Nella Provincia di Taranto 3mila nuovi tumori all’anno
In riferimento alla relazione del Prof. Giorgio Assennato, Direttore Arpa Puglia, invitato al Simposio Internazionale dal tema: “Benzene, leucemia infantile, e tumori ematopoietici linforeticolarie”, svoltosi nei giorni scorsi a New York e riferito alla presentazione dei dati d’incidenza di tumori a Taranto, in particolare leucemie infantili, ci tengo a fare dovute precisazioni. Il professore Assennato ha citato un possibile danno da inquinamento valutato in 5 milioni di euro all’anno ma io, come più volte ho ribadito, deduco che i predetti 5 milioni siano molto sottostimati.
Accade che la valutazione viene estrapolata nella maniera che segue: nella provincia di Taranto abbiamo circa 3mila nuovi tumori all’anno e da come dicono anche i periti impegnati nella maxi – inchiesta condotta a Taranto dal GIP Todisco, e che riguarda i reati di disastro ambientale, inquinamento, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, che vedono come indagati i massimi dirigenti ILVA, per cui si stima che ci sia una maggiore incidenza di tumori considerato in un aumento del 30% rispetto ad altri centri italiani io stimo che calcolando una variabile dal 10 al 30% di una maggiore incidenza di tumori dobbiamo giudicare all’incirca un costo approssimativo di questi tumori in eccesso di circa 50 mila euro all’anno per le cure del 1° anno e circa 20 mila euro all’anno negli gli anni successivi, includendo ovviamente: gli atti diagnostici, gli esami, le valutazioni cliniche eventuali interventi chirurgici, eventuali terapie citostatiche, eventuali radioterapie o quant’altro o complicanze ulteriori.
Stando a questi costi che sono sicuramente minimali se noi ipotizziamo una maggiore incidenza del 10% ci viene che noi ogni anno abbiamo circa 300 tumori e stando ai costi come descritti finora viene per cui il costo minimo stimato è di circa 15 milioni di euro a cui vanno aggiunti i costi degli anni successivi e considerando una media di sopravvivenza di circa 4 anni per ciascun tumore arriviamo ad un costo di circa 21 milioni di euro all’anno se i tumori sono in incremento a Taranto del 10%, e di 63 milioni di euro all’anno se invece questo incremento è dell’ordine del 30%.
Non si esaurisce qui il problema perché ai predetti costi crudi della malattia dobbiamo aggiungere: i costi di perdita del lavoro e quindi il danno economico che questa persona ha subito, e quindi che la società anche subisce, per effetto della malattia, i costi maggiorati degli investimenti in strutture ospedaliere per far fronte alla maggiore quantità di pazienti che gravitano sul territorio, i costi di parenti ed eventuali accompagnatori di questi pazienti che tra sostegno al paziente in terapia e/o nella mobilità passiva affrontano un danno anche economico.
Inoltre, i costi diretti sulla salute non possono essere misurati solo in merito all’impatto ambientale e sanitario dell’inquinamento che si manifesta con i soli tumori perché ci sono tate altre malattie che hanno correlazione con l’ambiente in cui si vive e sono malattie che hanno a che fare con l’apparato respiratorio, l’apparato cardiocircolatorio, l’apparato nervoso e le tutta la varietà di disimmunopatie nonché alterazioni di tipo allergotossico. In tutto ciò si instaura il problema di danno cronico ambientale per il quale si perde la presenza e l’eterogeneità di economie diverse e non inquinanti sul territorio: l’agroalimentare, la zootecnia, la mitilicoltura, l’itticoltura etc etc. ecco perché credo che i danni economici indotti dall’inquinamento ambientale siano molto ma molto superiori rispetto a quelli resi manifesti dal prof Assennato. Egli si riferisce alla specificamente alla questione salute ma anche restando in quel parametro si assiste a costi nettamente superiori, ecco perché ribadisco di divulgare, in ordine agli insediamenti inquinanti sul territorio, come stanno realmente le cose”.
(Patrizio Mazza, consigliere regionale IdV - Statoquotidiano)
lunedì 2 luglio 2012
domenica 1 luglio 2012
Ilva. Qui prodest?
UNO STUDIO DEL CENTRO STUDI SIDERWEB HA FATTO UN CALCOLO INTERESSANTE
L’Italia senza Ilva? -0,05% del Pil
Quante volte negli ultimi anni, in mezzo alle tante polemiche e parole spese sull’inquinamento della città di Taranto, ci siamo sentiti dire che l’Ilva è un’azienda fondamentale per l’economia italiana, regionale, provinciale e cittadina? Tante, tantissime. Ce lo hanno ripetuto i politici, i sindacati, economisti e studiosi del mercato, guru del mondo dell’acciaio, ex sindacalisti diventati politici, ex lavoratori e dirigenti Ilva diventati ambientalisti, studiosi diventati una specie di oracolo in materia, e chi più ne ha più ne metta. Addirittura siamo arrivati all’assurdo dal sentirci dire che Taranto è una città “storicamente a vocazione industriale”. Che se non fosse per i due mari che la bagnano, ci sarebbe da credergli ad occhi chiusi. Ci è stato anche detto a più riprese che val bene foraggiare qualunque altro tipo di economia, ma solo e soltanto se essa cresca accanto a quelle industriale e non, anatema degli anatemi, che diventi una reale alternativa ad essa. Dunque, industria, Pil, esportazioni, economia che gira, soldi, stipendi, lavoro, progetti di vita, futuro. E miliardi, tanti miliardi per rendere l’Ilva il più eco-compatibile possibile. Sì, perché abbiamo anche dovuto ascoltare per anni la favola che un impianto grande due volte una città come Taranto, si possa trasformare, o meglio, ambientalizzare. Dovevamo essere tra le città più ricche e all’avanguardia del paese: vuoi mettere la fortuna di avere sul territorio Ilva, Eni, Cementir, discariche e quant’altro? Per non parlare di tutta l’economia dell’indotto? Centinaia di imprese, di imprenditori pronti a far soldi ed arricchire la provincia regina del Sud. Avremmo dovuto avere un polo scientifico tecnologico all’avanguardia, un’Università indipendente e tra le migliori nel mondo. Per non parlare delle strutture ospedaliere: vuoi anche soltanto per reggere l’urto impressionante e devastante degli “effetti collaterali” di tanto ben di Dio. Avremmo dovuto avere una città in cui la classe meno abbiente sarebbe dovuta essere al massimo il ceto medio. Per non parlare del turismo culturale e marittimo: siamo stati la capitale della Magna Grecia, possediamo opere, strutture e suppellettili unici nel mondo: altrove si venderebbero l’anima anche solo per avere un decimo del nostro patrimonio archeologico. Per non parlare del nostro clima, del nostro mare, dei nostri tramonti. Ma evidentemente più di qualcosa non ha funzionato. Visto che a partire dagli anni ’80 la popolazione di Taranto non fa altro che diminuire, anno dopo anno. Irrimediabilmente. Una fuga non verso la vittoria, ma verso la salvezza. Di migliaia di giovani, famiglie. Abbiamo perso amici, parenti, amori, sogni, speranze. E poi ancora AIA, ricorsi continui al TAR, bonifiche, campionamenti in continuo, camini che fumano, falde inquinate, scarichi a mare, zone interdette, inchieste, reati, incidenti probatori, animali abbattuti a migliaia, divieti di pascolo, malattie, tumori di ogni forma e grado e per ogni organo, bambini, donne, uomini, anziani: non si è salvata nessuna forma di vita. Inutile parlare di acqua, terra, aria.
Tutto questo per ottenere cosa? Impossibile rispondere senza farsi venire un principio di ictus. E così, in attesa che la Procura di Taranto si pronunci dopo la maxi-perizia formulata di periti nominati dal Gip Todisco, il centro studi di Siderweb, il portale della siderurgia italiana, sulla base dei dati di bilancio 2010 estratti dallo studio “Bilanci d’Acciaio”, ha provato a fare un calcolo: verificare l’impatto della possibile chiusura (alla quale non crede nemmeno il più ottimista degli idealisti) del polo siderurgico sul Pil di Italia, regione Puglia e provincia di Taranto. Uno studio del 2008 della Banca d’Italia aveva calcolato per la provincia di Taranto un valore aggiunto del 75% del Pil: un dato al cospetto del quale si è sempre fatto più di un passo indietro. Ma da allora sono passati quattro anni, e qualcosa deve essere pur cambiato, complice anche la crisi economica mondiale che però, bene o male, al momento ha soltanto sfiorato il mondo dell’acciaio. Bene, questo nuovo studio ha calcolato che “il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0,05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1,24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7,7%”. Il peso, ovviamente, aumenta se si “considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti si può stimare intorno allo 0,15% il peso sul Pil italiano, inoltre se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero il pese raggiunge il 47,5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8,24% sul confronto regionale. Infine in relazione all’indotto nel confronto provinciale si tocca il 12,03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2,4%”. Dati che parlano da soli. Ma che devono assolutamente essere da monito a tutti: perché sono la spia di un qualcosa che lentamente cambia. Il segnale che è il momento giusto per sposare la causa delle famose alternative economiche. Dati che possono essere usati anche nei tavoli di concertazione come quelli che si apriranno per il riesame dell’AIA. Certo, sempre di numeri stiamo parlando. Ma se è vero che la Procura di Taranto non chiuderà né ora né in futuro l’Ilva, è altresì indubitabile che questo territorio abbia nel suo dna le possibilità per puntare sulle sue risorse primarie: sulla sua cultura, sulla sua storia, sul suo territorio. Se poi vogliamo continuar star qui a credere alle favole… Gianmario Leone (Taranto Oggi)
L’Italia senza Ilva? -0,05% del Pil
Quante volte negli ultimi anni, in mezzo alle tante polemiche e parole spese sull’inquinamento della città di Taranto, ci siamo sentiti dire che l’Ilva è un’azienda fondamentale per l’economia italiana, regionale, provinciale e cittadina? Tante, tantissime. Ce lo hanno ripetuto i politici, i sindacati, economisti e studiosi del mercato, guru del mondo dell’acciaio, ex sindacalisti diventati politici, ex lavoratori e dirigenti Ilva diventati ambientalisti, studiosi diventati una specie di oracolo in materia, e chi più ne ha più ne metta. Addirittura siamo arrivati all’assurdo dal sentirci dire che Taranto è una città “storicamente a vocazione industriale”. Che se non fosse per i due mari che la bagnano, ci sarebbe da credergli ad occhi chiusi. Ci è stato anche detto a più riprese che val bene foraggiare qualunque altro tipo di economia, ma solo e soltanto se essa cresca accanto a quelle industriale e non, anatema degli anatemi, che diventi una reale alternativa ad essa. Dunque, industria, Pil, esportazioni, economia che gira, soldi, stipendi, lavoro, progetti di vita, futuro. E miliardi, tanti miliardi per rendere l’Ilva il più eco-compatibile possibile. Sì, perché abbiamo anche dovuto ascoltare per anni la favola che un impianto grande due volte una città come Taranto, si possa trasformare, o meglio, ambientalizzare. Dovevamo essere tra le città più ricche e all’avanguardia del paese: vuoi mettere la fortuna di avere sul territorio Ilva, Eni, Cementir, discariche e quant’altro? Per non parlare di tutta l’economia dell’indotto? Centinaia di imprese, di imprenditori pronti a far soldi ed arricchire la provincia regina del Sud. Avremmo dovuto avere un polo scientifico tecnologico all’avanguardia, un’Università indipendente e tra le migliori nel mondo. Per non parlare delle strutture ospedaliere: vuoi anche soltanto per reggere l’urto impressionante e devastante degli “effetti collaterali” di tanto ben di Dio. Avremmo dovuto avere una città in cui la classe meno abbiente sarebbe dovuta essere al massimo il ceto medio. Per non parlare del turismo culturale e marittimo: siamo stati la capitale della Magna Grecia, possediamo opere, strutture e suppellettili unici nel mondo: altrove si venderebbero l’anima anche solo per avere un decimo del nostro patrimonio archeologico. Per non parlare del nostro clima, del nostro mare, dei nostri tramonti. Ma evidentemente più di qualcosa non ha funzionato. Visto che a partire dagli anni ’80 la popolazione di Taranto non fa altro che diminuire, anno dopo anno. Irrimediabilmente. Una fuga non verso la vittoria, ma verso la salvezza. Di migliaia di giovani, famiglie. Abbiamo perso amici, parenti, amori, sogni, speranze. E poi ancora AIA, ricorsi continui al TAR, bonifiche, campionamenti in continuo, camini che fumano, falde inquinate, scarichi a mare, zone interdette, inchieste, reati, incidenti probatori, animali abbattuti a migliaia, divieti di pascolo, malattie, tumori di ogni forma e grado e per ogni organo, bambini, donne, uomini, anziani: non si è salvata nessuna forma di vita. Inutile parlare di acqua, terra, aria.
Tutto questo per ottenere cosa? Impossibile rispondere senza farsi venire un principio di ictus. E così, in attesa che la Procura di Taranto si pronunci dopo la maxi-perizia formulata di periti nominati dal Gip Todisco, il centro studi di Siderweb, il portale della siderurgia italiana, sulla base dei dati di bilancio 2010 estratti dallo studio “Bilanci d’Acciaio”, ha provato a fare un calcolo: verificare l’impatto della possibile chiusura (alla quale non crede nemmeno il più ottimista degli idealisti) del polo siderurgico sul Pil di Italia, regione Puglia e provincia di Taranto. Uno studio del 2008 della Banca d’Italia aveva calcolato per la provincia di Taranto un valore aggiunto del 75% del Pil: un dato al cospetto del quale si è sempre fatto più di un passo indietro. Ma da allora sono passati quattro anni, e qualcosa deve essere pur cambiato, complice anche la crisi economica mondiale che però, bene o male, al momento ha soltanto sfiorato il mondo dell’acciaio. Bene, questo nuovo studio ha calcolato che “il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0,05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1,24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7,7%”. Il peso, ovviamente, aumenta se si “considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti si può stimare intorno allo 0,15% il peso sul Pil italiano, inoltre se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero il pese raggiunge il 47,5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8,24% sul confronto regionale. Infine in relazione all’indotto nel confronto provinciale si tocca il 12,03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2,4%”. Dati che parlano da soli. Ma che devono assolutamente essere da monito a tutti: perché sono la spia di un qualcosa che lentamente cambia. Il segnale che è il momento giusto per sposare la causa delle famose alternative economiche. Dati che possono essere usati anche nei tavoli di concertazione come quelli che si apriranno per il riesame dell’AIA. Certo, sempre di numeri stiamo parlando. Ma se è vero che la Procura di Taranto non chiuderà né ora né in futuro l’Ilva, è altresì indubitabile che questo territorio abbia nel suo dna le possibilità per puntare sulle sue risorse primarie: sulla sua cultura, sulla sua storia, sul suo territorio. Se poi vogliamo continuar star qui a credere alle favole… Gianmario Leone (Taranto Oggi)
Argomenti
acciaio,
crisi economica,
economia,
ILVA,
PIL,
siderurgico
giovedì 28 giugno 2012
Taranto, gli studenti si interrogano sull’ambiente
In Ambient&giovani - Da Pasquale Ricci
(referente nazionale ”Ambiente e Beni comuni” per la Rete della
Conoscenza) una nota sull’Assemblea Regionale “Ambienti Comuni: studenti
e società civile a confronto per un ambiente ed una società civile più
giusti”
Nel contesto globale come nel locale i diktat delle politiche neo-liberiste e dei mercati hanno determinato un processo molto simile a quello che Calvino descrive rispetto alle città e gli scambi nel libro Le Città Invisibili: si costruiscono fili, relazioni e scambi tra di noi, con lo spazio fisico in cui viviamo e le risorse che utilizziamo, finchè quando gli scambi sono troppi e intricati tali da renderla inivivibile, la città viene abbandonata. Il tipo di scambio che abbiamo adottato però è un non-scambio, dal momento che ci limitiamo soltanto a consumare e consumare. A Taranto la differenza è che viviamo incatenati ad un unico grande filo-catena che s’impone su tutti gli altri, l’Ilva e il complesso industriale che lo circonda; non esiste certamente uno scambio reciproco di benessere e di garanzia del futuro tra la grande industria e chi la vive lavorandoci o semplicemente ospitandola. Bensì si costringe chi si è rassegnato a essere succube delle esternalità della produzione e dell’inquinamento relegando i propri figli ad un avvenire di malattie, mentre chi si oppone è avvolto dalla nebbia della precarietà economica ed esistenziale che costringe a lasciare la città. Riappropriarci della nostra città e dei suoi spazi e delle sue ricchezze, ripensando ad un nuovo rapporto durevole e sostenibile nel tempo è necessario per superare questa condizione di alienazione.
