sabato 18 gennaio 2014

Mater Gratiae: un nuovo esposto

Ilva: esposto al Procuratore di Taranto; l’Autorità Giudiziaria verifichi che il Sub Commissario Edo Ronchi esercisca le discariche e gestisca i rifiuti, pericolosi e non, conformemente alle norme vigenti.

Il sottoscritto, responsabile legale della onlus “Fondo Antidiossina”, ha da poco depositato presso il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Lecce, nella persona del Maggiore Nicola Candido, un esposto integrativo a quello depositato, in data 19 dicembre 2013, relativo a probabili criticità in atto all'interno dell'area della discarica Ilva, ubicata tra i comuni di Taranto e di Statte. Il presente esposto viene presentato al fine di fornire ulteriori dettagli operativi, in merito alla gestione dei rifiuti nello stabilimento Ilva.
Nuovi ed interessanti spunti sono emersi da un’ulteriore analisi delle foto satellitari già diffuse precedentemente e che si allegano in copia, nonché da un comunicato diffuso (20 dicembre 2013) da Ilva, in risposta  al precedente esposto del Fondo Antidiossina.

N.B. In questo nostro comunicato stampa  vengono elencati solo una parte degli elementi probatori, dei riferimenti normativi e delle violazioni già accertate dai Custodi Giudiziari e dal Ministero dell'Ambiente (vedi sotto). Tutto e più ampiamente, invece, viene  trattato nel corposo "esposto-dossier"  presentato oggi, ai Carabinieri del Noe di Lecce.

A differenza di quanto sostiene l’ILVA a sua discolpa, ossia che le aree riprese da satellite non riguardano la discarica “Mater Gratiae”, possiamo invece confermare che le aree in questione ricadono proprio tra quelle gestite da ILVA spa e che sono aree annesse e di servizio alle vasche denominate "ex 2B" (rifiuti speciali non pericolosi) ed "ex 2C" (rifiuti pericolosi) della discarica “Mater Gratiae”. La risposta di Ilva, che fa riferimento alla precisa delimitazione della discarica ed al suo nome esatto, sembra, a nostro parere, un modo per distogliere l’attenzione da quelle che sono le procedure di gestione dei rifiuti in tali aree. Pertanto, sarebbe opportuno che le Autorità Competenti acquisiscano subito dalla Società la documentazione attestante le “caratteristiche planoaltimetriche”, unitamente a quella relativa alla gestione dei rifiuti nelle aree di stabilimento in oggetto ed nelle aree annesse dedicate al deposito temporaneo di rifiuti e sottoprodotti, nonché a quelle relative alle attività di recupero ed alle eventuali autorizzazioni in essere, a prescindere che si chiamino “Mater Gratiae” o meno. Attività rientranti a pieno nelle responsabilità e nelle competenze del Sub Commissario Edo Ronchi, in attuazione delle ultime norme emanate dal Governo.
Il Sub Commissario renda edotti i cittadini se dette attività, svolte nelle cosiddette “aree di deposito”, siano state regolarmente “autorizzate” allo stoccaggio di diverse tipologie di rifiuti “pericolosi e non” e, a tal fine, si chiede alle Autorità Competenti e di Controllo se tali aree, di cui alle foto satellitari “A-Abis, B-Bbis-C-Cbis”, dedicate ad attività di gestione dei rifiuti, fossero correttamente identificate, autorizzate e suddivise per tipologia omogenea di rifiuto ai sensi delle norme vigenti.
In definitiva, si ritiene che, al di là della delimitazione specifica delle vasche di discarica e del loro nome esatto, sia importante comprendere se tali attività di gestione dei rifiuti e recupero sia stata e sia tutt’ora svolta conformemente nelle modalità previste dalle norme vigenti.
Le Autorità Giudiziarie si accertino che il Sub-Commissario Edo Ronchi abbia provveduto a verificare, così come previsto dal Codice dell’Ambiente e del D.Lgs. 36/2003, per ciascun sottoprodotto di stabilimento, che siano soddisfatti tutti i punti previsti dall’art 184-bis del D.Lgs 152/06 vigente, ai fini della verifica applicabilità della qualifica di sottoprodotto.
In ultimo è opportuno evidenziare che i Custodi Giudiziari hanno già relazionato all’Autorità Giudiziaria in merito alle numerose violazioni di cui ali artt. 184 bis, 208, 216 e 256 cc. 1, 2, 3 e 5, 257 del D.Lgs. 152/06 e s.m.i. nella gestione dei sottoprodotti.
Si chiede che le Autorità Giudiziarie acquisiscano copia degli atti depositati presso le autorità competenti comprovanti l’effettiva idoneità tecnica e temporale dei diversi depositi temporanei realizzati e di quelli tutt’oggi presenti in stabilimento. Si richiamano, a tal proposito, ed a titolo esemplificativo, le violazioni alle prescrizioni AIA relative alla realizzazione di depositi temporanei già accertate ed evidenziate con diffida prot. DVA 2012- 20757 del 28/08/2012 da parte del Ministero dell’Ambiente.
Le Autorità Giudiziarie, altresì, si accertino che il Sub Commissario Edo Ronchi abbia verificato la conformità dei depositi temporanei presenti in stabilimento, così come previsto dalla Legge relativamente ai compiti allo stesso ascritti.

Fabio Matacchiera (Presidente Fondo Antidiossina)

venerdì 17 gennaio 2014

La battuta del supereroe dell'ecologia!

”Se ciascuno di noi pretendesse di farsi le proprie misurazioni ambientali, comprandosi un proprio apparecchio, si produrrebbe un solo risultato: la fine dell’affidabilità tecnica e normativa dei controlli ambientali”. 

Lo sottolinea il sub commissario dell’Ilva Edo Ronchi riferendosi alle misurazioni degli Ipa (Idrocarburi policiclici aromatici) effettuate da Peacelink con propria strumentazione.(ANSA)

giovedì 16 gennaio 2014

Lotta tra avvoltoi e sciacalli!

Il loro "grande amico" Riva li snobba e loro piangono davanti ai giornalisti.
La dignità infinitamente piccola dei (micro)confindustriali tarantini.

Bonifiche, più attenzione alle imprese locali


Le bonifiche, il risanamento ambientale dell’Ilva, l’ammodernamento degli altri impianti dell’area industriale, i lavori al porto, sono una reale occasione di sviluppo e di cirescita per Taranto e per le sue imprese?
A confrontarsi su questo tema ieri mattina le commissioni Attività produttive e Ambiente del Comune di Taranto ed i vertici di Confindustria. Il presidente Vincenzo Cesareo ha lamentato lo scarso coinvolgimento delle realtà produttive locali.
A cosa è dovuto questo atteggiamento?
«Abbiamo sottoscritto dei protocolli sulla sicurezza in Prefettura che, però, non ci risultano essere attuati. In parallelo notiamo che il dialogo con le maggiori stazioni appaltanti è lontano. Ci sono, comunque, realtà che stanno operando per cui immaginiamo che a breve questa lacuna sarà colmata. Bisogna garantire condizioni di sviluppo al nostro sistema imprenditoriale che è pronto ad affrontare opere importanti e vuole sfuggire alla logica del mero sub appalto».
Avete chiesto impegni precisi al Comune?
«In verità sono gli Enti locali che, con grande sensibilità, si stanno facendo portavoce delle nostre istanze. Deve essere chiaro che noi non vogliamo alcuna forma di protezionismo: quello che viene assegnato alle nostre imprese è il risultato di un duro lavoro sul campo fatto di competenza e professionalità. E questo vale soprattutto in una prospettiva di lungo periodo. Quando l’emergenza delle bonifiche sarà alle spalle, il tessuto imprenditoriale dovrà essere più pronto e più preparato ad affrontare le nuove sfide».
Durante la discussione è stato sollevata la questione legata alla copertura dei parchi minerali dell’Ilva.
«Sicuramente indicando la Cimolai è stata compiuta la scelta migliore, però avremmo gradito non apprenderlo dalla stampa ed affrontare con l’Ilva l’argomento in sede preventiva. In questo modo avremmo potuto presentare una rosa di fornitori qualificati che avrebbero potuto affiancare Cimolai con positive ricadute sul territorio».
Si è trattato di mancata comunicazione o c’è sfiducia nei confronti delle imprese di Taranto?
«Non c’è sfiducia, anzi. Forse non si sono create ancora le condizioni per un dialogo costruttivo con Confindustria. Abbiamo più volte invitato il commissario Bondi ed il sub-commissario Ronchi ma ancora non abbiamo ottenuto risposte. Siamo fiduciosi, però, sul fatto che si possa continuare il percorso comune già tracciato su altri aspetti da Ilva, Confindustria e sindacati». (CdG)

Ma pagherà?

Che l'Ilva abbia sempre pagato qualcosa per le analisi, questo è un dato sicuro.
Più che altro pagava per i risultati delle analisi.
Ora come saranno queste nuove analisi "sponsorizzate"? 

Ilva, l'azienda pagherà le analisi a Taranto

Sarà l'Ilva ad accollarsi il costo di tutte le analisi e i campionamenti che, al fine del controllo dei livelli di inquinamento, saranno effettuati all'interno dello stabilimento siderurgico di Taranto. Lo annuncia il relatore al decreto legge 136, Alessandro Bratti del Pd. Sinora, infatti, i controlli relativi a terreni e camini erano, come costi, in parte a carico dell'Ilva e in parte a carico dell'Arpa Puglia, l'Agenzia regionale per la protezine ambientale. "Ho accolto un nuovo emendamento - spiega Bratti - che ora pone gli oneri delle analisi tutte a carico dell'Ilva".
I nuovi emendamenti, precisa Bratti, sono scaturiti dal lavoro fatto dal comitato ristretto formato da nove deputati in rappresentanza delle diverse forze politiche. Il comitato sta facendo una verifica e selezione di tutti i nuovi emendamenti presentati al testo all'arrivo in aula: si tratta di circa 240 proposte. Un'altra puntualizzazione fatta al decreto è che gli screening disposti per la popolazione residente nelle due aree cui il provvedimento si rivolge - i comuni di Taranto e Statte per l'Ilva e quelli campani per la Terra dei Fuochi - dovranno riguardare anche la prevenzione. "Ci sembra importante - osserva Bratti - introdurre anche azioni che aiutino a prevenire l'insorgenza delle malattie e non solo a controllare lo stato e l'avanzamento delle patologie insorte".
Gli screning verranno coordinati dall'Istituto superiore di sanità e resta confermata la dote finanziaria di 50 mln complessivi tra 2014 e 2015 per le due aree. "Ma una divisione delle risorse non è stata fatta" puntualizza Bratti. Confermata infine nel decreto tutta la parte relativa all'aumento di capitale dell'Ilva a carico della proprietà Riva con l'obbligo però di finalizzarla al risanamento del siderurgico. Il meccanismo individuato prevede che il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, abbia il potere di aumentare il capitale della società avanzando ai proprietari la relativa proposta. In caso di rifiuto di quest'ultimi, il commissario - recita il decreto - potrà rivolgersi a investitori terzi ma anche chiedere all'autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate sempre ai Riva anche per reati diversi da quelli di natura ambientale. Si tratta di 1,9 miliardi di euro bloccati mesi fa dalla Procura di Milano per reati fiscali e valutari. (RepBa)

Le banche? Mica fesse: "Togliete i soldi di mano ai Riva!"

Ilva: banche dettano condizioni per sostenere piano

Le banche dettano le condizioni per sostenere il rilancio dell'Ilva: degli 1,3 mld chiesti dal commissario Enrico Bondi e' necessario sapere preliminarmente quanto sia disposto a versare Riva Fire, azionista di controllo. Ieri pomeriggio a Milano, secondo quanto si legge sul Messaggero, si sarebbe tenuto un nuovo vertice con le banche e i dirigenti della societa' hanno presentato la bozza del piano industriale 2020. Le banche, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Popolare, hanno pero' posto paletti, visto il verdetto della Cassazione che ha consentito alla famiglia Riva di rientrare in possesso di 2,1 mld, che potranno quindi essere utilizzati per sostenere Ilva (CdS)

Casa sporca si, leucemia no (vedi post successivo)!

"Un verdetto che spiana la strada ad altre 149 cause dello stesso tenore..."

Casa deprezzata per colpa dell’Ilva. L’azienda risarcisce per il 20 per cento

A vivere gomito a gomito con l'Ilva ci si rimettono soldi e salute. Perché i veleni sputati su Taranto da ciminiere e altoforni non solo fanno ammalare e uccidono, come sostiene la procura nell'atto di accusa contro i Riva nell'inchiesta per disastro ambientale. Ma abbattono anche il valore delle case di chi vive nel rione Tamburi. Non è un'impressione, ma la conclusione a cui è giunto il giudice Pietro Genoviva.
Il giudice ha accolto la richiesta di risarcimento del danno presentata dal proprietario di un'abitazione che dista solo un chilometro e duecento metri dal siderurgico. Quel tiro di schioppo, però, significa lacrime e sangue per quel tarantino che ha investito i suoi risparmi in una casa di 90 metri quadri, al terzo piano senza ascensore. Il giudice ha stabilito che il siderurgico dovrà pagargli 13.800 euro, ovvero il 20% del valore della sua abitazione, oltre agli interessi. Perché polveri e fumi, ma soprattutto il pericolo connesso all'inquinamento prodotto dalla grande fabbrica, influenzano il mercato immobiliare di quel rione. Teoria sostenuta con forza in aula dall'avvocato Filippo Condemi, il legale che nel 2010 ha citato in giudizio l'Ilva, il proprietario Emilio Riva e Luigi Capogrosso, all'epoca direttore dello stabilimento. L'avvocato Condemi ha costruito le sue argomentazioni sulla sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna dell'Ilva per le emissioni pericolose dei suoi reparti. In quel verdetto viene consacrato che la fabbrica spara su Taranto, e in particolare sul confinante quartiere Tamburi, la bellezza di 21.000 tonnellate di polveri inquinanti all'anno.
Per tre anni la causa si è trascinata in tribunale, dribblando le eccezioni della difesa. Buona parte del giudizio si è accartocciata sulla consulenza disposta dal giudice per fissare con precisione l'ammontare della svalutazione subita da quella casa. Un tentativo che si è inceppato più volte, sino alla relazione conclusiva del Ctu. Nella perizia il tecnico riconosce la perdita di valore commerciale della casa. E la quantificava in un range compreso tra il 25% e il 32%. Le sue conclusioni, in realtà sono state solo parzialmente accolte dal giudice. Nel suo verdetto, infatti, il presidente Genoviva stigmatizza le difficoltà oggettive con le quali si è dovuta misurare quella perizia, ma afferma che "la domanda attrice è sostanzialmente fondata e va accolta".
"Il fenomeno di grave inquinamento ambientale che da sempre affligge il quartiere Tamburi  -  scrive nella sentenza  -  nell'ultimo decennio è diventato di dominio pubblico, permeando in modo indelebile la coscienza collettiva, con l'effetto "secondario", ma non certo trascurabile di rendere assai meno appetibile il patrimonio immobiliare del quartiere". Quella caduta di appeal è stata quantificata dal magistrato, in via equitativa, in una svalutazione del 20%. Di qui il riconoscimento a quel coraggioso tarantino, che ha citato in giudizio il colosso dell'acciaio, di un risarcimento di 13.800 euro. Un verdetto che spiana la strada ad altre 149 cause dello stesso tenore, che sono state già depositate nelle cancellerie del Tribunale civile dall'avvocato Condemi. E la corsa al risarcimento, c'è da giurarci, è solo all'inizio. Per i Riva si tratta di un'altra tegola, per non parlare delle possibili ripercussioni sul delicato processo di risanamento. (RepBa)

