lunedì 9 giugno 2014

Renzi fedele alla linea (e che vi aspettavate?)

Ilva, patto al ribasso sul dopo Bondi il governo sceglie la linea Federacciai

La partita per il salvataggio dell’Ilva arriva ai supplementari e riparte da zero. Il Governo ha dato il benservito al Commissario Enrico Bondi. Reo di aver presentato un piano industriale che non piaceva ai Riva e ai vertici della siderurgia tricolore. E il cerino di Taranto è passato dalle mani del manager aretino a quelle di Piero Gnudi, ex presidente dell’Enel e uomo di fiducia del ministro allo sviluppo economico Federica Guidi (è stato presidente del collegio sindacale di Ducati Energia, l’azienda di famiglia).
Il suo compito è titanico: la società è «sull’orlo dell’insolvenza», come dice tranchant il numero uno di Federacciai Antonio Gozzi. I pagamenti ai fornitori sono in ritardo da mesi e tra gennaio e aprile le perdite sono state vicine ai 130 milioni di euro. I l tempo a disposizione è pochissimo. E l’agenda di Gnudi è in salita: c’è da disegnare un nuovo piano di salvataggio, cercare i soldi (tra i 3 e i 4 miliardi) e i soci per finanziarlo e valutare se sarà necessario passare dall’amministrazione straordinaria alla Legge Marzano, con buona pace delle banche creditrici e della famiglia Riva.
Alla finestra restano il governo – preoccupato per i 18mila posti di lavoro (12mila diretti e 6mila indiretti) a rischio e per le bonifiche del sito produttivo – e i potenziali investitori interessati a scendere in campo. Il colosso franco-indiano Arcelor Mittal, in primis, a fianco – a tutela di un briciolo di italianità– dei gruppi Arvedi e Marcegaglia nel ruolo delle comparse visto che entrambe le aziende sono a corto di quattrini e in discussione con le banche per ristrutturare i loro debiti.


Lo sbarco in Puglia di Gnudi chiude il lungo braccio di ferro combattuto nei mesi scorsi tra Enrico Bondi (appoggiato da buona parte dei sindacati) e l’estabilishment dell’acciaio tricolore, Riva in primis. Una partita dove un ruolo decisivo, alla fine, l’ha avuto l’arbitro, leggi il Governo Renzi. Bondi, come tradizione, non rilascia dichiarazioni. Il suo lavoro e il suo piano industriale, dicono i collaboratori, parla per lui. «L’azienda aveva chiuso il 2012, anno gestito dai Riva, con una perdita di 1,3 miliardi», scrive la relazione presentata dal manager toscano al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Del Rio nei giorni scorsi. Per il 2014, dopo un 2013 non significativo per le partite straordinarie, la stima è «una perdita di 540 milioni grazie al miglioramento dell’utile operativo che si registra ogni mese da inizio anno». Il 98% degli interventi previsti dall’Aia – continua la relazione – è stato avviato e Bondi, forte di questi risultati ha messo a punto un piano industriale da 4,2 miliardi – 2,4 per le bonifiche, il resto per il rilancio industriale – centrato sull’utilizzo della tecnologia del preridotto di ferro (un trattamento che abbatte drasticamente le emissioni) al posto dell’agglomerato di minerali e delle cokerie.

La prima doccia fredda per il Commissario è arrivata dalle banche creditrici. Cui il manager toscano ha chiesto a fine anno un prestito ponte per garantire l’operatività. Gli incontri (il primo è stato l’8 gennaio) non hanno portato a nulla. Gli istituti – molti già tartassati dalle cause di Bondi nell’era Parmalat – hanno fatto capire che non avrebbero aperto i cordoni della Borsa senza un impegno di soci vecchi o nuovi. Fino a che il Banco Popolare, pochi giorni fa, ha inviato una lettera chiedendo il rientro di 25 milioni. Alla freddezza delle banche (e del nuovo esecutivo) si sono aggiunti negli ultimi giorni gli affondi dei Riva. Che dopo un primo prudente via libera al piano («merita un approfondimento »), hanno sparato a palle incatenate: «Sa quando ho sentito per la prima volta parlare del preridotto? Nel 1973. Se in 40 anni ha avuto poca diffusione ci sarà una ragione », ha detto in un’intervista a “Il Sole 24 Ore” Claudio Riva. A dargli man forte è sceso in campo Gozzi. «Il preridotto non sta in piedi economicamente - liquida la questione il numero uno di Federacciai – La gestione commissariale ha fatto perdere tempo sul salvataggio dell’azienda, bruciando 1,5 miliardi di circolante. Il piano è frutto di direttive ambientali figlie dell’Aia difficili da attuare. Un errore del Governo Letta. Il nuovo esecutivo è più pragmatico».

Il governo, in effetti, sembra aver dato ragione alle loro tesi. Ha ringraziato Bondi per il lavoro svolto. Ha lasciato scadere il suo piano al termine di «una partita opaca» dove i concorrenti dell’Ilva «hanno giocato contro di lui senza mettere i soldi» per salvare Taranto, ha detto Massimo Mucchetti, presidente della Commissione industria del Senato. E venerdì scorso ha affidato l’Ilva a Piero Gnudi, il “Cuccia di Bologna”, amico da sempre di Guidalberto Guidi, padre del ministro Federica con cui è stato commissario della Fochi. Incaricato, pare evidente, di prestare un orecchio più attento di quello di Bondi alle richieste di Federacciai («il governo deve fare più industria e meno Confindustria », ha attaccato Mucchetti), abbandonando la linea intransigente su ambiente e occupazione del suo predecessore. Il suo è in ogni caso un compito da far tremare i polsi. E ad alto rischio. Il tempo è a poco – visto che già sarà un miracolo mettere assieme gli stipendi di giugno – e servono tanti soldi (se non i 4,2 di Bondi «almeno 2,5-3 miliardi», ammette Gozzi). Chi ha a disposizione queste cifre? Nel nostro paese – pure la seconda potenza europea dell’acciaio – nessuno. Serve dunque un pivot straniero. Arcelor Mittal ha già incontrato i vertici del ministero, disposta a valutare il dossier di Taranto assieme ad Arvedi e Marcegaglia. I coreani di Posco hanno timidamente bussato a Roma e si parla anche di qualche interesse dall’Ucraina. Trovati i soldi, una missione già di suo non facile, sarà necessario trovare un piano che garantisca bonifiche e occupazione. Operazione forse ancor più complessa. «La mia presenza è legata al piano ambientale » ha fatto sapere il vicecommissario Edo Ronchi. Qualcuno teme operazioni “spezzatino” o un calo della guardia della prevenzione sulla questione della salute. «Si profila il rischio di uno spezzatino con l'Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate tagliando l'occupazione », è l’allarme di Mucchetti. Gozzi, il vero king maker dietro il ribaltone a Taranto, smentisce: «Io quest’ipotesi non l’ho mai sentita e Taranto sopravvive solo con una produzione di 8-9milioni di tonnellate l’anno come oggi», prova a rassicurare tutti il numero uno di Federacciai, aggiungendo però un po’ sibillino che «il problema è la razionalizzazione del comparto italiano dei prodotti piani e dei rivestiti».

Il Governo in questa partita ha avuto e avrà un ruolo che non è certo solo quello del convitato di pietra. E l’impressione è che il siluramento del piano Bondi sia l’anticamera di un nuovo progetto messo a punto da Gnudi più vicino ai desiderata dei privati che potrebbero comprare l’azienda. Quali sono? A spiegarli è Gozzi: Il nuovo piano industriale, sostiene, «dovrà essere fatto rispettando le normative ambientali europee – sostiene per esempio Gozzi – E le cokerie ci sono in tutto il continente». Appello chiaro ad abbassare l’asticella dell’Aia: «Serve una riflessione su Aia e ambientalizzazione». Il rischio, sostiene il combattivo numero uno di c, è che «nessuno investa qui a condizioni troppo restrittive». In prossimi giorni diranno quanto Gnudi e Renzi sono disposti a concedere su questi fronti, dove come al solito a Taranto le esigenze occupazionali e di continuità aziendale rischiano di scontrarsi con il diritto alla salute. Il rischio è che comunque non ci sia il tempo per mettere assieme una cordata prima della fine dei soldi in cassa. E in quel caso potrebbe scattare l’opzione della Legge Marzano. Ipotesi che dispiacerebbe forse a Riva e banche, che potrebbe creare seri problemi di perdita di posti di lavoro ma che sarebbe gradita ai nuovi soci che si ritroverebbero davanti una newco più leggera e meno indebitata. Si vedrà. Possibile che le banche accettino un taglio alla loro esposizione, come hanno fatto nella partita per Alitalia. La Cdp, ora alla finestra, potrebbe fare un pensierino all’ingresso in cordata. Certezze non ce ne sono. Nemmeno di riuscire davvero a salvare la siderurgia di Taranto. I dipendenti dell’Ilva (e gli abitanti che vivono a fianco dello stabilimento) sperano che i compromessi, alla fine, non vengano fatti sulla loro pelle. (Rep)

Il galletto nel pollaio vuoto. Lo spiedo è pronto!

lva, Galletti: "Il risanamento ambientale è la soluzione per il futuro"

"Il risanamento ambientale non è una parte del problema produttivo-finanziario del polo siderurgico tarantino: è la soluzione". Lo afferma in una nota il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti.
"Nell'importante dibattito in corso sul futuro dell'Ilva - sottolinea il ministro - non si deve perdere di vista questo dato: l'applicazione puntuale delle prescrizioni ambientali dell'Aia è il presupposto della prosecuzione dell'attività dell'Ilva e l'unica garanzia per il mantenimento dei posti di lavoro e per il ripristino di un rapporto corretto fra fabbrica e città".
Quel sito industriale "avrà un futuro- rileva ancora Galletti- se saprà rinascere come esperienza pilota di una acciaieria tecnologicamente avanzatissima e che adotta i più moderni standard e le migliori

soluzioni di tutela ambientale. Su questo punto non sono possibili mediazioni nè sconti. Sono certo che il neo-commissario Gnudi è consapevole di questo elemento fondamentale, che rappresenta il nocciolo duro e insostituibile del progetto di rilancio della siderurgia italiana". (Rep)

Contenti gli amici dei Riva: ancora un altro giro di giostra!

All'Ilva servono risorse e fiducia


Non basta il semplice cambio di commissario, da Enrico Bondi a Piero Gnudi, per realizzare all'Ilva quel cambio di passo auspicato nei giorni scorsi dal premier Matteo Renzi. Gnudi, infatti, si insedia trovando gli stessi problemi che ha lasciato Bondi, semmai resi ancora più complicati, perché, è evidente, la situazione dell'Ilva peggiora di giorno in giorno in assenza di correttivi.
Immettere un po' di soldi nelle casse ormai vuote, è probabilmente la prima cosa che dovrà fare il nuovo commissario. Perché se arrivano risorse fresche, i magazzini tornano a rifornirsi dei pezzi mancanti, i cantieri dell'Aia riprendono a girare, si allontana lo spettro di un blocco dell'Aia, fornitori e imprese vengono pagati e vedono ridursi il loro credito, gli stessi dipendenti riscontrano qualche garanzia in più per i loro stipendi futuri. Se invece la liquidità resta com'è adesso, la condizione finanziaria dell'azienda si avvita ulteriormente e l'Ilva fa altri passi avanti sulla strada del declino. Gnudi questo lo sa. Il punto è come e dove trovare le risorse.
E qui dovrebbe portare una schiarita l'avvento del nuovo commissario nel senso che il raccordo tra gestione commissariale, banche – con le quali la trattativa è aperta da settimane – e privati, ovvero gli azionisti attuali (i Riva) e quelli futuri o possibili (Arcelor Mittal, Arvedi e Marcegaglia), dovrebbe essere, almeno si spera, più fluido e garantire all'azienda la possibilità di una ripresa. Tocca a Gnudi infatti trovare un punto di sintesi e realizzare quel dialogo operoso tra azienda, banche e mondo dell'impresa che a Bondi non è riuscito per i dissensi che ha incontrato il suo piano industriale, ora in stand by, per la freddezza manifestata dagli istituti di credito, per le forti perplessità generate dalla sua scelta di puntare, nella produzione dell'acciaio a Taranto, sul preridotto di ferro tagliando le cokerie, scelta che Federacciai ritiene diseconomica.
La salvezza dell'Ilva dipende sì dall'operato del commissario, ma anche dall'approccio che da ora in poi avranno banche e industriali dell'acciaio e dall'impegno che metterà il Governo. Più costruttivo sarà, più finalizzato a salvare e rilanciare l'azienda sarà, nella consapevolezza che è un asset di rilievo per l'industria italiana, più l'Ilva si allontanerà dal baratro nel quale rischia di precipitare. E ne guadagneranno anche la fiducia, il consenso sociale e il clima generale di una città, Taranto, oggi legata a doppio filo alle sorti della più grande acciaieria europea. Oggi fiducia e consenso latitano molto, anzi sono quasi totalmente assenti. Parlando di Ilva c'è solo una percezione negativa.
Ieri per i danni causati dall'inquinamento, oggi anche per i tagli, sebbene nessuno sinora li abbia annunciati. Probabilmente bisognerà rifare il punto sulla strategia da mettere in campo per l'Ilva, probabilmente su alcuni aspetti bisognerà aprire una discussione, ma il contesto nel quale collocare l'intera operazione, nonché ruolo e aspettative dei vari attori sociali, sono elementi che non possono essere trascurati. (Sole24h)

sabato 7 giugno 2014

Solite fumate nere

Ilva, Piero Gnudi nuovo commissario. Legambiente: Pessimo segnale sul reale risanamento del siderurgico di Taranto

"La decisione di sostituire i vertici della struttura commissariale dell'Ilva è davvero un pessimo segnale da parte del governo Renzi sull'auspicato risanamento ambientale del polo siderurgico tarantino. Questo atto dell'esecutivo fa ulteriormente aumentare la già forte preoccupazione per la vicenda Ilva e il destino della città di Taranto". È questo il commento di Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente, sulla nomina di Piero Gnudi come nuovo commissario dell'azienda di proprietà della famiglia Riva.
Il commissariamento dell'Ilva di Taranto, deciso lo scorso anno e concretizzatosi con la nomina di Bondi e del sub commissario Edo Ronchi - inevitabile conseguenza delle gravi e reiterate inadempienze dell'azienda nell'applicazione dell'Autorizzazione Integrata Ambientale - è stato ritenuto da Legambiente come l'unica, estrema possibilità di affrontare il risanamento degli impianti e del territorio tarantino senza chiudere la fabbrica.
Legambiente criticò la scelta di Bondi come commissario perché ritenuto troppo legato alla proprietà dei Riva, essendo stato l'ultimo amministratore delegato dell'Ilva prima del commissariamento, e quindi non adeguato a garantire quella totale inversione di rotta indispensabile per una gestione del siderurgico compatibile con la città e con la salute dei suoi cittadini. La nomina del sub commissario Ronchi è apparsa invece il più solido argine alle ragioni e alle spinte dell'azienda inquinatrice. Oggi Bondi, che almeno ha nel suo curriculum il salvataggio di un'azienda in condizioni disperate come Parmalat, viene sostituito con Piero Gnudi che, pur non avendo mai avuto incarichi nell'azienda dei Riva, sembra rappresentare una scelta dettata ancora di più da esigenze poste dalla proprietà piuttosto che dalla volontà politica di risanare finalmente gli impianti.
"Le voci di un abbandono da parte del sub commissario Ronchi - aggiunge Ciafani - che ha posto come condizione per il mantenimento del suo incarico la conferma senza modifiche del Piano Ambientale e il reperimento di tutte le risorse economiche necessarie, sono assolutamente preoccupanti rispetto alla messa in pratica del Piano stesso senza sconti per nessuno e senza scorciatoie tecnologiche. Legambiente ritiene infatti essenziale la riconversione a metano con il ferro preridotto di almeno una parte della produzione".
Tutto ciò avviene mentre continuano ad accumularsi insopportabili ritardi e il Piano Industriale non è ancora noto. Si succedono inoltre le voci di un possibile ingresso nella società di nuovi investitori tra i quali Arvedi, Marcegaglia e gli indiani di Acelor, nonché di una disponibilità dei Riva a partecipare all'aumento di capitale indispensabile per affrontare gli ingenti investimenti necessari per il risanamento degli impianti. Ma tutti i possibili protagonisti di questo aumento di capitale hanno manifestato un'incomprensibile indisponibilità al progetto di riconversione a metano.
"Ma quanto tempo ci vorrà perché il nuovo commissario 'entri' in una situazione così complessa? E il Piano industriale quando verrà reso noto?- chiedono Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia, e Lunetta Franco, presidente del circolo di Taranto - C'è forse la volontà di annacquare il Piano Ambientale che, pur con i limiti, soprattutto temporali che abbiamo più volte evidenziato, contiene misure importanti e forse risolutive per il risanamento degli impianti e per l'abbattimento del loro pesantissimo impatto ambientale e sanitario?".
Il 2014 è già quasi trascorso per metà e il 31 dicembre 2015 scadenza ultima per gli interventi del Piano e dell'AIA, si avvicina inesorabilmente. "Nessuno pensi ad ulteriori proroghe degli interventi - concludono Tarantini e Franco - Continuiamo a ritenere che lo stabilimento siderurgico di Taranto possa essere risanato, ma senza la volontà politica del governo Renzi questo obiettivo non potrà mai essere raggiunto. L'esecutivo dimostri davvero di voler 'cambiare verso anche a proposito della riconversione del manifatturiero italiano in direzione della green economy. In caso contrario l'industria italiana sarà destinata ad un inesorabile declino".(Legambiente)

venerdì 6 giugno 2014

L'Italia, una repubblica bancaria!

Ilva, Piero Gnudi è il nuovo commissario


Vincono i Riva e vincono gli industriali. E perdono l'Ilva e la città di Taranto. È questo il primo giudizio che si può trarre dalla decisione del governo di Matteo Renzi che ha sostituito il commissario straordinario dell'acciaieria pugliese, Enrico Bondi, con il nuovo nominato Piero Gnudi.
La decisione era stata annunciata, «in tempi brevissimi», dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, che ha voluto mettere le mani avanti: «Il processo di risanamento dell'Ilva deve continuare», ha detto alle agenzie di stampa.
Ma  le pressioni sul governo per far sostituire Bondi sono state esplicite e sono arrivate in prima persona e in più occasioni da Antonio Gozzi, presidente della Federacciai (la Confindustria dei siderurgici), oltre che, in modo più sotterraneo, dal mondo delle banche.
Osservando il mandato che gli era stato dato dal governo Letta, Bondi ha infatti tentato di coniugare il risanamento ambientale dell'Ilva con il mantenimento dell'intero ciclo produttivo, e quindi di tutti i gli 11 mila dipendenti tarantini del gruppo. Per mettere in atto il suo piano industriale servono però circa tre miliardi di euro, che il commissario contava di reperire con un aumento di capitale da 1,4 miliardi e con il ricorso a indebitamento bancario per altri 1,6 miliardi. E qui sono nati i problemi.
Le banche, per via del loro consulente Roland Berger, hanno recapitato a Bondi il messaggio che occorreva ridurre gli oneri della ristrutturazione. E i Riva, che pur estromessi dalla gestione hanno per legge la possibilità di sottoscrivere l'aumento di capitale e di restare azionisti del gruppo, hanno fatto capire che le richieste di Bondi erano esagerate, e che comunque il commissario non era in grado di salvare l'Ilva e che doveva essere allontanato.
Una richiesta fatta propria da Gozzi, secondo il quale l'azienda – commissariata per il disastro ambientale causato dai Riva – doveva tornare ai legittimi proprietari.
Da notare, per spiegare questa ostilità, che Bondi non ha mai fatto segreto di voler ricorrere alla facoltà che la legge gli ha dato, e cioè di utilizzare per i lavori gli 1,2 miliardi di euro offshore sequestrati ai Riva dalla magistratura, nell'ambito delle indagini per fronte condotte dalla Procura di Milano.
In questi ultimi giorni il fronte comune banche-Riva sembra essersi tradotto nell'ipotesi di una cordata di imprenditori che starebbe valutando di farsi avanti per prendere i diversi pezzi dell'Ilva, e della quale potrebbero far parte il gruppo Marcegaglia, Arvedi e il gruppo Arcelor Mittal. I presupposti sarebbero però la riduzione degli interventi di salvaguardia ambientale, che Bondi ha stimato in un totale di circa 1,8 miliardi, e la chiusura di alcune lavorazioni, con il seguente taglio dei dipendenti. Con una postilla al veleno, che nessuno si è finora preoccupato di esplicitare: se lo stabilimento verrà in parte chiuso, c'è il rischio che i costi delle bonifiche necessarie ricadano sulla collettività.
Di qui le preoccupazioni dei dipendenti e di molti dipendenti, visto che sia Marcegaglia che Arvedi sono dal canto loro piuttosto indebitati, mentre Arcelor Mittal ha già avviato una pesante ristrutturazione dei propri impianti in Europa. Al governo questa ipotesi sembra aver trovato una sponda nel ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi.
Tra i  possibili sostituti di Bondi la spunta, alla fine, Piero Gnudi, consigliere economico della Guidi e in passato presidente del collegio sindacale della sua azienda di famiglia, oltre che presidente dell'Enel e più volte ministro. Toccherà adesso a Gnudi spiegare ai dipendenti dell'Ilva perché il loro futuro è a rischio. (L'Espresso)

Cambio della guardia per la gestione dell’Ilva. Piero Gnudi è stato nominato commissario al posto di Enrico Bondi per il quale è scaduto il mandato. Il governo ha deciso di rinunciare alla collaborazione di Bondi e glielo ha comunicato mercoledì nel tardo pomeriggio. Per non lasciare come sospesa nel vuoto la maggiore acciaieria europea e i suoi 12 mila addetti, è stato subito trovato il sostituto. La situazione è delicata, non solo al punto di vista giudiziario: le banche milanesi paventano di perdere la loro montagna di crediti. In precedenza erano circolati anche i nomi di Massimo Tononi e Fulvio Conti. Il “cambio di passo” chiesto da Renzi l’altra settimana, insomma, c’è stato. Ed è un cambio di passo che accelera, in un senso o nell’altro, la vicenda Ilva. Vicenda che, negli ultimi dieci giorni, ha avuto appunto quattro novità salienti: la disponibilità dichiarata dai Riva in una intervista al Sole 24 Ore a fare parte di una cordata con altri imprenditori, l’incontro a Roma fra Governo e Arcelor Mittal, il tentativo dei Riva di fare cambiare sede al processo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale che inizierà a Taranto il 19 giugno e, adesso, l’uscita di scena di Bondi.
Piero Gnudi è stato ministro per lo sport, il turismo e gli affari regionali durante il governo di Mario Monti. E’ molto legato anche a Romano Prodi, ma ha avuto rapporti con tutto il mondo politico ed economico. Il dirigente d’azienda è stato tra l’altro presidente di Enel per 9 anni e in precedenza di Iri, oltre che consigliere di Unicredit e Eni. (FQ)

Nella più totale indifferenza

Raccolta differenziata. In Puglia è sopra il 25%. E a Taranto? E' un mistero!

Ecco i dati percentuali della Raccolta Differenziata in Puglia nel 2014, pubblicati sul portale della Regione Puglia: Gennaio, 24.71%. , Febbraio, 25.21%. , Marzo, 26.66%. , Aprile, 26.59%. Cifre ancora insoddisfacenti (con molti comuni che non hanno ancora trasmesso i dati  di marzo e di aprile) che testimoniano di una crescita  lenta.
E a Taranto? Gennaio11,49% , Febbraio 11,35%.  Poi ....non si sa: sul portale non ci sono altri dati: o non sono stati comunicati o la relativa comunicazione si è persa!
Sono comunque cifre bassissime, addirittura inferiori a quelle registrate nel 2013 dove si registrarono percentuali a gennaio del 13,97% e a febbraio del 14, 66%.
Quel che è peggio è che la raccolta differenziata  nella nostra città sembra scomparsa anche dalle questioni all'ordine del giorno, con l'eccezione di un recente comunicato dell'AMIU  in cui si lamenta la scarsa collaborazione di utenti e operatori  del mercato ortofrutticolo all'ingrosso che, per l'azienda, starebbe seriamente ostacolando il potenziamento della raccolta differenziata all'interno del mercato stesso.
Ricordiamo ancora le dichiarazioni dell'assessore al'Ambiente riportate dalla stampa a fine 2013 "Negli ultimi tempi abbiamo purtroppo accantonato un po' il discorso differenziata a causa dei problemi dell'Amiu.Ma ora ci stiamo puntando"
Più recentemente, a metà aprile, l'AMIU indicava che: "Il più urgente degli obiettivi, è l'aumento della percentuale di raccolta differenziata. Un dato che dovrà aumentare per evitare l'applicazione dell'eco tassa (e in questo senso sarà discriminante il coinvolgimento delle grosse utenze) e consentire minori conferimenti in discarica e maggiori risparmi (un passo in avanti sarà compiuto con l'avvio del servizio "porta a porta" nei quartieri Paolo VI, Tamburi, Talsano, Lido Azzurro, coinvolgendo inoltre tutte le utenze commerciali della città). Questo risultato, ovviamente, dovrà fondarsi sulla ritrovata collaborazione con i cittadini. L'azienda e il Comune, quindi, studieranno criteri di premialità che terranno conto anche della costanza con la quale la raccolta differenziata è stata praticata in questi anni, dai semplici cittadini fino alle utenze commerciali".
Siamo arrivati a giugno e  non abbiamo notizie dell'avvio del servizio "porta a porta" nei quartieri Paolo VI, Tamburi, Talsano, Lido Azzurro.
La legge regionale 38/2011 prevede che scatti l'ecotassa per i comuni che entro giugno  non facciano registrare un incremento del 5% di raccolta differenziata:
Taranto ha avuto tutto il tempo per raggiungere dati accettabili di raccolta differenziata dei rifiuti e invece, e' un dato di fatto inoppugnabile, solo per superare la soglia del 10% ci sono voluti anni. Torniamo a chiedere, per l'ennesima volta, all'Amministrazione Comunale di Taranto di passare  dalle parole ai fatti. (Legambiente)

mercoledì 4 giugno 2014

L'obbrobrio continua

Tartarugaio: il giudice conferma il sequestro. Per Legambiente era e resta un "pugno nell'occhio"

Per il Tribunale del Riesame il "tartarugaio" non può essere dissequestrato.
Secondo quanto apparso sulla stampa, nelle motivazioni si legge: " la difformità rispetto all'elaborazione progettuale costituisce occupazione illegittima risultando mutato addirittura il rapporto tra era demaniale a terra  e specchio acqueo nonchè modificata la linea di costa".
E, inoltre: " non costituendo l'intervento contestato mera innovazione ma piuttosto occupazione, ne discende che trattasi di reato permanente sino alla demolizione (o quanto meno sino alla data del sequestro)".
Il sequestro fu disposto dal pm Bruschi che nel relativo decreto, sempre secondo quanto riportato dalla stampa, indicava: "Amomala risulta la condotta della Soprintendenza che , dopo aver approvato i progetti relativi all'opera, ha imposto verbalmente nuove varianti con la sospensione dei lavori e la redazione di un ulteriore progetto di variante, non si comprende bene a quale titolo".
Legambiente aveva espresso a suo tempo la sua assoluta contrarietà alla realizzazione dell'opera definendo pubblicamente l'intervento come "un indesiderato e velenoso fungo" . Per questo avevamo chiesto all'Amministrazione Comunale di ripensare l'intervento, consultando i cittadini, gli ordini professionali, tutti i portatori di interesse, e scritto al Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto chiedendo spiegazioni per gli stringatissimi pareri espressi dalla Sovrintendenza. Ma le nostre richieste sono rimaste senza esito.
Non sappiamo quale sarà l'esito del processo: per noi la costruzione del cosiddetto tartarugaio resta, in ogni caso, un autentico "pugno nell'occhio". (Legambiente)

Leggi  gli interventi di Legambiente al link

leggi la lettera al Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto

martedì 3 giugno 2014

E ora si fa sul serio!

Ilva, operaio morto dodici gli indagati

Giunge al capolinea l’inchiesta sull’infortunio verificatosi all’Ilva il 28 febbraio del 2013 nel quale perse la vita l’operaio Ciro Moccia, addetto alla manutenzione meccanica, e rimase ferito Antonio Liddi, lavoratore della ditta esterna, «Emmerre», impegnata nei lavori di ambientalizzazione delle cokerie.
Il procuratore aggiunto Pietro Argentino ha firmato il canonico avviso di conclusione delle indagini preliminari, facendolo notificare a 12 persone. Moccia perse la vita a fine turno, nei pressi della batteria numero 9 delle cokerie, chiusa perché in rifacimento in osservanza di quanto stabilito dall’Autorizzazione integrata ambientale. A cedere furono alcune lamiere sottili (pochi centimetri di spessore) poggiate dalla ditta incaricata dei lavori di ristrutturazione sulla passerella utilizzata per spostarsi lungo il piano dove avviene il «caricamento» dei forni, cioè l’immissione di carbon fossile. In quel luogo sfila, correndo su un binario, la macchina caricatrice. Moccia non avrebbe potuto né dovuto transitare in quel punto; le lamiere riparano i lavoratori della ditta di ristrutturazione dalla caduta di materiale e polvere. A Moccia sarebbe stato chiesto di effettuare la saldatura di una staffa sganciatasi dal binario sul quale scorre la caricatrice che serve le batterie ancora in esercizio: 7,8 e 10. Per raggiungere la maledetta staffa, l’operaio di origine campana, da dieci anni circa all’Ilva di Taranto, avrebbe compiuto il passo fatale.
Di cooperazione in omicidio colposo rispondono il direttore dello stabilimento siderurgico Antonio Lupoli, il delegato dell’area cokerie Vito Vitale, Carlo Diego, capo esercizio della cokeria, Marco Gratti, caporeparto manutenzione meccanica batterie, Gaetano Pierri, capoturno delle batterie, Nunzio Luccarelli, tecnico responsabile dei lavori per conto di Ilva, Martino Aquaro, responsabile delle attività di manutenzione carpenteria delle batterie, e poi Davide Mirra, Cosimo Lacarbonara, Vincenzo Procino, Francesco Valdevies e Salvatore Zecca, rispettivamente amministratore, capoturno, caposquadra, responsabile tecnico e della esecuzione dei lavori e responsabile del servizio di prevenzione e protezione della società «Emmerre», ditta dell’indotto nella quale lavorava Antonio Liddi, l’altro operaio coinvolto nell’incidente e rimasto ferito perchè precipitato sul corpo di Ciro Moccia.
Gli indagati, difesi dagli avvocati Egidio Albanese, Pasquale Annicchiarico, Antonio Raffo, Francesco D’Alessandro e Adriano Raffaelli hanno venti giorni di tempo per presentare memorie o chiedere di essere interrogati. Spetterà poi al procuratore aggiunto Pietro Argentino tirare le somme e chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione. (GdM)

Tutti di parte?

Ilva, la Uil di Taranto parte civile nell'inchiesta "Ambiente svenduto" 

La Uil di Taranto si costituirà parte civile nell'udienza preliminare legata all'inchiesta sull'Ilva "Ambiente svenduto", che inizierà il 19 giugno prossimo al cospetto del gup Vilma Gilli e che vede imputate tre società e 49 persone fisiche, tra manager ed ex dirigenti del Siderurgico, esponenti politici, funzionari regionali e imprenditori.
Lo hanno annunciato nel corso di una conferenza stampa il segretario regionale Aldo Pugliese e il segretario territoriale Giancarlo Turi, che hanno illustrato i motivi della decisione con l'ausilio dell'avv. Sergio Torsella, il quale ha redatto l'atto di costituzione.
«Abbiamo deciso di essere rappresentati in questo processo per ragioni di coerenza - ha detto Pugliese - che la Uil ha sempre tenuto sulle problematiche dell'ambiente e della sicurezza di lavoratori e cittadini. Sin da quando esisteva l'Italsider pubblica, la Uil è stata l'unica organizzazione che ha portato avanti questa battaglia. Ci siamo costituiti parte civile nel 2000 insieme a Comune, Provincia e Regione Puglia, che poi ritirarono il mandato dopo aver firmato l'atto d'intesa, ritenendo che l'Ilva avrebbe fatto tutti gli interventi necessari a eliminare l'inquinamento industriale».
Pugliese ha poi ricordato la costituzione di parte civile della Uil nel processo per mobbing legato alla palazzina Laf e nel processo per le morti d'amianto, che si è concluso il mese scorso con la condanna di 27 ex dirigenti dell'Italsider e dell'Ilva. «Oggi - ha concluso Pugliese - ci costituiamo parte civile nel processo dei processi, perchè riteniamo giusto sostenere questa causa nella difesa e nella tutela dei diritti alla salute e alla sicurezza dei lavoratori e di tutti i cittadini di Taranto e provincia».(Quotidiano)


La Uil decide di costituirsi parte civile nel processo contro l'Ilva che avrà inizio il prossimo 19 giugno. Sono diventati all'improvviso tutti bravi e buoni. Dov’è stata la Uil, assieme a tutti le altre organizzazioni sindacali, in tutto questo tempo?
Tutti pronti a salire sul carro dei vincitori. Tutti bravi e buoni, adesso. Siamo, e rimarremo, un Paese d’inguaribili ipocriti. Il processo contro l’Ilva, che avrà inizio il prossimo 19 di giugno, rischia di rivelarsi un’allegra giostra degli opportunismi. Costituirsi parte civile, chiedere il risarcimento dei danni arrecati dallo stabilimento siderurgico alla città di Taranto, è divenuto lo sport nazionale. La buona novella con la quale espiare colpe e responsabilità sedimentatesi negli anni.
Poteva la Uil sottrarsi da questo appuntamento con la storia? Poteva il sindacato che raccoglie il maggior numero di iscritti in fabbrica non partecipare a questa orgia perbenista e falsa? No che non poteva. “Saremo a fianco dei lavoratori per il rispetto del diritto alla salute” ha dichiarato l’imperituro segretario regionale della Uil, Aldo Pugliese (a proposito, niente rottamazione nel sindacato?).
Serviva un processo dopo 40 anni di violenza e trasgressioni, di omertà e avanzamenti di carriera, perché si reclamasse a gran voce il ripristino di diritti negati. Dov’è stata la Uil, assieme a tutti le altre organizzazioni sindacali, in tutto questo tempo? Di cosa si è occupato Pugliese, oltre a preservare la propria leadership in seno all’organizzazione che rappresenta? Il processo “Ambiente svenduto” si spera possa accertare le responsabilità dell’Ilva. Quanto al resto, si accettano scommesse: chi sarà il prossimo a salire sul carro della costituzione di parte incivile. Civile, pardon. (Cosmopolismedia)

Piano piano... a suon di annunci (vuoti) si prepara la sorpresa!


