lunedì 14 aprile 2014

Sbanche!

Banche sui lavori all'Ilva. Chi rimborserà prestito?

Ilva e banche approfondiscono il piano industriale dell'azienda, quello che sará ufficializzato non appena il piano ambientale già approvato con Dpcm dal Consiglio dei ministri verrá pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale». Nei giorni scorsi ci sono giá stati due incontri con i rappresentanti degli istituti - Unicredit, Intesa San Paolo e Popolare di Milano - che stanno negoziando con l'Ilva. All'ultimo c'erano sia il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, che il sub commissario Edo Ronchi, che poi hanno incontrato anche il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti. Quello con le banche é stato un confronto approfondito che ha riguardato sia gli investimenti industriali che ambientali. La novitá é che le banche hanno dato mandato a Roland Berger, societá tedesca specializzata in consulenza nei business industriali, di verificare fattibilitá e soprattutto costi dei due piani Ilva.Stando a quando si é appreso, rimane in piedi la possibilitá che le banche eroghino all'Ilva un prestito ponte di circa 500 milioni di euro, così come sollecitato da Bondi per far fronte alla mole di lavori necessari nel siderurgico. Le banche, peró, chiedono chiarezza anche su chi e come sottoscriverá l'aumento di capitale. In sostanza, siccome l'ultima legge sull'Ilva, la numero 6 dello scorso 6 febbraio, prevede l'aumento di capitale finalizzato al risanamento ambientale dell'azienda, le banche vogliono sapere chi, dopo un'eventuale concessione del prestito ponte, si fará carico dell'impegno piú rilevante. Se sará ancora l'attuale proprietá dei Riva, soluzione indicata in prima battuta dalla legge, oppure altri investitori, considerate le manifestazioni di interesse avanzate nei confronti dell'azienda. Dal gruppo franco-indiano Arcelor-Mittal alla possibile cordata italiana lanciata come proposta da Marcegaglia.
Per le banche non é affatto secondario sapere quale assetto proprietario c'é nel futuro dell'Ilva considerato che nelle ultime settimane i costi del piano industriale sono passati da una previsione di 3 miliardi ad una di 4,3 miliardi e che l'orizzonte temporale del piano non si ferma piú al 2016 - anno in cui in base alla legge dovrá essere ultimata l'attuazione delle prescrizioni ambientali - ma arriva sino al 2020. In quella che puó considerarsi una sorta di seconda fase, i commissari dell'Ilva collocano infatti - per ora solo come scenario - la possibilitá di intensificare l'utilizzo del preridotto di ferro negli altiforni e nelle acciaierie passando dall'acquisto dall'estero, cosa che sta avvenendo da alcuni mesi, alla produzione a Taranto. Questo, ovviamente, richiede un investimento ad hoc. Ma richiede pure che la quota di acciaio col preridotto - sistema giá usato da altre aziende e che permette di ridurre ulteriormente le emissioni inquinanti - sia progressivamente aumentata e ci sia anche l'uso del gas al posto del carbon coke negli altiforni. In tal senso l'Ilva prevederebbe che la produzione di acciaio col preridotto debba attestarsi tra i 4 e 5 milioni di tonnellate annue, comprimendo quella fatta con l'agglomerato di minerali e il carbon coke, e che il gas destinato agli altiforni abbia un costo non superiore ai 23 centesimi per metro cubo. Questi due requisiti, nello scenario tracciato dall'Ilva, vengono giudicati fondamentali se, nella riconversione ecologica dell'azienda, si vuole passare dalla sperimentazione del preridotto di ferro - 2,5 milioni di tonnellate annue - ad un'utilizzazione maggiore, strutturale, con relativa produzione della materia a Taranto. Cosa che richiederebbe anche l’emissione di una nuova Aia.
Le banche hanno ascoltato con interesse il quadro esposto da Bondi e Ronchi sul futuro dell’Ilva, ma hanno appunto chiesto di sapere chi si fará carico del progetto e, quindi, chi saranno gli investitori. Sia le banche che Roland Berger sanno bene che il mandato di Bondi e Ronchi é a tempo determinato. Bondi, infatti, é stato nominato a giugno dell'anno scorso dal Governo e il suo incarico, stando alla legge 89 del 2013, quella che ha disposto il commissariamento dell'Ilva, non puó durare piú di 36 mesi salvo proroghe. La gestione commissariale, quindi, dovrebbe terminare a metá 2016, in parallelo col completamento dell'Aia. Che poi é la «missione» che era stata affidata dal Governo ai commissari mentre ora si delineano discorsi che vanno ben al di lá della sola Aia. Ma questo perché, come piú volte ha dichiarato il sub commissario Ronchi, strada facendo «ci siamo accorti che l'Ilva non ha solo bisogno di attuare le prescrizioni ambientali, ma deve anche intervenire nella manutenzione degli impianti, nell'innovazione e nella sicurezza sul lavoro. Solo cosí potremo farne una realtá industriale veramente competitiva oltreché sostenibile». D'altra parte, nell'aumento dei costi sino a poco piú di 4 miliardi, pesa anche la voce sicurezza sul lavoro, dove una societá incaricata dall'Ilva di «mappare» la situazione dello stabilimento, ha presentato un quadro di interventi da 6-700 milioni. Ed é proprio l'aumento dei costi che ora rende prudenti le banche nel confronto con l'Ilva e a porre con piú evidenza il problema di quale sará il futuro assetto proprietario dell'azienda. (GdM)

Taranto, la città burattina e le leggi fantasma

Ilva, Bonelli: esposto in procura su ritardo del Piano ambientale

"Lo scandalo del Piano ambientale Ilva scomparso e sconosciuto continua". Questa la denuncia del leader dei Verdi, e consigliere comunale a Taranto, Angelo Bonelli, il quale ha presentato un esposto all’autorità giudiziare per verificare eventuali omissioni.
"A distanza di un mese dalla 'presuntà approvazione del Piano ambientale nel consiglio dei ministri del 14 marzo, con  due settimane di ritardo dal termine di legge previsto per la presentazione (28 febbraio) – spiega Bonelli – non si ha traccia del Piano e nessuno ad oggi ne conosce i contenuti: queste ragioni, dopo aver inviato un esposto all’Unione Europea ho ritenuto opportuno inviare un esposto all’autorità giudiziaria affinchè apra un’indagine per verificare se dietro questo ritardo ci sia una precisa strategia omissiva con lo scopo di mettere, ancora una volta in secondo, Piano ambiente e salute".
"Come è possibile che un documento così importante, un Piano che secondo il governo dovrebbe ridurre l’inquinamento e ridurre l'impatto sanitario – osserva il leader del Sole che ride – non sia stato reso noto o dimenticato? Il ministro dell’Ambiente dice che il Piano è all’esame degli organi di controllo. Possibile che si impieghi tanto tempo nel controllarlo mentre si è stati tanto celeri ad approvare decreti Salva Ilva che violano le leggi in materia di inquinamento e salute e tanto lenti, anzi lentissimi quando si devono applicare misure ambientali?".
"Temo – conclude Bonelli – che la spiegazione di questa vergogna" che "rallenta la pubblicazione del Piano ambientale" serva "per dare più tempo alla presentazione del Piano industriale sul quale Bondi ha problemi per la questione del prestito ponte e del possibile intervento della Cassa depositi e prestiti su cui il governo sta lavorando"; infatti, "il Piano industriale va presentato entro 30 giorni dalla pubblicazione del Piano ambientale". (GdM)

La scoperta dell'acqua potabile (sprecata)

Acqua ad uso industriale, Amati: “Argomento a lungo sottovalutato”

“ACCORGERSI finalmente di un gravissimo problema è un grande risultato, a condizione che non si camuffi la realtà per ragioni politiche: sull’acqua del Sinni all’ILVA, la Regione Puglia combatte da quasi cinque anni un’accesa ‘battaglia’ per razionalizzarne l’uso, culminata con l’aumento per quattro volte delle tariffe – per generare la dissuasione sull’uso – e la successiva e vittoriosa controversia giudiziaria dinanzi ai giudici amministrativi.” Lo dichiara il Consigliere regionale Fabiano Amati, con riferimento alle dichiarazioni del coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale di Taranto Angelo Bonelli, apparse oggi su alcuni quotidiani regionali.
“Sulla vicenda delle acque prelevate da ILVA dal Sinni, sul tentativo di rendere funzionale l’utilizzo dell’impianto Gennarini-Bellavista per sostituire l’acqua potabile con l’acqua ultraffinata negli usi industriali, sull’impresa di convogliare le acque del Sinni risparmiate nella diga Pappadai, sull’aumento del costo industriale dell’acqua a carico di ILVA e di tutte le industrie che la utilizzano (a scopo dissuasivo) e sulla necessità che la Regione Basilicata si decida ad esigere finalmente da ILVA il pagamento del costo ambientale per l’acqua prelevata, è consistita l’attività quasi principale dell’Assessorato regionale ai Lavori pubblici dal 2009 al 2013.
Prima del 2009 la Regione Puglia e la politica nazionale, regionale e locale, non possedevano nemmeno le informazioni sulle quantità del prelievo e sui costi a carico degli utilizzatori. Allo stato, invece, la Regione Puglia ha ricostruito (ed anche storicamente) l’intera vicenda, ha puntualizzato le quantità utilizzate, sostituendosi a volte anche ad altri enti (EIPLI) e istituzioni (Regione Basilicata), ha imposto (a volte con fare “ricattatorio”) l’aumento delle tariffe dei costi industriali dell’acqua (e della componente ambientale) in sede di Comitato di coordinamento Puglia-Basilicata, ha resistito ai plurimi giudizi dinanzi ai giudici amministrativi promossi da ILVA e preteso l’inserimento dell’argomento nell’AIA del 2012.

La Chiesa dei fedeli

Taranto, «San Francesco» «Parte civile contro l’Ilva»

La decisione è presa. La chiesa San Francesco de Geronimo, quartiere Tamburi, rappresentata dal suo storico parroco, Don Nino Borsci, si costituirà parte civile nell’udienza preliminare, che si terrà il 19 giugno nella palestra dei Vigili del Fuoco, a carico dei 53 imputati, per il disastro ambientale dell’Ilva.
«Devo ancora nominare un legale di fiducia, ma non ho dubbi, il giorno dell’udienza preliminare la mia parrocchia ci sarà» aggiunge Don Nino, da sempre a guardia di un quartiere consumato e sporcato dai fumi dell’acciaieria. La chiesa compare tra le parti offese, la maggior parte, al momento, sono proprietari di case e immobili nel rione Tamburi, individuate dalla procura di Taranto, che hanno la possibilità quindi, di chiedere un risarcimento per il danno subito in virtù delle polveri che fuoriescono dalla fabbrica.
Don Nino – «ho scoperto per caso 3-4 mesi fa che c’era questa possibilità» - ha atteso per prendere una decisione, fino al giorno in cui ha ricevuto la notifica inviata dal Tribunale, avviso che viene consegnato alle parti offese proprio consentire loro l’eventuale costituzione di parte civile. La facciata della chiesa stata è rifatta due volte, negli ultimi vent’anni. «Ma continua a sporcarsi» aggiunge Don Nino, parroco di poche parole, ragionate, ma solide.
Con lui parlare di Ilva, inquinamento e disastro ambientale, vuol dire abbracciare tante tematiche, dalla paura di perdere il lavoro, ai terreni contaminati, fino al rischio sanitario per i bambini. Tutto si tiene nel suo ragionamento. Perché in tanti anni di vita nel rione più inquinamento d’Italia, tutto ha visto e tutto conosce: la miseria di alcune strade ma anche la forza dei giovani, molti figli di operai, che frequentano la sua parrocchia. «Ciò che inquina andava e va spento» dice chiaramente Don Nino con grande pragmatismo, riferendosi ad impianti come le cokerie. E’ la sua posizione, chiara e netta, che non esclude però la necessità di sostenere il lavoro.
«Anche se noto che gli operai avevano più paura prima, quando l’inchiesta è scoppiata – aggiunge ancora Don Nino –. Oggi forse vedono la chiusura più lontana, e quindi avvertono meno preoccupazione». Il dramma del quartiere però non si misura solo attorno agli operai o ai malati, ma anche nelle decisione ammnistrative prese e «non prese». «Non c’è stata e non c’è una forza politica capace di prendere decisioni serie – spiega –. Qui si è giocato sulla pelle delle persone, insultando l’intelligenza umana. A Taranto non c’è stato nessuno, sempre dal punto di vista politico, che abbia dettato legge nel rispetto della gente. Ma è possibile che parliamo di rigenerazione ambientale quando nel quartiere ci sono ancora le ordinanze che vietano ai bambini di giocare nei giardinetti?».
E’ vero anche che le ordinanze non sempre vengono rispettate. Don Nino ultimamente è stato a Cagliari per partecipare ad un convegno. «Tutti sono a conoscenza della situazione di Taranto – chiarisce – e tutti parlano di una città invivibile. Ma non è vero. Il nostro mare non è tutto inquinato, al contrario dovrebbero invidiarcelo. E non conoscono neanche il nostro Museo. Ma vogliamo farla una campagna massiccia e continuativa per promuoverci?»
Don Nino conosce tanti giovani tarantini che lavorano come camerieri nei ristoranti solo nel week-end, «se va bene». Prima erano impegnati dal lunedì alla domenica. Colpa della crisi, e di una città che non viene sostenuta. I ristoranti chiudono e i giovani emigrano. «Non dobbiamo sottacere i problemi. Ma dobbiamo dare a Taranto una nuova immagine. La gente deve restare e poter mangiare». Tutto si tiene. (Cavallaro - GdM)

domenica 13 aprile 2014

Questione di soldi

Ilva, “licenziamento illegittimo”. Ma per il giudice l’operaio non va reintegrato


Il licenziamento di Marco Zanframundo, ormai ex operaio del reparto Movimento Ferroviario (Mof) dell’Ilva è illegittimo. Lo ha stabilito il il giudice del lavoro di Taranto Sebastiano Gentile che, tuttavia, ha chiarito che non è stato un atto di ritorsione dell’azienda nei confronti dell’operaio “scomodo” e quindi, appellandosi alla riforma Fornero, non lo ha reintegrato. La sentenza emessa nelle scorse ore dal giudice Sebastiano Gentile, infatti, da un lato afferma con chiarezza che Zanframundo ha realmente commesso la violazione contestata dai suoi superiori cioè di non aver effettuato “la prova dei freni” necessari per avviare il mezzo, ma dall’altro lato ammette che Zanframundo quella mattina non aveva compiuto le prove semplicemente perché non lo aveva mai fatto. Insomma la pratica di sicurezza era stata sempre inosservata, ma nel caso di Zanframundo diventa per la prima volta di importanza tale da causare una misura disciplinare e poi un licenziamento.
Nelle sei pagine del provvedimento il magistrato scrive che il licenziamento è illegittimo, dato che la nuova riforma Fornero prevede che, per ritenere un licenziamento illegittimo, come in questo caso, la mancanza del dipendente sia “sanzionabile oggettivamente, ma non soggettivamente”. Tradotto dal burocratese significa che quella violazione è oggettivamente vera, ma non può essere contestata a quel dipendente per una serie di motivi. “Zanframaundo – scrive il magistrato – con notevole probabilità, versava in tale condizione psicologica, quando la mattina del 9 agosto 2013, non si è attenuto alle istruzioni circa la verifica dell’impianto frenante del treno”. A sostegno il magistrato cita tre elementi: “La difesa da subito, schiettamente e continuamente impostata nel senso che si trattava di un controllo non continuo, la mancanza di precedenti sanzioni irrogate dall’Ilva, lo scollamento – scrive soprattutto il giudice – rispetto al modello manualistico che può essersi verificato di fatto, in alcune manovre del trasporto ferroviario”. Insomma, in riferimento a quest’ultimo punto, il giudice ha chiarito che sulla carta c’è scritto qualcosa (controllare lo stato dei freni), ma nella realtà della fabbrica avviene altro (nessuno controlla i freni).
Insomma, formalmente, la sentenza condanna l’Ilva a pagare diciotto mensilità a titolo di risarcimento a Zanframundo e, grazie alla legge Fornero, non è tenuta a riassumerlo. Sulla base delle testimonianze e degli atti, quindi, non è stato possibile accertare l’intento persecutorio sostenuto dal difensore Mario Soggia nei confronti di un operaio e sindacalista del’unione sindacale di base (Usb) che nel reparto Mof, in particolare dopo la morte di Claudio Marsella, il 29enne schiacciato da locomotore il 30 ottobre 2012, aveva più denunciato la mancanza di misure di sicurezza all’interno della fabbrica.
“Me l’aspettavo – aveva raccontato Marco Zanframundo a ilfattoquotidiano.it all’indomani del licenziamento – le nostre denunce e i nostri comunicati hanno fatto troppo rumore e così hanno voluto punire uno di noi. Inoltre dicevamo da tempo che senza un intervento qualcuno di noi avrebbe pagato: è toccato a me. Pensa che nei bagni era scritto: qualcuno chiedeva a un mio compagno di ‘andare a piangere’ perché ritirassero il mio licenziamento e io non avevo ricevuto ancora nessuna lettera. E poi – prosegue il dirigente Usb – oramai in reparto ero isolato: alcuni colleghi evitavano anche il mio sguardo”. Dopo la morte di Claudio Marsella, Marco aveva chiesto anche di cambiare reparto. “Il mio capo reparto mi disse che per me non era il momento mentre per lui potrebbe addirittura scattare la promozione a capo area. Io sono stato quello che ha sofferto di più la morte di Claudio: noi non eravamo solo colleghi. Qualche giorno fa ho ritrovato una sua foto mentre tiene in braccio mio figlio”. I sindacati confederali non hanno detto una parola: “E che ti aspettavi? Abbiamo denunciato le loro complicità con l’azienda, figurati se venivano in mio aiuto”. Zanframundo, poco dopo, incontrò anche l’ex presidente del consiglio Enrico Letta che, secondo quanto riportato dall’usb agli organi di stampa, aveva espresso la preoccupazione per il fatto che “a Taranto stia passando tra i cittadini ed i lavoratori l’idea che se ti metti contro il ‘Sistema Ilva’ vieni punito” e si impegnò “a chiedere rassicurazioni al Commissario Enrico Bondi”. (Casula - FQ)

sabato 12 aprile 2014

Magia: il Piano c'è, ma non si vede!

Piano Ambientale Ilva: siamo alla farsa?


Il 14 marzo gli organi di informazione hanno dato notizia che il Consiglio dei Ministri aveva approvato il "Piano delle misure e delle attivita' di tutela ambientale e sanitaria" per l'Ilva di Taranto, fissando così le azioni e i tempi necessari per garantire il rispetto delle prescrizioni di legge e dell'A.I.A. rilasciata nel 2012.
Una approvazione avvenuta a ben due settimane dal termine previsto del 28 febbraio introdotto dall' ultimo decreto sull'Ilva convertito in legge il 6 febbraio 2014.
Siamo arrivati quasi a metà aprile e non c'è notizia della pubblicazione del Piano nella Gazzetta Ufficiale. In altri casi, anche riguardanti l'Ilva di Taranto, la pubblicazione e – quindi - la vigenza dei provvedimenti adottati è avvenuta in tempi brevissimi. In questo siamo arrivati a un mese e ancora non ce n'è traccia.
E' uno scandalo!
Anche perché il termine del 28 febbraio, non si può dimenticarlo, a sua volta risultava già prorogato -senza alcuna motivazione- di oltre tre mesi rispetto a quello originariamente previsto.
Senza Piano Ambientale non può esserci il Piano Industriale da cui, in concreto, dipende la possibilità di porre mano alla piena attuazione dell'AIA, da un lato, e alle più volte annunciate modifiche del ciclo produttivo dall'altro con il ridimensionamento dell'area a caldo e l'utilizzo di altre tecnologie produttive,'utilizzo del metano e del ferro preridotto, più rispettose per la salute e l'ambiente. Piano Industriale che dovrebbe (a questo punto il condizionale è d'obbligo!) essere adottato entro 30 giorni dalla pubblicazione del Piano Ambientale.
La versione del Piano Ambientale che abbiamo avuto modo di esaminare ci era sembrata di grande interesse; essa conteneva l'accoglimento, di fatto, di molte delle Osservazioni presentate da Legambiente e risultava di gran lunga migliorativa rispetto alla bozza presentata nel 2013. Volevamo – e vogliamo- verificare il testo definitivo per avere conferma che non ci siano state modifiche o stravolgimenti.
Ci chiediamo il perché di questo ingiustificabile ritardo nella effettiva adozione.
Quella di Taranto è una tragedia. A nessuno sia consentito trasformarla in farsa.(Legambiente)

venerdì 11 aprile 2014

Gli ingrati compagni di merende di un tempo

L'importanza dell'Ilva per l'Italia

Kuczynski
I banchieri fanno bene a gestire con prudenza i soldi raccolti dai risparmiatori. Una regola non sempre osservata nel nostro Paese. Fanno bene anche a invocare, nei conciliaboli privati, l'intervento dell'azionista: li vada a chiedere ai Riva, Bondi, i soldi. Perfetto. Nessuno ha mai pensato che l'Ilva dovesse essere scaricata sul sistema del credito. I banchieri non fanno bene, invece, a trascurare il profilo strategico che l'Ilva ha per l'economia italiana. E, soprattutto, fanno male a sottovalutare la caratura sociale e giudiziaria che ha questo caso.
Non si tratta mica di un grande gruppo industriale che ha sbagliato una diversificazione o di una piccola impresa finita in asfissia. L'Ilva è il più grosso affaire – fra capitale e lavoro, diritto e impresa – che si sia verificato nella nostra storia. I banchieri italiani hanno, negli ultimi quindici anni, mostrato una abilità particolare nel finanziare gli imprenditori senza troppe garanzie. E potrebbe essere stato anche il caso dei Riva. Vero? Era il capitalismo di relazione, bellezza. Perfetto. Ora, però, le cose sono diverse. La ritrosia a sostenere adeguatamente anche la finanza di impresa dell'Ilva – nell'epoca del commissariamento – sembra non tenere conto di due cose: non solo il suo carattere strategico, ma anche il quadro di "tutela" statale in cui essa è inserita. Ognuno ha le sue idee sui magistrati di Taranto. Sui Riva. Su Bondi. Tutti ricordino però che l'Ilva, nel suo complesso, è una impresa commissariata dallo Stato italiano. Che non sarà un granché. Ma è pur sempre il nostro Stato. (Paolo Bricco - Sole24h)

Quanti "tesori" nasconde l'area industriale?

Taranto, trovate sostanze bituminose nei terreni vicino a discarica Ilva

Cosa c’è sotto i terreni tra Taranto e Statte?
Il video è stato girato a pochi metri dai cancelli della discarica dell’Ilva “Mater Gratiae” da Peacelink, l’associazione ambientalista tarantina, che nei giorni scorsi ha inviato il materiale raccolto ad un laboratorio, a breve, dovrebbe fornire gli esiti delle analisi. Dalle immagini emerge chiaramente come dal terreno affiori una sostanza gommosa di colore scuro che sembra verosimilmente catrame. Non solo. A pochi metri di distanza, c’è anche un cumulo di materiale di risulta apparentemente di natura industriale. Anche questo video è finito nel dossier depositato alla procura della Repubblica di Taranto e ai vertici di Bruxelles dove si trovano in questi giorni rappresentanti dell’associazione per incontrare Janez Potocnik, commissario europeo per l’Ambiente. (Francesco Casula - FQ)

giovedì 10 aprile 2014

In casa del malato

E’ iniziata ieri la XVIII Riunione Scientifica Annuale AIRTUM che durerà sino a domani.


E’ proprio Taranto quest’anno ad aprire i lavori della XVIII riunione scientifica annuale dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM). Un evento scientifico a carattere nazionale della durata di tre giorni, che conta la presenza di tantissimi medici, ricercatori e personale sanitario proveniente da ogni parte d’Italia, e che funge da aggiornamento professionale per quanti ne hanno preso parte. Il convegno prevede una serie di interventi da parte di studiosi di grande valore nazionale e internazionale. La scelta di tenere l’incontro a Taranto rappresenta un riconoscimento dei risultati raggiunti dall’intera Rete del Registro Tumori Puglia che in pochi anni ha visto la presenza del registro tumori in tutte le ASL locali, portando così quelli di Taranto e Lecce all’accreditamento. Si parla di ‘numeri’, e a Taranto fa molto male sentire parlare di numeri, perché dietro quei numeri ci sono reparti di oncologia strapieni, ci sono bambini. C’era il bivio ‘lavoro-salute’: c’era, perché i tarantini non possono più scegliere. Lo dicono i numeri, quelli del cancro. Lo dice anche Pietro Comba, dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma, che quella di Taranto è una situazione reale di emergenza ambientale e sanitaria, e questo lo sappiamo già da diversi anni, perché gli studi scientifici su ambiente e salute, a Taranto hanno una lunga storia, e questa è una città nella quale alcune patologie, sia tumorali (come tumore ai polmoni o della pleura) che non tumorali (patologie delle vie aeree), hanno un’incidenza e in alcuni casi una mortalità più elevata rispetto alla popolazione della Puglia nel suo complesso: “questo è spiegato dalla quantità e qualità delle immissioni del polo industriale. Il quadro è abbastanza ben definito dal punto di vista scientifico” spiega Comba, ricordando la legge numero 6 del 6 febbraio 2014, con la quale il Parlamento ha approvato un intervento straordinario proprio per la popolazione tarantina, il quale prevede una facilitazione dei percorsi diagnostici e terapeutici delle malattie che possono essere causate dalla contaminazione ambientale, e l’Istituto Superiore di Sanità con la Regione Puglia, in particolare con il dipartimento di prevenzione della ASL di Taranto, così come spiega Comba, hanno insieme un mese di tempo, per mettere a punto il piano di questo intervento. Quando si parla di disastro ambientale, soprattutto in una città come Taranto, che importanza assume un registro tumori? Sicuramente, sempre a dire di Comba, la finalità principale è quella di misurare il carico di patologia tumorale di queste aree, rifacendosi allo storico esempio di Chernobyl, e sottolineando che i registri hanno contribuito a chiarire nel tempo, a seconda della durata e della latenza della malattia, in che misura determinate emergenze ambientali hanno causato casi di tumori. Insomma, una risorsa fondamentale il registro tumori a detta della comunità scientifica che ieri mattina presso l’ex Caserma Rossarol, ora sede del Polo Universitario Ionico, ha aperto i lavori con un seminario satellite dal titolo ‘Ambiente e salute: uso dei dati dei Registri Tumori’ al quale nel pomeriggio è seguito un convegno presieduto dalle autorità Istituzionali e rappresentanze mediche del territorio. Il seminario, introdotto da una lettura a cura del presidente AIOM Cascinu, ha visto l’intervento dei due epidemiologi incaricati dal Giudice Patrizia Todisco, per i rilievi scientifici afferenti il caso Ilva, ovvero Annibale Biggeri e Francesco Forastiere, i quali hanno parlato rispettivamente, di aspetti metodologici nell’analisi del profilo di salute dei residenti nei siti d’interesse nazionale per l bonifica, e lo studio di coorte residenziale nella valutazione dei rischi ambientali. Nel suo discorso di apertura Cascinu, afferma che bisogna ragionare su cosa investire in termini di screening, ribadendo l’importanza fondamentale del registro tumori, per comprendere al meglio le fasce d’età colpite, quale tipo di tumore è più frequente, il tutto per capire come meglio agire in termini di prevenzione e di screening; ma soprattutto, per definire se l’attesa di vita in una determinata area, è stabilità da fattori biologici o fattori ambientali. Francesco Forastiere, del dipartimento di epidemiologia SSR Lazio, spiega nella sua esposizione su cosa si basano gli studi di coorte di popolazione, ovvero sulla ricostruzione della storia anagrafica di tutti gli individui residenti, il loro successivo follow-up, la verifica di mortalità, ricoveri ospedalieri, incidenza dei tumori, e il computo dei tassi assoluti e relativi di frequenza di malattia e di mortalità. Da quanto spiega, nell’area di Taranto, dal 1995 al 2002, su un numero di mortalità di circa 7000 uomini, 2029 sono deceduti a causa di un tumore. Per quanto riguarda le recenti pubblicazioni, sono stati resi noti per Taranto e provincia, i dati relativi al triennio 2006-2008, dai quali si apprende che in questo lasso di

©Elena Ricci©Elena Ricci

tempo, sono stati circa 8800 i nuovi casi di tumore che hanno interessato gli uomini per il 55% e le donne per il 45%. Tra i tumori più frequenti negli uomini risultano quelli del polmone, della prostata , vescica, colon e retto e fegato; mentre per le donne, il tumore della mammella, del colon e del retto, tiroide, corpo dell’utero e ovaio. In termini di mortalità, sempre in riferimento al triennio 2006-2008, i numeri parlano di 4.112 decessi, dei quali 2.339 sono uomini e 1.713 donne. I dati fino al 2008, confrontati con quelli nazionali, mostrano tassi di incidenza inferiori rispetto alla media nazionale. Se consideriamo però la patologia tumorale a livello polmonare e vescicale nel sesso maschile, l’impatto risulta superiore alla media sia a livello nazionale che a livello meridionale, a differenza dell’impatto relativo al sesso femminile, che risulta nettamente inferiore. Tutto questo, come si apprende dalla sintesi dei risultati pubblicata sul rapporto tumori della provincia di Taranto, a conferma di possibili nessi causali tra la patologia e l’aver lavorato nel settore industriale. Ulteriore conferma a quanto detto, è anche la bassa incidenza, sempre per quanto riguarda Taranto e provincia, di tumori legati ad abitudini alimentari. Superiore invece, nell’area meridionale, i tumori della mammella, collo, utero e ovaio. L’incidenza elevata di queste forme tumorali è dovuta anche al ritardo con il quale nell’area di Taranto si stanno consolidando le misure di prevenzione. Infine, sempre da un analisi dei dati, posti a confronto con i restanti registri del sud Italia, emerge tramite il la distribuzione del TSD (tasso standardizzato diretto) che la maggiore incidenza di tumori è concentrata nel comune di Taranto, rispetto ai comuni della provincia. Ovviamente l’incidenza dei tumori è un argomento che riguarda tutta Italia, e che abbraccia fattori di diversa natura. Taranto è una città che sente particolarmente il problema, soffocata dai fumi dell’Ilva, fattore che se non unico, perlomeno è il principale.


I numeri del cancro in Italia
2013

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Rapporto AIRTUM 2013 -Tumori multipli

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Indice del volume

Registro Tumori: i numeri della vergogna 

Emergenza ambientale e sanitaria. Tutto certificato, con numeri, dati e statistiche. Non si tratta di isolati allarmismi ma di un quadro scientifico tracciato durante la “XVIII Riunione Scientifica annuale dell’Associazione Italiana Registri Tumori per l’anno 2014”. Convegno tenutosi a Taranto, non a caso. Rimbomba nella sede dell’Università in Città Vecchia la voce scientifica del rapporto 2013 che si focalizza nel triennio 2006-2008: in provincia di Taranto ci sono stati 8.762 nuovi casi di tumore, esclusi quelli alla pelle e alla vescica non maligni, dei quali 4 mila 866 tra i maschi pari al 55% del totale e 3 mila 945 tra le femmine, pari al 45%. E se nei Comuni della Provincia le cifre sono lievemente superiori al resto del Mezzogiorno ma inferiori rispetto ad alcune regioni settentrionali, il buco nero si concentra nella città di Taranto. In particolare, la lente d’ingrandimento dell’Airtum si focalizza su alcune zone: Borgo, Città Vecchia e Tamburi. I tassi di incidenza specifici per età assumono un valore massimo nei soggetti con età compresa tra 75 e 84 anni nei maschi e oltre i 75 anni nelle donne, con tassi superiori a 3 casi ogni 100 abitanti tra gli uomini e 1,5 tra le donne. I tumori in età pediatrica costituiscono lo 0,7% di tutti i tumori rilevati nel territorio. I tumori più frequenti nel sesso maschile sono stati quelli del polmone (16,6%), prostata (16,1%), vescica (13,3%) colon (11,1%) e fegato (4,9%). Nelle donne, in questa triste classifica al primo posto c’è il tumore della mammella (28,7%), colon (12,6%), tiroide (7,8%), corpo dell’utero (5,3%) e ovaio (3,6%). Sulla base di questi dati, si stima che il rischio di ammalarsi di cancro nel corso della vita, per i residenti nell’Asl di Taranto, sia pari al 30,5% tra gli uomini e al 22,5% tra le donne. Traducendo, un uomo su tre e una donna su cinque. I decessi per tumore maligno nel triennio 2006-2008 sono stati invece 4 mila 112, dei quali 2 mila 339 (58%) tra gli uomini e mille 713 tra le donne. La causa più frequente tra i maschi è il tumore al polmone con un tasso di mortalità del 29,3% per causa oncologica. Subito dopo prostata (8,2%) e colon (7,6%). Tra le donne, invece, il cancro alla mammella è la causa di mortalità principale con il 17,3% e successivamente colon (11,4%) e fegato/polmone (7,4%). Le conclusioni dell’Asl ribadiscono come, considerando i dati di tutti i registri tumori italiani, il numero dei nuovi casi nella provincia di Taranto è risultato inferiore all’atteso del 7% per gli uomini e del 5% per le donne. Un risultato in tendenza con il “minor rischio” riscontrato a livello meridionale. Va anche sottolineata la relativa bassa incidenza di alcuni tumori più comunemente correlabili con le attitudini alimentari, come i tumori allo stomaco. Solo per determinati tumori – tiroide, mesotelioma, vescica nel sesso maschile e leucemia nel sesso femminile – sono stati evidenziati tassi significativamente superiori rispetto alla media nazionale. Queste considerazioni, come già sottolineato, si basano sui numeri della Provincia. Taranto città, purtroppo, è un caso a parte. Negativo, purtroppo, ma non sorprende. Questa la lista nera in cui Taranto ha una maggiore incidenza: fegato, polmone, mesotelioma, melanoma cutaneo, mammella, cervice uterina e rene per entrambi i sessi, vescica negli uomini e linfoma non hodgkin nelle donne.
A.Pignatelli- Segnourbano

Si torna sui Sentieri buoni!

Sanita': via libera aggiornamento 'studio Sentieri' a Taranto

Una nuova e piu' analitica lettura sull'incidenza dei tumori nell'area di Taranto e sul loro collegamento all'inquinamento verrà dall'aggiornamento dello studio "Sentieri" da parte dell'Istituto superiore di sanità.
  L'aggiornamento e' infatti una delle misure contenute nella nuova legge su Ilva-Terra dei Fuochi insieme alla previsione di 50 milioni di euro per gli screening sanitari gratuiti nei confronti della popolazione esposta residente nelle due aree territoriali. Il via libera all'aggiornamento e' venuto dal ministero della Salute di concerto con quelli delle Politiche agricole e dell'Ambiente. Quando nell'ottobre 2012 furono resi noti i dati dello studio "Sentieri" relativi al periodo 2003-2009, emerse fra l'altro che a Taranto, rispetto al resto della Puglia, si contava un 20 per cento in piu' di casi di mortalit? di bambini, 10 per cento in piu' di uomini e 7 per cento in piu' ei donne. Per quanto riguarda poi i decessi dovuti a tumori, Taranto, sempre secondo lo studio "Sentieri", registrava un 12 per cento di casi in piu' per le donne e un 11 per cento in piu' per gli uomini rispetto alla media Puglia, con un incremento a tre cifre (145 per cento) per il mesotelioma della pleura, il cancro che si contrae per la prolungata esposizione all'amianto.
Quando questi dati furono diffusi a Taranto dall'Istituto superiore di sanità - presente l'allora ministro Renato Balduzzi - suscitarono molto clamore anche perché si era nel pieno della vicenda Ilva, con lo scontro tra Magistratura tarantina e azienda sulla nocivit? degli impianti dell'area a caldo. Di li' a poco, infatti, vedranno la luce sia la rivisitazione dell'Autorizzazione integrata ambientale all'Ilva, con una serie di prescrizioni per cokerie, altiforni e acciaierie, che la prima legge sull'azienda, la 231 del 2012, finalizzata a mantenerne la produzione ma in un'ottica di risanamento degli impianti. Un anno e mezzo dopo non ci sono dati nuovi sui tumori proprio perche', come annunciato nel convegno dell'Airtum, sono in fase di elaborazione, pero' una serie di azioni dell'Aia, finalizzate a ridurre le emissioni, sono state avviate dall'Ilva - l'azienda ha infatti comunicato che sono attivi 40 cantieri con 60 aziende e 800 addetti -. Dal canto suo, l'Arpa Puglia fa sapere, che in virtu' della ridotta attivit? dello stabilimento, la qualit? dell'aria a Taranto, soprattutto nel rione Tamburi il piu' vicino agli impianti, e' migliorata. Si sono drasticamente ridotte infatti le emissioni di diossina e benzoapirene, sostanza, quest'ultima, che puo' provocare il cancro. Sull'Aia, pero', ha ricordato l'Arpa, resta un rischio sanitario residuo, nel senso che nel 2016, ad interventi di bonifica completati nell'Ilva, una quota della popolazione tarantina potr? comunque ammalarsi e contrarre il tumore. Questa quota viene definita inaccettabile dall'Arpa Puglia che ha colto l'occasione del convegno Airtum di Taranto per denunciare come sia un errore, in Italia, separare la valutazione di danno sanitario da quella di compatibilit? ambientale ogni qualvolta si istruisce l'Aia per un impianto o un'azienda. L'Arpa rilancia quindi il modello americano dove le due valutazioni procedono di pari passo. (AGI) .

mercoledì 9 aprile 2014

Finite le vacche grasse, scontro sulle briciole

Taranto: gravi le parole del sindaco, confindustria replica  

Chiudere l’area a caldo della grande fabbrica sarebbe secondo il sindaco di Taranto la via di uscita ideale di tutta la complessa e delicata questione ambientale, sociale, produttiva ed occupazionale dell’Ilva di Taranto, divenuta non a caso una vertenza nazionale proprio perché assume risvolti di abnorme portata. E’ quanto il primo cittadino ha dichiarato ai giornalisti nel corso di un forum tenuto al “Corriere del Mezzogiorno” di Puglia, in cui peraltro parla anche dei beni archeologici, della rigenerazione del centro storico, del borgo e dei rapporti col governo centrale. Si tratta, a parere di Confindustria Taranto, di dichiarazioni estremamente gravi e destabilizzanti in una fase delicatissima– che dura da oramai due anni – in cui la città sta faticosamente tentando di ricostruire, mantenere e realizzare il complesso e difficile connubio fra ambiente e lavoro che lo stesso sindaco antepone da sempre a tutte le argomentazioni sulla vicenda Ilva. Ancor più grave è la sua ammissione circa l’aver votato per la chiusura dell’area a caldo in sede di referendum, che evidenzia chiaramente un preoccupante “scollegamento” fra il volere del primo cittadino e quanto invece la comunità richiede e continua a richiedere. Non è giustificabile un approccio perennemente discontinuo, estemporaneo e approssimato su problemi così grandi e vitali per la città. Non è accettabile che tale approccio arrivi dal sindaco, che dovrebbe reggere le sorti di una città complessa come Taranto con una guida autorevole, una linea politica definita e riconosciuta e azioni conformi e rispondenti alla linea tracciata. Ci spiace sottolineare come sia proprio quest’ultimo il punto nodale – e mancante - che continuiamo a riscontrare nell’attuale amministrazione cittadina:manca una linea politica chiara e definita sui grandi temi che attengono il futuro della città; manca una visione strategica e d’assieme che ne sostenga i propositi e le azioni conseguenti; manca soprattutto una reale connessione fra ciò che si dice e ciò che si attua realmente sul territorio. Quanto il primo cittadino dichiara sulla questione Ilva, infatti, è sconcertante soprattutto sul piano dell’assunzione delle responsabilità. Quando conferma di non aver mai incontrato il commissario Bondi (e chi, se non lui, avrebbe dovuto farlo?) e quando attribuisce ad altri (“gli esperti”) la valutazione positiva circa la chiusura delle cockerie, sottraendosi dall’obbligo di assunzione di impegni istituzionali, il sindaco Stefano sembra più voler adottare una linea auto difensiva a tutela della personale vicenda giudiziaria che una reale tutela degli interessi della città. E’ altrettanto spiacevole constatare, oltre alle dichiarazioni sulla questione ambientale, come il primo cittadino affidi alle pagine di un giornale quanto avrebbe potuto dichiarare – o far dichiarare a qualcun altro in sua vece – al recente convegno di Confindustria sulla rigenerazione della città vecchia, in cui era ancora una volta – sia pur giustificato – assente. Nel merito, il sindaco Stefano attribuisce l’impossibilità di realizzare il modello di risanamento già sperimentato a Napoli trincerandosi dietro il parere negativo di fantomatici e già più volte richiamati “tecnici ed esperti”, così come peraltro attribuisce ad “esperti” il parere negativo sugli espropri. E lecito chiedersi, a questo punto: se il complesso tema della rigenerazione del centro storico viene affidato al parere dei tecnici, la politica – detto in parole povere - cosa sta a fare? Qual è il ruolo del sindaco e dei suoi assessori? Dove e quali sono le sbandierate politiche di risanamento dell’amministrazione? Di tutto questo il sindaco non fa menzione alcuna (e tantomeno “manda a dire”) all’interno dei contesti deputati al dibattito ed alla ricerca di soluzioni condivise, come, appunto, il convegno sulla rigenerazione del borgo antico organizzato da Confindustria, in cui - alla reiterata richiesta di progetti e proposte realizzabili e finanziabili da parte dell’assessore Barbanente, relatrice ai lavori – e quindi di un disegno strategico poderoso, condiviso e corale da parte di tutti gli attori territoriali, Comune in primis, ha fatto da contraltare, da parte dell’amministrazione cittadina, una debole elencazione di cose fatte ma al contempo la totale assenza di linee strategiche chiare e definite per la città vecchia. E’ lo stesso copione che rimanda ad altre questioni fondamentali per il futuro assetto della città, come il piano Cimino, in cui l’amministrazione “decide di non decidere” . Ed è un copione che la città non può più permettersi: se Taranto, come ha dichiarato il sindaco mutuando le parole del premier Renzi, deve diventare “un modello da seguire”, vorremmo almeno capire a quale modello stiamo guardando, e soprattutto cosa il Comune sta realmente facendo per adottarlo e renderlo compatibile con la nostra realtà. (agenparl)

