venerdì 23 gennaio 2015

Il soldatino del PD che gurda in alto

Stefano Esposito, un vestito per tutte le stagioni... 
Si è fatto conoscere anche a Taranto, attaccando la Regione Puglia ai tempi della legge diossina.
Correva l'anno 2009 e già si dava da fare come soldatino di partito: clicca qui


Stefano Esposito, dai pro-Tav al supercanguro

Stefano Esposito da Moncalieri non è soltanto il senatore pro-Tav che ha sguinzagliato il super-canguro ammazza emendamenti e spacca-Pd nell’Aula di Palazzo Madama: è una categoria antropologica, il rappresentante di un intero genere letterario. Quello della faccia semisconosciuta che si fa strumento al procedere della storia, o meglio della cronaca politica. Il pesce piccolo, insomma, che di solito poi in quella cronaca ci resta schiacciato in mezzo e paga, al posto dei pesci grossi che restano a galla.
In questo senso, Esposito è un epigono se si vuole dei Cirami e dei Cirielli, noti al pubblico solo per aver dato il patronimico a leggi ad personam di Berlusconi: un timbro per sempre, senza revoche, neanche in caso di successivo pentimento (è accaduto a Cirielli, col bel risultato che la sua legge ora si chiama “ex Cirielli”). Ma anche, senza buttarla a destra, epigono di personalità di cui poi s’è persa traccia, come quel Rino Piscitello che nella decadenza del primo Ulivo era diventato l’uomo chiave dei Democratici, tanto che Romano Prodi lo mandava ai vertici di maggioranza in vece sua (facendo infuriare D’Alema).
 Una legge, un emendamento, la funzione di legato del re: dipende dalle circostanze. Simile, invece, è l’atteggiamento con cui il pesce piccolo affronta il momento, lusinghiero, in cui la storia incrocia proprio la sua strada. L’ebbrezza con cui rivendica il proprio acume di fronte alle balene: “Mi chiamerò Esposito, sarò un po' più giovane di voi, avrò meno emendamenti alle spalle, ma qualcuno, questa volta, vi ha battuti sulla tecnica parlamentare. Tenetene conto e rispettate”, sillabava lui l’altro giorno in Aula, rivolto a Calderoli.
La leggerezza che sente a stare per una volta dalla parte del più forte, della maggioranza, e dunque alla fine nel giusto. “Non mi riconosco nella definizione di chi ha ucciso la democrazia”, dice infatti adesso Esposito, intervistato su Canale 5: “il mio emendamento ha avuto il grande pregio di semplificare la discussione”. La soddisfazione che si toglie a spiegare il costo del compromesso, stando finalmente dalla parte di chi dà le carte: “Se avessi potuto decidere da solo, la mia legge elettorale non sarebbe stata questa: ma in politica il compromesso non è un mostro, perciò devi accettare anche le condizioni degli altri, devi sporcarti le mani”, spiega grave.
 Qualcuno adesso in Parlamento lo paragona addirittura al Pachanga di Carlito’s Way, al beneficato che alla fine inopinatamente tradisce il suo benefattore, all’intoppo finale proprio quando i cattivi sembravano tutti sconfitti; gli hanno dato del “gatto nella biblioteca che aspetta il topo passare”; del “senatore dell'Alta velocità” che ha costruito “un tunnel che passa attraverso tutta la discussione parlamentare per sbucare dall'altra parte”. E, certo, non gli ha aumentato le simpatie nel partito, l’essersi “sporcato le mani” con l’Italicum renziano, proprio lui che da Giovane turco sarebbe corrente di minoranza, ha votato Cuperlo alle ultime primarie e diceva “Renzi vuol fare il premier” quando la frase suonava ancora come un’accusa infamante. Né gli ha giovato, per le quotazioni tra i dem, lo scivolone in cui s’è infilato proprio nel giorno in cui si votava il suo emendamento, definendo in una intervista “parassiti” i 29 della fazione Gotor, colpevoli di fare la minoranza o come direbbe Renzi “il partito nel partito”.
Non a caso sottointendono l’accusa di voltagabbana, coloro che oggi fanno notare come l’unica proposta di legge presentata da Esposito a prima firma , sia stata – all’opposto di adesso - una riforma del Porcellum che aveva come principio cardine: “Fuori dal parlamento i nominati”. Erano altri tempi, ribatte il senatore per difendersi, e poi attacca: “All’epoca molti miei colleghi guardavano alle preferenze come al male assoluto, anche Gotor criticò la mia proposta”. Insomma, le cose cambiano per tutti, argomenta Esposito che ieri fotografò il proprio voto per Prodi al Quirinale e oggi consiglia a Renzi di affrontare la faccenda del Colle “come un giocatore di poker”. Del resto, lui non è di quelli che vivono per farsi voler bene: la sua principale battaglia, come si accennava all’inizio, è da anni quella pro-Tav, che gli è costata lettere minatorie, molotov davanti alla porta di casa, obbligo della scorta. Al confronto, come impegno e conseguenze, la svolta da canguro di Palazzo è una passeggiata. (Espresso)

Nessun commento: