polvere,
tamburi,
The italian dust
martedì 10 dicembre 2013
Legambiente fa il punto della situazione
Decreto ILVA: inaccettabile l'ulteriore
allungamento dei tempi per l'adozione del Piano delle misure e delle
attività di tutela ambientale e sanitaria
Lo schema del Piano è stato reso pubblico l'11 ottobre 2013, circa un mese dopo la scadenza indicata dalla legge 89 per la sua predisposizione e proposta al Ministro dell'Ambiente, (il termine indicato nella L. 89 è sessanta giorni dalla nomina del comitato di tre esperti incaricati della redazione).
L'11 novembre è scaduto il termine per la presentazione di eventuali Osservazioni, che avrebbero dovuto essere valutate dal comitato ai fini della definitiva proposta entro il termine di centoventi giorni dalla nomina del comitato stesso.
Dalla data di presentazione della proposta definitiva, sempre secondo la legge 89, decorrono i 15 giorni entro i quali il Piano, che equivale a modifica dell'A.I.A. - limitatamente alla modulazione dei tempi di attuazione delle relative prescrizioni - andrebbe approvato con decreto del Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Regione competente.
L'art. 7 del nuovo Decreto Ilva, in esame in Parlamento, stabilisce che la proposta del Ministro dell'Ambiente sia formulata "non oltre quarantacinque giorni dal ricevimento della proposta del comitato di esperti" e che il Ministro dell'Ambiente, al fine della formulazione della proposta, acquisisca il parere del Commissario straordinario e quello della Regione competente (da rendere entro sette giorni dalla richiesta, decorsi i quali la proposta del Ministro può essere formulata anche senza i pareri richiesti).
Lo stesso articolo indica inoltre che il Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria sia approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Ambiente, entro quindici giorni dalla proposta e comunque entro il 28 febbraio 2014.
Di fatto, senza alcuna motivazione, i tempi di adozione del Piano vengono posposti, rispetto alle indicazioni originarie, di oltre tre mesi.
Allo stato, tra l'altro, la proposta definitiva del comitato degli esperti non è stata resa ancora nota. (Legambiente)Pur considerando il ritardo conseguente alla pubblicizzazione solo in data 11 ottobre dello schema del Piano, riteniamo che, decorso ormai quasi un mese dalla scadenza del termine previsto per l'invio delle Osservazioni, sia necessario procedere con urgenza alla presentazione della versione definitiva del Piano stesso da parte del comitato degli esperti (che ci auguriamo accolga le Osservazioni presentate da Legambiente e protocollate con nota CSE086/2013) ed alla sua definitiva approvazione.
Solo dopo, infatti, scatterà il termine di ulteriori trenta giorni entro cui il Commissario straordinario dovrà predisporre il piano industriale che consenta la continuazione dell'attività produttiva nel rispetto delle prescrizioni di tutela ambientale, sanitaria e di sicurezza contenute nel Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria. Dalla presentazione del piano industriale decorreranno poi gli ulteriori 15 giorni assegnati al Ministro dello Sviluppo Economico per la formulazione della relativa proposta e solo dopo si potrà avere l'approvazione con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
E' evidente che lo slittamento dei termini di approvazione del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria comporta inevitabilmente un ulteriore slittamento dell'adozione del Piano Industriale e quindi delle concrete indicazioni temporali ed economiche di attuazione degli interventi necessari al risanamento dello stabilimento.
E' un fatto grave: le continue proroghe stanno determinando un crollo della fiducia dei tarantini verso le istituzioni e alimentando l'angoscia di una città colpita nel suo diritto a coniugare salute, ambiente e lavoro. La certezza dei tempi di attuazione degli interventi previsti dall'AIA, unitamente al puntuale monitoraggio della qualità dell'aria e delle altre matrici ambientali, ed alla verifica dell'efficacia delle misure adottate, costituiscono una necessità assoluta.
Torniamo infine a denunciare quella che non esitiamo a definire una drammatica beffa, ossia il decreto interministeriale sulla Valutazione del Danno Sanitario (VDS) approvato definitivamente lo scorso 23 agosto che indica criteri - peraltro fortemente contestati su un recente numero di Epidemiologia e Prevenzione in un saggio di Bianchi - Forastiere – Terracini- che consentono una valutazione delle ricadute sulla salute solo ad AIA completamente attuata. Ne consegue quindi che se le misure attuate si rivelassero inefficaci a minimizzare entro i limiti consentiti l'impatto sanitario, la regione Puglia potrebbe chiedere la riapertura dell'AIA solo nel secondo semestre del 2016.
Nella legge regionale pugliese è previsto invece che la VDS sia fatta anche sulla base di proiezioni dei risultati attesi sulla salute dall'attuazione di determinate misure di protezione ambientale, proiezioni effettuate con metodiche largamente utilizzate a livello internazionale in paesi come gli USA per esempio.
Pertanto, nonostante la VDS effettuata da ARPA PUGLIA ci consegni un quadro ad AIA attuata non ancora accettabile per la salute dei cittadini, non sarà comunque possibile per la Regione Puglia (e in generale per le Regioni interessate da impianti di interesse strategico nazionale) chiedere la riapertura dell'AIA prima del 2016 e cioè solo dopo aver contato eventuali altri morti e malati a causa dell'inquinamento prodotto dagli impianti.
Chiediamo pertanto che si introducano norme che modifichino quel decreto interministeriale facendo proprie le indicazioni della legge adottata in materia dalla Regione Puglia.
Dopo Archinà... Il PD solito Partito dei Discorsi?
ILVA: PD TARANTO, DISCORSO DI RENZI DA' FORZA PER ESSERE PIU' INCISIVI SU TERRITORIO
"Il discorso di Matteo Renzi da neosegretario del PD pone l'emergenza di Taranto ai primi posti dell'agenda del Paese: questo ci dà la forza per essere sempre più incisivi sul territorio e continuare con il nostro impegno politico. Renzi ha infatti spiegato i primi punti del suo programma focalizzando la sua attenzione sulle emergenze del Paese; tra queste – insieme alla Sardegna danneggiata dal maltempo, a Lampedusa e alla 'Terra dei Fuochi' - c'è Taranto distrutta dall'Ilva. Una priorità che si raccorda con l'azione del governo. L'emergenza ambientale e sanitaria del capoluogo e della provincia ionica sono al centro degli impegni dell'esecutivo: basta ricordare le quattro leggi speciali negli ultimi 15 mesi, ultimo il decreto legge approvato dal Cdm il 3 dicembre che accelera le procedure relative alle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale, obbliga i Riva a finanziare il risanamento dell'acciaieria, abbrevia i tempi per la Valutazione di impatto ambientale e semplifica le norme urbanistiche in relazione ad alcuni progetti di risanamento della fabbrica. Ritengo che la strada intrapresa possa essere quella giusta, da una parte la necessità di ambientalizzare gli impianti del siderurgico rispettando i tempi previsti, dall’altra tenere insieme salute e lavoro, rivitalizzando nello stesso tempo il tessuto imprenditoriale del nostro territorio. Basti pensare che – è stato stimato - i lavori dell’AIA porteranno all’interno dello stabilimento Ilva altri 5000 nuovi operai. Taranto sarà il cantiere più grande d'Italia. Un ruolo da protagonista dovrà essere giocato dal nostro sistema imprenditoriale, che dovrà essere pronto ad affrontare questa nuova sfida, con competenza e professionalità. Credere nell'ambientalizzazione del siderurgico è una scommessa che noi vogliamo cogliere. Il ruolo del Partito Democratico, è e sarà quello di vigilare sui tempi di realizzazione dell'AIA e delle bonifiche. I cittadini hanno bisogno di ritrovare la fiducia e questo può avvenite solo con fatti concreti. Solo con l'avvio delle opere di ambientalizzazione potremo dire che questo territorio si sta risollevando e di aver aver ottenuto delle prime risposte. " Fabio Ligonzo Dirigente del Partito Democratico di Taranto. (AGENPARL)
lunedì 9 dicembre 2013
Buon natale alla diossina!
Sono passati poco meno di tre anni dall'emissione dell'ordinanza regionale che vieta "il pascolo sui terreni non aventi destinazione agricola ricadenti, entro un raggio di non meno di 20 km attorno delle area industriale di Taranto.
" Nelle stesse aree - si legge nell'ordinanza del 23 febbraio 2010, n. 176 - i terreni ad uso agricolo,dovranno obbligatoriamente subire le necessarie lavorazioni per poter essere destinate al pascolo o alla produzione di alimenti per gli animali".
Eppure, nonostante l'ordinanza ancora in vigore, e nonostante l'inquinamento non sia problema risolto ma piuttosto quanto mai attuale e persistente, le pecore continuano a pascolare in quelle aree interdette, come si può notare nella foto scattata ieri 8 maggio 2013.
Nella stessa ordinanza si legge che "I Sindaci dei comuni della Provincia di Taranto interessati sono incaricati dell’osservanza della presente ordinanza ed il personale di vigilanza del Dipartimento di prevenzione della ASL TA, gli agenti di Polizia Urbana e della forza Pubblica in generale del controllo e della esecuzione".
Le carni o prodotti caseari di quelle pecore verranno venduti? chi garantisce che quelle pecore non siano contaminate?
Quei terreni sono o non sono contaminati?
Chi realizza i controlli e in che modo vengono effettuati?
Chi tutela i cittadini/consumatori di Taranto?
Tutt* dovrebbero domandarselo, anche chi di Taranto non è.
Perchè la carne e i prodotti caseari possono arrivare molto, molto lontano, soprattutto in questi tempi vicini, molto vicini alle festività natalizie, dove nelle tavole degli italiani è consuetudine e tradizione mangiare carne di agnello. Non sia mai fosse alla diossina!
Visualizzazione ingrandita della mappa
" Nelle stesse aree - si legge nell'ordinanza del 23 febbraio 2010, n. 176 - i terreni ad uso agricolo,dovranno obbligatoriamente subire le necessarie lavorazioni per poter essere destinate al pascolo o alla produzione di alimenti per gli animali".
Eppure, nonostante l'ordinanza ancora in vigore, e nonostante l'inquinamento non sia problema risolto ma piuttosto quanto mai attuale e persistente, le pecore continuano a pascolare in quelle aree interdette, come si può notare nella foto scattata ieri 8 maggio 2013.
Nella stessa ordinanza si legge che "I Sindaci dei comuni della Provincia di Taranto interessati sono incaricati dell’osservanza della presente ordinanza ed il personale di vigilanza del Dipartimento di prevenzione della ASL TA, gli agenti di Polizia Urbana e della forza Pubblica in generale del controllo e della esecuzione".
Le pecore pascolavano in quelle aree interdette nel quartiere Paolo VI e l'ipercoop di Taranto come il cartello indica: brucavano quell'erba raggiunta da polvere industriale e fumi di diossina emessi in anni e anni di inquinamento industriale. Fanno infatti da sfondo i camini dell'Ilva, che zoomando la foto si vedono chiaramente. Le pecore distano 8.5 km dai camini dell'Ilva.
Quei terreni sono o non sono contaminati?
Chi realizza i controlli e in che modo vengono effettuati?
Chi tutela i cittadini/consumatori di Taranto?
Tutt* dovrebbero domandarselo, anche chi di Taranto non è.
Perchè la carne e i prodotti caseari possono arrivare molto, molto lontano, soprattutto in questi tempi vicini, molto vicini alle festività natalizie, dove nelle tavole degli italiani è consuetudine e tradizione mangiare carne di agnello. Non sia mai fosse alla diossina!
Visualizzazione ingrandita della mappa
Storie di monnezza e monnezze d'uomini
Ilva, pressing sulla commissione rifiuti
Un percorso studiato per mostrare i “gioielli” della fabbrica ed evitare i reparti inquinanti, una relazione che mettesse in evidenza gli investimenti realizzati in campo ambientale e qualche parlamentare amico per svolgere le pressioni giuste.
Nella fitta rete tessuta da Girolamo Archinà, l’ex public relation dell’Ilva sotto inchiesta nell’ambito di Ambiente svenduto, finì anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal 13 al 15 settembre del 2010, l’organo parlamentare arrivò in missione a Taranto. L’attività dello stabilimento siderurgico fu uno dei motivi della visita.
La circostanza mise in fibrillazione l’apparato dell’Ilva. Ma Archinà sembrava avere una soluzione per tutto. Il 10 settembre, telefona all’on. Pietro Franzoso (Pdl), tragicamente deceduto a novembre del 2011. Franzoso oltre ad essere un parlamentare della provincia di Taranto, è componente della Commissione rifiuti con funzioni di segretario. L’incontro tra i due avviene durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari. Per quanto informale, la riunione sembra sortire gli effetti desiderati tanto che il giorno dopo Archinà istruisce il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (anch’egli indagato), sui comportamenti da tenere con la Commissione. «Mi sono visto con… la persona qui (è evidente che si tratta dell’on. Franzoso – scrivono gli inquirenti)… dovremmo porre più attenzione ad alcuni interventi impiantistici che attengono l’ecologia, tipo l’impianto urea, piuttosto che un altro impianto e poi porre l’attenzione ai flussi che vanno verso l’esterno… tipo… come abbiamo fatto con la questione Pcb».
Capogrosso prende nota ed il giorno prima della visita, relaziona a Fabio Riva (anch’egli sotto inchiesta) il quale ordina «mi raccomando mettiamo tutto in ordine». Capogrosso lo tranquillizza forte delle indicazioni avute da Archinà: «avremmo messo giù un percorso… che adesso mettiamo su carta… perchè dall’informazione di Archinà noi volevamo far vedere l’impianto di Urea con la relativa gestione delle polveri… poi l’impianto di bricchette quelle di Ambruoso, che passiamo li davanti».
Nella conversazione viene fuori il nome dell’on. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione. «Ah Pecorella, quello della Franzoni», esclama Fabio Riva che forse lo confonde con l’avv. Carlo Taormina.
Ma è proprio su Pecorella che si svolge il pressing maggiore perchè, a conclusione dei lavori rilascia una dichiarazione alla stampa affermando che i costi delle bonifiche debbano gravare sui responsabili dell’inquinamento. A complicare ulteriormente le cose interviene anche il noto ambientalista Fabio Matacchiera che in quei giorni denuncia l’incompatibilità dell’on. Franzoso in seno alla Commissione perchè la moglie è l’amministratrice della Iris di Torricella (comune di residenza di Franzoso), una delle maggiori aziende dell’appalto Ilva.
Archinà quindi tenta di correre ai ripari ne parla prima con Capogrosso e poi con lo stesso Franzoso. «Il discorso che stamattina gli devo fare avere alla persona – dice a Capogrosso – il discorso se il concetto che dice il Presidente che varrebbe… è il privato che deve bonificare, allora perchè è intervenuta la Regione per bonificare le aree di Matra e Cemerad?»
Gli stessi dubbi vengono riportati al parlamentare di Torricella. Archinà gli suggerisce di «aiutare il presidente Pecorella ad essere oggettivo» ed a tal fine Archina e Franzoso concordano sul fatto che sia necessaria una precisazione sulla questione. (Tursi - CdG)
Un percorso studiato per mostrare i “gioielli” della fabbrica ed evitare i reparti inquinanti, una relazione che mettesse in evidenza gli investimenti realizzati in campo ambientale e qualche parlamentare amico per svolgere le pressioni giuste.
Nella fitta rete tessuta da Girolamo Archinà, l’ex public relation dell’Ilva sotto inchiesta nell’ambito di Ambiente svenduto, finì anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal 13 al 15 settembre del 2010, l’organo parlamentare arrivò in missione a Taranto. L’attività dello stabilimento siderurgico fu uno dei motivi della visita.
La circostanza mise in fibrillazione l’apparato dell’Ilva. Ma Archinà sembrava avere una soluzione per tutto. Il 10 settembre, telefona all’on. Pietro Franzoso (Pdl), tragicamente deceduto a novembre del 2011. Franzoso oltre ad essere un parlamentare della provincia di Taranto, è componente della Commissione rifiuti con funzioni di segretario. L’incontro tra i due avviene durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari. Per quanto informale, la riunione sembra sortire gli effetti desiderati tanto che il giorno dopo Archinà istruisce il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (anch’egli indagato), sui comportamenti da tenere con la Commissione. «Mi sono visto con… la persona qui (è evidente che si tratta dell’on. Franzoso – scrivono gli inquirenti)… dovremmo porre più attenzione ad alcuni interventi impiantistici che attengono l’ecologia, tipo l’impianto urea, piuttosto che un altro impianto e poi porre l’attenzione ai flussi che vanno verso l’esterno… tipo… come abbiamo fatto con la questione Pcb».
Capogrosso prende nota ed il giorno prima della visita, relaziona a Fabio Riva (anch’egli sotto inchiesta) il quale ordina «mi raccomando mettiamo tutto in ordine». Capogrosso lo tranquillizza forte delle indicazioni avute da Archinà: «avremmo messo giù un percorso… che adesso mettiamo su carta… perchè dall’informazione di Archinà noi volevamo far vedere l’impianto di Urea con la relativa gestione delle polveri… poi l’impianto di bricchette quelle di Ambruoso, che passiamo li davanti».
Nella conversazione viene fuori il nome dell’on. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione. «Ah Pecorella, quello della Franzoni», esclama Fabio Riva che forse lo confonde con l’avv. Carlo Taormina.
Ma è proprio su Pecorella che si svolge il pressing maggiore perchè, a conclusione dei lavori rilascia una dichiarazione alla stampa affermando che i costi delle bonifiche debbano gravare sui responsabili dell’inquinamento. A complicare ulteriormente le cose interviene anche il noto ambientalista Fabio Matacchiera che in quei giorni denuncia l’incompatibilità dell’on. Franzoso in seno alla Commissione perchè la moglie è l’amministratrice della Iris di Torricella (comune di residenza di Franzoso), una delle maggiori aziende dell’appalto Ilva.
Archinà quindi tenta di correre ai ripari ne parla prima con Capogrosso e poi con lo stesso Franzoso. «Il discorso che stamattina gli devo fare avere alla persona – dice a Capogrosso – il discorso se il concetto che dice il Presidente che varrebbe… è il privato che deve bonificare, allora perchè è intervenuta la Regione per bonificare le aree di Matra e Cemerad?»
Gli stessi dubbi vengono riportati al parlamentare di Torricella. Archinà gli suggerisce di «aiutare il presidente Pecorella ad essere oggettivo» ed a tal fine Archina e Franzoso concordano sul fatto che sia necessaria una precisazione sulla questione. (Tursi - CdG)
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domenica 8 dicembre 2013
Boutade da Altritalia?
Una proposta per l'Ilva un polmone verde sui parchi minerari
In Puglia abbiamo avviato un percorso innovativo sul tema delle «città attive» in cui le politiche dello sport si integrano con le politiche della salute e dell’ambiente per immaginare città a misura d’uomo garantendo un’adeguata qualità della vita.
Abbiamo avviato percorsi virtuosi a Bari, a Lecce ed in altre città pugliesi ma, tutti noi, abbiamo un grande debito nei confronti di Taranto.
La città di Taranto ed il suo territorio hanno subito un’aggressione ambientale senza pari in Italia che si ripercuote drammaticamente sulla salute delle persone e sulla qualità della vita oltre che sull’ambiente devastato dai giganteschi insediamenti industriali dell’Ilva.
Le proteste dei cittadini e le conseguenti vicende giudiziarie hanno determinato finalmente l’imposizione di interventi di bonifica ambientale e di protezione dei processi produttivi in modo da creare condizioni di lavoro pulito eliminando l’inquinamento o riducendolo in maniera sostanziale. È necessario investire molto e bene ma questo investimento va considerato una compensazione, se pur minima e tardiva, all’enorme danno procurato alla popolazione e al territorio.
Purtuttavia gli interventi di bonifica vanno progettati non soltanto guardando al risultato tecnico ovvero la riduzione dell’inquinamento da polveri, ma devono anche garantire una qualità progettuale di alto profilo sul piano umano, sociale, ambientale ed architettonico. Il progetto di bonifica deve proiettarsi con lungimiranza su un percorso di riqualificazione creando un’inversione di tendenza attraverso un approccio sistemico ed integrato.
Vorrei fare un esempio concreto con riferimento al progetto per la copertura dei parchi minerari: un’area di oltre 70 ettari di minerali ferrosi e altamente inquinanti esposti ancora (e da decenni) agli agenti atmosferici provocando la dispersione delle polveri su un territorio vastissimo. La bonifica imposta dal ministero obbliga alla copertura dei questa enorme area ma il progetto proposto dall’Ilva prevede comuni coperture di tipo industriale (in sostanza grandissimi capannoni metallici).
Esiste invece un metodo diverso di progettare utilizzando la «green architecture» ovvero immaginando una copertura ecosostenibile dei parchi minerari: un’enorme copertura «verde» costituita da supporti geostrutturali per una vegetazione naturale che costituisca il più grande parco di Taranto. Forse uno dei più grandi parchi d’Italia. Le tecnologie esistono e sono ben collaudate per la realizzazione di tetti giardino e orti urbani con spessori minimi dello strato colturale vegetale che possono sostenere piante mediterranee di vario genere e perfino alberature.
Una siffatta copertura bio-tecnologica, oltre ad impedire la dispersione delle polveri minerali, potrebbe diventare un polmone verde fornendo ossigeno all’ambiente urbano in maniera naturale. Non ha paragone l’effetto estetico e l’immagine di «rinaturalizzazione» che si potrebbe determinare.
Non è fantascientifico immaginare anche di rendere praticabile e fruibile una parte dell’immensa copertura realizzando campetti sportivi e parchi giochi accessibili anche ai cittadini. Il grande parco urbano dovrà integrarsi con la città trasformando una minaccia e un luogo di morte in un luogo che simboleggi la rinascita e la rigenerazione sociale ed ambientale della città.
La bonifica dell’Ilva, sotto la guida della Regione Puglia e soprattutto dei cittadini di Taranto, dovrebbe dimostrare che vi sono metodologie e idee innovative che affrontano la riqualificazione ambientale in modo multidisciplinare guardando con rispetto agli uomini ed alle future generazioni.
Si potrebbe cogliere l’opportunità, sul piano culturale, per spiegare come sia possibile realizzare interventi di bonifica industriale con maggiore attenzione all’ambiente, alla bellezza ed alla qualità architettonica, alla sostenibilità sociale ed economica.
Sarebbe una possibilità di compensazione per l’enorme danno ambientale accusato dalla città di Taranto in questi 50 anni ma è necessario che insieme alla tecnica ed alla burocrazia vi sia grande sensibilità ambientale e una cultura tecnologica al passo con i tempi.
Elio Sannicandro - Presidente regionale del Coni e assessore all’Urbanistica ed alla qualità edilizia di Bari (GdM)
venerdì 6 dicembre 2013
La pazzia di re Giorgio...