martedì 8 aprile 2014

Acque torbide al porto

Porto di Taranto, il Consiglio di Stato blocca di nuovo i lavori 

Nuovamente bloccato l'avvio del cantiere nel porto di Taranto per l'adeguamento del molo polisettoriale dove è ubicato il terminal container gestito da Evergreen ed Hutchison attraverso la società Tct. Il Consiglio di Stato ha sospeso l'assegnazione dei lavori al consorzio di imprese che se li è aggiudicati a novembre - Cantieri costruzioni cemento, Icotekne e Salvatore Matarrese - e che appena il 3 aprile scorso, insieme all'Autorità portuale di Taranto, aveva ottenuto il via libera dal Tar di Lecce. Quest'ultimo, infatti, aveva respinto il ricorso finalizzato ad invalidare l'assegnazione presentato dal consorzio stabile Grandi Lavori classificatosi al secondo posto nella graduatoria. Sconfitto al Tar, il consorzio stabile Grandi Lavori ha però immediatamente impugnato il dispositivo dei giudici - non sono state ancora depositate le motivazioni del 3 aprile - e presentato appello al Consiglio di Stato che immediatamente gli ha concesso la sospensiva e fissato al 6 maggio l'udienza di merito. Bene che vada, quindi, almeno un altro mese di blocco per la partenza di una delle opere più importanti per l'ammodernamento del terminal container, ovvero l'ampliamento e la riqualificazione della banchina del molo polisettoriale.

È oltre un anno che questo cantiere non riesce a partire. Prima l'opposizione, anch'essa al Tar, di un'altra impresa - terminal rinfuse - ubicata sulla stessa banchina, per niente propensa a trasferirsi in un'altra area del porto (ma in extremis l'accordo con l'Autorità portuale è stato trovato); poi la complessità delle procedure tecniche e amministrative che solo a novembre hanno portato l'Authority ad assegnare per 64 milioni di euro i lavori al raggruppamento tra Cantieri costruzioni cemento, Icotekne e Salvatore Matarrese; quindi, a gennaio, l'opposizione al Tar da parte del consorzio classificatosi secondo che ha poi ottenuto la sospensiva; ancora, l'udienza al Tar fissata per il 5 marzo, e poi aggiornata al 2 aprile per lo sciopero degli avvocati. Il 3 aprile arriva il verdetto del Tar di Lecce che conferma la legittimità dell'appalto così come l'aveva assegnato l'Autorità portuale di Taranto, arrivano anche i commenti positivi del sindaco, Ezio Stefáno, e della giunta comunale che finalmente vedono una schiarita, ma a strettissimo giro giunge pure la doccia fredda del Consiglio di Stato che ferma di nuovo tutto.
«Pensavamo alla possibilità di un ulteriore ricorso ma non così immediato», dicono dall'Autorità portuale. E aggiungono: «È chiaro che sino alla camera di consiglio del 6 maggio tutto si blocca. Non possiamo fare assolutamente nulla. Inoltre, dobbiamo anche controllare attentamente tutta la documentazione delle imprese che partecipano agli appalti. Sono documenti - dall'Agenzia delle entrate alla Procura - che chiede l'Authority, che hanno una scadenza temporale e se nel frattempo alcuni di essi dovessero scadere, bisogna rifare tutto daccapo».

Ma l'aspetto più importante è capire quale sarà, a questo punto, la reazione degli azionisti di Tct. In ballo è anche la proroga della cassa integrazione straordinaria sino a fine 2015 per 500 addetti della società del terminal container. Preoccupata per la piega che la vicenda dei lavori stava prendendo, già tempo fa Tct ha minacciato di abbandonare il porto di Taranto perché non più competitivo tant'è che ha trasferito alcune linee al Pireo. In seguito, Tct è stata persuasa a restare a Taranto dietro l'impegno di ministeri, Regione Puglia e Authority che i lavori necessari all'area del terminal - oltre all'ammodernamento della banchina ci sono anche i dragaggi - si sarebbero fatti. A giugno 2012 fu quindi firmato un accordo generale nel quale Tct assicurò anche degli investimenti e si traguardò a fine 2014 la conclusione degli interventi per le infrastrutture. L'anno scorso, però, ci si è accorti che, tra ritardi e problemi vari, difficilmente la scadenza di fine 2014 sarebbe stata rispettata. E così l'accordo fu posticipato di un anno: fine 2015. Tappa che ora sembra in bilico. Nessuno, infatti, aveva probabilmente messo in conto che sul primo appalto assegnato si sarebbe scatenata una battaglia legale col risultato che un cantiere che l'Authority avrebbe voluto far partire ai primi di febbraio è costretto a rinviare la sua apertura. L'Authority, intanto, sta completando l'esame del progetto per i dragaggi - nella zona antistante la banchina bisogna portare i fondali ad una profondità di 16,50 metri - e intende lanciare tra aprile e maggio il bando per la gara d'appalto. Ma chissà se quest'altro appalto, dell'importo di un'ottantina di milioni, avrà miglior fortuna del precedente. (Sole24h)

lunedì 7 aprile 2014

Si copre l'OMO?

Sono oltre 40 i cantieri avviati dall'Ilva nello stabilimento di Taranto in ottemperanza alle prescrizioni Aia: lo riferisce la stessa azienda annunciando l'avvio del cantiere per la copertura del parco secondario 'Omo' (acronimo di omogeneizzato, frutto della miscela di più minerali). L'azienda spiega che questi cantieri "segnano il cambiamento in atto nello stabilimento di Taranto sottoposto a commissariamento straordinario''. Commissariamento che rimane: il Tar del Lazio, infatti, ha deciso che non ci sono motivi per sospendere il provvedimento con il quale a gennaio è stato confermato il decreto di commissariamento dell'Ilva e quindi ha respinto la nuova richiesta di sospensione del decreto, proposta dal Comitato ambientalista 'Taranto Futura', già promotore del referendum sulla chiusura dell'Ilva.
Complessivamente i cantieri, riferisce l'Ilva, coinvolgono giornalmente nell'impianto siderurgico oltre 800 persone dipendenti delle circa 60 aziende appaltatrici che hanno ricevuto gli incarichi tramite procedure di gara avviate dal commissario straordinario dell'Ilva, Enrico Bondi. Tra i cantieri attualmente operativi, l'azienda ricorda quelli per i nastri trasportatori ("oltre 20 imprese hanno già completato la copertura di circa 21 chilometri, pari a oltre il 35% del totale"), la copertura di edifici ("otto progetti completati, mentre sette sono in corso d'opera, su un totale di 19") e gli altoforni ("in corso il rifacimento dell'altoforno Afo1 e l'installazione degli impianti di depolverizzazione dell'Afo2"). E ancora i cantieri per le cokerie ("in completamento il rifacimento della batteria 9"), le Linee di agglomerazione ("lavori all'impianto di filtrazione dei gas di processo, di depolverizzazione ambientale e installazione di cappe sul macchinario di processo") e le acciaierie ("chiusura dei fabbricati per le desolforazioni e impianti per la filtrazione delle emissioni secondarie dai convertitori dell'Acciaieria 1"). Inoltre, sono in corso le Conferenze dei servizi per l'autorizzazione dei parchi principali (minerali e fossile) e del parco loppa. (ANSA)

E marcia, ancora, fu!

Ilva di Taranto, in migliaia alla marcia per la salute e l’ambiente

Ilva di Taranto: in migliaia ieri hanno partecipato alla marcia su salute e ambiente.
Un percorso che, a piedi, ha collegato la biopiazza di Statte al capoluogo tarantino.
Al corteo - al quale secondo fonti della Questura avrebbero partecipato circa 3mila-3.500 persone, secondo le associazioni ambientaliste 4mila-4.500 e secondo i Verdi 7mila - hanno aderito 99 associazioni di diverse regioni italiane, alcuni rappresentanti di movimenti politici, artisti e giornalisti. Tutti mobilitati nel segno di un unico motto "Se puoi sognarlo, puoi farlo", per tentare di non spegnere l'attenzione sull'emergenza ambientale e sanitaria a Taranto e nelle province limitrofe.
Una marcia, quella che si è svolta ieri mattina, pacifica, silenziosa, che ha calpestato quella grande area annientata dalla diossina e oggi interdetta persino al pascolo. Per 5 chilometri, quelle migliaia di gambe si sono mosse su quel terreno messo in ginocchio dall'acciaio, dove si muore più di tumore e dove la catena alimentare è evidentemente compromessa.
La marcia è partita dalla biopiazza di Statte ed è arrivata sotto al camino E-312 dell'Ilva, alto 212 metri, la maggiore fonte della diossina a Taranto. Si è poi conclusa con gli interventi dal palco allestito con le ciminiere del Siderurgico sullo sfondo e, tra gli altri, hanno preso la parola i rappresentanti delle delegazioni dei No-triv della Basilicata, del Comitato No carbone di Brindisi, di Salerno, di Trieste, di Polignano a mare e della California.
IL TRIANGOLO NO - Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è ormai noto come il "triangolo della diossina". Le analisi sono state effettuate dall'Istituto Zooprofilattico di Teramo, dopo alcuni prelievi svolti dall'Asl su un allevamento di Massafra.
Preoccupante è la contaminazione che si passa da generazione a generazione: tramite l'allattamento ai loro vitellini, infatti, le mucche trasmettono la diossina determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Questo rischia di distruggere il mercato non solo del latte, ma anche delle mozzarelle e dei formaggi di mucca locali (e della carne stessa!).
Quanto ai cittadini, già in precedenza si erano registrati dati relativi al possibile legame tra l'Ilva e le condizioni di malessere dei cittadini, a partire dal piombo individuato nel sangue e nelle urine di adulti e bambini e dal basso tasso di fertilità delle donne tarantine. (Greenme)

domenica 6 aprile 2014

E seme fu, mentre Taranto marcia per l'ambiente!

ph. Francesca Rana

ph. A. Congedo
“Per noi è una giornata di festa, finalmente si ricomincia”. Vincenzo Fornaro non nasconde il suo entusiasmo mentre è in corso un evento dal grande valore simbolico: la semina della canapa su tre ettari di terreno. Protagonista di questa storia di riscatto è la masseria Carmine, reduce da anni dolorosi a causa dell’abbattimento di circa 600 capi di bestiame contaminati da pcb e diossine provenienti dall’Ilva.
La semina è avvenuta sotto un cielo nuvoloso, che ha offerto anche qualche goccia di pioggia  (noi vogliamo interpretarla come una benedizione),  davanti agli occhi di un folto gruppo di cittadini sensibili alle tematiche ambientali e felici di poter condividere con la famiglia Fornaro l’inizio di questa nuova sfida.
Si punta sulla canapa, una pianta che ha proprietà disinquinanti e molteplici utilizzi: dalla bioedilizia al tessile, senza dimenticare l’uso alimentare e farmaceutico. Il primo raccolto è previsto a settembre. Poi, in base ai risultati delle analisi che si faranno sul prodotto ottenuto, si deciderà su cosa orientarsi. Ma quello di oggi non è stato solo il primo passo di un nuovo cammino. Ha rappresentato anche un’inedita occasione per ritrovare il sorriso. Ed è soprattutto di occasioni come queste che i tarantini hanno bisogno.
Alessandra Congedo

sabato 5 aprile 2014

E parliamone!


Tumori, un convegno importante a Taranto

Il Registro Tumori ASL Taranto – sezione provinciale del Registro Tumori Puglia – è stato scelto dall’AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori) quale Registro incaricato di organizzare la XVIII Riunione Scientifica annuale per l’anno 2014. La Riunione Scientifica, che si svolgerà a Taranto il prossimo 9-11 aprile, vedrà riuniti una serie di relatori di valore nazionale e internazionale, i quali discuteranno i temi di interesse finalizzati all’accrescimento scientifico degli operatori dei circa 40 Registri Tumori accreditati nazionali.
L’evento scientifico, oltre a rappresentare un’importante occasione di formazione per il personale sanitario nazionale e regionale impegnati, rappresenta un degno riconoscimento dei risultati raggiunti dall’intera Rete del Registro Tumori Puglia che in pochi anni ha visto sviluppare l’attività di registrazione in tutte le AA.SS.LL. regionali portando già all’accreditamento quelli di Taranto e Lecce. Nella giornata inaugurale il convegno sarà preceduto da un seminario satellite dal titolo: “Ambiente e salute: uso dei dati dei Registri Tumori”. Il Convegno si aprirà alle 14.30 con il Saluto delle Autorità.
Faranno seguito una Lettura Magistrale del dott. Pietro Comba dell’ISS :”I Registri Tumori nelle emergenze ambientali” e una tavola rotonda su “Ambiente e Tumori: esperienze a confronto” cui parteciperanno il dott. Forastiere e il dott. Biggeri. I lavori proseguiranno fino alla mattinata dell’11 aprile 2014. Il lavori del Convegno potranno essere seguiti in diretta streaming dal sito dell’AIRTUM: http://www.registri-tumori.it/cms/.
UN LUNGO PERCORSO
Un lungo percorso quello del registro tumori di Taranto. Era il 18 marzo del 2010 quando nella “Sala Riunioni” della ASL se ne parlò per la prima volta: quel giorno avvenne la presentazione dello “Start up” del Registro Tumori di Puglia. Da quel giorno, passerà oltre un anno prima di tornare a sentire parlare del registro tumori di Taranto. Era il 18 luglio del 2011, quando nel Salone degli Specchi di Palazzo di Città, fu convocata una conferenza stampa per la presentazione dei “Dati preliminari incidenza anno 2006” del Registro Tumori di Taranto. Quel giorno si intuì che dal registro tumori sarebbe arrivata la conferma di una situazione sanitaria tutt’altro che rosea e per troppo tempo taciuta. Il dr. Sante Minerba, direttore S.C. Statistica Epidemiologia – Registro Tumori dell’ASL/TA, affermò che per Taranto e Provincia nel 2006 furono riscontrati oltre 3 mila casi di tumore. Di questi, 501 cutanei e 2802 agli organi interni. Le patologie più diffuse erano le neoplasie polmonari, alla prostata e alla mammella.
Poi, un anno e mezzo dopo, il 21 dicembre del 2012, furono resi noti i dati inediti del registro dei tumori di Puglia, gestito in partnership tra le provincie di Brindisi, Taranto, Lecce e BAT. Il compito di presentarli toccò a Giorgio Assennato (direttore generale di ARPA Puglia), nella veste di presidente del comitato tecnico del Registro tumori di Puglia. La scelta ricadde sulla città di Lecce, nella sede del Comune durante un Consiglio comunale. Non a Taranto. Strano, perché il registro tumori di Puglia contiene anche e soprattutto i dati di Taranto relativi al triennio 2006-2007-2008. Una scelta probabilmente tutta politica, visto che in quei giorni Taranto era in fibrillazione per le vicende dell’Ilva e l’imminente approvazione da parte del governo della prima legge ‘salva Ilva’. Sia come sia, questo giornale pubblicò quei dati, con relative tabelle. Che caddero nel solito cassetto del dimenticatoio.
In realtà soltanto il 27 marzo 2013 furono accreditate ufficialmente a livello nazionale le sezioni di Lecce e Taranto del Registro Tumori Puglia: la notizia venne annunciata dal presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, dall’assessore alla Sanità e al Welfare Elena Gentile e il direttore generale di ARPA Puglia e dal presidente del Comitato Tecnico-Scientifico del Registro, Giorgio Assennato. Ovviamente a Bari. Per onor di cronaca, è bene ricordare che l’accreditamento avvenne nel corso della XVII riunione annuale dell’Associazione Italiana dei Registri Tumori a Bolzano. All’accreditamento possono accedere solo i registri che abbiano completato i dati di incidenza delle malattie neoplastiche per tre anni consecutivi. Il percorso di accreditamento fu lungo e tortuoso, con la Commissione di Valutazione che sottopose ad un lungo esame tutti i dati raccolti sia per Taranto che per Lecce, prima di rilasciare il suo ok definitivo.
Poi, il 3 giugno 2013, durante una riunione convocata a Bari dal governatore della Puglia Nichi Vendola sulla vicenda Ilva, il dott. Sante Minerba direttore dell’Unità Operativa di Statistica ed Epidemiologia della ASL/TA, illustrò alcune slide inerenti il registro tumori di Taranto (quelle pubblicate da questo giornale e da inchiostroverde.it quasi sei mesi prima). I dati del registro, riguardanti il triennio 2006-2007-2008, evidenziano un dato scientificamente certo ed inconfutabile: il SIN di Taranto (che comprende il capoluogo e Statte) presenta dati di incidenza superiori, per alcune tipologie di tumori, sia negli uomini che nelle donne, se confrontati con i dai del resto d’Italia e con quelli del Sud Italia e delle Isole.
Negli uomini nel SIN di Taranto si registra un’incidenza superiore rispetto resto della provincia ionica, per i tumori di testa e collo (+32%), colon e retto (+23%), fegato (+39%), pancreas (+38%), polmone (+58%), melanoma cutaneo (+89%), mesotelioma (+296%), prostata (+15%), rene e vie urinarie (+93%), vescica (+30%), linfoma non Hodgkin (+45%), per un totale di +30% sul totale dei casi osservati. Nelle donne invece, si registra per lo stomaco un clamoroso +108%, +13% per colon e retto, +84% per il fegato, +50% per il polmone, +32% per melanoma cutaneo, +27% per la mammella, +69% per il corpo dell’utero, per un +20% sul totale dei casi osservati (esclusi cute e tumori non maligni del SNC). Queste percentuali sono da riferirsi al numero atteso di confronto. Per esempio: se per il mesotelioma l’atteso sarebbero 3 casi, noi osserviamo nel SIN di Taranto 12-13 casi per il triennio, il che equivale a circa un 300% di eccesso. Se si confrontano i dati della provincia con il resto d’Italia e il Sud/Isole i dati di incidenza sono leggermente inferiori rispetto a quelli osservati dal confronto SIN-resto della provincia ionica, ma pur sempre significativi. Il dato totale dei casi riscontrati negli uomini è di 5928. 4777 le donne: per un totale di 10.705 casi. Probabilmente, durante il convegno della prossima settimana, saranno presentate alcune slide del registro tumori di Taranto.
Intanto, resta un “mistero” il perché il registro tumori di Taranto sia stato finanziato dalla Regione Puglia soltanto a partire dal 2010, quando la sua nascita in Italia è datata 1973 e quando tantissimi studi effettuati negli anni ’80 e ’90 da medici tarantini della ASL e non, ed altri studi epidemiologici, segnalavano la drammatica situazione sanitaria della città dei Due Mari. Basti pensare che tra il 1998 ed il 2001, fu effettuata una raccolta dati di notevole importanza, ma il Ministero dell’Ambiente non finanziò più i progetti che aveva approvato e quel lavoro andò perduto. Così come un altro “mistero” resta il perché ancora oggi non sia stato presentato alla città da parte di Regione e ASL i dati ufficiali del triennio 2006-2007-2008.
Ciò detto, il lavoro di raccolta dati continua. Quelli del 2009 sono quasi completi (mancano le cartelle provenienti da fuori Regione), mentre in questi mesi si è al lavoro su quelli del 2010. L’obiettivo è quello di completare entrambi gli anni entro l’anno corrente. A tal proposito, cogliamo l’occasione per ringraziare ancora una volta coloro i quali lavorano da anni con grande ostinazione e passione, ed in silenzio, alla realizzazione del registro tumori di Taranto: persone a cui l’intera comunità tarantina dovrà sempre essere riconoscente. Antonia Mincuzzi (Dirigente Medico S.C. Statistica Epidemiologia ASL TA Settore Registro Tumori e Studi Epidemiologici coordinatore attività del Registro Codificatore), Simona Carone (Biologa), Margherita Tanzarella (Operatore) e Giuseppe Leone (Dirigente Amm.vo S.C. Statistica Epidemiologia ASL TA Informatico Supporto Informatico). Il tutto sotto la supervisione di Sante Minerba (Direttore Medico S.C. Statistica Epidemiologia ASL TA Resp.le Registro, Codificatore): e nell’ultima settimana si è aggiunta anche un’altra unità. Anche questa è la Taranto migliore da salvare e da cui ripartire.
Gianmario Leone (TarantoOggi, 05.04.2014)