A
Taranto, il 28 giugno, Prima Assemblea Regionale “Ambienti Comuni:
studenti e società civile a confronto per un ambiente ed una società
civile più giusti”
Al tempo stesso recidere quella catena che ci opprime, chiudendo l’industria, senza avere una prospettiva di come ridefinire una società sostenibile e capace di essere inclusiva verso tutte e tutti, non è una soluzione; significa mantenere invariato quello modello di scambi che ci porta ad essere niente. Dobbiamo perciò cogliere un sfida importante in questo momento specie noi studenti: proporre un alternativa basata su una riconversione ecologica delle nostre vite e delle relazioni economia-lavoro. Essere in grado di andare a spiegare a chi difende un posto di lavoro appartenente ad un modello obsoleto e distruttivo, che non uscirà mai fuori dalla crisi e non ci sarà mai un futuro per i suoi figli. Una sfida che si costruisce dal basso perchè tutti dobbiamo essere fautori di un cambiamento, dato che nella comunità risiedono quei saperi diffusi e quei sani interessi collettivi che possono ricalibrare le politiche, i modelli e le relazioni tra noi e l’ambiente sulla frequenza della sostenibilità. Il contesto locale, stando anche ai negativi esiti della Rio+20, ribattezzato dai movimenti che hanno partecipato Rio-20 proprio per l’arretramento rispetto a soluzioni di cambiamento che siano vincolanti verso il rispetto dei limiti del pianeta, resta l’unico terreno su cui lottare.
Per questo la Rete della Conoscenza Puglia lancia la I Assemblea Regionale “Ambienti Comuni: studenti e società civile a confronto per un ambiente ed una società civile più giusti”, invitando tutti a partecipare e a condividere riflessioni ed esperienze pratiche. Un’assemblea che non sarà solo Ilva, ma anche Beni Comuni, Difesa del Territorio, Eneregie Rinnovabili, Rifiuti, riassunti in un documento scritto dagli studenti per i cittadini. Un testo con cui ci auspichiamo di stimolare l’attuazione di buone pratiche, progetti, campagne di sensibilizzazione per promuovere un nuovo modello di organizzazione economica e sociale, basato su processi di democratizzazione dello sviluppo. L’assemblea regionale “Ambienti Comuni: studenti e società civile a confronto per un ambiente ed una società più giusti” si svolgerà con una sessione mattutina ed una pomeridiana, entrambe aperte ad ospiti esterni ed alla cittadinanza tutta. A questo importante appuntamento parteciperanno studentesse e studenti provenienti da tutta la Regione Puglia ed appartenenti alla Rete della Conoscenza Puglia (network che unisce le associazioni universitarie Link Bari, Link Foggia e Link Taranto e il sindacato studentesco Unione degli Studenti Puglia).
Consapevoli della complessità del tema e di quanto in questi anni si siano acuite le divergenze tra i chi ha animato il dibattito sull’Ilva e l’ambiente, non possiamo perciò rinunciare a discutere di un tema che è in ultima istanza il nostro futuro. Prendersi la responsabilità di promuovere e condividere le idee e le lotte con altri soggetti è un’azione che riteniamo assolutamente necessaria per rilanciare un’alternativa che dovrà vivere di momenti di discussione cittadina, di campagne di sensibilizzazione e di partecipazione ad una vita politica basata su un nuovo senso civico-ecologista. Solo l’unione dei conflitti, che hanno il comune denominatore di voler abbattere un sistema che sacrifica la vita di milioni di persone in nome del profitto di pochi, rappresenta il mezzo per ricostruire un’opposizione sociale che sappia indirizzare le istituzioni e la politica verso una trasformazione all’insegna della sostenibilità e alla difesa dei beni comuni. (Ambiente e ambiente)
Petrolio nel mare di Taranto, blitz dei Verdi contro l’Ilva
Sembra di moda ultimamente, per le grandi aziende italiane, prendersela con gli ambientalisti per le loro denunce e portarli in tribunale. È successo nei giorni scorsi con lo scontro ENEL-Greenpeace, succede di nuovo adesso con l’Ilva di Taranto che minaccia querela contro Fabio Matacchiera, videoblogger e presidente del Fondo Antidiossina di Taranto per un video in cui si mostra l’inquinamento del mare nei pressi dell’acciaieria.
In difesa di Matacchiera, ad una settimana di distanza dai fatti, arriva anche Angelo Bonelli. Il presidente dei Verdi questa mattina si è recato nel mare tarantino replicando l’esperimento fatto dal videoblogger ambientalista e pubblicando su Twitter una foto in cui si vedono le sue mani sporche del fango che inquina il golfo. Scrive Bonelli:
La RAI, però, ha dato anche conto della versione ufficiale dell’Ilva sui fanghi raccolti da Matacchiera sul fondo del golfo di Taranto. Altro non sarebbero se non il residuo di decenni di attività industriali precedenti a quelle dell’Ilva:
Sembra di moda ultimamente, per le grandi aziende italiane, prendersela con gli ambientalisti per le loro denunce e portarli in tribunale. È successo nei giorni scorsi con lo scontro ENEL-Greenpeace, succede di nuovo adesso con l’Ilva di Taranto che minaccia querela contro Fabio Matacchiera, videoblogger e presidente del Fondo Antidiossina di Taranto per un video in cui si mostra l’inquinamento del mare nei pressi dell’acciaieria.
In difesa di Matacchiera, ad una settimana di distanza dai fatti, arriva anche Angelo Bonelli. Il presidente dei Verdi questa mattina si è recato nel mare tarantino replicando l’esperimento fatto dal videoblogger ambientalista e pubblicando su Twitter una foto in cui si vedono le sue mani sporche del fango che inquina il golfo. Scrive Bonelli:
Oggi a bordo di un gommone siamo andati a prelevare dei campioni di acqua marina di fronte l’Ilva di Taranto. Il risultato è quello che vedete in foto: acqua nera, nerissima, sembrava di avere tra le mani petrolio. Una vergogna inaudita, un disastro ambientale di cui nessuno parla che sta uccidendo un’intera città. Ho raccolto un barattolo con l’acqua di Taranto, e lo consegnerò personalmente al ministro dell’Ambiente Clini.Ma cosa ha fatto di tanto scandaloso Matacchiera per meritarsi una querela (l’ennesima, a dire il vero) dall’Ilva? Il 19 giugno si era avvicinato in barca, con la sua fida telecamera, alle bocche di scarico dell’impianto industriale. Aveva gettato un secchio in fondo al mare che, una volta tirato in barca, ha restituito fanghi e sedimenti palesemente inquinati da quello che sembra proprio catrame. Questo gli è bastato per ricevere l’annuncio di querela:
In relazione al video realizzato il giorno 19 giugno 2012 dal signor Matacchiera Fabio, dal titolo “Davanti all’Ilva di Taranto: come un giacimento di petrolio. Inquietante”, diffuso in internet, l’Ilva di Taranto tiene a smentire categoricamente qualsiasi addebito riferito ad essa.Matacchiera, in un secondo video girato il 21 giugno, ha rincarato la dose collegando esplicitamente i fanghi del fondo marino con gli scarichi dell’Ilva. In questo video, infatti, si vedono delle sostanze scure, oleose e galleggianti che escono in grande abbondanza proprio dai tubi di scarico dell’acciaieria. Ieri sera, poi, a dare man forte a Matacchiera è arrivato anche il TG3 nazionale che, incurante dell’annunciata querela da parte dell’Ilva, ha fatto vedere il video agli italiani sposando in gran parte la tesi dell’ambientalista.
L’Azienda tiene inoltre a precisare che ha conferito incarico ai propri legali per tutelare la propria immagine nelle sedi giudiziarie competenti. Nei prossimi giorni saranno analogamente intraprese azioni equivalenti anche nei confronti dei giornalisti che, senza alcuna verifica della fondatezza della notizia, hanno divulgato tale video.
La RAI, però, ha dato anche conto della versione ufficiale dell’Ilva sui fanghi raccolti da Matacchiera sul fondo del golfo di Taranto. Altro non sarebbero se non il residuo di decenni di attività industriali precedenti a quelle dell’Ilva:
Tale situazione trova le sue origini nei primi decenni di attività delle realtà industriali insediate nel territorio e già nel passato è stata oggetto di specifici studi condotti in particolare dal CNR – Istituto Talassografico “Cerruti” di Taranto.L’Ilva, inoltre, afferma che i suoi scarichi sono costantemente monitorati dall’ARPA pugliese e dotati, dal 2005, di un sistema di campionamento continuo per monitorare i fanghi. Decideranno adesso i giudici se e quanto siano credibili sia Matacchiera che l’Ilva. Prima ancora di ricevere la querela, infatti, l’ambientalista ha presentato un esposto alla magistratura per segnalare quanto ha visto con i suoi occhi nel golfo di Taranto il 19 e 21 giugno.
Il Gruppo RIVA, sin dal suo insediamento nello stabilimento di Taranto ed al fine di ridurre il proprio impatto sull’ambiente marino, ha avviato un approfondito esame di tutti i sistemi di depurazione delle acque reflue che ha portato ad un investimento di circa 110 milioni di euro per la realizzazione di nuovi impianti e all’ammodernamento tecnologico e al potenziamento di quelli esistenti.
Argomenti
arpa,
bonelli,
esposto,
ILVA,
ipa,
mar grande,
matacchiera,
petrolio,
querela,
scarico abusivo
I campioni vanno in vacanza a Roma
Bonelli analizza le acque davanti all'Ilva
"Porterò i campioni al ministro Clini"
Dopo i video shock dell'attivista di fronte agli scarichi del colosso siderurgico, il leader dei Verdi preleva altro materiale: "Non può esistere il diritto a inquinare". I dati della relazione chiesta all'Arpa sulle concentrazioni di inquinanti nelle acque davanti allo stabilimento siderurgico cariche di idrocarburi, metalli pesanti e Pcb
Bonelli analizza le acque davanti all'Ilva "Porterò i campioni al ministro Clini" Bonelli durante le operazioni di campionamento "Consegnerò la boccetta con il materiale prelevato davanti agli scarichi Ilva al ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, affinché si renda conto dell'emergenza che vive Taranto". Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, come annunciato, ha prelevato alcuni campioni nel tratto di mare antistante agli scarichi dell'Ilva dove verranno fatti carotaggi nei fondali che - secondo il leader dei Verdi - "sono saturi di oli, solventi, petrolio ed inquinanti vari: un vero disastro ambientale". Il consigliere comunale, già candidato sindaco, è voluto tronare sul luogo dove nei giorni scorsi sono stati girati i video denuncia da parte dell'attivista Fabio Matacchiera; filmati già all'attenzione della procura e consegnati alla Digos. GUARDA LE FOTO DEI CAMPIONAMENTI "Il tratto di mare di fronte agli scarichi del polo siderurgico - ha aggiunto Bonelli - risulta estremamente inquinato, come ha reso evidente l'azione di Matacchiera. L'Ilva dice che lo stato dei sedimenti marini davanti agli scarichi sono noti? Interessante questa affermazione. Siccome è inquinato allora dobbiamo accettare che ci sia il diritto naturale a morire per l'ambiente marino. Sono francamente affermazioni incredibili e anche vergognose". "Non c'è nessun diritto - ha aggiunto - a inquinare il mare di Taranto, che è il mare di tutti gli italiani. Le istituzioni devono intervenire perché questo silenzio sta provocando una situazione di disastro ambientale e sanitario che non ha precedenti nel nostro paese e forse in Europa". LA VICENDA LEGGI Battaglia di video: "Nuova chiazza in mare" VIDEO 2 - Il filmato consegnato alla Digos LEGGI - In procura il video shock VIDEO 1 - Il fondale nero come la pece GUARDA LE IMMAGINI Idrocarburi, metalli pesanti e Pcb. Sembra esserci un po' di tutto sul fondale di Mar Grande, nello specchio d’acqua al centro della violenta polemica. E a certificare la criticità di quella zona ad ovest di punta Rondinella, dove si affacciano i canali di scarico dell’Ilva, non sono solo le immagini delle chiazze nerastre indubbiamente di impatto circolate nei giorni scorsi. Lo certifica anche Arpa Puglia. Il direttore di Arpa, l'agenzia regionale per l'Ambiente, Giorgio Assennato, dopo la diffusione del primo video, ha chiesto chiarimenti alla direzione scientifica. Gli è stato assicurato che l’intera zona, che rientra nel Sin (sito di interesse nazionale) Taranto, è stata al centro di una massiccia attività di caratterizzazione. E i risultati di quella campionatura sono giunti sulla scrivania del professor Assennato, sottoscritti dal direttore scientifico Massimo Blonda e dal dirigente Nicola Ungano. Proprio quegli esiti hanno spinto il professor Assennato a battezzare la zona come "sito superinquinato". "I sedimenti caratterizzati in quest’area - si legge nel documento - hanno evidenziato più di una criticità, risultando contaminati da rilevanti concentrazioni di IPA (rappresentati da alti valori di benzo-a-pirene) e Idrocarburi (pesanti e totali), soprattutto tra il Molo V ed il primo scarico Ilva e nella parte interna della Darsena Polisettoriale. Anche i metalli pesanti quali Mercurio, Rame ed Arsenico, nonché Piombo, Cadmio e Zinco hanno sovente superato i valori di intervento e quelli tabellari. La contaminazione è anche attribuibile a composti organici quali Pcb, pesticidi organo clorurati e composti organostannici”. Nella stessa relazione si sottolinea che la capillare attività di screening, tra il 2008 e il 2011, ha riguardato anche i mitili trovati sul fondale, nei quali sono stati riscontrati sforamenti dei livelli di benzoapirene. E si ribadisce che "l’intera area in questione è preclusa alla pesca, a qualsiasi attività di raccolta o allevamento e che tutta la zona è inibita alla balneazione. Le criticità ambientali di questo settore marino costiero - si spiega - sono comunque note agli organi competenti e questa agenzia le ha sempre evidenziate". Sui filmati di Matacchiera, poi, si esprimono riserve sulla campionatura della poltiglia nerastra. "Tale tipo di sedimento - è scritto - è riscontrabile anche in ambienti acquatici non sottoposti a pressioni antropiche, e pertanto non può essere considerato indicatore di contaminazione massiccia da idrocarburi o altro, riscontrabile solo a seguito di accurate analisi chimiche. Da ultimo si ritiene superfluo procedere ad una nuova campagna di rilievi: "Ulteriori controlli - si chiosa - non aggiungerebbero nulla a quanto già noto". Le immagini hanno sollevato un gran clamore, tanto da spingere l'Ilva a minacciare azioni legali contro Matacchiera e giornalisti prima, e a diffondere un comunicato poi. Su Youtube e facebook sono finite sequenze davvero sconcertanti con campioni neri come la pece e grosse chiazze perlomeno sospette. Il Gruppo Riva aveva diffuso una nota in cui, appunto, ribadiva che "tale condizione sia ben nota da tempo a tutta la comunità scientifica e alle Autorità locali e nazionali, e trova origine nei primi decenni di attività delle realtà industriali insediate nel territorio e già nel passato è stata oggetto di specifici studi condotti in particolare dal Cnr, Istituto Talassografico 'Cerruti' di Taranto. Non a caso l'area è stata inserita nella perimetrazione del Sin (Sito di interesse nazionale)". Le precisazioni che Bonelli bolla come "incredibili e anche vergognose". Il gruppo, però, sottolinea anche come "dal suo insediamento nello stabilimento di Taranto ha avviato un approfondito esame di tutti i sistemi di depurazione delle acque reflue che ha portato ad un investimento di circa 110 milioni di euro per la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento tecnologico e al potenziamento di quelli esistenti. Questi investimenti hanno consentito di ottenere notevoli riduzioni delle concentrazioni degli inquinanti". (Repubblica Bari)
Dopo i video shock dell'attivista di fronte agli scarichi del colosso siderurgico, il leader dei Verdi preleva altro materiale: "Non può esistere il diritto a inquinare". I dati della relazione chiesta all'Arpa sulle concentrazioni di inquinanti nelle acque davanti allo stabilimento siderurgico cariche di idrocarburi, metalli pesanti e Pcb
Bonelli analizza le acque davanti all'Ilva "Porterò i campioni al ministro Clini" Bonelli durante le operazioni di campionamento "Consegnerò la boccetta con il materiale prelevato davanti agli scarichi Ilva al ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, affinché si renda conto dell'emergenza che vive Taranto". Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, come annunciato, ha prelevato alcuni campioni nel tratto di mare antistante agli scarichi dell'Ilva dove verranno fatti carotaggi nei fondali che - secondo il leader dei Verdi - "sono saturi di oli, solventi, petrolio ed inquinanti vari: un vero disastro ambientale". Il consigliere comunale, già candidato sindaco, è voluto tronare sul luogo dove nei giorni scorsi sono stati girati i video denuncia da parte dell'attivista Fabio Matacchiera; filmati già all'attenzione della procura e consegnati alla Digos. GUARDA LE FOTO DEI CAMPIONAMENTI "Il tratto di mare di fronte agli scarichi del polo siderurgico - ha aggiunto Bonelli - risulta estremamente inquinato, come ha reso evidente l'azione di Matacchiera. L'Ilva dice che lo stato dei sedimenti marini davanti agli scarichi sono noti? Interessante questa affermazione. Siccome è inquinato allora dobbiamo accettare che ci sia il diritto naturale a morire per l'ambiente marino. Sono francamente affermazioni incredibili e anche vergognose". "Non c'è nessun diritto - ha aggiunto - a inquinare il mare di Taranto, che è il mare di tutti gli italiani. Le istituzioni devono intervenire perché questo silenzio sta provocando una situazione di disastro ambientale e sanitario che non ha precedenti nel nostro paese e forse in Europa". LA VICENDA LEGGI Battaglia di video: "Nuova chiazza in mare" VIDEO 2 - Il filmato consegnato alla Digos LEGGI - In procura il video shock VIDEO 1 - Il fondale nero come la pece GUARDA LE IMMAGINI Idrocarburi, metalli pesanti e Pcb. Sembra esserci un po' di tutto sul fondale di Mar Grande, nello specchio d’acqua al centro della violenta polemica. E a certificare la criticità di quella zona ad ovest di punta Rondinella, dove si affacciano i canali di scarico dell’Ilva, non sono solo le immagini delle chiazze nerastre indubbiamente di impatto circolate nei giorni scorsi. Lo certifica anche Arpa Puglia. Il direttore di Arpa, l'agenzia regionale per l'Ambiente, Giorgio Assennato, dopo la diffusione del primo video, ha chiesto chiarimenti alla direzione scientifica. Gli è stato assicurato che l’intera zona, che rientra nel Sin (sito di interesse nazionale) Taranto, è stata al centro di una massiccia attività di caratterizzazione. E i risultati di quella campionatura sono giunti sulla scrivania del professor Assennato, sottoscritti dal direttore scientifico Massimo Blonda e dal dirigente Nicola Ungano. Proprio quegli esiti hanno spinto il professor Assennato a battezzare la zona come "sito superinquinato". "I sedimenti caratterizzati in quest’area - si legge nel documento - hanno evidenziato più di una criticità, risultando contaminati da rilevanti concentrazioni di IPA (rappresentati da alti valori di benzo-a-pirene) e Idrocarburi (pesanti e totali), soprattutto tra il Molo V ed il primo scarico Ilva e nella parte interna della Darsena Polisettoriale. Anche i metalli pesanti quali Mercurio, Rame ed Arsenico, nonché Piombo, Cadmio e Zinco hanno sovente superato i valori di intervento e quelli tabellari. La contaminazione è anche attribuibile a composti organici quali Pcb, pesticidi organo clorurati e composti organostannici”. Nella stessa relazione si sottolinea che la capillare attività di screening, tra il 2008 e il 2011, ha riguardato anche i mitili trovati sul fondale, nei quali sono stati riscontrati sforamenti dei livelli di benzoapirene. E si ribadisce che "l’intera area in questione è preclusa alla pesca, a qualsiasi attività di raccolta o allevamento e che tutta la zona è inibita alla balneazione. Le criticità ambientali di questo settore marino costiero - si spiega - sono comunque note agli organi competenti e questa agenzia le ha sempre evidenziate". Sui filmati di Matacchiera, poi, si esprimono riserve sulla campionatura della poltiglia nerastra. "Tale tipo di sedimento - è scritto - è riscontrabile anche in ambienti acquatici non sottoposti a pressioni antropiche, e pertanto non può essere considerato indicatore di contaminazione massiccia da idrocarburi o altro, riscontrabile solo a seguito di accurate analisi chimiche. Da ultimo si ritiene superfluo procedere ad una nuova campagna di rilievi: "Ulteriori controlli - si chiosa - non aggiungerebbero nulla a quanto già noto". Le immagini hanno sollevato un gran clamore, tanto da spingere l'Ilva a minacciare azioni legali contro Matacchiera e giornalisti prima, e a diffondere un comunicato poi. Su Youtube e facebook sono finite sequenze davvero sconcertanti con campioni neri come la pece e grosse chiazze perlomeno sospette. Il Gruppo Riva aveva diffuso una nota in cui, appunto, ribadiva che "tale condizione sia ben nota da tempo a tutta la comunità scientifica e alle Autorità locali e nazionali, e trova origine nei primi decenni di attività delle realtà industriali insediate nel territorio e già nel passato è stata oggetto di specifici studi condotti in particolare dal Cnr, Istituto Talassografico 'Cerruti' di Taranto. Non a caso l'area è stata inserita nella perimetrazione del Sin (Sito di interesse nazionale)". Le precisazioni che Bonelli bolla come "incredibili e anche vergognose". Il gruppo, però, sottolinea anche come "dal suo insediamento nello stabilimento di Taranto ha avviato un approfondito esame di tutti i sistemi di depurazione delle acque reflue che ha portato ad un investimento di circa 110 milioni di euro per la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento tecnologico e al potenziamento di quelli esistenti. Questi investimenti hanno consentito di ottenere notevoli riduzioni delle concentrazioni degli inquinanti". (Repubblica Bari)
Argomenti
bonelli,
campioni,
ILVA,
ipa,
mar grande,
matacchiera,
rondinella,
scarico abusivo
mercoledì 27 giugno 2012
MAR GRANDE, UN PO’ DI CHIAREZZA
I dati e i colpevoli dell’inquinamento del nostro mare
Non amiamo essere antipatici. Né autoreferenziali. Ma siamo costretti a diventarlo per vicissitudini a noi contingenti. Termine che in filosofia indica ciò che non è necessario e quindi si contrappone a ciò che è essenziale. Cosa che in questa città avviene oramai a cadenza quotidiana, il che non lascia presagire nulla di buono per il prossimo futuro. Anche perché, ancora oggi, non siamo riusciti a capire bene, ma forse è un nostro limite, quanti siano i giocatori seduti al tavolo dell’ambiente e quali i loro reali obiettivi. E sì, perché tutto ad un tratto, Taranto scopre che la grande industria utilizza degli scarichi in Mar Grande in cui riversa, da sempre, ogni genere di elemento inquinante. Di più, si scopre che “stranamente” i fondali e la qualità dell’acqua di quel tratto di mare antistante gli scarichi, è incredibilmente poco confortante e rassicurante. E così, alla fine dei conti, accade che nella nostra società in cui oramai Facebook regna sovrano, si eleva quasi alle stelle l’indignazione e la protesta generale. Si grida alla scandalo, ogni due parole usate c’è il termine vergogna, s’incolpano politici e organi di controllo assenti dallo svolgere il loro dovere, si giura vendetta e si promette guerra totale alla grande industria. Si creano gruppi, sottogruppi, si condividono foto, video, volantini, si procede con esposti alla magistratura, si annunciano ulteriori prelevi che riveleranno un qualcosa che in realtà tutti sanno da sempre: ovvero che i nostri Due Mari sono profondamente inquinati. Il tutto, mentre la Capitaneria di Porto assicura che la zona è stata bonificata dall’Ecotaras e che le immagini mostrate nei video sono meno preoccupanti di ciò che sembrano: perché non trattasi di idrocarburi, bensì di elementi di origine vegetale. Il che ci lascia quantomeno increduli. Il tutto, mentre ARPA Puglia conferma che nonostante siamo di fronte ad un sito “super inquinato”, tuttavia non bisogna lasciarsi troppo impressionare dalle immagini. Dalle immagini no. Ma dai dati ufficiali, da quelli sì. Anche perché, nonostante più di qualcuno in questi giorni sta indossando come al solito i panni del martire o della bocca della verità, i dati sull’inquinamento prodotto dagli scarichi della grande industria sono ben noti. E questo giornale ne ha scritto e denunciato appena ne è entrato in possesso. Solo che in questa città, a tutti i livelli, sono in troppi quelli che soffrono di protagonismo e primogenitura: se non sono loro i primi a parlarne e a denunciarne, il tutto resta ben nascosto. In questa pagina, infatti, trovate quello che pubblicammo il 14 settembre del 2011. Ovvero ciò che avvenne il 9 maggio del 2008, quando si tenne un convegno indetto dall’Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. L’incontro riunì importanti scienziati e professori universitari, i quali illustrarono le ricerche condotte sullo stato dell'ambiente (acqua, aria e suolo) di Taranto. Quel giorno, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l’IAMC (l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto), presentarono uno studio su “Inquinanti prioritari nel Mar Piccolo e nel golfo di Taranto: analisi di rischio”. Essendo uno studio scientifico, vi risparmiammo i dati puramente tecnici, per andare all’essenziale: e cioè capire chi e quanto ha inquinato la rada di Mar Grande e la rada di Mar Piccolo. Nello studio del CNR e dell’IAMC, vennero analizzati i contaminanti prioritari stabiliti dalla Convenzione di Stoccolma del 2001, tra cui i famosi IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e il PCB (policlorodifenili). Lo studio del CNR e dell’IAMC aveva come base di partenza i sedimenti marini, che sono una fase di accumulo di inquinanti e sede di importanti processi chimico-fisici che influenzano la biodisponibilità e la speciazione. Le attività svolte dallo studio sono state tre: la caratterizzazione degli scarichi industriali, la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini e le valutazioni eco tossicologiche. Solo per chiarezza, vi riproponiamo qualche numero. I principali scarichi industriali sono tre: due appartengono all’Ilva ed uno all’Eni. La portata oraria dei due scarichi Ilva riportata nello studio, è di 3.480.000 metri cubi al giorno (1450.000 ogni ora), mentre quello dell’Eni di 240.000 metri cubi al giorno (10.000 ogni ora). Partendo da questi dati, è stato calcolato che nel Porto di Taranto in totale sono stati mediamente scaricati ogni ora 13,2 kg di idrocarburi alifatici, di cui il 7% proveniente dallo scarico Eni ed il 93% dagli scarichi Ilva. Per quanto riguarda gli IPA, invece, fu calcolato che i reflui Ilva scaricano 3,46 kg/ora di IPA, per un totale di 83 kg al giorno che fanno 30.309 kg all’anno. Per quanto riguarda la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini, vennero individuate tre aree di studio: Mar Grande, Mar Piccolo e Porto di Taranto. Nello studio del CNR e dell’IAMC, presentato quel 9 maggio del 2008 attraverso la proiezione di 29 slide, la mappa della distribuzione degli IPA nei sedimenti dei Mari di Taranto era inequivocabilmente chiara: le maggiori concentrazioni furono individuate nelle aree prospicienti i tre scarichi industriali. Vi risparmiamo, perché non interessano in questa sede, i dati sull’inquinamento del Mar Piccolo, sull’aria e sul suolo di altri inquinanti. Dunque, gli studi scientifici esistono. Come esistono anche i dati. E i relativi colpevoli. Eppure, ancora oggi, c’è chi finge di non sapere e di scoprire all’improvviso cose abbondantemente conosciute e denunciate da tempo. Questo giornale non vuole nessun premio, sia chiaro. Non parteciperà mai a ridicole gare sul chi “arriva prima”. Ma ci piacerebbe che almeno si facessero le cose in maniera seria, onesta e costruttiva. Gianmario Leone (Taranto oggi)
I dati e i colpevoli dell’inquinamento del nostro mare
Non amiamo essere antipatici. Né autoreferenziali. Ma siamo costretti a diventarlo per vicissitudini a noi contingenti. Termine che in filosofia indica ciò che non è necessario e quindi si contrappone a ciò che è essenziale. Cosa che in questa città avviene oramai a cadenza quotidiana, il che non lascia presagire nulla di buono per il prossimo futuro. Anche perché, ancora oggi, non siamo riusciti a capire bene, ma forse è un nostro limite, quanti siano i giocatori seduti al tavolo dell’ambiente e quali i loro reali obiettivi. E sì, perché tutto ad un tratto, Taranto scopre che la grande industria utilizza degli scarichi in Mar Grande in cui riversa, da sempre, ogni genere di elemento inquinante. Di più, si scopre che “stranamente” i fondali e la qualità dell’acqua di quel tratto di mare antistante gli scarichi, è incredibilmente poco confortante e rassicurante. E così, alla fine dei conti, accade che nella nostra società in cui oramai Facebook regna sovrano, si eleva quasi alle stelle l’indignazione e la protesta generale. Si grida alla scandalo, ogni due parole usate c’è il termine vergogna, s’incolpano politici e organi di controllo assenti dallo svolgere il loro dovere, si giura vendetta e si promette guerra totale alla grande industria. Si creano gruppi, sottogruppi, si condividono foto, video, volantini, si procede con esposti alla magistratura, si annunciano ulteriori prelevi che riveleranno un qualcosa che in realtà tutti sanno da sempre: ovvero che i nostri Due Mari sono profondamente inquinati. Il tutto, mentre la Capitaneria di Porto assicura che la zona è stata bonificata dall’Ecotaras e che le immagini mostrate nei video sono meno preoccupanti di ciò che sembrano: perché non trattasi di idrocarburi, bensì di elementi di origine vegetale. Il che ci lascia quantomeno increduli. Il tutto, mentre ARPA Puglia conferma che nonostante siamo di fronte ad un sito “super inquinato”, tuttavia non bisogna lasciarsi troppo impressionare dalle immagini. Dalle immagini no. Ma dai dati ufficiali, da quelli sì. Anche perché, nonostante più di qualcuno in questi giorni sta indossando come al solito i panni del martire o della bocca della verità, i dati sull’inquinamento prodotto dagli scarichi della grande industria sono ben noti. E questo giornale ne ha scritto e denunciato appena ne è entrato in possesso. Solo che in questa città, a tutti i livelli, sono in troppi quelli che soffrono di protagonismo e primogenitura: se non sono loro i primi a parlarne e a denunciarne, il tutto resta ben nascosto. In questa pagina, infatti, trovate quello che pubblicammo il 14 settembre del 2011. Ovvero ciò che avvenne il 9 maggio del 2008, quando si tenne un convegno indetto dall’Arpa Puglia, in occasione del “Salone Mediterre” presso la “Fiera del Levante” a Bari, dal titolo “Taranto sotto la lente”. L’incontro riunì importanti scienziati e professori universitari, i quali illustrarono le ricerche condotte sullo stato dell'ambiente (acqua, aria e suolo) di Taranto. Quel giorno, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e l’IAMC (l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero di Taranto), presentarono uno studio su “Inquinanti prioritari nel Mar Piccolo e nel golfo di Taranto: analisi di rischio”. Essendo uno studio scientifico, vi risparmiammo i dati puramente tecnici, per andare all’essenziale: e cioè capire chi e quanto ha inquinato la rada di Mar Grande e la rada di Mar Piccolo. Nello studio del CNR e dell’IAMC, vennero analizzati i contaminanti prioritari stabiliti dalla Convenzione di Stoccolma del 2001, tra cui i famosi IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e il PCB (policlorodifenili). Lo studio del CNR e dell’IAMC aveva come base di partenza i sedimenti marini, che sono una fase di accumulo di inquinanti e sede di importanti processi chimico-fisici che influenzano la biodisponibilità e la speciazione. Le attività svolte dallo studio sono state tre: la caratterizzazione degli scarichi industriali, la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini e le valutazioni eco tossicologiche. Solo per chiarezza, vi riproponiamo qualche numero. I principali scarichi industriali sono tre: due appartengono all’Ilva ed uno all’Eni. La portata oraria dei due scarichi Ilva riportata nello studio, è di 3.480.000 metri cubi al giorno (1450.000 ogni ora), mentre quello dell’Eni di 240.000 metri cubi al giorno (10.000 ogni ora). Partendo da questi dati, è stato calcolato che nel Porto di Taranto in totale sono stati mediamente scaricati ogni ora 13,2 kg di idrocarburi alifatici, di cui il 7% proveniente dallo scarico Eni ed il 93% dagli scarichi Ilva. Per quanto riguarda gli IPA, invece, fu calcolato che i reflui Ilva scaricano 3,46 kg/ora di IPA, per un totale di 83 kg al giorno che fanno 30.309 kg all’anno. Per quanto riguarda la distribuzione degli inquinanti nei sedimenti marini, vennero individuate tre aree di studio: Mar Grande, Mar Piccolo e Porto di Taranto. Nello studio del CNR e dell’IAMC, presentato quel 9 maggio del 2008 attraverso la proiezione di 29 slide, la mappa della distribuzione degli IPA nei sedimenti dei Mari di Taranto era inequivocabilmente chiara: le maggiori concentrazioni furono individuate nelle aree prospicienti i tre scarichi industriali. Vi risparmiamo, perché non interessano in questa sede, i dati sull’inquinamento del Mar Piccolo, sull’aria e sul suolo di altri inquinanti. Dunque, gli studi scientifici esistono. Come esistono anche i dati. E i relativi colpevoli. Eppure, ancora oggi, c’è chi finge di non sapere e di scoprire all’improvviso cose abbondantemente conosciute e denunciate da tempo. Questo giornale non vuole nessun premio, sia chiaro. Non parteciperà mai a ridicole gare sul chi “arriva prima”. Ma ci piacerebbe che almeno si facessero le cose in maniera seria, onesta e costruttiva. Gianmario Leone (Taranto oggi)
Argomenti
arpa,
arsenale,
capitaneria,
Cnr,
cozze,
Eni,
IAMC,
ILVA,
ipa,
mar grande,
raffineria,
scarico abusivo
martedì 26 giugno 2012
Se questo è un operaio
VENERDI' 29 GIUGNO 2012
"SE QUESTO E' UN OPERAIO"
DI E CON ALESSANDRA MAGRINI, SUPPORTO TECNICO A CURA DI FRANCESCO MARCHESE
Torna a Taranto, al teatro Turoldo lo spettacolo "se questo è un operaio" , città che ha visto nascere ed evolversi questa pièce teatrale. Lo spettacolo è ispirato alla condizione degli operai dell'Ilva di Taranto. La performance è incentrata sulla storia di una fabbrica in cui la totale mancanza di sicurezza sul lavoro, l'inquinamento responsabile di morti precoci porta gli operai ad una riflessione sul valore della vita umana, ma purtroppo solo dopo che loro stessi in prima persona saranno rimasti vittime di questo meccanismo infernale. Tutto è avvolto in un'atmosfera surreale, inoltre alcuni dei personaggi arrivano da pianeti lontani e assumono sembianze da protagonisti di una fiaba.nera. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e lecontraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." I palesi omicidi bianchi e lo scempio provocato alle vite non solo dei lavoratori ma anche alle famiglie che vivono a ridosso delle polveri tossiche non sotterrate sono state intessute in un atto unico suddiviso in 9 scene che gira su se stesso come una giostra di un terrificante lunapark. Spunterà anche il pagliaccio assassino che fiero e senz'anima vomiterà la sua ingordigia sul palco. Scritto, diretto e interpretato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Uno spettacolo asciutto, senza strutture drammaturgiche che segue l'intento di riportare fedelmente "le voci operaie" raccolte durante la preparazione. Un problema sempre attuale, portato in scena prima che scoppiasse il fenomeno mediatico delle morti bianche in passato ignorato dai mezzi d'informazione. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e le contraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." Alessandra Magrini, alias "AttriceContro", Alessandra Magrini, AttriceContro, ancora una volta si mette in gioco interpretando quello che la sua coscienza sociale le impone di trasmettere, convinta che il teatro sia strumento importante per istigare lo stimolo al cambiamento, sta girando l'Italia con il suo spettacolo Se questo è un operaio. Un monologo sulle morti bianche dell'Ilva di Taranto in cui l'attrice veste i panni di sei personaggi: un giovane operaio, un operaio anziano, la moglie di un operaio che partorisce un bambino nero, la caporeparto ed il padrone. C'è anche il cameo di una catwoman particolare e provocante. Scritto, diretto e scenografato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Un problema sempre attuale e sempre ignorato dai media, una tema di cui non si deve parlare. Ma Alessandra "AttriceContro" lo fa, e ne parla in modo ironico e duro, disincantato e ben documentato. Lo fa in quegli spazi che glielo consentono, di solito centri sociali e sale comunali. La stampa, nonostante ciò, si è accorta di lei, e non solo quella locale, come documentato nella rassegna allegata. Lo spettacolo è a titolo gratuito non è necessaria la prenotazione, si possono ritirare comunque gli inviti all' Ilva o contattando lo slai cobas Taranto
Torna a Taranto, al teatro Turoldo lo spettacolo "se questo è un operaio" , città che ha visto nascere ed evolversi questa pièce teatrale. Lo spettacolo è ispirato alla condizione degli operai dell'Ilva di Taranto. La performance è incentrata sulla storia di una fabbrica in cui la totale mancanza di sicurezza sul lavoro, l'inquinamento responsabile di morti precoci porta gli operai ad una riflessione sul valore della vita umana, ma purtroppo solo dopo che loro stessi in prima persona saranno rimasti vittime di questo meccanismo infernale. Tutto è avvolto in un'atmosfera surreale, inoltre alcuni dei personaggi arrivano da pianeti lontani e assumono sembianze da protagonisti di una fiaba.nera. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e lecontraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." I palesi omicidi bianchi e lo scempio provocato alle vite non solo dei lavoratori ma anche alle famiglie che vivono a ridosso delle polveri tossiche non sotterrate sono state intessute in un atto unico suddiviso in 9 scene che gira su se stesso come una giostra di un terrificante lunapark. Spunterà anche il pagliaccio assassino che fiero e senz'anima vomiterà la sua ingordigia sul palco. Scritto, diretto e interpretato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Uno spettacolo asciutto, senza strutture drammaturgiche che segue l'intento di riportare fedelmente "le voci operaie" raccolte durante la preparazione. Un problema sempre attuale, portato in scena prima che scoppiasse il fenomeno mediatico delle morti bianche in passato ignorato dai mezzi d'informazione. Una sperimentazione teatrale che proietta sul palco la dimensione umana degli operai e le contraddizioni sociali che spingono troppo spesso al silenzio ed alla sopportazione di condizioni di lavoro disumane. "Mi sono avvicinata alla realtà dell'Ilva di Taranto con l'intento di costruire uno spettacolo teatrale, è stato come fare un viaggio all'inferno da cui ne è scaturita questa delirante performance della durata di un'ora circa." Alessandra Magrini, alias "AttriceContro", Alessandra Magrini, AttriceContro, ancora una volta si mette in gioco interpretando quello che la sua coscienza sociale le impone di trasmettere, convinta che il teatro sia strumento importante per istigare lo stimolo al cambiamento, sta girando l'Italia con il suo spettacolo Se questo è un operaio. Un monologo sulle morti bianche dell'Ilva di Taranto in cui l'attrice veste i panni di sei personaggi: un giovane operaio, un operaio anziano, la moglie di un operaio che partorisce un bambino nero, la caporeparto ed il padrone. C'è anche il cameo di una catwoman particolare e provocante. Scritto, diretto e scenografato da lei stessa, Se questo è un operaio è stato realizzato grazie all'appoggio, in termini di documentazione della situazione in fabbrica, dello Slai Cobas Taranto oltre che dei famigliari di alcuni operai morti per l'amianto o per infortuni suo lavoro. Un problema sempre attuale e sempre ignorato dai media, una tema di cui non si deve parlare. Ma Alessandra "AttriceContro" lo fa, e ne parla in modo ironico e duro, disincantato e ben documentato. Lo fa in quegli spazi che glielo consentono, di solito centri sociali e sale comunali. La stampa, nonostante ciò, si è accorta di lei, e non solo quella locale, come documentato nella rassegna allegata. Lo spettacolo è a titolo gratuito non è necessaria la prenotazione, si possono ritirare comunque gli inviti all' Ilva o contattando lo slai cobas Taranto
O mare nero mare nero mare nero...
Oggi, 26 giugno 2012, alle ore 10,30,
mi sono recato presso gli uffici della Questura di Taranto, sezione DIGOS,
per depositare un esposto per
la Procura di Taranto concernente alcuni episodi, da me documentati,
che si sono verificati, a più riprese, a
ridosso della rada di Mar Grande, esattamente di fronte agli sbocchi delle
acque di raffreddamento dei canali 1 e 2
dell'ILVA di Taranto.
Ho riscontrato, in momenti diversi, dunque,
che nell'area indicata si propagavano fanghi e
sostanze verosimilmente oleose, nonchè
schiumose di colore giallo bruno, marrone intenso
ed addirittura "nero pece" per diverse centinaia di metri nelle immediate vicinanze degli sbocchi dei
canali sopramenzionati, come si può evincere facilmente dalle foto e dai video effettuati che testimoniano la veridicità di
quanto da me asserito; a tale riguardo, questa mattina ho consegnato una corposa
ed esaustiva documentazione video e
fotografica alle autorità di polizia giudiziaria per farla giungere in
tempi brevissimi nelle mani del magistrato competente.
Ancora scarichi a mare, la Capitaneria conferma Una scia scura e lunga compare in Mar Grande
E tra l'Ilva e gli ambientalisti volano denunce
Una scia scura, vischiosa, minacciosa, lunga un centinaio di metri e larga una ventina, che parte dalla zona degli scarichi di raffreddamento dell’Ilva e si dirige al largo, in mar Grande. Sono le nuove immagini che il presidente del «Fondo antidiossina Taranto onlus», Fabio Matacchiera, ha diffuso ieri sulla sua pagina di Facebook preannunciando un «nuovo video e un esposto alla procura della Repubblica» sul presunto ennesimo danno all’ambiente «ad opera dell’acciaieria». «Questa volta non possono negare, escono proprio da lì» scrive Matacchiera sulla sua bacheca. Ma che sia avvenuto qualcosa tra le 8 e le 9,30 di giovedì scorso lo conferma anche il comandante della capitaneria di porto, il capitano di vascello Pietro Ruberto. «Effettivamente — dice — quel giorno abbiamo attivato la squadra della Ecotaras (il nucleo di pronto intervento che si occupa della bonifica degli specchi d’acqua del compartimento marittimo di Taranto, ndr), per la presenza di chiazze non meglio precisate in quell’area». Il comandante Ruberto, spiega anche il tentativo fallito di fare intervenire i tecnici dell’Agenzia provinciale dell’ambiente di Taranto. «Abbiamo invitato il personale dell’Arpa che non è potuto venire poiché impegnato su un altro intervento». A quel punto? «Nel frattempo gli addetti della Ecotaras hanno messo in sicurezza e bonificato lo specchio di mare interessato allo sversamento, per cui l’emergenza è terminata». Risolto così il problema, resta da capire la natura del presunto inquinante. L’alto ufficiale della Marina si è tranquillizzato acquisendo il parere degli specialisti della Ecotaras i quali avrebbero escluso la presenza di idrocarburi in quelle chiazze. «Secondo la loro relazione — fa sapere il numero uno della Capitaneria di porto —, non si tratterebbe di derivati petroliferi quanto piuttosto di origine vegetale». Il dato scientifico l’avrebbero dato le analisi sui campioni che l’Arpa non ha potuto fare. «I nostri prelievi non avrebbero avuto la stessa validità» si giustifica il comandante Ruberto, che ricorda anche come l’allarme di giovedì sia partito proprio dallo stabilimento Ilva. Intanto Matacchiera affina le armi. «Prima l’esposto in procura e poi nuovo video della vergogna», dichiara l’ambientalista già diffidato dal gruppo Riva a non divulgare «notizie infondate» su presunti episodi di inquinamento di cui sarebbe responsabile lo stabilimento. «Negavano ogni coinvolgimento — ribatte Matacchiera — e comunicavano di voler intraprendere azioni legali nei confronti miei e di tutti i giornalisti per aver diffuso il video girato davanti agli scarichi. Quest’ultima volta — spiega il fondatore della onlus Antidiossina Taranto — c’erano come testimoni anche gli uomini della guardia costiera». Il precedente filmato cui si riferisce l’ambientalista è quello da lui girato il 19 giugno che mostra la presenza di poltiglia nerastra sui fondali dello stesso tratto di mare dove sfociano gli scarichi del siderurgico. In relazione a questo documento l’Ilva aveva smentito «categoricamente qualsiasi addebito» riservandosi azioni legali contro gli autori e diffusori del video. (Nazareno Dinoi - CdM)
mercoledì 20 giugno 2012
L'euforia del progresso, questa puttana luccicante!
Quanti ne abbiamo visti o letti nella storia di questo fazzoletto
di mondo di proclami e di feste. Ogni volta era il Progresso, sua maestà
la regina delle prostitute del capitalismo, che veniva a baciarci e a
farci fare un balzo nell'avvenire.
Abbiamo sempre dato tutto per lei, terra, mare, dignità, libertà.
Sta appena cominciando l'agonia della grande industria che porterà lo strascico di lutti e devastazioni ed ecco che già il sindaco, il presidente della provincia, prefetti, politici, sindacati, assessori, ministri sono pronti con il frac a righe, le bretelle e la camicia inamidata sul molo più lungo del porto di Taranto a stappare sciampagni costosissimi per festeggiare!
Intanto i dirigenti delle multinazionali scendono dalle loro grandi navi e vanno verso di loro come fecero gli uomini di Colombo con gli indios: grandi sorrisi e perline di vetro da regalare (i fucili ben nascosti dietro la schiena).
Cosa si festeggia?
Quello che per noi poveri terroni ignoranti e arretrati è presentato come ricchezza e progresso ma che per altre realtà e la quotidianità della lotta contro i giganti: sono i fondali arati e scavati per far passare mostri immensi carichi di ogni bene di consumo e di ogni scarico, che sia per pulire i motori o le stive, per muovere le navi, o che sia il malaugurato incidente che statisticamente segna ciclicamente la storia di giornate fatte di movimenti di centinaia di colossi del mare.
Ora avremo tutto, en plein!
Ma è elementare watson!
E' come far salire i famosi quattro elefanti nella cinquecento: due davanti e due dietro!!!
Una volta ci si faceva il segno della croce... Ma noi la Chiesa della Croce, quella che guarda il porto, la stiamo facendo pure crollare!
Ecco un po' di "rischi da porto"...
-----------------------------------------------------------
Porto di Taranto ecco 260 milioni
Appena qualche mese fa erano diverse le voci che dal fronte politico e sindacale sollecitavano la revoca della concessione del molo polisettoriale a Taranto container terminal. «Non hanno mantenuto i patti, quel milione di container promesso non s’è visto, e adesso spostano le navi al Pireo e licenziano il personale»: ecco, quindi, la richiesta di revoca che via via si faceva più pressante nei confronti dell’Autorità portuale. E invece oggi a Roma il porto di Taranto centra un altro risultato e aggiunge un nuovo tassello all’operazione rilancio. A mezzogiorno, nella sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, si firma infatti un accordo generale che da un lato avvia una serie di opere a Taranto e dall’altro prefigura, da qui a due anni da parte di Tct, un movimento di 700 mila container che, dopo un altro anno, dovranno diventare un milione. L’accordo ha una dote finanziaria di circa 260 milioni: un centinaio verranno da Tct, che fa capo ai colossi del traffico Hutchinson ed Evergreen, e 160 dalla parte pubblica fra Stato e Autorità portuale che ne metterà circa 90. Nel dettaglio, la società pubblica Sogesid effettuerà i dragaggi nella zona di mare antistante il molo polisettoriale e la relativa bonifica, l’Autorità portuale consoliderà la banchina dello stesso molo in modo che i fondali possano avere una profondità maggiore, compresa fra 16,50 e 15 metri, mentre Taranto container terminal sottoporrà a manutenzione le sue attrezzature e soprattutto installerà le nuove gru capaci di lavorare sulle navi da 14mila container, quelle di ultima generazione. In più, l’Autorità portuale darà a Tct altri 500 metri di banchina del molo polisettoriale nel giro di un anno, ammodernerà questo tratto oggi occupato da altre società, realizzerà la diga foranea a protezione dello stesso molo, mentre Tct, oltre a far decollare il traffico, ricorrerà alla cassa integrazione straordinaria per 2 anni per 500 addetti anzichè, come aveva paventato, licenziarne 160 con la mobilità. L’accordo che oggi a Roma firmano i ministri delle Infrastrutture, della Coesione territoriale e dell’Ambiente, insieme a Tct, Authority, Regione, Provincia e Comune di Taranto, è all’interno di un percorso che prima ha visto prima Sergio Prete, presidente dell’Autorità portuale di Taranto, diventare anche commissario per l’accelerazione di un altro gruppo di interventi, poi sbloccare le opere della piastra logistica per 219 milioni di euro. E in mezzo gli accordi che il porto di Taranto ha stretto negli ultimi tempi con Rotterdam, che vuole farne il primo scalo in Italia, e con Shangai. Parla di «giornata storica» Guglielmo Minervini, assessore regionale ai Trasporti, per il quale «Taranto diverrà il porto più infrastrutturato d’Italia. I servizi logistici e la piastra logistica consentiranno infatti di aprire i container, lavorare le merci e quindi generare nuova economia e soprattutto nuova e qualificata occupazione». E Mario Ciaccia, vice ministro delle Infrastrutture, aggiunge: «Quello che stiamo mettendo in cantiere permetterà il rilancio del porto di Taranto, che da qualche mese è tornato tra gli scali strategici dei corridoi europei». Domenico Palmiotti (GdM)
Abbiamo sempre dato tutto per lei, terra, mare, dignità, libertà.
Sta appena cominciando l'agonia della grande industria che porterà lo strascico di lutti e devastazioni ed ecco che già il sindaco, il presidente della provincia, prefetti, politici, sindacati, assessori, ministri sono pronti con il frac a righe, le bretelle e la camicia inamidata sul molo più lungo del porto di Taranto a stappare sciampagni costosissimi per festeggiare!
Intanto i dirigenti delle multinazionali scendono dalle loro grandi navi e vanno verso di loro come fecero gli uomini di Colombo con gli indios: grandi sorrisi e perline di vetro da regalare (i fucili ben nascosti dietro la schiena).
Cosa si festeggia?
Quello che per noi poveri terroni ignoranti e arretrati è presentato come ricchezza e progresso ma che per altre realtà e la quotidianità della lotta contro i giganti: sono i fondali arati e scavati per far passare mostri immensi carichi di ogni bene di consumo e di ogni scarico, che sia per pulire i motori o le stive, per muovere le navi, o che sia il malaugurato incidente che statisticamente segna ciclicamente la storia di giornate fatte di movimenti di centinaia di colossi del mare.
Ora avremo tutto, en plein!
- l'acciaieria più grande d'europa
- la raffineria più performante d'italia
- l'hub portuale più trafficato del mediterraneo
- la base navale più moderna e nucleare.
Ma è elementare watson!
E' come far salire i famosi quattro elefanti nella cinquecento: due davanti e due dietro!!!
Una volta ci si faceva il segno della croce... Ma noi la Chiesa della Croce, quella che guarda il porto, la stiamo facendo pure crollare!
Ecco un po' di "rischi da porto"...
-----------------------------------------------------------
Porto di Taranto ecco 260 milioni
Appena qualche mese fa erano diverse le voci che dal fronte politico e sindacale sollecitavano la revoca della concessione del molo polisettoriale a Taranto container terminal. «Non hanno mantenuto i patti, quel milione di container promesso non s’è visto, e adesso spostano le navi al Pireo e licenziano il personale»: ecco, quindi, la richiesta di revoca che via via si faceva più pressante nei confronti dell’Autorità portuale. E invece oggi a Roma il porto di Taranto centra un altro risultato e aggiunge un nuovo tassello all’operazione rilancio. A mezzogiorno, nella sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, si firma infatti un accordo generale che da un lato avvia una serie di opere a Taranto e dall’altro prefigura, da qui a due anni da parte di Tct, un movimento di 700 mila container che, dopo un altro anno, dovranno diventare un milione. L’accordo ha una dote finanziaria di circa 260 milioni: un centinaio verranno da Tct, che fa capo ai colossi del traffico Hutchinson ed Evergreen, e 160 dalla parte pubblica fra Stato e Autorità portuale che ne metterà circa 90. Nel dettaglio, la società pubblica Sogesid effettuerà i dragaggi nella zona di mare antistante il molo polisettoriale e la relativa bonifica, l’Autorità portuale consoliderà la banchina dello stesso molo in modo che i fondali possano avere una profondità maggiore, compresa fra 16,50 e 15 metri, mentre Taranto container terminal sottoporrà a manutenzione le sue attrezzature e soprattutto installerà le nuove gru capaci di lavorare sulle navi da 14mila container, quelle di ultima generazione. In più, l’Autorità portuale darà a Tct altri 500 metri di banchina del molo polisettoriale nel giro di un anno, ammodernerà questo tratto oggi occupato da altre società, realizzerà la diga foranea a protezione dello stesso molo, mentre Tct, oltre a far decollare il traffico, ricorrerà alla cassa integrazione straordinaria per 2 anni per 500 addetti anzichè, come aveva paventato, licenziarne 160 con la mobilità. L’accordo che oggi a Roma firmano i ministri delle Infrastrutture, della Coesione territoriale e dell’Ambiente, insieme a Tct, Authority, Regione, Provincia e Comune di Taranto, è all’interno di un percorso che prima ha visto prima Sergio Prete, presidente dell’Autorità portuale di Taranto, diventare anche commissario per l’accelerazione di un altro gruppo di interventi, poi sbloccare le opere della piastra logistica per 219 milioni di euro. E in mezzo gli accordi che il porto di Taranto ha stretto negli ultimi tempi con Rotterdam, che vuole farne il primo scalo in Italia, e con Shangai. Parla di «giornata storica» Guglielmo Minervini, assessore regionale ai Trasporti, per il quale «Taranto diverrà il porto più infrastrutturato d’Italia. I servizi logistici e la piastra logistica consentiranno infatti di aprire i container, lavorare le merci e quindi generare nuova economia e soprattutto nuova e qualificata occupazione». E Mario Ciaccia, vice ministro delle Infrastrutture, aggiunge: «Quello che stiamo mettendo in cantiere permetterà il rilancio del porto di Taranto, che da qualche mese è tornato tra gli scali strategici dei corridoi europei». Domenico Palmiotti (GdM)
Cronaca di un raccolto annunciato
Argomenti
campioni,
ILVA,
ipa,
matacchiera,
rondinella,
scarico abusivo,
video
lunedì 18 giugno 2012
Pirro, una vita per l'Ilva...
Export di Puglia, Ilva protagonista
L'impresa della famiglia Riva detiene il primato nel 2011: i dati di 10 anni di esportazioni nel lavoro di Federico Pirro e del centro studi di Confindustria. Ma gli industriali chiedono alla Regione burocrazia zero
Dieci anni di export pugliese, dal 2001 al 2011, passati al setaccio da Federico Pirro, ordinario di Storia dell’industria presso l’Ateneo di Bari in collaborazione con il centro studi di Confindustria Puglia mettono in luce la validità dei prodotti pugliesi, che nel 2011 hanno registrato un tasso di crescita nell’export del 17,9%, ottenendo così il primato tra le regioni italiane con più di otto miliardi di euro in scambi commerciali. Nel primo trimestre del 2012 secondo i dati Istat il segno positivo registra un incremento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2011 ed è la provincia di Taranto a guidare la classifica con il 34,2% dei prodotti esportati. A farla da padrone è l’acciaio dell’Ilva e poi i prodotti farmaceutici, l’agroalimentare, l’industria estrattiva e la componentistica per le auto e per la trazione meccanica. La provincia di Bari registra un segno meno. Sotto di 8 punti percentuali nel 2011, “Perché ancora risente della crisi del tessile-calzaturiero – spiega Pirro – che dal 33% dell’export del 2001 è passato al 12% del 2011 ma è comunque in ripresa, visto che nel 2011 ha raggiunto i 684 milioni di euro di scambi rispetto ai 611 del 2010”. L’Ilva nel 2011 ha venduto acciaio e derivati per 1,348 miliardi di euro all'estero: la segue la Merck Serono, industria farmaceutica che con il suo miliardo e 100 milioni di euro in esportazioni tiene viva la provincia di Bari, ponendola quinta in Italia per export di settore mentre i prodotti agroalimentari su base regionale hanno ottenuto nel 2011 una prestazione pari a 693 milioni di euro in prodotto esportato. “Fra il 2001 e il 2011 le esportazioni pugliesi hanno registrato un più 30,85% rispetto al 37,67% della media nazionale – ha sottolineato Pirro – e non ci sono solo le grandi aziende ma ben 5184 operatori dell’esportazione (dato Istat 2012 ndr)”. Vince il prodotto Puglia, secondo Giancarlo Quaranta, direttore del centro studi di Confindustria regionale “e le esportazioni hanno garantito la sopravvivenza delle aziende a fronte di un calo della domanda interna e hanno permesso alle aziende di mantenere i livelli occupazionali. Ma ora abbiamo bisogno di regole certe per il settore industriale”. Che è quello denominato “bollino blu della burocrazia 0” auspicato da Angelo Bozzetto, presidente di Confindustria Puglia: “Chi programma investimenti ha bisogno di tempi certi – ha ricordato Bozzetto – e il legislatore, in questo caso la Regione Puglia, è chiamata ad assicurarli. C’è ad esempio molta confusione sul tema delle energie rinnovabili, in Puglia siamo arrivati al quinto conto energia, modificare continuamente le normative è un problema. Abbiamo avuto due anni fa la legge sulla semplificazione del posizionamento degli elettrodotti, prima ci volevamo 19 pareri . Il rispetto della legge è necessario, ma la certezza delle regole ancor di più”. A Taranto, come ha ricordato Federico Pirro, un’azienda statunitense di plastiche biodegradabili, la Cereplast, vorrebbe insediarsi nell’ex stabilimento della Sural, ma è in corso un’istanza di fallimento che potrebbe far allontanare l’investitore straniero, che vorrebbe semplicemente utilizzare un manufatto sulla strada per Massafra. “Ci sono delle multinazionali che quasi ci chiedono la raccomandazione – spiega Michele Vinci, presidente di Confidustria Bari e Bat – per insediarsi da noi; la creazione dell’Asi alla zona industriale doveva servire per semplificare le cose e invece si è aggiunto un anello alla catena della burocrazia, anche per fare una variante ad un capannone”. Un no deciso quindi alle lungaggini e alle carte bollate che impediscono all’economia pugliese di essere vincente nei mercati interni: una richiesta alla Regione di snellire la burocrazia che corrode l’impresa. (Gobari)
L'impresa della famiglia Riva detiene il primato nel 2011: i dati di 10 anni di esportazioni nel lavoro di Federico Pirro e del centro studi di Confindustria. Ma gli industriali chiedono alla Regione burocrazia zero
Dieci anni di export pugliese, dal 2001 al 2011, passati al setaccio da Federico Pirro, ordinario di Storia dell’industria presso l’Ateneo di Bari in collaborazione con il centro studi di Confindustria Puglia mettono in luce la validità dei prodotti pugliesi, che nel 2011 hanno registrato un tasso di crescita nell’export del 17,9%, ottenendo così il primato tra le regioni italiane con più di otto miliardi di euro in scambi commerciali. Nel primo trimestre del 2012 secondo i dati Istat il segno positivo registra un incremento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2011 ed è la provincia di Taranto a guidare la classifica con il 34,2% dei prodotti esportati. A farla da padrone è l’acciaio dell’Ilva e poi i prodotti farmaceutici, l’agroalimentare, l’industria estrattiva e la componentistica per le auto e per la trazione meccanica. La provincia di Bari registra un segno meno. Sotto di 8 punti percentuali nel 2011, “Perché ancora risente della crisi del tessile-calzaturiero – spiega Pirro – che dal 33% dell’export del 2001 è passato al 12% del 2011 ma è comunque in ripresa, visto che nel 2011 ha raggiunto i 684 milioni di euro di scambi rispetto ai 611 del 2010”. L’Ilva nel 2011 ha venduto acciaio e derivati per 1,348 miliardi di euro all'estero: la segue la Merck Serono, industria farmaceutica che con il suo miliardo e 100 milioni di euro in esportazioni tiene viva la provincia di Bari, ponendola quinta in Italia per export di settore mentre i prodotti agroalimentari su base regionale hanno ottenuto nel 2011 una prestazione pari a 693 milioni di euro in prodotto esportato. “Fra il 2001 e il 2011 le esportazioni pugliesi hanno registrato un più 30,85% rispetto al 37,67% della media nazionale – ha sottolineato Pirro – e non ci sono solo le grandi aziende ma ben 5184 operatori dell’esportazione (dato Istat 2012 ndr)”. Vince il prodotto Puglia, secondo Giancarlo Quaranta, direttore del centro studi di Confindustria regionale “e le esportazioni hanno garantito la sopravvivenza delle aziende a fronte di un calo della domanda interna e hanno permesso alle aziende di mantenere i livelli occupazionali. Ma ora abbiamo bisogno di regole certe per il settore industriale”. Che è quello denominato “bollino blu della burocrazia 0” auspicato da Angelo Bozzetto, presidente di Confindustria Puglia: “Chi programma investimenti ha bisogno di tempi certi – ha ricordato Bozzetto – e il legislatore, in questo caso la Regione Puglia, è chiamata ad assicurarli. C’è ad esempio molta confusione sul tema delle energie rinnovabili, in Puglia siamo arrivati al quinto conto energia, modificare continuamente le normative è un problema. Abbiamo avuto due anni fa la legge sulla semplificazione del posizionamento degli elettrodotti, prima ci volevamo 19 pareri . Il rispetto della legge è necessario, ma la certezza delle regole ancor di più”. A Taranto, come ha ricordato Federico Pirro, un’azienda statunitense di plastiche biodegradabili, la Cereplast, vorrebbe insediarsi nell’ex stabilimento della Sural, ma è in corso un’istanza di fallimento che potrebbe far allontanare l’investitore straniero, che vorrebbe semplicemente utilizzare un manufatto sulla strada per Massafra. “Ci sono delle multinazionali che quasi ci chiedono la raccomandazione – spiega Michele Vinci, presidente di Confidustria Bari e Bat – per insediarsi da noi; la creazione dell’Asi alla zona industriale doveva servire per semplificare le cose e invece si è aggiunto un anello alla catena della burocrazia, anche per fare una variante ad un capannone”. Un no deciso quindi alle lungaggini e alle carte bollate che impediscono all’economia pugliese di essere vincente nei mercati interni: una richiesta alla Regione di snellire la burocrazia che corrode l’impresa. (Gobari)
Tra sconti e velENI
Eni dà un passaggio agli italiani. Ma noi preferiamo restare a piedi
Ha avuto un successo “straordinario”, come del resto era tristemente prevedibile, l’iniziativa “Riparti con Eni” promossa dalla “prima azienda petrolifera del Paese”, che dallo scorso 16 giugno al prossimo 2 settembre, soltanto durante il week end, ridurrà il prezzo della benzina e del gasolio per tutti i consumatori che faranno rifornimento in modalità iperself (ovvero in maniera autonoma).
La riduzione del prezzo prevede all’incirca uno sconto di 20 centesimi al litro rispetto al prezzo praticato in modalità servito, equivalente ad un risparmio di 10 euro su un pieno da 50 litri, con la possibilità di rifornirsi a partire dalle 13 del sabato alla mezzanotte della domenica. Dalle prime proiezioni fornite dall’Eni, in questo primo weekend sono stati venduti 70-80 milioni di litri, circa tre volte il dato normale.
Ma come sempre avviene in questo paese, nessuno si prende la briga di fermarsi a riflettere anche per un solo istante in maniera critica su ciò che gli accade intorno. A maggior ragione poi, se si tratta di risparmiare 20 centesimi di euro sul pieno di benzina e gasolio in tempi di crisi economica. Eppure, nessuno si è posto una semplicissima domanda: ma come è possibile che da un giorno all’altro l’Eni decida di “dare un passaggio agli italiani”?
Non è strano che soltanto un mese fa, quando il prezzo del carburante in Italia era il più alto in Europa, di fronte alle proteste dei consumatori l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, allargava sconsolato le braccia affermando che “il calo del prezzo dei carburanti naturalmente ci sarà se i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati continueranno a scendere e se l’euro non si indebolirà rispetto al dollaro. Non possiamo essere solo volontaristici bisogna valutare le condizioni del mercato: i margini aziendali sono diminuiti in modo importante per noi e per i nostri concorrenti”?
Niente di tutto questo: gli italiani, come tanti pecoroni, hanno assediato le stazioni di servizio griffate Eni, rievocando l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Ma se ciò può essere comprensibile in un paese in cui la coerenza e la dignità sono oramai diventati fenomeni paranormali, lo è in maniera molto, ma molto minore, se ciò avviene anche dove, da decenni, sono presenti le raffinerie Eni, con tutto il loro carico di inquinamento, questo sì del tutto “gratuito”. Come accaduto e accade ancora oggi a Taranto.
Ma i tarantini, si sa, non si fanno mai troppi problemi. Specie poi con l’arrivo dell’estate, dove tutto, ma proprio tutto, passa decisamente in secondo piano. E così, prima di andare tutti al mare, tantissimi tarantini hanno pensato bene di sostare sotto il solleone in lunghe code nelle stazioni Eni, per ringraziare di tanta generosità un’azienda che, da quando ha occupato diversi chilometri di costa della nostra città, ha sempre fatto e continua a fare il bello e il cattivo tempo. Un’azienda che non ha mai avuto alcun contatto con la comunità, con il territorio ionico, che sfrutta a proprio piacimento come una vera e propria colonia.
Sarà anche per questo se negli ultimi anni l’Eni ha avanzato la richiesta di raddoppiare la sua capacità di raffinazione passando dai 6,5 agli 11 milioni di barili all’anno (progetto per ora stoppato dal ministero dell’Ambiente). Sarà per questo, indubbiamente, se ha richiesto ed ottenuto grazie ad un solerte Consiglio Comunale l’ok per la costruzione di un nuovo metanodotto all’interno della stessa raffineria, che in un futuro non si sa quanto lontano, servirà proprio per il raddoppio su citato.
Sarà per questo se ha richiesto e quasi ottenuto la possibilità di costruire una centrale a turbogas nuova di zecca, dalla capacità di 240 MW, al posto dell’obsoleta centrale ad olio combustibile, che però è leggermente inferiore, ovvero di 87 MW. Adducendo come motivazione quella dell’autonomia e autosufficienza energetica della raffineria, onde scongiurare il blocco della stessa, con la conseguente accensione delle grandi torce che riempiono il cielo di Taranto di una sinistra ed inquinante scia di veleni.
Il tutto, senza avere alcuna vergogna nell’affermare che l’energia prodotta in più sarà venduta sul mercato e che tale centrale produrrà un aumento spaventoso di CO2. Il progetto però ha vissuto fasi altalenanti, con la Regione che si è messa di traverso ricorrendo al Tar del Lazio, quando Comune, Provincia, Confindustria e sindacati, oltre alla stessa Eni, avevano già stappato lo spumante. Dopo aver ritirato il progetto iniziale, l’Eni ha dichiarato che presenterà a breve un nuovo investimento, che pare si aggirerà intorno ai 100 milioni di euro, con la produzione di vapore che resterà invariata ma con un calo di quella elettrica: 105 MW anziché 240 MW. Ma il disappunto dell’Eni e di Enipower è palpabile.
La “minaccia” proveniente dagli ambienti dell’azienda del “cane a sei zampe” è stata infatti la seguente: una nuova centrale da 105 Mw non renderà indipendente la raffineria sotto il profilo energetico. Con le torce che torneranno ad accendersi e la raffineria che andrà in blocco “all’improvviso”. Ma i nostri cari amici dell’Eni si possono al momento consolare con il famoso progetto “Tempa Rossa”, che ha da tempo ricevuto tutte le autorizzazioni del caso, oltre che l’ok da parte del Cipe (1,3 miliardi di investimento). L’Eni ha previsto per la raffineria di Taranto un investimento di 300 milioni di euro per stoccare in due serbatoi da 180 mila metri cubi il greggio lucano proveniente dalla Val D’Agri ed ampliare il pontile in dotazione all’Eni nel porto di Taranto per consentire l’attracco di un massimo di 140 navi l’anno, nonostante l’assenza di rischio di incidente rilevante nello Studio di Impatto Ambientale e l’aumento delle emissioni diffuse del 12%.
Ma i tarantini a tutto questo non pensano e non vogliono pensarci. Come si sono dimenticati che la raffineria Eni è la stessa che, da un momento all’altro, è in grado di invadere gran parte della città con una puzza di gas nauseabondo, che crea malori e problemi di salute dai più piccoli ai più anziani. E a certificare che la responsabilità sia dell’azienda del “cane a sei zampe”, è stata proprio l’Arpa, che lo scorso settembre, in occasione dell’ennesima insopportabile fuga di gas, testé dichiarò: “Gli odori nauseabondi segnalati dai cittadini di Taranto lo scorso 17 gennaio 2011 sono legati alla diffusione nell’aria di acido solfidrico (H2S) proveniente dalla Raffineria Eni di Taranto. Nella stessa giornata si è registrato un picco di SO2 (Anidride solforosa, ndr) che ha superato, presso l’Ospedale Testa, il valore limite orario di 350 µg/m3, fissato dal D.Lgs. 155/2010, proveniente verosimilmente dalle torce della Raffineria Eni di Taranto”.
Dunque non uno, ma ben due agenti inquinanti. Entrambi dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute umana. Sempre secondo quanto accertato dall’Arpa “tali eventi sono verosimilmente legati alle attività di riavvio di alcuni impianti da parte di Eni, circostanza preventivamente notificata dalla stessa Raffineria ma a cui non ha fatto seguito alcuna segnalazione di eventi anomali, da parte della stessa Eni”. Che in parole povere vuol dire che l’Eni semplicemente non tiene conto di niente e di nessuno.
Ma nonostante tutto ciò, i tarantini hanno scelto comunque di risparmiare la bellezza di 20 centesimi a litro per rifornire le loro belle automobili. Mostrando ancora una volta di non avere a cuore nemmeno la propria dignità. Perché se è vero che il nostro ecosistema è in gran parte compromesso dall’inquinamento prodotto dalla grande industria negli ultimi 60 anni, è altresì vero che ci sono tanti modi diversi per vivere e morire. Uno di questi, ad esempio, è farlo con coerenza. E dignità.
Sarebbe stato un segnale rivoluzionario lasciare vuote le stazioni di servizio Eni in questo e nei prossimi week end. Non certo per fare un danno economico ad un’azienda che nel 2011 ha messo a bilancio ricavi per oltre 4 miliardi di euro. Ma per affermare a testa alta che non basteranno tutti gli sconti del mondo per comprarsi la nostra dignità. Per dimostrare che Taranto è una città consapevole, che non ha più voglia di soffrire e morire per i veleni della grande industria, che ancora oggi è totalmente spalleggiata sul territorio da istituzioni e sindacati. Per lanciare un concreto segnale ai nostri politici che un’altra Taranto è possibile, non solo a parole, ma anche nei fatti. Che purtroppo ancora oggi danno ragione alla grande industria, che continua a trattarci come una semplice colonia da spremere sino all’ultima goccia.
Ma forse siamo noi che viviamo su un altro pianeta. Forse le nostre sono stupide questioni di principio. Forse sogniamo l’impossibile. Sarà. Ma preferiamo restare cocciutamente dall’altra parte delle barricata. Convinti del fatto che le nostre idee e i nostri principi non avranno mai alcun prezzo contrattabile. Per mandare un messaggio alla grande industria e dir loro che non ci arrenderemo mai, senza prima aver provato in tutti i modi a cambiare in meglio la nostra città. Senza la loro presenza. E senza il loro aiuto. “Dignità è una parola che non ha plurale” (Paul Claudel, Diario, 1904/55 – postumo, 1968/69).
Gianmario Leone (InchiostroVerde)
Ha avuto un successo “straordinario”, come del resto era tristemente prevedibile, l’iniziativa “Riparti con Eni” promossa dalla “prima azienda petrolifera del Paese”, che dallo scorso 16 giugno al prossimo 2 settembre, soltanto durante il week end, ridurrà il prezzo della benzina e del gasolio per tutti i consumatori che faranno rifornimento in modalità iperself (ovvero in maniera autonoma).
La riduzione del prezzo prevede all’incirca uno sconto di 20 centesimi al litro rispetto al prezzo praticato in modalità servito, equivalente ad un risparmio di 10 euro su un pieno da 50 litri, con la possibilità di rifornirsi a partire dalle 13 del sabato alla mezzanotte della domenica. Dalle prime proiezioni fornite dall’Eni, in questo primo weekend sono stati venduti 70-80 milioni di litri, circa tre volte il dato normale.
Ma come sempre avviene in questo paese, nessuno si prende la briga di fermarsi a riflettere anche per un solo istante in maniera critica su ciò che gli accade intorno. A maggior ragione poi, se si tratta di risparmiare 20 centesimi di euro sul pieno di benzina e gasolio in tempi di crisi economica. Eppure, nessuno si è posto una semplicissima domanda: ma come è possibile che da un giorno all’altro l’Eni decida di “dare un passaggio agli italiani”?
Non è strano che soltanto un mese fa, quando il prezzo del carburante in Italia era il più alto in Europa, di fronte alle proteste dei consumatori l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, allargava sconsolato le braccia affermando che “il calo del prezzo dei carburanti naturalmente ci sarà se i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati continueranno a scendere e se l’euro non si indebolirà rispetto al dollaro. Non possiamo essere solo volontaristici bisogna valutare le condizioni del mercato: i margini aziendali sono diminuiti in modo importante per noi e per i nostri concorrenti”?
Niente di tutto questo: gli italiani, come tanti pecoroni, hanno assediato le stazioni di servizio griffate Eni, rievocando l’assalto ai forni di manzoniana memoria. Ma se ciò può essere comprensibile in un paese in cui la coerenza e la dignità sono oramai diventati fenomeni paranormali, lo è in maniera molto, ma molto minore, se ciò avviene anche dove, da decenni, sono presenti le raffinerie Eni, con tutto il loro carico di inquinamento, questo sì del tutto “gratuito”. Come accaduto e accade ancora oggi a Taranto.
Ma i tarantini, si sa, non si fanno mai troppi problemi. Specie poi con l’arrivo dell’estate, dove tutto, ma proprio tutto, passa decisamente in secondo piano. E così, prima di andare tutti al mare, tantissimi tarantini hanno pensato bene di sostare sotto il solleone in lunghe code nelle stazioni Eni, per ringraziare di tanta generosità un’azienda che, da quando ha occupato diversi chilometri di costa della nostra città, ha sempre fatto e continua a fare il bello e il cattivo tempo. Un’azienda che non ha mai avuto alcun contatto con la comunità, con il territorio ionico, che sfrutta a proprio piacimento come una vera e propria colonia.
Sarà anche per questo se negli ultimi anni l’Eni ha avanzato la richiesta di raddoppiare la sua capacità di raffinazione passando dai 6,5 agli 11 milioni di barili all’anno (progetto per ora stoppato dal ministero dell’Ambiente). Sarà per questo, indubbiamente, se ha richiesto ed ottenuto grazie ad un solerte Consiglio Comunale l’ok per la costruzione di un nuovo metanodotto all’interno della stessa raffineria, che in un futuro non si sa quanto lontano, servirà proprio per il raddoppio su citato.
Sarà per questo se ha richiesto e quasi ottenuto la possibilità di costruire una centrale a turbogas nuova di zecca, dalla capacità di 240 MW, al posto dell’obsoleta centrale ad olio combustibile, che però è leggermente inferiore, ovvero di 87 MW. Adducendo come motivazione quella dell’autonomia e autosufficienza energetica della raffineria, onde scongiurare il blocco della stessa, con la conseguente accensione delle grandi torce che riempiono il cielo di Taranto di una sinistra ed inquinante scia di veleni.
Il tutto, senza avere alcuna vergogna nell’affermare che l’energia prodotta in più sarà venduta sul mercato e che tale centrale produrrà un aumento spaventoso di CO2. Il progetto però ha vissuto fasi altalenanti, con la Regione che si è messa di traverso ricorrendo al Tar del Lazio, quando Comune, Provincia, Confindustria e sindacati, oltre alla stessa Eni, avevano già stappato lo spumante. Dopo aver ritirato il progetto iniziale, l’Eni ha dichiarato che presenterà a breve un nuovo investimento, che pare si aggirerà intorno ai 100 milioni di euro, con la produzione di vapore che resterà invariata ma con un calo di quella elettrica: 105 MW anziché 240 MW. Ma il disappunto dell’Eni e di Enipower è palpabile.
La “minaccia” proveniente dagli ambienti dell’azienda del “cane a sei zampe” è stata infatti la seguente: una nuova centrale da 105 Mw non renderà indipendente la raffineria sotto il profilo energetico. Con le torce che torneranno ad accendersi e la raffineria che andrà in blocco “all’improvviso”. Ma i nostri cari amici dell’Eni si possono al momento consolare con il famoso progetto “Tempa Rossa”, che ha da tempo ricevuto tutte le autorizzazioni del caso, oltre che l’ok da parte del Cipe (1,3 miliardi di investimento). L’Eni ha previsto per la raffineria di Taranto un investimento di 300 milioni di euro per stoccare in due serbatoi da 180 mila metri cubi il greggio lucano proveniente dalla Val D’Agri ed ampliare il pontile in dotazione all’Eni nel porto di Taranto per consentire l’attracco di un massimo di 140 navi l’anno, nonostante l’assenza di rischio di incidente rilevante nello Studio di Impatto Ambientale e l’aumento delle emissioni diffuse del 12%.
Ma i tarantini a tutto questo non pensano e non vogliono pensarci. Come si sono dimenticati che la raffineria Eni è la stessa che, da un momento all’altro, è in grado di invadere gran parte della città con una puzza di gas nauseabondo, che crea malori e problemi di salute dai più piccoli ai più anziani. E a certificare che la responsabilità sia dell’azienda del “cane a sei zampe”, è stata proprio l’Arpa, che lo scorso settembre, in occasione dell’ennesima insopportabile fuga di gas, testé dichiarò: “Gli odori nauseabondi segnalati dai cittadini di Taranto lo scorso 17 gennaio 2011 sono legati alla diffusione nell’aria di acido solfidrico (H2S) proveniente dalla Raffineria Eni di Taranto. Nella stessa giornata si è registrato un picco di SO2 (Anidride solforosa, ndr) che ha superato, presso l’Ospedale Testa, il valore limite orario di 350 µg/m3, fissato dal D.Lgs. 155/2010, proveniente verosimilmente dalle torce della Raffineria Eni di Taranto”.
Dunque non uno, ma ben due agenti inquinanti. Entrambi dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute umana. Sempre secondo quanto accertato dall’Arpa “tali eventi sono verosimilmente legati alle attività di riavvio di alcuni impianti da parte di Eni, circostanza preventivamente notificata dalla stessa Raffineria ma a cui non ha fatto seguito alcuna segnalazione di eventi anomali, da parte della stessa Eni”. Che in parole povere vuol dire che l’Eni semplicemente non tiene conto di niente e di nessuno.
Ma nonostante tutto ciò, i tarantini hanno scelto comunque di risparmiare la bellezza di 20 centesimi a litro per rifornire le loro belle automobili. Mostrando ancora una volta di non avere a cuore nemmeno la propria dignità. Perché se è vero che il nostro ecosistema è in gran parte compromesso dall’inquinamento prodotto dalla grande industria negli ultimi 60 anni, è altresì vero che ci sono tanti modi diversi per vivere e morire. Uno di questi, ad esempio, è farlo con coerenza. E dignità.
Sarebbe stato un segnale rivoluzionario lasciare vuote le stazioni di servizio Eni in questo e nei prossimi week end. Non certo per fare un danno economico ad un’azienda che nel 2011 ha messo a bilancio ricavi per oltre 4 miliardi di euro. Ma per affermare a testa alta che non basteranno tutti gli sconti del mondo per comprarsi la nostra dignità. Per dimostrare che Taranto è una città consapevole, che non ha più voglia di soffrire e morire per i veleni della grande industria, che ancora oggi è totalmente spalleggiata sul territorio da istituzioni e sindacati. Per lanciare un concreto segnale ai nostri politici che un’altra Taranto è possibile, non solo a parole, ma anche nei fatti. Che purtroppo ancora oggi danno ragione alla grande industria, che continua a trattarci come una semplice colonia da spremere sino all’ultima goccia.
Ma forse siamo noi che viviamo su un altro pianeta. Forse le nostre sono stupide questioni di principio. Forse sogniamo l’impossibile. Sarà. Ma preferiamo restare cocciutamente dall’altra parte delle barricata. Convinti del fatto che le nostre idee e i nostri principi non avranno mai alcun prezzo contrattabile. Per mandare un messaggio alla grande industria e dir loro che non ci arrenderemo mai, senza prima aver provato in tutti i modi a cambiare in meglio la nostra città. Senza la loro presenza. E senza il loro aiuto. “Dignità è una parola che non ha plurale” (Paul Claudel, Diario, 1904/55 – postumo, 1968/69).