Non ho mai ricevuto da Vendola nessuna pressione e nessuna
intimidazione”. È la mattina del 28 novembre 2012 quando Giorgio
Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, entra nella caserma della
Guardia di finanza di Taranto. I finanzieri – che indagano da due anni
sull’inqui – namento dell’Ilva – hanno raccolto una mole d’intercettazio
– ni che li ha ormai persuasi: Nichi Vendola, in concorso con i vertici
dell’Ilva, ha fatto pressioni su Assennato per “ammorbi – dirlo”. In
quelle ore, per il governatore pugliese, è sempre più vicina l’accusa di
concussione, ma Assennato nega: nessuna pressione. Neanche il 15 luglio
2010 quando, secondo l’ac – cusa, fu tenuto fuori dalla porta, mentre
Vendola discuteva con i Riva, e fu costretto ad aspettare per ore.
Eppure un testimone di quella giornata racconta di aver incontrato
Assennato con lo “sguardo rassegnato” e “la testa bassa”. Per
ricostruire la vicenda, però, è necessario fare un passo indietro. La
guerra contro Assennato Nell’estate 2010, l’Arpa rileva i dati del
Benzo(a)pirene emessi nel rione Tamburi di Taranto: superano il limite
previsto e l’Agenzia scrive una relazione durissima: chiede a Ilva di
adeguare la produzione alle condizioni meteorologiche perché
l’inquinamento, quando il rione è sottovento, cresce in maniera
preoccupante. I Riva temono di dover diminuire la produzione. La guerra
di Ilva contro il direttore generale dell’Arpa diventa furiosa. C’è
posta per Nichi Archinà, il braccio destro dei Riva, lavora ai fianchi
di Assennato. Si lamenta con Vendola degli scienziati che hanno redatto
lo studio, Massimo Blonda e Roberto Giua, iniziando a ottenere qualche
risultato. È lo stesso Assennato a chiamare Archinà, ai primi di giugno,
per lamentarsi di essere stato “delegittimato”. La ragnatela di Archinà
diventa di ora in ora più fitta. Il 22 giugno scrive a Fabio Riva.
Sostiene che Assennato è stato sconfessato e descrive la posizione di
Vendola: “Per nessun impianto Ilva si deve ipotizzare una sia pur minima
restrizione”. E soprattutto: spiega che ha un accordo con il
governatore. La lettera, che Ilva sta scrivendo ad Arpa, deve essere
inviata, per conoscenza, anche a Vendola che “al ritorno dalla Cina
affronterà direttamente la questione”. Ed effettivamente, tornato dalla
Cina, Vendola chiamerà Archinà per ricordargli: “Non mi sono defilato”.
Questione d’immagine Nelle stesse ore Archinà confida ai suoi: “Vendola è
molto arrabbiato perché gli fanno fare brutta figura con l’opinione
pubblica”. E in effetti, per il segretario di Sel, ormai lanciato in una
dimensione nazionale, ammettere che l’inquina – mento in Puglia sta
aumentando, può rappresentare una potente caduta d’immagine. E ora
torniamo alle risposte di Assennato agli investigatori. La riunione del
15 luglio Gli inquirenti mostrano al direttore generale dell’Arpa
un’internacettazione: Archinà racconta come andò, il 15 luglio 2010, la
riunione tra Vendola e i Riva. “Tieni presente che già psicologicamente,
ieri, è avvenuto questo: Assennato è stato fatto venire al terzo piano
però è stato fatto aspettare fuori… come segnale forte…”. Assennato
risponde di non ricordare “nulla, salvo che vi fu una riunione, nella
quale ci fu un’anomala attesa da parte mia… non credo di aver
partecipato… ma posso escludere qualsiasi pressione”. La lunga serie di
“non ricordo” costa ad Assennato l’accusa di favoreggiamento personale
nei confronti di Vendola: con le sue risposte, secondo l’accusa, l’ha
aiutato a eludere l’imputazione di concussione. Il Fatto Quotidiano è in
grado di rivelare due dettagli che arricchiscono il contesto di quelle
ore. Le parole di Archinà, su quella riunione del 15 luglio, raccontano
qualcosa in più: “Assennato è stato fatto venire al terzo piano, però è
stato fatto aspettare fuori, come segnale forte… cosa che poi lui ha
fatto trapelare sul Corriere del Giorno…”. Cos’è trapelato sul
quotidiano locale? E soprattutto: chi l’ha fatto trapelare? “Testa bassa
– scrive il cronista Michele Tursi – sguardo rassegnato. Quello che le
veline non dicono riguarda il professor Giorgio Assennato”. Quel giorno
in Regione si tiene la conferenza stampa per il “monitoraggio
diagnostico” dell’Ilva. “Strana conferenza stampa convocata, poi
revocata e poi di nuovo convocata”, racconta Tursi. “Strana – continua –
l’assenza di Assennato nell’incontro con i giornalisti. Strano che
fosse stato avvisato all’ultimo momento con un sms e poi lasciato fuori
dalla porta…”. Il Fatto ha rintracciato il cronista che racconta:
“Quella mattina, effettivamente, parlai con Assennato e non era sereno”.
Agli inquirenti Assennato racconta di essere andato via, dopo la
riunione tra Vendola e Riva, alla quale non partecipò, mentre il
Corriere del Giorno racconta che era ancora in Regione, “rasse – gnato” e
“con la testa bassa”. Secondo gli inquirenti, le pressioni di Vendola
su Assennato, facevano leva sulla riconferma del suo incarico, che
scadeva nel marzo 2011. Clima infuocato E proprio a ridosso di quella
data avviene un altro episodio che il Fatto è in grado di ricostruire.
Un episodio che non integra alcuna ipotesi di reato ma spiega il clima
di quei mesi. “Arpa – racconta una fonte che preferisce mantenere
l’anonimato – aveva ultimato le rilevazioni su diossina e benzo(
a)pirene, quelle relative al 2010, e Assennato era pronto a diffondere i
dati con un comunicato stampa: le emissioni erano ulteriormente
cresciute. Vendola, quando apprese che Arpa stava per inviare il
comunicato stampa, convocò una riunione informale, alla presenza degli
assessori Nicastro, Fratoianni, Amati, Pelillo, Capone, più il
responsabile della comunicazione, Eugenio Iorio. Vendola era
allarmatissimo: telefonò ad Assennato, davanti a tutti, per ricordargli
che non poteva diffondere quei dati senza confrontarsi con la Regione.
Non intendeva manipolare nulla. Sia chiaro. Ma redarguì Assennato, con
durezza, per dirgli che quel tipo di comunicazione andava assolutamente
concordata”. Una richiesta legittima, certo, poiché l’Arpa è un ente
regionale. Una richiesta che racconta in quale clima, però, è stato
vissuto, da Vendola, il monitoraggio dell’i nquinamento targato Ilva. (Francesco Casula, Lorenzo Galeazzi e Antonio Massari - Mentinformatiche)
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"Archiniadi" ovvero l'idolatria del potere
Taranto, Ambiente svenduto. Il pressing su Archinà dei politici del Comune
È stato definito la longa manus dei Riva, il promotore di un sistema illecito, l’uomo chiave dell’inchiesta «ambiente svenduto». Eppure la fitta rete di contatti di Girolamo Archinà, ex dirigente Ilva tornato in libertà pochi giorni fa dopo dodici mesi tra carcere e domiciliari non era costruita in modo unilaterale. I suoi numerosi rapporti non erano costruiti sulle telefonate in partenza da suo cellulare. Anzi. A cercare l’allora potentissimo dirigente Ilva erano in tanti. Troppi.
Chiedevano contributi economici, sostegno elettorale, sistemazione lavorativa o appoggi politici. Lui rispondeva a tutti: offrendo soluzioni, suggerendo percorsi, proponendo interventi e pianificando strategie. Come l’ex assessore al bilancio e oggi parlamentare del Partito democratico Michele Pelillo che secondo quanto Archinà racconta in un conversazione telefonica gli avrebbe telefonato dopo «aver fatto a pezzi l’Ilva» facendo «un discorso strano». Secondo quanto spiega Archinà al suo interlocutore in quell’incontro Pelillo punta a «ricostruire il rapporto» perché considera politicamente Ludovico Vico «un morto che cammina» e alle prossime elezioni politiche vorrebbe essere lui il candidato. Oppure come Annarita Lemma che, candidata per il Pd nel 2010 alle regionali, chiede e ottiene un incontro con Archinà. O il vendoliano d’acciaio Mino Borraccino che, però, viene quasi snobbato dal dirigente Ilva. Ma ad Archinà arrivano anche le telefonate di Alfredo Cervellera. L’allora vice sindaco di Taranto prima di candidarsi al consiglio regionale chiede all’uomo dei Riva la cessione di alcuni terreni dell’Ilva per la costruzione del polo tecnologico ambientale. Archinà sembra favorevole e suggerisce di non chiamarlo «ambientale». Il polo diventa così «tecnologico scientifico». Peccato che nel suo lo spot elettorale Cervellera indichi l’Ilva come «il male» e quel dialogo si interrompe.
Ma c’è anche il Pdl regionale nell’elenco di telefonate in entrata e in uscita. Pietro Lospinuso, ad esempio, chiede un «canovaccio» al dirigente Ilva per intervenire nella questione benzo(a)pirene che sta imperversando contro l’Ilva. L’idea del pidiellino è quella di vedersi per capire come intervenire: «facime come all’otra vote» spiega in dialetto ginosino. Non solo. Lospinuso aggiunge che la settimana prossima «c’ho Gasparri e Fitto da me» e quindi potrebbe essere opportuno ricevere un appunto. E poi c’è il piccolo esercito di assessori e consiglieri provinciali, comunali e persino circoscrizionali. Da Archinà si aspettano un aiuto anche coloro che aspirano a un posto di rilievo. Come Pietro Rusciano, consigliere comunale, convinto di diventare a breve il presidente della commissione ambiente del comune. Per Archinà «questa è una buona notizia». E infine a chiedere aiuto all’uomo dell’industria si aggiunge Gennaro De Pasquale, uomo del Pd e perito della procura nel processo per morte degli operai della fabbrica esposti all’amianto. De Pasquale cerca un sostegno in Archinà: «solo Girolamo può dire al sindaco che io faccio l’assessore all’ambiente» e nonostante il dirigente Ilva affermi «io credo che il sindaco non possa durare ancora molto: non ti bruciare», lui ribadisce: «al sindaco digli che De Pasquale è l’assessore gradito a noi». (GdM)
È stato definito la longa manus dei Riva, il promotore di un sistema illecito, l’uomo chiave dell’inchiesta «ambiente svenduto». Eppure la fitta rete di contatti di Girolamo Archinà, ex dirigente Ilva tornato in libertà pochi giorni fa dopo dodici mesi tra carcere e domiciliari non era costruita in modo unilaterale. I suoi numerosi rapporti non erano costruiti sulle telefonate in partenza da suo cellulare. Anzi. A cercare l’allora potentissimo dirigente Ilva erano in tanti. Troppi.
Chiedevano contributi economici, sostegno elettorale, sistemazione lavorativa o appoggi politici. Lui rispondeva a tutti: offrendo soluzioni, suggerendo percorsi, proponendo interventi e pianificando strategie. Come l’ex assessore al bilancio e oggi parlamentare del Partito democratico Michele Pelillo che secondo quanto Archinà racconta in un conversazione telefonica gli avrebbe telefonato dopo «aver fatto a pezzi l’Ilva» facendo «un discorso strano». Secondo quanto spiega Archinà al suo interlocutore in quell’incontro Pelillo punta a «ricostruire il rapporto» perché considera politicamente Ludovico Vico «un morto che cammina» e alle prossime elezioni politiche vorrebbe essere lui il candidato. Oppure come Annarita Lemma che, candidata per il Pd nel 2010 alle regionali, chiede e ottiene un incontro con Archinà. O il vendoliano d’acciaio Mino Borraccino che, però, viene quasi snobbato dal dirigente Ilva. Ma ad Archinà arrivano anche le telefonate di Alfredo Cervellera. L’allora vice sindaco di Taranto prima di candidarsi al consiglio regionale chiede all’uomo dei Riva la cessione di alcuni terreni dell’Ilva per la costruzione del polo tecnologico ambientale. Archinà sembra favorevole e suggerisce di non chiamarlo «ambientale». Il polo diventa così «tecnologico scientifico». Peccato che nel suo lo spot elettorale Cervellera indichi l’Ilva come «il male» e quel dialogo si interrompe.
Ma c’è anche il Pdl regionale nell’elenco di telefonate in entrata e in uscita. Pietro Lospinuso, ad esempio, chiede un «canovaccio» al dirigente Ilva per intervenire nella questione benzo(a)pirene che sta imperversando contro l’Ilva. L’idea del pidiellino è quella di vedersi per capire come intervenire: «facime come all’otra vote» spiega in dialetto ginosino. Non solo. Lospinuso aggiunge che la settimana prossima «c’ho Gasparri e Fitto da me» e quindi potrebbe essere opportuno ricevere un appunto. E poi c’è il piccolo esercito di assessori e consiglieri provinciali, comunali e persino circoscrizionali. Da Archinà si aspettano un aiuto anche coloro che aspirano a un posto di rilievo. Come Pietro Rusciano, consigliere comunale, convinto di diventare a breve il presidente della commissione ambiente del comune. Per Archinà «questa è una buona notizia». E infine a chiedere aiuto all’uomo dell’industria si aggiunge Gennaro De Pasquale, uomo del Pd e perito della procura nel processo per morte degli operai della fabbrica esposti all’amianto. De Pasquale cerca un sostegno in Archinà: «solo Girolamo può dire al sindaco che io faccio l’assessore all’ambiente» e nonostante il dirigente Ilva affermi «io credo che il sindaco non possa durare ancora molto: non ti bruciare», lui ribadisce: «al sindaco digli che De Pasquale è l’assessore gradito a noi». (GdM)
giovedì 5 dicembre 2013
Polvere su Roma
Lunedì 9 dicembre, alla presenza dei deputati del M5S e delle associazioni tarantine, sarà presentato a Roma il reportage dei documentaristi indipendenti Forte e Testa che mostra, senza filtri, quella che è diventata oggi la ex capitale della Magna Grecia
“La polvere dell’Ilva ricopre Taranto. E pesa sul futuro”.
Questa la tagline del documentario “The Italian Dust” realizzato da Vincenzo Luca Forte e Giovanna Testa sulla odierna realtà quotidiana tarantina, spesso sottaciuta e messa in secondo piano dinanzi alle vicende politiche ed economiche del centro siderurgico. Un lavoro dal ritmo incalzante, che scivola dinanzi agli occhi dello spettatore, trascinato in un mondo sconosciuto ai più ed accompagnato dalle musiche veraci che completano lo scenario della Taranto del 2013. Senza filtri, ma attraverso le voci dei tarantini, le immagini ed i suoni di una città sconvolta dalla presenza di un mostro che sfama “pochi” ed uccide “molti”: la telecamera si muove tra inquinamento, tumori, corruzione delle istituzioni, periferie disagiate, disoccupazione. E polvere, soprattutto polvere. Quella polvere che per più di 50 anni è fuoriuscita dai camini dell’Ilva di Taranto e che è entrata nei polmoni di operai e abitanti del Rione Tamburi, quartiere adiacente al polo industriale. La stessa polvere che ha contaminato la mitilicoltura e l’agricoltura, settori sui quali l’economia tarantina si è sempre fondata.
L’anteprima nazionale dell’esclusivo reportage che ha già conquistato il web si terrà presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini a Roma, a partire dalle ore 15.00, e sarà corredato da un dibattito sulle ultime novità politiche che riguardano l’Ilva e Taranto e sull’evoluzione dell’informazione. Tra i relatori i comitati cittadini e le associazioni degli agricoltori, i deputati pugliesi del MoVimento 5 Stelle Diego De Lorenzis e Giuseppe L’Abbate ed i colleghi Angelo Tofalo e Arianna Spessotto che ripercorreranno la storia del centro siderurgico e gli ultimi 8 mesi di battaglie alla Camera. Al Presidente della Commissione di Vigilanza Rai Roberto Fico (M5S), invece, toccherà illustrare la seconda parte del convegno in cui si parlerà dei nuovi scenari dell’informazione e sui fenomeni underground in grado di portare alla luce narrazioni che i media generalisti non riescono a cogliere. Prenderanno parte, infine, i giornalisti parlamentari Gianni Dragoni (Il Sole 24 Ore) e Gianmario Leone (Il Manifesto), i reporter Vincenzo Luca Forte, Valentino De Petro, Vincenzo Fornaro, Giuseppe Carovigno, Giuseppe Roberto, Fabio Millarte, Anna Svelto e Piero Mottolese.
A moderare l’incontro Giovanni Vianello del meet-up tarantino.
Pasticciaccio 3
Governo obbliga i Riva a finanziare bonifica Ilva
Sono i proprietari dell’acciaieria a dover pagare il risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto, cioè i Riva, anche se l’azienda è commissariata ed i beni della famiglia sono posti sotto sequestro. È questa il principale provvedimento dell’ultimo decreto sull’Ilva, il quarto, approvato ieri dal Consiglio dei ministri nell’ambito del provvedimento per la Terra dei fuochi in Campania, come «Ulteriori disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale».«Si prevede che il risanamento vada ulteriormente finanziato attingendo alle risorse finanziarie personali del proprietario dell'impresa commissariata e che in caso di inadempimento possano essere utilizzate somme di quel soggetto che siano sottoposte a sequestro penale per reati anche diversi da quelli di tipo ambientale», spiega il comunicato di Palazzo Chigi. Un riferimento non solo ai beni sequestrati dal gip Todisco nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale, ma soprattutto ai quasi due miliardi sequestrati dalla Guardia di Finanza ai Riva nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Milano su presunti reati fiscali commessi dalla famiglia nel far rientrare i capitali detenuti all’estero.
La Favola da due soldi per bimbi creduloni
Ecco partire dalle pagine aranciosbiadite del Sole24ore l'ennesimo attacco alla società civile, questa plebaglia maleducata e irriverente dove imperano "gli ambientalisti e i sindacalisti radicali, i magistrati ignari dei
funzionamenti minimi di un'impresa e gli amministratori convertitisi
all'autoparalisi". Una massa di ignoranti! Ma come si permette questa gentaglia di attaccare con l'arco e le frecce il colosso della siderurgia? E, addirittura, di toccare il "Pantalone" numero uno di confindustria e dei governi da quando la Fiat li ha snobbati tutti?
Come si fa a pensare di fermare l'AFO5, la "Ferrari" degli altoforni? (senza filtri, ovviamente..)
Un paio di articoli ben assestati che danno qualche buffetto ai Riva per par condicio (ma sotto sotto li assolvono) e, soprattutto, difendono la tesi dell'industria nuova e necessaria, agli occhi dell'opinione pubblica piccolo borghese (quella medio-alta è già abbastanza connivente ed empatica...).
Bravi soldatini, ops, giornalisti!
Ilva sul filo dell'equilibrio finanziario
La superficie di accesso all'altoforno cinque è sconnessa. Falsi piani, dislivelli, scale, piccole discese, pozze d'acqua. I piedi di tutti procedono con prudenza. Le teste sono custodite dai caschetti.
L'altoforno cinque è uno degli snodi nevralgici di quel delicato organismo industriale e umano che è l'Ilva di Taranto. Mentre cala la sera uno degli ultimi bastioni del capitalismo italiano - ferro e fuoco, uomini e macchine - con i suoi fischi e i suoi rumori, le sue scintille e la ruggine delle sue strutture restituisce il senso di una storia novecentesca che, piaccia o no ai retori della cultura anti-industriale, è la nostra, non di altri.
L'altoforno cinque, però, non è soltanto una testimonianza del passato, come desidererebbero gli ambientalisti e i sindacalisti radicali, i magistrati ignari dei funzionamenti minimi di un'impresa e gli amministratori convertitisi all'autoparalisi per espiare la sottomissione psicologica ai Riva e agli Archinà. Tutti inconsapevoli che la chiusura dell'area a caldo sancirebbe la morte dell'Ilva e la trasformazione di Taranto in una nuova Bagnoli.
L'altoforno cinque è anche una delle poste in palio - produttive e tecnologiche - maggiori della partita a dadi con cui l'impegno (e la fortuna) degli uomini definirà la sorte della maggiore acciaieria europea. L'altoforno cinque è stato costruito nel 1994. Rifatto dieci anni dopo, nel 2004, adesso sperimenterà un rifacimento totale l'anno prossimo. Sarà svuotato dall'interno e verrà rimodulato pezzo per pezzo con un investimento che - da progetto - varrà fra i 130 e i 150 milioni di euro. Questo lavoro si dovrebbe svolgere dal settembre del 2014 al luglio del 2015. Contestualmente dovrebbero essere rifatte le batterie, le strutture dove dal carbon fossile si produce il coke, che poi finisce negli altoforni.
Il nuovo altoforno e le nuove batterie dovrebbero consentire miglioramenti marginali a un sistema che, sotto il profilo della pura efficienza produttiva, ha sempre avuto buoni rendimenti. Basti pensare che, secondo l'analisi mensile della Wdeh (l'associazione metallurgica tedesca), nel biennio 2011-2012 l'altoforno cinque ha conteso il primo posto nella classifica dei più efficienti in Europa al suo equivalente di IJmuiden, nei Paesi Bassi, di proprietà degli indiani di Tata Steel. Un indicatore dell'efficienza è, per esempio, rappresentato dai chili di coke necessari per produrre mille chili di ghisa: 304 a Taranto, 340 nelle acciaierie tedesche.
La complessità dell'Ilva - stretta fra la dimensione dell'efficienza industriale e la cifra della sicurezza ambientale - è ben percepibile nella torre di controllo. Da qui i tecnici verificano che gli standard produttivi e i livelli di emissione siano rispettati. Nella fisiologia dell'Ilva si tratta del sistema centrale nervoso, formato da tre primi strati di cellule rappresentati dalle procedure formalizzate, dall'audit interno e dalle società di certificazioni incaricate di vagliare i processi. Su di esse si sono addensate cellule provenienti dall'esterno. E, oggi, la torretta di controllo è metaforicamente racchiusa dalle ispezioni dell'Ispra e dell'Arpa, dai controlli dei vigili del fuoco ogni volta che qualcosa non funziona, dai carabinieri del Noe, dai sindacati che talvolta raccolgono informazioni per il retropensiero di precostituirsi una posizione giuridicamente favorevole.