In attesa di risposte

ILVA DI TARANTO: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO COMUNICA AL GOVERNO ITALIANO IL CASO SMALTINI

Il 4 ottobre 2013 è stato comunicato al Governo italiano il caso Smaltini c. Italia (ric. n. 43961/09), che porta all’attenzione della C.E.D.U. la delicata questione sulle conseguenze delle emissioni nocive provenienti dallo stabilimento ILVA sulla salute degli abitanti della città di Taranto.
I ricorrenti sono i familiari della signora Smaltini, cittadina della città pugliese, anche lei ricorrente, deceduta dopo la presentazione del ricorso alla C.E.D.U. a causa di una leucemia nel dicembre del 2012, dopo sei anni di malattia.
I ricorrenti lamentano la violazione degli articoli 6 (diritto a un processo equo), e 2 (diritto alla vita), della Convenzione. Con riferimento al rispetto delle regole del giusto processo essi ritengono che la scelta delle autorità nazionali di archiviare il caso originato dalla denuncia della signora Smaltini in seguito a indagini poco approfondite svolte da una commissione di esperti nominata in modo irregolare che ha prodotto una perizia incompleta, non basata su dati statistici aggiornati e sulle reali condizioni di salute dalla donna, violi il primo paragrafo dell’articolo 6; sul fronte dell’art. 2 della Convenzione, i ricorrenti lamentano la violazione del diritto alla vita della prima ricorrente, che è infatti deceduta in pendenza del procedimento davanti alla C.E.D.U. a causa della malattia.
La questione è chiaramente di grande rilevanza e la C.E.D.U. si esprimerà sull’operato delle autorità italiane riguardo al caso “I.L.V.A.”.
Al Governo italiano sono state poste tre domande e precisamente:    
  1. Quali sono i dati scientifici ufficiali di cui disponevano le autorità al tempo dei fatti per poter accertare l’esistenza di un nesso causale tra la morte della prima ricorrente e le emissioni provenienti dallo stabilimento Ilva?
  2. Il diritto alla vita della prima ricorrente è stato violato, nel caso di specie, dal punto di vista sostanziale?
  3.  Avendo riguardo alla tutela processuale del diritto alla vita, le indagini svolte dalle autorità nazionali possono dirsi effettive ai sensi dell’art. 2 della Convenzione?
L’inquinamento prodotto negli anni dallo stabilimento I.L.V.A. di Taranto è stato al centro di numerose pronunce da parte delle autorità nazionali. Ultimamente si ricordano due sequestri preventivi, dell’impianto prima e dei prodotti poi, il decreto legge n. 207 del 3 dicembre 2012 poi convertito con legge n. 231 del 24 dicembre 2012 che, sostanzialmente, aveva lo scopo di vanificare gli effetti dei sequestri giudiziari, consentendo la commercializzazione dei prodotti dello stabilimento ed, infine, una pronuncia della Corte costituzionale (sentenza n. 85/2013), che si è espressa dichiarando inammissibili e infondate le questioni sollevate dal G.I.P del Tribunale di Taranto e dal Tribunale ordinario di Taranto. La Corte costituzionale ha affermato che l’intervento legislativo sia stato conforme ai principi costituzionali, sussistendo un giusto bilanciamento degli interessi in gioco e presi in considerazione dal c.d. “decreto salva Ilva”. In tal modo la Corte costituzionale ha negato, nella sostanza, l’esistenza di una gerarchia tra diritti costituzionalmente garantiti, ovvero il diritto al lavoro e all’iniziativa economica, da una parte, e il diritto alla salute e all’ambiente salubre, dall’altra.
Nel ricorso si legge che la prima ricorrente, dopo essere venuta a conoscenza di essere malata di leucemia, si rivolse all’autorità competente, denunciando i proprietari dello stabilimento tarantino in ragione del comprovato nesso di causalità esistente tra le emissioni nocive della fabbrica e l’incremento dei casi di cancro e leucemia nella zona limitrofa. La signora Smaltini aveva chiesto che venissero svolte delle indagini approfondite al fine di sancire l’esistenza di tale legame e che, in particolare ne fosse provata l’incidenza causale con l’insorgere della propria malattia.
Tuttavia, il pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. A tale richiesta si oppose la signora Smaltini che incentrava la propria doglianza sia su una precedente condanna dei proprietari della fabbrica, sia sui dati contenuti nella relazione pubblicata dalla sezione di Taranto dell’AIL (Associazione Italiana Leucemie – linfomi mieloma), sia sulle dichiarazioni del primario del reparto di ematologia dell’ospedale di Taranto. In seguito a tale opposizione, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto incaricò il Pubblico Ministero di svolgere un’indagine più approfondita.
Il Pubblico Ministero nominò, quindi, una commissione di consulenti composta da un medico legale e da un ematologo al fine di  valutare l’esistenza di tale eventuale nesso causale.
Le analisi svolte dai consulenti tecnici, tuttavia, non confermarono quanto denunciato dalla prima ricorrente e la perizia affermò che la percentuale di decessi per cancro o leucemie non era superiore a quella altre di zone d’Italia e non tenne in alcuna considerazione i dati forniti dalle associazioni ambientaliste e mediche: secondo i consulenti d’ufficio non sussisteva alcun nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A e l’insorgere di malattie.
Sulla base di tale perizia il pubblico ministero rinnovò la richiesta di archiviazione e, nuovamente, a tale decisione si oppose la ricorrente sottolineando, tra l’altro, che nessuno dei consulenti tecnici l’aveva visitata. Il 19 gennaio 2008, il G.I.P. presso il Tribunale di Taranto decise di archiviare definitivamente il caso ritenendo non sufficientemente provato il nesso di causalità tra le emissioni dello stabilimento I.L.V.A. e i casi di malattia e decessi nella zona.
Infine, sempre sul caso “I.LV.A.” si ricorda che il 26 settembre 2013 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato controllo delle emissioni tossiche generate da tale stabilimento.
Il Governo italiano dovrà ora rispondere alle domande della C.E.D.U.
Successivamente, anche i ricorrenti avranno la possibilità di presentare le loro osservazioni e, una volta completata questa fase procedurale, la C.E.D.U. sarà in grado di pronunciarsi sul caso.
Le ripercussioni della pronuncia della C.E.D.U. saranno rilevanti, essendo in gioco il diritto alla vita, in primis, quello della prima ricorrente, ma anche quello di tutti i tarantini, i quali vivono sulla loro pelle, da anni, un gravissimo inquinamento ambientale.

Bocciato il sindaco che non c'è

“Governance pool 2013″ – Stefàno ultimo: la zavorra è l’immobilismo


La radiografia annuale sui sindaci d’Italia realizzata dal quotidiano economico Sole 24 Ore quest’anno è semplice da leggere: si salva chi non si nasconde, chi ha il coraggio di decidere e spiegare le proprie scelte. Nel sondaggio condotto dalla Ipr Marketing, il sindaco di Taranto è all’ultimo posto, centunesimo in classifica, gradino che divide con la sua collega di Alessandria. Su di lui solo il 40% degli intervistati si è espresso a favore e dal giorno dell’elezione, in rapporto, ha perso il 29,7% dei consensi. Non è una questione geografica: il sindaco di Bari, Michele Emiliano, è sul podio, al secondo posto. I baresi gli danno ancora il 66 per cento dei consensi, più in alto di lui solo Alessandro Cattaneo di Pavia con il 68 per cento. L’ex magistrato pugliese è premiato da una politica che a volte può piacere, altre no, ma è chiara ed ha la capacità di non sottrarsi al confronto. Stesso vale per Cattaneo. I due hanno in comune l’abilità di comunicare le loro scelte e quelle delle loro amministrazioni, tanto che il primo cittadino di Pavia e quello di Bari sono ospiti abituali dei principali talk-show italiani.
Il risultato non piacevole del sindaco di Taranto non va personalizzato e va diviso in due. Ezio Stefàno esce da una lunga malattia che lo ha tenuto lontano dalla scena cittadina e politica nel momento più delicato del suo mandato e paga, come tutti gli altri amministratori, il clima generale di sfiducia generato dall’anti-politica. A farlo arrivare in fondo alla classifica, però, non sono le vicende personali che meritano rispetto e silenzio ma il non aver preso decisione sui grandi temi della città: l’ambiente, il futuro post-acciaio e il divario tra il Borgo cittadino tenuto come un salotto e la periferia semi-abbandonata.
Eppure, aiutato da un’onda di fiducia nel futuro arrivata dopo oltre 3 anni di dissesto del Comune, il medico di sinistra eletto nel 2007, ben voluto anche dall’area conservatrice della città, aveva fatto sperare in un cambiamento radicale. La sensazione di immobilismo pesa nella classifica anche più dell’avviso di garanzia che gli è arrivato il 30 ottobre 2013 nell’ambito dell’inchiesta sui fatti Ilva, “Ambiente svenduto”, per abuso e omissioni in atti d’ufficio (per la Procura non ha adoperato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei cittadini). Il sindaco di Taranto non è certo l’unico ad aver ricevuto un atto giudiziario tra i 102 sindaci finiti sotto la lente della società di indagini statistiche Ipr Marketing e, nonostante questo, molti indagati occupano posti in cima alla graduatoria.
La soluzione sta nel dar retta a chi chiede ai sindaci il rapporto di “uno-a-uno”: una spiegazione pubblica per ogni decisione importante, medicina amarognola ma salutare. (CdG)

mercoledì 15 gennaio 2014

Discorso agli "amici" dei Riva

Accusatoria dura sull'Ilva di Taranto dal minuto 5.20!
La pubblichiamo perchè verità non ha partito.
Ma purtroppo non trova orecchie nella sordità complice del parlamento italiano.

Emergenze ambientali"Non prendiamoci in giro"


martedì 14 gennaio 2014

Una bugia gridata all'infinito non diventa verità

E l'Ilva pensa che la gente le creda?
Ecco il comunicato in bella mostra sulla prima pagina del sito Ilva, tra titoli rassicuranti tipo "Qui tutto bene, niente succede, niente saccio, l'aria profuma di gelsomini..."!

 

COMUNICATO STAMPA dell' ILVA di Taranto

In relazione all’articolo pubblicato in data odierna su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dal titolo “Ilva, il blitz in piena notte di custodi e Carabinieri”, dove si legge: “Impianti, quelli funzionanti tirati al massimo. Anomale accensioni delle torce dell’acciaieria non per questioni di sicurezza o di emergenza ma unicamente per la combustione di gas di scarto, con un automatismo ancora legato al ciclo produttivo.”
ILVA precisa quanto segue:
Considerato che gli impianti, contrariamente a quanto affermato nell’articolo, non “sono tirati al massimo” perché gli impianti stanno producendo a regime ridotto, tali affermazioni sono prive di fondamento tecnico in quanto l’accensione delle torce avviene solo per ragioni di sicurezza legate al tenore di ossigeno nel gas o per ragioni di sovrappressione. Non esiste pertanto alcun automatismo legato al ciclo produttivo poiché accendendo le torce si perderebbe peraltro il valore economico del gas.
Inoltre, riguardo la parte dell’articolo in cui si afferma: “Emissioni diffuse in diverse aree, in assenza di impianti per l’abbattimento delle polveri e dei fumi derivanti dal taglio dei materiali ferrosi o dalla gestione dei materiali incandescenti come nella discarica paiole” ILVA ricorda che è in corso l’attuazione di prescrizioni dell’AIA con termine finale al luglio 2016 e con modulazioni temporali che si aspettano dal nuovo Piano ambientale. In ogni caso ILVA precisa che nella notte in questione negli impianti citati non vi sono state anomalie o emergenze e il taglio dei materiali ferrosi avviene con l’aspirazione delle emissioni con apposite cappe e sistemi filtranti.
Infine ILVA non può non rilevare che, nonostante la richiesta, non gli è stata consegnata alcuna copia della relazione citata nell’articolo il cui contenuto viene, quindi, appreso dalla Società unicamente dalla stampa.

Sfrontatamente con le mani nel sacco

Ilva, blitz in piena notte di «custodi» e Cc

Impianti - quelli funzionanti - tirati al massimo. Anomale accensioni delle torce della acciaieria non per questioni di sicurezza o di emergenza ma unicamente per la combustione di gas di scarto, con un automatismo ancora legato al ciclo produttivo. Emissioni diffuse, in diverse aree, in assenza di impianti per l’abbattimento delle polveri e dei fumi derivanti dal taglio dei materiali ferrosi o dalla gestione dei materiali incandescenti come nella discarica Paiole. È solo una parte di quanto confluirà nella relazione che i custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento e i carabinieri del Nucleo operativo ed ecologico di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, invieranno nelle prossime ore al giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco a seguito dell’ispezione notturna compiuta tra sabato e domenica nello stabilimento siderurgico Ilva.
Mentre a Roma si discute di norme e aumenti di capitale, a Taranto gli uffici giudiziari continuano ad essere sommersi da segnalazioni riguardanti l’inquinamento ancora in atto da parte dell’Ilva malgrado il sequestro del luglio 2012, gli arresti, le indagini, eccetera eccetera. Ma d’al - tronde l’acciaieria non ha mai smesso un solo giorno di produrre e dal luglio 2012 ad oggi rispetto agli 8 miliardi di euro stimati dagli stessi custodi giudiziari quale costo da sostenere per la messa a norma dell’area a caldo, sono stati spesi poco più di 100 milioni e dunque quegli impianti rischiano concretamente di essere tutt’ora fonti - sia pure legalizzati, stante la facoltà d’uso imposta dal Governo - di malattie e morte per gli operai e i cittadini di Taranto.
Il controllo effettuato l’altra notte rientra nella delega che la dottoressa Todisco ha conferito ai custodi giudiziari e ai carabinieri del Noe, sciogliendo la riserva sulla richiesta di revoca dei custodi presentatale dalla Procura dopo la legge Clini del dicembre 2012 che di fatto rimise l’I l va nella disponibilità dell’area a caldo, pur permanendo il sequestro. La Todisco decise di confermare la nomina dei custodi, in quanto «permanendo il vincolo cautelare sugli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto, imposto con decreto del 25 luglio 2012 e confermato dal tribunale del riesame», lo stesso deve essere inteso «quale sequestro preventivo con facoltà d’uso degli stessi impianti riconosciuto alla società Ilva.
Facoltà d’uso che, come la Corte Costituzionale ha espressamente affermato, potrà non essere (ulteriormente) consentita dall'autorità giudiziaria nel caso in cui nel futuro, vengano trasgredite le prescrizioni dell'Aia riesaminata». Il gip ordinò agli stessi custodi «mediante accessi e sopralluoghi assidui, anche notturni, presso i siti in sequestro, avvalendosi dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce» di «verificare e documentare lo stato dei luoghi e degli impianti sottoposti a vincolo cautelare, nonché la situazione in atto riguardante le emissioni inquinanti degli stessi impianti ed il relativo sistema di monitoraggio, riferendone puntualmente alla competente autorità giudiziaria con relazioni scritte almeno settimanali.
Solo il rispetto rigoroso del crono-programma degli interventi stabilito nell’Aia riesaminata assicura la tutela della salute e dell’ambiente e giustifica la prosecuzione dell’at - tività produttiva da parte dell’Ilva, da ritenersi altrimenti illecita e tale da innescare le conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti - concluse la Todisco - per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell'ambiente». Comportamenti che, a quanto pare, sarebbero tutt’ora in corso. (GdM)

lunedì 13 gennaio 2014

Alilvatalia!

Tre miliardi per ambiente ed impianti

Rimettere a norma l’Ilva di Taranto, rimanendo competitivi sul mercato, costerà circa 3 miliardi di euro. Lo ha detto Enrico Bondi, commissario dell’azienda pugliese, in un vertice con le banche presso il ministero dello Sviluppo economico. Nell’incontro, a cui erano presenti oltre a Bondi anche il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, il sub commissario dell’Ilva, Edo Ronchi, l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, il direttore generale di Intesa San Paolo, Gaetano Miccichè e l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, sarebbe stato ipotizzato che, per reperire questa somma, si potrebbe ricorrere ad un aumento di capitale (attorno a 1,2-1,5 miliardi di euro) a cui si potrebbe sommare una cifra pressoché analoga stanziata dalle banche. (Siderweb)

E Godot?

L’Ilva attende. Mentre la siderurgia italiana è al capolinea

Comincia oggi in commissione Ambiente della Camera la votazione degli emendamenti al decreto legge 136 che riguarda l’Ilva di Taranto e la Terra dei Fuochi in Campania. La votazione dovrebbe concludersi in serata: il testo andrà in aula a Montecitorio domani. Almeno questo stando al calendario dei lavori, visto che l’inizio della discussione è stato fissato per le 18 di domani. Relatore in commissione sul decreto legge, il parlamentare Pd Alessandro Bratti. Dopo il voto della Camera, il provvedimento passerà al vaglio del Senato per la definitiva conversione in legge.
Ovviamente, l’emendamento più atteso è quello in merito all’aumento di capitale dell’Ilva Spa. Unica strada per ottenere le risorse utili ad attuare il piano ambientale, che il decreto 136 del 3 dicembre scorso aveva imposto fosse approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, entro e non oltre il prossimo 28 febbraio. Come oramai candidamente ammesso anche da Bondi però, dopo che su queste colonne lo abbiamo scritto per anni, le risorse finanziarie per risanare l’area a caldo del più grande siderurgico d’Europa, non ci sono. Né ci sono mai state.
Con l’aggiunta di un altro problema, non meno grave, sottolineato dallo stesso Bondi: col trascorrere dei mesi infatti, gli impianti fermi in attesa dei lavori previsti e quelli ancora in funzione che dovranno però fermarsi anch’essi come previsto dall’AIA, richiedono sempre più risorse per la loro manutenzione. Come riportato la scorsa settimana infatti, i costi della manutenzione hanno avuto nel 2013 un aggravio di 16 euro in più a tonnellata: ovvero quasi 100 milioni di euro. Tra lavori per risanare gli impianti e quelli per la manutenzione ordinaria e straordinaria, l’Ilva a tutt’oggi avrebbe bisogno di minimo 3 miliardi di euro da impegnare subito. Il tutto, è bene non dimenticarlo mai, a scapito dei lavoratori, sempre più esposti ad incidenti imprevedibili nei reparti più a rischio.
Già nei mesi scorsi, era apparso chiaro che soltanto un aumento di capitale avrebbe potuto “risolvere” la questione del risanamento. Bondi ha atteso finché ha potuto, ma a fine dicembre ha dovuto scoprire le carte. Tra l’altro, pare che finalmente ci si sia resi conto del fatto che imporre l’aumento di capitale ai Riva, sia del tutto fuori luogo. Non fosse altro perché l’Ilva è commissariata sino al 2016. Inoltre, non si capisce secondo quale principio il gruppo lombardo oggi dovrebbe impegnarsi in un’opera di risanamento colossale per una fabbrica che ha gestito per quasi un ventennio senza bisogno di dover investire sull’ammodernamento degli impianti.

Sempre mezzo pieno per il Sole

Decreto Ilva-Terra dei Fuochi : ok da commissione Ambiente. 25 milioni per gli screening

Venticinque milioni di euro per il 2014 e il 2015 per effettuare gli screening medico-sanitari sulla popolazione che risiede nelle aree dell'Ilva di Taranto e della Terra dei Fuochi della Campania.
E' l'elemento di novità emerso con l'approvazione degli emendamenti al decreto legge 136 avvenuta oggi pomeriggio nella commissione Ambiente della Camera. Il decreto passa ora all'aula dove la discussione generale comincerà domani pomeriggio. Ultimo passaggio poi in Senato per la definitiva conversione in legge del provvedimento varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 3 dicembre.

«Il coordinamento dell'attività relativa agli screening - dice il relatore del decreto, il deputato Pd Alessandro Bratti - sarà fatto dall'Istituto superiore di sanità, detentore del know kow specifico. Direi che con questo stanziamento abbiamo rafforzato nel decreto la parte delle misure che attiene la tutela sanitaria della popolazione delle due aree interessate al provvedimento. Rispetto ai provvedimenti precedenti è sicuramente un passo avanti» dice ancora Bratti, che poi conferma la prosecuzione delle indagini, sempre da parte dell'Istituto superiore di sanità nell'ambito dello studio «Sentieri», relative alla valutazione dell'impatto dell'inquinamento sulle condizioni di salute e di vita delle popolazioni esposte.

Approvato anche l'emendamento relativo all'aumento di capitale dell'Ilva quale strada per assicurare all'azienda le risorse necessarie ai lavori di risanamento ambientale. Il percorso individuato è quello che già era emerso nei giorni scorsi, ovvero che il commissario dell'Ilva, Enrico Bondi, proporrà alla proprietà dell'azienda, i Riva, di partecipare all'aumento di capitale. In caso di loro rifiuto, il commissario potrà ricorrere a investitori terzi ma anche chiedere all'autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate ai Riva per reati diversi da quelli ambientali e finalizzarle alla bonifica del sito industriale di Taranto. Si tratta, in sostanza, del miliardo e 900 milioni di euro che la Procura di Milano ha messo sotto chiave ai Riva accusandoli di reati fiscali e valutari. «Nel decreto - afferma Bratti - abbiamo anche puntualizzato che la partita finanziaria deve chiudersi entro il 2014. Ma non andrà effettuato solo l'aumento di capitale. No, i soldi devono esserci e spendibili». Inoltre, aumentata dal 70 all'80 per cento la quantità di prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale che il commissario dell'Ilva deve aver avviato nel periodo - in sostanza l'attuale - che precede la presentazione del piano ambientale e del piano industriale, attesi rispettivamente per fine febbraio e a seguire subito dopo. «Nell'80 per cento - rileva Bratti -, come ha detto anche il ministro dell'Ambiente, Andrea Orlando, si intendono sia le attività dell'Aia concluse che quelle attivate».

Per il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci, già presidente nazionale di Legambiente, «grazie a un lavoro intenso la commissione Ambiente, che ha svolto audizioni anche tra Natale e Capodanno e ha anticipato la ripresa dei lavori della Camera dopo la pausa di fine anno, ha rafforzato molto il decreto Terra dei Fuochi e Ilva. Tra i miglioramenti apportati, anche molte delle richieste fatte da comitati e associazioni ambientaliste in sede di audizione. In particolare - osserva Realacci - sono state inserite misure che introducono nuovi mezzi e strumenti per tutelare la salute dei cittadini, consentono di contrastare più efficacemente la criminalità organizzata, reperiscono anche dai beni sequestrati ai clan fondi per avviare le bonifiche prioritarie» e infine «allargano le forme di partecipazione di cittadini e comunità. Introdotti anche strumenti - conclude Realacci - per reperire dai beni della famiglia Riva le risorse necessarie per il risanamento ambientale e le bonifiche dell'Ilva» (Sole24h)

venerdì 10 gennaio 2014

Massafra, la terra degli inceneritori doc!


Dopo il formaggio e il latte materno, la diossina è entrata anche nel latte dei bovini che pascolano nell’agro di Massafra, comune a circa 20 chilometri da Taranto. Il nuovo allarme è partito dopo le analisi compiute dall’Asl che hanno rivelato la presenza di inquinanti in quantità doppia rispetto al limite consentito. Dopo gli esami svolti dall’istituto zooprofilattico di Teramo, infatti, i valori riscontrati nei campioni erano di 11,72 picogrammi per grammo di grasso rispetto al limite di legge consentito di 5,5. Il nuovo allarme, secondo l’Arpa Puglia, potrebbe avere due cause: l’utilizzo di mangimi prodotti in terreni contaminati oppure la contaminazione dei suoli dell’allevamento. Intanto l’agenzia regionale guidata da Giorgio Assennato ha chiarito che è “necessario dar seguito ad approfondimenti tecnico-ambientali” e nel frattempo ha stoppato le procedure autorizzative per il raddoppio di una centrale termoelettrica situata a circa un chilometro dall’allevamento.
La centrale, non è indicata come la causa certa dell’inquinamento, ma come una “potenziale sorgente” di diossina. Per l’allevamento nel quale si trovano i bovini alla diossina e gli altri esistenti nell’agro di Massafra, secondo Arpa, “risultano, di fatto, in condizioni di criticità in quanto interessati dal trasferimento di microinquinanti organici (diossine e Pcb)” anche se “non sono stati riscontrati superamenti dei medesimi parametri nelle acque di abbeveraggio dell’allevamento, acque provenienti da falda profonda, e in un campione di suolo dell’area dell’azienda agricola”. Insomma una situazione delicata e allarmante che ora dovrà essere approfondita per arrivare alle vere cause. L’agenzia di protezione ambientale si è già detta disponibile in una lettera a firma di Assennato, del direttore scientifico Massimo Blonda e della dirigente Barbara Valenzano, “a collocare quanto prima un deposimetro per il controllo di microinquinanti ed uno per i metalli pesanti unitamente ad un campionatore di vento selettivo per i rilievi del caso” oltre ad approfondimenti tecnici, campionamenti mirati e sopralluoghi.
Il primo cittadino di Massafra, Martino Tamburrano (Forza Italia), però, ha reagito chiedendo le dimissioni di Assennato: “Apprendo dalla stampa di diossina nel latte, di veleni e di paura. La domanda nasce spontanea: l’Arpa ha dati nuovi e certi o si crea solo allarmismo in un momento particolare ed in un territorio già penalizzato e additato come ‘pericoloso’?”. Ad Assennato, ha aggiunto Tamburrano, “chiedo certezze e non allarmismi. Se il territorio è inquinato me lo si dica in modo chiaro e adotterò tutti i consequenziali e opportuni atti a tutela della salute pubblica”. Sulla vicenda è intervenuta anche Legambiente che in una nota ha evidenziato come questo nuovo allarme sia “l’ennesimo elemento della criticità di un territorio che non può più sopportare alcun ulteriore carico ambientale” e ha ribadito il suo “no categorico” al raddoppio del vicino termovalorizzatore definito “un progetto paradossale e insostenibile, contrario ai vincoli urbanistici e agli obiettivi di raccolta differenziata”.
Un allarme diossina, insomma, che torna esattamente cinque anni dopo quello che portò all’abbattimento di oltre 2mila pecore contaminate e che diede vita alla maxi inchiesta sull’Ilva di Taranto (che al momento non è interessata dalla vicenda di Massafra) che si è conclusa poco fa con 53 indagati, il sequestro degli impianti (su cui ora vige la facoltà d’uso) e il commissariamento della fabbrica con Enrico Bondi.
Ma l’allarme bovini alla diossina è l’ultimo atto di una settimana calda a Taranto. Dopo lo scontro tra ambientalisti e Arpa sui valori di alcuni inquinanti, nei giorni scorsi il Fondo Antidiossia Onlus aveva diffuso i dati sulle analisi effettuate sulle uova. Dagli esami erano emersi valori al di sotto dei limiti di legge, ma per gli ambientalisti sono necessarie nuove indagini per capire come mai il range supera “i valori accettabili”. Anche il dg Arpa, Giorgio Assennato, che ha definito “prezioso” il contributo offerto dal Fondo Antidiossina che ha commissionato le analisi, “i valori osservati possono essere considerati medi o medio-alti, ma, contribuendo in modo trascurabile all’assunzione giornaliera di diossine (TDI), possono essere considerati certamente innocui da un punto di vista sanitario”. Le uova sono state prelevate a Martina Franca, comune a circa 30 km dalla zona industriale da Taranto, infatti avevano un valore di quasi 0,9 picogrammi mentre i dati accettabili devono essere inferiori a 0,2 picogrammi. (FQ)


Una città ecoferita che chiede la verità

Una storia infinita. A Taranto e dintorni. Mentre si cercano i quattrini per rendere gli impianti dell’Ilva non più fonti di malattie e morte per operai e tarantini, le diseconomie, le storture e gli incubi del passato, sopravvissuti agli interventi dell’autorità giudiziaria, tornano ad allungarsi minacciosi. La diossina, sostanza cancerogena, da vero, autentico, killer silenzioso e implacabile, a cinque anni dal suo ritrovamento nei prodotti caseari realizzati in masserie ubicate a ridosso dell’Ilva, stavolta si materializza, in valori doppi rispetto al limite, nel latte delle mucche di un allevamento di Massafra, latte ogni giorno portato in un caseificio vicino per essere trasformato in mozzarelle e burrate.
Se si tratti di diossina frutto del famigerato camino E312 dell’Ilva, detentore del poco invidiabile primato di primo produttore europeo della sostanza tossica, oppure sputata dall’inceneritore di Massafra, Arpa e Asl non sanno dirlo e chiedono tempo per accertarlo con esattezza, visto che l’allevamento si trova a 10 chilometri dal siderurgico, dunque in una zona comunque a rischio tanto da essere sottoposta a controlli proprio per quanto accaduto nel 2008, e a poco più di un chilometro dall’inceneritore che brucia balle di rifiuti provenienti da mezza Puglia.
Sul campo, oltre alla diossina, restano poche certezze e tanti dubbi. La positività delle analisi certifica che i controlli funzionano ma che fino a quei controlli, eseguiti tra aprile e ottobre dell’anno scorso, il latte di quell’allevamento è stato trasformato in prodotti caseari ed è finito dunque nei nostri organismi. Il vincolo sanitario apposto dalla Asl all’allevamento garantisce che la diffusione è stata bloccata ma mette naturalmente in gravi difficoltà economiche il proprietario delle 55 mucche, costretto a non vendere più latte e carne.
I vertici a Palazzo Chigi e le maratone in Parlamento sul caso-Ilva sembrano lasciare sempre sullo sfondo, non citandola nemmeno come nel caso dell’ultimo decreto varato dal governo Letta, la parola salute, il valore salute, l’importanza della salute per i tarantini.
È giusto adoperarsi per trovare le risorse necessarie per far adempiere all’Ilva le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell’ottobre 2012 e sinora rimasta rinchiusa nell’alveo delle buone intenzioni. È legittimo fare il possibile per salvare gli 8 milioni di tonnellate di acciaio sfornate dal siderurgico ogni anno, essenziali per l’industria manifatturiera italiana tanto da far ritenere l’acciaieria tarantina strategica per tutta l’Italia. È doveroso pensare agli stipendi degli oltre 15mila operai che ogni giorno - al lordo di cassa integrazione e contratti di solidarietà - varcano i cancelli della fabbrica. Ma non basta. C’è altro. C’è la diossina trovata a Massafra e prima ancora a Taranto e Statte, e finita nella catena alimentare. C’è la fila disumana e ci sono i momenti di tensione registrati ieri al reparto di oncologia dell’ospedale Moscati del capoluogo jonico, malgrado il grande spirito di abnegazione di medici e infermieri. Ci sono i giovani, i tanti giovani, operai ma non solo, strappati alla vita dai tumori implacabili quanto la diossina. Ci sono i bambini del rione Tamburi che da anni non possono giocare nelle aree verdi sotto casa e nelle scuole, perché contaminate. Ci sono i morti del cimitero, sepolti sotto una terra rosso minerale. E c’è una città, anzi una intera provincia, che chiede verità: su quanto esce ora dalle ciminiere dell’Ilva (e dal camino dell’inceneritore di Massafra), su quello che finisce sulle sue tavole, sui soldi stanziati per garantire concretamente il diritto alla salute e magari, un giorno, chissà, avere un decreto legge con la salute al centro e la produzione in coda. (Mimmo Mazza - GdM)