Gianmario Leone (InchiostroVerde)
Argomenti
acido solfidrico,
anidride solforosa,
arpa,
centrali elettriche,
emissioni,
Eni,
petrolio,
puzza,
raffineria,
regionepuglia,
riparti con Eni,
scaroni,
tempa rossa
sabato 16 giugno 2012
Lumbard connection
C'è una strana paesanità bergamasco-veronese-bresciana in questa storia.
Ma di dov'è la famiglia Riva?
Ma perchè si parla di exILVA?
Gdf Bergamo, scoperta evasione aziende per 50 milioni
Denunciati gli 8 amministratori che hanno guidato nel tempo le 3 societa'
Bergamo - La Guardia di Finanza di Bergamo ha scoperto un’evasione fiscale di 50 milioni di euro e denunciato alla Procura della Repubblica 8 responsabili, facenti a capo a diverse aziende che a più riprese hanno falsificato la dichiarazioni dei redditi. Si tratta di 3 società di meccanica, manutenzione macchine industriali e rottamazione di metalli, operanti nelle province di Bergamo, Brescia, Verona e presso la ex ILVA di Taranto. Queste società, a scadenze ben precise, hanno occultato e distrutto tutta la documentazione aziendale, dopo aver presentato dichiarazioni dei redditi infedeli. Inoltre, mediante la frode fiscale, le aziende potevano praticare prezzi più favorevoli e talmente contenuti da vincere sistematicamente le commesse a discapito dei concorrenti. Le indagini, iniziate a gennaio 2011, hanno consentito di ricostruire integralmente i volumi d’affari delle tre società verificate e di recuperare base imponibile per 50 milioni di euro ed Iva per 12 milioni di euro. Cessioni fittizie di quote societarie, intestazioni di società a “prestanomi” e trasferimenti di sede erano gli altri stratagemmi utilizzati; una delle società, in un anno e mezzo, ha trasferito la sede 4 volte, prima a Milano, poi a Palmi (Rc), poi a Napoli ed infine a Modena, cambiando allo stesso tempo il legale rappresentante. Gli 8 amministratori, sia di fatto che di diritto, succedutisi nel tempo alla guida delle società sono stati denunciati per omessa presentazione della dichiarazione fiscale, presentazione infedele ed occultamento e distruzione di documenti contabili.(voceditalia)
Ma di dov'è la famiglia Riva?
Ma perchè si parla di exILVA?
Gdf Bergamo, scoperta evasione aziende per 50 milioni
Denunciati gli 8 amministratori che hanno guidato nel tempo le 3 societa'
Bergamo - La Guardia di Finanza di Bergamo ha scoperto un’evasione fiscale di 50 milioni di euro e denunciato alla Procura della Repubblica 8 responsabili, facenti a capo a diverse aziende che a più riprese hanno falsificato la dichiarazioni dei redditi. Si tratta di 3 società di meccanica, manutenzione macchine industriali e rottamazione di metalli, operanti nelle province di Bergamo, Brescia, Verona e presso la ex ILVA di Taranto. Queste società, a scadenze ben precise, hanno occultato e distrutto tutta la documentazione aziendale, dopo aver presentato dichiarazioni dei redditi infedeli. Inoltre, mediante la frode fiscale, le aziende potevano praticare prezzi più favorevoli e talmente contenuti da vincere sistematicamente le commesse a discapito dei concorrenti. Le indagini, iniziate a gennaio 2011, hanno consentito di ricostruire integralmente i volumi d’affari delle tre società verificate e di recuperare base imponibile per 50 milioni di euro ed Iva per 12 milioni di euro. Cessioni fittizie di quote societarie, intestazioni di società a “prestanomi” e trasferimenti di sede erano gli altri stratagemmi utilizzati; una delle società, in un anno e mezzo, ha trasferito la sede 4 volte, prima a Milano, poi a Palmi (Rc), poi a Napoli ed infine a Modena, cambiando allo stesso tempo il legale rappresentante. Gli 8 amministratori, sia di fatto che di diritto, succedutisi nel tempo alla guida delle società sono stati denunciati per omessa presentazione della dichiarazione fiscale, presentazione infedele ed occultamento e distruzione di documenti contabili.(voceditalia)
venerdì 15 giugno 2012
Aumenta la collezione di rinvii a giudizio per la famiglia Riva
Taranto: Amianto killer, in 28 finiscono sotto processo
I vertici Ilva e Italsider, in tutto 28 imputati, dovranno rispondere della morte di 15 operai del siderurgico causata dall’esposizione all’amianto. Sono stati rinviati a giudizio per diversi reati, omicidio colposo, violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie nei luoghi di lavoro e mancata adozione delle precauzioni necessarie per tutelare la salute dei lavoratori.
Fra i nomi degli inquisiti spiccano quelli di manager dell’industria di Stato dell’acciaio come Giorgio Zappa, attuale direttore generale di Finmeccanica e i vertici dell’Ilva, Emilio Riva, il figlio Fabio e il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Gli operai, deceduti negli anni 2004-2010, hanno lavorato al siderurgico fino al 1975. Le cause della morte sono da attribuire al mesotelioma pleurico, al mesotelioma peritoneale e al carcinoma polmonare, patologie tipiche dall’esposizione all’amianto. Malattie provocate, secondo l’accusa, dalla mancata adozione delle precauzioni minime tese a tutelare la loro incolumità. I lavoratori, è la tesi accusatoria, non sono stati muniti di adeguati strumenti di protezione come maschere per la respirazione e altri dispositivi finalizzati a proteggerli dall’inalazione di polveri di amianto, gas, vapori irrespirabili e soprattutto tossici. Inoltre, non furono sottoposti a visite mediche mirate, in quanto non furono adottati protocolli di sorveglianza stabiliti dalle norme per i rischi derivanti dall’amianto e infine, è sempre la tesi dell’accusa, non furono informati dei rischi che comportavano le operazioni in cui erano impiegati. Ieri hanno concluso la discussione i legali degli indagati, fra cui i difensori dei vertici Ilva, gli avvocati Egidio Albanese e Adriano Raffaeli.
Terminate le arringhe, il gup Giuseppe Tommasino, accogliendo la richiesta dei pm Raffaele Graziano, Franco Sebastio e Pietro Argentino, ha rinviato a giudizio 28 imputati e dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di due imputati deceduti nelle more del procedimento. Numerosa la schiera delle parti civili, 30 complessivamente fra familiari delle vittime, Inail, Fiom-Cgil e le associazioni Osservatorio nazionale sull’amianto e Contramianto. Familiari, organizzazioni sindacali e associazioni hanno presentato il conto agli imputati chiedendo maxi risarcimenti danni. Il processo inizierà il 3 ottobre prossimo dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Taranto Massimo De Michele. Intanto, martedì, proseguirà l’altro processo sulle morti da amianto che vede alla sbarra 19 imputati, tutti manager e funzionari dell’ex Italsider.(CdG)
I vertici Ilva e Italsider, in tutto 28 imputati, dovranno rispondere della morte di 15 operai del siderurgico causata dall’esposizione all’amianto. Sono stati rinviati a giudizio per diversi reati, omicidio colposo, violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie nei luoghi di lavoro e mancata adozione delle precauzioni necessarie per tutelare la salute dei lavoratori.
Fra i nomi degli inquisiti spiccano quelli di manager dell’industria di Stato dell’acciaio come Giorgio Zappa, attuale direttore generale di Finmeccanica e i vertici dell’Ilva, Emilio Riva, il figlio Fabio e il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Gli operai, deceduti negli anni 2004-2010, hanno lavorato al siderurgico fino al 1975. Le cause della morte sono da attribuire al mesotelioma pleurico, al mesotelioma peritoneale e al carcinoma polmonare, patologie tipiche dall’esposizione all’amianto. Malattie provocate, secondo l’accusa, dalla mancata adozione delle precauzioni minime tese a tutelare la loro incolumità. I lavoratori, è la tesi accusatoria, non sono stati muniti di adeguati strumenti di protezione come maschere per la respirazione e altri dispositivi finalizzati a proteggerli dall’inalazione di polveri di amianto, gas, vapori irrespirabili e soprattutto tossici. Inoltre, non furono sottoposti a visite mediche mirate, in quanto non furono adottati protocolli di sorveglianza stabiliti dalle norme per i rischi derivanti dall’amianto e infine, è sempre la tesi dell’accusa, non furono informati dei rischi che comportavano le operazioni in cui erano impiegati. Ieri hanno concluso la discussione i legali degli indagati, fra cui i difensori dei vertici Ilva, gli avvocati Egidio Albanese e Adriano Raffaeli.
Terminate le arringhe, il gup Giuseppe Tommasino, accogliendo la richiesta dei pm Raffaele Graziano, Franco Sebastio e Pietro Argentino, ha rinviato a giudizio 28 imputati e dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di due imputati deceduti nelle more del procedimento. Numerosa la schiera delle parti civili, 30 complessivamente fra familiari delle vittime, Inail, Fiom-Cgil e le associazioni Osservatorio nazionale sull’amianto e Contramianto. Familiari, organizzazioni sindacali e associazioni hanno presentato il conto agli imputati chiedendo maxi risarcimenti danni. Il processo inizierà il 3 ottobre prossimo dinanzi al giudice monocratico del tribunale di Taranto Massimo De Michele. Intanto, martedì, proseguirà l’altro processo sulle morti da amianto che vede alla sbarra 19 imputati, tutti manager e funzionari dell’ex Italsider.(CdG)
martedì 12 giugno 2012
Tutta colpa degli ambientalisti!
La crisi morde anche l'Ilva. Da oggi fermi due impianti
Stop a tempo indeterminato per il treno nastri 1 e l'elettrozincatura. I 300 dipendenti dei reparti saranno distribuiti in altri settori: "Niente cassa integrazione"
La crisi morde anche l'Ilva da oggi fermi due impianti L'Ilva di Taranto Stop a tempo indeterminato. L'Ilva di Taranto ha fermato oggi due impianti importanti, il Treno nastri 1 e l'Elettrozincatura. La fermata, già annunciata nei giorni scorsi dall'azienda ai sindacati metalmeccanici, si rende operativa a causa della crisi di mercato che continua a non dare tregua all'acciaio. Treno nastri 1 ed Elettrozincatura sono due degli impianti sottoposti a fermata che sta interessando, con tempi e modalità diversi, anche altre aree del siderurgico pugliese come i laminatoi a freddo e i tubifici e per i quali la fermata ha un arco temporale già fissato. Nessun contraccolpo serio sull'occupazione. I circa 300 lavoratori - su un totale di 12mila addetti allo stabilimento di Taranto - degli impianti sottoposti a fermata, sia temporanea che prolungata, non andranno in cassa integrazione, ma ridislocati in altri settori e reparti oppure collocati in ferie forzate. L'Ilva parla di "misure gestionali" che dovrebbero consentire di superare questo periodo difficile senza ricorrere alla cassa integrazione, che è stata paventata nelle scorse settimane proprio a fronte della crisi e sulla quale l'azienda del gruppo Riva ha poi preferito soprassedere almeno per il momento.(Rep Ba)
Stop a tempo indeterminato per il treno nastri 1 e l'elettrozincatura. I 300 dipendenti dei reparti saranno distribuiti in altri settori: "Niente cassa integrazione"
La crisi morde anche l'Ilva da oggi fermi due impianti L'Ilva di Taranto Stop a tempo indeterminato. L'Ilva di Taranto ha fermato oggi due impianti importanti, il Treno nastri 1 e l'Elettrozincatura. La fermata, già annunciata nei giorni scorsi dall'azienda ai sindacati metalmeccanici, si rende operativa a causa della crisi di mercato che continua a non dare tregua all'acciaio. Treno nastri 1 ed Elettrozincatura sono due degli impianti sottoposti a fermata che sta interessando, con tempi e modalità diversi, anche altre aree del siderurgico pugliese come i laminatoi a freddo e i tubifici e per i quali la fermata ha un arco temporale già fissato. Nessun contraccolpo serio sull'occupazione. I circa 300 lavoratori - su un totale di 12mila addetti allo stabilimento di Taranto - degli impianti sottoposti a fermata, sia temporanea che prolungata, non andranno in cassa integrazione, ma ridislocati in altri settori e reparti oppure collocati in ferie forzate. L'Ilva parla di "misure gestionali" che dovrebbero consentire di superare questo periodo difficile senza ricorrere alla cassa integrazione, che è stata paventata nelle scorse settimane proprio a fronte della crisi e sulla quale l'azienda del gruppo Riva ha poi preferito soprassedere almeno per il momento.(Rep Ba)
I 100 passi. Indietro.
Quel braccio di ferro sull’Ilva che soffoca Taranto
TRA REGIONE, AZIENDA E GOVERNO UNA BATTAGLIA SUL TETTO PER L’EMISSIONE DEI VELENI. EPPURE C’ERANO PASSI AVANTI
Bari Appare una guerra burocratica. Ma è soltanto un’illusione. Il nuovo fronte aperto tra Ilva da una parte e Regione e Governo dall’altra è prima di tutto una questione politica, industriale, ambientale e soltanto alla fine tecnica. Venute meno le “garanzie” che il governo Berlusconi aveva dato in questi anni al gruppo Riva, i padroni delle acciaierie hanno rialzato il fronte cercando di riportare Taranto alla vecchia dicotomia tra diritto al lavoro e diritto alla salute: «Se continuate così, ci costringerete a chiudere» hanno spiegato con spot televisivi e al cinema, prima di assistere soddisfatti ai loro operai che sfilavano in piazza contro gli ambientalisti. I primi per difendere un posto e uno stipendio. Gli altri per difendere il diritto a vivere senza ammalarsi. In tutto questo contesto, si sono dimenticati i passi in avanti in questi anni con l’abbattimento delle diossine, grazie alla legge regionale, ma soprattutto alla rivoluzione culturale che aveva portato a far comprendere un’ovvietà: si può fare industria senza inquinare. Basta investire e utilizzare le migliori tecnologie possibili. Un ragionamento che aveva spinto i governi (regionali e in parte quello nazionale) a legiferare in maniera seria. E l’azienda ad avere un atteggiamento assai collaborativo, destinando parte dei ricavi all’investimento nelle tecnologie. Questo tipo di percorso virtuoso sembra però improvvisamente essersi interrotto. Il nuovo ministro dell’ambiente, Corrado Clini, ha annunciato che l’Italia vuole finalmente mettersi in regola con gli standard europei. E per farlo era necessario tra le altre cose riaprire l’Aia, l’Autorizzazione integrativa ambientale, che permette all’Ilva di lavorare. L’obiettivo è «ridurre le cause di inquinamento, quello legato soprattutto alle polveri sottili e agli idrocarburi, attraverso soluzioni compatibili con l’attività produttiva dello stabilimento » aveva spiegato Climi. Un annuncio al quale l’azienda ha risposto alzando le barricate e rivolgendosi al Tar. Presentando un ricorso che, purtroppo, assomiglia a un salto nella macchina del tempo. Passato.Giuliano Foschini Repubblica Bari
TRA REGIONE, AZIENDA E GOVERNO UNA BATTAGLIA SUL TETTO PER L’EMISSIONE DEI VELENI. EPPURE C’ERANO PASSI AVANTI
Bari Appare una guerra burocratica. Ma è soltanto un’illusione. Il nuovo fronte aperto tra Ilva da una parte e Regione e Governo dall’altra è prima di tutto una questione politica, industriale, ambientale e soltanto alla fine tecnica. Venute meno le “garanzie” che il governo Berlusconi aveva dato in questi anni al gruppo Riva, i padroni delle acciaierie hanno rialzato il fronte cercando di riportare Taranto alla vecchia dicotomia tra diritto al lavoro e diritto alla salute: «Se continuate così, ci costringerete a chiudere» hanno spiegato con spot televisivi e al cinema, prima di assistere soddisfatti ai loro operai che sfilavano in piazza contro gli ambientalisti. I primi per difendere un posto e uno stipendio. Gli altri per difendere il diritto a vivere senza ammalarsi. In tutto questo contesto, si sono dimenticati i passi in avanti in questi anni con l’abbattimento delle diossine, grazie alla legge regionale, ma soprattutto alla rivoluzione culturale che aveva portato a far comprendere un’ovvietà: si può fare industria senza inquinare. Basta investire e utilizzare le migliori tecnologie possibili. Un ragionamento che aveva spinto i governi (regionali e in parte quello nazionale) a legiferare in maniera seria. E l’azienda ad avere un atteggiamento assai collaborativo, destinando parte dei ricavi all’investimento nelle tecnologie. Questo tipo di percorso virtuoso sembra però improvvisamente essersi interrotto. Il nuovo ministro dell’ambiente, Corrado Clini, ha annunciato che l’Italia vuole finalmente mettersi in regola con gli standard europei. E per farlo era necessario tra le altre cose riaprire l’Aia, l’Autorizzazione integrativa ambientale, che permette all’Ilva di lavorare. L’obiettivo è «ridurre le cause di inquinamento, quello legato soprattutto alle polveri sottili e agli idrocarburi, attraverso soluzioni compatibili con l’attività produttiva dello stabilimento » aveva spiegato Climi. Un annuncio al quale l’azienda ha risposto alzando le barricate e rivolgendosi al Tar. Presentando un ricorso che, purtroppo, assomiglia a un salto nella macchina del tempo. Passato.Giuliano Foschini Repubblica Bari
Argomenti
aia,
Clini,
ILVA,
ministeroambiente,
regionepuglia,
ricorso
La guerra delle cozze
Cozze, Asl ordina la distruzione. I mitilicoltori: “Subito i risarcimenti”
«E’ andata male: è stata una riunione inconcludente. Se entro metà settimana non arriveranno risposte precise sulla questione dei risarcimenti, si rischierà la rivolta dei mitilicoltori». Emilio Palumbo, responsabile locale di Agci Pesca, non nasconde la sua delusione al termine dell’incontro tenuto ieri pomeriggio nella sede del Centro Ittico Tarantino, alla presenza del sindaco Stefàno, dei rappresentanti di categoria e del presidente di Confcommercio Leonardo Giangrande. Un appuntamento che doveva servire a fare il punto dopo la recente e dolorosa decisione assunta dal tavolo tecnico regionale che prevede la distruzione del prodotto adulto allevato nel primo seno di Mar Piccolo. Una condanna dovuta all’accertamento di alti valori di Pcb (policlorobifenili) nei campioni prelevati lo scorso 21 maggio: una media di 7,5 picogrammi al grammo quando il valore limite è 6,5.Il danno stimato dagli operatori ittici è di circa 4 milioni di euro. Una batosta senza precedenti se si considera che l’anno scorso fu distrutta solo una parte della produzione. E proprio ieri il dottor Teodoro Ripa, direttore dei Servizi Veterinari della Asl, ha emesso una nuova ordinanza che dispone la raccolta e la distruzione di tutti i mitili di taglia commerciale del primo seno di Mar Piccolo. «Il provvedimento è stato prontamente notificato al sindaco, al prefetto e al questore – ha spiegato Ripa – non è stato indicato un termine perentorio per consentire al Comune di organizzarsi come ritiene più opportuno». Tornando alla riunione tenutasi nel pomeriggio, il comandante Michele Matichecchia, responsabile del Centro Ittico Tarantino, ha indicato il percorso da seguire. «Il primo passo consiste nella regolarizzazione di tutte le concessioni – ha spiegato al Corriere – solo dopo sarà possibile accedere ai finanziamenti regionali. Il nostro obiettivo è quello di velocizzare al massimo le procedure. Nei prossimi giorni terremo un altro incontro». Le associazioni di categoria hanno chiesto di invitare a Taranto l’assessore regionale alle risorse agroalimentari Dario Stefàno al fine di tracciare un percorso comune. Da parte di Confcommercio sarebbe stata richiesta l’istituzione di un tavolo politico sull’emergenza cozze, aperto anche ai consiglieri regionali. Tra gli operatori ittici, intanto, cresce sempre più l’insofferenza davanti ai tempi lenti delle istituzioni. Sotto accusa ci sono soprattutto Regione e Comune. «Vogliamo avere certezze sui risarcimenti, non possiamo perdere altro tempo: ci devono dire chi, come e quando risarcirà i danni – insiste Palumbo – vogliamo chiarezza anche sulle fonti inquinanti. Il sindaco dice di conoscerle ma non fa nomi. Perché? E poi, chi sosterrà i costi per la distruzione dei mitili? E’ da un anno che gli allevatori del primo seno non guadagnano un euro. A loro non si possono chiedere altri sacrifici». Alessandra Congedo (Corriere del Giorno)
«E’ andata male: è stata una riunione inconcludente. Se entro metà settimana non arriveranno risposte precise sulla questione dei risarcimenti, si rischierà la rivolta dei mitilicoltori». Emilio Palumbo, responsabile locale di Agci Pesca, non nasconde la sua delusione al termine dell’incontro tenuto ieri pomeriggio nella sede del Centro Ittico Tarantino, alla presenza del sindaco Stefàno, dei rappresentanti di categoria e del presidente di Confcommercio Leonardo Giangrande. Un appuntamento che doveva servire a fare il punto dopo la recente e dolorosa decisione assunta dal tavolo tecnico regionale che prevede la distruzione del prodotto adulto allevato nel primo seno di Mar Piccolo. Una condanna dovuta all’accertamento di alti valori di Pcb (policlorobifenili) nei campioni prelevati lo scorso 21 maggio: una media di 7,5 picogrammi al grammo quando il valore limite è 6,5.Il danno stimato dagli operatori ittici è di circa 4 milioni di euro. Una batosta senza precedenti se si considera che l’anno scorso fu distrutta solo una parte della produzione. E proprio ieri il dottor Teodoro Ripa, direttore dei Servizi Veterinari della Asl, ha emesso una nuova ordinanza che dispone la raccolta e la distruzione di tutti i mitili di taglia commerciale del primo seno di Mar Piccolo. «Il provvedimento è stato prontamente notificato al sindaco, al prefetto e al questore – ha spiegato Ripa – non è stato indicato un termine perentorio per consentire al Comune di organizzarsi come ritiene più opportuno». Tornando alla riunione tenutasi nel pomeriggio, il comandante Michele Matichecchia, responsabile del Centro Ittico Tarantino, ha indicato il percorso da seguire. «Il primo passo consiste nella regolarizzazione di tutte le concessioni – ha spiegato al Corriere – solo dopo sarà possibile accedere ai finanziamenti regionali. Il nostro obiettivo è quello di velocizzare al massimo le procedure. Nei prossimi giorni terremo un altro incontro». Le associazioni di categoria hanno chiesto di invitare a Taranto l’assessore regionale alle risorse agroalimentari Dario Stefàno al fine di tracciare un percorso comune. Da parte di Confcommercio sarebbe stata richiesta l’istituzione di un tavolo politico sull’emergenza cozze, aperto anche ai consiglieri regionali. Tra gli operatori ittici, intanto, cresce sempre più l’insofferenza davanti ai tempi lenti delle istituzioni. Sotto accusa ci sono soprattutto Regione e Comune. «Vogliamo avere certezze sui risarcimenti, non possiamo perdere altro tempo: ci devono dire chi, come e quando risarcirà i danni – insiste Palumbo – vogliamo chiarezza anche sulle fonti inquinanti. Il sindaco dice di conoscerle ma non fa nomi. Perché? E poi, chi sosterrà i costi per la distruzione dei mitili? E’ da un anno che gli allevatori del primo seno non guadagnano un euro. A loro non si possono chiedere altri sacrifici». Alessandra Congedo (Corriere del Giorno)
lunedì 11 giugno 2012
Cos'è il social housing?
Questa è una delle più "accattivanti" proposte del nostro sindaco per affrontare il problema della città vecchia e della periferia tarantina...
Cerchiamo di capirne di più:
Se
da un lato si buttano via miliardi di euro nella speculazione
finanziaria e immobiliare, dall’altro a Milano tutto ciò che veramente
serve a chi studia o vive del proprio lavoro non funziona. Ne sono una
dimostrazione gli ultimi urgenti appelli per mettere in sicurezza le
scuole, sempre più a rischio crolli, o il recente ennesimo incidente
tramviario verificatosi a Milano, questa volta con quattro feriti,
dovuto al problema ormai cronico dell’errato funzionamento di scambi
vetusti.
E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di “social housing” venduta al pubblico come prova della sensibilità dell’amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un’operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell’edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di “sovrapproduzione edilizia” nel settore lusso ed extralusso. Un’operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto.
Ma prima vediamo l’ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall’essere popolari.
Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c’è una sempre maggiore sintonia). L’iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell’Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta.
Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l’assessore milanese all’urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c’è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:
“Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente.
Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)?
I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare.
Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari.
Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini.
In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi.
Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”.
Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone!
E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie.
Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica).
Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie.
Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa”.
Fonte: http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/
MILANO: LA BUFALA DEL SOCIAL HOUSING
E sono solo due degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare. Di fronte a questa situazione di sfascio Palazzo Marino si fa bello lanciando qua e là qualche iniziativa di “social housing” venduta al pubblico come prova della sensibilità dell’amministrazione, degli speculatori e delle banche per gli aspetti sociali. In realtà si tratta di un’operazione che punta a regalare agli speculatori anche il mercato delle abitazioni per i ceti medi (a tutto svantaggio dell’edilizia popolare ed effettivamente sociale), diventato molto appetibile in questo periodo di crisi dopo anni di “sovrapproduzione edilizia” nel settore lusso ed extralusso. Un’operazione che prevede scandalose sovvenzioni pubbliche per gli speculatori, come illustriamo più sotto.
Ma prima vediamo l’ultimo caso, quello della Social Main Street (!), cioè una torre di 14 piani interamente in legno che offrirà posti letto e bilocali in affitto nel quartiere periferico e scarsamente appetibile della Bicocca. I prezzi? 250 euro/mese per uno scarno posto letto, 480 euro per il bilocale in condivisione, cifre ben lontante dall’essere popolari.
Si tratta di un bel business per le cooperative legate a Comunione e Liberazione (ma anche per quelle della Legacoop, con la quale c’è una sempre maggiore sintonia). L’iniziativa infatti parte dalla Compagnia dell’Abitare, che fa parte della ciellina Compagnia delle Opere ed è presieduta da un personaggio ormai storico della galassia Cl, Antonio Intiglietta.
Al progetto ha collaborato lo studio di ingegneria Urbam (sempre galassia Cl) e la torre sarà amministrata dalle cooperative La Ringhiera (Compagnia delle Opere) e Auprema (Legacoop). Il progetto è stato presentato con una conferenza stampa alla quale hanno preso parte, oltre a esponenti dei summenzionati soggetti, anche Roberto Formigoni (Cl) e l’assessore milanese all’urbanistica Carlo Masseroli (Cl). Ma per capire meglio il lucrativo business che c’è dietro queste operazioni bisogna spiegare cosa è il social housing. Lo facciamo riprendendo un pezzo da noi scritto nel novembre 2008, quando Milano Internazionale non era ancora su web:
“Quando in politica si comincia a parlare in inglese c’è sempre di mezzo un inganno. Lo conferma il caso del social housing (i più temerari provano a italianizzarlo a metà parlando di “housing sociale”), un termine che negli ultimi mesi politici, imprenditori e stampa stanno riversando a fiumi nel mare della propaganda che ci assale quotidianamente.
Grazie a un’ingegnosa ingegneria politico-imprenditoriale, ci viene raccontato, verranno messe sul mercato migliaia di abitazioni a prezzo “agevolato”, “calmierato”, “convenzionato”. L’idea può apparire appetibile al comune cittadino, che si trova a dovere affrontare costi esorbitanti e insostenibili per soddisfare il bisogno primario di avere un’abitazione. Ma conoscendo chi propone o sostiene questo progetto (per esempio, il summenzionato assessore Masseroli, oppure le banche) è naturale essere diffidenti. Perché mai chi ha fatto del profitto e della speculazione un motivo di vita dovrebbe all’improvviso gettarsi a capofitto in un’attività a prezzi inferiori a quelli “di mercato” (ma sarebbe meglio dire: a quelli gonfiati dalla bolla immobiliare)?
I motivi in realtà sono semplici: perché permette un ennesimo travaso di valori dal pubblico al privato, perché è un utile strumento propagandistico per nascondere altre enormi operazioni di carattere puramente speculativo e perché comunque è di per se stessa un ottimo affare.
Riguardo all’ultimo motivo, è chiaro che in questo momento di crisi mondiale del settore immobiliare e di aumento dell’incertezza i progetti di social housing sono una vera manna per gli immobiliaristi. Le loro società perdono utili, valore e capitali a tutto spiano (i 22 fondi immobiliari italiani quotati hanno perso il 18% da fine dicembre 2007 a fine agosto 2008, cioè ancora prima dell’inasprirsi della crisi) e il social housing offre rendimenti del 3% più inflazione (di questi giorni un tasso appetibilissimo), con la possibilità di eliminare ogni elemento di rischio grazie a finanziamenti agevolati e garanzie pubbliche sulla solvenza degli affittuari.
Inoltre, pressoché tutti i progetti di social housing prevedono in realtà solo una quota molto piccola di affitti calmierati, la grande maggior parte del costruito è affittabile, o vendibile, a prezzi di mercato. In molti casi si tratta poi solo di uno specchietto per allodole di stampo prettamente populista: si sbandiera il “progetto sociale”, ma in realtà grazie alla perequazione (cioè, nelle politiche attualmente applicate, la licenza di costruire, o di costruire di più, laddove non era possibile, in cambio della realizzazione di opere di utilità pubblica o sociale) si realizzano enormi affari a danno dei cittadini.
In pratica, per spiegare il concetto: l’immobiliarista/banca/fondo costruisce con finanziamenti e regali dei contribuenti 1 in social housing, comunque più che profittevole, e riceve in cambio 4, 5 o addirittura 10 in licenze di costruzione, direttamente tramutabili in profitto mediante attività edilizie o che comunque consentono una rivalutazione astronomica di terreni già posseduti. Basta prendere a esempio il “piano Milano”, citato dal Corriere Economia. Il Comune ha messo a disposizione (gratis!) otto aree per costruire 3.300 alloggi.
Chi vi costruirà, potrà vendere a prezzi di mercato fino al 75% delle case realizzate, appena un quarto invece dovrà essere a prezzo calmierato, cioè in “social housing”. Ma non è tutto. Il Comune mette inoltre a disposizione 20 milioni per abbassare i tassi di finanziamento bancario, mentre la Regione ce ne mette altri 30 per “ridurre il rischio insolvenza affitti”.
Insomma, terreni regalati dagli enti pubblici, soldi pubblici per costruire, soldi pubblici per eliminare ogni rischio di mancato incasso degli affitti e gli “investitori” possono vendere fino al 75% a prezzi di mercato – altroché social housing, questa è una vera e propria cassa di assistenza pubblica per i signori del mattone!
E le cifre in gioco sono da capogiro: secondo le stime di Sergio Urbani, della Fondazione Housing Sociale di Cariplo, il social housing in salsa pubblico-privata vale 3 miliardi all’anno di sviluppo del mercato. Cariplo (la fondazione azionista di Banca Intesa San Paolo) è per l’appunto uno dei principali attori di queste operazioni, insieme ad altre delle numerose e potenti fondazioni bancarie.
Non mancano naturalmente gli immobiliaristi, come per esempio la Pirelli Re guidata da Puri Negri, nonché le cooperative rosse e cielline – anzi, la torta è così appetibile che Legacoop e i ciellini della Compagnia delle Opere hanno superato i vecchi steccati ideologici unendo le forze per dare insieme vita alla Fondazione Abitare (che conta tra le sue fila l’avvocato Guido Bardelli, vicino a Cielle, citato a suo tempo dal Corriere della Sera come una delle possibili scelte di Moratti ad assessore per l’urbanistica).
Oltre agli enti locali, tra i finanziatori vi sarà anche lo stato tramite la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sempre più coinvolta nel ruolo di crocerossina per i capitalisti a corto di fondi, la quale avrà un ruolo non proprio in armonia con il principio dell’inammissibilità del conflitto di interessi: la Cdp è infatti partecipata al 30% dalle fondazioni bancarie e si ritroverà, attraverso il veicolo di un’appositamente costituita Società di gestione del risparmio, a promuovere progetti di social housing tramite finanziamenti di cui godranno in molti casi… le fondazioni bancarie.
Dietro a tutto questo, naturalmente, l’assenza di ogni politica per la casa che vada a favore di chi lavora, e non di chi arraffa”.
Fonte: http://milanointernazionale.it/2009/10/29/la-bolla-che-deve-ancora-scoppiare-3/
Iscriviti a:
Post (Atom)