Nelle prossime settimane potrebbero esserci novità in merito alla questione dell'azienda siderurgica Ilva ma per il momento, mentre si stanno abbozzando possibili soluzioni, è prematuro qualsiasi commento.
Lo ha detto oggi Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo, tra i creditori di Ilva, a margine di un convegno a Milano.
"Credo che nel corso delle prossime settimane ci potranno essere novità", ha detto Messina.
"E' una fase in cui si stanno abbozzando delle soluzioni, quindi è prematuro" fare previsioni, ha aggiunto il Ceo.
Domani scade ufficialmente l'incarico del commissario governativo dell'Ilva, Enrico Bondi, ma secondo alcune fonti l'esecutivo di Matteo Renzi non sarebbe intenzionato a rinnovagli l'incarico. A metà mese invece il governo deve rispondere alla proposta di piano industriale presentata da Bondi, contestata sia dai Riva - la famiglia proprietaria dell'azienda, commissariata lo scorso anno per garantirne alla bonifica ambientale - che da Federacciai.
La famiglia Riva si è detta disponibile a partecipare all'aumento di capitale per circa 1,8 miliardi di euro di Ilva, ma ha chiesto all'esecutivo di avere voce in capitolo sulla governance dell'azienda.
Nei giorni scorsi, il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha anche sondato le intenzioni di ArcelorMittal , il gigante mondiale dell'acciao, che secondo alcune fonti sarebbe interessato a Ilva.
Interesse per l'azienda - che a Taranto possiede la più grande acciaieria d'Europa - è stato espresso anche da Marcegaglia e dal gruppo Arvedi, che puntano a una possibile cordata con un partner straniero. (Reuters)

lunedì 2 giugno 2014

Tutta salute!

Ilva, in tre mesi stimate 118T di polveri in atmosfera

L'analisi dei report Ilva del primo trimestre 2014
Da diversi giorni sono disponibili sul sito del Ministero dell'Ambiente (http://aia.minambiente.it/Ilva alla voce "Elenco documenti relativi alle attività di controllo ") i report trimestrali, compresi gli allegati, relativi all'attività di vigilanza e controllo da parte del gestore, cioè Ilva.
Dall'inizio dell'anno abbiamo più volte sentito dire che l'aria a Taranto è migliorata e i parametri considerati sono a norma, una frase più volta pronunciata da politici e addetti ai lavori che raccomandano di attenersi solo ai dati ufficiali, pertanto andiamo ad analizzare i dati di Ilva pubblicati sul sito del Ministero dell'Ambiente.
Dai reports relativi ai reparti acciaierie, altoforni, agglomerato e cokeria, Ilva stima che la quantità di polveri contenute nelle emissioni convogliate in atmosfera nel periodo che intercorre tra il 1 gennaio 2014 e il 31 marzo 2014 è pari a un totale di 118,05 tonnellate.
Nello specifico le fasi produttive delle acciaierie 1 e 2 con 19.9 t, degli altoforni con 11.29t, dell'agglomerato con 67.64t e delle cokeria con 19.22t. Il flusso di massa polveri è il prodotto tra i dati medi rilevati di portata fumi e le concentrazioni come richiesto dai limiti AIA.
Questi dati fanno riflettere quando nei reports del gestore vengono riportati i numeri delle emissioni visibili, per esempio quelle provenienti dalle acciaierie, i numeri delle fonti di emissioni di gas che non possono essere motitorate perchè irraggiungibili o esiti di rilievi IPA e PCB non disponibili e relativi ai primi tre mesi del 2014.
La domanda che ci si pone è quale possa essere la quantità totale di polveri che Ilva immette in atmosfera se in quelle convogliate misuriamo 118 tonnellate e a queste dobbiamo aggiungere quelle non monitorate o non convogliate. E inoltre, quali sono le composizioni chimiche di queste emissioni in atmosfera?
Per fare un esempio chiaro prendiamo in esame una emissione slopping, come le molte documentate in questi ultimi mesi, provenienti da acciaieria 1 e 2. Come viene monitorata l'emissione slopping nelle sue caratteristiche chimiche e quantitative?
Rimanendo sui dati ufficiali, il report che riporta i conteggi degli eventi di emissioni visibili delle acciaierie 1 e 2, nel periodo intercorso tra 22 gennaio 2014 e 31 marzo 2014, conteggia in ACC1 14 eventi di emissione visibile su un totale di 1742 colate, mentre in ACC2 51 eventi di emissione visibile su un totale di 2351 colate. Come vengono monitorate queste emissioni?
Di seguito riportiamo la tabella riassuntiva degli impianti monitorati di cui non sono attualmente disponibili esiti e rapporti prova dove sono anche compresi i rilievi di  IPA e PCB.
tabella esiti non disponibili
Come mai ad oggi non si conoscono rilievi effettuati a febbraio o a marzo di questo anno? E se sono disponibili i risultati, perchè non sono presenti sul sito del Ministero dell'Ambiente?
Altri reports che destano non poche preoccupazioni sono quelli di ispezione LDAR che hanno il compito di inventariare e classificare le sorgenti di gas e di quantificare una stima emissiva di Composti Organici Volatili (COV).
Senza entrare nel tecnicismo dei report LDAR, documenti che ognuno può reperire e prendere in esame, quello che può sembrare preoccupante è una emissione che non si può misurare.
Se esiste  un sistema di monitoraggio su fonti emissive note e individuate si possono analizzare i risultati e si possono confrontare con i limiti posti dalla legge, ma se si dichiara che su un certo numero di fonti emissive alcune non si possono monitorare allora le cose cambiano e un'altra domanda da porsi è come si può  dichiarare che un impianto non inquina se si certifica che non si possono monitorare alcune fonti inquinanti dello stesso impianto.
Prendiamo ad esempio il report LDAR di gennaio 2014 relativo all'AFO5 per le emissioni di gas coke. Sul documento possiamo leggere che sono state inventariate 213 sorgenti, tra queste 15 fine linea, 147 flange e 51 valvole. Di queste sorgenti, totale  nell'impianto 213, 74 vengono dichiarate "non monitorabili perchè fisicamente non accessibili"  emissioni non convogliate afo5 ilva taranto
Come vengono calcolate queste emissioni? Sul documento si riporta quanto segue. "È stato attribuito un fattore emissivo medio calcolato sulla base delle letture disponibili: ad ogni tipo di componente, è stato assegnato il fattore calcolato su medesimi componenti presso l’impianto".
Quindi, ad esempio, in un condominio di 213 famiglie che consumano gas, 74 non aprono la porta per consentire la lettura del contatore e per quantificare il loro consumo si applica un calcolo matematico relativo alle altre letture eseguite.
report ldar afo
Ma se all'AFO5 74 sorgenti di gas coke su 213 non sono monitorate perchè irraggiungibili, possiamo dire con sicurezza ed affidabilità che il suo processo produttivo non arreca danni alla salute degli operai e dei cittadini dei quartieri adiacenti?
Sempre rimandendo sui report LDAR riportiamo in maniera sintetica altre fonti emissive e non monitorabili presenti su altri impianti.
AFO4 118 sorgenti di gas coke di cui 7 non monitorabili, AFO2 165 sorgenti di gas coke di cui 5 non monitorabili, AFO5 167 sorgenti di metano di cui 14 non monitorabili, AFO4 235 sorgenti di metano di cui 20 non monitorabili (gen14)
ACC1 946 sorgenti di gas metano di cui 43 non monitorabili, ACC2 480 sorgenti di gas metano di cui 51 non monitorabili (feb14)
Agglomerato 270 sorgenti di gas coke di cui 33 non monitorabili e 238 sorgenti di gas metano di cui 2 non monitorabili (gen14)
Batteria 7-8 forni coke 1907 sorgenti di gas coke di cui 13 non monitorabili (gen14)
Batteria 9-10 forni coke 1887 sorgenti di gas coke di cui 6 non monitorabili (gen14)
Batteria 11-12 forni coke 3002 sorgenti di gas coke di cui 4 non monitorabili (gen14)
Rete gas metano 1534 sorgenti di cui 217 non monitorabili (dic13-gen14)
Rete gas coke 1901 sorgenti di cui 314 non monitorabili (nov-dic13)
Peacelink presenterà il dossier completo con tutti i documenti presenti in questo report trimestrale, gennaio/marzo 2014, alla Procura e alla Commissione Europea al fine di verificare eventuali lacune nel sistema di controllo e se queste possano essere causa di pericolo per la salute degli operai e dei cittadini di Taranto. (Peacelink - L. Manna)

Note:http://aia.minambiente.it/Ilva.aspx cliccare su Elenco documenti relativi alle attività di controllo

domenica 1 giugno 2014

Conosciamo i nostri mari

Monitoraggio continuo e automatico del Mar Grande e del Mar Piccolo - Taranto (Italy)
Servizio andato in onda su RAI Puglia



Ecco un estratto dalla pagina del programma di ricerca:

Automatic Monitoring  of the Sea Mar Grande - Taranto (Italy)


In the activities of the RITMARE flagship project (Ricerca Italiana per il Mare, Italian Research for the Sea), prof. Michele Mossa’s research group of the Civil, Environmental, Building Engineering and Chemistry Department (DICATECh) of the Technical University of Bari (Italy) has installed a system in the Mar Grande of Taranto (Italy) for the monitoring of sea currents, waves, water quality and weather. The system is installed on a seamark managed by the Taranto Port Authority, with which the DICATECh stipulates a special agreement.

Questi i dati inviati dalle stazioni di monitoraggio sommerse in questo momento:


 Per maggiori informazioni cliccate qui per accedere alla pagina del programma di ricerca IAHR

sabato 31 maggio 2014

Buon ascolto!!!

Alunni rione Tamburi sbarcano sul web con «Radio Clic»

Si chiama Radio Clic ed è la stazione radiofonica via internet interamente ideata e realizzata dagli alunni dell’XI circolo didattico di Taranto, nel quartiere Tamburi, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento Ilva ed è il più esposto all’inquinamento. Il progetto, che ha coinvolto le classi quarte dei plessi scolastici 'Gian Battista Vico' e 'Grazia Deledda', è stato attuato nell’ambito del Pon 'Radio web', finalizzato a migliorare i livelli di competenza e conoscenza di 24 bambini. Gli alunni si sono cimentati in diversi generi radiofonici, producendo 15 podcast, tra cui un contenitore giornalistico, un programma di intrattenimento, pubblicità no profit, talking radio e un radiodramma in cinque puntate.
"Il tutto – si spiega in una nota della scuola Vico – all’insegna di una linea editoriale che gli stessi bambini hanno voluto totalmente improntata alla positività e focalizzata su Taranto, il quartiere Tamburi e il mondo dell’infanzia in genere", con uno "slogan che ne suggella efficacemente la vitalità: 'Tamburi battentì". La radio, costruita su piattaforma Spreaker.com, è raggiungibile all’indirizzo www.radioclic.tk e permette il download dei singoli podcast, la loro condivisione su Facebook, Twitter e Google+, e l’incorporamento di ciascun contenuto su altri spazi web, tramite apposito codice. (GdM)

Ce n'è per tutti. E poi?

Un po' generico ed impreparato. 
Ci si aspettava più lucidità ma... a 87 anni... forse sarebbe troppo.