La natura bifida - produttiva e ambientale, prigioniera del passato e proiettata verso il futuro - dell'acciaieria esprime poi un punto di caduta duplice nella quotidianità gestionale e nella prospettiva strategica. Nel riposizionamento dalla produzione di massa e ad alta redditività con un atteggiamento impositivo verso i clienti dell'epoca Riva all'ampliamento della gamma di offerta con la ricerca di un migliore rapporto fra qualità e prezzo della nuova gestione Bondi, l'Ilva deve confrontarsi con un mercato sempre più competitivo. Gli spread ottenibili sono di pochi punti sopra il costo delle commodity. I magazzini, assai pingui quando c'era la famiglia lombarda, vengono gestiti con grande oculatezza. Quando possibile, si operano dei destoccaggi. Il risultato, nella complessa dialettica fra conto economico e stato patrimoniale, è quello di una posizione finanziaria stabile. Dunque, di certo la situazione, per quanto ancora delicata, non è più paragonabile al dramma sperimentato da gennaio ad aprile, quando ogni mese l'Ilva bruciava intorno ai 50 milioni di euro. Anche se l'Ebitda è ancora negativo. Allo stesso modo, un'impostazione meno padronale all'esterno (verso i clienti) è coerente con un maggiore dialogo interno (per esempio, nei processi decisionali con Genova e con Novi Ligure).
Il sentimento di paura per il futuro e la fatica fisica di ogni minuto vissuti da chi lavora nelle cokerie e negli altiforni, nelle batterie e ai nastri trasportatori fanno il paio con l'impegno nervoso e la tensione quotidiana di chi - fra il management, nella palazzina blu dell'Ilva - deve intrecciare l'oggi con il domani, come fanno i pescatori con i loro cestini di vimini nella città vecchia di Taranto. Prendiamo il problema del piano industriale, affidato a McKinsey. La sua calibratura definitiva dipenderà dalla versione finale del piano ambientale. Nel prossimo futuro, andrà in Consiglio dei Ministri per trovare la forma del decreto. Dopo la firma del decreto Bondi, avrà trenta giorni per redigere un piano industriale, che andrà prima comunicato ai Riva (proprietari dell'impresa) e quindi approvato dal Mise. L'ingegnerizzazione finanziaria e la curvatura strategica del piano industriale non potranno non dipendere dall'entità delle cose da fare contenute nel piano ambientale. A quel punto si porrà la questione delle risorse. Martedì il Governo ha scelto di consentire al Commissario di utilizzare quelle sequestrate per reati fiscali e valutari ai Riva. (Sole24h)
Ed ecco, a seguire, dopo gli attacchi a testa bassa ai nemici del "progresso" ecco la favola della "brava gente al lavoro", dell'eroe pianista e degli orchi cattivi con la toga sporca:
L'Ilva del futuro punta sul prodotto
Sentinella, a che punto è la notte? Non chiedetelo, per favore, a chi lavora all'Ilva. Hanno facce serie e impaurite. I loro profili sono contratti. Sembrano avere assorbito l'ostilità autoassolutoria e la distanza inquisitoria che li circonda quando timbrano il cartellino di uscita alla fine del turno. Una freddezza assimilabile al vento inospitale che, alle quattro del pomeriggio, batte sull'altoforno cinque, sulla palazzina direzionale blu e sulle colline minerali.
Qui lavorano in dodicimila. Ingegneri, operai, tecnici. Non fanno finta. Non sono assassini, anche se capita che ai loro figli alle recite scolastiche assegnino la parte delle ciminiere. Sono un pezzo di Italia industriale che - fra dramma ambientale, minorità della politica, unilateralità della magistratura - rischia di scomparire, contribuendo a consegnare il Paese alla fisionomia della piccola impresa: se va bene un destino da subfornitori di lusso, se va male un futuro da terzisti o da camerieri a basso costo della manifattura internazionale. Fabbricano acciaio. E si dedicano a due lavori: la produzione, perché senza di essa la fabbrica chiude, e la trasformazione dell'acciaieria secondo le prescrizioni dell'Aia, in mezzo a mille ritardi e resistenze regolamentari, nessuno che fuori dall'acciaieria firma nulla, e se poi tocca a me dimostrare di avere fatto tutto correttamente, meglio stare fermi, io in galera per quelli non ci finisco.
Come si fa a pensare di fermare l'AFO5, la "Ferrari" degli altoforni? (senza filtri, ovviamente..)
Un paio di articoli ben assestati che danno qualche buffetto ai Riva per par condicio (ma sotto sotto li assolvono) e, soprattutto, difendono la tesi dell'industria nuova e necessaria, agli occhi dell'opinione pubblica piccolo borghese (quella medio-alta è già abbastanza connivente ed empatica...).
Bravi soldatini, ops, giornalisti!
| Enzo D'Alò |
Ilva sul filo dell'equilibrio finanziario
La superficie di accesso all'altoforno cinque è sconnessa. Falsi piani, dislivelli, scale, piccole discese, pozze d'acqua. I piedi di tutti procedono con prudenza. Le teste sono custodite dai caschetti.
L'altoforno cinque è uno degli snodi nevralgici di quel delicato organismo industriale e umano che è l'Ilva di Taranto. Mentre cala la sera uno degli ultimi bastioni del capitalismo italiano - ferro e fuoco, uomini e macchine - con i suoi fischi e i suoi rumori, le sue scintille e la ruggine delle sue strutture restituisce il senso di una storia novecentesca che, piaccia o no ai retori della cultura anti-industriale, è la nostra, non di altri.
L'altoforno cinque, però, non è soltanto una testimonianza del passato, come desidererebbero gli ambientalisti e i sindacalisti radicali, i magistrati ignari dei funzionamenti minimi di un'impresa e gli amministratori convertitisi all'autoparalisi per espiare la sottomissione psicologica ai Riva e agli Archinà. Tutti inconsapevoli che la chiusura dell'area a caldo sancirebbe la morte dell'Ilva e la trasformazione di Taranto in una nuova Bagnoli.
L'altoforno cinque è anche una delle poste in palio - produttive e tecnologiche - maggiori della partita a dadi con cui l'impegno (e la fortuna) degli uomini definirà la sorte della maggiore acciaieria europea. L'altoforno cinque è stato costruito nel 1994. Rifatto dieci anni dopo, nel 2004, adesso sperimenterà un rifacimento totale l'anno prossimo. Sarà svuotato dall'interno e verrà rimodulato pezzo per pezzo con un investimento che - da progetto - varrà fra i 130 e i 150 milioni di euro. Questo lavoro si dovrebbe svolgere dal settembre del 2014 al luglio del 2015. Contestualmente dovrebbero essere rifatte le batterie, le strutture dove dal carbon fossile si produce il coke, che poi finisce negli altoforni.
Il nuovo altoforno e le nuove batterie dovrebbero consentire miglioramenti marginali a un sistema che, sotto il profilo della pura efficienza produttiva, ha sempre avuto buoni rendimenti. Basti pensare che, secondo l'analisi mensile della Wdeh (l'associazione metallurgica tedesca), nel biennio 2011-2012 l'altoforno cinque ha conteso il primo posto nella classifica dei più efficienti in Europa al suo equivalente di IJmuiden, nei Paesi Bassi, di proprietà degli indiani di Tata Steel. Un indicatore dell'efficienza è, per esempio, rappresentato dai chili di coke necessari per produrre mille chili di ghisa: 304 a Taranto, 340 nelle acciaierie tedesche.
La complessità dell'Ilva - stretta fra la dimensione dell'efficienza industriale e la cifra della sicurezza ambientale - è ben percepibile nella torre di controllo. Da qui i tecnici verificano che gli standard produttivi e i livelli di emissione siano rispettati. Nella fisiologia dell'Ilva si tratta del sistema centrale nervoso, formato da tre primi strati di cellule rappresentati dalle procedure formalizzate, dall'audit interno e dalle società di certificazioni incaricate di vagliare i processi. Su di esse si sono addensate cellule provenienti dall'esterno. E, oggi, la torretta di controllo è metaforicamente racchiusa dalle ispezioni dell'Ispra e dell'Arpa, dai controlli dei vigili del fuoco ogni volta che qualcosa non funziona, dai carabinieri del Noe, dai sindacati che talvolta raccolgono informazioni per il retropensiero di precostituirsi una posizione giuridicamente favorevole.
La natura bifida - produttiva e ambientale, prigioniera del passato e proiettata verso il futuro - dell'acciaieria esprime poi un punto di caduta duplice nella quotidianità gestionale e nella prospettiva strategica. Nel riposizionamento dalla produzione di massa e ad alta redditività con un atteggiamento impositivo verso i clienti dell'epoca Riva all'ampliamento della gamma di offerta con la ricerca di un migliore rapporto fra qualità e prezzo della nuova gestione Bondi, l'Ilva deve confrontarsi con un mercato sempre più competitivo. Gli spread ottenibili sono di pochi punti sopra il costo delle commodity. I magazzini, assai pingui quando c'era la famiglia lombarda, vengono gestiti con grande oculatezza. Quando possibile, si operano dei destoccaggi. Il risultato, nella complessa dialettica fra conto economico e stato patrimoniale, è quello di una posizione finanziaria stabile. Dunque, di certo la situazione, per quanto ancora delicata, non è più paragonabile al dramma sperimentato da gennaio ad aprile, quando ogni mese l'Ilva bruciava intorno ai 50 milioni di euro. Anche se l'Ebitda è ancora negativo. Allo stesso modo, un'impostazione meno padronale all'esterno (verso i clienti) è coerente con un maggiore dialogo interno (per esempio, nei processi decisionali con Genova e con Novi Ligure).
Il sentimento di paura per il futuro e la fatica fisica di ogni minuto vissuti da chi lavora nelle cokerie e negli altiforni, nelle batterie e ai nastri trasportatori fanno il paio con l'impegno nervoso e la tensione quotidiana di chi - fra il management, nella palazzina blu dell'Ilva - deve intrecciare l'oggi con il domani, come fanno i pescatori con i loro cestini di vimini nella città vecchia di Taranto. Prendiamo il problema del piano industriale, affidato a McKinsey. La sua calibratura definitiva dipenderà dalla versione finale del piano ambientale. Nel prossimo futuro, andrà in Consiglio dei Ministri per trovare la forma del decreto. Dopo la firma del decreto Bondi, avrà trenta giorni per redigere un piano industriale, che andrà prima comunicato ai Riva (proprietari dell'impresa) e quindi approvato dal Mise. L'ingegnerizzazione finanziaria e la curvatura strategica del piano industriale non potranno non dipendere dall'entità delle cose da fare contenute nel piano ambientale. A quel punto si porrà la questione delle risorse. Martedì il Governo ha scelto di consentire al Commissario di utilizzare quelle sequestrate per reati fiscali e valutari ai Riva. (Sole24h)
Ed ecco, a seguire, dopo gli attacchi a testa bassa ai nemici del "progresso" ecco la favola della "brava gente al lavoro", dell'eroe pianista e degli orchi cattivi con la toga sporca:
L'Ilva del futuro punta sul prodotto
Sentinella, a che punto è la notte? Non chiedetelo, per favore, a chi lavora all'Ilva. Hanno facce serie e impaurite. I loro profili sono contratti. Sembrano avere assorbito l'ostilità autoassolutoria e la distanza inquisitoria che li circonda quando timbrano il cartellino di uscita alla fine del turno. Una freddezza assimilabile al vento inospitale che, alle quattro del pomeriggio, batte sull'altoforno cinque, sulla palazzina direzionale blu e sulle colline minerali.
Qui lavorano in dodicimila. Ingegneri, operai, tecnici. Non fanno finta. Non sono assassini, anche se capita che ai loro figli alle recite scolastiche assegnino la parte delle ciminiere. Sono un pezzo di Italia industriale che - fra dramma ambientale, minorità della politica, unilateralità della magistratura - rischia di scomparire, contribuendo a consegnare il Paese alla fisionomia della piccola impresa: se va bene un destino da subfornitori di lusso, se va male un futuro da terzisti o da camerieri a basso costo della manifattura internazionale. Fabbricano acciaio. E si dedicano a due lavori: la produzione, perché senza di essa la fabbrica chiude, e la trasformazione dell'acciaieria secondo le prescrizioni dell'Aia, in mezzo a mille ritardi e resistenze regolamentari, nessuno che fuori dall'acciaieria firma nulla, e se poi tocca a me dimostrare di avere fatto tutto correttamente, meglio stare fermi, io in galera per quelli non ci finisco.
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mercoledì 4 dicembre 2013
E ancora una!
Taranto: tragedia sfiorata all'Ilva, esplode refettorio
Un'esplosione nel refettorio delle pulizie industriali dell'acciaieria 2 dell'Ilva di Taranto con "ingenti danni alla struttura" viene denunciata in una nota dal sindacato Usb. L'esplosione, per il sindacato, sarebbe avvenuta per "la reazione di una paiola scoria". "Solo per un caso fortuito in quel momento non era presente nelle vicinanze nessun lavoratore e cio' ha evitato l'ennesimo incidente sul lavoro che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche" sostiene l'Usb. "L'episodio - afferma il sindacato - e' ancora piu' grave se si pensa che diverse segnalazioni rispetto a quanto poteva accadere, e che di fatto e' accaduto, erano state fatte dalle Rsu nei mesi precedenti". "Tutto cio' conferma quanto come Usb denunciamo da tempo sulla continua carenza di sicurezza all'interno dello stabilimento e sul "poco o nulla" si sta realmente facendo, non solo in relazione ai lavori previsti dall'Aia, ma anche e soprattutto per le manutenzioni ordinarie. Ricordiamo - dice ancora l'Usb - che tra poche ore ricorre l'anniversario della tragedia della ThyssenKrupp a Torino e se coloro che hanno il dovere di intervenire continuano a "raccontare favole" rischiamo di assistere al ripetersi delle stragi sul lavoro, da ultima quella nel laboratorio tessile a Prato". L'Usb che alle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu dell'Ilva si e' classificato al terzo posto per numero di consensi ottenuti dai lavoratori - si tratta di un sindacato che si e' costituito formalmente nell'Ilva solo un anno fa - annuncia infine che "organizzazione sindacale e come delegati Rsu denunceremo in ogni modo e non daremo la minima tregua a chi si rende responsabile delle inadempienze e del mancato rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro". (AGI)
Un'esplosione nel refettorio delle pulizie industriali dell'acciaieria 2 dell'Ilva di Taranto con "ingenti danni alla struttura" viene denunciata in una nota dal sindacato Usb. L'esplosione, per il sindacato, sarebbe avvenuta per "la reazione di una paiola scoria". "Solo per un caso fortuito in quel momento non era presente nelle vicinanze nessun lavoratore e cio' ha evitato l'ennesimo incidente sul lavoro che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche" sostiene l'Usb. "L'episodio - afferma il sindacato - e' ancora piu' grave se si pensa che diverse segnalazioni rispetto a quanto poteva accadere, e che di fatto e' accaduto, erano state fatte dalle Rsu nei mesi precedenti". "Tutto cio' conferma quanto come Usb denunciamo da tempo sulla continua carenza di sicurezza all'interno dello stabilimento e sul "poco o nulla" si sta realmente facendo, non solo in relazione ai lavori previsti dall'Aia, ma anche e soprattutto per le manutenzioni ordinarie. Ricordiamo - dice ancora l'Usb - che tra poche ore ricorre l'anniversario della tragedia della ThyssenKrupp a Torino e se coloro che hanno il dovere di intervenire continuano a "raccontare favole" rischiamo di assistere al ripetersi delle stragi sul lavoro, da ultima quella nel laboratorio tessile a Prato". L'Usb che alle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu dell'Ilva si e' classificato al terzo posto per numero di consensi ottenuti dai lavoratori - si tratta di un sindacato che si e' costituito formalmente nell'Ilva solo un anno fa - annuncia infine che "organizzazione sindacale e come delegati Rsu denunceremo in ogni modo e non daremo la minima tregua a chi si rende responsabile delle inadempienze e del mancato rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro". (AGI)
Il sindaco con pistola e velina
Io non so se Ippazio Stefàno, sindaco di Taranto, sia un bravo
sindaco oppure no. Taranto è una città in crisi, decennale, strutturale.
Una crisi profonda, ma così profonda che neanche un sindaco supereroe
temo riuscirebbe a risolverla da solo, con i poteri che l’incarico gli
riconosce. Non lo so se Stefano è un bravo sindaco, anche se so che
Taranto non è – neanche lontanamente – una città vivibile.
Di Stefano, però, sappiamo che possiede una pistola («la porto da quando giravo nei quartieri degradati per fare campagna contro l’Aids», racconta) e da oggi due veline personali.
«Le ‘veline’ del sindaco – scrive Repubblica – due belle ragazze ‘infiocchettate’, perfette per affiancare il primo cittadino di Taranto durante la presentazione del programma natalizio nella città jonica. Minigonna, scollatura e fiocco rosso, conciate per le feste».
Io non so se Stefàno sia un bravo sindaco o no, dunque, ma non posso
fare a meno di notare che, in Italia, c’è solo un altro politico, ben
più noto, che può vantare una fotografia con una pistola e numerose con
delle veline: Berlusconi.
Il paragone è ingiusto, può darsi, ma l’occasione è buona per ribadire il concetto gaberiano: Berlusconi, un po’, siamo tutti noi.
Stefàno nello specifico lo è per maschilismo e “provincialismo” (perdoneranno le province, l’orrenda parola). E non è un granché per un sindaco che ha candidato la propria città come Capitale europea della cultura nel 2019. (Espresso)
Ecco un illustre riferimento culturale del nostro sindaco:
Di Stefano, però, sappiamo che possiede una pistola («la porto da quando giravo nei quartieri degradati per fare campagna contro l’Aids», racconta) e da oggi due veline personali.
«Le ‘veline’ del sindaco – scrive Repubblica – due belle ragazze ‘infiocchettate’, perfette per affiancare il primo cittadino di Taranto durante la presentazione del programma natalizio nella città jonica. Minigonna, scollatura e fiocco rosso, conciate per le feste».
Il paragone è ingiusto, può darsi, ma l’occasione è buona per ribadire il concetto gaberiano: Berlusconi, un po’, siamo tutti noi.
Stefàno nello specifico lo è per maschilismo e “provincialismo” (perdoneranno le province, l’orrenda parola). E non è un granché per un sindaco che ha candidato la propria città come Capitale europea della cultura nel 2019. (Espresso)
Ecco un illustre riferimento culturale del nostro sindaco:
| Qualunquemente |
Giornali amici e giornali veri
Decreto emergenze, così l’Ilva scansa la mega-multa
Per capire il decreto di ieri, l’ennesimo della serie “Salva-Ilva”, basta raccontare questo fatto. Pochi giorni fa ho incontrato il Prefetto di Taranto, Claudio Sammartino, a cui spetta il compito di multare l’Ilva per le violazioni dell’Aia. PeaceLink aveva chiesto al Prefetto di “applicare la legge”, come pure il Fondo Antidiossina.
Quando mi sono presentato di fronte al Prefetto, ho fatto presente che vi erano state ben due visite ispettive dell’Ispra (l’ente di controllo del Ministero dell’Ambiente) che avevano certificato il non rispetto delle prescrizioni autorizzative dell’Ilva (la cosiddetta Aia. L’ultima ispezione di settembre era passata quasi inosservata ma evidenziava violazioni dell’Aia reiterate nel tempo.
“E allora dove stanno le sanzioni?”. Alla mia domanda il Prefetto, con calma e cortesia, ha fatto presente che l’iter sanzionatorio era stato avviato da tempo. E stava per essere completato: doveva essere deciso solo l’ammontare della multa. La multa parte da un minimo di 50 mila euro fino a un decimo del fatturato (un’enormità).
“E
se arriva il nuovo decreto Salva-Ilva?”. Alla mia nuova domanda il
Prefetto si è stretto nelle spalle e ho subito capito che era lì la
ragione del nuovo decreto “Salva-Ilva”.
La precedente legge “Salva Ilva” aveva infatti un problema: non sospendeva l’iter della sanzione. Lo aveva spiegato il Garante dell’Aia (ora rimosso).
Ed eccoci all’epilogo: con il nuovo decreto l’Ilva scansa la mega-multa che poteva arrivare fino a un decimo del fatturato. (FQ)
Via libera al nuovo decreto legge sull'Ilva. Atteso da giorni, il Cdm ha dato oggi l'ok ad un provvedimento che accelera le procedure relative alle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale, obbliga i Riva a finanziare il risanamento dell'acciaieria, abbrevia i tempi per la Valutazione di impatto ambientale e chiarisce le norme urbanistiche in relazione ad alcuni progetti di risanamento della fabbrica. In particolare per le risorse, il decreto stabilisce che "dopo l'approvazione del piano industriale in relazione agli investimenti previsti per l'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale e per l'adozione delle altre misure previste nel piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, il titolare dell'impresa o il socio di maggioranza - si legge nel decreto all'articolo 1- è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie nel termine dei 15 giorni dal ricevimento della diffida mediante trasferimento su un conto intestato all'azienda commissariata. Le somme messe a disposizione dal titolare dell'impresa o socio di maggioranza - si legge ancora nel decreto - sono scomputate in sede in sede di confisca deIle somme sequestrate, anche ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001, per reati ambientali o connessi all'attuazione dell'Autorizzazione integrata ambientale. Ove il titolare dell'impresa o il socio di maggioranza - si legge ancora - non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell'impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all'attuazione dell'Aia". In caso di proscioglimento del titolare dell'impresa o del socio di maggioranza da tali reati, "le somme impiegate per l'attuazione dell'Aia non sono comunque ripetibili".
Il decreto era stato sollecitato nei giorni scorsi al Governo dal commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, e dal sub commissario, Edo Ronchi, i quali, evidenziando una serie di difficoltà riscontrate nel portare avanti il mandato loro assegnato, avevano anche paventato le dimissioni dall'incarico. "Con le procedure ordinarie un progetto di risanamento così complesso come quello dell'Ilva non si può attuare in 36 mesi, che sono quelli fissati dall'Aia. E' come avere le gambe legate" aveva detto Ronchi sottolineando come il cammino fosse in salita.
Ci sono già le prime reazioni al provvedimento del Cdm. Attende di conoscere il decreto Legambiente Puglia che ha scritto al ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando. Giusta l'esigenza di accelerare tempi e procedure, osserva Legambiente, così come quella di utilizzare i soldi sequestrati ai Riva nel risanamento dell'acciaieria, ma tutto questo non determini stravolgimenti. Pollice verso, infine, dei Verdi attraverso il portavoce nazionale Angelo Bonelli, che è anche consigliere comunale di Taranto. Bonelli parla di gravissime violazioni con questo decreto, di continuità della produzione anteposta alla salute dei tarantini, e annuncia che porterà il testo del provvedimento al commissario Ue all'Ambiente ricordando che la Commissione Europea ha già aperto nei confronti dell'Italia una procedura di infrazione a settembre per le violazioni ambientali dell'Ilva di Taranto.(Sole24h)
Il vizio del Monopoli
Ilva:monopolio porto,'condannare i Riva'
Il pm di Taranto Giovanna Cannarile ha chiesto la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno per Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del cda dell'Ilva, accusati di aver creato un monopolio di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto. Il processo è in corso in Tribunale; 14 gli imputati, accusati di concorrenza illecita, e per tre è stata chiesta l'assoluzione. Sentenza l'11 dicembre. (ANSA)
Il pm di Taranto Giovanna Cannarile ha chiesto la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno per Emilio, Fabio e Claudio Riva, nelle rispettive qualità di ex presidente, ex vicepresidente ed ex consigliere delegato del cda dell'Ilva, accusati di aver creato un monopolio di carico e scarico delle merci nel porto di Taranto. Il processo è in corso in Tribunale; 14 gli imputati, accusati di concorrenza illecita, e per tre è stata chiesta l'assoluzione. Sentenza l'11 dicembre. (ANSA)
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riva
Campa cavallo, anzi muore
Mar Piccolo inquinato e Marina Militare: ritardi abissali per la messa in sicurezza dell’area ex Ip
A che punto è l’iter per la messa in sicurezza di emergenza dell’area ex Ip dell’Arsenale Militare? Da quanto ci riferiscono fonti dell’assessorato regionale all’Ambiente, il progetto definitivo è stato trasmesso dalla Marina Militare lo scorso 20 novembre ed è stato protocollato dalla Regione Puglia il 2 dicembre, solo pochi giorni fa. Ovviamente i tecnici della Regione non hanno avuto ancora il tempo per approfondire i dettagli. La vera notizia, però, è un’altra: la consegna del documento giunge con oltre un anno di ritardo, dopo un percorso reso tortuoso anche da impicci burocratici.