Si allarga ai bovini la contaminazione da diossina

Comunicato stampa di PeaceLink

A Taranto si aggrava e si allarga la contaminazione da diossina. La diossina è infatti arrivata a Massafra (un comune che dista una quindicina di chilometri da Taranto) e per la prima volta colpisce i bovini.
La marcia contro l'inquinamento del 6 aprile da Statte a Taranto si carica così di altra indignazione per lo scoppio di una nuova emergenza: i bovini alla diossina scoperti a Massafra.
Il trilatero Statte-Taranto-Massafra è diventato il "triangolo della diossina".
Le analisi sono state effettuate dall'Istituto Zooprofilattico di Teramo, in seguito ai prelievi effettuati dalla ASL su un allevamento di Massafra. Avendo accertato per la diossina il superamento dei limiti di legge nel latte di mucca, ora si procederà all'analisi della carne.
Dopo gli ovini sarà la strage dei bovini?
E' molto probabile infatti che nelle carni dei bovini i valori della diossina saranno molto più alti, come ha insegnato l'esperienza delle pecore, nelle quali i valori riscontrati sono risultati anche dieci volte superiori rispetto al latte.
  Da tempo PeaceLink chiedeva alla Regione Puglia il controllo della diossina sulle carni macellate senza ottenere però che venisse effettuato. Eppure il tavolo tecnico regionale per la diossina conveniva sull'opportunità di un simile controllo sui macelli.
Ora si dovrà procedere alla misurazione della diossina nelle carni bovine e questo è un passaggio importantissimo al fine di verificare la sicurezza alimentare di un settore rimasto fuori dai controlli diretti sulla carne, limitatisi fino ad ora solo alla carne di pecore e capre risultate positive al controllo della diossina sul latte.
Da tempo chiedevamo alla Regione che il controllo andasse fatto prima sulla carne e poi sul latte, in quanto la carne è più contaminata del latte. Controllare viceversa prima il latte e poi in subordine la carne era a nostro parere una procedura non corretta che avrebbe potuto tenere fuori dai controlli capi contaminati nella carne e non nel latte, restringendo i controlli ai capi positivi sia al latte sia alla cane.
Il fenomeno che ci fa riflettere è la contaminazione transgenerazionale. Le mucche sembrano aver trasmesso anche ai vitellini la diossina che trattengono come carico corporeo elevato e tramite l'allattamento dei vitellini si sta determinando una catena di contaminazione a ciclo continuo. Sta avvenendo qualcosa di drammatico e infernale che trasmette di generazione in generazione un avvelenamento chimico che rischia di distruggere un pezzo pregiato dell'economia locale, la cui filiera comprende anche le mozzarelle e i pregiati formaggi di mucca locali. Fino ad ora a rischio era stato solo il pecorino.
Sarà importante verificare come è avvenuta la contaminazione e se abbia giocato un ruolo il fieno raccolto attorno all'area industriale.
L'area di venti chilometri interdetta al pascolo deve essere bonificata e chi ha inquinato deve pagare.
Non e' superfluo ricordare che a Taranto e' stata chiusa la centrale del latte per ragioni economiche e alcuni hanno visto in questo anche la paura della diossina che ha portato molti a scegliere di comprare marche nazionali.

«Dovremo uccidere le mucche»

MASSAFRA (TARANTO) - Nulla da fare. Anche le analisi effettuate sul quinto campionamento di latte prodotto nell’allevamento di Giuseppe Chiarelli (a 10 chilometri dall'Ilva), già posto sotto vincolo sanitario da settembre, confermano le preoccupazioni dei mesi scorsi. Il latte, per la prima volta il latte vaccino, continua ad essere contaminato da diossine e pcb. Gli ultimi prelievi del 24 marzo, analizzati dall’Istituto zooprofilattico di Teramo che ieri ha reso noti i risultati, confermano le tesi del bioaccumulo sostenuta dei veterinari dell’Asl: a risultare maggiormente contaminato è il latte delle vacche in prossimità del parto e della fase di lattazione, a dimostrazione che in questa fase si liberano più facilmente le diossine accumulate nel tempo.
La contaminazione presente nel latte prodotto anche da una sola mucca in tali condizioni fisiopatologiche è sufficiente a alterare i valori di tutto il latte prodotto quotidianamente nell’azienda. L’ipotesi era stata messa in pista dai veterinari dell’Asl - come ha già in passato spiegato il responsabile del settore, Teodoro Ripa - in considerazione della strana alternanza che si notava nell’esito delle analisi dopo l’allarme dell’aprile scorso quando, nell’ambito del monitoraggio disposto dalla Regione sugli allevamenti nel raggio di 20 chilometri dall’Ilva, erano emersi dati definiti scioccanti, con valori addirittura di 11,72 picogrammi per grammo di materia grassa. Da un certo punto in poi, quindi, si decise di procedere con un doppio e contestuale campionamento: sulle mucche gravide o puerpere e sul latte cosiddetto di massa.
La metodologia è stata conservata anche per l’ultimo campionamento. Da Teramo, ieri, l’ul - teriore conferma: il campione di latte di una singola mucca è positivo con valori di un picogrammo superiore al limite previsto (5.5 picogrammi per grammo di materia grassa). I valori registrati di 4.5 picogrammi per grammo di materia grassa sul latte di massa superano, invece, il livello di attenzione (che è di 2.5 picogrammi), ma si attestano al di sotto del limite di positività. Cosa accadrà ora?
«Inutile proseguire a questo punto con ulteriori indagini sul latte - dice Ripa -. Purtroppo, dovremo eseguire quanto deciso dal Tavolo tecnico regionale: occorre cioè abbattere un paio di capi più anziani, maschi, per capire quale livello di tossicità o meno presentano le carni e, quindi, eventualmente consentire il consumo solo delle carni».
Ma è evidente che sarà usata la massima cautela. Per cui, se le prossime indagini dovessero riferire valori al di sotto delle soglie di attenzione, si potrà procedere al macello di altri capi adulti ma sempre dopo aver analizzato un campione di muscolo di ogni singolo capo». Altrimenti? La soluzione non potrà che essere più dolorosa.
Ripa lo ammette con un filo di voce: «Dovremmo abbattere l’intero allevamento». Cinquantacinque capi di bestiame circa, un numero di fatto variabile a seguito dei continui, nuovi parti, una produzione giornaliera prima del vincolo sanitario pari a 200 litri al giorno destinati ad un caseificio massafrese, ed una produzione di carni: queste le dimensioni dell’allevamento. Alle analisi di carattere sanitario, si sono affiancate le indagini sulle matrici ambientali per scoprire la causa di tale inquinamento. E’ stata da poco scartata, però, l’ipotesi che la causa possa essere il vicino termovalorizzatore Appia Energy, alimentato a cdr e biomasse perché - nonostante le prime convinzioni dell’Arpa - la stessa Agenzia di protezione ambientale ha ora certificato che i valori di diossine sono dieci volte sotto i limiti. L’attenzione torna quindi a focalizzarsi sull’Ilva e sull’alimentazione dei capi.
MARIA ROSARIA GIGANTE - Gazzetta del Mezzogiorno - 4 aprile 2014

Pronti?




venerdì 4 aprile 2014

Ilva oggi: quando la perizia attraversa la letteratura ed arriva al teatro!

Ecco uno di quegli effetti collaterali della sovraesposizione mediatica e informativa. Un evento si misura anche dalla sua capacità di incidere sulla cultura del suo tempo, soprattutto sulla lingua. Dopo l'Ilva i vocaboli del lessico medico, scientifico, empidemiologico sono entrati nel quotidiano delle persone. 
I periti medici, epidemiologi e chimici raccontano un'altra, sconosciuta, parte di noi. Come fecero sociologi e psicologi tra XIX e XX secolo.
In quest'opera il riferimento è diretto.
Altrove si perde di vista l'origine, ma viene riproposto il totem linguistico della grande paura e la coscienza del potere sulle nostre vite. 
Che sia il termometro che misura un interesse rinato per quello ce ci circonda e la sua influenza su di noi?
Che stia cambiando qualcosa nel patto scellerato tra gli uomini e la terra?
C'è ancora bisogno di molta di questa letteratura. E rigorosa!

La tragedia dell'Ilva nella scrittura di Ibsen

Per quelle strane coincidenze della storia, capita anche che la tragedia ambientale dell’Ilva di Taranto, trovi corrispondenza nella scrittura di Henrik Ibsen, a testimoniare come il rapporto tra etica, natura e questioni economiche non sia solo una problematica contemporanea. A raccontare questo intreccio ci pensa lo spettacolo «Il nemico del popolo», portato in scena da Archivio Zeta da oggi a domenica, alle 21 a Teatri di Vita (via Emilia Ponente 485, Bologna), reinterpretando «En folkefiend/Un Nemico del popolo», scritto nel 1882 dal drammartugo norvegese.
La compagnia, fondata da Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovesi, si è fatta conoscere per le diverse letture delle tragedie greche, rappresentate ogni estate al Cimitero germanico della Futa. Qui invece i due affrontano una trama incentrata sulla figura di un medico che, dopo una serie di esami, viene a scoprire che le terme pubbliche, risorsa economica per la città, sono inquinate dagli scarichi delle industrie. Da quel momento, con coraggio intraprenderà la sua personale battaglia per rendere pubblico il misfatto entrando in contrasto con il fratello, sindaco della città, e con i giornali.
Del testo originario Archivio Zeta mantiene quattro personaggi: il medico, uomo di scienza che cerca la verità; il sindaco, rappresentante di un potere che tenta di occultare i fatti per salvaguardare interessi politici ed economici; il proprietario di un giornale che scende a compromessi; l’uomo comune. «Abbiamo operato un vero e proprio restauro del testo, eliminando del tutto l’apparato ottocentesco e ci siamo concentrati drammaturgicamente sui conflitti sociali, etici e politici — spiegano Guidotti e Sangiovesi — . Uno dei nodi del testo sono le parti relative alla descrizione delle analisi chimiche e delle patologie legate agli inquinanti, scritte nel linguaggio tardoottocentesco, che abbiamo chirurgicamente sostituito con il lessico delle perizie presentate alla magistratura per la denuncia della tragedia dell’Ilva di Taranto». Il linguaggio diventa fluido e più chiaro allo spettatore contemporaneo, ma non cambiano i conflitti già ben analizzati da Ibsen: salute/lavoro, ambiente/progresso, democrazia/dittatura della maggioranza.
«Quello che mettiamo in scena — proseguono i due — non offre soluzioni rassicuranti nelle quali il pubblico possa trovare conforto e compiacimento autoassolutorio ma pone, come nella tragedia greca, gli esseri umani di fronte alla loro fragilità». In scena anche Alfredo Puccetti e Luciano Ardiccioni. Info: 051566330. (RepubblicaBO)

Grandi scenari in attesa di soldi

Ilva, 4,3 miliardi costi previsti nel nuovo piano industriale

Nel nuovo piano industriale che la gestione commissariale dell’Ilva si accinge a presentare ci sarebbero due novità: la previsione dei costi sale da 3 a 4,3 miliardi di euro e l’ambito temporale nel quale il piano si colloca non va più sino al 2016 ma arriva al 2020.
A far aumentare i costi sarebbero nuovi investimenti. Il piano industriale, si apprende da fonti aziendali, è sostanzialmente pronto ma non può essere ancora reso noto, stando all’ultima legge Ilva-Terra dei Fuochi (la n.6 del 6 febbraio), se prima non viene ufficializzato il piano ambientale, che precede quello industriale. Approvato con Dpcm una decina di giorni fa il piano ambientale attende che la Corte dei Conti ne completi l’esame per essere pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale”.
Nel piano industriale dell’Ilva di prossima presentazione da parte del commissario Enrico Bondi la parte attinente agli investimenti dell’Aia (l’Autorizzazione integrata ambientale) è rimasta sostanzialmente stabile con una previsione costi di 1,8 miliardi. Ciò che invece sarebbe aumentata, portando gli oneri complessivi da 3 a 4,3 miliardi, sono gli investimenti nella sicurezza sul lavoro, valutati in circa 700 milioni di euro, e la possibilità di produrre a Taranto il preridotto di ferro che oggi invece l’Ilva acquista dall’estero.
Un discorso, quest’ultimo, che è collocato nella prospettiva post 2016. In sostanza, l’Ilva effettuerebbe gli investimenti del risanamento ambientale – peraltro già avviati con circa 500 milioni tra spesa e impegni sino a gennaio scorso – entro la metà del 2016, anche perchè due leggi, la n. 6 del 2014 su Ilva-Terra dei Fuochi e la n. 89 del 2013 sul commissariamento dell’azienda in quanto attività strategica, fissano 36 mesi di tempo, da agosto 2013, per la cosiddetta ambientalizzazione e l’adozione delle prescrizioni dell’Aia rilasciata dal ministero a ottobre 2012.
Si sposterebbe invece nella seconda parte del piano industriale il consolidamento a Taranto della nuova tecnologia di produzione. L’uso del preridotto di ferro e del gas al posto, rispettivamente, dell’agglomerato di minerali e del carbon coke fu annunciato dal sub commissario dell’Ilva, Edo Ronchi, nell’incontro con la commissione Ambiente del Comune di Taranto sul finire dello scorso autunno. Da allora, è partita nel siderurgico una sperimentazione che è progressivamente andata avanti e che ha interessato le acciaierie e in seguito gli altiforni, compreso il 5 che e’ il più grande d’Europa.
Il ricorso al preridotto di ferro è stato poi presentato dall’azienda sia negli incontri con i sindacati metalmeccanici, che in un convegno svoltosi ai primi di novembre a Taranto con i ministri Andrea Orlando (Ambiente) e Beatrice Lorenzin (Salute). Le prove fatte dall’Ilva hanno dato riscontro positivo e sino a tutto il 2015 è previsto che si proceda con la sperimentazione del preridotto. L’Ilva si è data un obiettivo: produrre con questo sistema 2,5 milioni di tonnellate sugli 8 milioni che costituiscono la quota massima di produzione assegnata dall’Aia allo stabilimento tarantino. Il punto, adesso, è che fare dopo la sperimentazione.
Già in un documento consegnato ai sindacati mesi fa, l’Ilva affermava che a partire dal 2017 avrebbe esaminato la possibilità di produrre a Taranto, o in altra area competitiva per i costi, il preridotto oggi acquistato all’estero. Ora, nel piano industriale, si pone appunto questo problema nella seconda parte temporale dello stesso piano. Ma usare il preridotto di ferro in forma strutturale richiede che si affrontino anche i nodi della fornitura di gas al siderurgico e dell’impatto sulle attuali attività di stabilimento. Stando ai documenti aziendali e ai modelli già seguiti da altre siderurgie europee, se il preridotto riduce l’uso dell’agglomerato di minerali, c’e’ bisogno anche di gas per ridurre l’utilizzo di carbon coke e oggi l’Ilva non dispone di forniture di gas correlate a questa necessità. Solo unendo preridotto e gas, infatti, si hanno vantaggi sul piano gestionale e soprattutto la riduzione delle emissioni inquinanti che è la chiave di volta che spinge l’Ilva a fare l’investimento.
Inoltre, aumentando la quota di preridotto e usando il gas, si riduce il peso, nelle attività di stabilimento, sia dell’agglomerato, dove appunto avviene la preparazione dei minerali da caricare negli altiforni, che delle cokerie che “sfornano” il carbon coke usato sempre negli altiforni. E se agglomerato e cokerie sono impianti inquinanti, è anche vero che qui lavorano centinaia di addetti la cui ricollocazione bisognerà pure discutere.
Il piano industriale dell’Ilva fa salire i costi complessivi di oltre un miliardo, da 3 a 4,3, sia pure allargandosi al 2020, e pone ovviamente l’interrogativo di chi finanzierà la spesa. E’ più che evidente, infatti, che l’Ilva oggi non ha assolutamente le risorse per affrontare un’operazione del genere. Prova ne sono le difficoltà che stanno attraversando le imprese appaltatrici, che operano all’interno del siderurgico, o dell’indotto, che sono all’esterno.
Entrambe lamentano ritardi nei pagamenti che a loro volta, denunciano i sindacati, si ripercuotono automaticamente sulla corresponsione degli spettanze ai dipendenti. Diviene allora sempre più stringente l’aumento di capitale dell’azienda che l’ultima legge finalizza al risanamento ambientale.
“Dobbiamo partire al più presto con l’aumento di capitale – afferma il sub commissario Edo Ronchi – i tempi sono diventati stretti per cui presentazione del piano industriale e avvio dell’aumento di capitale saranno praticamente in sequenza”. Resta sempre in campo l’ipotesi del prestito ponte da 500 milioni, ma i commissari dell’azienda sarebbero orientati a porre subito il problema del futuro dell’azienda, consapevoli del fatto che se la proprietà dei Riva non dovesse partecipare all’aumento di capitale, ci sono già altre manifestazioni di interesse, nazionali ed estere, verso l’Ilva. “Ce ne sono diverse” precisa Ronchi.
Ed è indicativo il fatto che qualche giorno fa l’ad del gruppo Marcegaglia, Antonio Marcegaglia, abbia posto il tema dell’Ilva indicando la necessita di salvare e rilanciare la siderurgia nazionale ma anche la filiera dell’acciaio essendo lo stesso Marcegaglia un utilizzatore del prodotto. Quasi un appello, quello di Marcegaglia – così almeno viene interpretato – perchè gli industriali italiani del settore, in cordata tra loro, siano della partita. Ma ci vogliono troppi soldi per l’Ilva? Sicuramente 4,3 miliardi sono un costo rilevante, ma è anche vero che giorni fa proprio a Taranto un ex ministro ed ex banchiere come Corrado Passera ha detto: “Se il piano industriale dell’Ilva è credibile e rende l’azienda sostenibile anche dal punto di vista ambientale e sanitario, i soldi si trovano”. (Agi)