Rea: anche degli operai Ilva le colpe sul caso Taranto

«Anche gli operai hanno le loro colpe. Come i politici. Come i sindacalisti e gli imprenditori. A Taranto una mostruosità come l’Ilva è stata tollerata da tutti». Ermanno Rea raccontò nel 2002 «La dismissione», lo smontaggio dell’Ilva di Bagnoli. Oggi guarda l’Ilva di Taranto e gli sembra di ritrovarsi ancora lì in mezzo, tra gli operai napoletani con cui andava a mensa. Bagnoli era ormai chiusa quando lui arrivò: gli operai la smantellavano piangendo. Oggi la fabbrica di Taranto, travolta dall’inchiesta giudiziaria sul disastro ambientale e una rete di corruzioni, complicità, silenzi, è strozzata dalla crisi. Rischia di chiudere. E se resta aperta, rischia di inquinare ancora. «Io la chiuderei» dice Rea. «Ma quanti operai ci lavorano?». Quasi dodicimila. «Accidenti. Tanti. Sa, non conosco Taranto, ma seguo questa storia con interesse».
Trova analogie con la sua Bagnoli?«A Taranto la situazione ambientale è più grave di quella del passato a Bagnoli. Bagnoli è separata da Napoli dalla collina di Posillipo. A Taranto le acciaierie sono attaccate alla città. Non che Napoli non abbia subito danni, ma credo in modo infinitamente minore. Un direttore venuto da Taranto introdusse misure di protezione dell’ambiente».
Sensibilità delle Partecipazioni statali. Negli anni Settanta a Taranto costruirono collinette artificiali per separare la vecchia Italsider dal quartiere Tamburi. Non sono servite a molto. Come andò il suo lavoro in fabbrica durante la dismissione?«Vissi un paio di mesi a Bagnoli. Era il 1994. Gli operai diventarono miei amici. Ce n’erano cinquecento per smontare gli impianti. Fui preso dalla storia dell’archivio Ilva: raccoglie parte della storia napoletana dal 1910, con testimonianze di ogni tipo: storie operaie, di sofferenza, di incidenti, lettere di raccomandazione di boss - politici e non politici - per fare assumere questo o quello».
Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?«Con il passare degli anni addirittura un senso più accentuato dell’assenza dello Stato. In Italia non c’è una collettività guidata. Tutto avviene in modo occasionale. Al di là delle varie corruzioni, non si prevede, non si pianifica, non si pensa al domani. Si apre o si chiude una fabbrica in base a convenienze del momento. Bagnoli fu chiusa ma nessuno si chiese: che cosa accadrà dopo? Scandaloso. Non dico che non dovesse essere chiusa, dico che doveva esserci una prospettiva. Una capacità di previsione non c’è mai. È questa la causa di tutto. L’Italia non è riuscita a diventare una nazione. Già alcuni anni prima Bagnoli fu sul punto di essere dismessa. Improvvisamente si decise di investirci oltre mille miliardi di lire. Ma poi la fabbrica fu chiusa».
In vent’anni Bagnoli ha chiuso l’Ilva e aspetta ancora le bonifiche. In venti anni la Germania ha bonificato e riconvertito il vecchio bacino minerario della Ruhr abitato da 11 milioni di persone. Che gliene pare?«Nel libro "La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani", mi sono posto il problema. Ma vediamo il caso Taranto. Io penso che le responsabilità siano anzitutto della classe dirigente. Degli imprenditori. Evidentemente della classe politica. Ma se ci penso bene, anche del sindacato. Ma se vado più a fondo, mi rendo conto che sono pure della cittadinanza. Però anche gli operai hanno le loro responsabilità. È impensabile che si determini una mostruosità gigantesca per anni e anni con il silenzio generale. Ci sono state voci isolate. Le maggiori responsabilità sono di politica e imprenditoria, ma gli altri non sono innocenti».
Quando è stato l’ultima volta a Bagnoli?«Sono tornato recentemente come candidato alle elezioni europee della Lista Tsipras. È triste vedere un’area inerte dove c’era l’Ilva. Un quarto di secolo dopo. E ho saputo che l’archivio sta per essere portato via. Ho lanciato l’allarme proponendo di creare un polo universitario per raccogliere gli archivi di tutte le fabbriche in dismissione nel Mezzogiorno. Sarebbe il centro della memoria industriale del Sud. Un’idea bella, credo, ma irrealizzabile in un Paese in cui non si realizza nulla».
Classe operaia. Che cosa le fanno venire in mente queste due parole pensando a Bagnoli, a Taranto, alle acciaierie?«La domanda rivolta a un vecchio non può prescindere dalla sua storia personale. Io ho militato nel Pci. Oggi il significato di queste parole è cambiato. Se parliamo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, devo dire che la storia non ha cambiato le cose. Il capitalismo è riuscito ad avere mano libera e può produrre nelle aree di massima povertà del pianeta. Noi indossiamo una maglietta fatta in India e dietro quell’oggetto c’è uno schiavismo più bieco dello schiavismo ottocentesco del padrone delle ferriere. La nostra classe operaia è mutata, però abbiamo isole di perversione come l’industria siderurgica; ci riportano ai primi anni del Novecento. Penso a Taranto e alla vita infame degli operai dell’acciaieria, non diversa da quella degli sfruttati in India o in Bangladesh».
Lei è ancora comunista...«No, la parola è obsoleta. Credo profondamente nella collettività. E penso che il privato non debba prevalere sul pubblico».
L’Ilva nacque a Taranto nel 1960. Quasi tutti concordi, nella Dc e nel Pci, che fosse la cosa giusta. Compreso Napolitano. Escluso Amendola. Chi aveva ragione?«Apprezzabile la posizione di Amendola. Il limite di Amendola è stato di non credere molto all’unità d’Italia. Aveva una visione regionalistica del Mezzogiorno».
Oggi uomini di sinistra pensano che l’Ilva di Taranto vada tolta alla famiglia Riva e statalizzata. La convince il ragionamento?«E quando diventa pubblica cosa cambia? Non si tocca il cuore del problema. E il problema è capire se resta fabbrica o viene smantellata, come si risolve la vicenda di dodicimila lavoratori e come si difende la città dall’inquinamento. I pezzi sulla scacchiera sono questi. Certo un mostro di tali proporzioni non può essere un problema del singolo capitalista. È giusto chiamare in causa lo Stato, perché lo Stato deve difendere i cittadini».
Quale lezione può dare Bagnoli a Taranto?«Francamente non lo so. Certo, bisogna far prevalere gli interessi collettivi».
Ha speranza?«La speranza ce l’ho sempre. Al fondo del mio pessimismo c'è dell’ottimismo... Non voglio fare un volgare gioco di parole, semmai sottolineare quanto io sia realmente speranzoso. Non sulla breve distanza, ma sulla distanza più lunga dico che gli esseri umani hanno superato ostacoli di portata inimmaginabile. Non vedo perché l’Italia non possa risolvere i suoi problemi».
Che cosa dice ai cittadini di Taranto?«Da meridionalista orgoglioso sono vicino a loro. Posso dire, al di là dell’ottimismo e del pessimismo: bisogna essere combattivi, avere coraggio, mai girare la testa dall’altra parte. Quando si è convinti di combattere battaglie giuste bisogna andare avanti».
Se la immagina nel 2050 una fabbrica come quella di Taranto ancora lì?«No, qualcosa accadrà. L’umanità qualcosa farà. Me lo faccia dire dall’alto dei miei 87 anni». CdM

Crisi a pioggia e sprazzi di sole

Ilva, intesa sui debiti con le ditte appaltatrici

Un’intesa è stata trovata. Le ditte dell’indotto potranno rifiatare. Le banche pagheranno le fatture che Ilva riconoscerà. Il vertice di ieri mattina in Prefettura a Taranto è stato dunque positivo. «Le banche - dice Vincenzo Cesareo, presidente di Confindustria Taranto - s’impegnano, attraverso la mediazione di Interfidi, a creare nuova finanza, nuove linee di credito, a condizione che l’Ilva certifichi l’esigibilità del credito e accetti la canalizzazione. È un accordo che ci soddisfa».
La crisi di liquidità dell’Ilva ha generato una situazione insostenibile «con un monte crediti pari a 46 milioni di euro che riguarda le imprese pugliesi e tarantine», ha aggiunto Cesareo.Al vertice, che si è concluso poco dopo mezzogiorno, hanno partecipato non solo banche, Confindustria, Prefetto e Ilva, ma anche Interfidi provinciale, Camera di Commercio e Comune di Taranto. Era stato proprio Cesareo, nelle scorse settimane, ad andare in pressing per tentare un punto d’incontro con le banche, visto l’allarme lanciato dalle ditte dell’indotto, alcune sono impegnate in cantieri Aia, che, a causa della paralisi economica della fabbrica, erano entrate in una spirale d’incertezza e preoccupazione.
Un indotto che a Taranto e provincia, conta circa 6 mila dipendenti. Cesareo aveva parlato di una «situazione esplosiva», poiché i pagamenti da parte di Ilva sono in ritardo di almeno quattro mesi e dunque in arretrato sono anche le retribuzioni dei lavoratori. La crisi dell’Ilva non riguarda solo l’indotto. Se da un lato sono stati assicurati i pagamenti ai lavoratori diretti per il mese di maggio, l’arrivo dei bonifici è previsto il 12 giugno, dall’altro nei reparti si vive un clima di ansia e precarietà.
Il presidente degli industriali ionici, 24 ore prima del vertice in Prefettura, ha partecipato all’assemblea nazionale di Confindustria che si è svolta a Roma. In una riunione privata, ha detto chiaramente ai soci, che «se crolla l’Ilva, crolla l’intera industria manifatturiera italiana». Per questo ha chiesto al presidente Squinzi «la massima attenzione per il Caso-Ilva e per Taranto». E mentre ieri mattina in Prefettura veniva siglata un’intesa per far rifiatare le imprese, un gruppo di lavoratori della Itas srl, ditta dell’indotto che conta una sessantina di operai, ha protestato davanti alla direzione Ilva a causa del mancato stipendio. Il loro obiettivo era fermare l’emorragia dell’arretrato.
Ecco perché ieri mattina hanno deciso di organizzare un sit-in. «La situazione qui è complessa - spiega Francesco Rizzo, coordinatore provinciale Usb, che all’interno della ditta, rappresenta almeno la metà dei dipendenti - La Itas srl è totalmente inaffidabile». E per confermare questa affermazione divulga il contenuto dell’incontro avuto con l’Ilva a margine della protesta. Un incontro chiarificatore. «L’Ilva stamattina ci ha riferito che dal 1° aprile al 28 maggio, ha versato alla Itas srl, 540 mila euro - spiega Rizzo - La ditta ora vuole solo pagare lo stipendio di marzo e non aprile, ma questo vuol dire che 4 lavoratori, ad esempio, avranno una busta paga con “zero” euro, e oltre una ventina solo 500 euro».
Da qui la richiesta dell’Usb, che ha accolto il grido di allarme degli operai. «Ora noi chiediamo alla Itas - conclude Rizzo - a fronte del denaro ricevuto dall’Ilva, che venga corrisposto anche lo stipendio di aprile, per far rifiatare i lavoratori. Intanto stiamo già preparando la lettera di diffida e le ingiunzioni al pagamento immediato. Ad Ilva invece chiediamo, di bloccare il prossimo pagamento alla Itas srl, che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, almeno fino a che non saranno saldati gli arretrati ai dipendenti». (GdM)

Parti civili e querele popolari

Conferenza stampa del 31maggio 2014 del Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti:

OPERAZIONE “AMBIENTE SVENDUTO”
Il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti il prossimo 19 giugno si costituirà parte civile nel processo penale scaturito dall'operazione denominata “ambiente svenduto”. Dopo aver fornito agli Organi inquirenti un preziosissimo apporto nella fase delle indagini preliminari, culminato con l'applicazione di misure cautelari ai componenti del cosiddetto “governo ombra” grazie alle dichiarazioni illuminanti di un suo componente, il Comitato vuole essere presente anche nel processo e continuare a tenere il fiato sul collo degli imputati al fine di ottenerne la condanna alle pene severe che meritano per i misfatti commessi. Il tutto nella consapevolezza di rappresentare l'unica forma di energia sana operante in fabbrica a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, a differenze delle organizzazioni sindacali, menzionate nel capo A) di imputazione, già facenti parte del sistema “Archinà”.

QUESTIONE AMIANTO
Lo scorso 23 maggio è stata deliberata dal Tribunale di Taranto una sentenza storica. Sono stati condannati ex dirigenti dell'Italsider pubblica e dell'Ilva privata a pene severe per le morti e le malattie professionali contratte da lavoratori dello stabilimento esposti ad una serie di agenti inquinanti, tra cui amianto e polveri di amianto. La sentenza accerta fatti verificatisi fino alla fine degli anni novanta e costituisce per il Comitato solo un punto di partenza perché la presenza di amianto in fabbrica è ancora massiccia. Né dà atto lo stesso commissario Bondi nel piano industriale recentemente presentato ai sindacati, lì dove prevede - tra gli investimenti da realizzarsi entro il 2016 - ben 1300 interventi su amianto del valore di diverse centinaia di milioni di euro. A questo proposito, il Comitato seguirà un percorso civilistico, promuovendo un'azione di risarcimento danni per tutte le persone che, dipendenti o ex dipendenti Italsider o Ilva, hanno vissuto la tragedia di patologie correlate alla esposizione all'amianto o ad altre sostanze cancerogene esistenti nello stabilimento. Il Comitato, inoltre, si rivolgerà alla Magistratura penale affinché per il periodo successivo ai fatti contestati nel processo che si è celebrato verifichi la sussistenza di ipotesi di reato a carico non solo della dirigenza Ilva - sia quella privata che quella commissariale - ma anche degli organismi sindacali (inclusi gli R.L.S.) che, pur avendo la responsabilità di intervenire a tutela della salute dei lavoratori e soprattutto di renderli edotti dei rischi connessi all'esposizione agli agenti inquinanti, si sono colpevolmente astenuti dal farlo.

VICENDA “VACCARELLA”
Qualche giorno fa in un fuorionda captato durante la registrazione di un programma televisivo il deputato di Sel ed ex componente della segreteria nazionale della Fiom Giorgio Airaudo si è lasciato andare a parole pesanti sulle connivenze tra organizzazioni sindacali e Ilva. Con riferimento alla vicenda Vaccarella, che è già stata sottoposta all'attenzione della Magistratura, Airaudo sostiene che “l'alterità sindacale della classe operaia è stata totalmente acquistata, comprata ma a colpi di denaro, di consenso, con infiltrazioni malavitose”. Tali affermazioni confermano quanto da noi in proposito sostenuto nel passato, per cui chiederemo alla Procura jonica di ascoltare l'ex sindacalista affinché fornisca tutte le informazioni di cui è in possesso per chiarire una vicenda dai contorni ancora nebulosi.

QUERELA NEI CONFRONTI DEL SEGRETARIO REGIONALE DELLA UIL
A margine della manifestazione del 26 ottobre 2013, finalizzata a sensibilizzare la classe politica sull'effettivo utilizzo dell'aeroporto di Taranto, uno dei componenti del Comitato è stato aggredito con parole ingiuriose e con sputi dal segretario regionale della Uil, Aldo Pugliese. Delle parole offensive e del deprecabile gesto, provenienti da una persona che per età e funzione svolta dovrebbe essere di esempio a cittadini e lavoratori, sono stati testimoni una moltitudine di persone presenti sul posto. È stata sporta querela contro il Pugliese, il quale, dopo accurate indagini svolte dalla Procura
della Repubblica, è stato rinviato a giudizio per ingiurie aggravate. Nel processo, che avrà inizio il prossimo 25 giugno, la vittima del reato sarà costituita parte civile, ma non per lucrare un risarcimento al quale pure avrebbe diritto. Per scelta di questo componente del Comitato e del suo difensore le somme che il giudice liquiderà a titolo di ristoro dei danni subiti e di pagamento delle spese legali saranno interamente devolute in beneficenza.

venerdì 30 maggio 2014

Il buon latte di mamma Ilva?

Taranto, “nel latte materno diossine fino al 1500%. Pericoloso per la salute”

Nei campioni di latte materno della città dell’Ilva, Taranto, “sono stati rilevati superamenti dei valori di azione di diossine Pcdd e Pcdf (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani) e di Pcb Dioxine like (Policlorobifenili, diossine e simili), su materia grassa, a partire dal 700% fino al 1500% stabiliti per latte crudo e prodotti lattiero caseari”. Il presidente del Fondo Antidiossina Fabio Matacchiera introduce così le conclusioni dell’analisi da parte di centri accreditati di una decina di campioni di latte di mamme “con età superiore ai 33 anni”.
Sui dati dell’associazioni e sul metodo con cui l’indagine è stata condotta, però, interviene il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva nonché direttore del dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto, Michele Conversano che giudica “sconvolgente” fare un “confronto tra latte materno, latte crudo e prodotti lattiero-caseari” perché “il latte materno non è un alimento come il latte di capra o il formaggio“. Non solo: “Il latte materno – prosegue – ha un valore per cui l’Oms e tutte le organizzazioni mondiali hanno sempre raccomandato che l’allattamento al seno è sempre da preferire a qualsiasi altra alimentazione, qualunque sia il livello di contaminazione del latte materno”. “Noi – aggiunge – abbiamo proposto all’Istituto superiore della sanità, che lo ha approvato, uno studio scientifico sulla ricerca di diossina nel latte materno di 300 donne per valutare la contaminazione nel tempo”. “Il lavoro fatto dalle associazioni – conclude – è meraviglioso nel denunciare il caso ma bisogna essere molto cauti perché sull’allattamento al seno si va a toccare un tasto molto delicato. Il problema è psicologico: non si può toccare la mamma in quel momento”.
Matacchiera rileva che ”anche i tenori massimi sono stati tutti abbondantemente superati fino al 660%. In tutti i campioni di latte delle neomamme di Taranto fatti analizzare dalla Onlus Fondo Antidiossina, sono state riscontrate significative concentrazioni” delle diossine citate, tutte “con valori molto al di sopra dei 6 picogrammi per grammo“, che è il “limite per il latte per adulti”. La media che riscontriamo, infatti, si attesta su valori superiori ai 20-22 picogrammi e fino a valori di 39,992 picogrammi”. Matacchiera ha poi precisato che “la normativa prevede il divieto di commercializzazione e la distruzione di quell’alimento poiché considerato pericoloso per la salute”. Ma secondo il presidente della Società italiana di igiene e medicina preventiva, che è stato anche consulente della procura di Taranto in indagini sull’Ilva, ”anche a coloro che hanno allattato sotto Chernobyl o dopo l’incidente di Bophal, l’Oms ha detto che si deve sempre allattare al seno qualunque sia la contaminazione. Che ci sia a Taranto una contaminazione lo denunciamo noi da 20 anni e, purtroppo, lo sappiamo tutti, ma che si possano provocare delle reazioni naturali nelle donne tarantine che stanno allattando e che stanno ora pensando di avvelenare i loro bambini non è possibile, nessuno se lo può permettere”.
A una delle mamme di Taranto che si è sottoposta all’indagine pilota, spiega Matacchiera, “alcuni mesi dopo il parto è stata diagnosticata una forma grave di tumore che ha reso necessario un intervento chirurgico invasivo al seno”. Il latte analizzato era di una donna di 42 anni che presentava valori molto prossimi a 40 picogrammi su grammo di policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, pcb e diossine. “Anche alla neonata – ha aggiunto Matacchiera – venivano riscontrati problemi di salute molto gravi. Attribuire le cause di quanto sopra descritto alla presenza significativa di quei congeneri nell’organismo umano, può essere sicuramente un po’ azzardato. Rimane tuttavia la certezza che per un adulto consumare del latte con concentrazioni dei congeneri indicati superiori a 6 picogrammi su materia grassa risulta pericoloso per la sua salute”. E’ normale adesso che “ci si chieda – ha concluso l’ambientalista – che pericolo possa rappresentare per una piccola creatura bere il latte della mamma con concentrazioni di 40 picogrammi. Inoltre, è consequenziale che la preoccupazione cresca al pensiero che il latte per il neonato (a differenza dell’adulto che ne consuma molto poco), rappresenta l’unica fonte di alimentazione intensiva per molti mesi”.

Almeno quello!

Ilva condannata a risarcire un condominio di Taranto per inquinamento 


L'Ilva è stata condannata a risarcire un gruppo di residenti che abitano vicino allo stabilimento di Taranto per danni da inquinamento. Per la prima volta un tribunale ha riconosciuto come reato il fatto che alle persone sia impedito di ‘godere’ della propria casa e di considerarla un luogo sicuro per colpa dell’inquinamento industriale.
La causa fu avviata nel 2006 dai cosiddetti ‘ribelli di Tamburi’: un gruppo di cittadini che pur essendo dipendenti o parenti di impiegati nella fabbrica, avevano deciso di schierarsi contro il colosso siderurgico. Nel corso del processo alcuni di loro sono morti per tumore.
La sentenza del giudice civile, Marcello Maggi, è del febbraio scorso ed i condòmini - residenti in via De Vincentis al quartiere Tamburi, il più vicino e più colpito dalle polveri - hanno ricevuto dall`Ilva indennizzi compresi tra gli 11mila ed i 15mila euro a famiglia.
Il processo ha avuto un percorso difficile che ne ha allungato i tempi. Prima di decidere sul caso, il giudice aveva, infatti, affidato una complessa e costosa perizia chimica per accertare che le polveri che negli anni hanno danneggiato l'edificio provenissero davvero dallo stabilimento siderurgico. L'Ilva si era però opposta alla nomina di un consulente residente a Taranto per conflitto di interessi ed il giudice aveva dovuto scegliere un nuovo consulente residente in un altra città.(Rainews)

Il Giudice civile del Tribunale di Taranto ha disposto il risarcimento nei confronti di un gruppo di cittadini residenti in uno stabile del quartiere Tamburi per i danni subiti a causa dell'inquinamento proveniente dall'Ilva. Una prima richiesta stragiudiziale fu avviata sin dal 2006 dagli avvocati Eligio Curci e Massimo Moretti per conto di un condominio del rione, che si trova a poche centinaia di metri dallo stabilimento siderurgico, sulla scorta della sentenza di condanna in sede penale di amministratori e dirigenti Ilva per il reato di 'getto pericoloso di cosè relativa allo sversamento di polveri dei parchi minerali. L'Ilva si oppose ai risarcimento in via bonaria e nel 2008 iniziò la causa civile. Dopo sei anni la sentenza con il riconoscimento del diritto al risarcimento subito a causa dell'inquinamento.
I condomini hanno quindi ricevuto gli assegni relativi ai risarcimenti riconosciuti in sentenza e liquidati da Ilva spa. Somme comprese tra gli undicimila e i quindicimila euro a famiglia, che vanno a risarcire una voce di danno, per la prima volta viene riconosciuto in sede giudiziale, conseguente alla ridotta possibilità di godimento dell'immobile di proprietà a causa dell'inquinamento industriale proveniente dallo stabilimento Ilva. «Una sentenza innovativa - commentano in una nota gli avvocati Curci e Moretti - che costituisce un precedente particolarmente importante in materia, anche perchè il diritto risarcitorio riconosciuto, e mai reclamato da nessun altro, appare difficilmente revocabile in sede di impugnativa, non dipendendo da valutazioni tecniche o da dati che possono essere suscettibili di varia interpretazione». (CdM)

giovedì 29 maggio 2014

Bondi: mummia usa e getta. Avanti un'altro (condannato)?


Aguzza la vista: dov'è Bondi?

Ilva, Renzi fa traballare Bondi: “Così non si va avanti, serve cambio di passo”

La poltrona di Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, è sempre più a rischio. Le parole di Matteo Renzi alla direzione del Pd non sembrano lasciare spazio ad altre ipotesi. “Così non si va avanti – ha detto il premier sullo stabilimento siderurgico di Taranto – c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Una dichiarazione alla quale è immediatamente seguita l’affermazione del governatore di Puglia, Nichi Vendola, secondo il quale “se Renzi decide di voltare pagina” e di “chiudere l’esperienza di governo commissariale dell’Ilva, difficilmente gli si può dare torto”. Non solo. Vendola ha aggiunto che “dalle dichiarazioni di agenzia il presidente del Consiglio intende chiudere l’esperienza di governo commissariale per Ilva. Sarebbe utile prendere atto di una gestione che ha avuto sin dall’inizio carattere di contraddittorietà, visto che Bondi era l’uomo scelto dai Riva come amministratore delegato e dal governo come Commissario che doveva estromettere gli stessi Riva nella gestione dell’azienda”, ma “non è stata in grado di portare ad una riqualificazione e a un vero piano industriale”.
Insomma, giorni contati per Bondi? Forse. Tanto più che il suo mandato scade il 4 giugno. Quello che è certo ed emblematico, al momento, è che in una giornata di incontri decisivi tra il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, i sindacati, gli imprenditori e le associazioni di industriali sul futuro della fabbrica ionica, il commissario Bondi non c’era. Il commissario, infatti, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, ma non ha partecipato al tavolo della siderurgia e nemmeno a quello tra i gruppi imprenditoriali interessati al salvataggio dell’Ilva. C’era, però, l’attuale commissario della Lucchini, Pietro Nardi, che è il possibile successore di Bondi anche se fresco di condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo da parte del Tribunale di Taranto in quanto insieme ad altri 28 ex dirigenti dell’Ilva come lui. 
Seduti, intorno a quel tavolo, c’erano anche i sindacati, il Gruppo Riva, i rappresentanti del colosso della siderurgia Arcelor Mittal e anche Antonio ed Emma Marcegaglia, presidente e vicepresidente di Marcegaglia spa che già un mese fa aveva dichiarato che sull’ipotesi di un salvataggio dell’Ilva, la società del presidente dell’Eni avrebbe potuto fare la sua parte. Al tavolo per la siderurgia, però, l’unico argomento ufficiale di discussione è stata l’implementazione nazionale dello Steel action plan europeo e il punto sulle principali vertenze aziendali. Fim, Fiom e Uilm hanno consegnato il documento finale dell’Assemblea nazionale delle Rsu svolta a Roma il 23 maggio scorso ribadendo la necessità di “un salto di qualità nelle politiche di settore che oggi è urgente compiere per salvaguardare un’industria strategica per il Paese”.
Insomma sulle ipotesi della “nuova Ilva” niente ufficiale. Ad ufficializzare il delicato momento dell’Ilva e l’oscuro futuro di Bondi, però, ci ha pensato il senatore Pd Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, che dal suo blog ha fatto sapere che “sull’Ilva si sta giocando una partita opaca” perché i Riva, concorrenti privati dell’Ilva, non vogliono il rinnovo di Bondi. Proprio loro che lo avevano nominato amministratore delegato della società solo qualche mese prima della chiamata del governo. Proprio loro che “soldi sul tavolo non ne mettono” ha scritto l’ex vice direttore del Corriere della Sera che ha poi delineato il futuro dell’Ilva come uno “spezzatino”: l’Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate, tagliando l’occupazione”. Una possibilità, quindi, che ancora una volta colpirebbe i lavoratori di Taranto. (FQ)

AHAHAHHAHAHAHAHAHAA!!!

l'Ex-ministro in odore di peculato decide di svestire i panni di clown per prepararsi alla nuova grande impresa: il cantanapoletano spaccalacrime.
L'obiettivo?
Vincere Sanremo (dai domiciliari)!!!


Clini: "Accuse mi spaccano il cuore". E si autosospende da dirigente del ministero

 "Le accuse che mi sono state rivolte mi spaccano il cuore". L'ex ministro dell'Ambiente Corrado Clini, agli arresti domiciliari da lunedì scorso, affida la sua autodifesa a una lettera fatta pervenire ai mezzi di informazione tramite i suoi legali nel giorno dell'interrogatorio di garanzia a Ferrara. "Spero che - aggiunge - ancora una volta i fatti e i risultati del mio lavoro prevalgano sui pregiudizi e sull'ideologia".
La lettera di Clini. Nella missiva, una pagina firmata a penna, l'ex ministro rivendica il lavoro svolto in questi anni, respingendo ogni accusa: "Chiedete alle decine di imprese, dalle più grandi e più note alle più piccole, che hanno realizzato grazie al mio lavoro centinaia di progetti in Italia e nel mondo, con successo. Chiedetelo alle università e agli enti di ricerca in Italia, in Brasile, in Cina, in Iraq, negli Usa, nei Balcani, che hanno collaborato con me in tutti questi anni ed hanno realizzato progetti esemplari che sono un vanto per l'Italia. Chiedetelo anche ai lavoratori dell'Ilva di Taranto, e chiedetelo all'azienda. Chiedetelo ai lavoratori ed alle imprese di Piombino, di Porto Marghera, di Tor Viscosa, di Trieste. Chiedetelo alle centinaia di comuni, alle province, alle regioni con cui ho promosso e realizzato centinaia di progetti locali. Chiedete a tutti questi se sono corrotto".
Tra il 2004 e il 2011 - prosegue l'ex ministro - "ho svolto un'attività di supporto alla formazione" di una Ong impegnata in Iraq: attività per la quale "ho ricevuto la copertura delle spese ed un compenso (non ancora riscosso) finanziati con risorse diverse da quelle del ministero dell'Ambiente". E ancora: "Il mio lavoro è sempre stato finalizzato ad integrare sviluppo economico e protezione dell'ambiente, senza pregiudizi ideologici e vincoli politici, con procedure rapide e trasparenti". Un atteggiamento che "ha suscitato negli anni polemiche e iniziative contro di me, sostenute da chi specula sull'ambiente per convenienza politica con l'appoggio delle burocrazie che vivono di rendita sui ritardi e le opacità delle procedure".
L'autosospensione dal ministero. Il titolare dell'Ambiente Gian Luca Galletti ha reso intanto noto che Clini, accusato di peculato dalla procura di Ferrara e di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione da quella di Roma, ha "anticipato la sua decisione di autosospendersi" dall'incarico di dirigente del ministero dell'Ambiente "con una lettera arrivata ieri". "Quando ci sarà notificato l'atto da parte della magistratura - ha spiegato Galletti - procederemo alla sospensione. Abbiamo fiducia nella magistratura a cui abbiamo dato la massima collaborazione con trasparenza nell'interesse del ministero e dell'indagato, credendo possa aiutare a chiarire la situazione".
L'interrogatorio di garanzia. A Ferrara l'ex ministro dell'Ambiente, accompagnato dal suo avvocato Paolo Dell'Anno, è stato ascoltato dal gip Piera Tassoni nell'ambito dell'inchiesta sulla presunta distrazione di 3,4 milioni di euro, relativa a un finanziamento di 54 milioni destinati dal ministero dell'Ambiente a un progetto denominato New Eden, per la protezione dell'ambiente e delle risorse idriche, da realizzarsi in Iraq e finanziato con il sostegno internazionale.
"Abbiamo offerto al giudice elementi per poter fare valutazioni. Abbiamo prodotto dei documenti che dimostrano l'insussistenza dei reati contestati", ha dichiarato il legale al termine dell'interrogatorio. In aula anche il pm Nicola Proto che col collega Filippo Di Benedetto coordina l'inchiesta. Clini non ha risposto all'interrogatorio ma ha reso dichiarazioni spontanee.
Inchieste parallele. Oltre all'inchiesta di Ferrara, l'ex ministro nei giorni scorsi è stato investito da una nuova bufera giudiziaria a Roma: nel mirino, la gestione ministeriale di una gran massa di milioni utilizzati per finanziare progetti all'estero. E l'inchiesta della capitale, che marcia parallela a quella della procura di Ferrara, si allarga: oltre a presunte provviste realizzate tramite progetti per centinaia di milioni realizzati in Cina e Montenegro, nel mirino del pm Alberto Galanti ci sono anche i finanziamenti elargiti per piani ambientali in Africa e Sudamerica. La Guardia di finanza ha perquisito gli uffici di Clini e a Roma ha trovato documenti utili.
Cina e Montenegro sono al centro di progetti, rispettivamente per 200 e 14 milioni di euro, approvati nell'arco di più di un decennio e riguardano prevalentemente la riqualificazione ambientale di alcune aree. Il sospetto degli inquirenti è che dietro il finanziamento di questi progetti, ottenuti da imprese italiane, ci sia stato un giro di mazzette.
Oltre all'ex titolare del dicastero, nel registro degli indagati sono state iscritte altre 4-5 persone tra cui la moglie di Clini, Martina Hauser, ex moglie del ministro dell'Interno montenegrino Andrjia Jovivevic e assessore comunale a Cosenza. Il movimento 'Rivolta ideale', fondato dall'avvocato Michele Arnoni, ex segretario provinciale di Cosenza de La Destra, ha già chiesto le dimissioni della Hauser che ha le deleghe per la Sostenibilità ambientale e le energie rinnovabili, insieme alla programmazione e l'ottimizzazione dell'uso delle risorse idriche. Oggi a tornare alla carica è la Cgil locale che sollecita il sindaco Mario Occhiuto a valutare l'opportunità politica di ritirare le deleghe alla donna, esponente di giunta. (Rep)

Dacci (e continua a darci) i nostri SLOPPING quotidiani

Luciano Manna, Peacelink:

Slopping Acc1 Ilva Taranto 29.5.14



C'è bisogno ancora di prove?

Ilva, la Cassazione dice "no" al dissequestro di 100milioni di euro. «Riva Fire partecipò a truffa»

Rimangono ancora "bloccati" i 100 milioni di euro sequestrati lo scorso gennaio dalla guardia di Finanza di Milano nell'ambito della vicenda con al centro la presunta truffa ai danni dello stato per cui ora sono sotto processo Fabio Riva, imprenditore e figlio di Emilio, il patron dell'Ilva di Taranto morto di recente, con altre due persone e Riva Fire, la holding che controlla il gruppo siderurgico.
La Cassazione, come è emerso oggi in dibattimento, l'altro ieri ha infatti confermato i sequestri disposti dal gip su richiesta della Procura respingendo i due ricorsi presentati, uno a nome della Riva Fire e l'altro a nome di Emilio Riva, quando era ancora in vita. Il primo è stato ritenuto «infondato, al limite dell'inammisibilità», e il secondo «infondato». La somma sequestrata tramite i due decreti si ipotizza sia l'equivalente dei proventi della presunta truffa che sarebbe stata compiuta per ricevere indebitamente i contributi statali alle esportazioni.
Riva Fire «non solo non esercitò alcun controllo diretto a scongiurare la truffa ma partecipò attivamente al meccanismo fraudolento puntualmente descritto nel pregevole provvedimento» con cui il gip di Milano lo scorso gennaio ha disposto il sequestr
o per equivalente di beni per 100 milioni di euro alla holding della famiglia Riva che controlla l'Ilva di Taranto.
Lo ha scritto la seconda sezione penale della Corte di Cassazione, nella sentenza con cui è stato rigettato il ricorso presentato dai legali della Riva Fire contro il decreto di sequestro eseguito dalla Gdf nell'ambito del procedimento con al centro una presunta truffa ai danni dello Stato che sarebbe avvenuta tramite l'Ilva Sa, società svizzera creata ad hoc per aggirare la normativa (la "legge Ossola") sull'erogazione di contributi pubblici per le aziende che esportano all'estero.
I giudici, nel loro provvedimento, hanno definito il meccanismo «abbastanza raffinato nei suoi vari passaggi e nelle sue articolazioni internazionali, ma inevitabilmente "esposto" nello snodo fondamentale dell'intervento della Ilva Sa, troppo evidentemente identificabile come una costola svizzera della holding italiana, ma soprattutto come una società sostanzialmente "simulata", alla quale Riva Fire forniva però risorse organizzative reali».
E non solo. Per la Suprema Corte «Ilva Sa era indiscutibilmente una società 'fantasmà, un involucro societario costituito ad hoc per simulare un passaggio commerciale intermedio nella vendita dei prodotti Ilva spa all'acquirente finale estero, e per consentire in prima battuta alla Ilva spa, ma in definitiva al'intera holding guidata dalla Fire, di ottenere indebitamente le sovvenzioni pubbliche previste dalla Legge Ossola» (Quotidiano)

mercoledì 28 maggio 2014

La patata bollente

ILVA, SI TIRA FUORI ANCHE LA CDP

FINTECNA (CASSA DEPOSITI E PRESTITI), BASSANINI: “NON PRESO IN CONSIDERAZIONE INGRESSO IN ILVA”

Dopo le banche, è il turno della Cassa Depositi e Prestiti. “Non abbiamo preso in considerazione l’ingresso di Fintecna nel capitale dell’Ilva”. Lo ha precisato ieri il presidente di CDP in persona, Franco Bassanini, aggiungendo inoltre che ora Fintecna è passata sotto il controllo al 100% della Cassa e risponde “alle stesse regole sulla sicurezza degli investimenti: cioè può intervenire solo dove ci siano le condizioni, solo in società in condizioni di stabilità”. Esattamente l’opposto dell’Ilva Spa. Dunque sfuma, almeno per il momento, una delle tante ipotesi di salvataggio del siderurgico tarantino. Era l’autunno del 2012 quando su queste colonne (con un articolo intitolato “Riva, tra Brasile e Cassa Depositi” pubblicato il 21 novembre 2012) avanzammo l’ipotesi di un possibile intervento dello Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, per finanziare i lavori di risanamento degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva previsti dalla nuova “AIA”, rilasciata nell’ottobre dello stesso anno dall’ex ministro dell’Ambiente di allora Corrado Clini. Un’ipotesi che su queste colonne abbiamo sempre presentato come pericolosissima, oltre che inattuabile, visto che si parla dei soldi dei cittadini italiani (oltre 230 miliardi di euro sono stati depositati da 24 milioni di cittadini italiani su un libretto di risparmio oppure investiti nei Buoni fruttiferi postali) e che porta dritti all’idea della nazionalizzazione del siderurgico, caldeggiata ancora oggi dai sindacati.

Tra l’altro, in molti avranno senz’altro dimenticato (o forse non l’hanno mai saputo) che l’intervento diretto della CDP ha rischiato di essere inserito nel testo della legge 89 del 4 agosto scorso, quella con la quale si stabilì il commissariamento dell’Ilva. Parliamo di un emendamento depositato nel corso della conversione in legge del decreto legge del 4 giugno, poi “stranamente” svanito nel nulla. Si trattava di un articolo aggiuntivo - il 2 bis - con il quale si disponeva che il commissario potesse richiedere al Fondo strategico italiano Spa, istituito presso la Cassa Depositi e Prestiti, “in caso di comprovata impossibilità di disporre delle risorse finanziarie della società proprietaria dello stabilimento di interesse strategico nazionale le somme necessarie all’esecuzione delle disposizioni previste dall’AIA. In cambio, come corrispettivo di queste somme sono conferite al Fondo quote azionarie della società proprietaria dello stabilimento che possono eventualmente essere riacquistate dalla società”. Del resto, anche se in forma diversa, è la stessa operazione che è stata varata con l’ultima legge sull’Ilva, la numero 6 del 6 febbraio 2014: il famoso aumento di capitale (l’unica vera strada per un eventuale, quanto improbabile, salvataggio dell’Ilva Spa) attraverso anche e soprattutto la cessione di quote azionarie della società ad investitori terzi interessati a subentrare alla gestione del siderurgico. Dunque, anche la CDP si sfila dal ginepraio in cui si è infilata la vicenda dell’Ilva. Il ragionamento fatto è lo stesso portato avanti da mesi dalle banche esposte finanziariamente per oltre un miliardo di euro nei confronti della società (Unicredit, Banca Intesa e Banco Popolare), che hanno dichiarato in tempi non sospetti di poter eventualmente finanziare il piano industriale 2014-2020, soltanto dopo aver ricevuto precise garanzie sul futuro della proprietà e sull’applicazione del piano ambientale. Investitori italiani ed esteri, a parte le solite boutade che ogni tanto arrivano dal mondo finanziario italiano, non ce ne sono.
E non ce ne saranno.
(Gianmario Leone TarantoOggi 28 05 2014)

Riva e Renzi, cronaca di un idillio annunciato?

Ilva, Riva: "Piano Bondi poco credibile. Pronti a investire, ma non da soli"

La famiglia Riva si era detta disponibile a discutere con il commissario del piano industriale, ma oggi Claudio Riva, in una intervista al Sole 24 Ore, traccia un quadro più chiaro della situazione, mettendo nero su bianco tutte le perplessità dei proprietari del siderurgico che, dice, perde 80 milioni di euro al mese. "Con noi guadagnava", sottolinea.
Il figlio di Emilio, morto ad aprile scorso, apre però al governo Renzi. "Con il governo Renzi in questi ultimi giorni è stato avviato un dialogo che con il governo Letta era totalmente mancato - spiega - per noi si tratta di un passo in avanti non irrilevante. Il primo obiettivo di questo governo, ci pare, è salvare l'Ilva. Insieme ad altri, sia come azionisti sia come gestori, con un piano industriale credibile, noi ci siamo".
Il piano industriale presentato dal commissario Enrico Bondi "è poco credibile sulle tecnologie e privo di solidità finanziaria", dice Riva. Parlando dell'aumento di capitale, "l'unica cosa sicura è che l'Ilva perde 80 milioni di euro al mese. Con noi, l'Ilva guadagnava. Non credo che nessun investitore metterebbe un euro in una società che brucia così tanta ricchezza. Prima in una impresa si tappa la voragine, e poi si mettono altri soldi. Non importa che sia o no commissariata", dichiara Riva, che sottolinea: "Per chiederci un impegno finanziario considerevole, le regole di ingaggio devono essere chiare. E non può che stabilirle il governo".
Nel frattempo, a Taranto, l'Unione sindacale di base (Usb) ha scritto a Bondi, chiedendo di sottoporre tutti i lavoratori del reparto carpenteria ex Pla1 dell'Ilva, dove una quindicina di lavoratori hanno contratto patologie tumorali e disfunzioni alla tiroide, a "immediati e urgenti accertamenti sanitari in strutture specializzate". La lettera è stata inviata anche al capo del personale e al responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva, al medico di fabbrica, al direttore dell'Arpa Puglia, allo Spesal, e, per conoscenza, ai ministeri dell'Ambiente e della Salute, al presidente della Regione Puglia, al sindaco di Taranto e alla procura della Repubblica di Taranto.
L'Usb ricorda che "solo pochi giorni fa si è spento all'età di 39 anni Nicola Darcante, lavoratore dello stesso reparto, a cui fu diagnosticato a novembre un carcinoma alla tiroide metastatizzato. In queste ore - aggiunge il coordinatore provinciale Usb, Francesco Rizzo - ci giunge notizia di un altro lavoratore che presenta problemi alla tiroide". Il sindacato di base chiede che "venga immediatamente avviato uno studio epidemiologico trasparente affidato a strutture competenti e, inoltre, nel dubbio e fino ad esclusione del nesso di casualità, l'immediata evacuazione dei lavoratori dal reparto". (Rep)

Ora viene fuori tutto! Quando serviva agli interessi di Stato tutti zitti e sotto!

Il caso unico in Europa del ministro che voleva sabotare l’ambiente

La ricostruzione del consigliere diplomatico di quattro titolari del dicastero, da Rufolo a Spini

Essendo stato consigliere diplomatico di quattro ministri dell’Ambiente (Ruffolo, Ripa di Meana, Rutelli e Spini), ho dovuto accumulare nel tempo una purtroppo voluminosa “cartella clinica”.
La apro a caso ed estraggo un breve passaggio di un memorandum che il ministro d’allora mi chiese di scrivere: “I programmi di risposta ai cambi climatici in atto hanno il loro massimo punto di riferimento nell’IPCC, gruppo intergovernativo composto di centinaia di scienziati e patrocinato dall’Onu, che tenemmo a battesimo nel 1988 a Ginevra dove lavoravo allora (ricordo ancora le fatiche per ottenere i primi modesti fondi da Roma). La partecipazione dell’Italia è ora menomata da un episodio di lottizzazione imposta da Corrado Clini in nome della sua affinità partitica. Vennero accreditati all’IPCC due climatologi contraddistinti dalla dedizione al Psi piuttosto che da chiara fama scientifica: erano notoriamente scettici sulle conclusioni raggiunte dagli oltre 200 scienziati mondiali circa le minacce dell’effetto serra al clima globale. Mi sono dunque trovato a Washington, catapultato ai negoziati della Convenzione mondiale sul Clima, sotto la scorta dei due ‘esperti’, i quali si sono presentati la prima sera nella mia camera d’albergo per chiedermi conto della posizione negoziale italiana, da loro giudicata ‘allarmistica e incompatibile con gli interessi dell’economia italiana’”.
QUESTA SCENA degna del Padrino non era che uno dei tanti episodi di cui è costellata la carriera di Clini. Storiche le sue battaglie per ritardare l’introduzione in Italia della marmitta catalitica, battaglie combattute per conto della Fiat e destinate invece a regalare nuovi mercati alle auto tedesche.
Memorabile il suo tradimento nei riguardi dei quattro ministri progressisti (Ruffolo, Ripa di Meana, Rutelli e Spini) che l’avevano appoggiato malgrè tout: nel 1994, fiutato il vento, il Nostro offrì a Forza Italia un “programma ambientale” a uso degli Attila pronti a insediarsi al governo; e il 7 giugno 1994 sferrò sul Sole 24 Ore la pugnalata finale ai quattro ministri accusandoli di aver “gestito la Convenzione sul Clima solo come patente verde da esibire”.
Nessun ministro successivo è riuscito a disfarsi di Clini: né Edo Ronchi né Willer Bordon né tanto meno Mario Monti, che anzi dovette piegarsi ai voleri di chi glielo impose
addirittura come ministro. Caso unico in Europa di ministro nominato all’Ambiente per sabotarlo.

Giuseppe Cassini - Il fatto quotidiano 28 maggio 2014