Torniamo sull’argomento a distanza di qualche mese, mentre continua a persistere un’ubriacatura mediatica che vede l’Ilva come unica protagonista. Ma ad inquinare il territorio ionico hanno contribuito anche altri soggetti. La vicenda dell’area ex Ip è un caso emblematico. Si tratta di un’area situata nel primo seno di mar Piccolo ed interessata da una pesante contaminazione (metalli pesanti, pcb, inquinanti inorganici) dovuta proprio alle attività passate dell’Arsenale militare. Ce ne siamo ampiamente occupati nei mesi scorsi, quando insieme al TarantoOggi abbiamo denunciato i ritardi relativi a questo importante intervento mirato a bloccare un ulteriore contaminazione del mar Piccolo.
Lo scorso mese di febbraio eravamo rimasti colpiti dalle (fin troppo) rassicuranti dichiarazioni del capitano di vascello Fabrizio Gaeta, direttore del Genio Militare della Marina di Taranto, che in un’intervista riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno aveva affermato: «Ciò che abbiamo garantito in conferenza di servizi procede a passo spedito. E non potrebbe essere diversamente». La nostra conoscenza dei fatti, però, ci diceva altro. L’assessorato regionale all’Ambiente aveva confermato i nostri dubbi sulla lentezza che caratterizzava l’iter per la messa in sicurezza di quell’area, nonostante le diverse sollecitazioni rivolte alla Marina.
Ma facciamo un passo indietro. La consegna del Progetto definitivo per la messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda (Mise) era prevista per il luglio del 2012. Doveva essere un passaggio cruciale, al termine di un iter piuttosto tortuoso che aveva visto il Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione formulare una serie di osservazioni e prescrizioni sul Progetto presentato da Marigenimil. Nel corso della Conferenza dei Servizi decisoria, tenuta l’8 marzo 2012, Marigenimil aveva assicurato una programmazione finanziaria che garantiva l’avvio delle procedure per l’esecuzione delle opere entro il 2012.
Il 30 marzo del 2012, l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro aveva annunciato che il progetto di Marigenimil aveva ricevuto l’ok dei tecnici regionali affermando, inoltre, che l’iniziativa del Genio Militare avrebbe consentito di “contenere definitivamente la contaminazione accertata nella falda acquifera”. Ma la data prevista per la consegna del progetto definitivo – luglio 2012 – non è mai stata rispettata. Di questo slittamento, in città, non ne parla nessuno. Come se fosse assolutamente normale che per riparare a decenni di guasti ambientali, si proceda con una lentezza tale da apparire indisponente nei confronti di un territorio già profondamente ferito.
Nei mesi scorsi avevamo denunciato anche i ritardi relativi alla presentazione della caratterizzazione integrativa del sito, richiesta al fine di avere un quadro puntuale della situazione prima dei necessari interventi. Dalla Regione fanno sapere che dopo l’ultimazione da parte dalle strutture tecniche della Marina Militare, lo scorso 23 maggio, il documento è stato trasmesso alla Regione. Anche l’attività di rimozione dei rifiuti dall’area, stando ai report periodici che giungono agli uffici regionali, risulterebbe ultimata. I lavori si sarebbero conclusi lo scorso 15 marzo.
Persiste, invece, un alone di mistero sul sistema di mitigazione per la propagazione della falda. Lo scorso 8 febbraio – ci dicono dalla Regione – la Marina Militare aveva comunicato che pur avendo perfezionato l’affidamento dei lavori per la realizzazione degli impianti, non si era potuto procedere perché l’area era sotto sequestro. Inoltre – fanno sapere dall’assessorato - le attività di mitigazione richiedono un’autorizzazione di competenza provinciale per lo scarico a mare delle acque trattate, che alla data della comunicazione non risultava ancora rilasciata. Un aspetto su cui ci riserviamo di tornare per fornire ulteriori dettagli, magari anche con il contributo della stessa Marina Militare, se vorrà fornire informazioni. Ma è tutta la vicenda da tenere sotto osservazione fino al suo epilogo. Per amore del mar Piccolo, di Taranto e della verità.
Alessandra Congedo - inchiostroverde
A che punto è l’iter per la messa in sicurezza di emergenza dell’area ex Ip dell’Arsenale Militare? Da quanto ci riferiscono fonti dell’assessorato regionale all’Ambiente, il progetto definitivo è stato trasmesso dalla Marina Militare lo scorso 20 novembre ed è stato protocollato dalla Regione Puglia il 2 dicembre, solo pochi giorni fa. Ovviamente i tecnici della Regione non hanno avuto ancora il tempo per approfondire i dettagli. La vera notizia, però, è un’altra: la consegna del documento giunge con oltre un anno di ritardo, dopo un percorso reso tortuoso anche da impicci burocratici.
Torniamo sull’argomento a distanza di qualche mese, mentre continua a persistere un’ubriacatura mediatica che vede l’Ilva come unica protagonista. Ma ad inquinare il territorio ionico hanno contribuito anche altri soggetti. La vicenda dell’area ex Ip è un caso emblematico. Si tratta di un’area situata nel primo seno di mar Piccolo ed interessata da una pesante contaminazione (metalli pesanti, pcb, inquinanti inorganici) dovuta proprio alle attività passate dell’Arsenale militare. Ce ne siamo ampiamente occupati nei mesi scorsi, quando insieme al TarantoOggi abbiamo denunciato i ritardi relativi a questo importante intervento mirato a bloccare un ulteriore contaminazione del mar Piccolo.
Lo scorso mese di febbraio eravamo rimasti colpiti dalle (fin troppo) rassicuranti dichiarazioni del capitano di vascello Fabrizio Gaeta, direttore del Genio Militare della Marina di Taranto, che in un’intervista riportata dalla Gazzetta del Mezzogiorno aveva affermato: «Ciò che abbiamo garantito in conferenza di servizi procede a passo spedito. E non potrebbe essere diversamente». La nostra conoscenza dei fatti, però, ci diceva altro. L’assessorato regionale all’Ambiente aveva confermato i nostri dubbi sulla lentezza che caratterizzava l’iter per la messa in sicurezza di quell’area, nonostante le diverse sollecitazioni rivolte alla Marina.
Ma facciamo un passo indietro. La consegna del Progetto definitivo per la messa in sicurezza di emergenza delle acque di falda (Mise) era prevista per il luglio del 2012. Doveva essere un passaggio cruciale, al termine di un iter piuttosto tortuoso che aveva visto il Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifica della Regione formulare una serie di osservazioni e prescrizioni sul Progetto presentato da Marigenimil. Nel corso della Conferenza dei Servizi decisoria, tenuta l’8 marzo 2012, Marigenimil aveva assicurato una programmazione finanziaria che garantiva l’avvio delle procedure per l’esecuzione delle opere entro il 2012.
Il 30 marzo del 2012, l’assessore regionale all’Ambiente Lorenzo Nicastro aveva annunciato che il progetto di Marigenimil aveva ricevuto l’ok dei tecnici regionali affermando, inoltre, che l’iniziativa del Genio Militare avrebbe consentito di “contenere definitivamente la contaminazione accertata nella falda acquifera”. Ma la data prevista per la consegna del progetto definitivo – luglio 2012 – non è mai stata rispettata. Di questo slittamento, in città, non ne parla nessuno. Come se fosse assolutamente normale che per riparare a decenni di guasti ambientali, si proceda con una lentezza tale da apparire indisponente nei confronti di un territorio già profondamente ferito.
Nei mesi scorsi avevamo denunciato anche i ritardi relativi alla presentazione della caratterizzazione integrativa del sito, richiesta al fine di avere un quadro puntuale della situazione prima dei necessari interventi. Dalla Regione fanno sapere che dopo l’ultimazione da parte dalle strutture tecniche della Marina Militare, lo scorso 23 maggio, il documento è stato trasmesso alla Regione. Anche l’attività di rimozione dei rifiuti dall’area, stando ai report periodici che giungono agli uffici regionali, risulterebbe ultimata. I lavori si sarebbero conclusi lo scorso 15 marzo.
Persiste, invece, un alone di mistero sul sistema di mitigazione per la propagazione della falda. Lo scorso 8 febbraio – ci dicono dalla Regione – la Marina Militare aveva comunicato che pur avendo perfezionato l’affidamento dei lavori per la realizzazione degli impianti, non si era potuto procedere perché l’area era sotto sequestro. Inoltre – fanno sapere dall’assessorato - le attività di mitigazione richiedono un’autorizzazione di competenza provinciale per lo scarico a mare delle acque trattate, che alla data della comunicazione non risultava ancora rilasciata. Un aspetto su cui ci riserviamo di tornare per fornire ulteriori dettagli, magari anche con il contributo della stessa Marina Militare, se vorrà fornire informazioni. Ma è tutta la vicenda da tenere sotto osservazione fino al suo epilogo. Per amore del mar Piccolo, di Taranto e della verità.
Alessandra Congedo - inchiostroverde
martedì 3 dicembre 2013
Salva, risalva e sempre salva
Comunicato di Peacelink
L’Italia è fuori dall’Europa?
Questo governo porta l’Italia fuori dall'Europa, approvando l'ennesimo decreto "Salva-Ilva" che concede deroghe e proroghe in barba alle rigorose norme della direttiva europea sull'Autorizzazione Integrata Ambientale. Con il decreto legge approvato oggi dal Consiglio dei Ministri vengono sanate le infrazioni all'Aia (certificate dall'Ispra) e sono persino abolite le sanzioni previste dalla legge 231/2012 (nota anche come "Salva-Ilva 1"). Il decreto prevede inoltre un periodo transitorio di ben tre anni durante i quali non sarà possibile garantire la conformità degli impianti alle prescrizioni autorizzative, riconoscendo che era vero il rilievo delle associazioni ambientaliste sulla difficoltà di realizzare le prescrizioni AIA nei tempi previsti.
Ricordiamo a tutti che secondo i periti nominati dalla magistratura tarantina circa trenta morti all’anno sono correlabili all'inquinamento industriale.
Si tratta di una stima molto prudente che fanno di Taranto una citta' della morte.
Altri tre anni di inquinamento dell'area a caldo dell'Ilva causeranno ulteriori danni alla salute delle fasce piu' fragili della popolazione. La salute non puo' aspettare i tempi dell'Aia.
Si è purtroppo deciso di lasciare che i tarantini siano sottoposti ancora all’inquinamento per altri tre anni, i quali si aggiungono ai cinquanta passati.
Il Governo si è assunto la responsabilità di non bloccare le fonti inquinanti, di non fornire risposte alla Commissione europea, di abolire le sanzioni previste a carico degli inquinatori. Tirando le somme, il Governo concede libertà di inquinare portando Taranto fuori dell'Europa.
Segnaleremo alla Procura questa situazione anomala perche' la salute non sia messa ulteriormente in pericolo con questo decreto che concede un ammorbidimento inaccettabile alla gia' blanda legge "Salva-Ilva 1".
Con il nuovo decreto, l'Ilva puo' non rispettare le prescrizio ni dell'Aia
L’Italia è fuori dall’Europa?
Questo governo porta l’Italia fuori dall'Europa, approvando l'ennesimo decreto "Salva-Ilva" che concede deroghe e proroghe in barba alle rigorose norme della direttiva europea sull'Autorizzazione Integrata Ambientale. Con il decreto legge approvato oggi dal Consiglio dei Ministri vengono sanate le infrazioni all'Aia (certificate dall'Ispra) e sono persino abolite le sanzioni previste dalla legge 231/2012 (nota anche come "Salva-Ilva 1"). Il decreto prevede inoltre un periodo transitorio di ben tre anni durante i quali non sarà possibile garantire la conformità degli impianti alle prescrizioni autorizzative, riconoscendo che era vero il rilievo delle associazioni ambientaliste sulla difficoltà di realizzare le prescrizioni AIA nei tempi previsti.
Ricordiamo a tutti che secondo i periti nominati dalla magistratura tarantina circa trenta morti all’anno sono correlabili all'inquinamento industriale.
Si tratta di una stima molto prudente che fanno di Taranto una citta' della morte.
Altri tre anni di inquinamento dell'area a caldo dell'Ilva causeranno ulteriori danni alla salute delle fasce piu' fragili della popolazione. La salute non puo' aspettare i tempi dell'Aia.
Si è purtroppo deciso di lasciare che i tarantini siano sottoposti ancora all’inquinamento per altri tre anni, i quali si aggiungono ai cinquanta passati.
Il Governo si è assunto la responsabilità di non bloccare le fonti inquinanti, di non fornire risposte alla Commissione europea, di abolire le sanzioni previste a carico degli inquinatori. Tirando le somme, il Governo concede libertà di inquinare portando Taranto fuori dell'Europa.
Segnaleremo alla Procura questa situazione anomala perche' la salute non sia messa ulteriormente in pericolo con questo decreto che concede un ammorbidimento inaccettabile alla gia' blanda legge "Salva-Ilva 1".
lunedì 2 dicembre 2013
Lotte nel fango
QUALITA’ DELLA VITA, LA PUGLIA MIGLIORA DI POCO: TARANTO NON E’ PIU’ MAGLIA NERA MA RESTA IN FONDO
Taranto recupera qualche posizione ma resta, comunque, indietro rispetto al vivibile nord. Questo è solo uno dei dati della annuale classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore. In generale è tutta la Puglia, con le sue Province a non essere piazzata bene.
Qualche città recupera ma nessuna riesce a risalire almeno a metà classifica. Bari, ad esempio, recupera tre posizioni rispetto al 2012 ma si piazza al 97esimo posto su 107. Più marcato il miglioramento di Taranto che lascia la maglia nera conquistata lo scorso anno a Napoli e risale di qualche posizione. Lecce è la provincia meglio piazzata al 90esimo posto, seguita da Brindisi al 92.
E tuttavia, quest’ultima, rispetto al 2012 sale di 12 posizioni. E ancora Foggia si piazza al 99esimo mentre Taranto (seppur in miglioramento) resta alla 104esima posizione. Ovviamente in testa alla classifica restano le città più ricche del nord Italia.
Al primo posto Trento, seconda Bolzano e terza -new entry sul podio – Bologna che scala la classifica guadagnano diverse posizioni. I parametri presi in considerazione sono fissi e si dividono in sei macroaree che spaziano dal tenore di vita alla sicurezza, dai servizi al lavoro.(puglia24)
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| http://www.haisentito.it/foto/swamp-soccer_802_2.html |
Taranto recupera qualche posizione ma resta, comunque, indietro rispetto al vivibile nord. Questo è solo uno dei dati della annuale classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore. In generale è tutta la Puglia, con le sue Province a non essere piazzata bene.
Qualche città recupera ma nessuna riesce a risalire almeno a metà classifica. Bari, ad esempio, recupera tre posizioni rispetto al 2012 ma si piazza al 97esimo posto su 107. Più marcato il miglioramento di Taranto che lascia la maglia nera conquistata lo scorso anno a Napoli e risale di qualche posizione. Lecce è la provincia meglio piazzata al 90esimo posto, seguita da Brindisi al 92.
E tuttavia, quest’ultima, rispetto al 2012 sale di 12 posizioni. E ancora Foggia si piazza al 99esimo mentre Taranto (seppur in miglioramento) resta alla 104esima posizione. Ovviamente in testa alla classifica restano le città più ricche del nord Italia.
Al primo posto Trento, seconda Bolzano e terza -new entry sul podio – Bologna che scala la classifica guadagnano diverse posizioni. I parametri presi in considerazione sono fissi e si dividono in sei macroaree che spaziano dal tenore di vita alla sicurezza, dai servizi al lavoro.(puglia24)
Credibile?
La politica e il caso Ilva. Vico: sono sempre stato dalla parte degli operai
Dopo aver atteso la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari e sopportato accuse di ogni tipo, Ludovico Vico, parlamentare del Partito democratico dal 2006 al febbraio scorso, quando risultò il secondo dei non eletti, accetta di rispondere alle domande della Gazzetta. Il suo nome non è tra i 53 coinvolti nell’inchiesta “Ambiente svenduto” che ha svelato il sistema Ilva. Prima di fare politica attiva con il Pd, Ludovico Vico ha passato anni e anni nella Cgil, per la quale è stato segretario generale della Camera del Lavoro di Taranto dal 1993 al 2000 e poi segretario regionale nel 2001.
Vico, come mai solo ora, a 12 mesi dalla diffusione delle intercettazioni delle telefonate tra lei e Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni esterne dell'Ilva, rompe il silenzio?
Non ho mai parlato finora per due ragioni. La prima: non credo che nella mia comunità ci sia tanto desiderio di sentire la mia versione dei fatti, almeno fuori da ogni ipocrisia o strumentalizzazione. La seconda: la magistratura doveva fare il proprio dovere fino in fondo, svolgendo la funzione di accertamento della verità che ho sempre ritenuto insindacabile. Era doveroso attendere la conclusione delle indagini preliminari per capire quali erano le contestazioni e a chi venivano rivolte. Ero sicuro che gli eventi avrebbero dimostrato come stavano le cose. Certo, parlare oggi di Ilva e Taranto è come tentare di fermare uno tsunami a mani nude. Troppa la rabbia, troppo il dolore.
Lei è finito sulla graticola per i colloqui con Archinà, il maestro degli insabbiamenti dell'Ilva. Prima di chiarire il merito delle telefonate, il metodo: era necessario parlare con Archinà?
Guardi, le rispondo come ha risposto il governatore Nichi Vendola, Archinà era la porta d'accesso ai Riva, bisognava dialogare con lui per confrontarsi con la proprietà. La mia conoscenza con lui risale agli anni del sindacato ed era una conoscenza come ho spiegato praticamente d’ufficio. Ma occorre anche dire che le intercettazioni si riferiscono al 2010 quando non solo era auspicabile parlare con quella fabbrica ma addirittura indispensabile per tentare di condurla a più miti consigli sia sul tema del mantenimento della forza lavoro che sul tema dell’eco-sostenibilità. Se non avessimo parlato con l’azienda e si fossero confermati i 5mila esuberi dell’epoca saremmo stati accusati lo stesso.
Non era un obbligo, invece, avere quel tipo di confidenza, tale da comportare perfino il suggerimento di proposte di legge, no?
Quando si conosce una persona da tanti anni, il lei non si usa, almeno nel paese reale, quello dell’ipocrisia non lo frequento. Quanto alla proposta di legge, chiarisco a lei e spero a tutti: è vero, come risulta agli atti dell'inchiesta, Archinà mi ha inviato una mail con la quale proponeva la depenalizzazione dell'articolo 674 del codice penale, quello riguardante il getto pericoloso di cose, reato spesso imputato ai Riva e ai dirigenti dello stabilimento, proposta finita però in un cestino. Non l’ho mai presa in considerazione, non esiste un mio atto parlamentare in tal senso, mi spiace che nessuno abbia avuto la forza, la voglia, l’onestà intellettuale di verificarlo e di darne dunque conto. Mi spiace, inoltre, che in questa falsa notizia sia inciampato in una intervista anche un esponente del mio partito per cui nutrivo una grande stima come l’ex magistrato Felice Casson. La mia storia parlamentare, e prima ancora sindacale, sul punto non ammette discussioni e la difenderò fino in fondo. Le ricordo che sono mie le denunce sulle infiltrazioni mafiose nell'Italsider pubblica e sono mie anche le denunce sul dissesto, poi dichiarato formalmente, del Comune di Taranto, il più grande dissestodella storia d’Italia.
Quante responsabilità ha la politica nel caso Ilva?
Chiaro che responsabilità a posteriori esistono ma non si possono delineare compiutamente ignorando il contesto, ovvero che la presenza del gruppo Riva a Taranto è sempre stata una presenza da fortino da difendere a tutti costi e non una presenza di costruzione del dialogo. Proprio l’assenza di dialogo con gli enti, i sindacati e cittadini rimane il punto più negativo della vicenda Ilva, tanto che è proprio la magistratura ad intervenire, svolgendo di fatto una funzione di supplenza. Guardi, io per formazione culturale, prima ancora che sindacale e politica, ho sempre difeso la fabbrica e chi vi lavorava, non ho mai sostenuto le tesi di chi voleva chiudere l'acciaieria, fregandosene del destino di migliaia di operai. Spero non sia una colpa. (Gdm)
domenica 1 dicembre 2013
Lo sfondo perfetto
"Alle corde", cortometraggio di Andrea Simonetti interamente girato a Taranto con Cosimo Cinieri e Nicola Rignanese.

Descrizione
Cosimo,
pugile dilettante, lavora all'Ilva di Taranto. Vive con il padre
Giuseppe, pescatore con il vizio del gioco. Cosimo cerca il suo riscatto
nel pugilato, inseguendo il traguardo di entrare nella categoria dei
professionisti anche grazie all'aiuto del manager Gianni.
Trama
Cosimo
ha 30 anni, vive a Taranto con il Padre Giuseppe, un ex pescatore di
70 anni con il vizio del gioco. Indebitato fino al collo, ha perso anche
il suo peschereccio a causa di frequentazioni di bische poco
raccomandabili. I due vivono insieme in una vecchia casa nel cuore del
quartiere Tamburi. Cosimo è un pugile talentuoso che aspetta di fare il
salto nei professionisti, i pesi medi della federazione
nazionale italiana. Lavora all’ILVA di Taranto per mantenere se stesso e
il padre e coprire mensilmente i debiti di Giuseppe. Il suo desiderio
di riscatto è fortissimo; vuole arrivare fra i professionisti, ma anche
riprendersi la sua vita e ricomprare il peschereccio al padre, per
restituirgli la libertà e il mare, per Giuseppe linfa vitale. Cosimo
vince due incontri molto importanti e davanti a lui si prospetta il
match decisivo, quello del famoso “salto”.
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